lastre di marmo grigio e bianco.

Fala Atelier, un tempo il più giovane tra i giovani studi di architettura europei, è oggi uno dei più affermati in Portogallo. Per la ristrutturazione di una casa a schiera abbandonata in Portogallo, i non più giovani selvaggi hanno progettato una facciata dalle forme geometriche in lastre di marmo verde, grigio e bianco.

Una casa a schiera abbandonata del XIX secolo a Porto doveva essere suddivisa in quattro appartamenti indipendenti con una sola camera da letto. Gli architetti hanno optato per quattro unità abitative identiche. L’ambiente principale è diviso da una serie di elementi architettonici: una scala, porte colorate, pavimenti in parquet bicolore, pareti e soffitti curvi. Un lungo e tortuoso corridoio conduce dall’ingresso principale alla tromba delle scale o al cortile posteriore, fornendo l’accesso a tutti gli appartamenti. La facciata principale che si affaccia sulla strada è stata ristrutturata e parzialmente ridisegnata, mentre quella sul retro è completamente nuova. La facciata su strada è stata rivestita con lastre di marmo verde e bianco, le cui forme geometriche astratte formano un netto contrasto con le cornici storiche di porte e finestre in granito. La facciata posteriore è rivestita con strisce verticali di marmo verde, bianco e grigio. L’edificio ribalta la tradizione della facciata borghese di rappresentanza ed è ironicamente descritto dagli architetti come „inutilmente orgoglioso e opulento“. Il progetto è stato completato nel 2017.

Tutte le immagini: Ricardo Loureiro

Altre soluzioni architettoniche con facciate in pietra naturale sono disponibili nel numero 04 della rivista STEIN.

Fala Atelier, un tempo il più giovane tra i giovani studi di architettura europei, è oggi uno dei più affermati in Portogallo. Per la ristrutturazione di una casa a schiera abbandonata in Portogallo, i non più giovani selvaggi hanno progettato una facciata dalle forme geometriche in lastre di marmo verdi, grigie e bianche Articolo pubblicitario Articolo parallasse

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Spazi per l’autopromozione digitale

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Grattacielo grigio, minimalista e imponente, fotografato da Robert Keane.

Selfie davanti a pareti di cemento, influencer nelle spa sui tetti, conferenze su Zoom in loft di design: gli spazi dedicati all’autopromozione digitale sono ormai da tempo il nuovo status symbol della società urbana. Ma cosa significa questo per l’architettura e l’urbanistica nell’era di Instagram, TikTok e della realtà virtuale? Chi oggi progetta spazi non costruisce più solo per utenti reali, ma per un pubblico di milioni di persone, accessibile in qualsiasi momento. Benvenuti nell’era dell’autopromozione digitale – dove l’architettura non è solo scenografia, ma anche palcoscenico e algoritmo allo stesso tempo.

  • L’autopromozione digitale sta cambiando radicalmente l’architettura – dalla scelta dei materiali alla progettazione delle planimetrie.
  • Spazi “instagrammabili”, showroom immersivi e allestimenti virtuali caratterizzano la cultura architettonica in Germania, Austria e Svizzera.
  • Le piattaforme digitali, gli strumenti di intelligenza artificiale e gli algoritmi dei social media influenzano la progettazione, l’utilizzo e la percezione degli spazi.
  • Visibilità e condivisibilità sostituiscono i classici parametri di utilizzo: selfie e dirette in streaming diventano il nuovo metro di misura della qualità degli spazi.
  • La sostenibilità rischia di diventare secondaria nel clamore che circonda la messa in scena – ma esistono alternative innovative.
  • I progettisti professionisti hanno bisogno di competenze digitali, sociali e tecniche per stare al passo con il cambiamento.
  • Tra valore culturale, commercializzazione e distorsione algoritmica: dove risiede la responsabilità dell’architettura?
  • Le tendenze globali e le peculiarità locali si scontrano – da Seul a San Gallo, da Dubai a Dortmund.

Spazi «instagrammabili»: l’architettura come palcoscenico dell’ego digitale

Chi oggi entra in un bar, in una biblioteca o in un edificio adibito a uffici se ne accorge subito: lo spazio non è più destinato solo agli utenti presenti. Piuttosto, ogni metro quadrato si mette in scena per un pubblico invisibile ma onnipresente: i follower digitali. La domanda dei cosiddetti «spazi instagrammabili», ovvero luoghi particolarmente adatti a foto o video, si è moltiplicata negli ultimi anni. Architetti e sviluppatori rispondono con superfici espressive, prospettive insolite, giochi di luce e punti di riferimento distintivi. Laddove un tempo regnavano funzionalità e durata, oggi domina il principio della massima visibilità. Chi non si fa notare, non esiste – né nel feed né nello spazio urbano.

Questo fenomeno non è affatto limitato alle metropoli. Anche le città più piccole e i comuni in Germania, Austria e Svizzera stanno scoprendo il potere dell’autopromozione digitale. Un’opera d’arte pubblica, un punto panoramico spettacolare o un design pop-up di tendenza possono diventare un successo virale da un giorno all’altro – e attirare improvvisamente orde di turisti. Ma la visibilità comporta nuove esigenze: i materiali devono essere non solo robusti, ma anche fotogenici. L’arredamento e l’illuminazione vengono valutati in base alla loro idoneità ai selfie. La domanda di progettazione non è più solo: «Come viene utilizzato questo spazio?», ma anche: «Come viene condiviso, messo “mi piace” e commentato?».

Chi non si adegua rischia l’invisibilità digitale. Ciò può sembrare un problema di lusso, ma è ormai da tempo un fattore determinante nella competizione per l’attenzione, gli investimenti e i flussi di utenti. La messa in scena delle proprie quattro mura è diventata uno sport di massa – e l’architettura ne fornisce il palcoscenico. Sempre più progetti puntano su installazioni immersive, concetti di illuminazione interattivi e configurazioni spaziali flessibili, che possono essere continuamente reinterpretate. La conseguenza: gli spazi diventano più fluidi, narrativi, spesso anche più arbitrari. Il cambiamento permanente è all’ordine del giorno, l’autenticità diventa una curiosità.

Ma questo sviluppo ha anche un rovescio della medaglia. La ricerca dell’immagine perfetta frammenta lo spazio, riducendolo a scenografie e sfondi. Si costruisce ciò che si presta bene alla messa in scena. Ciò che è complesso, ingombrante o invisibile cade nel dimenticatoio. L’architettura rischia di degenerare in un semplice esecutore di desideri algoritmici. La sfida per i progettisti consiste nel mediare tra messa in scena e sostanza – e nel creare spazi che siano più che semplici punti per i selfie.

La domanda su quanto «palcoscenico» serva a uno spazio non è puramente estetica. Tocca questioni fondamentali relative alla qualità d’uso, all’identità e alla convivenza sociale. Gli spazi per l’autopresentazione digitale sono sempre anche spazi di incontro, di rappresentazione, di negoziazione dei valori. Chi li progetta si assume una responsabilità – sia nei confronti degli utenti che del pubblico.

Strumenti digitali, IA e il nuovo potere degli algoritmi

Oggi la progettazione di spazi per l’autopresentazione digitale è difficilmente concepibile senza strumenti digitali e algoritmi. Non c’è quasi nessun progetto che non venga sviluppato con l’ausilio della realtà virtuale, della realtà aumentata o di analisi basate sull’intelligenza artificiale. La simulazione degli assi visivi, la previsione delle atmosfere luminose in ogni momento della giornata, il calcolo dei migliori punti di scatto: tutto questo è ormai standard. Strumenti basati sull’intelligenza artificiale come Midjourney o DALL-E generano in pochi secondi visualizzazioni fotorealistiche che possono diventare virali ancora prima dell’inizio dei lavori.

Ma l’impiego della tecnologia digitale non si limita al processo di progettazione. Anche l’utilizzo successivo degli spazi viene sempre più orchestrato digitalmente. I sensori misurano i flussi di movimento e la densità delle interazioni, i sistemi di illuminazione intelligenti si adattano all’angolazione della telecamera, le installazioni modulari possono essere riconfigurate tramite app. L’architettura diventa l’interfaccia tra esperienza analogica e output digitale. Chi entra nello spazio diventa parte di un gioco di percezione, rappresentazione e valorizzazione.

Con la digitalizzazione, anche il controllo algoritmico fa il suo ingresso nella progettazione degli spazi. Ciò che si presta bene alla condivisione viene progettato in via prioritaria. Ciò che genera molti clic viene replicato. Nel frattempo sono nate intere start-up specializzate nell’ottimizzazione degli edifici secondo le logiche dei social media – dalla tavolozza dei colori all’arredamento. Lo spazio diventa un set di dati, l’utilizzo una performance. Chi, come architetto, vuole stare al passo, ha bisogno di qualcosa di più del semplice intuito spaziale: deve parlare il linguaggio degli algoritmi, comprendere le metriche della visibilità e calcolare le interazioni tra spazio reale e immagine digitale.

Questo sviluppo apre le porte a nuovi attori e modelli di business. Showroom virtuali, annunci immobiliari curati in chiave digitale, consulenza abitativa supportata dalla realtà aumentata: i confini tra spazio costruito ed estensione digitale si fanno sempre più sfumati. Allo stesso tempo, aumenta la pressione sulle professioni classiche della progettazione. Chi non padroneggia la tastiera digitale diventa rapidamente una comparsa nella propria casa. La digitalizzazione non è più un semplice complemento, ma un presupposto fondamentale per partecipare al dibattito architettonico.

Ma il potere degli algoritmi non è privo di rischi. Ciò che domina nei feed delle piattaforme segue logiche proprie, spesso poco trasparenti. Il pericolo di distorsione, monotonia e appiattimento culturale è reale. La sfida consiste nel concepire l’innovazione digitale come uno strumento – non come fine a se stessa, ma come opportunità per una maggiore qualità, diversità e accessibilità. Chi progetta spazi per l’autopromozione digitale deve possedere al tempo stesso competenza digitale e distanza critica.

Narcisismo, sostenibilità e il dilemma della visibilità

Il boom dell’autopromozione digitale solleva questioni fondamentali sulla sostenibilità. Chi costruisce per Instagram, raramente costruisce per l’eternità. Architetture pop-up, installazioni temporanee e tendenze di design di breve durata dominano il mercato. Il ciclo di vita di molti progetti «instagrammabili» è spaventosamente breve: oggi celebrati, domani dimenticati, dopodomani demoliti. L’impronta ecologica di questa architettura di messa in scena è considerevole – ed è in contraddizione con gli obiettivi climatici che il settore edile in Germania, Austria e Svizzera si è prefissato.

Ma esistono anche movimenti contrari. Alcuni progettisti e sviluppatori puntano consapevolmente su materiali sostenibili, forme d’uso flessibili e concetti circolari che consentono sia la messa in scena che la longevità. L’architettura non diventa così solo un palcoscenico, ma anche una dichiarazione a favore della tutela delle risorse e della responsabilità sociale. I progetti che si oppongono con sicurezza alla tendenza della visibilità immediata stanno acquisendo sempre più risalto – proprio in un mercato caratterizzato dall’arbitrarietà e dall’intercambiabilità.

La sfida consiste nel coniugare entrambi gli aspetti: l’attrattiva per gli utenti digitali e i requisiti di sostenibilità e durabilità. Ciò richiede soluzioni creative a tutti i livelli – dalla scelta dei materiali, passando per gli impianti tecnici, fino alla partecipazione. Gli spazi dedicati all’autopromozione digitale devono offrire molto di più di un semplice aspetto accattivante. Devono essere trasformabili, riparabili e riutilizzabili. Chi ignora questo aspetto non produce innovazione, ma solo rifiuti.

A ciò si aggiunge il dilemma sociale della visibilità. Gli spazi ottimizzati per l’autopromozione digitale spesso escludono coloro che non vogliono o non possono mettersi in mostra. L’architettura rischia di diventare un palcoscenico per una minoranza privilegiata, trascurando le esigenze degli utenti più riservati. La questione dell’inclusione, dell’accessibilità e della partecipazione diventa così un compito centrale per il futuro della cultura architettonica.

Allo stesso tempo nascono nuove possibilità di partecipazione. Le piattaforme digitali e gli strumenti di realtà virtuale consentono di coinvolgere gli utenti sin dalle prime fasi della progettazione, di raccogliere feedback e di testare scenari alternativi. L’autopromozione digitale può così diventare un motore di maggiore trasparenza e partecipazione – se utilizzata con intelligenza. Ma ciò richiede il coraggio di aprirsi e la disponibilità a cedere il controllo.

Tendenze globali, peculiarità locali – e il ruolo dei professionisti

Gli spazi dedicati all’autopromozione digitale non sono un fenomeno esclusivamente tedesco. Da Seul a San Paolo, da Dubai a Dublino: in tutto il mondo architetti, urbanisti e sviluppatori stanno sperimentando nuove forme di messa in scena degli spazi. In Asia stanno sorgendo interi quartieri urbani concepiti come mondi immersivi da vivere su Instagram. Negli Stati Uniti, la performance sui social media e il marketing degli influencer sono tra i principali fattori di successo per i progetti immobiliari. L’Europa – e in particolare l’area di lingua tedesca – sta affrontando questo cambiamento con maggiore esitazione, ma con crescente sicurezza.

In Germania, Austria e Svizzera prevale un rapporto ambivalente nei confronti della messa in scena digitale. Da un lato cresce la consapevolezza dell’importanza della visibilità e della presenza mediatica; dall’altro, permane un forte scetticismo nei confronti della superficialità, della commercializzazione e della frenesia. La cultura edilizia è legata alla tradizione, i processi di progettazione sono complessi, le normative rigide. Chi vuole creare qui spazi per l’autopromozione digitale deve rispettare le peculiarità locali e tradurre in modo intelligente le tendenze globali.

Per i progettisti professionisti ciò significa che, più che mai, devono agire come mediatori, curatori e traduttori. La competenza digitale da sola non basta: sono richieste sensibilità culturale, know-how tecnico e la capacità di sviluppare visioni che vadano oltre il prossimo selfie. La professione dell’architetto si sta trasformando da progettista a moderatore, da autore a partner di rete. La responsabilità aumenta, così come le opportunità di plasmare nuove narrazioni e identità.

Allo stesso tempo, i dibattiti sugli spazi dedicati all’autopromozione digitale assumono un carattere sempre più politico. Questioni relative alla proprietà, al controllo, agli algoritmi e all’accesso dominano il dibattito. Chi decide quali spazi diventano visibili? Chi trae vantaggio dalla nuova attenzione – e chi ne rimane escluso? Le risposte sono aperte, i conflitti inevitabili. L’architettura è al centro di un dibattito globale su potere, partecipazione e rappresentazione.

Il futuro degli spazi dedicati all’autopromozione digitale è nelle mani di professionisti disposti ad assumersi responsabilità e a plasmare attivamente le opportunità offerte dalla trasformazione digitale. Chi accoglie il cambiamento può arricchire la cultura architettonica, stabilire nuovi standard e ridefinire il rapporto tra spazio, utente e pubblico. Chi aspetta, diventa spettatore nel proprio gioco.

Conclusione: via libera a una nuova cultura dello spazio

Gli spazi per l’autopresentazione digitale sono più di una moda passeggera. Sono l’espressione di un profondo cambiamento nella percezione, nell’uso e nella progettazione del nostro ambiente costruito. L’architettura diventa un palcoscenico, l’utente un attore, il pubblico una folla digitale. La sfida consiste nel mediare tra messa in scena e sostanza, nel trovare un equilibrio tra visibilità e sostenibilità e nell’utilizzare le innovazioni digitali come strumenti per una maggiore qualità, diversità e partecipazione. Chi pone ora le domande giuste può contribuire a plasmare il futuro della cultura architettonica – al di là delle bolle di filtro e della logica degli algoritmi. Il palcoscenico è pronto. È ora del primo spettacolo.

Dal 30 agosto al 1° settembre, Mendiger Basalt mostrerà dal vivo i macchinari per l’edilizia pesante durante l’estrazione, il movimento terra e la lavorazione nella cava e offrirà presentazioni specialistiche.


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Ai Quarry Days di Mendig, i visitatori potranno provare le macchine e scambiare idee con gli esperti durante le presentazioni specialistiche. Foto: Mendiger Basalt

Le giornate della cava offrono ai clienti della Mendiger Basalt l’opportunità di familiarizzare con i processi e i metodi di lavoro del produttore di pietra naturale direttamente sul posto. L’azienda estrae in due cave a Mendig, una a Mayen e una a Weibern, e presenta i suoi prodotti e i suoi impianti di estrazione e di produzione durante i Quarry Days.

I clienti delle aziende produttrici di macchine Liebherr/Beutlhauser Frank, Epiroc (ex Atlas Copco) e Wirtgen/Kleemann, principalmente gestori di cave e aziende di riciclaggio, potranno familiarizzare con diverse macchine da costruzione e potranno scambiare opinioni con operatori esperti. Coloro che sono in possesso di una patente di guida adeguata potranno testare personalmente le macchine. I visitatori avranno l’opportunità di simulare varie applicazioni insieme ai produttori.

A differenza dello Stone+tec – dove anche la Mendiger Basalt, in qualità di membro dell’Associazione tedesca della pietra naturale, sarà rappresentata nello stand comune DNV e presenterà la sua pietra da cava – i Quarry Days sono incentrati sull’estrazione e sulla produzione. Relatori specializzati interverranno su temi quali il monitoraggio dell’efficienza delle macchine e l’estrazione diretta senza l’uso di esplosivi, annuncia Rainer Krings, amministratore delegato della Mendiger Basalt. Anche la cava in rete è all’ordine del giorno, poiché la digitalizzazione si sta facendo strada nell’intero processo produttivo e sta portando a un cambiamento nell’industria estrattiva.

Il programma di macchine dei singoli produttori è ancora in fase di coordinamento, „ma gli interessati possono aspettarsi un numero maggiore di macchine in uso continuo“. In futuro Krings intende organizzare le giornate della cava ogni tre anni. Dal 1995 l’azienda di segatura fornisce pietra naturale dalla regione dell’Eifel. Offre la lava basaltica di Mendig e la lava basaltica di Mayen in blocchi, segati e pietre da pavimentazione, il tufo di Weibern in blocchi o segati e materiale sfuso di basalto e tufo.

Giorni di cava Mendig: 30.08. – 01.09.2018, programma esatto da seguire
– Macchine da costruzione di: Beutlhauser/Frank-Liebherr Baumaschinen, Epiroc e Wirtgen/Kleemann.
– Indirizzo: Ernst-Abbe-Straße 2, 56743 Mendig
– Le registrazioni sono già possibili via e-mail

L’UNESCO seleziona i nuovi siti del Patrimonio Mondiale 2025

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I castelli reali di Re Ludwig II, tra cui il Castello di Neuschwanstein, sono oggi Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO. Foto: © BAYERISCHE SCHLÖSSERVERWALTUNG - WWW.KREATIV-INSTIKT.DE
I castelli reali di Re Ludwig II, tra cui il Castello di Neuschwanstein, sono oggi Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO. Foto: © BAYERISCHE SCHLÖSSERVERWALTUNG - WWW.KREATIV-INSTIKT.DE

In occasione della riunione di Parigi, il Comitato del Patrimonio mondiale dell’UNESCO ha iscritto dodici siti eccezionali nella Lista del Patrimonio mondiale. Questa decisione amplia la memoria culturale dell’umanità includendo importanti siti di Europa, Asia, Africa e America. Anche la Germania può rallegrarsi: con l’inclusione dei palazzi reali di Ludwig II, il numero di siti tedeschi dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO è ora pari a 55.

Dai re delle fiabe alla cultura megalitica

Un punto di forza particolare dei nuovi siti del Patrimonio mondiale 2025 è la valorizzazione dei castelli bavaresi di Neuschwanstein, Linderhof, Herrenchiemsee e della casa reale di Schachen. Questi capolavori architettonici dello storicismo sono considerati espressione del desiderio romantico del re Ludwig II di un passato idealizzato. La presidente della Commissione tedesca per l’UNESCO, Maria Böhmer, ha espresso la sua soddisfazione: „L’inclusione dei palazzi nella Lista del Patrimonio Mondiale è un onore straordinario per questi luoghi impressionanti. Sono tutti capolavori architettonici e testimoniano l’immaginazione artistica, ma anche l’eccentricità del re delle fiabe. Neuschwanstein, Linderhof, la casa reale sullo Schachen e l’Herrenchiemsee erano tutti oggetti dei sogni di Ludwig II. Oggi fanno parte del patrimonio dell’umanità intera. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno lavorato duramente per questo successo!“.
Il sito megalitico di Carnac, sulla costa atlantica francese, offre una visione particolare del rapporto tra uomo e paesaggio. Per più di 2000 anni, durante il Neolitico, le persone hanno eretto file monumentali di pietre, dolmen, menhir e tumuli. Questi primi esempi di immagini simboliche raffigurano animali, simboli astratti e oggetti strettamente legati all’ambiente circostante. Non meno significativo è il patrimonio minoico di Creta. I palazzi minoici di Cnosso, Festo, Malia e altri siti rappresentano il fulcro di una cultura altamente sviluppata che fiorì tra il 2800 e il 1100 a.C.. Edifici a più piani con cortili, pitture murali e botteghe testimoniano una sofisticata pianificazione urbana e un vasto commercio nella regione mediterranea. In Italia sono state premiate le „Domus de Janas“ in Sardegna, camere sepolcrali preistoriche scavate nella roccia, costruite tra il V e il III millennio a.C.. Esse combinano l’architettura megalitica con quella sotterranea e dimostrano quanto la Sardegna fosse già allora strettamente connessa con altre regioni dell’Europa e del Mediterraneo. Anche la Turchia è stata premiata con un importante ingresso: l’antica città di Sardi, nell’Anatolia occidentale, un tempo centro dell’Impero lidio, è considerata il luogo di origine della moneta. Insieme alla monumentale necropoli di Bin Tepe, riflette la ricchezza e l’indipendenza culturale della Lidia.

Dal buddismo all’arte rupestre dell’era glaciale

In Russia, la grotta di Shulgan Tash, negli Urali meridionali, conserva pitture rupestri risalenti a circa 20.000 anni fa – raffigurazioni di mammut, bisonti e figure umane che sono tra le più antiche opere d’arte conosciute in Eurasia. La grotta documenta l’eredità culturale delle società di cacciatori dell’era glaciale ed è ora uno dei più importanti nuovi siti del Patrimonio mondiale 2025. In Corea del Sud, le pitture rupestri lungo il fiume Bangucheon sono impressionanti. Le incisioni raffiguranti scene di caccia, animali e simboli si sono estese per migliaia di anni su una lunghezza di tre chilometri: un’impressionante testimonianza dello sviluppo culturale della penisola coreana dal Neolitico al IX secolo. Il Tagikistan celebra l’inclusione dei siti del patrimonio culturale dell’antico Khuttal, un regno medievale sulla Via della Seta. Tra il VII e il XVI secolo, Khuttal fu un centro di commercio, scambio di conoscenze e diversità religiosa, visibile nei templi buddisti, nei palazzi e nelle caravanserragli. In Vietnam, il paesaggio culturale spirituale intorno al Monte Yen Tu è stato onorato. Questa regione è considerata il luogo di origine del buddismo vietnamita Truc Lam. Nella natura circostante si trovano pagode, eremi e templi storici, armoniosamente allineati secondo i principi del Feng Shui. Il sito illustra la stretta connessione tra natura, religione e società nel regno storico di Dai Viet.

Città sommerse e rituali viventi

Un esempio straordinario di storia transatlantica è Port Royal, in Giamaica. Un tempo importante centro commerciale e rifugio per i corsari, gran parte della città sprofondò in mare nel 1692 dopo un forte terremoto. Oggi, le rovine di case, edifici amministrativi e fortezze giacciono sott’acqua e offrono una visione unica della vita coloniale nei Caraibi. In Messico, il pellegrinaggio Wixárika a Wirikuta è stato onorato. Ogni anno, la comunità indigena intraprende un viaggio spirituale di centinaia di chilometri – lungo percorsi precolombiani, verso siti sacri, accompagnati da rituali che preservano l’equilibrio tra uomo e natura. L’inclusione di questo sito onora un’eredità spirituale viva che viene mantenuta ancora oggi. Infine, Panama riceve una voce per la Rotta Transistoria coloniale. Questa storica rotta terrestre tra i Caraibi e il Pacifico ha avuto un’enorme importanza per l’impero coloniale spagnolo a partire dal XVI secolo, molto prima dell’esistenza del Canale di Panama. Insediamenti, strade e siti archeologici lungo questa rotta testimoniano una rete commerciale globale in un’epoca di profonde trasformazioni.
Con queste dodici nuove iscrizioni, la Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO si arricchisce di affascinanti siti storici e culturali che ampliano la nostra comprensione della storia umana. I nuovi siti del Patrimonio mondiale 2025 dimostrano in modo impressionante che il nostro patrimonio non risiede solo nei palazzi e nelle rovine, ma anche nelle storie, nei rituali e nei legami tra le persone e la natura, in tutti i continenti.

Per saperne di più: Come si è svolta la richiesta del titolo di Patrimonio mondiale dell’UNESCO per i palazzi reali.

Deciso il concorso per il ponte della Mostra del Giardino di Stato di Rottweil 2028

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Il progetto vincitore del ponte di Rottweil visto dal basso. Visualizzazione: © & Courtesy Johannes Pellkofer Architektur, MSIng Matthaei + Schotte Ingenieure.

Il progetto vincitore del ponte di Rottweil visto dal basso. Visualizzazione: © & Courtesy Johannes Pellkofer Architektur, MSIng Matthaei + Schotte Ingenieure.

Tra quattro anni, la città di Rottweil am Neckar organizzerà la Mostra Statale dei Giardini. Il progetto verde si svolgerà nel centro storico della città e su entrambe le sponde del Neckar. Rottweil ha bisogno di un ponte per pedoni e ciclisti per collegare sapientemente le aree della Mostra del Giardino di Stato e per consentire ai visitatori di attraversare i binari della ferrovia e il Neckar. È stato indetto un concorso per il nuovo ponte della Landesgartenschau. Ora è stato deciso quale sarà il ponte di Rottweil.

Rottweil ha bisogno di un ponte che si integri con il paesaggio cittadino, il Neckar rinaturalizzato e l’area ricreativa nella pianura alluvionale. Al concorso per il ponte per il Salone del Giardino di Stato sono pervenute 19 proposte. La giuria, composta da architetti, membri del consiglio comunale e dell’amministrazione cittadina, esperti di monumenti, paesaggio e conservazione della natura, ingegneri e strutturisti, è giunta a una decisione unanime: il vincitore del concorso è il consorzio Johannes Pellkofer Architektur, Mannheim, con MSIng Matthaei + Schotte Ingenieure di Stoccarda. Secondo la giuria, il progetto del ponte ha un grande valore aggiunto per la pittoresca e romantica città sul Neckar, che va ben oltre il temporaneo State Garden Show 2028.

Nel complesso, il progetto vincitore colpisce per il suo design semplice e senza pretese. Il nuovo ponte è finemente strutturato, chiaramente progettato e minimalista nel suo linguaggio formale. L’idea di Pellkofer si basa su una sensibile combinazione tra uno spazio paesaggistico e culturale storicamente evoluto e la moderna costruzione di un ponte. Il ponte non è stato progettato solo in vista della mostra dei giardini statali di Rottweil, ma è anche inteso come un importante collegamento permanente e senza barriere tra la città e la riva orientale del Neckar. Il consorzio Johannes Pellkofer e MSIng Matthaei + Schotte ha sviluppato una struttura per il particolare paesaggio intorno a Rottweil che non domina visivamente né la natura né il centro storico della città.

Johannes Pellkofer e MSIng Matthaei + Schotte Ingenieure hanno evitato le strutture di sostegno al di sopra del marciapiede, in modo che la vista di Rottweil e del paesaggio lungo il Neckar possa dispiegarsi liberamente. Grazie all’uso dell’acciaio come materiale molto stabile ed efficiente, la struttura sembra semplicemente oscillare da un supporto all’altro. Il ponte è anche una struttura facile da usare. I suoi allargamenti regolari creano piccole isole con splendide viste su cui soffermarsi, senza limitare il movimento di chi fa jogging e dei ciclisti – il traffico può continuare a scorrere. Un’ulteriore scalinata sul lato cittadino collega il ponte e il sito del Landesgartenschau, oltre a una piattaforma prevista in futuro dalla Deutsche Bahn. Le superfici del ponte sono state progettate in grigio argento, che riflette i colori della natura circostante e inserisce la struttura in filigrana in modo ancora più intenso nell’ambiente circostante. La giuria, presieduta dal giudice esperto e architetto Jörg Aldinger, „ha riconosciuto in particolare l’esperienza del ponte dalla prospettiva del paesaggio circostante: la struttura si inserisce con discrezione nel tessuto urbano storico, formulando tuttavia un linguaggio progettuale indipendente. La struttura a nastro del ponte, apparentemente leggera, raggiunge una scala appropriata, mentre l’effetto scultoreo rimane molto tangibile“.

Oltre agli encomi, la giuria ha assegnato anche il secondo, terzo e quarto premio. Il secondo posto è stato assegnato al progetto dello studio di ingegneria schlaich bergermann partner di Stoccarda con Daniel Gebreiter come architetto. Il team ha progettato un ponte che attraversa la valle come un elegante nastro. Il punto forte è il dettaglio, come ad esempio il concetto di illuminazione. Si tratta di un’illuminazione minima che corre su entrambi i lati all’altezza del corrimano e che crea sottili accenti luminosi sulle ringhiere. Oltre alla composizione illuminotecnica attenta ed ecologica, si è pensato di arredare l’area con panchine abbinate ad archi vegetali. In questo modo si è voluto creare degli spazi in cui i passanti potessero soffermarsi.

Il terzo premio è andato al duo Feuerstein Hammer Pfeiffer Architekten di Lindau e baustatik relling di Singen come ingegneri strutturali. Per i progettisti, la posizione e lo spazio erano i protagonisti, e il ponte non doveva essere da meno. Ciò significa che non sono stati utilizzati prospetti o linee insolite della struttura portante. La silhouette della città, l’ambiente naturale e il fiume Neckar hanno determinato il progetto e la costruzione. Il consorzio ha proposto un ponte a quattro campate ad arco sottile con un’eleganza contenuta e una geometria semplice e rettilinea in pianta. Il progetto è stato modellato in una moderna struttura a ponte per il Rottweil State Garden Show.

Il quarto premio è stato vinto da Next architects di Amsterdam in collaborazione con IB Miebach Ingenieurbüro für Holzbau und Holzbrückenbau di Lohrmar. Cosa c’è di speciale in questo progetto? Come strategia di sostenibilità, i progettisti hanno scelto il legno come materiale da costruzione principale per il ponte. Questo doveva essere combinato con un rivestimento in granito. Anche in questo caso, il progetto va oltre la progettazione di un semplice attraversamento. Il nastro del ponte serpeggia a zig zag attraverso il paesaggio e da un lato all’altro. I contorni gli conferiscono l’aspetto di una scultura in legno e avrebbero creato un accento speciale allo State Garden Show. L’uso del legno non solo conferisce al ponte un piacevole aspetto naturale. Lo collega anche nella sostanza alla natura circostante. Nella sezione centrale del ponte per Rottweil, la formazione a zig-zag avrebbe offerto ai passeggiatori prospettive molto diverse di Rottweil e dell’area circostante, arricchendo lo State Garden Show di ulteriori esperienze visive.

Per saperne di più su un’altra decisione del concorso: il ponte di Getrauden a Berlino.

Premio di architettura Gottfried Semper

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Undine Giseke riceverà il premio di architettura Gottfried Semper il 5 novembre. È la prima volta che una donna e un architetto del paesaggio ricevono il premio, dotato di 25.000 euro.

Il campo di lavoro principale dell’architetto paesaggista è il trattamento creativo dei processi di trasformazione urbana che vanno dalla contrazione e dalla stagnazione all’iper-crescita delle città a tutte le scale. Il suo lavoro è caratterizzato dalla combinazione di pianificazione pratica e progettazione del paesaggio con un lavoro scientifico teoricamente solido nel campo dell’ecologia del paesaggio e dell’architettura del paesaggio.

Undine Giseke, nata nel 1956 a Minden/Westfalia, ha studiato prima tedesco e sociologia a Düsseldorf e Berlino, poi pianificazione del paesaggio e architettura del paesaggio alla TU di Berlino. È cofondatrice di bgmr Landschaftsarchitekten (Becker Giseke Mohren Richard, Berlino e Lipsia). Nel 2003 è stata nominata professore universitario presso l’Istituto di Architettura del Paesaggio e Pianificazione Ambientale della TU di Berlino, dove dirige il dipartimento di Architettura del Paesaggio e Pianificazione degli Spazi Aperti. In qualità di decano degli studi per il corso di laurea in Urban Design, è promotrice di nuovi approcci all’insegnamento interdisciplinare. Undine Giseke è coinvolta in numerosi comitati, tra cui la presidenza del consiglio di amministrazione dell’IBA di Heidelberg, il comitato consultivo del premio Peter Joseph Lenné dello Stato di Berlino e il comitato consultivo scientifico del Laurier Centre for Sustainable Food Systems di Waterloo, in Canada. È inoltre membro dell’Accademia tedesca per la pianificazione urbana e regionale (DASL).

Con il suo progetto „Urban Agriculture as an Integrative Factor of Climate-Optimised Urban Development“, Undine Giseke lavora a Casablanca dal 2005 nell’ambito del progetto internazionale „Megacities of Tomorrow“ avviato dal Ministero federale dell’Istruzione e della Ricerca. Qui l’agricoltura urbana viene studiata sistematicamente e sperimentata con successo come strategia per uno sviluppo urbano rispettoso del clima nelle megalopoli in rapida crescita.

Il Premio di architettura Gottfried Semper viene assegnato ogni due anni dal 2007 dall’Accademia e dalla Fondazione statale sassone per la natura e l’ambiente. Il premio è destinato a personalità che hanno reso servizi eccellenti per una costruzione rispettosa dell’ambiente.

Piscina a onde

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Il bagno per bambini, progettato dallo studio di interior design Rhyme Team, colpisce per gli elementi in legno che conferiscono all’ambiente piastrellato un’atmosfera accogliente e familiare. Gli elementi ludici dei frontali del lavabo si legano direttamente allo specchio personalizzato a forma di onda. Oltre ai toni del marrone e del beige, lo studio ha optato per una pietra naturale di colore rosa. Il bagno è inondato di luce e invitante grazie alle finestre a tutta altezza.

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Una strada cittadina trafficata accanto a imponenti grattacieli, fotografata da Bin White.

I bilanci comunali per la pianificazione sono sottoposti a forti pressioni, ma è proprio in tempi di ristrettezze di bilancio che diventa chiaro quanto potere innovativo, creatività ed eccellenza nella pianificazione risiedano davvero nelle amministrazioni comunali e negli uffici di pianificazione. Chi si limita a risparmiare ora perde l’opportunità di ottenere di più con meno risorse: attraverso un’intelligente definizione delle priorità, investimenti strategici e il coraggio di pensare in modo nuovo. Come possono le autorità locali riuscire a creare città vivibili, resilienti e sostenibili anche con budget limitati? Benvenuti al reality check per la pratica della pianificazione!

  • Come la crescente pressione sui costi sta influenzando i bilanci comunali per la pianificazione in Germania, Austria e Svizzera
  • Strategie per consentire una pianificazione urbana e degli spazi aperti innovativa nonostante le ristrettezze di budget
  • L’importanza della definizione delle priorità, delle sinergie multiple e dell’uso intelligente delle risorse
  • Nuove forme di partecipazione, cooperazione e creazione di valore nella pianificazione
  • Come la digitalizzazione, la standardizzazione e l’innovazione dei processi contribuiscono a garantire la qualità della pianificazione
  • Esempi di buone pratiche da città e comuni di lingua tedesca
  • Rischi, insidie e l’arte di bilanciare l’esigenza di risparmiare e il coraggio di creare
  • Una prospettiva sul futuro della cultura della pianificazione comunale in un contesto in continua evoluzione

Bilanci di pianificazione sotto pressione: cause, effetti e la nuova quotidianità dei comuni

La realtà è chiara: I bilanci comunali stanno vacillando sempre più e i budget per la pianificazione stanno scivolando in fondo alla lista delle priorità di molte città e comuni. I motivi sono molteplici e vanno dall’esplosione dei prezzi delle costruzioni e dall’aumento dei costi operativi alla diminuzione delle entrate fiscali e ai nuovi compiti nei settori della digitalizzazione, dell’adattamento al clima e delle infrastrutture sociali. Mentre i progetti su larga scala e i piani di prestigio spesso trovano ancora un posto sicuro nel bilancio, le misure a lungo termine, più piccole ma importanti, possono facilmente rimanere indietro. Di conseguenza, i dipartimenti di pianificazione devono sempre più spesso scegliere tra ciò che è necessario e ciò che è auspicabile.

Ma cosa significa concretamente per i pianificatori e gli amministratori? Da un lato, si intensifica la pressione per fornire servizi più efficienti senza perdere di vista la qualità. Dall’altro, cresce lo sforzo di giustificazione: ogni spesa deve essere giustificata con maggiore forza in termini politici e pubblici, mentre allo stesso tempo aumentano le aspettative di uno sviluppo urbano innovativo, sostenibile e partecipativo. La famosa quadratura del cerchio sta diventando la nuova normalità – e i pianificatori sono chiamati a trovare modi creativi per uscire dalla stretta di bilancio.

Un’altra area problematica riguarda la sicurezza della pianificazione a medio e lungo termine. I tagli ai progetti in corso spesso portano a ritardi, rielaborazioni o addirittura a un blocco, che a sua volta si traduce in costi aggiuntivi e frustrazione. Allo stesso tempo, c’è il rischio di perdere competenze se i progettisti specializzati esterni vengono incaricati meno frequentemente o se le risorse interne vengono ridotte. Questo crea una pericolosa spirale negativa: meno budget significa meno qualità, che a sua volta indebolisce ulteriormente l’accettazione dei progetti di pianificazione.

Anche la pressione politica è in aumento. I decisori comunali si trovano tra la necessità di risparmiare e il desiderio di attrattività urbana, protezione del clima o giustizia sociale. La tentazione di effettuare tagli a breve termine è grande, ma spesso si paga a lungo termine, ad esempio con i costi conseguenti alla scarsa qualità o alla perdita di potenziale di sviluppo. La necessità di difendere i bilanci della pianificazione e allo stesso tempo di ripensarli sta quindi diventando una questione chiave per lo sviluppo urbano dei prossimi anni.

Tutto questo porta a una situazione paradossalmente molto dinamica: mentre il margine di manovra finanziario si riduce, cresce la pressione a innovare. I comuni che si concentrano sulle loro competenze chiave, sulla cooperazione e sui processi intelligenti possono fare di necessità virtù. Tuttavia, coloro che si limitano a chiudere i battenti perderanno rapidamente, sia in termini di concorrenza tra le città che di qualità dello spazio urbano.

Progettare di più con meno: Strategie, strumenti e il potere delle priorità

La sfida centrale per i pianificatori e le amministrazioni è: come utilizzare la potenza finanziaria disponibile in modo da ottenere il massimo impatto? La chiave sta nella definizione delle priorità e nel coraggio di mettere in discussione le routine abituali. Invece di versare la cornucopia, stanno diventando sempre più importanti gli investimenti mirati e orientati all’impatto. Questo può sembrare ovvio all’inizio, ma in pratica è una vera e propria arte: quali progetti sono davvero essenziali per il bene comune, per la resilienza climatica, per la coesione sociale? Dove si possono realizzare sinergie mettendo insieme in modo intelligente aree specialistiche, obiettivi o gruppi di utenti diversi?

Uno strumento chiave è la creazione di spazi aperti multifunzionali e a uso multiplo. La combinazione di parchi giochi, gestione delle acque piovane e promozione della biodiversità in un unico progetto, ad esempio, genera un valore aggiunto notevolmente maggiore rispetto a singole misure isolate. Sebbene questi progetti sinergici richiedano un maggiore coordinamento e una pianificazione più approfondita, si ripagano da soli grazie ai minori costi di follow-up e alla maggiore accettazione da parte di cittadini e politici. Questi concetti sono ormai standard soprattutto nella pianificazione degli spazi aperti, ma il loro potenziale è lungi dall’essere esaurito.

Anche le innovazioni di processo stanno acquisendo importanza. Queste includono procedure di gara snelle, approcci di pianificazione modulari e il coinvolgimento precoce di cittadini e stakeholder. Creare chiarezza sulle esigenze e sugli obiettivi contrastanti in una fase iniziale evita costosi riadattamenti e aumenta l’identificazione con il progetto. La digitalizzazione svolge un ruolo sempre più importante in questo ambito: le piattaforme di partecipazione digitale, la pianificazione di scenari supportata da GIS o l’uso del Building Information Modelling (BIM) consentono di confrontare le varianti in modo rapido ed economico e di rendere trasparenti le decisioni.

Oltre a concentrarsi sull’essenziale, la creazione di solidi partenariati è un altro fattore chiave. Le collaborazioni con aziende locali, università, iniziative della società civile o persino con il comune limitrofo creano risorse e competenze aggiuntive. Questo spesso si traduce in approcci innovativi che hanno un impatto elevato anche con meno risorse. Tuttavia, ciò richiede una nuova apertura nel comportamento amministrativo e il coraggio di rinunciare al controllo e di sperimentare nuovi approcci.

In definitiva, si tratta di stabilire una cultura dell’abilitazione. Chi intende la pianificazione come un processo di apprendimento continuo può reagire in modo flessibile ai cambiamenti di budget e garantire la propria capacità di azione. Avere il coraggio di ammettere gli errori, osare sperimentare e imparare dalle battute d’arresto diventa un fattore chiave di successo. Perché è proprio nei momenti di crisi che si capisce quali sono le strutture di pianificazione veramente resilienti.

Strumenti digitali e innovazione di processo: come la tecnologia aiuta ad alleggerire i bilanci della pianificazione

La digitalizzazione non è più fine a se stessa, ma è un elemento essenziale per una pianificazione efficiente, economica e di qualità. Soprattutto in tempi di budget ridotti, gli strumenti digitali possono aiutare a velocizzare i processi di pianificazione, evitare errori e ottimizzare l’uso delle risorse. Una delle maggiori leve risiede nel consolidamento e nella standardizzazione dei dati: Chiunque renda disponibili a livello centrale geodati, informazioni catastali o conteggi del traffico affidabili e ben strutturati non solo risparmia tempo e denaro, ma aumenta anche la qualità della pianificazione.

Un esempio: i gemelli digitali, come quelli già utilizzati nelle metropoli all’avanguardia, offrono alle autorità locali la possibilità di analizzare scenari, simulare gli effetti delle misure e valutare le varianti in tempo reale. Ad esempio, le modifiche al flusso del traffico, al microclima o ai requisiti energetici possono essere testate e ottimizzate prima dell’attuazione. Sebbene tali sistemi siano ancora poco diffusi in Germania, anche semplici strumenti di pianificazione supportati da GIS o piattaforme di partecipazione digitale possono portare enormi guadagni di efficienza.

Tuttavia, l’innovazione di processo in background è più importante di qualsiasi software. Chi standardizza le procedure di pianificazione e approvazione, crea interfacce chiare ed elimina le fasi di lavoro ridondanti guadagna tempo prezioso e può gestire più progetti con meno personale. Ciò è particolarmente importante per i comuni di piccole e medie dimensioni, che spesso dispongono di risorse umane limitate. Vale la pena imparare dagli esempi di buone pratiche e sviluppare standard insieme ad altre autorità locali.

Un fattore spesso sottovalutato è la formazione dei dipendenti. Le competenze digitali, la conoscenza della gestione agile dei progetti o l’esperienza con gli strumenti di collaborazione sono oggi importanti almeno quanto le competenze tradizionali. Investire nella formazione continua del proprio team getta le basi per un dipartimento di pianificazione efficiente a lungo termine e crea le premesse per ottenere di più con meno budget.

Infine, non bisogna dimenticare il fattore umano. La tecnologia non può sostituire la creatività, l’empatia e il giudizio professionale. Piuttosto, aiuta i pianificatori a lasciare i compiti di routine e a concentrarsi sulle questioni veramente importanti: Come creare spazi vivibili? Come garantire la sostenibilità futura delle nostre città? Solo chi riesce a coniugare tecnologia e attitudine può realizzare appieno il proprio potenziale.

Buone pratiche e ostacoli: Cosa fanno di diverso i comuni di successo

Uno sguardo alle città e ai comuni di particolare successo mostra che non sono necessariamente i comuni più ricchi con i bilanci più elevati a stabilire gli standard. Piuttosto, sono quelli che hanno il coraggio di aprire nuove strade e la volontà di imparare dagli errori. A Tubinga, ad esempio, una gestione intelligente del territorio e una pianificazione cooperativa hanno permesso di procedere di pari passo con la ridensificazione, la tutela degli spazi verdi e le infrastrutture sociali, nonostante le limitate risorse finanziarie. A Vienna, invece, una priorità coerente per la protezione del clima e la giustizia sociale garantisce che anche le piccole misure abbiano un grande impatto.

Un’altra ricetta per il successo è il coinvolgimento dei cittadini. Città come Zurigo e Friburgo si affidano a forme di dialogo continuo, a piattaforme di partecipazione digitale e al coinvolgimento precoce di gruppi di utenti. Il risultato è che i progetti non solo vengono pianificati in modo più efficiente, ma anche realizzati in modo più sostenibile, perché gli errori di pianificazione e le resistenze possono essere riconosciuti e affrontati in una fase iniziale.

Ma ci sono anche degli ostacoli. I progetti ambiziosi spesso falliscono a causa di aspettative esagerate, mancanza di coordinamento o di preparazione. La tentazione di tagliare rapidamente gli angoli porta a una perdita di qualità, che a lungo termine diventa costosa. Anche il famoso „funding hopping“ è un’arma a doppio taglio: chi pianifica i progetti solo in base alla logica dei finanziamenti rischia di perdere la propria bussola strategica e di diventare dipendente da programmi mutevoli.

I Comuni di successo sono quindi caratterizzati da una strategia chiara, sviluppata ad hoc e perseguita con coerenza, indipendentemente dai cicli di bilancio a breve termine o dalle mode politiche. Si affidano a un monitoraggio continuo, imparano dai dati e dall’esperienza e adattano costantemente il loro approccio. Non vedono le carenze di budget come una mancanza, ma piuttosto come un incentivo a pianificare con particolare precisione e a creare un valore aggiunto mirato.

In ultima analisi, è chiaro che progettare di più con meno non è una questione di fortuna o di opportunità, ma il risultato di una cultura della pianificazione ben ponderata, coraggiosa e adattabile. Chi è disposto a tagliare le vecchie abitudini, a sperimentare e a imparare dagli errori può creare un futuro urbano che faccia scuola, anche in condizioni difficili.

Conclusione: con una bussola chiara e un coraggio creativo attraverso la crisi di bilancio

I bilanci comunali per la pianificazione rimarranno sotto pressione per il prossimo futuro – non c’è modo di evitarlo. Ma è proprio ora che si deciderà chi darà forma al cambiamento e chi ne sarà travolto. Le sfide sono enormi, ma aprono anche nuove opportunità: maggiore chiarezza nella definizione degli obiettivi, maggiore creatività nell’attuazione e maggiore cooperazione nella vita quotidiana. Ci vuole coraggio per stabilire le priorità, cercare le sinergie, esaminare i processi e usare la tecnologia con saggezza. Allo stesso tempo, non dobbiamo perdere di vista le persone, perché sono loro a rendere le città vivaci e adatte al futuro.

Che si tratti di una metropoli o di una piccola città, con un budget grande o piccolo, l’atteggiamento con cui viene condotta la pianificazione è fondamentale. Chi vede la necessità di risparmiare come un invito all’innovazione, chi si concentra sulla qualità piuttosto che sulla quantità e chi è disposto ad aprire nuove strade insieme ad altri, otterrà di più con meno risorse. In questo modo, la pressione sui costi diventa un catalizzatore per una nuova cultura della pianificazione, resiliente e coraggiosa, e un’opportunità per un futuro urbano degno di essere vissuto.

Johannes Baur: „Spesso assumiamo il ruolo di mediatori“.

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Per la Fondazione prussiana per il patrimonio culturale (Berlino), Johannes Baur si è occupato della consulenza e della progettazione specialistica del deposito museale nel nuovo edificio del Museo del XX secolo presso il Kulturforum (Herzog & de Meuron). Foto: Herzog & de Meuron / SPK, Berlino

Per la Fondazione prussiana per il patrimonio culturale (Berlino), Johannes Baur si è occupato della consulenza e della progettazione specialistica del deposito museale nel nuovo edificio del Museo del XX secolo presso il Kulturforum (Herzog & de Meuron). Foto: Herzog & de Meuron / SPK, Berlino

Troppo poco spazio e condizioni di conservazione inadeguate: RESTAURO ha parlato con il progettista specializzato in conservazione Johannes Baur di Monaco di Baviera della sostenibilità e dell’uso sensato della tecnologia nei depositi dei musei.

Johannes Baur non solo offre consulenza alle istituzioni culturali da ben vent’anni, ma realizza anche depositi e archivi museali a livello internazionale. Il progettista specializzato in conservazione di Monaco di Baviera, che ha un proprio ufficio, si è reso conto dell’urgente necessità di questo già a metà degli anni Novanta, mentre lavorava come restauratore di mobili presso il Museo Civico di Monaco.

I progetti di pianificazione procedono in parallelo

I musei lamentavano una mancanza di spazio e condizioni di stoccaggio inadeguate nei loro depositi. All’epoca, Johannes Baur era responsabile, tra le altre cose, dell’allestimento di un deposito esterno. Oggi tra i suoi clienti c’è la Fondazione prussiana per il patrimonio culturale (Berlino), per la quale ha fornito consulenza e progettazione specializzata per il deposito museale nel nuovo edificio del Museo del XX secolo presso il Kulturforum (Herzog & de Meuron). Johannes Baur è anche coinvolto nell’ampliamento della Kunsthaus di Zurigo (Chipperfield Architects). Oltre a questi due grandi progetti, l’esperto ne ha molti altri in corso in parallelo. Due architetti permanenti fanno ora parte del team. Johannes Baur aveva già completamente digitalizzato l’ufficio prima del coronavirus e investito molto nella tecnologia. Niente funziona senza programmi CAD. „Siamo in costante dialogo con altri progettisti per coordinare i diversi piani“, riferisce Johannes Baur. „I progetti sono nel cloud, quindi possiamo accedervi da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento“. Il blocco non è stato quindi un problema. Comunicavamo in videoconferenza e spostavamo i piani avanti e indietro“.

Competenza nella tecnologia di magazzino

I clienti arrivano tramite raccomandazioni e offerte. Ma anche il sito web rivisto attira molta attenzione. „Per quanto riguarda la pianificazione dei depositi, offriamo tutte le fasi del servizio, dalla prima alla nona (secondo HOAI). E abbiamo una grande esperienza, anche nella tecnologia di stoccaggio“. Una sfida che spesso viene sottovalutata è l’ingegneria strutturale, che deve essere affrontata in una fase iniziale, come sa Johannes Baur. „Spesso veniamo coinvolti solo nella fase di servizio tre o addirittura cinque. Tuttavia, prima veniamo coinvolti, meglio è“.

Johannes Baur raccomanda una pianificazione prudente

Nella progettazione di depositi e archivi, Baur attribuisce grande importanza alla sostenibilità. „Il fabbisogno energetico e i costi dell’energia e della manutenzione degli edifici superano ormai i budget di acquisizione dei musei. Per questo motivo suggerisco sempre di pianificare in modo conservativo, soprattutto quando si costruiscono depositi. A differenza delle mostre permanenti, che vengono sostituite al massimo ogni dieci anni, in questo caso non cambia molto, quindi per me l’approccio alla pianificazione è di oltre 50 anni“.

Concentrarsi sulla bassa tecnologia

Johannes Baur è generalmente favorevole alla bassa tecnologia. Per esempio, è riluttante a installare sistemi elettrici itineranti. „Fino a determinati carichi, un sistema con funzionamento a volantino funzionerà ancora perfettamente tra venti o trent’anni. Tuttavia, è necessario essere coinvolti relativamente presto nella fase di progetto, perché altrimenti si potrebbero progettare sale alte. E poi saranno necessari grandi sistemi mobili, che a loro volta non potranno più essere azionati manualmente una volta raggiunta una certa dimensione. Quindi la tecnologia dove ha senso“. Riceviamo spesso richieste di informazioni su ciò che deve essere considerato. „Come per gli architetti, il nostro lavoro si divide in un’area di consulenza e in un’area di progettazione. Spesso assumiamo il ruolo di mediatori. Naturalmente conosciamo il linguaggio dei restauratori, ma anche quello degli ingegneri strutturali e degli architetti. E ci sono sempre sfide nella comunicazione“.

Nel centro di raccolta: postazioni di lavoro per i restauratori

Per inciso, a Johannes Baur non piace molto usare il termine deposito o deposito centrale. „Ora preferisco il termine centro di raccolta. Perché è qui che dovremmo lavorare attivamente e, a seconda della situazione e delle esigenze di spazio, creare postazioni di lavoro per i conservatori. E possiamo anche portare nel centro i visitatori realmente interessati. Inoltre, può esserci un collegamento significativo con l’educazione museale, per esempio“.

Suggerimento di lettura: come progettare, costruire e utilizzare un deposito o un archivio in modo sostenibile, rispettoso dell’ambiente e basato sulle esigenze, è illustrato nel recente „Handbuch Depots und Archive – Handlungsempfehlungen für Planung und Betrieb“, curato dalla dott.ssa Kristina Holl e dal prof. dott. Ralf Kilian. La conservatrice diplomata Katharina Haider ha scritto una recensione della nuova pubblicazione per RESTAURO (8/2022). Il testo tratta la concezione, la pianificazione e l’utilizzo di depositi e archivi, include nuovi edifici e trasformazioni ed è impegnato nella sostenibilità, nella protezione del clima e nell’efficienza energetica tanto quanto nella conservazione preventiva.

IA e simulazione della folla nella pianificazione dell’evacuazione

Casa-mia
vista aerea di una strada viva della città-FLLVeLYE2LI
Veduta aerea di un affollato centro città, ripresa da Night Owl

La pianificazione dell’evacuazione con l’intelligenza artificiale e la simulazione della folla sembra un blockbuster hollywoodiano, ma è da tempo una dura realtà per i pianificatori previdenti. Mentre i classici diagrammi delle vie di fuga stanno ancora prendendo polvere nelle norme DIN, il settore sta ora utilizzando algoritmi e folle digitali per simulare l’imprevisto. Chi crede ancora che la segnaletica delle uscite di emergenza sia sufficiente a garantire la sicurezza dovrebbe voltare pagina.

  • L’intelligenza artificiale e la simulazione della folla stanno rivoluzionando la pianificazione dell’evacuazione in Germania, Austria e Svizzera.
  • I gemelli digitali di edifici e quartieri rendono possibili per la prima volta scenari realistici e dinamici.
  • La tecnologia sta diventando uno strumento centrale per la protezione antincendio, il controllo dei disastri e la gestione degli eventi.
  • Architetti, ingegneri e operatori devono acquisire nuove conoscenze in materia di simulazione, analisi dei dati e intelligenza artificiale.
  • L’industria sta discutendo animatamente sulla protezione dei dati, sulla validità dei modelli e sulla responsabilità.
  • I benchmark internazionali definiscono gli standard, ma i Paesi di lingua tedesca sono tradizionalmente scettici.
  • La sostenibilità, la partecipazione degli utenti e la resilienza sono ridefinite dalla simulazione.
  • La pianificazione dell’evacuazione basata sull’intelligenza artificiale sfida l’immagine tradizionale dell’architettura.
  • Il futuro: meno standard, più scenari – e più responsabilità per tutti i soggetti coinvolti.

Dal piano di fuga alla logica di fuga: a che punto sono oggi Germania, Austria e Svizzera

Per molto tempo, la pianificazione dell’evacuazione è stata appannaggio dei responsabili della sicurezza antincendio con righelli e calcolatrici. Che si trattasse di un edificio scolastico, di un grattacielo, di uno stadio o di un centro commerciale, la formula era sempre la stessa: numero massimo di persone, larghezza delle uscite, lunghezza del percorso di fuga e un po‘ di istinto. Ma dopo i tragici incidenti degli ultimi anni – dalla Love Parade alla Grenfell Tower – è diventato chiaro che questo non è più sufficiente. In Germania, Austria e Svizzera, in particolare, la pressione su progettisti e operatori è aumentata notevolmente. Le autorità richiedono sempre più prove basate su simulazioni, mentre gli assicuratori e gli investitori esigono analisi del rischio misurabili. Tuttavia, i Paesi di lingua tedesca rimangono un biotopo di cautela. Mentre in Scandinavia, Regno Unito e Asia la simulazione della folla è da tempo uno standard nei grandi progetti, qui in Germania dominano metodi collaudati e liste di controllo basate su standard. Ciò non è dovuto solo alla famosa paura dell’innovazione, ma anche alla situazione legale frammentata, alla responsabilità federale e a un radicato scetticismo nei confronti del software „scatola nera“. Chiunque progetti con l’IA e la simulazione in questo Paese deve spiegare, dimostrare e spesso combattere, anche contro la propria corporazione.

Ma la tendenza sta cambiando. Sempre più studi di architettura, pianificatori generali e operatori sperimentano modelli digitali e strumenti supportati dall’intelligenza artificiale. Le ragioni sono ovvie: gli edifici, gli eventi e le infrastrutture diventano sempre più complessi, la densità degli utenti aumenta e i requisiti di resilienza e sostenibilità crescono. Chiunque partecipi a una gara d’appalto per un nuovo padiglione espositivo o una stazione ferroviaria oggi deve essere in grado di fornire simulazioni che non solo visualizzino le vie di fuga, ma anche scenari realistici. I tempi dei piani di fuga statici sono finiti. La tendenza è quella di una pianificazione dinamica, basata sui dati, e l’intelligenza artificiale è il grande cambiamento.

Il prossimo passo logico: collegare la simulazione della folla con i gemelli digitali urbani. Ciò che funziona come gemello digitale nella pianificazione urbana si sta diffondendo anche nella pianificazione della sicurezza. A Zurigo, ad esempio, le situazioni di evacuazione vengono già testate nel gemello digitale della stazione ferroviaria principale prima che i primi passeggeri salgano sui nuovi binari. Vienna sta lavorando su concetti di evacuazione basati sulla simulazione per i grandi eventi, mentre Monaco si sta concentrando sulla guida dei visitatori supportata dall’intelligenza artificiale per i grandi edifici. Il mondo di lingua tedesca sta avanzando, forse non come pioniere, ma almeno a un ritmo crescente.

Ciò che manca è una concezione comune di qualità, validità e responsabilità. Non esistono ancora standard uniformi per la pianificazione dell’evacuazione basata sull’intelligenza artificiale e la discussione sul ruolo degli algoritmi e delle simulazioni è ancora agli inizi in molti luoghi. Ma una cosa è certa: il futuro della sicurezza risiede nel collegamento intelligente di dati, simulazioni e competenze umane. Chi ignora questo aspetto rischia non solo la responsabilità civile, ma anche la sicurezza delle vite umane.

Il settore si trova a un bivio tra controllo e innovazione. Coloro che fanno il salto di qualità e si familiarizzano con i nuovi strumenti possono non solo aggiudicarsi i progetti, ma anche fornire un reale valore aggiunto per gli operatori, gli utenti e la società.

IA e simulazione: cosa è tecnicamente possibile oggi – e cosa sarà standard domani

Le possibilità tecniche di pianificazione dell’evacuazione sono esplose negli ultimi anni. Le moderne simulazioni di folla combinano modelli basati sulla fisica con la ricerca comportamentale e l’intelligenza artificiale. Invece di semplici vettori di fuga, modellano interazioni complesse tra persone, ostacoli, architettura e persino reazioni di panico. Il software simula come la folla reagisce agli allarmi, come si formano i colli di bottiglia e come le uscite alternative influenzano il tempo di evacuazione. Gli algoritmi imparano a ogni simulazione, diventano più precisi e possono persino riconoscere nuovi rischi che sfuggirebbero ai pianificatori umani.

La situazione diventa particolarmente interessante quando i sistemi di intelligenza artificiale vengono alimentati con dati in tempo reale provenienti da sensori, telecamere o controlli di accesso. Ciò consente non solo di riprodurre scenari a fini di pianificazione, ma anche di sviluppare strategie di evacuazione adattive per le operazioni. In caso di emergenza, il sistema può suggerire vie di fuga alternative in frazioni di secondo, dirigere dinamicamente i flussi di persone e coordinare le squadre di soccorso con precisione millimetrica. Ciò che sembra fantascienza è già realtà in progetti pilota, ad esempio negli aeroporti internazionali, nei grandi eventi o nelle infrastrutture di trasporto complesse.

Lo sviluppo va ancora oltre: i gemelli digitali di edifici e quartieri stanno diventando ambienti di prova per simulazioni supportate dall’intelligenza artificiale. Qui i pianificatori possono analizzare vari scenari, dalle minacce di bombe agli incendi, dalle interruzioni di corrente al panico di massa. L’intelligenza artificiale non solo calcola i tempi di fuga, ma identifica anche i punti deboli dell’architettura, testa layout alternativi delle stanze e suggerisce ottimizzazioni. La pianificazione tradizionale dell’evacuazione diventa così un processo iterativo e guidato dai dati, e l’architettura diventa un cantiere permanente per la sicurezza.

Tuttavia, questa tecnologia solleva anche nuovi interrogativi. Quanto sono affidabili le simulazioni basate su ipotesi di comportamento umano? Quale responsabilità ha il progettista se l’IA fallisce? E come si possono documentare i risultati in modo comprensibile? In molti uffici c’è ancora incertezza su quali strumenti siano autorizzati e quali risultati siano affidabili. Il settore ha urgentemente bisogno di standard per la convalida, la trasparenza e la garanzia di qualità, altrimenti si rischia una crescita incontrollata.

Nonostante le sfide, la tendenza è chiara: l’IA e la simulazione stanno diventando strumenti indispensabili per un’architettura innovativa, sostenibile e sicura. Chi oggi progetta senza simulazione non rischia solo la propria reputazione, ma anche la vita degli utenti. Il futuro appartiene a coloro che pensano insieme tecnologia e responsabilità e sono pronti ad ampliare radicalmente le proprie conoscenze.

Sostenibilità, etica e la nuova responsabilità degli architetti

A partire dalla digitalizzazione, la pianificazione dell’evacuazione non è più una disciplina puramente tecnica. Con l’introduzione dell’intelligenza artificiale e della simulazione della folla, l’attenzione si sta spostando: Dalla conformità agli standard alla progettazione attiva della sicurezza, della resilienza e dell’esperienza dell’utente. La sostenibilità svolge un ruolo centrale. Dopo tutto, una via di fuga simulata in modo ottimale non solo significa un’evacuazione più rapida, ma può anche far risparmiare risorse: meno sovradimensionamento, meno spazio inutile, uso più preciso dei materiali. Tutto ciò non solo ha senso dal punto di vista ecologico, ma è anche interessante dal punto di vista economico. Ma come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli: Chi si affida troppo agli algoritmi rischia di avere dei punti oscuri. L’intelligenza artificiale può essere buona solo quanto i dati con cui viene alimentata. Presupposti errati, modelli incompleti o distorsioni algoritmiche possono avere conseguenze fatali.

L’etica sta quindi diventando un nuovo dovere per i pianificatori. Chiunque simuli deve assumersi la responsabilità di modellare, interpretare i risultati e comunicare con operatori, autorità e utenti. La simulazione è comprensibile? I risultati sono plausibili? Sono stati presi in considerazione tutti i gruppi di utenti? Queste domande non sono solo un compito, ma il cuore della professione. Perché alla fine si tratta di vite umane, non di demo di software.

Anche la protezione dei dati è una sfida. Anche le migliori simulazioni sono poco utili se si basano su dati personali non adeguatamente protetti. Chiunque lavori con dati in tempo reale deve fare i conti con il Regolamento generale sulla protezione dei dati, la sicurezza informatica e la trasparenza etica. Si tratta di un problema scomodo, ma inevitabile, e di una questione di credibilità. Chi sbaglia rischia non solo multe, ma anche la fiducia del pubblico. L’architettura del futuro non è solo bella, ma anche trasparente e responsabile.

Un altro tema: la partecipazione degli utenti. La simulazione e l’IA offrono l’opportunità di includere le prospettive degli utenti in una fase iniziale, ad esempio attraverso strumenti partecipativi che mappano il comportamento e le esigenze di diversi gruppi. Ma la pratica è in ritardo. Le simulazioni vengono ancora effettuate in una stanza silenziosa, senza alcun feedback da parte degli utenti. Chi compie passi coraggiosi in questo senso può creare una vera innovazione e aumentare in modo massiccio l’accettazione di nuovi concetti di sicurezza.

La nuova responsabilità degli architetti consiste nel combinare tecnologia, etica e sostenibilità. Il modello di ruolo classico – il designer che crea spazi belli – è superato. Oggi sono richieste conoscenze tecniche, forti capacità comunicative e una consapevolezza della responsabilità sociale. Il futuro della pianificazione dell’evacuazione è interdisciplinare, basato sui dati ed eticamente corretto: tutto il resto è roba di ieri.

Competenze tecniche: ciò che conta davvero oggi

Qualsiasi architetto, ingegnere o operatore che voglia avere successo nel campo della pianificazione dell’evacuazione con l’IA e la simulazione della folla ha bisogno di qualcosa di più di una conoscenza di base della sicurezza antincendio o delle norme. È necessaria una profonda comprensione della tecnologia di simulazione, dell’analisi dei dati e della logica dell’intelligenza artificiale. Questo inizia con la selezione degli strumenti più adatti: Quale software di simulazione è adatto al mio edificio o caso d’uso? Come si creano e si mantengono i gemelli digitali? Come funzionano gli algoritmi che calcolano i flussi di movimento e i tempi di fuga? Se si comprende ciò che accade in background, è possibile parametrizzare i modelli in modo sensato, valutare i risultati e valutare i rischi.

Un altro must: la conoscenza di base della ricerca comportamentale. Dopo tutto, raramente le persone reagiscono in situazioni di stress come dicono i libri di testo. I modelli di intelligenza artificiale devono essere alimentati con ipotesi realistiche, dai tempi di reazione alle dinamiche di gruppo, fino all’accessibilità. Se si commettono errori in questo campo, si producono simulazioni che non colgono nel segno. Anche la capacità di gestire grandi quantità di dati sta diventando sempre più importante. La tecnologia dei sensori, il monitoraggio in tempo reale e i gemelli digitali generano enormi flussi di dati, e solo coloro che sono in grado di analizzarli in modo significativo potranno trarne vere intuizioni.

L’interdisciplinarità è la nuova parola magica. Le migliori simulazioni nascono quando architetti, ingegneri, specialisti IT, esperti di protezione antincendio e scienziati sociali lavorano insieme. Chi pensa in silos viene rapidamente sopraffatto dalla complessità del compito. Per questo motivo sono necessari nuovi metodi di lavoro, piattaforme collaborative e una mentalità aperta. I bei tempi del lupo solitario sono finalmente finiti.

Ultimo ma non meno importante: la comunicazione. Chi è in grado di spiegare ai clienti, alle autorità e agli utenti come funziona la simulazione, quali sono i suoi limiti e perché vengono adottate determinate misure, otterrà fiducia e spesso finirà per aggiudicarsi il contratto. La trasparenza è la nuova caratteristica della qualità. I risultati dell’IA e della simulazione devono essere comprensibili, verificabili e documentabili. Chi è in grado di gestire questo aspetto può rappresentare in modo credibile l’innovazione e condurre discussioni a livello professionale.

Conclusione: competenza tecnica, diligenza etica e forza comunicativa sono le nuove competenze chiave del settore. Coloro che abbracciano queste caratteristiche possono utilizzare l’intelligenza artificiale e la simulazione della folla non solo per pianificare in modo più sicuro, ma anche più intelligente e sostenibile.

Tendenze globali, dibattiti locali e il futuro della pianificazione dell’evacuazione

Il discorso globale sulla pianificazione dell’evacuazione supportata dall’IA è in pieno svolgimento. In Cina, Singapore, Australia e Regno Unito, la verifica basata sulla simulazione è da tempo lo standard per grandi edifici, progetti infrastrutturali ed eventi. I parametri di riferimento internazionali stabiliscono gli standard: dall’integrazione nella modellazione informativa degli edifici all’accoppiamento con i gemelli digitali urbani e al monitoraggio in tempo reale. I progettisti di lingua tedesca spesso guardano con invidia alla forza innovativa dei pionieri e preferiscono discutere di standard, responsabilità e protezione dei dati. I motivi sono molteplici: I Paesi di lingua tedesca sono caratterizzati da cautela, regolamentazione e profonda sfiducia nei confronti del processo decisionale algoritmico. Ma la realtà sta raggiungendo il settore. I progetti diventano più complessi, i requisiti aumentano e gli utenti si aspettano un nuovo livello di trasparenza e sicurezza.

Il dibattito si snoda lungo linee vecchie e nuove. Da una parte ci sono i rappresentanti degli standard tradizionali, che mettono in guardia da previsioni errate, scatole nere e perdita di controllo. Dall’altra parte ci sono gli innovatori che vedono nella simulazione e nell’IA un’opportunità per una sicurezza migliore, più sostenibile e più partecipativa. In mezzo c’è una pratica che sta lentamente ma inesorabilmente cambiando. La questione della responsabilità rimane centrale: Chi è responsabile se l’IA fallisce? Quanta fiducia possiamo riporre nelle simulazioni? E come si può garantire la qualità dei risultati?

Allo stesso tempo, stanno emergendo nuove visioni: La pianificazione dell’evacuazione supportata dall’IA ottimizzerà in futuro non solo la sicurezza, ma anche la resilienza, la sostenibilità e il comfort degli utenti. Gli edifici adattivi che si adattano in modo flessibile in caso di emergenza non sono più un’utopia. Collegare la simulazione della folla con gli edifici intelligenti, l’IoT e le infrastrutture urbane apre nuovi orizzonti: dal controllo in tempo reale a una cultura partecipativa della sicurezza. L’architettura del futuro è dinamica, adattabile e aperta a scenari che oggi sembrano ancora inimmaginabili.

Ma la strada da percorrere è irta di ostacoli. Servono più ricerca, standard migliori, più coraggio di innovare e una nuova cultura della cooperazione. L’architettura deve aprirsi, pensare insieme alla tecnologia e all’etica e mettere gli utenti al centro. Chi si rifiuta di farlo ora sarà travolto dall’ondata di digitalizzazione. Chi contribuisce a plasmare il futuro della sicurezza può influenzarlo attivamente.

Il dibattito sull’IA e sulla simulazione delle folle nella pianificazione dell’evacuazione fa parte di un cambiamento di paradigma globale. La questione non è più se la tecnologia arriverà, ma come la usiamo, la modelliamo e ce ne assumiamo la responsabilità. Il tempo delle scuse è finito. Il futuro ci chiama – ed è simulato.

Conclusione: tra dati, responsabilità e senso della realtà

L’intelligenza artificiale e la simulazione della folla non sono espedienti alla moda, ma la risposta logica alle sfide della moderna pianificazione dell’evacuazione. La tecnologia consente di elevare la sicurezza, la sostenibilità e l’esperienza dell’utente a un nuovo livello, a condizione che venga utilizzata in modo saggio, trasparente e responsabile. Il settore deve avere il coraggio di mettere in discussione le vecchie certezze, acquisire nuove competenze e abbracciare il cambiamento permanente. Chi riuscirà a farlo non solo costruirà in modo più sicuro, ma anche più intelligente. Il futuro della pianificazione dell’evacuazione è guidato dai dati, collaborativo ed eticamente impegnativo. Coloro che saliranno a bordo ora daranno alla sicurezza un vero aggiornamento e all’architettura un nuovo significato.

Lo spazio pubblico di una città è a disposizione di tutti. Ed è proprio questa mescolanza di utenti diversi che è auspicabile e contribuisce alla convivenza pacifica e a una città degna di essere vissuta. Lo conferma anche Dirk Wurm, responsabile dell’ordine pubblico della città di Augusta, nella nostra intervista per il numero di febbraio di Garten + Landschaft.

Tuttavia, questa auspicabile teoria non ha sempre e ovunque successo nella pratica. Ad esempio, Elias-Holl-Platz, sul retro del municipio nel centro storico di Augusta, è diventata un luogo di ritrovo popolare per i giovani. Da un lato, questo ha rivitalizzato l’area, ma dall’altro ha causato risentimento tra i residenti locali: Si lamentano di schiamazzi e musica ad alto volume fino a tarda notte. Anche la stessa Rathausplatz è cambiata. Mentre un tempo la vita della piazza si limitava all’offerta gastronomica dei caffè circostanti, ora la gente si siede anche sul marciapiede riscaldato dal sole della piazza e vi gusta la birra dopo il lavoro. „Per quanto sia un vantaggio il fatto che di recente sia stato aperto un supermercato in centro città, ci sono anche degli svantaggi“, afferma Dirk Wurm. „Abbiamo bisogno di un’offerta locale nel centro della città, perché dovrebbe anche essere vicina a dove la gente vive. Ma dobbiamo anche essere in grado di affrontare le sfide“.

Il Dipartimento per l’Ordine Pubblico di Augusta può farlo in diversi modi: ad esempio con offerte temporanee, come la pista di pattinaggio su Königsplatz quest’inverno. Oppure sedute colorate sulla Elias-Holl-Platz durante i mesi estivi. „Si tratta di piccoli accorgimenti“, afferma Dirk Wurm, „che danno un’immagine diversa di una piazza alla popolazione, che di conseguenza è più propensa a utilizzarla“. Secondo Wurm, negli ultimi anni ha imparato una cosa: „Se i diversi gruppi di utenti non si mescolano, ma almeno si toccano, allora si tollerano e si accettano. Questo riduce anche i conflitti“.

Un piccolo opuscolo con fascino

Un altro modo insolito è un opuscolo che il dipartimento di ordine pubblico distribuisce nelle piazze e nei parchi pubblici della città e che è disponibile anche online.„Per favore, grazie. Istruzioni per piazze e parchi“ è il titolo di questo piccolo opuscolo, che indica le regole di comportamento vincolanti negli spazi pubblici. Con un certo tono ironico e informale, l’opuscolo riesce a trasmettere regole essenziali senza puntare il dito.