Architettura paesaggistica sostenibile in Lituania

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Architettura paesaggistica sostenibile al Sanctum Retreat in Lituania: la moderna architettura in legno si integra armoniosamente nel bosco esistente. Foto: Leonas Garbačauskas via v2com
Architettura paesaggistica sostenibile al Sanctum Retreat in Lituania: la moderna architettura in legno si integra armoniosamente nel bosco esistente. Foto: Leonas Garbačauskas via v2com

Oggi un rifugio moderno deve offrire molto di più che un semplice impatto estetico. Deve favorire il rallentamento dei ritmi, consentire di vivere a pieno la natura e, al contempo, interagire in modo responsabile con i paesaggi esistenti. È proprio su questo punto che si concentra il Sanctum Nature Therapy Retreat, nella regione di Vilnius. Il progetto, ideato dallo studio di architettura lituano arches, dimostra in modo impressionante come l’architettura paesaggistica sostenibile e l’architettura contemporanea in legno si fondano tra loro, stabilendo nuovi standard per i concetti edilizi a contatto con la natura.

L’architettura come parte del paesaggio

Anziché dominare il paesaggio, il Sanctum Retreat si inserisce armoniosamente nel bosco esistente. Gli edifici sono stati posizionati consapevolmente seguendo la topografia naturale e rispettando il patrimonio arboreo esistente. Questo principio progettuale è un esempio lampante di come l’architettura paesaggistica moderna riesca a coniugare responsabilità ecologica e qualità architettonica.

Il complesso è costituito da un edificio principale centrale e da sette case per gli ospiti indipendenti, distribuite tra gli alberi. In questo modo si creano rifugi privati senza interrompere la continuità del bosco. Sentieri, aree di sosta e spazi aperti sono stati progettati in modo tale che i visitatori possano vivere intensamente la natura in ogni stagione.

L’architettura paesaggistica sostenibile come filo conduttore

Al centro del progetto vi è un approccio rispettoso della natura esistente. Già nella fase iniziale di progettazione si è prestata attenzione a intervenire il meno possibile sull’ecosistema esistente. Anziché ricorrere a lavori di sterro su larga scala o a modifiche artificiali del terreno, l’architettura si è orientata coerentemente alle condizioni naturali.

Questo approccio sta acquisendo sempre maggiore importanza anche nel settore del giardinaggio e dell’architettura del paesaggio. Oggi, una progettazione a contatto con la natura non significa più solo piantare arbusti autoctoni, ma anche preservare la vegetazione esistente, promuovere la biodiversità e sviluppare spazi aperti duraturi con un intervento minimo sui processi naturali.

Il Sanctum Retreat dimostra che l’architettura paesaggistica sostenibile non si basa sulla rinuncia, ma su una progettazione intelligente e su un approccio rispettoso del contesto esistente.

L’architettura in legno incontra i materiali moderni

Una componente essenziale del progetto è l’uso sistematico di materiali da costruzione sostenibili. La struttura portante è interamente realizzata in legno lamellare incrociato (CLT), un moderno sistema in legno massiccio che, grazie al suo eccellente bilancio di CO₂, viene sempre più utilizzato nell’edilizia sostenibile.

Le facciate combinano il legno di pino trattato con Kebony e rivestimenti in rame. Entrambi i materiali invecchiano in modo naturale e sviluppano nel tempo una patina caratteristica. In questo modo, l’aspetto degli edifici si trasforma armoniosamente con l’ambiente circostante – un principio fondamentale dell’architettura paesaggistica contemporanea.

All’interno, le superfici in legno, i pavimenti in calcestruzzo levigato e le ampie vetrate proseguono il dialogo tra architettura e natura. Le grandi finestre aprono la vista sul bosco e fanno della luce naturale un elemento caratterizzante del design.

La terapia naturale come concetto architettonico

Sempre più studi dimostrano l’effetto positivo degli ambienti naturali sulla salute e sul benessere. Il Sanctum Retreat fa proprio questo知見 e lo traduce in un concetto spaziale.

L’edificio principale ospita undici camere per gli ospiti, sale da pranzo comuni, una sala per eventi e diverse aree benessere. A queste si aggiungono sette capanne forestali indipendenti, che creano volutamente una distanza dalla vita quotidiana e offrono spazio per la tranquillità, la meditazione e il riposo.

L’architettura non è fine a se stessa, ma funge da cornice per vivere la natura. I confini tra spazio interno ed esterno si sfumano, consentendo ai visitatori di vivere il bosco come parte integrante del proprio soggiorno.

Spunti per il giardinaggio e la progettazione paesaggistica moderni

Il progetto offre numerosi spunti anche ai progettisti nel settore del giardinaggio e dell’architettura del paesaggio. Risulta particolarmente evidente come sia possibile sviluppare spazi aperti senza modificare radicalmente i paesaggi esistenti.

Tra i principi progettuali più importanti figurano:

  • Conservazione della vegetazione esistente anziché disboscamenti su larga scala.
  • Adeguamento degli edifici alle strutture naturali del terreno.
  • Utilizzo di materiali durevoli e sostenibili.
  • Creazione di aree ricreative a contatto con la natura che garantiscano un’elevata qualità della permanenza.
  • Integrazione di architettura e paesaggio per un’esperienza olistica.

Questo approccio è in linea con gli attuali requisiti in materia di progettazione di spazi aperti resilienti al clima e di sviluppo paesaggistico sostenibile.

Quattro anni di progettazione per un’esperienza olistica a contatto con la natura

Dall’idea iniziale al completamento sono trascorsi complessivamente quattro anni. Questo lungo periodo di sviluppo evidenzia l’elevato livello di ambizione progettuale del progetto. Architettura, paesaggio e destinazione d’uso non sono stati considerati separatamente, ma sviluppati come un sistema coerente.

Il risultato è ben più di un semplice hotel o centro benessere. Sanctum si propone come luogo di rallentamento, in cui l’architettura integra la natura senza sostituirla.

Il Sanctum Nature Therapy Retreat dimostra in modo impressionante quale potenziale si celi in un’architettura paesaggistica coerentemente sostenibile. Grazie al rapporto sensibile con il bosco, all’impiego di moderne tecnologie di costruzione in legno e a un’architettura che si integra consapevolmente nell’ambiente circostante, nasce un rifugio di straordinaria qualità.

Per gli architetti paesaggisti, i progettisti e tutti coloro che si occupano di progettazione sostenibile degli spazi aperti, il progetto fornisce preziosi spunti per il futuro dell’edilizia. Dimostra che un’architettura di alto livello e una natura intatta non sono in contrasto, ma possono rafforzarsi a vicenda se la progettazione e il paesaggio vengono concepiti in armonia.

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Verde di facciata: miele sul tetto, verdure fuori dalla finestra

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Foto: Moyan Brenn

Il nuovo programma di Parigi per il miglioramento del clima urbano si basa sulle facciate verdi.

Parigi ha adottato un ambizioso programma di rinverdimento. Entro il 2020 saranno installati un milione di metri quadrati di tetti e facciate verdi, creati 30 ettari di nuovi spazi verdi e piantati 20.000 nuovi alberi.

La particolarità del concetto è che un terzo delle facciate verdi è riservato al giardinaggio urbano. Ogni scuola avrà un orto o un giardino e ci sarà un apiario urbano. L’amministrazione comunale vuole dimostrare che l’agricoltura urbana è possibile. Nell’ambito del progetto „Du vert près de chez moi“ („Il verde vicino a me“), i cittadini di Parigi hanno potuto dire la loro. Un terzo di loro si è espresso a favore delle facciate verdi.

200.000 metri quadrati di tetti e facciate verdi saranno installati sugli edifici comunali. Il verde deve essere automaticamente incorporato nel progetto di costruzione di ogni nuovo edificio comunale. Una sfida quando si tratta di facciate storiche, con conseguenze di vasta portata per la tutela dei monumenti.

Parigi utilizza il progetto anche per combattere l’effetto isola di calore urbana. Nella calda estate del 2003, ad esempio, la temperatura notturna di Parigi era di otto gradi superiore a quella dell’area circostante. Il programma di rinverdimento mira a creare un clima urbano migliore. Uno studio del Karlsruhe Institute of Technology (KIT)del 2014 aveva già dimostratol‘effetto positivo del verde di facciata, ad esempio , sulla pulizia dell’aria .

Oltre al programma di rinverdimento, è attualmente in discussione anche un sistema di zonizzazione dell’acqua piovana. I proprietari di immobili sarebbero obbligati a trattenere parte della pioggia, ad esempio rinverdendo i tetti.

La „Light House Amsterdam“ nell’innovativa area di sviluppo urbano Centrumeiland, ad Amsterdam, è unedificio residenziale che reinterpreta radicalmente i concetti architettonici classici. Progettato da Studioninedots, l’edificio non è una struttura compatta, ma un paesaggio verticale di volumi sovrappostiCentroVolumeInvolucro edilizioLuceLuce e movimento. La dissoluzione delle strutture residenziali classiche crea un concetto architettonico che ridefinisce apertura, intimità e flessibilità.

Una casa che non solo si adatta ai suoi abitanti, ma cresce con loro.

Modulo, griglia e sistema: cos’è il design sistemico?

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Piante verdi su una recinzione di cemento bianco in un contesto urbano, fotografate da Danist Soh

Design sistemico: sembra una teoria grigia e polverosi seminari universitari. In realtà, è la sala macchine segreta dell’architettura: qui moduli, griglie e sistemi non solo sono amati, ma vengono utilizzati senza pietà. Il design sistemico trasforma le singole parti in futuro e mette ordine nel caos creativo. Ma cosa distingue un sistema da un semplice kit di costruzione? E perché è necessario un ripensamento radicale in questo momento?

  • Il design sistemico definisce l’architettura attraverso moduli, griglie e sistemi modulari, al di là dei classici progetti individuali.
  • Germania, Austria e Svizzera stanno riscoprendo il potenziale degli approcci sistemici, spinti dalla digitalizzazione, dalla sostenibilità e dalla scarsità di risorse.
  • Gli strumenti digitali, l’intelligenza artificiale e la progettazione parametrica stanno rivoluzionando i metodi di progettazione, aprendo allo stesso tempo nuove libertà e dipendenze.
  • L’edilizia sistemica promette soluzioni per gli obiettivi climatici, l’economia circolare e l’efficienza dei costi, ma nasconde anche i rischi della standardizzazione e dell’impoverimento della progettazione.
  • Le competenze tecniche sono indispensabili: chi vuole progettare in modo sistemico deve conoscere le interfacce, la produzione, il diritto edilizio e lo scambio di dati.
  • Il dibattito sulla costruzione sistemica è vecchio come la modernità, ma si sta rivitalizzando nel contesto dell’economia delle piattaforme e dell’architettura open source.
  • La progettazione sistemica è stata a lungo uno standard nel discorso globale – nel DACH, l’industria è in bilico tra sperimentazione e tradizione.
  • La sfida più grande: quanta libertà può tollerare il sistema? E quanto sistema può tollerare la libertà?

Sistema, griglia, modulo: Una vecchia idea in una nuova veste

Il design sistemico non è figlio della digitalizzazione, ma è un classico del modernismo e forse è il più sottovalutato dei cambiamenti nella cassetta degli attrezzi dell’architettura contemporanea. Già Mies van der Rohe, Le Corbusier e Konrad Wachsmann elevarono la progettazione in sistemi e moduli a disciplina. Allora si trattava di razionalizzazione, costruzione su scala industriale e democratizzazione dell’architettura per una società in crescita. Oggi le sfide sono diverse, ma gli argomenti sono sorprendentemente simili: si tratta di velocità, conservazione delle risorse, precisione e – ancora – efficienza dei costi.

Alla base c’è l’idea di trascendere il singolo oggetto e di lavorare invece con componenti ricorrenti, griglie chiare e interfacce logiche. Sembra un gioco di Lego, ma è più complesso: non si tratta di una banale standardizzazione, ma della capacità di creare soluzioni personalizzate con moduli variabili. L’architettura diventa una composizione orchestrata di parti che possono essere combinate, impilate, scambiate e riciclate. La griglia non è un corsetto, ma una matrice di possibilità.

In Germania, Austria e Svizzera, la progettazione sistemica è stata a lungo un argomento di nicchia per i costruttori di case prefabbricate, i visionari dei grattacieli e le università sperimentali. Tuttavia, con le sfide attuali – carenza di alloggi, cambiamento climatico, carenza di manodopera qualificata – il tema si sta spostando al centro del dibattito. L’edilizia sistemica sta diventando un’ancora di salvezza, ma anche un motivo di contesa. Alcuni la celebrano come la soluzione a tutti i problemi edilizi, mentre altri avvertono una mancanza di progettazione e di uniformità.

Ciò che da tempo è di uso comune nel mondo anglosassone – scuole modulari, ospedali, grattacieli – è ancora oggetto di discussione, regolamentazione e sperimentazione nei Paesi di lingua tedesca. Lo scetticismo è grande, ma lo è anche il potenziale: chi oggi padroneggia i sistemi modulari può costruire più velocemente, in modo più sostenibile e più flessibile. L’unica domanda è: chi può giocare? E chi stabilisce le regole?

Alla fine, non resta che dirlo: Il design sistemico non è una tendenza, ma un atteggiamento. È un tentativo di trasformare la complessità dell’edilizia in un ordine gestibile, senza sacrificare la qualità architettonica. Chi ci riesce non ha solo progettato un sistema, ma ha inventato una nuova architettura.

Digitalizzazione e IA: dalla griglia all’algoritmo

La digitalizzazione sta gettando benzina sul fuoco della progettazione sistemica. Ciò che un tempo veniva pianificato faticosamente con righello, carta da lucido e calcolatrice, oggi viene creato come modello parametrico nel cloud. CAD, BIM, progettazione generativa: gli strumenti sono cambiati radicalmente, i principi restano gli stessi. Tuttavia, la velocità e la precisione con cui oggi si sviluppano, variano e ottimizzano i progetti sistemici vanno oltre l’immaginazione delle generazioni precedenti. Il progetto diventa un database, il modulo un file, la griglia un algoritmo.

Gli strumenti di progettazione supportati dall’intelligenza artificiale analizzano le varianti e calcolano in pochi secondi ciò che prima richiedeva settimane. Riconoscono il potenziale di ottimizzazione, avvertono delle collisioni, simulano il consumo di materiale e a volte suggeriscono anche soluzioni progettuali a cui nessun essere umano avrebbe pensato. Sembra fantascienza, ma è da tempo una realtà negli uffici internazionali. In Germania, invece, si discute ancora molto se il BIM debba essere davvero obbligatorio per tutti i progetti. Nel frattempo, start-up, investitori e gruppi industriali stanno sperimentando piattaforme digitalizzate per la costruzione di sistemi, dalla progettazione al montaggio.

La digitalizzazione consente una complessità senza precedenti, riducendo al contempo le fonti di errore. I moduli possono essere adattati automaticamente, le griglie possono essere variate all’infinito e le interfacce possono essere monitorate digitalmente. L’intero processo, dalla progettazione alla produzione e all’assemblaggio, diventa una catena di dati continua. Questo garantisce l’efficienza, ma comporta anche nuovi rischi: Chi controlla gli strumenti? Chi controlla i dati? E cosa succede quando l’algoritmo diventa il progettista segreto?

Un’altra promessa della digitalizzazione è la democratizzazione della progettazione sistemica. Librerie open source, piattaforme collaborative e mercati digitali consentono di sviluppare, condividere e perfezionare i sistemi insieme. Sembra un’intelligenza da sciame creativo, ma produce anche una proliferazione di sottosistemi incompatibili che spesso falliscono all’interfaccia. Alla fine, non è l’idea migliore che conta, ma l’ecosistema più solido.

La grande domanda rimane: La digitalizzazione risolve i vecchi problemi della costruzione di sistemi o ne crea di nuovi? Gli architetti che oggi si affidano all’IA e ai sistemi parametrici devono essere in grado di fare di più che produrre bei rendering. Hanno bisogno di competenze sui dati, di una comprensione dei processi e di una visione critica dei propri strumenti. Altrimenti, il sistema diventa fine a se stesso e il progettista diventa l’operatore.

Sostenibilità e ciclo: la costruzione di sistemi come necessità ecologica?

Il design sistemico sta celebrando il suo ritorno non (solo) per ragioni estetiche, ma perché la realtà ecologica non lascia alternative. Gli obiettivi climatici di Parigi, la tassonomia dell’UE, la legge tedesca sull’energia degli edifici: tutti richiedono una trasformazione radicale dell’industria delle costruzioni. Le parole magiche sono: economia circolare, efficienza delle risorse, decostruibilità. Tutto questo è alla base della progettazione sistemica, almeno in teoria.

I sistemi modulari permettono di smontare gli edifici, riutilizzare i componenti e separare i materiali per tipologia. Chi pensa a una griglia non progetta solo per l’uso iniziale, ma anche per la conversione, l’ampliamento e la demolizione. Sembra un’ovvietà, ma in pratica è una sfida: le interfacce devono essere definite, i flussi di materiali tracciabili e le catene di fornitura trasparenti. Questo dimostra quanto la sostenibilità e il pensiero sistemico siano profondamente legati – o falliscano.

Sulla carta, Germania, Austria e Svizzera sono pionieri dell’edilizia sostenibile. In pratica, però, l’approccio sistemico rimane spesso frammentario. Gli ostacoli normativi sono troppo forti, le certificazioni troppo varie e i cicli di innovazione del settore troppo brevi. Ci sono progetti faro, ma nessuna trasformazione a livello nazionale. Se si vuole costruire in modo sistemico e sostenibile, bisogna essere pronti a mettere in discussione gli standard consolidati e a creare nuove partnership, con produttori, progettisti e utenti.

Le grandi promesse di sostenibilità dell’edilizia sistemica dipendono dall’implementazione tecnica. Passaporti dei materiali, gemelli digitali, impronte di carbonio: tutto questo deve essere considerato fin dall’inizio. Se non lo si fa, tutto ciò che si finisce per produrre è una nuova architettura usa e getta in una veste di sistema intelligente. La sfida è enorme: come si possono combinare modularità e circolarità senza sacrificare gli standard di progettazione?

Alla fine, il design sistemico diventa una cartina di tornasole per la credibilità dell’industria. Se si punta seriamente alla sostenibilità, non si può prescindere da soluzioni modulari e decostruibili. Tuttavia, il sistema deve essere abbastanza flessibile da consentire il cambiamento e abbastanza robusto da durare per decenni. Non si tratta di una sfida tecnica, ma culturale.

Competenza, controllo, creatività: ciò che i professionisti devono sapere oggi

La progettazione sistemica non è una cosa scontata, ma richiede una profonda competenza tecnica e creativa. Chi lavora con moduli, griglie e sistemi deve essere in grado di fare qualcosa di più della classica progettazione. Si tratta di gestione delle interfacce, logica di produzione, modellazione digitale, condizioni quadro legali e, non ultimo, controllo dei processi. L’architetto diventa il moderatore di un’orchestra complessa, spesso interdisciplinare, e deve mantenere il controllo.

Oggi il BIM e la progettazione parametrica sono obbligatori, non opzionali. Chi non padroneggia questi strumenti perde rapidamente il controllo delle varianti, delle verifiche delle collisioni e del controllo dei costi. Allo stesso tempo, la costruzione di sistemi richiede una comprensione della produzione industriale, dei processi di assemblaggio e della garanzia di qualità. La classica immagine del lupo solitario e creativo ha fatto il suo tempo: sono necessarie la capacità di lavorare in gruppo, spiccate doti di comunicazione e una dose di umiltà di fronte alla complessità.

Anche il quadro giuridico è un campo minato: chi è responsabile se un modulo fallisce? Come si regolano le questioni di responsabilità quando un sistema è composto da componenti di produttori diversi? Come vengono documentate le interfacce, come vengono successivamente integrate le richieste di modifica? Sono necessari nuovi modelli contrattuali, nuovi standard e, soprattutto, un dialogo aperto tra tutte le parti coinvolte.

La sfida più grande, tuttavia, risiede nell’area creativa: come si può creare un’architettura individuale, specifica per il sito e capace di creare identità, nonostante la griglia e il sistema? Come si può progettare il sistema in modo così aperto da consentire la diversità e l’innovazione, senza finire nell’arbitrio? Ciò richiede uno spirito pionieristico, la volontà di sperimentare e talvolta una dose di resistenza alla presunta razionalità del sistema.

Se si vuole progettare in modo sistemico, bisogna essere pronti a continuare a imparare. Le innovazioni tecniche arrivano più velocemente di quanto i programmi di studio vengano adattati. Il discorso globale è in corso e la prossima generazione esige nuove risposte. Chiunque voglia sopravvivere come professionista oggi ha bisogno di una cosa sopra ogni altra, oltre alle conoscenze specialistiche: la capacità di ripensare costantemente i sistemi.

Dibattito e visione: tra blocchi e cultura costruttiva

Il design sistemico è un campo pieno di contraddizioni, ed è proprio per questo che è così stimolante. Da un lato ci sono i sostenitori della modularità radicale che vedono nell’architettura a piattaforma, nei componenti open source e nei sistemi modulari digitali la soluzione a tutti i problemi di costruzione. Dall’altra parte ci sono coloro che evocano il pericolo dell’uniformità, dell’impoverimento del design e della commercializzazione dell’architettura. Il dibattito è vecchio, ma viene portato avanti con nuovo vigore alla luce della crisi climatica, della digitalizzazione e della scarsità di risorse.

In Germania, Austria e Svizzera la diffidenza nei confronti della costruzione sistematica è profondamente radicata. I peccati edilizi del modernismo del dopoguerra sono troppo presenti, la paura di perdere la cultura e l’identità edilizia è troppo grande. Ciononostante, cresce il numero di progetti che dimostrano come sistema e qualità non siano necessariamente una contraddizione in termini: grattacieli realizzati con moduli in legno, edifici scolastici basati sul principio plug-and-play, ridensificazione urbana con edifici residenziali seriali. L’industria è alle prese con la domanda: quanta standardizzazione è necessaria e quanta libertà è possibile?

In un contesto globale, la progettazione sistemica fa da tempo parte della vita quotidiana. In Asia, interi quartieri vengono costruiti con un sistema modulare; in Scandinavia, gli edifici modulari in legno stanno diventando un successo per le esportazioni; nel Regno Unito e negli Stati Uniti, gli investitori si affidano a modelli a piattaforma per l’edilizia residenziale. La regione DACH è in ritardo, sperimenta, regolamenta e cerca le proprie risposte. Forse non è un male: il dibattito sulla cultura edilizia, sull’identità e sul contesto è più intenso qui che altrove.

Ci sono molte idee visionarie: Architettura open source, piattaforme circolari di materiali da costruzione, progetti di sistemi ottimizzati dall’intelligenza artificiale, strumenti di progettazione partecipativa per gli utenti. La domanda è quanto di tutto ciò si tradurrà effettivamente in realtà edilizia e quanto rimarrà nel laboratorio di innovazione. Il fattore decisivo sarà la possibilità di combinare il meglio dei due mondi: l’efficienza del sistema e la qualità della cultura edilizia. Se ci si concentra solo sull’uno, si perde l’altro.

Alla fine, ci si rende conto che la progettazione sistemica non è una panacea, ma nemmeno uno spettro. È uno strumento e, come ogni strumento, dipende da come lo si usa. Chi lo padroneggia può ottenere grandi risultati. Chi ne fa un uso improprio produce architetture intercambiabili. La scelta è nostra.

Conclusione: la progettazione sistemica è un atteggiamento, non un metodo

Moduli, griglie e sistemi non sono nuovi idoli, ma strumenti per un’architettura all’altezza delle sfide del presente. La progettazione sistemica richiede disciplina, creatività e coraggio di cambiare. Non è un sostituto della cultura edilizia, ma il suo ulteriore sviluppo – aperto, adattivo e critico. L’architettura del futuro non sarà meno individuale, ma piuttosto diversamente individuale: caratterizzata da sistemi intelligenti, moduli flessibili e una nuova responsabilità nei confronti delle risorse, del clima e della società. Chi agisce ora non solo riprogetterà gli edifici, ma anche le regole del gioco edilizio. La domanda sul sistema è stata posta – e la risposta sta nella progettazione stessa.

Tra la pianta di fagioli e l’imbuto

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Festival internazionale del giardino a Reford Gardens, Canada

Sono stati annunciati i partecipanti al 17° Festival internazionale dei giardini di Reford/Jardins de métis. Una giuria di cinque membri ha selezionato cinque installazioni di giardini tra 203 proposte provenienti da 31 Paesi.

I progetti vincitori:

Le caveau, Christian Poules, Basilea, Svizzera

Circondati da quattro pareti di gabbioni, i visitatori sono immersi in un mondo di luci e ombre. L’installazione minimalista gioca con la materia e la luce, permettendo alle persone di ritrovarsi e di sognare. Allo stesso tempo, le pareti piene di pietra vogliono essere una tela per la natura. Christian Poules, architetto e paesaggista, è noto in Svizzera per le sue installazioni artistiche e sculture poetiche che giocano con i fenomeni naturali e i sensi umani.

Carbone, Coache Lacaille Paysagistes, Nantes, Francia

Questa installazione raffigura il ciclo di vita di un albero e fa quindi riferimento all’atto del giardinaggio. Come in un esploso, lo spettatore vede le radici di un albero abbattuto, il tronco diviso in sezioni, blocchi di legno lavorati e infine pezzi di arredamento al posto della chioma. Un giovane alberello completa il ciclo. Gli architetti paesaggisti Maxime Coache, Victor Lacaille e Luc Dallanora vedono il giardiniere come una forza riparatrice della natura, in grado di sanare l’intervento distruttivo dell’uomo.

Ciclope, Craig Chapelle, Phoenix, USA

258 parti in legno e due anelli in acciaio sono l’elemento centrale di Cyclops. L’installazione galleggia come un imbuto nel mezzo di una foresta, dirigendo l’attenzione del visitatore al centro dell’installazione verso le cime degli alberi. Allo stesso tempo, i visitatori devono percepire le forze necessarie per far galleggiare l’imbuto di legno e trovare così un nuovo rapporto con l’energia nell’ambiente. Craig Chapple ha studiato architettura all’Università di Yale e da allora produce disegni, dipinti e sculture tra architettura e arte.

La maison de Jacques, Romy Brosseau, Rosemarie Faille-Faubert, Émilie Gagné-Loranger, Quebec, Canada

Ispirandosi al classico per bambini Jack e la pianta di fagioli, Romy Brosseau, Rosemarie Faille-Faubert e Émilie Gagné-Loranger creeranno un labirinto di fagioli in crescita che invita a giocare a nascondino. I semi saranno piantati a maggio e il labirinto produrrà fiori alla fine di luglio e successivamente frutti che i visitatori potranno mangiare. I tre canadesi si sono conosciuti durante i loro studi all’Università del Quebec. Con questo progetto esplorano la sensazione di intimità negli spazi naturali e artificiali.

TüLT, SRCW, Winnipeg, Canada

Il Canada è anche la terra del campeggio. Questa installazione offre quindi ai visitatori diverse piccole tende che possono essere utilizzate e modificate. Ciascuna delle tende gialle può essere capovolta per rivelare una nuova prospettiva e un nuovo percorso. Il gruppo di tende deve assomigliare a un banco di pesci o a uno stormo di uccelli, individuali eppure appartenenti l’uno all’altro. Il colore giallo brillante delle strutture luminose vuole contrastare con il verde dell’ambiente circostante e il blu del cielo. Sean Radford e Chris Wiebe di SRCW lavorano come designer e architetti a Winnipeg e spesso utilizzano oggetti familiari come sculture.

Dress Up!, Ran Hwang, Sangmok Kim, Sungwoo Kim, Shin Hee Park, Seoul, Corea

Questo progetto ha ricevuto un riconoscimento speciale e sarà presentato come un’installazione da giardino separata.

L’International Garden Festival è uno dei principali eventi di giardinaggio del Nord America. Dal suo lancio nel 2000, sono stati esposti oltre 150 progetti di giardini e sculture paesaggistiche. I cinque nuovi giardini saranno esposti dal 23 giugno al 2 ottobre 2016. I Giardini Reford sono stati creati tra il 1926 e il 1958 da Elsie Reford nel Quebec orientale e sono oggi un’attrazione per il pubblico.

Il tempo delle vacanze equivale al tempo di lavoro?

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Sempre più studenti e studentesse fanno buon uso delle vacanze estive e preferiscono un lavoro in vacanza a una vacanza al mare. Non solo possono utilizzare il lavoro delle vacanze per ricaricare il conto in banca, ma possono anche fare esperienza pratica e avere l’opportunità di iniziare o riorientarsi professionalmente. Anche le aziende di scalpellini possono trarne vantaggio, ad esempio per ammortizzare i colli di bottiglia durante il periodo delle vacanze. L’azienda ha anche l’opportunità di far interessare alunni e studenti alla propria azienda e di assumere un apprendista o un laureato esperto per un periodo successivo. Tuttavia, prima di firmare lo stage o il contratto a breve termine, è necessario tenere conto dei principali requisiti legali relativi al lavoro in vacanza.

Innanzitutto, è necessario chiarire chi può fornire quanta parte del proprio lavoro durante le vacanze. In linea di principio, i giovani di età pari o superiore a 15 anni sono autorizzati a lavorare in un’attività commerciale durante le vacanze, ma per un massimo di quattro settimane e per circa 35-40 ore alla settimana. I giovani di età superiore ai 15 anni possono lavorare a tempo pieno durante le vacanze, ma per un massimo di quattro settimane all’anno e per non più di otto ore al giorno e un massimo di 40 ore alla settimana. Gli alunni e gli studenti di età superiore ai 18 anni possono lavorare di più durante le vacanze. Per garantire che il lavoro durante le vacanze rimanga esente da contributi sociali, possono lavorare per un massimo di tre mesi o per un massimo di 70 giorni lavorativi alla volta durante le vacanze.

Lo stage

Una delle forme di impiego più diffuse per fare pratica e familiarizzare con un nuovo settore è lo stage. Da gennaio 2015, gli stage sono generalmente soggetti alla normativa secondo cui gli studenti di età superiore ai 18 anni o che hanno già completato la formazione professionale devono ricevere il salario minimo di 8,50 euro. Si distingue tra stage obbligatorio e volontario: Se uno stage obbligatorio viene svolto nell’ambito di un corso di studi o di formazione, lo stagista non ha diritto al salario minimo – la durata dello stage è irrilevante. Nel caso di uno stage volontario, lo stagista ha diritto al salario minimo, a condizione che la sua durata sia superiore a tre mesi.

Il mini-lavoro

Se il lavoratore in vacanza è assunto come mini-lavoratore, guadagna 450 euro al mese e non può superare questo limite. In questo caso, i lavoratori non devono pagare i contributi sociali e possono quindi guadagnare un reddito aggiuntivo senza dover pagare tasse e contributi. Il datore di lavoro, invece, deve pagare un’imposta forfettaria fino al 30% del salario lordo. Tuttavia, questa forma di lavoro marginale non è soggetta a limiti di tempo e può essere svolta regolarmente.

Occupazione a breve termine

Come suggerisce il nome, questo tipo di impiego è temporaneo. Ciò significa che gli alunni o gli studenti non lavorano per più di tre mesi (se lavorano almeno cinque giorni a settimana) o 70 giorni lavorativi (se lavorano meno di cinque giorni a settimana) in un anno solare. In questo caso, tuttavia, il datore di lavoro ha dei vantaggi economici, in quanto non deve versare contributi previdenziali per nessuna delle due parti. Ciò significa che il datore di lavoro non deve pagare i contributi alle assicurazioni pensionistiche, sanitarie e di assistenza a lungo termine – non importa quanto guadagna il dipendente.

Informazioni legali dettagliate ed esempi di calcolo sono disponibili sul sito web del Centro Minijob o dell‘Unione degli Studenti.

Quartiere creativo 2.0 per il nord di Monaco di Baviera

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La città di Monaco di Baviera sta pianificando una revisione generale della zona nord della città. L’area commerciale e industriale sul Frankfurter Ring deve diventare più bella. Più bella significa: più verde, migliori condizioni di traffico per pedoni e ciclisti, ma anche più grattacieli. Il progetto deve essere modellato sul quartiere creativo di Leonrodplatz a Monaco di Baviera, ma senza gentrificazione, per favore.

Non è passato molto tempo da quando MVRDV ha vinto il Premio DAM 2021 con il suo„WERK12“ – i vincitori sono stati annunciati a gennaio. L’edificio, con la sua facciata espressiva e l’altissimo valore di riconoscimento, è sinonimo di flessibilità: MVRDV ha progettato un edificio che potesse ospitare non solo un asilo ma anche un nightclub.

WERK12 si trova al centro del Werksviertel-Mitte di Monaco, l’ex stabilimento Pfanni nella parte orientale della capitale bavarese. L’area, adiacente alla stazione ferroviaria di Ostbahnhof, si è fatta un nome negli ultimi anni grazie a una grande varietà di progetti. Per esempio, c’è WERK3, sul cui tetto si trova un grande giardino per la scuola alpina del Werkviertel. Su una superficie di 2.500 metri quadrati, c’è spazio sufficiente per un prato con fiori ed erbe selvatiche, letti rialzati, un alveare e un albergo per formiche. Ma il vero pezzo forte è il fienile: sul tetto vivono galline e pecore. Garten+Landschaft ha riferito in G+L 05/18 che il progetto, sostenuto dalla Fondazione Baywa e dalla Fondazione Otto Eckart, mira a insegnare a bambini e ragazzi come utilizzare la natura con parsimonia e a sviluppare una consapevolezza della sostenibilità e delle questioni ambientali. Al tempo stesso, costituisce un esempio per la creazione di altri spazi verdi in città. Mostra come le città possano funzionare in modo più ecologico.

Degno di nota è anche il Container Collective, una cosiddetta „città pop-up“ su 500 metri quadrati. Il collettivo costruisce – il nome dice tutto – la propria città con i container, proprio come piace a lui. Diversi usi, come vendita al dettaglio, artigianato, servizi, catering ed eventi, attirano i residenti di Monaco da tutte le parti della città. Nel mezzo di un’atmosfera creativa e rinfrescante e imperfetta, i visitatori possono cogliere una ventata di sottocultura che non si trova in ogni angolo di Monaco.

Il quartiere creativo che sorge sul sito dell’ex caserma Luitpold, vicino a Leonrodplatz, ha ambizioni simili. Il sito si estende su una superficie di circa 20 ettari e si trova nei quartieri di Neuhausen-Nymphenburg e Schwabing-West. Utenti provvisori della scena artistica e culturale si sono insediati nell’ex sito industriale e di caserma. Con l’aiuto di una strategia di sviluppo basata sul processo, gli utenti stanno svolgendo un ruolo chiave nel plasmare il quartiere.

Gli architetti berlinesi Teleinternetcafe e Treibhaus Landschaftsarchitekten hanno vinto il concorso di idee urbanistiche per il quartiere creativo nel 2012. Hanno suddiviso l’area in quattro sottoquartieri: Creative Park, Creative Platform, Creative Field e Creative Lab. Sebbene siano interconnessi, si sviluppano in modo indipendente l’uno dall’altro. Oltre agli usi culturali, creativi, sociali e commerciali, sono stati creati oltre 800 appartamenti, una scuola e spazi aperti pubblici. (G+L ha parlato del quartiere creativo qui e qui).

Gli sforzi della città e degli immobiliaristi per creare quartieri urbani vivaci e attraenti sembrano funzionare. Tanto bene, infatti, che Monaco sta pensando di applicare la ricetta ad altri quartieri: Il prossimo è il Frankfurter Ring, nella zona nord di Monaco, che verrà completamente rinnovato.

Chiunque si sia recato nella zona nord di Monaco, per esempio alla ricerca di un negozio di bricolage nell’Euro-Industriepark, sa che l’area intorno al Frankfurter Ring non è esattamente ricca di fascino. Il Dogmagkpark e il corridoio verde in direzione del Petuelpark sono punti luminosi, ma per il resto c’è soprattutto: molte BMW, molti uffici, molte industrie, pochi ristoranti. La fiorente vita di quartiere si svolge più a sud.

Questo è esattamente ciò che sta per cambiare: Verrà creato un concetto di sviluppo per una striscia commerciale lunga cinque chilometri. La decisione è stata presa dal comitato di pianificazione del Comune di Monaco di Baviera a metà aprile 2021, con l’elaborazione di un piano quadro da parte del Dipartimento di pianificazione urbana e regolamenti edilizi. L’obiettivo è quello di preservare la zona commerciale, ma anche di attrezzarla per il futuro. I piani prevedono edifici per uffici più alti (fino a 80 metri!), migliori collegamenti (con particolare attenzione agli spostamenti a piedi, in bicicletta e con i mezzi pubblici) e un’attenzione particolare agli spazi verdi, sia nuovi che esistenti. Come riportato da Rathaus Umschau, i piani per Monaco sono „paragonabili al quartiere creativo di Leonrodplatz e al suo „carattere di officina““. La striscia commerciale diventerà un progetto modello per una nuova coesistenza di spazi industriali e uffici.

Il quotidiano Abendzeitung München riporta che il piano di sviluppo non dovrebbe portare alla gentrificazione, secondo la consigliera comunale SPD Simone Burger. Il nord di Monaco dovrebbe rimanere un luogo per i commercianti. Ma è proprio la vicinanza alle attività commerciali che rende l’area ideale per i club e la scena creativa – dopo tutto, entrambi devono fare i conti con le lamentele per il rumore. Purtroppo, la mancanza di intenzioni dietro un nuovo piano di sviluppo non ha mai impedito la gentrificazione. Sebbene il nord di Monaco – in particolare l’area intorno al Frankfurter Ring – avrebbe bisogno di un po‘ di amore, non bisogna dimenticare che sempre più abitanti di Monaco vengono spinti fuori dalla città e verso la periferia.

Il prossimo passo sarà il lavoro del dipartimento di pianificazione. L’assessore all’Urbanistica Elisabeth Merk si aspetta che una bozza del piano quadro sia disponibile entro il 2022. Dovrebbe essere pronto in circa due anni.

Il limone è un motivo popolare nell'arte, spesso raffigurato da artisti come Bartolomeo Bimbi (1648-1729). Foto: Von Sailko - Opera propria, CC BY-SA 3.0, via: Wikimedia Commons
Il limone è un motivo popolare nell'arte, spesso raffigurato da artisti come Bartolomeo Bimbi (1648-1729). Foto: Von Sailko - Opera propria, CC BY-SA 3.0, via: Wikimedia Commons

Il limone è da secoli un motivo presente in diversi contesti storico-artistici. Tra colori vivaci, simbolismo complesso e presenza quotidiana, il limone si è trasformato in un motivo pittorico a più livelli. Il suo viaggio nella storia dell’arte racconta il lusso, la transitorietà e il desiderio di guardare più da vicino.

Anche se sembra piccolo e poco appariscente, il limone ha una straordinaria presenza visiva. Il suo colore intenso, la buccia ruvida e il contrasto tra la freschezza acida e la bellezza decorativa lo hanno reso attraente per i pittori per secoli. Nell’arte, raramente appare per caso, ma viene inserito deliberatamente nel quadro, come richiamo visivo o come portatore di un significato più profondo. Gli agrumi venivano coltivati nella regione mediterranea già nell’antichità, ma per l’Europa centrale acquistarono importanza a partire dal tardo Medioevo e dal Rinascimento grazie al commercio e alla cultura dei giardini di corte. Per molto tempo sono stati considerati una preziosa importazione e una rara prelibatezza, segno di ricchezza e gusto cosmopolita. Questa carica culturale caratterizza anche il loro uso artistico: ciò che oggi sembra comune, un tempo era esclusivo – ed è proprio questo che li rendeva così affascinanti.

Rinascimento e Barocco: sensualità e status

Nella pittura rinascimentale e barocca la frutta ha un ruolo centrale, soprattutto nelle nature morte. Un esempio particolarmente noto è la „Natura morta con limoni, arance e rose“ di Francisco de Zurbarán del 1633. La disposizione rigorosamente composta in tre gruppi di oggetti chiaramente separati e la luce tenue conferiscono agli oggetti raffigurati una presenza quasi spirituale. In questo caso, il limone consente sia un’interpretazione formale – come studio della luce, della materialità e della superficie – sia una simbolica, che nella ricerca si estende alle interpretazioni mariane. Il motivo era popolare anche in Italia e nei Paesi Bassi. Gli artisti utilizzavano la superficie del frutto per dimostrare la loro abilità artigianale: I riflessi della luce, i pori della pelle e le ombre sottili offrivano le condizioni ideali per il virtuosismo pittorico. Allo stesso tempo, c’era sempre un riferimento alla ricchezza, al piacere esotico e al gusto coltivato.

Nature morte olandesi: La transitorietà nei dettagli

Nel XVII secolo, i Paesi Bassi svilupparono una propria tradizione di nature morte, in cui gli agrumi giocavano un ruolo speciale. Pittori come Willem Kalf o Jan Davidsz. de Heem integrarono frutta tagliata, vetri preziosi e spezie esotiche in composizioni opulente. Il limone appare spesso mezzo sbucciato o tagliato: un motivo che sottolinea la transitorietà, l’ambivalenza dei piaceri sensuali e il passaggio dalla freschezza alla decadenza. Queste cosiddette nature morte vanitas ci ricordano che la ricchezza e il piacere hanno vita breve. La frutta diventa un promemoria silenzioso: per quanto appaia fresca e luminosa, il suo decadimento è inevitabile. È proprio questo contrasto tra bellezza e finitezza a rendere il motivo così efficace.

Modernismo: colore e vita quotidiana

Con il passaggio al modernismo, cambiò anche la visione degli oggetti quotidiani. Artisti come Édouard Manet e Paul Cézanne abbandonarono sempre più il tradizionale sovraccarico simbolico a favore di esperimenti formali e colorati. Nel piccolo dipinto di Manet „Le Citron“ (1880), un singolo limone è al centro di una composizione ridotta: Il colore brillante e la pennellata sciolta e impastata servono a esplorare gli effetti del colore, della luce e della superficie piuttosto che una complessa allegoria. Cézanne, invece, utilizzava gli agrumi insieme a mele e arance per esplorare il volume, il peso e le relazioni spaziali. Le sue nature morte con frutta appaiono costruite e allo stesso tempo vivaci – un passo decisivo verso la concezione moderna del quadro, in cui la costruzione della forma diventa più importante del simbolismo narrativo.

Cubismo e astrazione: la scomposizione di un motivo

Nel XX secolo il motivo è stato ulteriormente ridotto e reinterpretato. Pablo Picasso utilizza la frutta in diverse nature morte cubiste, tra cui i limoni, che nelle opere dei primi anni Venti, insieme a una chitarra e a stoviglie, diventano parte di una struttura di linee, superfici e prospettive spezzate. Qui il limone perde la sua forma naturalistica e viene integrato in un sistema astratto di ordine. Il frutto non serve più a creare l’illusione della realtà, ma come elemento formale all’interno di una complessa struttura pittorica. Ciononostante, rimane riconoscibile – un’indicazione di quanto questo motivo sia profondamente ancorato nella memoria visiva collettiva.

Arte contemporanea: tra concetto e ironia

Il limone compare ripetutamente anche nell’arte contemporanea, spesso con una sfumatura ironica o concettuale. La fotografia, l’installazione e la performance riprendono oggetti di uso quotidiano per porre domande sul consumo, la percezione e il significato. Il frutto viene deliberatamente messo in scena in modo banale o collocato in contesti insoliti, ad esempio come oggetto seriale o come accentuato tocco di colore. È proprio perché è così familiare che si presta a rifrazioni artistiche. La sua lunga tradizione storica dell’arte risuona sempre, anche quando sembra essere solo accidentale.
Dalle nature morte barocche alle installazioni contemporanee, possiamo vedere quanto questo motivo sia mutevole e duraturo. Il limone unisce sensualità e simbolismo, vita quotidiana e storia dell’arte. È la prova che anche cose apparentemente semplici possono diventare portatrici di complessi significati culturali e che l’arte spesso inizia dove meno ce lo si aspetta.

L’eredità sostenibile dei Giochi Olimpici del 2024: l’architettura in legno

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Il legno è al centro della scena come materiale da costruzione per i nuovi edifici dei Giochi Olimpici di Parigi 2024. Fonte dell'immagine: CIO - Unità di produzione dei Giochi Olimpici

Il legno è al centro della scena come materiale da costruzione per i nuovi edifici dei Giochi Olimpici di Parigi 2024. Fonte dell'immagine: CIO - Unità di produzione dei Giochi Olimpici

Come ogni città che ospita i Giochi Olimpici, Parigi sta cercando di creare un’eredità sotto forma di progetto di trasformazione. Quest’estate la sostenibilità sarà al centro della scena nella capitale francese. A tal fine, Parigi sta puntando su legno flessibile e riutilizzabile invece che su magnifici monumenti.

Una delle caratteristiche principali delle Olimpiadi e delle Paraolimpiadi estive del 2024 è che non si sta costruendo molto. Il 95% delle sedi olimpiche necessarie esiste già. E le nuove strutture si affidano in larga misura a materiali sostenibili come il legno riutilizzabile. Il simbolo architettonico più importante dei Giochi estivi di Parigi 2024 sarà il Centro olimpico di nuoto di Saint-Denis.

Attualmente vi si trova la più grande struttura in legno del mondo. È costituita da 1.500 metri cubi di abete rosso europeo. Gli studi di architettura Ateliers 2/3/4 e VenhoevenCS hanno progettato l’accattivante edificio con il suo tetto solare a forma di Pringles. Hanno assemblato la solida costruzione in legno incollato come un set Lego. „Volevamo utilizzare il minor materiale possibile e il legno ci permette di non avere bisogno di materiale aggiuntivo per coprire gli elementi strutturali durante la costruzione“, afferma Laure Mériaud, partner di Ateliers 2/3/4/.

Le città che ospitano i Giochi Olimpici non sperano solo nell’attenzione internazionale e nel turismo, ma anche nella trasformazione urbana. Barcellona ha progettato un nuovo lungomare per il 1992, Atene ha ampliato la sua metropolitana per il 2004 e Londra ha completamente ridisegnato un sito abbandonato per il 2012. A Parigi, l’obiettivo è dare un esempio di sostenibilità. Questa trasformazione è meno grandiosa, ma per questo ancora più importante. Costruendo solo poche nuove strutture, la città dimostra che anche grandi eventi come i Giochi Olimpici possono avere un‘impronta di carbonio moderata.

Tra i nuovi progetti c’è il Villaggio Olimpico nel nord di Parigi, destinato a diventare un eco-quartiere. Anche in questo caso il legno è al centro dell’attenzione: gli edifici sono realizzati in legno e vetro e ricavano la loro energia sostenibile da pompe di calore. Anche l’arena da 8.000 posti degli Champs de Mars è costituita da una solida struttura portante in legno incollato. Con una facciata in alluminio riciclato, questo edificio servirà come centro per la squadra di basket di Parigi e fornirà anche due palazzetti dello sport pubblici.

Probabilmente il più grande esempio di sostenibilità delle Olimpiadi estive del 2024 è la nuova piscina coperta in costruzione a Saint-Denis. Il grande edificio in legno sarà forse l’unica icona architettonica dei Giochi Olimpici. Gli architetti intendono lasciare il legno allo stato naturale per aggiungere fascino. „Non dobbiamo dipingerlo. Ha calore, colore e profumo. Lo si sente quando si è in piscina“, dice Laure Mériaud.

Gran parte del legno utilizzato per questa piscina coperta proviene dall’Alsazia, vicino al confine tedesco, dove è stata anche assemblata. Utilizzando il principio del Lego, gli architetti hanno progettato di assemblare i singoli pezzi prefabbricati a Saint-Denis. Il dibattito non riguarda solo il legno come materiale da costruzione, ma anche la sua origine. Il legno proviene da una foresta gestita in modo sostenibile. Grazie alle sue proprietà isolanti naturali e alla funzione di stoccaggio del carbonio, il legno è quindi un materiale da costruzione sostenibile ed ecologico.

Il legno sostenibile svolge un ruolo importante anche negli altri progetti olimpici di Parigi. Ad esempio, tutti gli edifici del Villaggio Olimpico di altezza inferiore a otto piani devono essere realizzati interamente in legno. Questo materiale sarà favorito anche per gli edifici più alti. Anche l’energia che alimenta il villaggio dovrà provenire da fonti rinnovabili ed essere distribuita con pompe di calore.

Parigi sta pensando anche alla sostenibilità sociale: Saint-Denis è un’area industriale di Parigi in cui sono presenti molti problemi sociali. Ma collocando sia l’iconica piscina coperta che il Villaggio Olimpico in questa zona della città, gli organizzatori dei Giochi sperano di apportare un cambiamento sostenibile. Note società di media e di servizi si sono già insediate a Saint-Denis per essere al centro dell’azione. Questo centro dovrebbe continuare ad avere un impatto positivo anche dopo i Giochi Olimpici. Sia la piscina coperta che il Villaggio Olimpico rimarranno a disposizione degli abitanti di Saint-Denis.

Con il suo approccio sostenibile alla costruzione in legno e l’idea di riparare gli edifici piuttosto che costruirne di nuovi, la Francia vuole usare i Giochi Olimpici come trampolino di lancio per una trasformazione verde dell’industria delle costruzioni. L’obiettivo è ridurre le emissioni di carbonio nel settore delle costruzioni. In quest’ottica, le strutture esistenti in tutto il Paese saranno riadattate per vari scopi. I giochi serviranno anche come esempio di come il legno possa essere utilizzato nelle nuove costruzioni.

La Francia sta così dando un importante contributo all’obiettivo dell’UE di ridurre le emissioni nella regione del 55% entro il 2030. Nel 2020 era già stata presentata una proposta di legge che imponeva che tutti i nuovi edifici pubblici fossero realizzati per almeno la metà in legno o in altri materiali ecologici. Purtroppo non ha prevalso, ma ciò dimostra che il tema è molto importante nel nostro Paese vicino. Sebbene l’industria francese delle costruzioni in legno non sia così avanzata come quelle di Austria e Germania, ad esempio, la Francia è all’avanguardia nell’uso di materiali ecologici. Il sostegno del governo e l’effetto faro dei Giochi Olimpici contribuiranno a far sì che il legno faccia notizia come materiale da costruzione sostenibile.

Per saperne di più sui progetti di costruzione in legno in corso, consultare il sito.

Città tessuta à la BIG

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La casa automobilistica Toyota vuole costruire una metropoli modello Smart City su 70 ettari ai piedi del Monte Fuji, in Giappone. Avrà il vivace nome di „Woven City“. L’incarico di progettare e sviluppare la „Toyota City“ intelligente è stato affidato a Bjarke Ingels. La costruzione dovrebbe iniziare all’inizio di quest’anno.

Akio Toyoda, CEO del Gruppo Toyota, si è scherzosamente paragonato al folle proprietario della fabbrica Willy Wonka del film „Charlie e la fabbrica di cioccolato“ quando ha presentato i piani del suo gruppo automobilistico alla fiera tecnologica CES di Las Vegas, negli Stati Uniti, nel gennaio 2020. Egli vuole costruire una „città del futuro“ ai piedi del monte Fuji, a sud-ovest della capitale giapponese Tokyo, e chiamarla „Woven City“.

L’impianto dismesso della Toyota lascerà il posto a un laboratorio vivente per la mobilità, la gestione dell’energia, la robotica e l’intelligenza artificiale. Su circa 70 ettari di terreno vivranno 2.000 persone. I progetti e i filmati esistenti propongono una smart city da libro illustrato: tre diversi tipi di strade in una rete a griglia per auto elettriche autonome, ciclisti e pedoni, case con la tradizionale costruzione giapponese in legno, edifici con impianti fotovoltaici sui tetti, produzione di celle a combustibile in un sistema di tunnel sotterranei, coltura idroponica di vegetazione autoctona, macchine per la rimozione dei rifiuti.

È un progetto ambizioso, dice chi di progetti ambiziosi ne ha già realizzati molti nel corso della sua carriera. Bjarke Ingels, architetto danese di fama, sta progettando la realizzazione dei sogni di smart city di Toyota con il suo studio BIG. Una semplice pista di prova per lo sviluppo di sistemi di guida autonoma non è più sufficiente. Toyota sta costruendo intere città e si sta finalmente trasformando da puro produttore di auto in un gigante della mobilità. L’intelligenza artificiale (AI) è la chiave di tutto questo.

Senza l’IA, il percorso verso la rete onnicomprensiva di una città rimane bloccato. L’IA si nutre di dati ed è proprio questa dipendenza dai dati che potrebbe diventare una delle principali riserve internazionali sulla „città intessuta“ ed entrare in conflitto con la privacy dei futuri residenti. Visioni come questa sono fondamentalmente esposte allo scetticismo che le porterà a diventare pure città satellite. Toyota sta costruendo una capsula dal suolo che, sotto il suo velo di promesse, potrebbe soprattutto tendere a promuovere la monopolizzazione e a generare società di ripiego. Ma questo è anche lo scopo di una città modello. Testare ciò che funziona – e ciò che non funziona.

Un altro dei progetti ambiziosi di BIG? The Plus, la fabbrica di mobili più ecologica del mondo.

Fissaggio della recinzione in gabbioni nel calcestruzzo: materiali, dettagli e aspetti pratici

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Un dettaglio relativo al rivestimento e al materiale di riempimento per la posa in calcestruzzo di una recinzione a gabbioni
Edificio bianco con un murale a motivo di foglie su una parete rocciosa – Foto: yi2026 / Unsplash

La durata di una recinzione in gabbioni dipende interamente dalle sue fondamenta. Chi cementa i pali dei gabbioni prende una decisione che avrà effetti per decenni: essa determina se la struttura rimarrà stabile nonostante il gelo, il carico del vento e il proprio peso, oppure se col tempo si inclinerà, si allenterà e cederà. Il fissaggio dei pali dei gabbioni nel calcestruzzo non è un’operazione da svolgere di sfuggita, bensì una fase di lavoro rilevante ai fini della progettazione, con requisiti ben definiti in termini di materiale, profondità, qualità del calcestruzzo e dettagli esecutivi.

  • Cosa sono le recinzioni a gabbioni dal punto di vista strutturale e progettuale e quali tipi di pali e fondazioni esistono
  • Perché l’ancoraggio in calcestruzzo dei pali dei gabbioni è il metodo di fondazione preferito per le installazioni permanenti
  • Quali sono la qualità del calcestruzzo, la profondità di incasso e la geometria delle fondamenta tecnicamente corrette
  • Quali materiali per pali, elementi di collegamento e rete metallica resistono nel lungo periodo
  • In che modo il gelo, il peso proprio e il carico del vento influenzano il dimensionamento
  • Quali errori di esecuzione si verificano frequentemente nella pratica e come evitarli
  • In che modo il drenaggio, la composizione del terreno e le caratteristiche del terreno influenzano la progettazione delle fondazioni
  • Quale ruolo svolgono le recinzioni in gabbioni nel contesto della progettazione degli spazi aperti e della progettazione urbana

Recinzioni a gabbioni: definizione, tipologie e inquadramento progettuale

I gabbioni sono cesti di filo metallico riempiti di pietre o altri materiali sfusi, il cui nome deriva dall’italiano «gabbione», che significa «grande gabbia». Utilizzati come elementi di recinzione, costituiscono una categoria di recinzioni che si differenziano sostanzialmente dalle recinzioni convenzionali in rete metallica o in legno per massa, trasparenza e materialità. Una recinzione a gabbioni è solitamente costituita da un sistema di pali portanti in acciaio e da gabbioni fissati ad essi, che una volta installati vengono riempiti con pietrisco, ghiaia, vetro riciclato, ceppi di legno o altri materiali. Il riempimento conferisce alla recinzione il suo peso, il suo aspetto e la sua massa acustica e termica.

Dal punto di vista tipologico, le recinzioni a gabbioni possono essere suddivise in recinzioni autoportanti, muri di sostegno con funzione di recinzione e sistemi combinati costituiti da una parete di gabbioni e da un pannello di recinzione sovrapposto. Le recinzioni a gabbioni autoportanti vengono utilizzate prevalentemente come schermatura visiva, barriera antirumore o recinzione di proprietà. Non sono elementi portanti in senso tecnico-costruttivo, ma sono comunque soggette ai requisiti delle rispettive normative edilizie regionali in materia di stabilità e distanze di sicurezza. Nella progettazione degli spazi aperti comunali, le recinzioni a gabbioni trovano impiego come delimitazione di cortili scolastici, parcheggi, impianti sportivi e aree verdi pubbliche, dove sono apprezzate per la loro robustezza e la scarsa necessità di manutenzione.

I montanti di una recinzione a gabbioni svolgono la funzione statica: trasferiscono al terreno i carichi derivanti dal peso proprio, dall’azione del vento e, se del caso, dagli urti. A seconda del produttore e del sistema, vengono utilizzati montanti a H, a T, profili cavi rettangolari o tubi tondi in acciaio zincato o acciaio inossidabile. Il collegamento tra i montanti e la gabbia del gabbione avviene tramite graffe, connettori a spirale o elementi di fissaggio specifici del sistema. La qualità di questo collegamento è determinante per la stabilità a lungo termine tanto quanto le fondamenta stesse.

Cimentare la recinzione a gabbioni: perché le fondamenta determinano la durata o il cedimento

Il fissaggio in calcestruzzo della recinzione a gabbioni è il metodo tecnicamente più affidabile per ancorare in modo permanente i montanti dei gabbioni al terreno. Alternative come l’infissione o l’inserimento in manicotti di fissaggio sono ipotizzabili per recinzioni leggere senza riempimento in pietra, ma raggiungono rapidamente i propri limiti quando si considera il peso proprio di una recinzione a gabbioni riempita con pietrisco. Un metro lineare di una tipica recinzione a gabbioni con una larghezza di 25 centimetri e un’altezza di 1,50 metri pesa, a seconda del riempimento in pietra, tra i 250 e i 400 chilogrammi. Questa massa genera notevoli momenti di ribaltamento che vengono trasmessi ai pali e quindi alle fondamenta non appena si aggiungono vento, pressione della neve o forze d’urto laterali.

I pali cementati distribuiscono queste forze su una superficie definita nel calcestruzzo circostante e da lì nel terreno di fondazione. La fondazione funge in questo caso da contrappeso: quanto più è profonda e voluminosa, tanto maggiore è la resistenza passiva del terreno che impedisce il ribaltamento. I pali conficcati, invece, sfruttano la resistenza del terreno esclusivamente tramite l’attrito tra la superficie del palo e il materiale del suolo, il che risulta decisamente meno affidabile in presenza di terreni coesivi, alternanza di gelo e disgelo o eventi di pioggia intensa con saturazione del terreno. Per le recinzioni a gabbioni di altezza superiore a circa un metro e con riempimento in pietra, l’ancoraggio nel calcestruzzo è quindi lo standard riconosciuto dagli esperti del settore.

Il gelo gioca un ruolo centrale nella profondità delle fondamenta. Nell’Europa centrale, come valore indicativo, le fondamenta devono terminare al di sotto della profondità locale di gelo per evitare sollevamenti dovuti al gelo. La profondità del gelo varia a seconda della regione: nelle zone miti della Germania occidentale e della pianura del Reno si aggira tra i 60 e gli 80 centimetri, mentre nelle regioni a clima continentale della Germania orientale, dell’Austria e della Svizzera può raggiungere gli 80-120 centimetri. Se un palo viene cementato solo superficialmente, in inverno il calcestruzzo può sollevarsi a causa del gelo e trascinare con sé il palo, causando un’inclinazione permanente o la formazione di crepe nelle fondamenta. Il cementaggio della recinzione a gabbioni deve assolutamente tenere conto di queste profondità di gelo regionali.

Scelta dei materiali: calcestruzzo, pali, rete metallica ed elementi di collegamento

Per l’ancoraggio in calcestruzzo dei pali dei gabbioni, nella pratica si utilizza prevalentemente calcestruzzo della classe di resistenza C20/25, occasionalmente anche C16/20 in caso di carichi inferiori. Queste denominazioni seguono la norma europea EN 206 e descrivono la resistenza alla compressione caratteristica del calcestruzzo dopo 28 giorni di indurimento, misurata su cilindri (primo valore) e cubi (secondo valore). Per le fondazioni esterne è rilevante anche la classe di esposizione: le fondazioni interrate soggette ad alternanza di gelo e disgelo dovrebbero corrispondere almeno alla classe di esposizione XF1 (saturazione d’acqua moderata senza agenti antigelo). Per le fondamenta nella zona soggetta a spruzzi d’acqua provenienti dalle strade o in caso di utilizzo di sali antigelo, è auspicabile la classe XF4. Questi requisiti sono disciplinati dalla norma DIN EN 206 in combinato disposto con il documento applicativo nazionale DIN 1045-2.

Il calcestruzzo preconfezionato proveniente dall’impianto di betonaggio offre, rispetto alle miscele in loco, il vantaggio di una composizione definita e documentata. Per progetti di piccole dimensioni con pochi pali, la malta secca acquistabile nei negozi di materiali da costruzione rappresenta un’alternativa praticabile, a condizione che la miscelazione avvenga con cura secondo le indicazioni del produttore e che venga aggiunta una quantità sufficiente di acqua. Il calcestruzzo troppo secco non raggiunge la sua resistenza nominale e può cedere prematuramente sotto carico. Il calcestruzzo troppo umido tende alla segregazione e al ritiro. La consistenza corretta va da rigida a plastica; il materiale deve scorrere nel foro e avvolgere il montante senza fuoriuscire.

Nei sistemi di alta qualità, i pali stessi sono realizzati in acciaio zincato a caldo secondo la norma DIN EN ISO 1461, il procedimento standard per la zincatura a pezzo. Secondo questa norma, lo spessore minimo dello strato di zinco per l’acciaio con uno spessore del materiale superiore a sei millimetri è di almeno 85 micrometri. I montanti in acciaio inossidabile dei tipi 1.4301 o 1.4571 offrono una resistenza alla corrosione ancora maggiore, ma sono notevolmente più costosi e, di norma, sono economicamente giustificati solo per impianti di pregio o in ambienti aggressivi (vicinanze costiere, aria industriale). L’acciaio zincato è la scelta giusta per la maggior parte delle applicazioni all’aperto, a condizione che si evitino danni allo strato di zinco durante il trasporto e l’installazione.

La rete metallica dei gabbioni è solitamente costituita da una rete esagonale a doppia torsione (tipo 8×10 o 10×12, i numeri indicano la dimensione delle maglie in millimetri) o da una rete saldata. La rete esagonale è più flessibile e tollera meglio gli assestamenti, mentre la rete saldata è più stabile dal punto di vista dimensionale e consente di realizzare spigoli più precisi. Entrambi i tipi sono solitamente realizzati in filo zincato, in versione di alta qualità con rivestimento aggiuntivo in PVC o in filo galfanizzato (lega di zinco-alluminio), che presenta una resistenza alla corrosione nettamente superiore rispetto alla semplice zincatura. La scelta del tipo di rete influisce in modo significativo sull’aspetto estetico, sulla facilità di montaggio e sulla durata nel tempo della recinzione a gabbioni.

Dettagli esecutivi: scavo, profondità di interramento, getto di calcestruzzo e allineamento

Il corretto fissaggio in calcestruzzo della recinzione a gabbioni inizia con la progettazione della trincea di fondazione. La trincea deve essere sufficientemente profonda da superare la profondità di gelo e sufficientemente ampia da consentire di gettare il calcestruzzo in modo uniforme attorno al palo. Come valore indicativo si considera un diametro della fondazione pari ad almeno il triplo della sezione trasversale del palo, con un minimo di 20-25 centimetri di calcestruzzo su ciascun lato del palo. Nel caso di un profilo cavo rettangolare di 60 x 40 millimetri, ne risulta una dimensione della fossa di almeno 20 x 20 centimetri (misura interna). Per recinzioni più alte o terreni morbidi sono appropriate sezioni di fondazione più grandi.

La profondità di incasso del palo nel calcestruzzo dovrebbe essere pari ad almeno un terzo della lunghezza totale del palo; per recinzioni di altezza superiore a 1,20 metri, è preferibile che sia compresa tra il 40 e il 50 per cento. Un palo per una recinzione a gabbioni alta 1,50 metri ha solitamente una lunghezza totale compresa tra 2,00 e 2,20 metri, di cui 60-80 centimetri sono inseriti nella fondazione. Queste proporzioni non sono regole empiriche arbitrarie, ma derivano dalla necessità statica di assorbire il momento di ribaltamento attraverso un’adeguata resistenza passiva del terreno. Chi risparmia su questo aspetto rischia che il palo si ribalti sotto carico, anche se il calcestruzzo stesso rimane intatto.

Durante il getto del calcestruzzo occorre assicurarsi che la compattazione avvenga senza bolle d’aria. In fosse strette si consiglia di versare il calcestruzzo in strati di 20-30 centimetri di altezza, compattando ciascuno di essi con un’asta o un’asta vibrante. Particolarmente critica è l’area immediatamente circostante il palo: se qui rimane una sacca d’aria, viene a mancare l’adesione tra acciaio e calcestruzzo, il che riduce notevolmente l’effetto di fissaggio. Dopo la colata del calcestruzzo, il palo deve essere immediatamente allineato, poiché nella fase iniziale il calcestruzzo è ancora correggibile. Sono utili distanziatori o cunei di legno provvisori che mantengano il palo in posizione fino all’indurimento.

L’allineamento dei pali in linea retta e a piombo è un’operazione che richiede cura e pazienza. Anche piccole deviazioni di pochi millimetri si sommano lungo una linea di recinzione estesa, dando origine a difetti visibili. Si consiglia di tendere un filo di riferimento lungo l’intera linea della recinzione prima di cementare il primo palo. Ogni palo viene quindi allineato sia in linea retta (lungo il filo) che a piombo (con la livella) e fissato prima di versare il calcestruzzo. Dopo la gettata di calcestruzzo, è necessario attendere un tempo di indurimento di almeno 48 ore, meglio se 72 ore, prima di montare e riempire i gabbioni.

Drenaggio e struttura del terreno nella zona delle fondamenta

Un aspetto spesso sottovalutato quando si cementa una recinzione a gabbioni è il drenaggio della zona delle fondamenta. Se l’acqua ristagna nella zona delle fondamenta, il rischio di danni da gelo aumenta notevolmente, poiché il terreno saturo d’acqua, quando gela, genera una pressione molte volte superiore a quella esercitata dal terreno asciutto. In terreni con scarso drenaggio, ovvero in terreni coesivi come l’argilla o il limo, si consiglia di realizzare un fondo di ghiaia come base delle fondamenta, in modo da convogliare l’acqua. In alternativa, il fondo della fossa può essere sigillato con un sottile strato di calcestruzzo magro, a condizione che sia garantito il drenaggio laterale.

Il raccordo tra il bordo superiore del calcestruzzo e la superficie del terreno dovrebbe essere realizzato in modo tale che l’acqua non possa penetrare nella fondazione lungo il palo. Una leggera smussatura del calcestruzzo verso l’esterno, che devia l’acqua superficiale, è una misura semplice ed efficace. Nel punto in cui il palo fuoriesce dal calcestruzzo, la zona di contatto tra acciaio e calcestruzzo rappresenta un potenziale punto debole per la corrosione: l’acqua che penetra in questo punto e gela può danneggiare lo strato di zinco e, a lungo termine, portare alla formazione di ruggine. Una sigillatura accurata di questa zona con un sigillante per giunti adeguato o un rivestimento bituminoso ne prolunga notevolmente la durata.

Errori comuni di realizzazione e come evitarli

L’errore più diffuso nell’ancoraggio in calcestruzzo di una recinzione a gabbioni è una profondità di incasso insufficiente. Molti installatori prendono come riferimento la profondità di gelo come misura minima, senza considerare separatamente la lunghezza statica di ancoraggio. Si tratta di due requisiti indipendenti: la fondazione deve essere sufficientemente profonda per evitare sollevamenti dovuti al gelo, mentre il palo deve sporgere nel calcestruzzo per una lunghezza sufficiente ad assorbire il momento di ribaltamento. Entrambi i requisiti devono essere soddisfatti contemporaneamente, il che di norma significa che la lunghezza totale del palo deve essere scelta di conseguenza.

Un altro errore è l’utilizzo di una quantità insufficiente di calcestruzzo o di calcestruzzo con una consistenza errata. Il calcestruzzo troppo secco, che viene compattato nella fossa senza legare a sufficienza l’acqua, non raggiunge la sua resistenza e può rompersi sotto carico. Il calcestruzzo troppo liquido subisce una separazione, con conseguente affondamento degli inerti e formazione di uno strato superficiale ricco di cemento ma poco resistente. La consistenza corretta va da «umida come la terra» a «plastica»: il materiale deve poter essere modellato quando viene compresso con le mani, senza rilasciare acqua.

I danni da corrosione si verificano spesso perché gli strati di zinco danneggiati non vengono riparati prima della gettata. Ogni graffio che si forma durante il trasporto o il posizionamento del palo è un potenziale punto di ingresso per l’umidità. Le vernici a base di polvere di zinco o i prodotti per la zincatura a freddo consentono una semplice riparazione in loco. Chi salta questo passaggio rischia che la ruggine diventi visibile già dopo pochi anni sul bordo superiore del calcestruzzo, dove l’esposizione all’umidità è massima.

Infine, il riempimento dei gabbioni viene spesso effettuato troppo presto e troppo rapidamente. Se si inseriscono pietre pesanti in fondamenta non ancora indurite, i gabbioni possono far perdere la perpendicolarità ai pali. Anche il riempimento senza strati intermedi e senza compattazione porta a una distribuzione irregolare del carico e a rigonfiamenti visibili della rete. Il riempimento a regola d’arte avviene a strati, con occasionali vibrazioni o battute per chiudere gli spazi vuoti e ottenere una superficie uniforme.

Recinzioni a gabbioni negli spazi aperti: progettazione, ecologia e responsabilità del progettista

Le recinzioni a gabbioni negli spazi aperti sono più di una semplice soluzione tecnica di delimitazione. La loro materialità, composta da pietra, acciaio e aria, crea una trama che si integra sia in progetti di spazi aperti vicini alla natura sia in aree urbane con superfici dure. La scelta del materiale di riempimento è in questo contesto uno strumento progettuale essenziale: la pietra da cava locale della regione produce un effetto diverso rispetto ai ciottoli levigati, al vetro riciclato o ai ceppi di legno. Nella progettazione comunale degli spazi aperti, le recinzioni a gabbioni offrono la possibilità di mettere in evidenza i materiali regionali e l’economia circolare.

Dal punto di vista ecologico, le recinzioni a gabbioni presentano un duplice aspetto. Da un lato, gli spazi vuoti tra le pietre offrono un habitat per insetti, lucertole e piccoli mammiferi, il che le rende un elemento prezioso nell’ecologia urbana. D’altra parte, le recinzioni a gabbioni possono fungere da barriere per i piccoli animali se realizzate come linea continua senza passaggi. I progettisti che utilizzano recinzioni a gabbioni in aree ecologicamente sensibili dovrebbero prevedere passaggi nella zona dello zoccolo o spazi vuoti nella linea di recinzione che fungano da corridoi di migrazione per gli animali del sottosuolo.

La responsabilità del progettista nel cementare una recinzione a gabbioni va oltre il semplice monitoraggio dell’esecuzione. Chi progetta recinzioni a gabbioni deve valutare la stabilità, adeguare la profondità delle fondamenta alla profondità locale del gelo e al terreno di fondazione, specificare la protezione anticorrosione e la qualità dei materiali e documentare l’esecuzione in modo che sia tracciabile e verificabile. Per le strutture che superano una determinata altezza o che si trovano in posizioni particolari, può essere necessario un calcolo statico effettuato da un ingegnere strutturale. I regolamenti edilizi dei Länder tedeschi, nonché le normative corrispondenti in Austria e Svizzera, definiscono a partire da quali dimensioni le recinzioni sono soggette ad autorizzazione o all’obbligo di verifica della stabilità.

Fondamenta e funzione: ciò che sostiene nel tempo

Il fissaggio della recinzione a gabbioni nel calcestruzzo non è un’operazione isolata, bensì la fase chiave di una catena costruttiva che spazia dalla scelta dei materiali alla geometria delle fondamenta, fino alla qualità dell’esecuzione. Chi risparmia sulla profondità di interramento, chi miscela il calcestruzzo in modo errato, chi trascura la protezione anticorrosione o chi ignora il drenaggio dell’area delle fondamenta, crea problemi che si manifestano solo dopo anni, ma che poi richiedono un notevole dispendio di risorse per essere risolti. Le recinzioni a gabbioni che si inclinano dopo pochi inverni o i cui montanti si arrugginiscono non rappresentano un problema di qualità del sistema, bensì un problema di esecuzione delle fondamenta.

Al contrario, le recinzioni a gabbioni realizzate con fondazioni curate sono strutture straordinariamente durevoli. L’acciaio zincato a caldo in una fondazione in calcestruzzo ben eseguita, combinato con gabbioni in rete galvanizzata di alta qualità e pietre locali, può durare decenni senza necessità di manutenzione significativa. Questa durata nel tempo è un argomento di peso a favore dell’impiego delle recinzioni a gabbioni nella progettazione di spazi aperti comunali e privati, a condizione che la progettazione e la realizzazione siano all’altezza delle caratteristiche del materiale.

Per gli architetti paesaggisti e i progettisti di spazi aperti ciò significa che l’analisi tecnica dei dettagli delle fondamenta fa parte dell’incarico di progettazione e non è un aspetto secondario. Chi progetta recinzioni a gabbioni dovrebbe indicare in scala la profondità delle fondamenta sul progetto, specificare la qualità del calcestruzzo nel capitolato d’appalto e seguire l’esecuzione in cantiere o farla controllare. Solo così un’idea progettuale si trasformerà in un’opera funzionale e duratura, che manterrà il proprio posto nello spazio aperto per generazioni.