Alfabetizzazione al design digitale: il codice diventa una materia obbligatoria

Casa-mia
una-porta-nero-e-bianco-metallo-porta-vEL-O9UiE3M
File di botti di vino sono conservate nelle cantine di Vietti a Castiglione Falletto. Foto di Sue Winston

Alfabetizzazione digitale della progettazione – sembra un minestrone di parole alla moda, ma è in realtà la strategia di sopravvivenza della professione di architetto in un mondo in cui gli algoritmi conoscono più leggi edilizie di alcuni piani di sviluppo. Se volete essere della partita domani, dovete imparare oggi: il codice non è un hobby, è una materia obbligatoria. E d’ora in poi. Sono finiti i tempi in cui bastava un bel rendering per vincere un premio per l’innovazione. Benvenuti nell’era in cui l’alfabetizzazione digitale sta diventando il metro di misura della rilevanza.

  • In Germania, Austria e Svizzera l’alfabetizzazione al design digitale non è ancora una cosa scontata, ma presto dovrà diventarlo.
  • Il pensiero algoritmico, le competenze di programmazione e l’uso di strumenti di progettazione basati sui dati sono le nuove competenze di base per i progettisti.
  • La trasformazione digitale e l’IA stanno cambiando radicalmente i processi di progettazione, i concorsi e la produzione edilizia.
  • Le maggiori innovazioni stanno emergendo all’interfaccia tra architettura, informatica e ingegneria.
  • Sostenibilità per codice: Chi progetta edifici sostenibili ha bisogno di strumenti digitali per comprendere realmente le complesse valutazioni del ciclo di vita e i cicli di vita.
  • La professione è alle prese con richieste eccessive, tradizione e mancanza di formazione tecnica, ma anche con approcci visionari e nuovi percorsi formativi.
  • Il discorso globale è andato avanti da tempo: in Scandinavia, Asia e Stati Uniti, il coding è uno standard nei corsi di laurea in architettura.
  • I dibattiti sull’open source, sul coding creativo e sull’etica nel mondo digitale stanno plasmando il settore e ribaltando i vecchi rapporti di forza.
  • Chi non cambia rotta ora sarà travolto dallo tsunami digitale dell’industria delle costruzioni.

Dal tavolo da disegno all’algoritmo: a che punto è il settore?

Sembra un cliché, ma l’immagine è vera: Mentre alcuni disegnano ancora con la matita, altri programmano da tempo con Python, Grasshopper o Dynamo. Nel 2024, il panorama architettonico di Germania, Austria e Svizzera è più diviso che mai. Da una parte ci sono i tradizionalisti che hanno nostalgia dello schizzo disegnato a mano e vedono il BIM come un male necessario. Dall’altra parte, una piccola ma crescente avanguardia che progetta in modo parametrico, si destreggia con i dati e vede gli algoritmi come colleghi. Lo status quo? Una trapunta patchwork.

Molte università tedesche hanno almeno riconosciuto i segni del tempo e stanno offrendo i primi corsi di design computazionale o di fabbricazione digitale. Ma non c’è traccia di un’integrazione generalizzata delle competenze di progettazione digitale nei programmi di studio. In Austria, le università stanno sperimentando in modo esemplare gli studi interdisciplinari, ma la programmazione rimane di solito un argomento marginale nella vita quotidiana degli uffici. La Svizzera, tradizionalmente aperta alla tecnologia, è un passo avanti in termini di alfabetizzazione alla progettazione digitale, ma anche in questo caso vale quanto segue: la maggior parte dei progettisti usa il software, ma raramente ne comprende la logica.

Il risultato è che il settore continua a produrre rendering e progetti come se nulla fosse cambiato dal 1995. Eppure i clienti, i concorsi e i legislatori richiedono sempre più spesso verifiche, simulazioni e automazione basate sui dati. Se non sapete usare gli strumenti digitali oggi, domani non sarete più invitati. Le competenze digitali non sono più un „nice-to-have“, ma un biglietto d’ingresso nel mondo del progetto. L’amara verità: allo stato attuale delle cose, gli architetti sono spesso più lontani da una vera e propria alfabetizzazione digitale rispetto al loro ultimo corso di disegno.

Non si tratta di essere innamorati della tecnologia. Si tratta di sopravvivenza. Perché con la diffusione globale della modellazione delle informazioni sugli edifici, degli strumenti di progettazione basati sull’intelligenza artificiale e dei processi di ispezione automatizzati, la competenza digitale è la chiave della competitività. I servizi di pianificazione stanno diventando granulari, collegabili in rete e comparabili a livello internazionale. Coloro che non parlano il linguaggio delle macchine saranno gestiti da queste ultime, e più velocemente di quanto molti vorrebbero. La questione non è più se le competenze di progettazione digitale diventeranno obbligatorie, ma solo quando e quanto sarà doloroso il cambiamento.

E no, ritirarsi nel ruolo di „designer“ non servirà a nulla. Chi non capisce come gli algoritmi prendano decisioni rilevanti per il design non può più assumersi credibilmente la responsabilità etica e creativa. La digitalizzazione del settore non è un aggiornamento tecnico, ma un cambiamento di paradigma. E questo richiede un’alfabetizzazione digitale come competenza di base, non come materia specialistica.

IA, codice e creatività: cosa stanno realmente cambiando i nuovi strumenti

Le attuali innovazioni nel settore del design digitale lasciano senza fiato. Modellazione parametrica, progettazione algoritmica, reti generative avversarie: sono termini che suonano come Silicon Valley, ma che da tempo fanno parte della vita quotidiana negli ambiziosi uffici europei. Piattaforme come Grasshopper, Rhino, Revit o Blender possono essere utilizzate per generare progetti che rispondono al clima, ai costi, alla disponibilità dei materiali e al comportamento degli utenti in tempo reale. Ma questo è solo l’inizio.

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il processo di progettazione riconoscendo modelli, generando varianti e suggerendo ottimizzazioni. In Svizzera, i pionieri utilizzano l’apprendimento automatico per simulare strutture di facciata ottimizzate sia in termini di estetica che di efficienza energetica. A Vienna, gli strumenti basati sull’intelligenza artificiale vengono utilizzati per analizzare varianti di progettazione di edifici residenziali fino a raggiungere un equilibrio ottimale tra pianificazione urbana, obiettivi sociali ed ecologici. In Germania, invece, l’IA nella progettazione è ancora una questione di sperimentazione: c’è troppo scetticismo e poca esperienza.

Molti sottovalutano questo aspetto: La digitalizzazione non crea nuovi strumenti per vecchi processi, ma cambia i processi stessi. Il design sta diventando un flusso di lavoro iterativo e guidato dai dati. Le varianti non vengono più disegnate, ma generate. Le decisioni non si basano più sull’istinto, ma su simulazioni, analisi e cicli di feedback. Chi non padroneggia questo flusso di lavoro sarà sopraffatto dalla velocità e dalla complessità dei progetti.

L’aspetto entusiasmante è che i nuovi strumenti generano anche nuova creatività. Chi vede gli algoritmi non come una minaccia ma come un partner scoprirà una libertà creativa inimmaginabile. Modelli, strutture, geometrie: tutto diventa rinegoziabile. Ma questo richiede una mentalità radicalmente diversa. Chiunque creda che il codice sia antiestetico sta perdendo l’opportunità di innovare l’architettura. Il futuro del design è ibrido: un dialogo tra l’intuizione umana e l’intelligenza delle macchine.

La sfida più grande? L’alfabetizzazione digitale non è uno stato, ma un processo. Chi oggi conosce Python domani dovrà addestrare reti neurali. Chi oggi modella in modo parametrico, domani lavorerà con gemelli digitali e simulazioni in tempo reale. La curva di apprendimento è ripida, ma non c’è alternativa. Questo è l’unico modo per l’architettura di rimanere rilevante e non essere assorbita da gruppi di costruzione, giganti tecnologici o start-up.

Sostenibilità, open source ed etica: l’alfabetizzazione digitale è fondamentale

La trasformazione sostenibile dell’industria delle costruzioni è illusoria senza competenze digitali. I requisiti energetici, i cicli dei materiali, le impronte di carbonio: tutto ciò può essere realmente compreso, ottimizzato e verificato solo con metodi basati sui dati. Se si vuole costruire in modo sostenibile, è necessario padroneggiare strumenti digitali che mappino interazioni complesse e simulino scenari. In Austria, ad esempio, si stanno costruendo i primi quartieri residenziali il cui ciclo di vita viene bilanciato digitalmente prima dell’inizio dei lavori. In Svizzera, le banche dati edilizie vengono utilizzate per pianificare flussi circolari di materiali da costruzione. In Germania? Ci sono lupi solitari, progetti pilota, ma non esiste ancora uno standard completo.

Un’altra chiave: l’open source. Chi si limita a consumare strumenti digitali rimane dipendente dai fornitori di software e dagli standard proprietari. La vera innovazione arriva quando i progettisti si programmano, aprono le interfacce e sviluppano i propri strumenti. Comunità open source come quella di Blender o Grasshopper dimostrano come la codifica collettiva porti a risultati migliori e al tempo stesso a recuperare il controllo sui processi e sui dati.

Tuttavia, con la crescita del potere degli strumenti digitali, cresce anche la responsabilità etica. Gli algoritmi non sono neutrali. Chi progetta con l’IA deve capire come il database, la logica di addestramento e gli obiettivi di ottimizzazione influenzino il risultato. Il tanto vituperato „pregiudizio tecnocratico“ non è frutto della nostra immaginazione, ma è reale. In Svizzera si sta pertanto conducendo una ricerca sulla spiegabilità e sulla trasparenza degli strumenti di progettazione. In Germania? Ancora raramente un problema, ma la situazione cambierà, al più tardi quando le aggiudicazioni di appalti e le decisioni di pianificazione controllate dall’IA finiranno in tribunale.

L’alfabetizzazione digitale significa quindi anche pensare in modo critico, comprendere il contesto, non solo usare la tecnologia, ma darle forma. Chi non apre la scatola nera perde il controllo sui processi creativi e sociali. Il dibattito etico sull’architettura algoritmica, la produzione di edifici automatizzati e la pianificazione urbana basata sui dati è solo all’inizio. Ma darà forma al settore come un tempo la questione del cemento o dell’acciaio.

Il futuro della sostenibilità è digitale. Ma sarà digitale solo se la professione non si affiderà a soluzioni software, ma vedrà la competenza digitale come uno strumento tecnico e intellettuale. Chi impara a scrivere codice ora non sta solo programmando edifici, ma anche la propria rilevanza per il futuro.

Imparare, insegnare, ripensare – come l’alfabetizzazione digitale sta diventando la nuova competenza di base

L’insegnamento dell’architettura, dell’ingegneria civile e dell’urbanistica si trova a un bivio. La questione non è più se le competenze di codifica e di progettazione digitale debbano essere inserite nel curriculum, ma come possano diventare uno strumento naturale. Nei Paesi scandinavi, negli Stati Uniti, in Canada e in Asia il coding è da tempo una materia obbligatoria, mentre in Germania, Austria e Svizzera rimane spesso un modulo elettivo o un’AG. Le conseguenze? La prossima generazione di progettisti tedeschi è nella migliore delle ipotesi digitalmente mediocre e in ritardo nel confronto internazionale.

Manca il coraggio di cambiare il paradigma. L’alfabetizzazione digitale non è una qualifica aggiuntiva, ma fondamentale come la statica, il diritto edilizio o la teoria della progettazione. Le università devono creare strutture in cui la programmazione, il pensiero computazionale e la riflessione critica sui metodi digitali siano insegnati fin dall’inizio. Questo vale non solo per l’insegnamento, ma anche per le modalità d’esame, i modelli di collaborazione e l’immagine del settore.

È necessaria anche la pratica. Gli studi che oggi non formano i propri esperti digitali, non sviluppano strumenti e non capiscono almeno come funzionano i flussi di dati, domani saranno declassati a fornitori di servizi per pianificatori generali o aziende tecnologiche. I tempi dei one-man-show sono finiti. I team interdisciplinari con informatici, analisti di dati e codificatori creativi stanno diventando lo standard e stanno cambiando l’equilibrio di potere negli uffici. Chi non segue l’esempio sta guardando gli altri riscrivere le regole.

La paura di „perdere l’architettura“ è infondata. Al contrario: chi padroneggia con sicurezza gli strumenti digitali può affinare la propria firma creativa, risolvere compiti più complessi e realizzare progetti più sostenibili. L’alfabetizzazione digitale non è un attacco all’arte, ma una sua estensione. Il codice non è un nemico della creatività, ma il suo catalizzatore.

Ciò che serve ora sono modelli di ruolo, reti e pionieri che ispirino l’alfabetizzazione digitale. Il settore non ha bisogno di superuomini digitali, ma di una nuova cultura dell’apprendimento, della condivisione e della sperimentazione. Se volete dare forma al cambiamento, dovete diventare voi stessi un discente e avere il coraggio di commettere errori, provare cose nuove e buttare a mare le vecchie certezze. Il futuro dell’architettura è nel codice. Ma rimane umano, se lo plasmiamo.

Impulso globale, inerzia locale – e perché aspettare non è un’opzione

Il mercato internazionale dell’architettura non teme più l’alfabetizzazione digitale della progettazione. In Cina i progettisti stanno automatizzando le analisi urbanistiche grazie all’intelligenza artificiale. In Danimarca, i modelli di progettazione parametrica stanno diventando lo standard per gli edifici scolastici. In Canada si stanno creando piattaforme open source che simulano interi quartieri urbani in tempo reale. Negli Stati Uniti, i campi di addestramento al coding per architetti sono comuni come i corsi di CAD negli anni Novanta. Germania, Austria e Svizzera, invece, stanno ancora discutendo se la programmazione rientri davvero nella descrizione del lavoro e stanno perdendo tempo prezioso.

Il dibattito sul ruolo dell’architetto è tutt’altro che nuovo. Già l’avvento di CAD, BIM e stampa 3D aveva diviso il settore. Ma questa volta il cambiamento è più radicale. Non sono solo gli strumenti a cambiare, ma l’intera logica del processo. Chi aspetta il prossimo standard, la prossima linea guida o la prossima sovvenzione sarà superato dalla realtà. La concorrenza globale non tiene conto delle idiosincrasie culturali o degli ostacoli burocratici.

Particolarmente precaria: la necessità di recuperare il ritardo è enorme, ma le risorse sono scarse. Molti uffici sono presi dall’attività quotidiana, sono alle prese con la carenza di giovani talenti e hanno poco tempo per la formazione digitale. Il risultato è una pericolosa inerzia che a medio termine indebolirà la posizione dell’architettura di lingua tedesca nel dibattito internazionale. Se non si investe, si perde – e non solo commissioni, ma anche influenza sulla progettazione dell’ambiente costruito.

Allo stesso tempo, anche in questo Paese stanno nascendo iniziative interessanti. I giovani uffici fanno rete, creano collettivi di codifica, sperimentano l’open source e condividono le loro conoscenze. Università come la TU di Monaco, il Politecnico di Zurigo e la TU di Vienna stanno creando team interdisciplinari che sono all’avanguardia nel cambiamento digitale. C’è speranza, ma rimarrà localizzata finché l’industria in generale non seguirà il suo esempio.

La lezione del confronto globale è chiara: l’alfabetizzazione al design digitale non è un’opzione, ma un dovere. Chi investe ora diventerà parte della soluzione. Chi aspetta e vede sarà coinvolto nella trasformazione digitale – e forse scartato. Il futuro è programmato. L’unica domanda è: chi scriverà il codice?

Conclusione: se non si capisce il codice, si perde la partita

L’alfabetizzazione al design digitale non è un lusso, ma una strategia di sopravvivenza. Determina la forza innovativa, la sostenibilità e la rilevanza sociale dell’architettura in Germania, Austria e Svizzera. Chi non capisce il codice ne sarà governato. La digitalizzazione del mondo delle costruzioni non è una tendenza passeggera, ma un cambiamento tettonico. Chi impara a programmare ora non progetta solo gli edifici, ma anche il proprio futuro. La buona notizia è che non è mai troppo tardi per seguire questa materia obbligatoria. La cattiva notizia: Chi continua ad aspettare diventerà spettatore del proprio settore professionale.

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE

Costruire senza sprechi: è possibile?

Casa-mia

Il risparmio energetico è il grande tema della Germania. I politici ritengono che l’ordinanza sul risparmio energetico (EnEV) rappresenti un passo avanti decisivo. Gli architetti non sono del tutto convinti. Il „Baumeister Research Panel“ mostra che circa la metà degli architetti intervistati è decisamente scettica nei confronti dell’EnEV. Nel sondaggio, il 18% non è d’accordo con l’affermazione che l’EnEV offre „un valido contributo all’edilizia efficiente dal punto di vista energetico“. Un altro 33% si dichiara „piuttosto contrario“. Solo il 7% è assolutamente d’accordo, ma il 42% è tendenzialmente d’accordo.

L’architetto Jörg Finkbeiner commenta: „L’ordinanza sul risparmio energetico si occupa principalmente di ridurre il consumo di energia. È qui che raggiungiamo i nostri limiti quando si tratta di una questione di sostenibilità globale“. Questo perché l’EnEV è tutt’altro che sufficiente per trovare risposte a questioni complesse come la tutela dell’ambiente. Finkbeiner è socio fondatore di „Partner und Partner“, Berlino/Baiersbronn, specializzata in costruzioni sostenibili e a prova di futuro. È convinto: „Abbiamo bisogno di un nuovo modo di pensare“.

Nella sua ricerca di un nuovo modo di pensare, Finkbeiner lo ha trovato. Dal 2013 lavora come consulente cradle-to-cradle. Questa filosofia si è posta l’obiettivo di non produrre più rifiuti, ma solo materie prime. Segue tre principi: l’utilizzo dei rifiuti come materia prima per nuove cose, l’uso di energia rinnovabile e la promozione della diversità.

Quindi non si tratta solo di risparmio energetico. „Il dibattito sull’energia sarà sostituito da quello sulle risorse“, è convinto Finkbeiner. Per Finkbeiner, la vera protezione dell’ambiente consiste in aspetti aggiuntivi come la conservazione del valore delle risorse e la promozione della salute delle persone.

Cradle-to-cradle distingue tra ciclo biologico e ciclo tecnico, anche se questi non dovrebbero essere mescolati. Si tratta di un concetto simile a quello dell’economia circolare, i cui sostenitori aspirano anch’essi a una sorta di economia circolare. „Applicato all’architettura, ad esempio, significa che gli edifici potrebbero diventare depositi di materie prime“.

Ciò significa non utilizzare materiali da costruzione che vengono buttati via alla fine della loro vita utile, ma riutilizzarli senza ridurne il valore o la qualità. L’obiettivo: un ciclo infinito di materiali. O come dice spesso Michael Braungart, uno degli inventori del principio brevettato cradle-to-cradle: „Gli edifici sono come alberi e le città come foreste“.

La decostruzione non deve quindi produrre rifiuti, ma risorse per nuovi progetti. Ma cosa significa decostruzione per gli architetti? „Abbiamo una responsabilità nei confronti della società nel suo complesso. Gli edifici devono quindi essere visti in modo olistico“, afferma Finkbeiner. La rivendicazione artistica formale è solo una parte di molte altre. Ciò che lo convince del cradle-to-cradle è l’atteggiamento di base: non solo produrre meno cose brutte, ma anche cose utili. „La minimizzazione dell’impronta ecologica dovrebbe essere sostituita dall’ottimizzazione di un ‚impatto‘ positivo“, spiega Finkbeiner. „Gli edifici dovrebbero essere rispettosi dell’ambiente e della società“.

Peter Mösle, partner per la sostenibilità e l’energia di Drees & Sommer e consulente cradle-to-cradle dal 2014, concorda con questa affermazione: „L’industria immobiliare ha un’enorme responsabilità, soprattutto quando si tratta di risorse. Dopo tutto, questo settore industriale consuma circa il 50% delle materie prime globali ed è responsabile del 60% di tutti i rifiuti“.

Inoltre, l’aumento dei prezzi delle materie prime grava ancora di più sull’industria delle costruzioni. A ciò si aggiungono i costi dello smantellamento e dei nuovi materiali per il progetto edilizio successivo. Secondo Cradle to Cradle, gli imprenditori edili dovrebbero invece considerare fin dall’inizio quali materiali verranno utilizzati e quanto dureranno. Un progetto finanziato dall’UE, BAMB, che sta per „Building As Material Banks“, è dedicato a questo tema e sta pianificando una banca dati dei materiali nello spirito dell’economia circolare.

„Un edificio potrebbe diventare un deposito temporaneo di materiali preziosi“, spiega Mösle. Questo perché il „cradle-to-cradle“ non segue un ciclo di vita con un inizio e una fine – che porta inevitabilmente ai rifiuti – ma punta invece al completo smontaggio e alla riciclabilità. „Questa idea può essere applicata anche a interi quartieri“.

Lontano dal mantra del più efficiente, più economico, migliore comportamento e verso la creatività, l’abbondanza e la diversità. Che aspetto avrebbe un edificio cradle-to-cradle? „Il certificato si riferisce esclusivamente ai prodotti. Quindi non può esistere una casa che ottenga questo certificato“, dice Mösle. Ma ci sono i primi produttori di finestre, porte e pareti prodotte secondo questo principio brevettato. Tuttavia: „La somma di buoni prodotti singoli non fa una buona casa“, dice Mösle, „perché un edificio vive della soddisfazione dei suoi utenti nella sua interezza“.

La certificazione esclude sempre altre idee. Finkbeiner si sentirebbe limitato da questo: „Sarebbe in contraddizione con qualsiasi libertà architettonica. In pratica, la flessibilità che il cradle-to-cradle rende possibile significa riconoscere questo potenziale in ogni nuovo progetto e svilupparlo individualmente“. È così difficile come sembra? „La difficoltà sta proprio nel comunicare queste idee e teorie a tutti coloro che sono coinvolti in un progetto di costruzione“. E questo va ben oltre la pura architettura.

Per esempio, quando si parla di costi: i sostenitori sono convinti che in questo caso si possa risparmiare molto. Ad esempio, se le materie prime dell’edificio fossero semplicemente affittate per la loro vita utile e poi riutilizzate. Oppure se si attuassero misure preventive, come un clima interno sano. In questo modo si potrebbe ridurre al minimo l’assenteismo dei dipendenti.

La città di Venlo ha costruito il suo nuovo municipio per ragioni simili. Lo studio Kraaijvanger Architects ha posto l’accento su quattro aspetti chiave: Hanno prestato attenzione alla qualità dell’aria e dell’acqua, hanno utilizzato energie rinnovabili e hanno fatto attenzione a non mescolare cicli biologici e tecnici. Un altro esempio è la nuova sede della Fondazione RAG di Kadawittfeldarchitektur, che si trasferirà nel complesso industriale della miniera di carbone Zollverein a Essen. L’edificio è stato progettato utilizzando materiali da costruzione che possono essere riciclati in modo cradle-to-cradle.

Non è un compito facile convincere clienti, sviluppatori di progetti, ingegneri, progettisti, investitori e, non da ultimo, i commercianti ad adottare un modo di pensare completamente nuovo. „Non si dovrebbe avere l’ambizione di implementare sempre tutto al cento per cento“, precisa Finkbeiner. E toglie pressione all’edificio perfetto e sostenibile: „È utile stabilire delle priorità e svilupparle“.

Un raggio di speranza sulla costa occidentale danese – Il Centro marittimo di Esbjerg

Casa-mia
Il nuovo punto di riferimento architettonico di Esbjerg: il centro marittimo di Snøhetta e WERK Arkitekter. Foto: fotografia wichmann+bendtsen

Il nuovo punto di riferimento architettonico di Esbjerg: il centro marittimo di Snøhetta e WERK Arkitekter. Foto: fotografia wichmann+bendtsen

Chiunque si avvicini dall’acqua alla città portuale di Esbjerg, sulla costa occidentale danese, è stato recentemente attratto da un caldo bagliore di luce. Questo è racchiuso in una straordinaria architettura progettata da WERK Arkitekter e Snøhetta. Per saperne di più, visitate il sito.

Lavorando insieme, nel 2019 hanno vinto il concorso per lo sviluppo di un nuovo centro marittimo in questa posizione di rilievo. Si cercava un progetto che non solo fungesse da spazio comune per i club di sport acquatici e i visitatori del porto, ma che diventasse anche un punto di riferimento architettonico per Esbjerg. WERK Arkitekter e Snøhetta hanno vinto il concorso con il progetto „The Lantern“. Il loro concetto era incentrato sullo sviluppo di un luogo marittimo per la comunità.

Oltre al legno, il cemento è il materiale da costruzione dominante. L’edificio è realizzato in calcestruzzo fino al primo piano, che è stato gettato in un’unica soluzione. Questo permette alla struttura di resistere a periodi di inondazione se l’acqua supera la nuova diga circostante. Anche la facciata in legno è stata progettata per resisterealle dure condizioni climatiche del luogo.

È stata proprio questa combinazione di bellezza poetica e robustezza pratica a convincere all’epoca nel concorso e a convincere oggi nella realizzazione. Con „The Lantern“, WERK Arkitekter e Snøhetta cercano un equilibrio tra gli affascinanti e incessantimovimenti del mare e le pratiche attività quotidiane che si svolgono nel Centro Marittimo. O, per dirla con le parole degli stessi progettisti: „Una simbiosi tra il bello e il crudo, l’elegante e il robusto“.

Snøhetta ha sviluppato un progetto speciale sul Lysefjord norvegese: Le capanne Bolder sembrano galleggiare al di sopra del terreno e fondersi con la natura.

„Il centro marittimo ha spazio per tutti: dal subacqueo esperto o dal kayakista professionista alla classe di una scuola di pesca al granchio o al passante casuale. Il Maritime Centre invita tutti a sbirciare all’interno della vita marittima e verso il mare con il suo orizzonte infinito“, spiega Frank D. Foray, architetto capo e project manager diSnøhetta . I progettisti hanno optato per un design circolaree aperto. I visitatori devono poter accedere all’edificio da tutti i lati. All’interno, il Centro marittimo ospita locali per diversi club di sport acquatici, un deposito per le imbarcazioni, aule di formazione, un’ampia area per le officine e uno spazio per le strutture sociali.

L’ampio programma di sale è distribuito su due piani. I club di canottaggio, kayak, vela, immersioni e triathlon sono ospitati al piano superiore dell‘edificio . Vi sono anche sale comuni, un centro educativo e strutture per l’allenamento. Il piano terra, invece, è occupato da spazi per il rimessaggio delle barche e per le officine. Un ponte collega il livello inferiore direttamente al mare, facilitando la gestione logistica delle imbarcazioni. La terrazza rialzata e accessibile al pubblicofunge da livello intermedio tra i due piani. È collegata al primo piano ed è accessibile tramite due scale principali che formano una sorta di anfiteatro.

Oltre alla sua sofisticata funzionalità, „The Lantern“ colpisce soprattutto per il suo fascino estetico.„L’obiettivo è stato quello di creare una destinazione unica che illumini la costa occidentale danese, in modo che tutti possano trovare la strada verso nuove comunità sul mare“, afferma Thomas Kock, direttore creativo di WERK Arkitekter, spiegando non solo il linguaggio del design e la scelta dei materiali, ma anche il nome del progetto. Le ampie vetrate su tutta la facciata dell’edificio forniscono molta luce naturale all’interno e garantiscono una vista sull’ambiente circostante. La luce del giorno penetra al centro del piano terra attraversoforirotondi nella terrazza del piano superiore. Si crea così un collegamento verticale visivo e sociale. Allo stesso tempo, le finestre della facciata mettono efficacemente in scena il centro per la percezione esterna. La luce calda che cade attraverso le finestre al buio illumina „The Lantern“ come una lanterna visibile da lontano.

Per la materialità e la geometria, gli architetti si sono ispiratiall’artigianato della costruzione di barche in legno. Il Centro marittimo di Esbjerg rende così omaggio alla tradizione marittima della città e sottolinea l’importanza del porto per la città. Questa traduzione può essere sperimentata non solo nell’uso del legno come materiale da costruzione, ma si rivela anche in molti dettagli di design. Ad esempio, WERK Arkitekter e Snøhetta hanno basato il loro progetto sull’elemento acqua e sull’effetto onda che si verifica quando una pietra viene gettata in acqua. Anche l’allineamento dei singoli pannelli è tutt’altro che arbitrario. Il gioco di ombre che ne deriva ricorda la forma dei kayak. Il ritmo della facciata si estende anche alle superfici del tetto. Qui i progettisti hanno installato diverse celle solari in una fascia attorno al bordo superiore.

Nuova zolletta di zucchero per Wiesbaden: Fumihiko Makis Museo Reinhard Ernst

Casa-mia
Il Museo Reinhard Ernst di Wiesbaden, opera dell'architetto Fumihiko Maki, è ancora un cantiere. L'inaugurazione è prevista per ottobre 2023. Fondazione Sonja e Reinhard Ernst, Museo Reinhard Ernst, Foto: Helbig/Marburger

Il Museo Reinhard Ernst di Wiesbaden, opera dell'architetto Fumihiko Maki, è ancora un cantiere. L'inaugurazione è prevista per ottobre 2023. Fondazione Sonja e Reinhard Ernst, Museo Reinhard Ernst, Foto: Helbig/Marburger

Il nuovo Museum Reinhard Ernst (mre) di Wiesbaden non è solo un luogo per l’arte astratta. L’edificio presenta anche l’architettura del vincitore del Premio Pritzker Fumihiko Maki nella capitale dell’Assia. Qui tutto ciò che riguarda il punto culminante dell’asse culturale di Wiesbaden.

Wiesbaden, Wilhelmstraße 1 – nessun indirizzo potrebbe essere più prestigioso per il più recente museo della capitale. E il suo architetto non potrebbe essere più famoso del mondo: Fumihiko Maki. L’architetto giapponese, vincitore del Premio Pritzker nel 1993, è responsabile del nuovo Museo Reinhard Ernst (mre). Il lotto d’angolo sarà ben noto agli abitanti di Wiesbaden.

Negli ultimi decenni, un parcheggio pianeggiante a più piani è servito come punto di accesso. Da qui si possono raggiungere importanti istituzioni come il Teatro di Stato dell’Assia e il centro storico attraverso il viale con i grandi platani, passando per le magnifiche case cittadine e il parco cittadino. Dall’altra parte, letteralmente di fronte, si trovano il Museo di Wiesbaden e la Rhein-Main-Hallen, recentemente ristrutturata. Il parcheggio a più piani appartiene ormai al passato. Il museo riprende infatti le dimensioni, gli assi visivi e costruttivi del predecessore storico e degli edifici circostanti. Nel complesso, l’architettura del sito di circa 6.000 metri quadrati sarà larga 46 metri e lunga 65 metri. Ma non sarà chiusa come un cubo.

Lo studio d’architettura schneider+schumacher di Francoforte, già coinvolto in un’altra opera architettonica del donatore: il prestigioso Städel di Francoforte, è responsabile della progettazione del mre. È forse questo un presagio di successo per l’apertura del mre nell’ottobre 2023? Quel che è certo è che il Museum Reinhard Ernst, all’indirizzo di Wiesbaden, creerà un asse culturale per la capitale dell’Assia.

Per saperne di più sul Museo Reinhard Ernst di Wiesbaden, cliccate qui.

Tra l’altro, anche a Monaco di Baviera c’è un museo con una facciata altrettanto chiara e pietrosa: Il nuovo Museo della Germania dei Sudeti, progettato da pmp architekten, è rivestito senza soluzione di continuità in pietra calcarea di Dietfurt, proveniente dall’Altmühltal. Per saperne di più leggi qui.

Il progetto di Fumihiko Maki prevede quattro cubi attorno a un grande atrio. Il piano terra è quasi completamente vetrato sul lato strada. I piani superiori sono a sbalzo e sembrano galleggiare. Ed è qui che l’associazione con gli „zuccherini“ diventa evidente: da un lato, il volume dei diversi cubi e delle loro connessioni è quasi privo di finestre per proteggere l’arte. Dall’altro, la facciata in granito Bethel White martellato conferisce all’architettura il suo guscio zuccherino.

In combinazione con la posizione d’angolo e il riflesso della luce naturale, il museo è già il dolce punto di forza del magnifico viale. Un aspetto che Fumihiko Maki avrebbe certamente gradito. Come scrive nel libretto che accompagna la mostra Aedes a metà del 2022: „La posizione era ideale per porre un nuovo accento nella vita sociale di Wiesbaden“. Ma qual è esattamente questo accento? Guardando l’architettura dall’esterno e dall’interno, il risultato sarà moderno, puro, elegante, intelligente ed estroverso – in linea con la città, ma sempre molto proprio. Tuttavia, il nuovo valore aggiunto per la maggior parte della società è rivelato dal contenuto dell’architettura.

Circa tre decenni fa, l’imprenditore Reinhard Ernst ha iniziato a collezionare arte. Oggi la collezione comprende oltre 860 dipinti e sculture di arte astratta tedesca ed europea del dopoguerra, arte astratta giapponese e arte astratta espressionista americana. Non c’è dubbio che questa collezione vada oltre la portata di una casa privata e che difficilmente possa essere ospitata nei musei esistenti. Con il suo credo che l’arte debba essere accessibile a tutti, il collezionista Reinhard Ernst ha espresso il desiderio di avere un proprio museo. Un desiderio che ha richiesto molto lavoro e passione.

Insieme alla moglie Sonja, nel 2004 ha fondato la Fondazione di beneficenza Sonja e Reinhard Ernst. Il suo scopo: promuovere l’arte, la cultura e la conservazione dei monumenti storici, nonché sostenere ed educare bambini, giovani e anziani bisognosi in tutto il mondo. Tuttavia, anche il sostegno agli aiuti allo sviluppo fa parte dei principi guida della fondazione. Ad esempio, la „Casa della speranza“ è stata costruita a Natori, in Giappone, dopo lo tsunami del 2011. I coniugi Ernst hanno sviluppato questo progetto con un amico architetto: Fumihiko Maki.

Ed è proprio questo architetto che la coppia – la Fondazione Sonja e Reinhard Ernst – sta realizzando il museo di Wiesbaden. La fondazione finanzia i costi di costruzione di 70 milioni di euro e la gestione del museo. Con un contratto di locazione di 99 anni, la città di Wiesbaden ha messo il terreno a disposizione della fondazione, per un valore simbolico di un euro all’anno.

L’obiettivo di Reinhard Ernst nella costruzione del museo è quello di far conoscere l’arte astratta a bambini e adulti. Il mre non esporrà solo opere della collezione del proprietario, ma anche opere in prestito da altri musei. Il museo sta preparando il terreno per il progetto con numerose misure. Ad esempio, il piano terra non solo è aperto al pubblico attraverso la facciata di vetro, ma è anche completamente accessibile senza biglietto d’ingresso. Le opere esposte di Bettina Pousttchi, MadC, Karl-Martin Hartmann e Katharina Grosse possono quindi essere ammirate senza biglietto. Un’attrazione speciale: la Grosse ha creato la sua prima opera in vetro per il mre con l’opera „Un bicchiere d’acqua, per favore“, che si può toccare.

Oltre all’arte, all’atrio, al negozio del museo e alla caffetteria, al piano terra si trovano anche due sale per la didattica dell’arte. Da un lato c’è il „Colour Lab“, uno spazio fisico e un’offerta digitale per le istituzioni educative per promuovere la creatività dei giovani – una questione che sta molto a cuore alla coppia di fondatori. Non a caso, il laboratorio del colore e il museo sono gratuiti per le scuole e le istituzioni educative.

Il „Maki Forum“ ospita anche conferenze, workshop, serate di gala e concerti. Lo spazio per gli eventi può essere utilizzato indipendentemente dal museo, in quanto dispone di un ingresso separato, magazzini, guardaroba e area catering. L’attenzione della progettazione si è tuttavia concentrata sull’acustica: altoparlanti a scomparsa, una balconata tecnica, pavimenti in moquette, doghe di betulla alte 2,7 metri e la struttura a gradini del soffitto e delle pareti sono destinati a garantire un’acustica ottimale della sala. Anche le sale per la mostra temporanea si trovano al piano terra. L’apertura della sala segna anche l’inizio di un’ampia mostra temporanea sulla vita e l’opera dell’architetto Fumihiko Maki.

I visitatori troveranno le sale espositive vere e proprie al primo e al secondo piano. L’aspetto entusiasmante del progetto di Maki è la varietà di layout delle stanze, con pavimenti in parquet di legno o in terrazzo, con soffitti alti fino a 14 metri, con o senza aperture di finestre o con una struttura a più livelli. Tuttavia, le stanze hanno una cosa in comune: Sono tutte progettate come cubi bianchi e non hanno un percorso predefinito. I lucernari che illuminano due delle sale espositive avranno un effetto speciale. Sul tetto è presente anche un impianto solare, che si calcola possa coprire fino al 30% del fabbisogno energetico.

Il concetto del White Cube, in combinazione con le diverse sale, consente di utilizzarle in modi diversi. A parte l’arte sull’edificio, tuttavia, un’opera d’arte probabilmente non lascerà mai la sua posizione nel mre: „Pair“ (2019) di Tony Cragg è stato il primo oggetto d’arte a trasferirsi nel maggio 2021. Poiché l’opera, composta da due parti, è alta più di sei metri e pesa circa quattro tonnellate, è stato necessario effettuare nuovi calcoli strutturali e utilizzare una gru per sollevare la scultura in bronzo nell’involucro dell’edificio. Di conseguenza, il museo è stato costruito intorno all’opera, che è alta più di due piani. Gli alberi di ambra e Zelkoven, piantati intorno al museo a partire dalla primavera del 2023, si spera diventino parte permanente del museo. Un acero giapponese a ventaglio si è già trasferito nell’atrio del museo nel dicembre 2022.

Montevideo pianifica la protezione delle coste come quadro di riferimento per la pianificazione urbana

Casa-mia
alberi colorati-costruiti-un-fiume-con-montagne-in-sfondo-W7gR8mtPF04
Fotografia di Wolfgang Weiser: colorata fila di case lungo il fiume con vista panoramica sulle Alpi a Innsbruck, Austria.





Montevideo progetta la protezione delle coste come quadro di sviluppo urbano


Una mente urbanistica che doma l’Atlantico: Montevideo sta facendo sul serio con la protezione delle coste e la usa come cornice per lo sviluppo urbano. Chiunque guardi alle trasformazioni urbane del lungomare in futuro non potrà evitare la capitale dell’Uruguay. Quali innovazioni, opportunità e rischi comporta questo approccio? E cosa possono imparare i Paesi di lingua tedesca?

  • Introduzione all’approccio unico di Montevideo: la protezione delle coste come leitmotiv urbanistico
  • Analisi delle sfide climatiche, ecologiche e sociali della costa atlantica
  • Cambiamento storico: da barriera difensiva a strumento di sviluppo urbano integrativo
  • Strumenti tecnici e di pianificazione: Dighe, dune, spazi multifunzionali e infrastrutture verdi
  • Partecipazione della popolazione e modelli di governance per uno sviluppo resiliente
  • Confronto con le città costiere europee e tedesche – potenziale di trasferimento per la regione DACH
  • Rischi, obiettivi contrastanti e questione dell’efficacia a lungo termine
  • Conclusione: perché Montevideo è un modello per uno sviluppo urbano sostenibile e adattato al clima

Montevideo e il mare: dove la protezione delle coste diventa design urbano

Come molte metropoli in tutto il mondo, Montevideo, capitale dell’Uruguay e porta d’accesso all’Atlantico, si trova ad affrontare una doppia sfida: da un lato, la città sta crescendo – con un flusso costante di nuovi residenti, un’economia dinamica e crescenti esigenze infrastrutturali. Dall’altro lato, il mare incalza, e non solo letteralmente. Il cambiamento climatico sta avvicinando l’Atlantico con prepotenza: le mareggiate, l’innalzamento del livello delle acque, l’erosione delle coste e la costante minaccia di eventi meteorologici estremi mettono a dura prova urbanisti, architetti e politici. Ma invece di affrontare l’oceano con barriere classiche e statiche, Montevideo ha scelto un approccio unico: La protezione delle coste diventa un quadro di pianificazione urbana, un leitmotiv per lo sviluppo, l’identità e la qualità della vita. Il mare non viene respinto, ma integrato: come partner, come avversario, come forza motrice. Questo cambiamento di paradigma è molto più di un aggiornamento tecnico: permea la pianificazione urbana, caratterizza lo spazio pubblico e ridefinisce i processi sociali urbani.

L’idea dell’acqua come elemento creativo può sembrare inizialmente una trovata di pubbliche relazioni, ma Montevideo fa sul serio. La Rambla, la leggendaria passeggiata costiera, non è più solo una passeggiata, ma una zona protetta multifunzionale. Nuovi parchi, aree sportive e assi di mobilità sono stati progettati in modo da diventare una zona cuscinetto per l’acqua durante le tempeste. Allo stesso tempo, si stanno costruendo strutture innovative che funzionano sia come dighe che come spazi pubblici. Non tutto è stato costruito da zero: Piuttosto, si sta creando un mosaico di difese storiche, strutture ingegneristiche moderne e interventi di architettura del paesaggio. Un approccio giocoso alla materialità, alla topografia e alla vegetazione fa sì che le difese costiere non siano percepite come un corpo estraneo, ma come una parte naturale della vita urbana.

Ma come fa una necessità a diventare un modello di pianificazione urbana? Montevideo ha riconosciuto che le classiche linee di demarcazione – città qui, mare là – non funzionano più. Al contrario, la città privilegia spazi di transizione, zone cuscinetto e usi flessibili. Queste aree non sono né parchi classici né dighe tecniche, ma spazi ibridi: assorbono l’acqua, consentono attività ricreative, promuovono la biodiversità e danno un nuovo volto alla città. Gli urbanisti parlano di „bordi vivi“ che possono costantemente adattarsi, crescere, ridursi o trasformarsi.

Questo approccio non è solo audace, ma anche di grande attualità. Le città di tutto il mondo sono alla ricerca di modi per contrastare i rischi climatici senza sacrificare la qualità della vita e l’urbanità. Montevideo dimostra che la protezione delle coste non deve essere un gioco a somma zero, ma può creare sinergie: tra tecnologia e paesaggio, tra protezione ed esperienza, tra sicurezza e libertà. Qui la pianificazione non è fatta contro la natura, ma con essa – e a un livello che stupisce persino i pianificatori esperti di Germania, Austria o Svizzera.

Naturalmente questo comporta nuove sfide: L’integrazione dei sistemi di protezione tecnica nello spazio pubblico richiede competenze interdisciplinari, un alto livello di comunicazione e, non da ultimo, la volontà di ammettere gli errori e imparare da essi. Ma Montevideo sta raccogliendo questa sfida e sta definendo standard che offrono spunti di riflessione anche per i Paesi di lingua tedesca.

Cambiamento climatico, rischio e resilienza: la nuova logica della protezione delle coste

La necessità di un cambiamento radicale nella protezione delle coste è onnipresente a Montevideo. La città si trova in una zona particolarmente vulnerabile alle conseguenze del cambiamento climatico: le mareggiate, le inondazioni e la graduale erosione delle spiagge minacciano non solo gli edifici, ma anche le infrastrutture sociali ed economiche. I meccanismi di protezione esistenti – muri massicci, barriere tecniche e difese marine rigide – stanno raggiungendo i loro limiti. Sono costosi, poco flessibili e spesso problematici dal punto di vista ecologico. Allo stesso tempo, cresce la pressione per mantenere gli spazi pubblici attraenti e per salvaguardare la qualità della vita. È qui che entra in gioco il nuovo approccio di Montevideo: La resilienza diventa l’idea guida, la flessibilità il principio.

Il concetto di resilienza – la capacità di un sistema di reagire e adattarsi alle perturbazioni – caratterizza la nuova logica di protezione delle coste. Invece di concentrarsi sulla sicurezza assoluta, Montevideo accetta che i rischi non possono mai essere completamente esclusi. L’obiettivo è invece quello di progettare la città in modo da poter affrontare le incertezze: attraverso zone cuscinetto, spazi multifunzionali e infrastrutture adattive. Questa strategia non è solo una reazione al cambiamento climatico, ma anche una dichiarazione contro la tecnocrazia degli ultimi decenni. Al centro della scena ci sono le persone, non gli edifici.

Le soluzioni basate sulla natura, che utilizzano i processi ecologici per la protezione delle coste, sono una parte importante di questa strategia. Si tratta di paesaggi dunali ripristinati, argini piantati, zone umide e isole di mangrovie. Non solo fungono da barriere contro l’acqua, ma promuovono anche la biodiversità, migliorano il microclima e offrono nuove opportunità di svago. Allo stesso tempo, elementi tecnici come dighe, barriere mobili contro le inondazioni e sistemi di drenaggio non vengono aboliti, ma integrati in modo intelligente nel paesaggio. Il risultato è un sistema ibrido che combina i punti di forza di entrambi gli approcci.

La nuova logica della protezione costiera si riflette anche nella cultura della pianificazione. Invece di rigidi piani regolatori, Montevideo privilegia scenari, simulazioni e processi partecipativi. La città collabora con università locali, esperti internazionali e società civile per analizzare i rischi, testare le misure e migliorarle continuamente. Gli strumenti digitali – dal GIS alle simulazioni in tempo reale – aiutano a raccogliere, valutare e visualizzare i dati in modo comprensibile. In questo modo si crea una base decisionale trasparente, comprensibile e flessibile.

Dopo tutto, la resilienza non è solo una qualità tecnica, ma anche sociale. La città investe in educazione, informazione e partecipazione per accrescere la consapevolezza dei rischi e aumentare l’accettazione dei cambiamenti. Scuole, associazioni e iniziative di quartiere sono coinvolte nel processo, in modo che la protezione delle coste non sia vista come una misura imposta dall’alto, ma come un progetto comune. Questo approccio ampio fa di Montevideo un modello per altre città che devono affrontare sfide simili.

Innovazioni tecniche e qualità urbana: i nuovi strumenti della protezione costiera

La fusione tra protezione costiera e sviluppo urbano richiede nuovi strumenti tecnici e di pianificazione. Montevideo si affida a una serie impressionante di innovazioni che vanno ben oltre le strutture ingegneristiche tradizionali. Un elemento centrale è rappresentato dalle strutture costiere multifunzionali che combinano protezione, svago ed ecologia. Per esempio, dighe progettate come parchi rialzati, scalinate che fungono da frangiflutti e passeggiate che diventano bacini di ritenzione durante l’alta marea. Queste strutture ibride combinano sicurezza, qualità del soggiorno e funzioni ecologiche, creando così un valore aggiunto che va ben oltre la pura protezione dalle inondazioni.

Un altro strumento chiave è l’integrazione delle infrastrutture verdi. Piantumazioni di erbe costiere, ricostruzioni di dune e zone umide artificiali non solo assorbono l’acqua, ma migliorano anche il clima urbano, promuovono la biodiversità e offrono nuovi spazi ricreativi. Queste misure richiedono una profonda comprensione dei processi ecologici e la capacità di combinare la pianificazione tecnica con l’architettura del paesaggio. Montevideo sta lavorando a stretto contatto con biologi, idrologi e progettisti per sviluppare soluzioni adattive e sostenibili.

Anche le tecnologie digitali svolgono un ruolo centrale. Sensori, dati satellitari e sistemi di monitoraggio in tempo reale consentono di controllare costantemente i livelli dell’acqua, le correnti e gli eventi meteorologici. I dati ottenuti vengono inseriti in modelli digitali di città che simulano scenari, quantificano i rischi e supportano le decisioni di pianificazione. In questo modo la protezione delle coste diventa un sistema di apprendimento in grado di reagire alle nuove sfide. L’uso di gemelli digitali urbani – immagini digitali della città – apre anche nuove opportunità per la partecipazione dei cittadini e la trasparenza del processo decisionale.

Anche le strutture di governance fanno parte dell’innovazione. Montevideo si affida a modelli cooperativi in cui l’amministrazione comunale, la scienza, le imprese e la popolazione assumono una responsabilità comune. I processi decisionali sono decentrati e la partecipazione diventa un dovere, non un optional. Nei workshop di pianificazione, nei forum dei cittadini e nelle piattaforme digitali si possono presentare proposte, valutare misure e monitorare i progressi. Questa apertura crea fiducia e aumenta l’accettazione di misure scomode ma necessarie.

In conclusione, è chiaro che a Montevideo innovazione tecnica e qualità urbana vanno di pari passo. La protezione delle coste sta diventando un motore per lo sviluppo urbano anziché un freno. La città sta guadagnando in qualità della vita, diversità e attrattiva e si sta posizionando come pioniere internazionale nell’affrontare le sfide del XXI secolo.

Trasferibilità e sfide per i Paesi di lingua tedesca

Cosa possono imparare le città di Germania, Austria e Svizzera dall’approccio di Montevideo? Innanzitutto che la protezione delle coste non è più un argomento di nicchia. Anche se il Mare del Nord e il Mar Baltico si muovono in modo diverso rispetto all’Atlantico, le sfide sono paragonabili: l’innalzamento del livello delle acque, l’aumento dei fenomeni meteorologici estremi, l’erosione e la pressione sull’utilizzo delle zone costiere interessano non solo le città costiere, ma anche le metropoli fluviali come Amburgo, Basilea e Vienna. L’approccio integrativo di Montevideo dimostra che le soluzioni tecniche, ecologiche e sociali non devono essere contrapposte, ma possono creare sinergie.

Tuttavia, ci sono differenze che rendono più difficile il trasferimento. Il quadro giuridico in Germania e nell’UE è complesso e le responsabilità sono spesso frammentate. I processi di autorizzazione sono lunghi, la partecipazione è obbligatoria e spesso porta a obiettivi contrastanti. In molti luoghi, c’è ancora poco coraggio nel provare soluzioni ibride e sperimentali. Tuttavia, esistono già alcuni approcci interessanti: La HafenCity di Amburgo sta lavorando con quartieri sopraelevati, Brema si sta concentrando su concetti di città spugna e Zurigo sta pianificando l’adattamento delle sponde del fiume. Questi progetti traggono vantaggio da un cambiamento di prospettiva, come dimostrato da Montevideo: dalla rigida protezione alla progettazione di spazi flessibili e multifunzionali.

Un fattore chiave di successo è l’integrazione della popolazione locale. A Montevideo, la protezione delle coste non è vista come un progetto tecnocratico, ma come uno sforzo sociale della comunità. Questa cultura della partecipazione potrebbe essere utile a molte città europee. Il coinvolgimento delle parti interessate locali, dai club sportivi alle iniziative ambientali, aumenta l’accettazione e garantisce soluzioni innovative e specifiche per il sito. Gli strumenti digitali e le piattaforme di dati aperti possono contribuire a rendere i processi più trasparenti e inclusivi.

Tuttavia, le sfide sono ancora molte. Il finanziamento di strutture multifunzionali è spesso più difficile da giustificare rispetto alle strutture tradizionali di ingegneria civile. Il funzionamento e la manutenzione a lungo termine di queste strutture ibride richiedono nuovi modelli di cooperazione e responsabilità. E infine, ma non per questo meno importante, ci si chiede quanto adattamento possa tollerare una città prima che l’identità e la coesione sociale ne risentano. In questo caso è necessario un istinto sicuro e la volontà di imparare dagli errori.

In conclusione, l’approccio di Montevideo apre le porte a nuove soluzioni. Sfida i pianificatori europei ad abbandonare i sentieri battuti, a vedere i rischi come opportunità e a ridisegnare il dialogo tra tecnologia, paesaggio e società. Se si vuole diventare veramente resilienti, bisogna essere pronti a lasciare la propria zona di comfort e non solo temere il mare, ma vederlo come un partner.

Conclusione: Montevideo come futuro laboratorio per lo sviluppo urbano adattato al clima

Montevideo ha dimostrato come la moderna protezione delle coste possa diventare la forza trainante di uno sviluppo urbano sostenibile e resiliente. L’integrazione di elementi tecnici, ecologici e sociali crea un sistema urbano che non solo minimizza i rischi, ma crea anche nuove qualità. La costa diventa un luogo di incontro, apprendimento e innovazione e il mare diventa un catalizzatore per il cambiamento urbano.

Questo approccio non è una panacea, ma è una potente ispirazione per le città di tutto il mondo. Soprattutto nei Paesi di lingua tedesca, dove i rischi climatici sono in aumento e le richieste di sviluppo urbano sostenibile crescono, vale la pena guardare a Montevideo. La combinazione di flessibilità, partecipazione e innovazione tecnica dimostra che anche le sfide più complesse possono essere affrontate – quando si uniscono coraggio, creatività e cooperazione.

Alla fine, ci si rende conto che la protezione delle coste è molto più di un compito ingegneristico. È un progetto sociale, culturale e creativo. Montevideo ha fatto il grande passo e dimostra che la città del futuro non vive in ritirata, ma affronta le sfide del mare con una bussola chiara e a braccia aperte. Chi è disposto ad adottare questo atteggiamento può stabilire nuovi standard anche in questo Paese. Non si tratta di un’utopia, ma della nuova realtà della pianificazione urbana.


Gli Hackesche Höfe di Berlino sono un punto di forza dell'Art Nouveau.foto: Arne Müseler / www.arne-mueseler.com, CC BY-SA 3.0 de, via: Wikimedia Commons
Gli Hackesche Höfe di Berlino sono un punto di forza dell'Art Nouveau.foto: Arne Müseler / www.arne-mueseler.com, CC BY-SA 3.0 de, via: Wikimedia Commons

Gli Hackesche Höfe emersero dalle paludi di Berlino tra il 1906 e il 1907 e oggi, nella loro versione restaurata, ospitano spazi di ristorazione, commerciali e culturali. Sebbene i cortili fossero minacciati dal degrado durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale e della DDR, l’iconico edificio è riuscito a mantenere il suo posto nel paesaggio monumentale di Berlino.

Al centro del quartiere Spandauer Vorstadt si trova la più grande area cortilizia contigua d’Europa: l’Hackesche Höfe. Situato tra Rosenthaler Strasse e Sophienstrasse, il complesso di cortili di 8.000 metri quadrati è raggiungibile da entrambe le strade. Sebbene l’area sia oggi una popolare attrazione turistica e un centro culturale, la sua storia risale a molto tempo fa. A causa della crescita della popolazione, nel XIX secolo l’area paludosa fu prosciugata e divenne Hackescher Markt, dove negozi commerciali, fabbriche tessili ed edifici residenziali dominavano la vita quotidiana. L’insolita disposizione degli otto cortili rivela ancora le origini di Hackescher Markt con l’ex bastione settentrionale e il rivellino delle fortificazioni di Berlino.

Funzione e riduzione

Nel corso dell’industrializzazione del XIX secolo, la Spandauer Vorstadt attirò sempre più immigrati ebrei dall’Est, che diedero al quartiere una nuova diversità culturale. Il movimento di riforma della vita si batté anche per la costruzione di Hackesche Höfe, al fine di migliorare la situazione abitativa dei circa 70.000 abitanti di Berlino e di consentire una vita sicura e moderna. Kurt Berndt fu incaricato come architetto e costruttore. Oltre a Berndt, anche l’architetto e designer August Endell ebbe un’influenza significativa su alcune parti dell’Hackesche Höfe.
Sebbene all’epoca prevalesse la politica artistica di Guglielmo II, il progetto Art Nouveau dell’Hackesche Höfe di Endell riuscì a imporsi come uno degli edifici più influenti di questo stile a Berlino. A differenza degli edifici classici in stile Art Nouveau di Riga, Vienna o Praga, il design di Berlino, soprattutto nell’Hackesche Höfe, è funzionale e minimalista.

Calore colorato

Il design Art Nouveau di Endell caratterizza in particolare il primo cortile. I motivi dinamici e organici in tonalità di colore insolite gli conferiscono un carattere unico. La reinterpretazione fantasiosa riflette i principi di design della cultura del piacere di Endell e trasforma il cortile in un elegante e sofisticato cortile commerciale. Finestre filigranate di varie forme creano un contrasto armonioso tra mattoni smaltati e di colore diverso. Oltre al primo cortile, i visitatori possono scoprire il design di Endell anche negli spazi interni, ad esempio nelle sale per banchetti e nelle scale.
Mentre gli ospiti ballavano nelle sale da ballo e festeggiavano nei ristoranti del primo cortile, gli altri appartamenti ospitavano gli inquilini interessati. Nel XIX secolo, i complessi di cortili riscaldati centralmente e dotati di alimentazione elettrica propria erano molto avanti rispetto al loro tempo: una visione che Kurt Berndt ha realizzato. Un’altra particolarità dei complessi a corte era l’arredamento moderno degli appartamenti, dotati di bagni, servizi igienici interni e balconi. Come centro di vita, arte e letteratura, nonché sede di una mensa per studenti ebrei e di un club femminile, l’Hackesche Höfe divenne una parte centrale del quartiere.

Dopo l’ascesa arriva la caduta

Ma gli anni gloriosi dell’Hackesche Höfe non erano destinati a durare. L’inizio della Seconda Guerra Mondiale segnò l’inizio del declino di questo complesso edilizio un tempo così innovativo. Nel 1940 seguirono anni bui per i residenti di Berlino, in particolare per il sobborgo di Spandau con la sua numerosa popolazione ebraica. Le bombe caddero e il primo cortile subì danni significativi. L’edificio fu poi messo all’asta con la forza dai nazionalsocialisti e undici anni dopo divenne proprietà pubblica della DDR. Da quel momento in poi, le strutture del cortile furono utilizzate per attività di magazzino e di laboratorio, nonché per le prove del balletto televisivo della DDR.
Nella DDR, le strutture del cortile furono trascurate e poco curate. Quando le facciate della Rosenthaler Straße furono abbattute, fu chiaro che avevano bisogno di essere rinnovate. L’aspetto stuccato e semplificato degli edifici era ormai l’ombra dell’antico splendore. Gli Hackesche Höfe non sono stati inseriti nella lista fino al 1977. Dopo la riunificazione, tuttavia, gli Hackesche Höfe hanno conosciuto una rinascita negli anni ’90: per preservare la personalità storica dei cortili, l’intero complesso è stato restaurato dallo studio di architettura Weiß & Partner con un budget di 80 milioni di marchi. Anche la facciata danneggiata è stata parzialmente ricostruita. Con il ripristino del loro aspetto storico, gli Hackesche Höfe hanno ritrovato il loro vecchio uso familiare: Cultura, commercio al dettaglio e gastronomia hanno trovato nuovamente posto nell’area del cortile.

Protezione del monumento e uso moderno

Se un tempo i residenti degli Hackesche Höfe potevano affittare le sale da ballo per le feste, oggi la sala da ballo ospita il teatro di varietà Chameleon. Nel 2004, le sale da ballo sono state ristrutturate secondo i requisiti dell’Ufficio Monumenti di Berlino. La tecnologia, compresi i sistemi di ventilazione e l’area bar, è stata modernizzata, mentre il teatro è rimasto pienamente operativo. Le misure di ristrutturazione più recenti sono state modifiche minori all’interno del Teatro Camaleonte. Nel 2015, il rinnovo dello storico parquet in rovere e la rivitalizzazione dei balconi hanno portato il teatro a un passo dall’aspetto originale. „Dall’ampia ristrutturazione di 20 anni fa, le misure strutturali si sono limitate alle consuete ristrutturazioni e agli adeguamenti degli spazi in affitto, ad esempio in caso di cambio di utenti. Dopo la ristrutturazione di base non sono stati effettuati interventi di rilievo sulle facciate storiche o sugli spazi commerciali“, afferma l’Ufficio Monumenti dello Stato di Berlino.
Oggi gli Hackesche Höfe sono un edificio classificato nel distretto di Spandauer Vorstadt e sono soggetti a severe norme di conservazione. Secondo l’Ufficio dei Monumenti di Stato di Berlino, gli interventi sugli edifici o da parte degli affittuari sono pertanto soggetti ad autorizzazione ai sensi della legge sulla pianificazione e della legge sui monumenti. Anche se l’uso misto tradizionale degli Hackesche Höfe rappresenta una sfida per la pianificazione urbana, sarà mantenuto per preservare l’autenticità e la versatilità dei cortili.
Come parte importante del paesaggio monumentale di Berlino, gli Hackesche Höfe simboleggiano storia e modernità. Non solo conservano il patrimonio architettonico, ma riflettono anche il carattere vivace della cultura del divertimento di Endell.

Per saperne di più: Potete scoprire l’Art Nouveau anche a Wiesbaden.

Poseidone – sovrano delle acque

Casa-mia
Poseidone, il dominatore delle acque, era spesso raffigurato nell'arte. Foto: Francesco Bini - Opera propria, CC BY-SA 4.0, via: Wikimedia Commons

Poseidone, il dominatore delle acque, era spesso raffigurato nell'arte.
Foto: Francesco Bini - Opera propria, CC BY-SA 4.0, via: Wikimedia Commons

Poseidone è uno degli dei più potenti della mitologia greca. Dominatore del mare, dio dei terremoti e creatore di cavalli, unisce protezione e distruzione, ordine e caos. Le sue storie non solo caratterizzano le epopee antiche, ma affascinano ancora oggi le persone di tutto il mondo.

Poseidone è una delle divinità olimpiche, figlio dei titani Crono e Rea. Insieme ai suoi fratelli Zeus e Ade, rovesciò il loro padre e si divise il mondo. Mentre a Zeus furono affidati i cieli e ad Ade gli inferi, a Poseidone fu dato il dominio sul mare. Il suo nome è già attestato in epoca micenea e si riferisce a un’antica tradizione di culto. Gli studiosi discutono sull’esatta etimologia: alcuni lo interpretano come „signore della terra“, altri come „signore delle acque“. In ogni caso, è chiaro che Poseidone ha avuto un ruolo centrale nella religione dei Greci fin dall’inizio.

Poseidone appare nei miti con potenti attributi, primo fra tutti il tridente. Con quest’arma poteva agitare il mare, scatenare tempeste o scuotere interi paesaggi con terremoti. Egli incarnava quindi le potenti forze della natura, che potevano essere sia vivificanti che distruttive. Per i marinai era quindi sia un faro di speranza che una figura di terrore. I suoi stati d’animo decidevano se un viaggio era sicuro o finiva in una tempesta mortale.

Meno noto, ma altrettanto importante, è lo stretto legame di Poseidone con i cavalli. In molte regioni della Grecia era soprannominato „Hippios“, che significa „il cavallo“. Secondo la tradizione, creò il primo cavallo per dimostrare il suo potere. Nella competizione con Atena per governare l’Attica, produsse una sorgente o un cavallo, a seconda dell’autore. Anche se Atena vinse con l’ulivo, il cavallo rimase un simbolo sacro di Poseidone.
Un’altra leggenda narra che egli si trasformò in un cavallo per inseguire la dea Demetra. Da questa unione nacque il cavallo divino Areion, che compare nei miti successivi. Queste storie dimostrano che Poseidone non solo governava il mare imprevedibile, ma anche la forza indomita dei cavalli.

Poseidone era sposato con la ninfa marina Anfitrite, che inizialmente voleva sfuggirgli ma poi divenne sua moglie. Insieme ebbero figli come il dio del mare Tritone, la ninfa Rodi e Benthesikyme. Ma Poseidone è noto anche per le sue numerose relazioni amorose. Ebbe un gran numero di figli con dee, ninfe e mortali. Alcuni di loro, come il ciclope Polifemo o il cacciatore Orione, apparvero come figure importanti nella mitologia.

Nell’Iliade di Omero, Poseidone sostiene i greci nella guerra di Troia, anche se per motivi personali. Nell’Odissea, invece, diventa l’antagonista dell’eroe Odisseo. Dopo che quest’ultimo ha accecato il figlio Polifemo, Poseidone insegue il reduce con tempeste e ostacoli. Senza l’ira del dio del mare, il ritorno a casa di Odisseo non si sarebbe trasformato in un’odissea lunga decenni.
Poseidone svolge un ruolo fondamentale anche nella storia dell’Atlantide di Platone. È considerato il dio protettore della leggendaria isola e il padre dei suoi primi re. Con il mortale Cleito, generò dodici figli che governarono l’impero fino alla sua caduta per arroganza e abuso di potere.
Poseidone ha un ruolo centrale anche nel mito di Medusa. Alcuni autori riportano che Medusa era in origine una giovane e bella donna che lavorava come sacerdotessa nel tempio di Atena. Attirò l’attenzione del dio del mare, che la violentò e la ingravidò. I loro figli furono il cavallo alato Pegaso e il guerriero Crisaore. Lo stupro ebbe conseguenze ancora più terribili per Medusa: Atena la punì trasformando la donna, un tempo bellissima, in un mostro con i capelli di serpente. La sua vista, inoltre, trasformò tutti in pietra.

Il culto di Poseidone era diffuso in tutto il mondo greco. Nelle regioni costiere, i marinai chiedevano la sua protezione prima di prendere il mare. Sacrifici e feste avevano lo scopo di assicurarsi il suo favore. Ma aveva anche luoghi di culto nell’entroterra, dove veniva onorato come dio dei cavalli e come scuotitore della terra. Il suo culto era particolarmente importante nel Peloponneso e i sacrifici di cavalli testimoniano il suo stretto legame con questo animale.
Un importante santuario di Poseidone si trovava a Capo Sounion, sulla punta meridionale dell’Attica. Lì si teneva anche il Festival di Poseidone ogni quattro anni, durante il quale venivano organizzate finte battaglie con le triremi (antiche navi da guerra a guida circolare). Inoltre, i marinai pregavano il dio nel tempio per ottenere il suo favore per il viaggio. Le colonne del tempio erano realizzate in marmo di Agrileza. Questo marmo ha un contenuto di ferro molto basso, quindi non presenta colorazioni rossastre e le colonne brillano ancora oggi di bianco.

Nell’arte, Poseidone era solitamente raffigurato come un uomo forte e barbuto che brandiva un tridente. Spesso era accompagnato da un carro trainato da cavallucci marini o delfini. Un famoso esempio di scultura antica è la statua di bronzo di Capo Artemision, che è stata a lungo ritenuta una rappresentazione di Poseidone, ma che alcuni ricercatori hanno poi attribuito a Zeus. Sia come dio del mare che come scuotitore della terra, Poseidone faceva parte del repertorio di immagini dell’arte antica e rimase un motivo popolare nelle epoche successive. Nelle epoche successive Poseidone si trova con particolare frequenza nelle fontane, ad esempio nella figura di Nettuno nella Fontana del Nettuno a Firenze. Ma la sua figura è spesso rappresentata anche nei parchi, come quello del Palazzo di Nymphenburg, nel cerchio delle divinità olimpiche.

Poseidone è più di un semplice personaggio mitologico. Egli incarna il mare con tutte le sue sfaccettature, dalla fonte di vita al pericolo mortale. Allo stesso tempo, simboleggia la forza indomita dei cavalli e il potere distruttivo dei terremoti. Le sue storie riflettono la paura e la soggezione della gente nei confronti delle forze della natura.
Poseidone è presente anche nel mondo moderno. Appare nella letteratura, nei film e nei videogiochi, sia nella serie „Percy Jackson“ che nelle moderne interpretazioni della saga di Atlantide. Questo dimostra che gli antichi miti sono ancora vivi e continuano ad affascinare le persone di tutto il mondo.
Poseidone è uno degli dei più complessi della mitologia greca. Egli unisce opposti che sono validi ancora oggi: Protezione e pericolo, ordine e caos, forza e distruzione. Il suo culto nell’antichità e la sua presenza nella cultura moderna ne fanno una figura senza tempo, intesa non solo come sovrano del mare, ma anche come simbolo della forza indomabile della natura.

Per saperne di più: Zeus come sovrano dell’Olimpo: miti, santuari e attributi.

Condivisione dei pesi: come le reti artificiali condividono le risorse

Casa-mia
vista aerea di una città attraverso la quale scorre un'influenza-P2d8SKdbjEE
Vista aerea di un paesaggio urbano e sostenibile in Svizzera, fotografato da Carrie Borden.

Se si vuole comprendere il potenziale delle reti artificiali per gli spazi urbani, bisogna imparare a pensare in termini di risorse condivise – letteralmente. Condivisione del peso è la parola magica: la capacità delle reti neurali di distribuire le risorse in modo intelligente e flessibile. Ma cosa c’entra tutto questo con la pianificazione urbana? Molto più di quanto si pensi. In un momento in cui lo spazio, l’energia e l’attenzione scarseggiano, i sistemi artificiali ci mostrano come la condivisione possa funzionare in modo pragmatico ed efficiente. Uno sguardo all’interno della scatola nera, con lezioni sorprendenti per architetti del paesaggio, urbanisti e chiunque voglia costruire città sostenibili.

  • Definizione e basi della condivisione dei pesi nelle reti artificiali
  • Significato e vantaggi per la pianificazione e lo sviluppo urbano
  • Confronto tra modelli di condivisione delle risorse digitali e reali
  • Funzionalità tecniche e principi architettonici della condivisione dei pesi
  • Esempi pratici e applicazioni dalla pianificazione urbana e paesaggistica
  • Opportunità e sfide nel trasferimento ai sistemi urbani
  • Riflessione critica: limiti, rischi e incomprensioni
  • Potenziale di innovazione per lo sviluppo urbano sostenibile nel DACH
  • Conclusione: perché la pianificazione urbana dovrebbe imparare dall’intelligenza artificiale

Condivisione del peso: cosa c’è dietro il principio delle risorse condivise?

La condivisione dei pesi è la ricetta segreta della moderna intelligenza artificiale, in particolare delle reti neurali. Il termine descrive un metodo in cui diverse connessioni all’interno di una rete condividono lo stesso insieme di parametri, ovvero i pesi. In pratica, ciò significa che una stessa funzione viene utilizzata in punti diversi della rete. Le reti neurali convoluzionali, o in breve CNN, sono probabilmente l’esempio più noto. In questo caso, i filtri – operatori matematici – condividono le loro ponderazioni in diverse aree dell’immagine. Invece di memorizzare parametri separati per ogni pixel o piccolo dettaglio, questi filtri vengono „spinti“ sull’intera immagine. Riconoscono gli schemi ovunque si presentino e utilizzano lo stesso set di parametri.

Questo approccio non è solo elegante, ma anche estremamente efficiente. Mentre una rete classica, completamente connessa, dovrebbe memorizzare milioni di parametri, una rete dotata di condivisione dei pesi ne richiede solo una frazione. In questo modo si riducono i requisiti di memoria, si velocizza l’addestramento e si garantisce che la rete non si limiti a imparare a memoria, ma che sia in grado di generalizzare, ossia di riconoscere principi che vanno al di là del singolo caso. I pesi condivisi agiscono come una memoria collettiva, pronta per essere utilizzata ovunque sia necessaria.

A chi non lo sa, questo può sembrare un dettaglio tecnico. Ma un secondo sguardo rivela un principio profondo: condividere le risorse per ottenere di più con meno sforzo. Questa idea è di grande attualità per la pianificazione urbana. Dopo tutto, gli spazi urbani devono affrontare la sfida di soddisfare il maggior numero possibile di esigenze con spazio, materiali e fonti energetiche limitate. Chi impara dalla condivisione dei pesi può sviluppare soluzioni non solo efficienti ma anche resilienti.

Tuttavia, la condivisione dei pesi non è sinonimo di mero egualitarismo. Al contrario: il metodo consente di riconoscere e rafforzare le differenze non appena sono rilevanti. Una rete che condivide i pesi può ancora reagire alle peculiarità locali – utilizza la risorsa condivisa in modo flessibile senza distribuirla rigidamente. Per l’urbanistica, ciò significa che spazi, infrastrutture e destinazioni d’uso possono accedere a principi comuni, pur rimanendo personalizzabili individualmente.

Questo equilibrio tra standardizzazione e adattabilità è la chiave dei moderni sistemi urbani. La condivisione dei pesi è un modello che va ben oltre i confini dell’informatica. Chiunque capisca come le reti artificiali condividono le risorse può trovare nuovi modi per affrontare le sfide urbane, dal controllo del traffico alla distribuzione dell’energia, fino alla progettazione degli spazi pubblici.

Da scatola nera a laboratorio urbano: come la condivisione dei pesi ispira i sistemi urbani

Trasferire il principio della condivisione dei pesi ai sistemi urbani è più di un semplice esperimento di pensiero. È un approccio pratico per rendere le città più intelligenti, sostenibili e flessibili. In sostanza, si tratta di progettare infrastrutture e spazi in modo che possano essere utilizzati più volte, non in modo casuale, ma sistematico. Esempi classici di pianificazione urbana sono gli spazi aperti multifunzionali o gli edifici a pianta flessibile. Ma la logica digitale del weight sharing si spinge oltre: si chiede come gli elementi urbani possano condividere e adattare dinamicamente le loro funzioni a seconda delle esigenze e del contesto.

Un esempio concreto è la gestione adattiva del traffico. In questo caso, i flussi di dati provenienti da sensori, telecamere e app per la mobilità vengono raggruppati e analizzati mediante algoritmi. Il controllo dei semafori, la distribuzione dei parcheggi o l’organizzazione delle offerte di condivisione non si basano più su piani rigidi, ma sulle esigenze reali e spesso mutevoli degli abitanti della città. I sistemi sottostanti utilizzano parametri condivisi – ad esempio per dare priorità alle corsie degli autobus o per liberare le zone di carico – e li applicano in modo flessibile a diverse parti della città. Si tratta di una condivisione dei pesi su scala urbana.

Il principio si ritrova anche nel settore dell’approvvigionamento energetico. Le reti di quartiere che distribuiscono in modo intelligente l’elettricità, il riscaldamento e il raffreddamento condividono le risorse tra gli edifici e gli usi. Invece di dotare ogni casa di una propria soluzione, vengono condivisi sistemi centralizzati e unità di stoccaggio. Sensori e sistemi di controllo assicurano che l’energia disponibile finisca dove è più urgentemente necessaria. Il parallelo con le reti neurali è evidente: anche in questo caso, le risorse non vengono distribuite alla cieca, ma incanalate in modo adattivo sulla base dei dati.

L’idea diventa entusiasmante quando viene trasferita a livello di progettazione urbana. Gli architetti del paesaggio lavorano sempre più spesso con elementi flessibili, come i sistemi di piantumazione modulari che possono essere combinati in modi diversi a seconda della stagione, dell’uso o delle condizioni meteorologiche. Anche in questo caso, le risorse di base – acqua, suolo, luce – vengono condivise e ridistribuite per svolgere il maggior numero di funzioni possibili. La città diventa un laboratorio per l’uso condiviso, un banco di prova per la resilienza urbana.

Naturalmente, ci sono differenze tra i sistemi digitali e quelli reali. Mentre le reti neurali si sostituiscono in frazioni di secondo, le infrastrutture urbane sono spesso più lente. Ma i principi sono trasferibili: Chi condivide le risorse può utilizzarle in modo più efficiente, promuovere l’innovazione e reagire più rapidamente ai cambiamenti. La condivisione del peso non è quindi solo un concetto tecnico, ma un invito agli urbanisti e agli architetti del paesaggio a ripensare la loro disciplina.

La meccanica tecnica incontra la pratica urbana: come funziona davvero la ripartizione dei pesi?

Per comprendere il potenziale della ripartizione dei pesi per lo sviluppo urbano, vale la pena dare un’occhiata alla meccanica tecnica. Le reti neurali sono costituite da strati in cui le informazioni vengono elaborate e ponderate. Nella condivisione dei pesi, alcuni pesi non vengono calcolati individualmente per ogni connessione, ma vengono utilizzati come parametri comuni. L’esempio più noto è quello delle reti convoluzionali, utilizzate nell’elaborazione delle immagini. In questo caso, un filtro – tecnicamente un kernel – analizza l’immagine in ingresso e cerca modelli ricorrenti. Gli stessi pesi sono utilizzati in posizioni diverse, il che consente di riconoscere le strutture indipendentemente dalla loro posizione.

Questa architettura presenta diversi vantaggi. In primo luogo, le risorse necessarie sono ridotte al minimo. Una rete con condivisione dei pesi richiede uno spazio di archiviazione e una potenza di calcolo notevolmente inferiori rispetto a una rete con pesi individuali per ogni connessione. In secondo luogo, la rete diventa più robusta contro l’adattamento eccessivo, perché non memorizza ogni dettaglio ma estrae i modelli importanti. In terzo luogo, consente un adattamento più rapido a nuovi compiti, poiché i pesi condivisi contengono già informazioni generalizzate.

Il trasferimento di questi meccanismi alla pianificazione urbana apre possibilità affascinanti. Invece di considerare ogni strada, parco o edificio come un’entità completamente isolata, si possono condividere principi e risorse. Ad esempio, gli assi di mobilità potrebbero essere utilizzati non solo per il traffico automobilistico, ma anche per i collegamenti ciclabili e pedonali. I serbatoi per l’acqua piovana non servono solo come infrastruttura tecnica, ma anche come elementi di design per gli spazi pubblici. Le ponderazioni – in senso figurato, le priorità e le capacità – sono adattate e condivise in modo flessibile.

Un altro dettaglio tecnico è la questione del controllo. Nelle reti neurali, le ponderazioni vengono regolate attraverso l’addestramento, cioè attraverso l’analisi di molti esempi e l’ottimizzazione verso un obiettivo. Nella pianificazione urbana, ciò potrebbe significare che le aree e le infrastrutture vengono testate e adattate in modo iterativo, ad esempio attraverso simulazioni, progetti pilota o processi di pianificazione partecipativa. Le risorse condivise vengono messe a punto finché non funzionano in modo ottimale per le esigenze degli utenti.

Naturalmente, la città rimane un sistema più complesso di una rete artificiale. Ci sono più attori, più obiettivi in conflitto, più fattori imponderabili. Ma il principio di base rimane lo stesso: Se si condividono le risorse e le si adatta in modo flessibile, si può ottenere di più con meno sforzo. La condivisione del peso è quindi un principio tecnico che può ispirare e trasformare la pratica urbana – a condizione che i pianificatori siano disposti ad aprire la scatola nera e a imparare dall’IA.

Opportunità, rischi e malintesi: Cosa significa realmente la ripartizione dei pesi per la pianificazione urbana

L’entusiasmo per la condivisione dei pesi è giustificato, ma come per ogni innovazione, ci sono anche degli aspetti negativi. Un equivoco comune è quello di confondere la ripartizione dei pesi con l’egualitarismo. In realtà, il principio garantisce una maggiore diversità e adattabilità. Permette di utilizzare le risorse dove portano i maggiori benefici, e non secondo il principio dell’annaffiatoio. Nella pianificazione urbana, ciò significa che elementi standardizzati come arredi modulari o infrastrutture adattive non devono portare all’uniformità, ma possono sostenere le caratteristiche locali.

Un altro rischio riguarda il controllo e la governance. Chi decide come e dove condividere le risorse? Nelle reti artificiali è la formazione ad assumersi questo compito, controllata da obiettivi e dati. Nella pratica urbana, la situazione è più complessa. Qui si devono negoziare interessi politici, sociali ed economici. C’è il rischio che le risorse centrali siano dominate da singoli attori o che l’accesso alle infrastrutture condivise sia distribuito in modo diseguale. Processi trasparenti e modelli partecipativi sono quindi essenziali.

Un problema spesso sottovalutato è quello della robustezza. Le reti artificiali possono diventare più efficienti grazie alla condivisione del peso, ma sono anche suscettibili di interruzioni strutturali. Se un elemento condiviso si guasta o viene manipolato, l’intero sistema può risentirne. Per la pianificazione urbana, ciò significa che ridondanze, sistemi di backup e strutture flessibili sono essenziali per garantire la stabilità.

Anche la trasferibilità del concetto ha i suoi limiti. Non tutte le risorse possono essere condivise a piacimento. Ci sono barriere fisiche, ecologiche e sociali che devono essere prese in considerazione. Un parco non può essere semplicemente duplicato, una rete elettrica non può essere estesa all’infinito. In questo caso è necessaria la creatività: come progettare i principi di condivisione in modo che rendano giustizia alle condizioni locali e non rimangano solo sogni digitali?

Infine, rimane la questione del potenziale innovativo. La condivisione del peso non è una panacea, ma è un potente strumento nella cassetta degli attrezzi dello sviluppo urbano. Sfida i pianificatori a esaminare modi di pensare già noti e ad aprire nuovi orizzonti. Chi raccoglie questa sfida può creare città non solo più efficienti, ma anche più vivibili e sostenibili. Ma questo richiede coraggio, volontà di sperimentare e disponibilità a imparare dall’intelligenza artificiale.

Prospettive: Perché la città di domani ha bisogno della condivisione del peso

La città di domani deve affrontare sfide enormi. Il cambiamento climatico, la scarsità di spazio, i cambiamenti demografici e la trasformazione digitale richiedono nuove soluzioni. La condivisione dei pesi offre un progetto stimolante in tal senso. Dimostra come le risorse possano essere distribuite in modo efficiente, flessibile e adattivo, non secondo regole rigide, ma in base alle esigenze e al contesto. Trasferendo questo principio ai sistemi urbani, non solo si può fare un uso migliore dello spazio, dell’energia e delle infrastrutture, ma anche promuovere l’innovazione e migliorare la qualità della vita.

In Germania, Austria e Svizzera, in particolare, esiste un grande potenziale per l’applicazione dei principi di condivisione dei pesi. Le città di questa regione sono caratterizzate da un’elevata qualità della pianificazione, da istituzioni forti e da una spiccata cultura dell’innovazione. Allo stesso tempo, le sfide sono enormi: dalla transizione energetica a quella dei trasporti e alla digitalizzazione dell’amministrazione. In questo caso, le reti artificiali possono fungere da modello per la condivisione delle risorse e la creazione di sinergie.

È fondamentale che la condivisione del peso non sia adottata alla cieca, ma adattata alle condizioni specifiche della pratica urbana. Ciò include processi decisionali trasparenti, modelli partecipativi e una cultura aperta all’errore. Le città devono essere pronte a sperimentare, imparare ed evolvere costantemente, proprio come una rete neurale in allenamento. Solo in questo modo è possibile realizzare veramente il potenziale.

Allo stesso tempo, è importante non sottovalutare i rischi. Le innovazioni tecniche possono rafforzare le disuguaglianze esistenti se non vengono gestite con attenzione. La condivisione delle risorse non deve portare all’esclusione o allo svantaggio di alcuni gruppi. La politica, l’amministrazione e la società civile sono ugualmente chiamate a creare condizioni quadro che garantiscano equità, trasparenza e sostenibilità.

Alla fine, c’è una consapevolezza: le città di maggior successo del futuro non saranno quelle che fanno tutto da sole, ma quelle che condividono le risorse, mettono in rete le conoscenze e imparano insieme. La condivisione del peso non è solo un concetto tecnico. È un’attitudine – e forse lo strumento più importante sulla strada verso la città sostenibile, resiliente e vibrante di domani.

In sintesi: la ripartizione dei pesi è molto più di un trucco tecnico delle reti artificiali. È un principio che può cambiare radicalmente il modo in cui pensiamo, progettiamo e utilizziamo le risorse urbane. Se gli urbanisti, gli architetti del paesaggio e i responsabili delle decisioni sono disposti a imparare dalla logica dell’IA, possono creare città non solo più efficienti, ma anche più eque e sostenibili. Il futuro della città è condiviso: chi condivide, vince.

Giardino del futuro Bergkamen / Lünen „Paesaggio in movimento“ – risultati del concorso

Casa-mia

Articolo pubblicitario Articolo parallattico

Al centro dell‘Esposizione Internazionale dei Giardini – IGA – 2027 Ruhr ci sono cinque grandi giardini espositivi: i Giardini del Futuro. L’IGA ha organizzato quattro concorsi di progettazione internazionali e interdisciplinari per trovare progetti per questi giardini. Il primo premio per il giardino del futuro di Bergkamen / Lünen „Landscape in Motion“ è andato a GREENBOX Landschaftsarchitekten Hubertus Schäfer + Markus Pieper PartG mbH, Colonia. La prof.ssa Martina Oldengott, corresponsabile dell’IGA Ruhr, presenta qui i risultati del concorso.

Questo giardino del futuro è uno dei due siti espositivi che non richiedono l’iscrizione. La sua grande attrattiva risiede nella posizione tra il paesaggio culturale della Lippe e il canale Datteln-Hamm, caratterizzato dalle miniere e dall’industria del carbone e dell’acciaio. Con il deposito di scorie „Großes Holz“, il parco romano di Oberaden, il porto turistico di Rünthe e la città acquatica di Aden, dispone già di un’interessante gamma di strutture ricreative e per il tempo libero. Questa qualità speciale ad alta densità deve diventare la base per un ulteriore sviluppo in una destinazione turistica di importanza sovraregionale.

Il concetto di „Paesaggio in movimento“ si rivolge ai giovanisportivi e alle famiglie con un’elevata richiesta di sostenibilità. Il tempo libero e l’esercizio fisico in campagna come parte di una vita sana e felice sono al centro dell’attenzione. Quasi tutti i progetti presentati offrono aree sperimentali o laboratori all’aperto per il giardinaggio comunitario vicino a casa. I formati di comunicazione digitale sono utilizzati per fare rete e scoprire di più su ciò che il giardino del futuro ha da offrire. Una sfida particolare è stata quella di incorporare la scienza forense nel giardino del futuro.

La riunione della giuria per il concorso „Paesaggio in movimento“ del Giardino del futuro di Bergkamen / Lünen si è svolta il 10 marzo 2021 e la procedura VgV è iniziata. Gli incontri di negoziazione, a cui sono stati invitati i tre vincitori, sono previsti per la metà di maggio 2021.

Ecco i tre progetti vincitori:

1° premio: GREENBOX Landscape Architects

Gli autori del primo premio, GREENBOX Landschaftsarchitekten, hanno sviluppato un tema centrale convincente con„meraviglie della valle“ nella sottozona di Lünen e „mondi montani“ nel deposito di scorie di Bergkamen, proponendo spazi aperti su prato con strutture per il gioco e l‘avventura nel Victoriapark di Lünen e spazi tranquilli per l’esperienza naturalistica in un parco-bosco sciolto e simile a un boschetto a Bergkamen. Un Talrund a Lünen e un Bergrund a Bergkamen assumono le funzioni proposte come mezze cime e permettono di vivere a volo d’uccello l’emozionante paesaggio culturale tra la pianura alluvionale della Lippe e il canale Datteln-Hamm.

Il Lünener Talrund e l‘area di accoglienza, posizionata in modo coerente rispetto al centro cittadino, creano un collegamento con la città di Lünen. Una varietà di attività fisiche e sportive nell‘„Adenschlucht„, sull‘„Adengrat“ e sull‚“Adengipfel“ attirerà i sempre più importanti appassionati di outdoor e i trendsetter sostenibili, gli expeditioner. Con una varietà di toni delicati nei prati erbosi e nei boschi, è stata raggiunta un’offerta ben equilibrata per la contemplazione e la ricreazione attiva. I motivi della montagna e della valle promettono un’attraente storia di avventura e sono facili da promuovere dal punto di vista turistico.

Gli autori del secondo premio, Atelier Loidl, hanno formulato il motto„Thrill and Chill“ per il loro lavoro e vedono le attività del tempo libero del futuro nel campo della tensione tra questi due poli di eccitazione/esperienza e relax/ricreazione. In questo concordano con il vincitore del primo premio, ma interpretano il loro concetto in modo molto più espressivo. In questo contesto, hanno creato un canyon monumentale come area di arrampicata, una pista di pompaggio e un circuito per bici da corsa a Bergkamen e un maxi parco giochi con una linea di scorie a Lünen. Gli scaffali dei campeggi vi invitano a pernottare. Prati sensibili di erbe e graminacee formano uno sfondo delicato e creano il carattere di un paesaggio di brughiera.

Gli autori del terzo premio, hutterreimann Landschaftsarchitekten, paragonano la loro idea centrale a un elastico teso e rilassato che unisce il parco cittadino„Viktoriaborn“ sul lato di Lünen con il Langen Holz sul cumulo di scorie di Bergkamen. A Lünen, il nastro teso di sentieri si dissolve in vibrazioni e crea aree ricreative e di gioco all ‚aperto emozionanti e attraenti. Anche il percorso teso sul cumulo di scorie di Berkamen crea caratteri spaziali attraenti. Viene fatta una chiara distinzione tra aree di attività permanenti e qualità di esperienza temporanea. Dal percorso circolare che collega le due parti del Future Garden, si diramano sentieri che conducono all’interno del parco e all’area circostante, in modo che il futuro Future Garden appaia ben collegato al paesaggio urbano e culturale circostante.

Per saperne di più sugli altri Giardini del Futuro dell’IGA Ruhr 2027, cliccate qui.

La prof.ssa Martina Oldengott è architetto del paesaggio e storica dell’arte. Nel 2020 è stata nominata dalla Emschergenossenschaft nella società di implementazione dell’Esposizione Internazionale di Giardini Ruhr Metropolis 2027. Ricopre una posizione di primo piano ed è responsabile dei contenuti tecnici dell’IGA 2027.

Pelle – bella, ma sensibile

Casa-mia
Gli oggetti storici realizzati in pelle - dalle rilegature dei libri alle valigie - richiedono un clima speciale e cure delicate per preservare la loro bellezza. Foto: Abel Marquez, via: Unsplash

Gli oggetti storici realizzati in pelle - dalle rilegature dei libri alle valigie - richiedono un clima speciale e cure delicate per preservare la loro bellezza.
Foto: Abel Marquez, via: Unsplash

La pelle è uno dei materiali più antichi e versatili conosciuti dall’umanità. È stata utilizzata per migliaia di anni, inizialmente soprattutto per l’abbigliamento e la protezione, in seguito per mobili, rilegature di libri, borse e oggetti artigianali decorati. Quasi nessun altro materiale combina in modo così naturale robustezza ed eleganza.

Ma l’impressione è ingannevole: la pelle è molto più sensibile di quanto sembri a prima vista. I musei e gli archivi che conservano oggetti storici di valore in pelle devono affrontare la sfida di preservare un materiale organico che reagisce all’ambiente. L’umidità, la secchezza, la luce o una cura inadeguata possono alterare la pelle in modo permanente. Alcuni danni sono difficilmente reversibili: ecco perché la protezione preventiva è una priorità.

Anche dopo la concia, la pelle rimane un materiale „vivo“ che subisce processi chimici e fisici. Questi processi dipendono dall’ambiente:

  • Secchezza: se l’umidità scende troppo, la pelle perde la sua flessibilità. Diventa fragile, si rompe sotto carico e può sviluppare crepe irreparabili.
  • Umidità elevata: le muffe trovano un clima ideale a partire da un’umidità relativa del 65% circa. I funghi attaccano la struttura della pelle, distruggono le fibre e lasciano macchie.
  • Luce e raggi UV: la luce del sole e i raggi UV artificiali causano perdita di colore, ingiallimento o macchie. La superficie diventa visivamente poco attraente e si indebolisce in profondità.
  • Stress meccanico: se gli oggetti sono conservati in modo scorretto, si formano segni di pressione, pieghe o deformazioni. Un paio di scarpe storiche può perdere la sua forma in modo permanente, un divano in pelle può sviluppare impronte profonde.

L’invecchiamento della pelle non è quindi solo una questione di tempo, ma soprattutto di condizioni ambientali.

Nella vita di tutti i giorni, la cura della pelle è solitamente considerata una questione di olio o grasso giusto. Tuttavia, i musei hanno dimostrato che questi metodi possono causare più danni che benefici. I grassi per la pelle modificano la composizione chimica, lasciano residui o addirittura favoriscono la formazione di muffe. I conservatori adottano quindi un approccio diverso: meno interventi possibili, ma massima stabilità grazie al controllo ambientale.

I metodi collaudati includono

  • Pulizia delicata: la polvere viene rimossa con cura con un panno morbido o una spazzola. Raramente si utilizzano detergenti liquidi per evitare di danneggiare la superficie.
  • Controllo del clima: invece di „curare“ la pelle, mantenere stabili la temperatura e l’umidità. Un clima equilibrato impedisce la fragilità e la formazione di muffe.
  • Riparazioni reversibili: le crepe o le aree fragili vengono sostenute dall’interno, ad esempio con carta giapponese o adesivi speciali che possono essere rimossi se necessario.
  • Stoccaggio ottimizzato: gli oggetti in pelle vengono conservati su supporti o in imbottiture perfettamente adattate. In questo modo si preserva la forma senza causare segni di pressione.

Il principio è: meno sostanze vengono applicate alla pelle, meglio si conservano le sue proprietà originali.

La teoria è particolarmente chiara nella pratica:

  • Una sella da equitazione storica del XIX secolo non viene rigenerata, ma semplicemente ripulita dalla polvere e stabilizzata con materiale di supporto nelle aree più deboli.
  • Un divano in pelle degli anni Venti non viene riverniciato. Viene invece protetto dalla luce diretta del sole e collocato in una stanza con umidità costante.
  • Un paio di scarpe storiche vengono collocate in supporti appositamente realizzati. In questo modo si preserva la loro forma senza stressare la delicata superficie della pelle.

Questi esempi lo dimostrano: Restaurare non significa far apparire la pelle „come nuova“. L’obiettivo è piuttosto quello di preservare il più possibile il materiale originale.

Molte strategie di conservazione professionale possono essere trasferite alla vita quotidiana. Se possedete oggetti in pelle, potete fare molto per conservarli da soli:

  • Umidità: 45-55% è l’ideale. L’aria troppo secca rende il cuoio fragile, quella troppo umida favorisce la formazione di muffe.
  • Temperatura: 18-20 °C è l’ideale. Vanno evitate soprattutto le oscillazioni, che stressano il materiale.
  • Protezione dalla luce: la luce diretta del sole o la luce artificiale intensa sbiancano la pelle. Sono preferibili luoghi ombreggiati o poco illuminati.
  • Conservazione: la pelle deve essere conservata in un ambiente traspirante, cioè non in pellicole di plastica, ma in scatole di cartone o su supporti morbidi. In questo modo si evitano segni di pressione o deformazioni.

Queste regole non valgono solo per i musei, ma anche per le collezioni private, come vecchie borse, manoscritti o mobili rivestiti in pelle.

Il restauro della pelle trae sempre più vantaggio dalle analisi scientifiche. Le moderne tecnologie consentono di ottenere informazioni senza mettere a dura prova il materiale stesso:

  • La microscopia mostra in dettaglio la struttura delle fibre e rende visibile anche il più piccolo danno.
  • I sensori misurano la temperatura e l’umidità nelle vetrine o nei depositi. In questo modo è possibile controllare con precisione il clima.
  • La documentazione digitale, che utilizza fotografie ad alta risoluzione e scansioni 3D, permette di seguire i cambiamenti nel corso degli anni e di avviare tempestivamente le contromisure.

Grazie a questi metodi, la pelle non è solo protetta, ma anche meglio compresa: un prerequisito per la conservazione a lungo termine.

La pelle è un materiale naturale affascinante: versatile, estetico e ricco di storia. Ma la sua bellezza è fragile. Mentre nella vita di tutti i giorni si utilizzano prodotti per la cura come oli o lucidanti, l’esperienza dei musei dimostra che i metodi più sobri sono più sostenibili. La spolveratura, la conservazione delicata e un ambiente controllato sono le chiavi per la conservazione. In questo modo, la pelle non viene preservata solo come materiale, ma anche come manufatto culturale. Ogni borsa, ogni copertina o ogni paio di scarpe racconta una storia. Conservare queste storie significa trattare la pelle con rispetto e cura. Una minore cura può spesso significare una maggiore protezione.

L’uomo post-postmoderno

Casa-mia

Nell’editoriale di B9, Alexander Gutzmer parlava dell'“uomo post-postmoderno involontariamente sempre pubblico“, che vive „tra pareti sottili“ secondo Peter Sloterdijk. Ho dovuto inghiottire questa semantica, così ho messo da parte la rivista dopo aver letto il primo articolo. Lì, in relazione a „Teepee“, il „villaggio indiano“ berlinese e a „Cuvry“, un ben più chiaro „agglomerato simile a un villaggio sul suolo urbano“ – noto anche come „slum“ nel tedesco moderno – si parlava, tra l’altro, di „progetti di favela“ e „tendopoli sociali“ tra „povertà e visione alternativa“. Ne è seguita una breve comunicazione via e-mail, al termine della quale il signor Gutzmer mi ha chiesto se volessi scrivere un post sul blog al riguardo.

Questo è stato fatto:

Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano che insegna a Berlino-Weißensee, descrive anche l’odierno „uomo post-postmoderno“ come intrappolato in un „gioco di ruote“ di „mancanza di alternative“ con cui l'“homo economicus“ è sedotto dal „potere che conserva il sistema“. Egli critica la „fine della storia“ di Francis Fukuyama nell'“autosfruttamento volontario“ – e naturalmente lo stesso Flagellarius. Intrappolato per sempre nella valle dei senza tetto e, sempre più spesso, senza speranza – o almeno così sembra.

L'“uomo post-postmoderno“ – e – la „modernità“ in sé come epoca dominata dall’Europa/Occidente e la scuola di pensiero ad essa associata viene così presentata anche da una persona del Sud-Est asiatico come opprimente – e come „senza alternative“.

1989 – il vecchio ordine mondiale è crollato dopo la Seconda guerra mondiale. Almeno la casa sul lato orientale della cortina di ferro è crollata. L’Europa sembrava ancora una volta risorgere dalle rovine. Nel 2001 sono crollate molte altre case.

„Il mezzo è il messaggio“ diceva Marshall McLuhan nei „Canali magici“ sulla trasmissione delle notizie in quello che chiamava il „Villaggio globale“. Nel 2014, oltre il 52% delle persone vive in città. È ancora un „villaggio globale“? E cosa spinge gli „autodidatti“ verso le città?

Quando ho lavorato in Cina tra la fine del 2011 e l’aprile del 2012, sapevo dell’enorme bolla immobiliare in corso. Ho dovuto sviluppare personalmente 2,2 chilometri quadrati di nuova città e mediare tra partner cinesi e tedeschi. Anche il partito era a conoscenza della potenza esplosiva della bolla. 64 milioni di unità abitative di nuova costruzione sfitte (maggio 2011), innumerevoli trilioni di metri quadrati di uffici e spazi commerciali: La gente sapeva dei pericoli. Sapevano anche della strana dipendenza che Mike Davis chiama „dipendenza perversa“ della ricchezza cinese dal deficit commerciale estero degli Stati Uniti.

Il 12° Piano quinquennale della Repubblica Popolare Cinese, presentato nella primavera del 2011, è praticamente il concetto politico-economico più visionario di una grande potenza in oltre 30 anni. Si sapeva del pericolo che l’enorme povertà dello Stato feudale, di fatto pre-rivoluzionario, cioè precedente al 1949, avrebbe potuto distruggere il Regno di Mezzo. Chiunque abbia studiato la storia cinese e la „memoria collettiva“ sa cosa significa.

Erano necessarie misure drastiche. Una dura battaglia – tra Pechino e le province e nella stessa Pechino. Il „Guangxi“ – il sistema cinese di negoziazione – di „gratitudine“ – finisce naturalmente in una massiccia corruzione e „favoritismo“, come tutto in tempi come questi.

Ma nel 2011 era chiaro: la direzione verso un maggiore „equilibrio sociale“ – questo doveva essere chiaramente stabilito nel piano. „Cambiamento, progresso, felicità e verde“ e frasi come: „Lo sviluppo economico serve fondamentalmente alla felicità delle persone“. – Questi principi dovevano essere attuati con il massimo rigore, anche di fronte a un’opposizione influente. Molti quadri di successo hanno dovuto fare i conti con la crisi.

1,34 miliardi di persone non sono un’impresa da poco.

La stampa cinese ha parlato della bolla di sapone e dei pericoli che essa comporta. Anche il numero crescente di procedimenti anticorruzione è stato commentato. Ci sono stati programmi come „Crossover“ sulla CCTV, che si sono occupati del modo più intelligente per „stimolare l’economia“ nella vita quotidiana attraverso sistemi di ricompensa.

Quando Bo Xilai, sindaco di Chungquing (la città più grande del mondo con 32 milioni di abitanti) è stato rovesciato, si è parlato di un colpo di Stato. „Quüquü“ – l’equivalente cinese di „Facebook“ e un forum per centinaia di milioni di „microblogger“ – è stato parzialmente bloccato.

Poiché utilizzavamo questa piattaforma per tutti gli scambi di dati in ufficio, i miei colleghi erano piuttosto irritati. Leggendo le notizie del web occidentale, mi sono presto reso conto che più dei miei colleghi erano stati bloccati „per motivi di sicurezza interna“. Tuttavia, tutto è presto tornato alla normalità. Anche lo spazio aereo sopra Hangzhou non fu quasi mai riempito da manovre a bassa quota, come di solito accadeva nel caso delle schermaglie israelo-iraniane dell’epoca.

Quando nel marzo 2012 ho tenuto una conferenza a Düsseldorf con la VHS e la Società per l’amicizia tedesco-cinese sul tema „Il boom della Cina – impero senza centro o verso un processo di civilizzazione sostenibile?“, la seconda conferenza sullo stesso tema prevista per l’estate è stata successivamente cancellata.

Naturalmente, avevo messo in discussione la concezione occidentale della democrazia – l’esclusività della terminologia della „modernità“, che si esprime anche nell’uso odierno del termine „post-postmodernità“. Quali meccanismi di controllo esistono ancora nella „casa europea“, nella „casa occidentale“? Dov’è la volontà individuale e la „Volonté generale“?

Nel 2014 l’Europa è nuovamente attraversata da una spaccatura.

La „casa europea“ appare da tempo più che fatiscente – una casa con molte crepe nei suoi muri. Queste crepe sono gravi e non sembra esserci alcun interesse per la riparazione e il rinnovamento. Entrambe le parti accusano l’altra di costruire muri.

Paradossalmente, il nuovo confine è stato spostato molto più a est. La Germania si trova ora più nell'“entroterra“ e non è uno „Stato di prima linea della Guerra Fredda 2.01_“. Nel 2014, anche il potere dei BRICS sta aumentando, con la Cina al centro – ma anche quello dell’India, con quasi altrettante persone.

I rappresentanti del primo „postmodernismo“ – in personam Jean Beaudrillard una volta hanno sostenuto che la prima guerra del Golfo non ha nemmeno avuto luogo nel 1991. Una tesi interessante, ma anche molto fuorviante – mentre il nostro collega Paul Virilio ha scritto „Guerra e televisione“ e ha così condotto un meraviglioso autoesperimento di fronte ai „bombardamenti clinici“. „Bombardamenti clinici“ che nascondono la morte di massa dei civili. Un fatto che Virilio, da persona che ha studiato i bunker della Normandia come archetipi, rende giustizia nella sua descrizione di questa guerra come una „piccola guerra del terzo mondo“. „Il mezzo è il messaggio“. La televisione allora, il WWW oggi.

Cosa succede alla realtà costruita della „città globale“?

Dopo aver vissuto e lavorato nella „metropoli economica“ indiana di Mumbai per diversi mesi nel 2013, ho visto un trailer della CNN durante uno scalo a Dhaka per visitare la famiglia più a est, nel delta del Gange del Bengala orientale, che parlava del „potenziale di investimento dell’India con la sua nuova classe media di 300 milioni di persone“. Si promette denaro rapido per gli investitori: il risultato sono affari immobiliari senza infrastrutture urbane.

A Mumbai e dintorni, 6 milioni dei circa 20 milioni di abitanti vivono da anni in „agglomerati simili a villaggi su terreni urbani“, cioè in „posizioni immobiliari privilegiate“. Di conseguenza, molti vengono „buttati fuori“ dalle loro baraccopoli ogni giorno.

È una situazione simile a quella di Kabul, ad esempio, dove nel 2009/10 ho gestito un progetto di riqualificazione delle baraccopoli nel centro storico della città.La città con la crescita più rapida dell’Asia centrale – dove sono affluiti miliardi di denaro dei contribuenti per „pacificare“ un Paese di cui l’Occidente non aveva la minima idea – dalla popolazione e da „strategie sostenibili di pacificazione“. La volontà di pacificare davvero il Paese non c’era.

Ma perché, nonostante tutto, sempre più persone si trasferiscono in queste megalopoli? Sono tutte persone „autoingannate“?

La forza delle dimensioni supera la capacità dell'“uomo post-postmoderno“. Tuttavia, non abbiamo altra scelta se non quella di trovare il modo di smorzare queste dinamiche sfrenate.

La „coscienza post-postmoderna“ è dunque sopraffatta dalla realtà della „città globale“? E si sta chiudendo in spazi dalle pareti sempre più sottili?

Il disinteresse del 40+% per la „cosa pubblica“ – cioè i „non votanti scontenti“ – viene poi etichettato come „non rappresentativo“ negli „studi elettorali“. (Si veda la conclusione qui sotto sullo „studio elettorale“ per le elezioni federali del 2013 a Düsseldorf). Come in Sassonia, dove quasi la metà dei cittadini non ha votato. Questa metà della popolazione è quindi „socialmente non rappresentativa“?

„Segregazione sociale“ nella „città post-fordista“, per usare le parole di Hartmut Häußermann – una mancanza di capacità di integrazione e inclusione che tende a oscurare questi fatti usando una „semantica post-postmoderna“? Cosa sta succedendo all’idea di città – la nostra città come spazio di vita sociale – la città (centro)europea?

La definizione occidentale „post-postmoderna“ di „democrazia“ è l’unica valida o deve accettare che non può (o non può più) soddisfare i bisogni della maggioranza delle persone? Le „pari opportunità“ e altri termini che tendono a schiacciarsi tra „austerità“ e neoliberismo per la maggioranza degli „homines oeconomices“ nei campi di battaglia dei „mercati“ non sono forse molto più espressione di un „romanticismo sociale senza alternative“? E l'“Occidente“ e l'“Oriente“ sono in grado di realizzare una cooperazione pacifica alla fine dell'“era post-postmoderna“ che caratterizza al massimo il 50% dell’epoca?

Tuttavia, ho incontrato molte persone incredibilmente intelligenti, orgogliose e molto libere nelle baraccopoli. Tuttavia, non si dovrebbe sorvolare sulle „condizioni di vita senza alternative“ in cui queste persone sono costrette con tanta leggerezza con la „semantica post-postmoderna“.

Al massimo l’1-2% riesce a sfuggire alla sporcizia. E le lotte più dure per la distribuzione si svolgono lì, sul campo. Raramente si può parlare di „progetti di vita autodeterminati“ a lungo termine.

Questo „romanticismo sociale“ è usato per mantenere le persone lì. Come „eredi europei del modernismo“, dovremmo essere più interessati alla massima trasparenza possibile – nel senso del Padiglione di Barcellona di Mies, per esempio. Non in una velata superficialità, ma in senso ideale e materiale – formalmente e sensualmente.

Alla „fine della storia“, che è anche un inizio – alla fine dello „scontro di civiltà“ e delle sue „guerre al terrore“ sempre più inasprite – forse all’inizio dell’era dell'“arcaismo strutturato“, che forse è solo un’epoca intermedia, ma certamente copre più di un neologismo come „post-postmodernismo“, dovremmo pensare a come ricostruire e sviluppare la „città globale“. E su come possa diventare uno spazio di vita sano.

In definitiva, l’obiettivo dovrebbe essere quello di ristrutturare i sistemi. Ciò richiede la messa in discussione delle idee tradizionali e superate. Il „post-postmodernismo“ è qualcosa di simile. La ricostruzione e l’ulteriore sviluppo possono avvenire solo da più parti. Non con i rifiuti di facciata che rattoppano le crepe solo da un lato e vogliono sempre regolare la responsabilità di altre crepe puntando il dito contro altri.

Proprio per questo il termine „post-postmodernismo“, nella sua pretesa occidentale di unica rappresentazione, descrive qualcosa che non può durare a lungo – una costruzione molto sottile – forse sempre più nell’esclusione di molti argomenti – una „casa di bugie“, come gli Einstürzende Neubauten chiamavano il loro grandioso album del 1989? (Anche la canzone che dà il titolo all’album ha un piano in questa casa per architetti).

In ogni caso, questo strano costrutto semantico deve essere ampliato, come forse l’intero concetto di architettura. Date le circostanze, la questione di dove stiamo andando – verso il „pianeta delle baraccopoli“, come dice il sociologo urbano di Los Angeles Mike Davis riferendosi all’importante studio Habitat 2003 delle Nazioni Unite e a molti altri rapporti – o verso il „trionfo della città“, come dice euforicamente l’economista urbano di Harvard Edward Glaeser, in realtà è già stata decisa.

E – „l’uomo post-postmoderno“ farebbe bene a cominciare finalmente a riflettere se il „concetto di democrazia“ funziona ancora davvero a casa sua. Allora saremmo finalmente un passo più vicini alla „frenetica stasi“ dell’acqua cheta, per citare ancora una volta un’immagine di Paul Virilio.

I tempi sono davvero maturi per fornire all'“uomo post-postmoderno“ un partner che gli dimostri che la sua opposizione incondizionata non lo porterà lontano.Alla fine brillante di una storia che richiede anche l’inizio di una nuova.

Foto: Stefan Frischauf