Assicurazione di responsabilità civile professionale: protezione per architetti e progettisti

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Scatto dettagliato di un edificio con un orologio a pendolo sulla facciata, fotografato da David Cashbaugh.

L’assicurazione di responsabilità civile professionale suona come burocrazia, pile di documenti e linguaggio da broker assicurativo. Ma chi si è trovato in mezzo a un temporale legale come architetto o progettista senza questa assicurazione sa che è l’airbag invisibile del settore. Senza protezione, un piccolo errore può portare rapidamente a una perdita finanziaria totale. Ma come si presenta la moderna copertura assicurativa? E perché l’argomento sta diventando sempre più esplosivo? Benvenuti al reality check.

  • L’assicurazione di responsabilità civile professionale non è solo obbligatoria per architetti e progettisti in Germania, Austria e Svizzera, ma è anche una strategia di sopravvivenza.
  • Protegge da perdite finanziarie, lesioni personali e danni alla proprietà, ma la gamma dei rischi è in costante aumento.
  • La digitalizzazione, il BIM e l’intelligenza artificiale stanno cambiando il panorama dei rischi e pongono nuovi requisiti alla copertura assicurativa.
  • La sostenibilità e l’economia circolare stanno portando a nuovi problemi di responsabilità, ad esempio nel caso di concetti di riutilizzo o di costruzione circolare.
  • Le innovazioni come l’assicurazione di progetto, le polizze parametriche e la copertura informatica sono in aumento.
  • Le competenze tecniche sono fondamentali per riconoscere e documentare i rischi e per argomentarli agli assicuratori.
  • Il dibattito sull’adeguatezza dei premi, sulle lacune della copertura e sul ruolo degli assicuratori si fa sempre più acceso.
  • L’internazionalizzazione e la complessità dei profili previdenziali sono causa di incertezza e di pressioni all’adattamento.
  • La responsabilità civile professionale fa da tempo parte del discorso architettonico globale ed è uno specchio della trasformazione sociale e tecnologica.

La base: la responsabilità civile professionale nel DACH – obblighi, prassi, paradossi

L’assicurazione di responsabilità civile professionale per architetti e progettisti è sancita dalla legge in Germania, Austria e Svizzera. Senza di essa, non è possibile ottenere una licenza camerale, né un’autorizzazione alla presentazione di un’opera, né contratti con il settore pubblico. Fin qui tutto chiaro. Ma quello che a prima vista sembra un muro di protezione standardizzato, a un esame più attento si rivela un mosaico di peculiarità nazionali e regionali, politiche individuali e possibilità di interpretazione. In Germania, il modello di regolamento professionale delle camere degli architetti stabilisce un livello minimo di copertura in base alla rispettiva fase di servizio. In Svizzera, la responsabilità civile è disciplinata dal Codice delle obbligazioni e la densità assicurativa è elevata, ma non universale. L’Austria, invece, ha una prassi differenziata a seconda dello Stato federale e del tipo di contratto. Di conseguenza, chi lavora a livello transfrontaliero deve destreggiarsi tra requisiti, scadenze ed esclusioni diverse, rischiando di rimanere intrappolato tra i paragrafi in caso di dubbio.

Nella vita di tutti i giorni, gli assicuratori sono spesso i co-progettisti segreti. Esaminano i contratti, richiedono profili di servizio chiari ed esigono una documentazione completa. Se non si calcola correttamente la somma assicurata o si definisce in modo troppo restrittivo l’ambito dell’assicurazione, in caso di sinistro si rischia di fare una figuraccia. Particolarmente critici sono i cosiddetti „periodi di responsabilità successivi“, ossia il periodo in cui è possibile far valere i propri diritti anche dopo il completamento del progetto. Soprattutto nel caso di grandi progetti di lunga durata o di metodi di costruzione innovativi, la responsabilità successiva diventa un campo minato. Chi non fa attenzione può trovarsi di fronte a decenni di responsabilità, mentre la propria copertura assicurativa è scaduta da tempo.

Un altro paradosso: più i servizi di progettazione sono specializzati e digitali, più diventa difficile trovare la giusta copertura assicurativa. Le polizze tradizionali sono state concepite per il mondo analogico. Ma chi oggi lavora con il BIM, fornisce modelli parametrici o si occupa di complesse attività di integrazione come progettista generale, si trova di fronte alla domanda cruciale: la mia polizza copre anche gli errori causati da un modello di dati errato? Cosa succede se il cliente si affida a un gemello digitale che poi si rivela difettoso? Gli assicuratori reagiscono con esitazione. Modificano le esclusioni, chiedono la prova della garanzia di qualità e dei percorsi di audit e richiedono rapporti sul rischio digitale. Chi non è al passo con i tempi rischia un doloroso vuoto di copertura in caso di emergenza.

Anche il rapporto tra assicuratori e assicurati è in continua evoluzione. La pressione sui tassi, l’aumento dei sinistri e un contesto di responsabilità civile sempre più complesso stanno portando a trattative più difficili. I premi aumentano, le franchigie salgono e gli assicuratori fanno controlli più accurati. Gli uffici più piccoli, in particolare, sentono la pressione dei costi e cercano soluzioni creative per difendersi dai rischi crescenti. Sono in aumento le cooperazioni, le polizze collettive o i concetti assicurativi legati ai progetti. Il mercato è in fermento e il ruolo della responsabilità civile professionale si sta trasformando da prodotto rigido e obbligatorio a risorsa strategica.

Alla fine, una cosa resta da dire: La responsabilità civile professionale non è un muro protettivo statico, ma uno specchio del settore. Reagisce all’innovazione, alle aspettative sociali e ai nuovi modelli di business. Chiunque la consideri un mero esercizio obbligatorio ne sottovaluta l’importanza strategica e rischia di essere spiacevolmente sorpreso dal primo sinistro serio.

Rischi in evoluzione: digitalizzazione, BIM e nuova cultura della responsabilità civile

Negli ultimi anni la digitalizzazione ha cambiato radicalmente la professione di architetto e progettista, e con essa il panorama dei rischi. Se in passato l’attenzione si concentrava sui classici errori di pianificazione, sulla mancata osservanza delle norme o su una supervisione edilizia inadeguata, ora sono al centro dell’attenzione questioni completamente diverse. Cosa succede se un errore nel modello BIM attraversa tutte le fasi del servizio e diventa evidente solo durante la costruzione? Chi è responsabile se il gemello digitale viene manipolato o se una simulazione supportata dall’intelligenza artificiale fornisce risultati errati? E come si comporta il settore in caso di rischi informatici, perdita di dati o attacchi mirati ai dati di pianificazione?

Gli assicuratori stanno reagendo con cautela e con nuove condizioni. Molte polizze contengono ora esclusioni speciali per i rischi digitali, come i danni causati da attacchi di hacker o da errori attribuibili ad algoritmi difettosi. Allo stesso tempo, il mercato delle coperture aggiuntive è in crescita: polizze Cyber, estensione della responsabilità per perdite finanziarie, assicurazioni IT legate ai progetti. I pianificatori che vogliono mantenere una visione d’insieme devono avere competenze tecniche e, in caso di dubbio, chiedere consiglio. Non è più sufficiente assicurare i propri errori di progettazione. I rischi si estendono alla catena di fornitura digitale, alla collaborazione con partner e sub-progettisti e all’uso di piattaforme cloud.

La questione diventa particolarmente esplosiva quando entrano in gioco progetti internazionali. Giurisdizioni diverse, standard divergenti in materia di protezione dei dati e obblighi di documentazione, nonché reti contrattuali complesse, rendono i controlli di responsabilità un compito da Sisifo. Se lavorate con partner statunitensi, britannici o asiatici, dovete accettare definizioni diverse di „errore“, „danno“ e „responsabilità“, rischiando di essere esclusi dalla vostra polizza nazionale. Sebbene siano disponibili polizze di responsabilità professionale internazionali, esse sono costose e spesso prevedono franchigie elevate o esclusioni limitate. Di conseguenza, molti uffici si affidano a un mosaico di polizze locali e internazionali, con tutti i rischi associati alle interfacce.

L’introduzione del Building Information Modelling (BIM) sta ulteriormente inasprendo il dibattito. Chiunque lavori come manager, coordinatore o autore di modelli BIM si assume nuove responsabilità. Errori nel coordinamento dei modelli, nella gestione dei dati o nel passaggio di consegne ad altre imprese possono portare a richieste di risarcimento milionarie e le polizze tradizionali spesso non coprono adeguatamente questi scenari. Gli assicuratori richiedono quindi prove dettagliate di garanzia della qualità, controllo delle versioni e comunicazione strutturata. Chi si affida ad accordi informali o non documenta adeguatamente le interfacce con altri progettisti corre un rischio di responsabilità incalcolabile.

Il risultato è una nuova cultura della responsabilità civile: gli errori sono sempre più visti come rischi sistemici, non più legati a singoli individui, ma a processi, team e piattaforme. Ciò ha conseguenze sull’assicurabilità, sul calcolo dei premi e sull’immagine di sé dei pianificatori. Lavorare negli ecosistemi digitali richiede non solo creatività e conoscenze tecniche, ma anche una spiccata sensibilità per le insidie legali e la matematica attuariale. Benvenuti nell’era dei rischi multipli.

Sostenibilità, economia circolare e problemi di responsabilità civile di domani

La sostenibilità è il leitmotiv del presente e la professione di architetto è al centro di questa trasformazione. Tuttavia, la nuova responsabilità comporta maggiori rischi. Chiunque utilizzi materiali sostenibili, pianifichi concetti di riutilizzo o realizzi metodi di costruzione circolare si addentra in un territorio legale inesplorato. Cosa succede se un componente riciclato si guasta? Chi è responsabile se l’impronta di carbonio non viene ridotta come promesso? E come si comportano gli assicuratori in caso di sinistri causati da catene di fornitura complesse o materiali da costruzione innovativi?

L’assicurazione di responsabilità civile professionale tradizionale è solo parzialmente attrezzata per questi scenari. Si scontra con le nuove classi di materiali, le incertezze nella valutazione del ciclo di vita e la valutazione del rischio per metodi di costruzione precedentemente sconosciuti. Gli assicuratori reagiscono con moderazione. Chiedono informazioni dettagliate sui prodotti utilizzati, richiedono la prova di certificati e marchi di sostenibilità ed escludono sommariamente alcuni rischi. I progettisti che vogliono lavorare in modo sostenibile devono quindi non solo pensare in modo ecologico, ma anche agire con lungimiranza in termini legali e assicurativi.

Un altro ambito è quello dell’economia circolare. Più i materiali vengono riutilizzati, i componenti vengono smontati o interi edifici vengono progettati in modo circolare, più le catene di responsabilità diventano complesse. Chi garantisce che un componente di seconda mano soddisfi i requisiti? Come si può dimostrare che le proprietà originariamente promesse esistono ancora a distanza di anni? E cosa succede se un difetto si manifesta solo decenni dopo? Gli assicuratori devono affrontare la sfida di sviluppare nuovi modelli di rischio e i progettisti devono imparare ad armonizzare la documentazione e il controllo di qualità.

Anche il settore pubblico sta rendendo più severi i propri requisiti. In molte gare d’appalto vengono richieste prove di sostenibilità, certificati e analisi del ciclo di vita. Chi fornisce informazioni false o non rispetta gli standard di prestazione rischia non solo danni alla reputazione, ma anche gravi richieste di risarcimento. La responsabilità professionale diventa quindi la questione cruciale nella pianificazione sostenibile: chi si assume il rischio se l’innovazione va male?

È interessante lo sviluppo di modelli assicurativi parametrici legati a obiettivi di sostenibilità misurabili. In questo caso, la polizza paga solo se vengono superati determinati valori soglia, come le emissioni di CO₂ o il consumo energetico. Questi approcci sono ancora rari, ma potrebbero rivoluzionare il mercato assicurativo. Richiedono un nuovo livello di competenza e trasparenza dei dati da parte di progettisti e architetti e la volontà di adottare prodotti assicurativi dinamici e basati sui dati.

Il problema della responsabilità civile di domani è più complesso che mai. Si estende ben oltre la propria scrivania, nelle catene di fornitura globali e negli ecosistemi digitali. Gli architetti e i progettisti che pianificano in modo sostenibile hanno quindi bisogno di una copertura assicurativa sostenibile, flessibile, trasparente e aggiornata.

Competenze tecniche, nuovi ruoli e la battaglia per la sovranità dell’interpretazione

Sono finiti i tempi in cui la responsabilità civile professionale era una „casella da spuntare su un modulo camerale“. Oggi è uno strumento molto complesso che richiede conoscenze tecniche, legali e commerciali di altissimo livello. Se volete sopravvivere come progettisti, dovete conoscere i vostri rischi, essere in grado di nominarli e argomentarli con l’assicuratore. Questo inizia con una corretta specificazione dei servizi, prosegue con la documentazione del progetto BIM e termina con la protezione dagli attacchi informatici.

La competenza sui dati sta diventando una qualifica fondamentale. Chiunque lavori con modelli digitali deve essere in grado di tracciare le modalità di generazione, elaborazione e archiviazione dei dati. Tracce di audit, controllo delle versioni, comunicazione strutturata: non si tratta di banalità, ma di requisiti fondamentali nella moderna gestione della responsabilità civile. Gli assicuratori verificano attentamente se un ufficio è in grado di identificare e minimizzare sistematicamente le fonti di errore. Chi sbaglia in questo ambito rischia un sovrapprezzo o, nel peggiore dei casi, l’esclusione di alcuni rischi.

Anche i modelli di ruolo nel processo di pianificazione stanno cambiando. Il classico architetto, che ha tutto sotto controllo come combattente solitario, è un modello superato. Oggi dominano i team, la collaborazione, le piattaforme digitali e la pianificazione integrata. Di conseguenza, le interfacce aumentano e la distribuzione del rischio diventa una questione di negoziazione. Chi è responsabile deve essere chiaramente regolamentato, documentato e reso trasparente all’assicuratore. La mancanza di chiarezza porta a controversie in caso di sinistro, che possono essere costose.

La capacità di interpretare i propri rischi è un fattore competitivo fondamentale. I pianificatori in grado di identificare e valutare i rischi e di negoziare in modo proattivo con l’assicuratore ottengono un vantaggio in termini di premio, portata delle prestazioni e velocità di risposta in caso di sinistro. Al contrario, coloro che delegano la responsabilità o ignorano i rischi ne pagano il prezzo. Il mercato sta diventando più difficile, gli assicuratori più selettivi. I tempi del „mainstream assicurativo“ sono finiti.

Anche l’istruzione sta seguendo l’esempio. Sempre più università e camere di commercio integrano nei loro programmi di studio il diritto assicurativo, la gestione del rischio e la digitalizzazione. La prossima generazione di pianificatori sta crescendo con la consapevolezza che la responsabilità civile non è una questione secondaria, ma fa parte dell’etica professionale. Chi si adatta alle nuove sfide sopravviverà anche nella vasca degli squali dei rischi multipli.

Tendenze globali, dibattiti locali e uno sguardo al futuro

L’assicurazione della responsabilità civile professionale è da tempo parte del discorso architettonico internazionale. Le megatendenze globali come la digitalizzazione, la sostenibilità e l’urbanizzazione stanno cambiando i profili di rischio. Negli Stati Uniti le class action e i danni punitivi sono una minaccia costante, nel Regno Unito dominano le soluzioni assicurative basate su progetti e in Asia stanno emergendo nuovi prodotti assicurativi legati alle smart city e alla pianificazione basata sui dati. La Germania, l’Austria e la Svizzera sono relativamente conservatrici, ma anche qui lo slancio è in aumento.

Il dibattito sul ruolo degli assicuratori è sempre più acceso. I critici accusano i fornitori di sottrarsi alle responsabilità con esclusioni e aumenti dei premi. Gli assicuratori ribattono sottolineando l’aumento della frequenza dei sinistri, la complessità dei progetti e i crescenti requisiti di documentazione. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo. Una cosa è chiara: i tempi delle assicurazioni tutto compreso sono finiti. Se volete una protezione personalizzata, dovete investire molto nella vostra analisi dei rischi, nella documentazione tecnica e nella progettazione dei contratti.

Concetti visionari come l’integrazione dell’assicurazione nelle piattaforme digitali, l’elaborazione dei sinistri basata su blockchain e la valutazione del rischio supportata dall’intelligenza artificiale sono ai blocchi di partenza. Potrebbero cambiare radicalmente il rapporto tra progettisti, costruttori e assicuratori. L’assicurazione non sarà più percepita come un’appendice burocratica, ma come parte integrante del processo di costruzione digitale, trasparente, dinamico e adattivo.

Allo stesso tempo, cresce il rischio di un’eccessiva regolamentazione. Sempre nuovi obblighi di verifica, requisiti di documentazione e certificazioni minacciano di soffocare la creatività e la forza innovativa dei progettisti. L’equilibrio tra la necessaria protezione e la libertà imprenditoriale è una delle sfide principali dei prossimi anni. Chi riuscirà a trovare il giusto mix potrà ottenere punti nella competizione globale, mentre chi si perderà nella burocrazia cadrà in disgrazia.

Alla fine, rimane la consapevolezza che l’assicurazione di responsabilità civile professionale non è un prodotto statico, ma un riflesso degli sviluppi sociali, tecnologici ed economici. Continuerà a cambiare – e con essa i pianificatori. Chi la considera uno strumento strategico può ridurre al minimo i rischi, proteggere le innovazioni e aumentare la propria competitività. Coloro che la considerano un lavoro di routine saranno superati dalla realtà.

Conclusione: scudo protettivo o ostacolo? La nuova realtà della responsabilità civile professionale

L’assicurazione di responsabilità civile professionale è più di un semplice obbligo. Fa parte del DNA di ogni studio di progettazione, uno scudo protettivo dinamico che cambia con il settore. La digitalizzazione, la sostenibilità e le tendenze globali sfidano il settore e rendono la copertura assicurativa un compito strategico permanente. Chi riconosce, documenta e negozia i rischi rimane in grado di agire. Chi aspetta e non vede ne pagherà il prezzo. Il futuro della responsabilità civile professionale è digitale, flessibile e integrativo e avrà un impatto profondo sulla pratica architettonica. Chi pensa al futuro sarà protetto. Chi non lo fa, si troverà spiazzato, senza airbag.

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Percorso ciclabile naturale – interdisciplinare e dinamico

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Ognuno fa le proprie cose. Gli architetti si occupano solo di edilizia e i paesaggisti solo di verde. Nipek, MVRDV, Architects 61 e uno studio britannico di architettura del paesaggio dimostrano cosa è possibile fare quando si lavora insieme in modo interdisciplinare. Il risultato: una pista ciclabile verde a Singapore che risponde in modo intelligente agli utenti.

Singapore è sinonimo di alta tecnologia ed efficienza come quasi nessun’altra città. Tuttavia, come in ogni altra metropoli, anche qui la rete dei trasporti è molto complessa e al limite del sovraccarico. La città stato vede la soluzione in un mezzo di trasporto che è anche un’alternativa popolare in molti luoghi d’Europa: la bicicletta.

A tal fine, l’Autorità per la riqualificazione urbana di Singapore ha recentemente organizzato un concorso internazionale: Il concorso richiedeva un progetto di masterplan per un’autostrada ciclabile di 24 chilometri. Questo „corridoio ferroviario“ si snoda come uno spazio verde continuo da nord a sud attraverso l’intera città e collega le aree residenziali con i luoghi di lavoro, le scuole e gli spazi pubblici.

Lo studio di progettazione illuminotecnica Nipek, con sede a Singapore, ha mostrato come sia possibile raggiungere l’equilibrio tra verde e città. Per il concorso indetto da MVRDV e Architects 61, ha progettato un concetto di illuminazione dinamica che rispetta le esigenze della natura e dei ciclisti.

L’illuminazione artificiale è generalmente una delle influenze più difficili sull’ambiente. Ha un effetto negativo sui ritmi diurni e notturni di piante e animali. Un fattore di disturbo che anche noi umani abbiamo sperimentato. Non per niente il problema dell’inquinamento luminoso è più attuale che mai. Tuttavia, abbiamo bisogno di luce nelle nostre città per orientarci e per la sicurezza. Anche una pista ciclabile quasi naturale non può farne a meno.

Per soddisfare questi requisiti contraddittori, il progetto di Nipek prevede una tecnologia di controllo intelligente della luce. L’illuminazione pubblica del corridoio ferroviario si accende solo quando è effettivamente necessaria ai ciclisti. La luce artificiale segue l’utente, per così dire, mentre il resto della pista ciclabile rimane praticamente non illuminato. Solo le tracce fosforescenti sul terreno e i LED blu a energia solare sui pali della luce darebbero l’impressione di dove si trova la pista.

Questo concetto dinamico sarebbe possibile grazie a pali di illuminazione appositamente attrezzati. Oltre alla sorgente luminosa, sono dotati di un’adeguata tecnologia di sensori e di comunicazione wireless tra loro, e si accendono non appena un ciclista si trova nel raggio di attivazione di una luce. Semplice, ma efficace.

Anche se purtroppo il concetto non è stato realizzato, tutti i progettisti coinvolti dimostrano che un buon spazio pubblico naturale non si ferma alla scelta della pavimentazione e delle piante verdi. La cooperazione interdisciplinare consente di progettare un’idea profonda con soluzioni innovative che non sarebbero state certamente possibili singolarmente.

Per saperne di più sul movimento a misura d’uomo, leggete Garten+Landschaft 07/2016 – Il ritorno dell’uomo.

Ristorazione flessibile

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Forte crescita e alto livello di dinamismo: sono queste le caratteristiche che contraddistinguono la ristorazione di sistema. Ne è un esempio „L’Osteria“, un’azienda in franchising che combina la fresca cucina italiana con un’atmosfera familiare. L’azienda ha sviluppato un nuovo concetto per i suoi „freestander“, nuovi edifici standardizzati in aree esterne urbane. L’elemento caratterizzante di questi edifici: una serra di Solarlux, che apre l’intero lato dell’edificio del ristorante con pareti di vetro pieghevoli e rende la zona pranzo estremamente flessibile da utilizzare.

Le pareti di vetro consentono di aprire gradualmente l’ambiente in muratura a seconda del tempo. L’involucro interno trasparente può essere chiuso o aperto verso la terrazza, creando in ogni caso una situazione di ambiente separato, come zona pranzo con posti a sedere all’aperto separati o integrati. Se anche le pareti esterne in vetro pieghevole vengono spinte lateralmente, la veranda si trasforma in una terrazza coperta. La movimentazione è semplice e veloce: gli elementi pieghevoli vengono piegati secondo il principio della concertina e parcheggiati sul bordo come un pacchetto stretto. Tutti i passaggi sono privi di barriere architettoniche.

Il concetto di costruzione – progettato da Soda GmbH di Bochum, sviluppatore di concetti per la ristorazione di sistema orientata alle tendenze – consente di ampliare la sala da pranzo della superficie della terrazza (120 m²) a seconda del tempo. Quando fuori fa freddo, l’edificio principale è separato dal giardino d’inverno dalla parete interna in vetro pieghevole; il giardino d’inverno funge quindi da cuscinetto termico tra l’interno e l’esterno.

Solarlux GmbH
Parco industriale 1
49324 Melle

solarlux.de

Nuovo volto per l’impresa di costruzioni Gustav Epple

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Nelle immediate vicinanze della vecchia sede dell'azienda, il nuovo quartier generale di Gustav Epple, con la sua architettura suggestiva e moderna, si trova nella zona industriale di Stoccarda, sulla Tränke. Foto: Max Leitner

La storia dell’azienda tradizionale Gustav Epple è iniziata nel 1909 con l’acquisizione di una piccola falegnameria a Degerloch e continua oltre 100 anni dopo in un edificio moderno e sostenibile che offre spazio a circa 115 dipendenti su una superficie lorda di 4.300 metri quadrati. La trasformazione dei locali simboleggia il cambiamento e il nuovo edificio aziendale rappresenta i valori dell’azienda che è cresciuta. In questo contesto, i materiali centro legnoCalcestruzzo leggeroMateriali isolantiCerniere per finestreFinestre a cassettaFacciataCalcestruzzo invisibilePompa di caloreSostenibilitàSostenibilità… in termini di efficienza ottimizzata in termini di costi, compatibilità ambientale rispettosa delle risorse e sofisticata pianificazione del territorio.

Dati e fatti

Progetto: Sede aziendale Gustav Epple Bauunternehmung, Stoccarda
Luogo: Tränkestraße 4, 70597 Stoccarda
Committente: Gustav Epple Bauunternehmung GmbH
Architettura: a+r Architekten GmbH Stuttgart, www.aplusr.de
Periodo di costruzione: 10.2018 – 12.2021
Completamento: 12.2021
Superficie utile: 8.630 m²
BRI: 34.991 m³
Superficie utile: 7.800 m²
Foto: Max Leitner

Stoccarda, nel luglio 2023
Ristampa gratuita / copia richiesta

Informazioni su a+r Architects

a+r Architekten è sinonimo di un’architettura solida, ecologica e orientata al futuro, con un’esperienza convincente nel campo dell’edilizia sostenibile, anche in edifici esistenti. Fondato nel 1985 dal Prof. Gerd Ackermann e dal Prof. Hellmut Raff, lo studio ha uffici a Stoccarda e Tubinga e impiega circa 100 persone. Oggi è guidato dal Prof. Hellmut Raff, Oliver Braun, Florian Gruner, Alexander Lange e Walter Fritz. a+r Architekten costruisce principalmente per clienti pubblici, per l’industria e il commercio, per le aziende edilizie comunali e per le istituzioni sociali. Lo studio si concentra su metodi di costruzione appropriati, ecologici, funzionali e, di conseguenza, innovativi ed è stato premiato con prestigiosi riconoscimenti: da ultimo con il DAM Prize 2020, Exemplary Building 2020, „best architects 2020“ e il 1° posto nella Competitionline Ranking 2019/20 come studio di concorso di maggior successo nel mondo di lingua tedesca.

www.ackermann-raff.de

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L’Archivio Federale di Berlino ha restaurato il film Luther di Hans Kyser del 1927.

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Berlino.

L’Archivio Federale di Berlino ha accuratamente restaurato il film muto „Lutero“ per l’anniversario della Riforma. Il film ripercorre la vita di Lutero dal punto di vista del 1927: il periodo da studente, la vita da monaco, l’affissione delle 95 tesi, la traduzione della Bibbia nel castello di Wartburg e il ritorno a casa a Wittenberg.

La prima del 16 febbraio 1928 entusiasmò il pubblico berlinese. „L’opera fu accolta con evidente emozione all’Ufa-Palast. L’applauso finale è stato forte“, scrisse il saggista Rudolf Kurtz nella rivista cinematografica „Licht Bild Bühne“ un giorno dopo la prima. Tuttavia, l’accoglienza del film ha successivamente portato a discussioni con i rappresentanti della Chiesa cattolica, che si riflettono, tra l’altro, nelle diverse versioni del film.

Il film è stato diretto da Hans Kyser. Lo sceneggiatore nacque il 23 luglio 1882 a Graudenz e morì il 24 ottobre 1940 a Berlino. Divenne famoso soprattutto per la sceneggiatura della celeberrima versione cinematografica del „Faust“ diretta da Friedrich-Wilhelm Murnau nel 1926. Il film „Luther“ fu il suo primo lavoro da regista.

Per la ricostruzione e il restauro del film, l’Archivio federale disponeva di copie provenienti dall’Archivio ecclesiastico di Stato della Chiesa evangelica luterana in Baviera – conservato nell’Archivio federale di Coblenza nel 1974 – e dall’ex Archivio cinematografico di Stato della DDR, nonché dall’Istituto cinematografico tedesco di Francoforte (DIF) e dall’Archivio cinematografico nazionale dei Paesi Bassi (EYE Film Instituut). Lunghezze diverse, sequenze di scene divergenti e angolazioni diverse hanno messo a dura prova le capacità e le conoscenze degli archivisti e dei restauratori. L’intero lavoro storico e tecnico del film si è basato sulla scheda di censura sopravvissuta, numero di prova 17622 per l’approvazione da parte del centro di prova cinematografico di Berlino il 17 dicembre 1927 (lunghezza originale 3.308 m, dopo l’accorciamento 3.296 m), che ha permesso di ripristinare il più possibile la versione originale della prima. La società Omnimago di Ingelheim è responsabile della scansione e del restauro digitale del doppio negativo 35 mm (lunghezza 3.183 metri) con risoluzione 2K.

L’opera di Kyser è attualmente in tournée in Germania. Stephan Graf von Bothmer ha dato all’opera una nuova interpretazione musicale. Il pianista 45enne è noto al grande pubblico per le sue esibizioni in occasione di eventi sportivi come la finale della DFB Cup.

Date:

25/03/2017 Berlino, Emmauskirche

05/05/2017 Colonia, AntoniterCityKirche

12/05/2017 Yerevan, Museo Khachatruyan

21.05.2017 Rathenow, Centro Culturale

25/05/2017 Berlino, Chiesa di Emmaus

26/05/2017 Potsdam, Museo del Cinema

04/06/2017 Recklinghausen, Ruhrfestspielhaus

10/06/2017 Gottinga, Lumiere

18/08/2017 Herford, Cattedrale

20/08/2017 Lutherstadt, Wittenberg Lutherhaus

15/09/2017 Darmstadt, chiesa cattolica di St. Ludwig nel centro della città

16/09/2017 Klingenberg am Main, Ebertkeller

23/09/2017 Kyritz, Chiesa di Santa Maria

07/10/2017 Francoforte sull’Oder, sala concerti

08/10/2017 Berlino, chiesa di San Paolo

14/10/2017 Berlino, parrocchia Petrus Giesendorf

15/10/2017 Ahlen, Chiesa di San Paolo

19/10/2017 Neuburg an der Donau, teatro comunale

30/10/2017 Meßdorf, Chiesa del Concerto

31/10/2017 Cappella di Berlino, Alter Zwölf-Apostel-Kirchhof

18/11/2017 Nauen, Castello di Ribbeck

Spazi per rituali digitali

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Vista aerea di edifici contemporanei dipinti di bianco e sviluppo urbano, fotografati da CHUTTERSNAP.

I rituali digitali sono da tempo qualcosa di più di un rapido scorrimento su uno smartphone o di un incontro nel Metaverso. Hanno un impatto profondo sull’architettura e sulla pianificazione urbana e richiedono spazi che crescono, pensano e si modellano con noi. Ma che aspetto ha uno spazio per i rituali digitali? Chi lo progetta, chi lo programma, chi lo comprende? Benvenuti nell’era in cui la planimetria non è più solo gettata nel cemento, ma lavorata a maglia con i dati, e in cui l’architettura sta costruendo il palcoscenico per una nuova cultura quotidiana.

  • I rituali digitali stanno dando forma a nuovi requisiti per la progettazione degli spazi nell’architettura, nella pianificazione urbana e nell’industria immobiliare.
  • La trasformazione va dalla smart city al luogo di lavoro ibrido e richiede concetti spaziali flessibili e collegati in rete.
  • Germania, Austria e Svizzera stanno sperimentando una cauta ma costante apertura ai formati spaziali digitali, a velocità diverse e con diversi livelli di resistenza.
  • Innovazioni come la realtà mista, gli ambienti sensoriali e le superfici di interazione controllate dall’intelligenza artificiale stanno cambiando radicalmente il concetto di „spazio“.
  • Sostenibilità e digitalizzazione non sono opposte, ma interdipendenti: la neutralità climatica richiede un controllo intelligente e un uso adattivo.
  • L’architettura deve confrontarsi con nuove competenze: analisi dei dati, usabilità, codifica, responsabilità etica.
  • Le voci critiche mettono in guardia dall’eccessiva tecnologizzazione, dalla dipendenza dai dati e dall’esclusione digitale.
  • I discorsi globali stanno definendo gli standard: l’Asia come motore dell’innovazione, l’Europa come ricercatore, il Nord America come pioniere della piattaforma.
  • Il futuro dell’architettura non sta nell’uno o nell’altro, ma nel dialogo tra spazio fisico e digitale, e quindi nella progettazione di nuovi rituali digitali.

Rituali digitali: cosa significa per lo spazio?

Gli spazi per i rituali digitali non sono più sogni del futuro, ma fanno parte da tempo della vita quotidiana, anche se non sono ancora presenti in tutti i piani di sviluppo o nelle proposte degli investitori. I rituali digitali sono le azioni ricorrenti che si raggruppano attorno a strumenti, piattaforme e reti digitali: la riunione quotidiana a distanza nell’ufficio di casa, la sessione di gioco spontanea nel parco cittadino, seguire i dibattiti politici in livestream o l’interazione virtuale con i vicini attraverso la piattaforma di quartiere. Tutte queste pratiche richiedono nuove qualità spaziali. La classica sala conferenze con proiettore non è più sufficiente se team ibridi di tutto il mondo vogliono lavorare insieme in tempo reale. La biblioteca del futuro non è una sala libri, ma un hub di sensori con un sistema di guida digitale e isole di utilizzo flessibili in cui ogni flusso di lavoro trova il suo posto. Lo stesso spazio urbano si trasforma in un’interfaccia in cui i livelli analogici e digitali si fondono. L’architettura deve affrontare la sfida di progettare gli spazi in modo che diventino non solo spazi fisici ma anche spazi di risonanza digitale. Ciò richiede nuove strategie di progettazione, nuovi materiali, nuovi modi di pensare e, in ultima analisi, un aggiornamento radicale della professione stessa.

In Germania, Austria e Svizzera lo sviluppo è avvenuto a ritmi diversi. Mentre i primi quartieri di Zurigo e Vienna stanno già sperimentando l’infrastruttura digitale – ad esempio con piattaforme di quartiere in rete, luoghi di lavoro controllati da sensori o sistemi di illuminazione supportati dall’intelligenza artificiale – in molte città il grande salto non è ancora stato fatto. I motivi sono noti: scetticismo nei confronti del sovraccarico tecnico, preoccupazioni per la protezione dei dati, mancanza di standard e, non da ultimo, una cultura edilizia incentrata sulla conservazione piuttosto che sull’innovazione. Tuttavia, la domanda di nuove soluzioni spaziali è in crescita. I datori di lavoro richiedono ambienti di lavoro ibridi, le autorità locali cercano strumenti per la partecipazione digitale dei cittadini e i professionisti della cultura sperimentano installazioni immersive. La pandemia ha accelerato in modo massiccio questa tendenza e ha finalmente reso meno netti i confini tra analogico e digitale.

I rituali digitali stanno anche sollevando la questione della comunità. Mentre un tempo il mercato o il foyer erano considerati luoghi centrali per la socializzazione, ora stanno emergendo luoghi di incontro digitali che integrano o addirittura sostituiscono gli spazi fisici. Ciò ha conseguenze sulla progettazione: gli spazi devono essere più flessibili, più adattabili e più focalizzati su usi diversi. L’acustica, l’illuminazione, l’integrazione dei media, l’arredamento: tutto diventa parte di un ecosistema digitale che consente un cambiamento costante. Chi progetta spazi oggi deve pensare contemporaneamente alla coreografia digitale: come si muovono le persone tra online e offline? Di quali interfacce hanno bisogno? Come si possono combinare qualità del soggiorno e infrastruttura digitale negli spazi più piccoli?

Ma non è tutto: l’architettura deve anche affrontare il lato oscuro dei rituali digitali. Cosa significa quando gli spazi sono costantemente monitorati, valutati e ottimizzati? Dov’è il diritto al ritiro, all’indisponibilità, al silenzio analogico? La paura della „stanza di vetro“ è giustificata e richiede nuove regole, privacy by design e un’architettura che non degradi le persone a punti dati. Questo è scomodo, ma necessario se non si vuole che i rituali digitali diventino la dittatura degli algoritmi.

Alla fine, ci si rende conto che gli spazi per i rituali digitali non sono un espediente tecnico, ma un tema centrale della costruzione della cultura. Determineranno il modo in cui lavoreremo, impareremo, festeggeremo, discuteremo e vivremo insieme in futuro. Chiunque ignori questo aspetto sta progettando senza pensare alla società. Chi lo capisce può portare l’architettura a un livello superiore, e forse anche inventare una nuova forma di urbanità.

Innovazioni tecnologiche: quanto sta diventando digitale lo spazio?

Le innovazioni tecniche che caratterizzano gli spazi per i rituali digitali vanno ben oltre la WLAN e le prese di corrente. Sensori, attuatori, dati in tempo reale, algoritmi di intelligenza artificiale, infrastrutture cloud, tecnologie di realtà mista: non sono più sogni del futuro, ma parte della moderna pianificazione territoriale. In Svizzera, ad esempio, gli edifici pubblici sono sempre più dotati di sensori che non solo misurano i flussi energetici, ma registrano anche i dati di utilizzo, controllano il clima interno e addirittura regolano automaticamente i piani di occupazione. A Vienna si stanno creando spazi sperimentali in cui gli utenti possono utilizzare app per personalizzare l’atmosfera, l’illuminazione e l’acustica in base al loro flusso di lavoro individuale. In Germania, invece, domina ancora spesso la paura della complessità e la richiesta di standard, protezione dei dati e tracciabilità tecnica.

La realtà mista, ovvero la fusione di spazio fisico e digitale, apre possibilità completamente nuove. Oggi gli architetti possono non solo progettare la planimetria, ma anche programmare livelli digitali che modificano lo spazio a seconda dello scenario di utilizzo. Una sala riunioni diventa un palcoscenico per un panel virtuale, l’aula si trasforma in un ambiente di apprendimento immersivo, il foyer diventa una galleria interattiva. I sistemi supportati dall’intelligenza artificiale analizzano i modelli di movimento, le condizioni di illuminazione e persino gli stati d’animo, adattando automaticamente la stanza. Sembra fantascienza, ma è già realtà da tempo in progetti pilota in tutto il mondo.

Ma la pressione per innovare è alta. Chi non tiene il passo resterà indietro. In Asia si stanno creando interi quartieri cittadini ottimizzati per i rituali digitali fin dall’inizio, con infrastrutture 5G, servizi digitali per i cittadini e soluzioni di piattaforma che trasformano ogni spazio fisico in un’interfaccia. Il Nord America si concentra sull’economia delle piattaforme e sugli standard aperti che consentono una rapida scalabilità. L’Europa, in particolare la regione DACH, è ancora alla ricerca del giusto equilibrio tra protezione dei dati, facilità d’uso e sviluppo sostenibile. Il rischio è che chi esita troppo a lungo venga sopraffatto dagli standard globali e che passi in secondo piano nello sviluppo urbano digitale.

Per i progettisti, questo significa che la conoscenza tecnica sta diventando una competenza fondamentale. Chi progetta spazi oggi non deve solo leggere le planimetrie, ma anche comprendere i flussi di dati, le interfacce e gli algoritmi. Ciò richiede nuovi programmi di formazione, team interdisciplinari e collaborazione con l’informatica, la psicologia e la sociologia. L’architettura sta diventando un settore professionale ibrido e il progettista tradizionale sta diventando un curatore di ecosistemi digitali.

Tuttavia, la sfida più grande rimane l’integrazione. Come integrare i sistemi tecnici in modo che siano di supporto e non di dominio? In che modo lo spazio può diventare un elemento abilitante dei rituali digitali, senza sottostare ai dettami della tecnologia? Ciò richiede interfacce intelligenti, sistemi modulari, piattaforme aperte e un’architettura che veda la tecnologia come uno strumento, non come un fine in sé. Solo così si può passare da un espediente a una vera innovazione.

Sostenibilità e rituali digitali: contraddizione o vantaggio?

Chiunque creda che digitalizzazione e sostenibilità siano opposte non ha tenuto conto della realtà attuale. Le stanze per i rituali digitali, se progettate correttamente, possono dare un contributo massiccio alla conservazione delle risorse. I sistemi di controllo intelligenti ottimizzano il consumo energetico, l’illuminazione adattiva consente di risparmiare elettricità e le concezioni flessibili delle stanze riducono il fabbisogno di spazio. A Zurigo, ad esempio, i sistemi di prenotazione digitale consentono di utilizzare meglio lo spazio degli uffici, di ridurre al minimo i posti vacanti e quindi di ridurre l’impronta ecologica. A Vienna, i sensori controllano la ventilazione delle biblioteche in base alle esigenze, risparmiando energia e migliorando il clima interno. Anche in questo caso, però, la tecnologia vale quanto il suo utilizzo. Chi si affida al monitoraggio, al funzionamento continuo e alla fame di dati crea nuovi problemi, dai rifiuti elettronici ai dilemmi sulla protezione dei dati.

La sostenibilità non è solo efficienza energetica. Riguarda anche la sostenibilità sociale, la partecipazione e la questione di come i rituali digitali possano migliorare l’accesso all’istruzione, al lavoro e alla comunità. Un luogo di lavoro ibrido può ridurre le distanze di pendolarismo e quindi risparmiare CO₂ – a condizione che l’infrastruttura digitale sia stabile, accessibile e sicura. La partecipazione digitale dei cittadini può accelerare i processi democratici, creare trasparenza e aumentare l’accettazione. Allo stesso tempo, c’è il rischio che i nuovi rituali digitali approfondiscano le divisioni sociali: Chi non ha accesso agli strumenti digitali viene escluso. È qui che l’architettura è chiamata a creare spazi che consentano l’inclusione, attraverso interfacce aperte, sistemi senza barriere e concetti di utilizzo flessibili.

Anche la questione dei materiali gioca un ruolo importante. Gli spazi digitali richiedono nuovi hardware, display, server e sensori. Questo crea sfide ecologiche, dal consumo di risorse alla produzione di rifiuti. La tendenza è quindi verso sistemi modulari e riparabili, attrezzature durevoli e l’integrazione dell’economia circolare nella pianificazione. Chi progetta un ufficio ibrido oggi non deve pensare solo al prossimo LAN party, ma anche alla riparabilità, all’aggiornabilità e al riciclo. L’architettura può essere un pioniere in questo senso, se è disposta a mettere in discussione le vecchie routine.

Un altro aspetto è la resilienza. I rituali digitali sono sensibili a guasti, attacchi di hacker e perdita di dati. Una pianificazione sostenibile significa quindi prevedere delle ridondanze, avere a disposizione soluzioni analogiche di emergenza e rivedere regolarmente l’infrastruttura digitale. In Svizzera, ad esempio, le sale server degli edifici pubblici sono progettate in modo da rimanere funzionali anche in caso di interruzione di corrente. In Germania, i piani di emergenza per le infrastrutture digitali sono spesso ancora incompleti – un rischio da non sottovalutare in vista delle crescenti minacce informatiche.

In definitiva, è chiaro che sostenibilità e digitalizzazione non sono una contraddizione in termini, ma una sfida che richiede nuovi modi di pensare. Chiunque progetti spazi per rituali digitali deve considerare insieme aspetti ecologici, sociali e tecnici. Solo così si potranno creare spazi adatti al futuro, e non solo sulla carta, ma nella vita reale.

Architettura e rituali digitali: un settore professionale in transizione

L’integrazione dei rituali digitali nella progettazione di interni sta radicalmente ribaltando la professione di architetto. Le competenze tradizionali in materia di design non sono più sufficienti. È necessaria una comprensione dell’architettura dei dati, dell’usabilità, della gestione delle interfacce e persino delle questioni etiche. In Svizzera e in Austria si stanno creando i primi corsi di laurea che combinano sistematicamente architettura e digitalizzazione. In Germania, invece, spesso domina ancora la formazione tradizionale, con occasionali escursioni nella digitalizzazione. Questo non sarà sufficiente a lungo termine. Chi non impara a dialogare con sviluppatori, analisti di dati e UX designer oggi, rimarrà escluso dal mercato.

Il ruolo dell’architetto sta cambiando: da progettista a moderatore, da creatore a curatore di scenari digitali. I processi di pianificazione stanno diventando più agili, interdisciplinari e basati sui dati. I gemelli digitali, gli strumenti di simulazione e la pianificazione supportata dall’intelligenza artificiale non sono più un espediente, ma fanno parte della vita professionale quotidiana. Se si vogliono progettare spazi per rituali digitali, è necessario analizzare le esigenze degli utenti, comprendere i flussi di dati e anticipare gli sviluppi tecnologici in una fase iniziale. Ciò richiede nuovi metodi: dal design thinking alla prototipazione rapida, dalla partecipazione al coding.

Allo stesso tempo, sorgono nuove questioni etiche. Chi decide a quali rituali digitali dare spazio e a quali no? Quali dati vengono raccolti, come vengono utilizzati, come viene mantenuta la privacy? L’architettura deve affrontare le questioni della responsabilità digitale, sviluppare standard di trasparenza e correttezza e monitorare criticamente gli sviluppi tecnologici. È scomodo, ma necessario per creare un’architettura digitale che non sia solo un palcoscenico per l’industria tecnologica.

Il dibattito sui rituali digitali fa parte di un discorso globale. Mentre le piattaforme digitali e i quartieri intelligenti sono celebrati in Asia come un’opportunità di innovazione ed efficienza, l’Europa è scettica riguardo alla sorveglianza, all’abuso dei dati e al controllo sociale. Gli Stati Uniti si concentrano sulle piattaforme e sull’esperienza dell’utente, mentre l’Europa è alle prese con la protezione dei dati e il bene comune. Per l’architettura, questo significa osservare le tendenze globali, sviluppare soluzioni locali e tenere sempre d’occhio il quadro generale.

In definitiva, la domanda rimane: l’architettura diventerà un fornitore di servizi per la digitalizzazione o un suo compagno critico? La risposta determinerà se gli spazi per i rituali digitali diventeranno un arricchimento o una porta verso nuove dipendenze. Il momento di decidere è adesso.

Conclusione: gli spazi per i rituali digitali – tra uno spazio di opportunità e una perdita di controllo

Gli spazi per i rituali digitali non sono una moda, ma l’espressione di un cambiamento profondo. Richiedono nuove competenze, nuove alleanze e, soprattutto, una nuova immagine di sé da parte dell’architettura. Chi pensa agli spazi solo come a un involucro perde l’opportunità di dare forma attiva alla trasformazione digitale. Chi vede la tecnologia come uno strumento può consentire nuove forme di vivere, lavorare e imparare insieme, combinando sostenibilità, partecipazione e innovazione. Le sfide sono enormi: protezione dei dati, sostenibilità, inclusione, resilienza. Ma anche le opportunità. Si tratta di intendere lo spazio come uno spazio di opportunità, non come uno strumento di controllo. Il futuro dell’architettura non si deciderà sul tavolo da disegno, ma in un dialogo tra persone, spazio e pratica digitale. Chi cerca questo dialogo contribuirà a plasmare l’architettura di domani. Coloro che lo rifuggono ne saranno travolti.

Semaforo verde per Lowline

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Quando le città scoppiano, il primo costo è lo spazio pubblico. Dal 2009, gli urbanisti James Ramsey e Daniel Barasch lavorano a New York su una soluzione in grado di creare più parcheggi anche in quartieri estremamente densi: la Lowline. In un deposito di tram in disuso nel Lower East Side di Manhattan, il parco verrà rifornito di luce solare naturale grazie a collettori luminosi appositamente progettati, in modo che le piante possano crescervi. All’inizio di luglio, il Consiglio comunale di New York ha assegnato ai progettisti il contratto per l’utilizzo dello spazio sotterraneo.

Da ottobre 2015 i progettisti hanno presentato il progetto nel Lowline Lab, vicino al cantiere vero e proprio. L’approvazione da parte del Consiglio comunale ha segnato anche l’inizio della prima fase di finanziamento. Il progetto dovrebbe costare complessivamente circa 53 milioni di euro, con una manutenzione annuale di circa 3,5 milioni di euro. Il Comune chiede 8,8 milioni di euro entro luglio 2017, mentre Ramsey e Barasch sperano in un ulteriore sostegno da parte degli sponsor esistenti, tra cui aziende, organizzazioni e donatori privati – la Lowline detiene il record di progetto di spazio pubblico più finanziato sulla piattaforma di crowdfunding Kickstarter.

Le metropoli scoprono di più sul parco sotterraneo

Altre metropoli, tra cui Mosca, Parigi e Seoul, sono ora in contatto con il team e si stanno informando sulle possibilità del progetto. Mosca ha il più grande sistema di metropolitana al di fuori dell’Asia, con 6,6 milioni di passeggeri. Entro il 2030, le Nazioni Unite stimano che ci saranno 41 megalopoli con più di 10 milioni di abitanti. La pianificazione dello spazio pubblico avrà un ruolo cruciale nel garantire la qualità della vita in queste città. Se il concetto di Lowline, la cui apertura è prevista per l’estate del 2021, è in grado di resistere alla vita di tutti i giorni, sembra essere una via da seguire per lo spazio pubblico nelle grandi città. Daniel Barasch ha dichiarato alla rivista Forbes: „Nel XXI secolo stiamo costruendo luoghi che nel XX secolo erano stati dimenticati. C’è un enorme potenziale sotto i nostri marciapiedi“.

Ulteriori informazioni, video e foto sono disponibili qui.

Concetti di città spugna in dettaglio – materiali, topografia, diritto

Casa-mia
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Veduta aerea di un paesaggio urbano con corso fluviale, fotografato da Emmanuel Appiah

La città spugna non è un sogno erotico di pianificatori dalla mentalità ecologica, ma è da tempo un programma urbano obbligatorio – almeno nei luoghi dove le condizioni climatiche estreme, le infrastrutture sovraccariche e le nuove situazioni giuridiche hanno l’ultima parola. Ma cosa c’è veramente dietro il concetto di città spugna? Come interagiscono la scelta dei materiali, la topografia e le condizioni legali? E perché il futuro delle nostre città si decide proprio in queste interfacce?

  • I concetti di città spugna come risposta alle forti piogge, allo stress da calore e alle inondazioni urbane
  • Il ruolo dei materiali innovativi, dai substrati al calcestruzzo, nella gestione dell’acqua piovana
  • Progettazione topografica: dai micro-rilievi ai paesaggi urbani di ritenzione
  • Requisiti e ostacoli giuridici – legge sulle acque, regolamenti edilizi, questioni di responsabilità civile
  • Esempi di buone pratiche da Germania, Austria e Svizzera
  • Processi di pianificazione e collaborazione interdisciplinare per progetti di città spugna
  • Dalla simulazione alla pratica: strumenti digitali e monitoraggio nelle operazioni di sponge city
  • Potenzialità, rischi e futuro della resilienza urbana: tra esperimento, norma e visione

La città spugna – concetto, origine e necessità

Il principio della città spugna è da tempo più che un termine di moda nel dibattito specialistico. Rappresenta un cambiamento fondamentale nel modo di gestire l’acqua, il suolo e il clima urbano. Sviluppato originariamente in Asia – in particolare in Cina – con il termine „città spugna“, il concetto ha conquistato anche le agende urbane di Germania, Austria e Svizzera. Il motivo è tanto semplice quanto allarmante: le conseguenze del cambiamento climatico stanno colpendo con forza le aree urbane. Le forti precipitazioni allagano strade e scantinati, mentre le ondate di calore mettono a dura prova il microclima e riducono la qualità della vita. I sistemi di drenaggio convenzionali, progettati per massimizzare il drenaggio, stanno raggiungendo i loro limiti, con conseguenze drammatiche per le infrastrutture, il verde urbano e, in ultima analisi, i residenti.

È proprio qui che entra in gioco la città spugna: La città è vista come un paesaggio aperto e permeabile che assorbe, immagazzina, pulisce e rilascia le precipitazioni con un certo ritardo. L’obiettivo non è considerare l’acqua come un prodotto di scarto che deve essere „smaltito“ dalla città il più rapidamente possibile, ma come una risorsa che circola nel sistema urbano. Questo rovescia il paradigma del sistema fognario classico: Dal drenaggio alla ritenzione, dall’impermeabilizzazione alla permeabilità. L’idea è affascinante e logica, e la sua realizzazione è tutt’altro che banale.

La necessità non deriva solo dalla crisi climatica, ma anche dagli sviluppi legali e sociali. Regolamenti sempre più severi sulle acque di superficie, l’aumento dei rischi di responsabilità in caso di inondazioni e il desiderio di centri urbani più verdi e vivibili richiedono soluzioni integrate e multifunzionali. La città spugna non è solo un progetto di ingegneria idraulica, ma anche culturale: richiede una nuova concezione della città, della natura e della tecnologia.

Nel contesto europeo, ciò significa che i concetti di città spugna richiedono un ripensamento della pianificazione, del funzionamento e della manutenzione degli spazi urbani. Non si tratta di un’opzione aggiuntiva per progetti ambiziosi, ma sempre più di un obbligo legale, ad esempio attraverso la Direttiva Quadro sulle Acque dell’UE o le leggi statali sull’acqua. Le città che ignorano questo aspetto rischiano non solo conflitti legali, ma anche ingenti danni economici dovuti a fenomeni meteorologici estremi. La città spugna non è quindi una visione, ma una strategia di sopravvivenza.

Ma come si presenta nella pratica? Tra rendering ambiziosi, schede tecniche e volumi di legislazione, è chiaro che la città spugna è un puzzle materiale, topografico e legale. E solo chi mette insieme questi pezzi in modo intelligente può creare spazi urbani veramente resilienti.

Materiali della città spugna: substrato, cemento e innovazione edilizia

La scelta dei materiali determina se una città spugna merita il suo nome o se rimane solo un bel documento concettuale. La permeabilità delle superfici, ossia la capacità dei materiali di assorbire, immagazzinare e trasmettere l’acqua, svolge un ruolo centrale. Le tradizionali superfici in asfalto sono l’esempio negativo: sigillano il terreno, non permettono all’acqua di penetrare e mettono a dura prova i sistemi di drenaggio. I moderni progetti di città spugna si affidano quindi a materiali da costruzione innovativi che combinano in modo specifico permeabilità e ritenzione.

I materiali più importanti sono le pavimentazioni permeabili, i calcestruzzi porosi, i marciapiedi permeabili e le miscele di substrati speciali per tetti e facciate verdi. Questi materiali da costruzione sono progettati per assorbire grandi quantità d’acqua anche in caso di forti precipitazioni e rilasciarla lentamente nel terreno. L’interazione tra volume dei pori, capillarità e proprietà filtranti è fondamentale in questo caso: Solo i materiali che non solo immagazzinano l’acqua, ma la puliscono anche, soddisfano gli elevati requisiti per le funzioni di spugna urbana.

Un’attenzione particolare è rivolta ai substrati per gli spazi verdi, i tetti verdi o i sistemi di drenaggio a canaletta. In questo caso, i componenti minerali e organici sono combinati in modo tale da non solo assorbire l’acqua, ma anche legare i nutrienti, filtrare gli agenti inquinanti e consentire una crescita stabile delle piante. La ricerca sui materiali sviluppa costantemente nuovi tipi di substrato che si adattano alle specifiche condizioni locali: un Eldorado per progettisti e architetti del paesaggio che amano sperimentare.

Anche il calcestruzzo sta vivendo una rinascita nella città spugna, anche se in una forma completamente nuova. Il cosiddetto „calcestruzzo spugna“ è un calcestruzzo speciale a pori aperti in grado di assorbire l’acqua come una spugna. Un controllo mirato delle dimensioni dei grani e degli agenti leganti produce un materiale che è sia portante che permeabile all’acqua. Questi calcestruzzi sono utilizzati, ad esempio, per i parcheggi, i marciapiedi o le superfici stradali. Aprono possibilità completamente nuove per l’integrazione del traffico, del verde urbano e della gestione delle acque piovane.

Infine, c’è sempre la questione della durata, della manutenzione e dell’economicità: i materiali per le città di spugna non devono essere solo efficienti, ma anche robusti e facili da mantenere. La pulizia regolare, la sostituzione dei singoli strati e il monitoraggio dell’effetto filtrante sono essenziali. Solo in questo modo è possibile mantenere la funzione di spugna per decenni, e l’investimento si ripaga a lungo termine.

Modellare la topografia: microrilievi, ritenzione e paesaggio urbano

Una cosa è il materiale, un’altra è la topografia, almeno altrettanto importante. Il principio della città spugna funziona solo se la città non viene pianificata e costruita come una pianura piatta, ma come un paesaggio differenziato. È qui che entra in gioco il concetto di topografia urbana: la modellazione mirata di altezze e profondità, avvallamenti, canaloni e pianori crea aree di ritenzione in grado di assorbire, immagazzinare e rilasciare lentamente l’acqua.

Nel dettaglio, ciò significa che l’acqua di superficie non viene semplicemente incanalata nel canale più vicino, ma in avvallamenti, depressioni o aree di allagamento temporaneo appositamente create. Questi micro-rilievi possono essere progettati come parte di spazi verdi, parchi giochi o isole di traffico – multifunzionali, estetici ed ecologicamente efficaci. L’arte sta nel combinare requisiti tecnici e qualità del design. Chi è in grado di farlo non solo crea elementi di città spugna, ma anche nuovi spazi di esperienza urbana.

Un altro elemento chiave sono i cosiddetti tetti e superfici di ritenzione. In questo caso, l’acqua piovana viene immagazzinata sui tetti o in spazi aperti appositamente progettati. Il rilascio controllato nella vegetazione o nelle acque sotterranee riduce le isole di calore, lega il particolato e migliora il clima urbano. Particolarmente interessanti sono i sistemi combinati in cui tetti, facciate e superfici del suolo si fondono per formare un ciclo continuo dell’acqua: una sorta di „città spugna verticale“.

La progettazione della topografia richiede una pianificazione, una simulazione e un calcolo precisi. Strumenti digitali come modelli idrodinamici, simulazioni di flusso d’acqua basate su GIS o sistemi BIM 3D consentono di esaminare vari scenari e di sviluppare soluzioni ottimali. Ogni progetto è unico. Le pendenze, i livelli delle acque sotterranee, le condizioni del suolo e la densità degli edifici determinano quali misure siano sensate ed economiche.

Anche l’integrazione nelle infrastrutture esistenti è importante: gli elementi della città spugna devono essere compatibili con strade, fognature, tubature ed edifici. Spesso sono necessari dei compromessi, ad esempio per l’installazione di canali di scolo lungo le vie di comunicazione o per la progettazione di aree di ritenzione in zone scarse del centro città. È qui che si rivela la vera arte dell’architettura del paesaggio urbano e il coraggio di trovare soluzioni innovative e talvolta non convenzionali.

Quadro normativo – obbligatorio, facoltativo e zone grigie

Nessun concetto di città spugna è completo senza una base giuridica, ed è qui che spesso le cose si complicano. Infatti, il divario tra il diritto dell’acqua, i regolamenti edilizi, le questioni di responsabilità e i programmi di finanziamento porta regolarmente i pianificatori e le autorità locali alla disperazione. Il punto di partenza è solitamente la legge sulle risorse idriche, che regolamenta in modo dettagliato la gestione dell’acqua piovana. Qui si stabilisce che l’infiltrazione è il metodo di drenaggio preferito – con eccezioni, permessi speciali e deviazioni locali. Chi viola queste norme rischia non solo multe, ma anche costose cause per responsabilità civile in caso di danni da allagamento.

A ciò si aggiungono le normative statali, ad esempio per quanto riguarda le cosiddette „tariffe per l’acqua piovana“, lo scarico nelle fognature pubbliche o l’obbligo di inverdimento per i nuovi edifici. In molte città, i piani regolatori prevedono tetti di ritenzione, superfici permeabili o quote di spazi verdi, a volte con chiare specifiche tecniche, altre volte come vaghe dichiarazioni di intenti. Il diavolo si nasconde nei dettagli: Chi non pianifica correttamente rischia lunghe procedure di autorizzazione o obblighi di adeguamento.

Le cose diventano particolarmente complesse alle interfacce tra spazi pubblici e privati. Chi è responsabile se un impianto di spugnaggio tracima in una proprietà privata? Chi è responsabile dei danni causati dal riflusso o dal guasto del sistema? I contratti, i piani di manutenzione e i concetti dei gestori devono essere adeguatamente armonizzati. Anche il monitoraggio e la documentazione diventano sempre più importanti: solo chi può dimostrare il corretto funzionamento è legalmente al sicuro.

I programmi di finanziamento a livello federale e statale offrono incentivi finanziari, ma sono spesso vincolati a requisiti rigorosi. Che si tratti di finanziamenti KfW per i tetti verdi, di finanziamenti statali per la gestione delle acque piovane comunali o di progetti UE per l’adattamento al clima, gli standard tecnici, i requisiti di verifica e i cicli di valutazione si applicano ovunque. Questo sembra burocratico, ma apre anche la strada a concetti innovativi e alla cooperazione interdisciplinare.

Alla fine, rimane la consapevolezza che i quadri giuridici possono promuovere l’innovazione, ma anche rallentarla. I progetti di città spugna di successo nascono quando competenza giuridica, pianificazione tecnica e controllo politico vanno di pari passo. Chi se ne rende conto non solo crea certezza giuridica, ma anche spazio per soluzioni creative.

Dalla teoria alla pratica – esempi, processi e prospettive future

La città spugna non è una tigre di carta. Numerosi progetti in Germania, Austria e Svizzera dimostrano come la selezione innovativa dei materiali, la topografia intelligente e il controllo legale intelligente possano lavorare insieme. Ad Amburgo, ad esempio, le „Blue-Green-Streets“ stanno trasformando le classiche vie di comunicazione in corridoi multifunzionali di spugna: canali di scolo, canali piantumati, letti di ritenzione e superfici percolanti riducono le inondazioni e migliorano il microclima. A Vienna si stanno creando paesaggi urbani di ritenzione che utilizzano l’acqua piovana come elemento di design e risorsa, dai tetti verdi al design delle piazze.

Anche i comuni più piccoli sono all’avanguardia. A Basilea, in Svizzera, un intero quartiere è stato ricostruito secondo i principi della città spugna: Percorsi permeabili all’acqua, tetti verdi, aree di ritenzione centralizzate e sistemi di monitoraggio digitale garantiscono il massimo adattamento al clima e la qualità della vita. Il processo di pianificazione è fondamentale in questo caso: i progetti di successo sono caratterizzati dal coinvolgimento precoce di tutte le parti interessate – urbanisti, architetti del paesaggio, ingegneri civili, avvocati, amministrazione e, non da ultimo, gli stessi utenti.

Gli strumenti digitali svolgono un ruolo sempre più importante. Simulazioni idrologiche, modelli 3D, tecnologia dei sensori e monitoraggio consentono non solo di pianificare gli elementi della città spugna, ma anche di ottimizzarli continuamente durante il funzionamento. In questo modo si creano sistemi di apprendimento che si adattano alle mutevoli condizioni climatiche e forniscono dati preziosi per i progetti futuri. Anche la partecipazione pubblica sta diventando più digitale: piattaforme interattive, visualizzazioni e formati di partecipazione rendono la città di spugna tangibile e comprensibile.

Ma c’è ancora molto da fare. Troppi progetti sono ancora una tantum e le innovazioni falliscono per mancanza di responsabilità, burocrazia o coraggio. Il futuro della città spugna si deciderà all’interfaccia tra tecnologia, diritto e cultura – e dalla volontà di comprendere la città come un sistema comune e mutevole. Chi riuscirà a farlo, trasformerà la città spugna in qualcosa di più di una risposta tecnica ai rischi climatici: creerà una nuova qualità di vita urbana.

Il potenziale è enorme e va da infrastrutture più resilienti a una migliore qualità dell’aria e a nuovi spazi sociali. Rischi come l’impegno nella manutenzione, l’aumento dei costi o le incertezze legali devono essere gestiti attivamente. Il successo arriva a chi vede i concetti di città spugna non come una norma rigida, ma come un processo creativo e di apprendimento, ed è pronto ad accettare gli errori come parte del progresso.

Conclusione: la città spugna – più della tecnologia, meno dell’utopia

La città spugna è molto più di una tendenza attuale. È la risposta necessaria alle sfide del nostro tempo: il cambiamento climatico, l’urbanizzazione e i cambiamenti sociali richiedono città resilienti e vivibili. La scelta dei materiali, la progettazione topografica e il controllo normativo non sono elementi costruttivi indipendenti, ma elementi strettamente interconnessi di un sistema complesso. I progetti di città spugna di successo nascono quando questi livelli vengono considerati insieme e attuati con coraggio.

Pianificatori, architetti, avvocati e politici locali sono ugualmente chiamati ad aprire nuove strade, dall’innovazione dei materiali e degli strumenti digitali alla governance partecipativa. La città spugna non è un obiettivo statico, ma un percorso dinamico. Richiede apertura, volontà di sperimentare e disponibilità a ripensare la città. Chi segue questo percorso trasformerà la città spugna in ciò che dovrebbe essere: un aggiornamento urbano per un futuro incerto – intelligente, resiliente e sorprendentemente vivace.

Il Tempelhofer Feld di Berlino è il più grande spazio aperto urbano del mondo. I piani di sviluppo sono stati respinti da un referendum. Allo stesso tempo, in città mancano migliaia di appartamenti. Il nostro editorialista Eike Becker sogna un quartiere del futuro sul vecchio campo d’aviazione.

Nell’inverno del 1991, a Potsdamer Platz si potevano ancora vedere i resti delle fortificazioni di confine della DDR. Nelle rovine dell’ex hotel di lusso Esplanade trovammo i primi locali di fortuna per il nostro piccolo studio di architettura. Accanto a noi c’era la Weinhaus Huth. Il vuoto tra i prefabbricati a est e la Philharmonie a ovest divenne uno spazio di opportunità che emanava un enorme fascino e attirava creativi da tutto il mondo.

Oggi il risultato è deludente. Potsdamer Platz è diventato il quartiere dei consumatori che hanno perso la loro destinazione nella rete globale di acquirenti e fornitori.

Oggi la Berlino degli anni ’90, con tutti i suoi lotti sfitti, gli spazi aperti e le grandi speranze, non è altro che un ricordo romantico.

Dopo più di 30 anni, questa città un tempo apparentemente vuota è diventata più densa e gli occhi speranzosi cadono sul sito dell’ex aeroporto di Tempelhof. Un’area enorme, un sito di 355 ettari simile a una steppa, il „più grande spazio aperto interno alla città del mondo“.

Gran parte dell’aura di questa vasta distesa emana dalla sua natura incompiuta e improvvisata, che fa sperare in un futuro migliore ancora sconosciuto.

Tempelhofer Feld: un luogo per la fine della giornata

Nel 2011 è stata fondata un’iniziativa popolare con l’obiettivo di rovesciare i piani di sviluppo provvisori del Senato. Nel 2014 il referendum ha avuto successo con una chiara maggioranza.

La ricerca di spazi abitativi in città ha riportato all’ordine del giorno la discussione su un uso più intensivo di questa posizione centrale. Non si tratta solo di gentrificazione, carenza di alloggi e quartieri socialmente/culturalmente eterogenei, ma della città nel suo complesso.

Se Berlino vuole rimanere aperta e non diventare esclusivamente la città di chi è già qui e dei pochi che possono permetterselo, allora deve individuare continuamente nuovi spazi in cui la società possa crescere.

Venerdì sera, cammino attraverso il Tempelhofer Feld. Il sole bagna la vasta tundra erbosa con una luce calda e morbida, un’allodola si libra nel cielo, cinguettando e trillando, marcando il suo territorio. Molte persone si godono la serata, tirando calci, facendo pugilato, ballando il flamenco, facendo picnic o andando in bicicletta, sui rollerblade e sui pattini lungo l’ex pista. I noleggiatori di segway e go-cart fanno buoni affari nelle loro bancarelle.

L’incarnazione di una società di individualisti

Anche una festa di compleanno ha preso posto qui con i palloncini.

I container per i rifugiati, molto contestati prima di essere allestiti, sono stati nuovamente svuotati. Ortiche, nodini e artemisia hanno recuperato lo spazio dietro le grandi barriere.

Per me, questa vasta distesa incarna la società degli individualisti che non vogliono avere nulla a che fare con gli altri e sono diventati solitari nel loro egocentrismo. Belle persone, per lo più giovani, che fanno le loro cose, con molto spazio intorno a loro e molta distanza dagli altri gruppi.

Berlino: una città accogliente

L’edificio vuoto e l’enorme spazio aperto di fronte ad esso simboleggiano una società senza idee o aspirazioni che vadano oltre il quotidiano.

Ma sono proprio queste idee che mi interessano. Le visioni unificanti di una società che sviluppa immagini di sé e del proprio futuro e si sforza di realizzarle.

Tempelhofer Feld potrebbe diventare un simbolo di questa città che si sta reinventando.

Per chi è già qui e per chi sta arrivando. Vedo Berlino come una città aperta e ospitale, una città accogliente. Tempelhofer Feld potrebbe diventare un nuovo quartiere. Sì, una città in cui le strade e le piazze non sono fatte per le auto, ma per le persone. Una città in cui gli attici non sono riservati ai ricchi, ma alle radici dei 20.000 alberi che vi crescono. Una città in cui i tetti non vengono sprecati per i servizi dell’edificio, ma danno spazio a un enorme parco di mille giardini pensili collegati da ponti e passerelle. Una catena montuosa di giardini del mondo, a disposizione di tutti e con una vista che va ben oltre Berlino.

Un bene comune definito democraticamente

Una città che combina una vita urbana variegata con una vita di campagna informale. Una città in cui i marciapiedi e le piazze sono fatti per i bambini che giocano nella sabbia, per i giovani che giocano a pallone e per gli anziani che giocano a bocce e per i mercati con frutta e verdura fresca della regione. Una città che non appartiene solo a pochi, ma a tutti. Anche a chi non è ancora arrivato. Una città che esemplifica un mondo per le persone, gli animali e le piante che sia disponibile anche per la prossima generazione, quella successiva e quella ancora dopo. Una città che mostri come tutto questo possa essere fatto anche con il legno e come tutto questo possa essere prodotto, costruito e vissuto in modo neutrale dal punto di vista climatico. Una città di persone amiche che si sostengono a vicenda, si interessano, si prendono cura l’uno dell’altro con rispetto e trascorrono il loro tempo libero insieme in parchi, strade e piazze che non assomigliano affatto alle strade asfaltate e pericolose e alle piazze sigillate che conosciamo. Una città in cui ci sia spazio per le più diverse esigenze di vita, di svago e di lavoro.

Una città che offre spazio anche a progetti modello ambiziosi come il reddito di base incondizionato.

E una città in cui le aziende orientino le loro attività commerciali verso il bene comune democraticamente definito.

Fermare l’obiettivo dichiarato?

Tutte idee che potrebbero cambiare il mondo in meglio. Vale certamente la pena di provarci.

È possibile farlo con le strutture amministrative traballanti e i processi politici lenti che hanno creato la Berlino di oggi? Che, con un approccio fin troppo timido al Tempelhofer Feld, osa appena costruire uno sviluppo periferico piatto attorno a un grande spazio verde nel centro?

È possibile ottenere questo risultato con le associazioni statali per l’edilizia residenziale, che stanno indebolendo in modo massiccio le loro richieste?

Con le strutture finanziarie sbagliate che caratterizzano così fortemente l’industria immobiliare di oggi?

Con le iniziative dei cittadini che hanno fatto sì che l’immobilismo sia l’obiettivo dichiarato?

Apertura a nuove idee e sperimentazioni

Per quanto riguarda le società di servizi per l’elettricità, l’acqua e le infrastrutture, chi preferirebbe continuare a operare con i modelli di business dei combustibili fossili per molto tempo ancora?

Come mai tante persone motivate, ottimamente formate e intelligenti non riescono a realizzare appieno il loro potenziale?

È colpa delle strutture e dei processi. È necessario cambiarli. Identificando e rimuovendo gli „ostacoli“ all’interno dei singoli sistemi.

Aprendo i gruppi partecipanti alle esigenze degli altri in un processo moderato. Facendolo ad altezza d’uomo, con curiosità e senza paura di sbagliare. Con un’apertura a nuove idee e sperimentazioni.

Chi ha il coraggio di farlo?

Allora Tempelhofer Feld potrebbe diventare un quartiere urbano, un habitat straordinariamente buono per molte persone, animali e piante, un modello di città in continuo rinnovamento per la buona convivenza quotidiana di tutti.

Questo è ciò che mi passa per la testa mentre osservo questi individui meravigliosamente diversi nel sole che tramonta in questa mite sera d’estate sulla vasta distesa di terra.

Non hanno idea di quanto potrebbero essere influenti, persino potenti, se unissero le forze. Se usassero tutte le conoscenze che hanno per costruire una buona città per una buona vita per tutti. Non solo nelle simulazioni, nell’immaginazione e nei sogni. Nel mondo reale.

Chi ha il coraggio di farlo?

Potete leggere altri articoli di Eike Becker qui. Potete trovare il suo lavoro di architetto su eikebeckerarchitekten.com

CASA ALL’APICE: INNOVATIVE TENDE DA SOLE PER FINESTRE WAREMA CON STAMPA A CARATTERI GRANDI

Casa-mia
L'architetto ha diviso l'edificio in una parte "pesante" con cemento isolante e una parte "leggera" con una facciata in vetro-tessuto. Copyright: Warema

L'architetto ha diviso l'edificio in una parte "pesante" con cemento isolante e una parte "leggera" con una facciata in vetro-tessuto. Copyright: Warema

L’architetto berlinese László Ambrus ha realizzato uno speciale edificio residenziale a Monaco di Baviera. L’edificio è caratterizzato da tende da sole integrate alle finestre Warema, che gli conferiscono un „volto“ inconfondibile: La loro stampa grafica mostra le ombre proiettate dagli alberi. In questo modo, la casa si fonde perfettamente con l’ambiente alberato che la circonda all’apice.

Al giorno d’oggi, le facciate devono essere in grado di fare molto di più che soddisfare aspetti di design e urbanistici: Servono come involucri protettivi multifunzionali, intelligenti e resistenti. L’edificio di Scheitelpunkt a Monaco di Baviera colpisce per la sua facciata tessile in combinazione con una protezione solare e della privacy personalizzata. L’architetto László Ambrus di ambrus+co plan.werk gmbh ha progettato la casa per una famiglia di amici. Si trova all’apice di una tranquilla strada semicircolare ed è quindi in una posizione esposta. L’architetto ha suddiviso l’edificio in una parte „pesante“ con cemento a vista e una parte „leggera“ con una facciata in vetro e tessuto. Quest’ultima consiste in un mantello tessile con tende da sole integrate alle finestre Warema, che conferiscono all’edificio un aspetto inconfondibile.

La casa all’apice traccia l’andamento semicircolare della strada: È composta da due metà diverse, leggermente inclinate l’una verso l’altra. La parte settentrionale è realizzata in cemento isolante e il piano terra è rivestito in ottone. Questo crea un’impressione di compattezza, „pesantezza“ e solidità. Al contrario, la „leggera“ metà meridionale della casa è molto più delicata e quasi priva di peso grazie alle vetrate a tutta altezza e al mantello tessile stampato al piano superiore.

Il mantello tessile racchiude la metà meridionale dell’edificio al livello della strada con una striscia di tessuto impermeabile grigio-verde lunga 25 metri. Due guide orizzontali lungo il parapetto e le vetrate del piano terra, nonché guide verticali agli angoli dell’edificio, tengono in posizione il mantello. Il telo si trova circa 15 centimetri davanti alla struttura portante della casa e al suo rivestimento vetrato. Le tende da sole delle finestre Warema sono integrate nel design del mantello.

Verso il giardino, l’edificio si apre a ventaglio seguendo la trama trapezoidale. Questo crea l’effetto che la struttura monolitica sia spinta di circa due metri davanti alla parte più „leggera“ dell’edificio. All’interno, la casa offre circa 300 metri quadrati di spazio. L’architetto prosegue il linguaggio materico con pavimenti in massetto levigato, pareti in cemento a vista e tende dello stesso colore del rivestimento tessile della facciata.

La facciata della casa all’apice è caratterizzata da una stampa digitale su larga scala sul tessuto della tenda. In questo modo si crea un aspetto complessivo armonioso con una protezione solare affidabile e resistente alle intemperie. „Perché una tenda da sole dovrebbe funzionare solo davanti a una finestra classica? Sono molto soddisfatto del risultato, che ha richiesto un certo coraggio da parte di tutti i partecipanti“, afferma l’architetto László Ambrus.

Grazie al rivestimento tessile e alle tende da sole integrate Warema con guida easyZIP, l’edificio si inserisce nell’ambiente alberato nel modo più discreto possibile, nonostante la sua posizione dominante. Visivamente, l’impronta d’ombra è continua e senza soluzione di continuità. Per ottenere questo risultato, l’architetto ha collaborato con Warema e lo studio grafico NAROSKA Design di Berlino. La TYPICO GmbH di Lochau, in Austria, è stata responsabile della realizzazione.

Warema ha realizzato la stampa digitale su larga scala sul tessuto della tenda da sole come soluzione speciale in base alle richieste dell’architetto. Per questa soluzione altamente personalizzata, è stato utilizzato lo stesso tessuto dello stesso colore per il mantello e per le tende da sole delle finestre. Inoltre, l’immagine stampata su entrambe le superfici si fonde senza spazi vuoti grafici. Quando le tende da sole sono abbassate, si crea l’impressione incredibilmente realistica di un’ombra. L’affidabile ed elegante protezione solare offre sia una protezione dall’abbagliamento che un clima interno piacevolmente fresco. Inoltre, le tende da sole per finestre Warema sono molto resistenti al vento e possono essere utilizzate come protezione dal sole e dalla privacy in quasi tutte le condizioni atmosferiche.

Nell’area urbana di Monaco ci sono molti complessi residenziali che un tempo erano stati progettati come città giardino. Oggi stanno subendo grandi cambiamenti a causa della carenza di alloggi e dei prezzi elevati dei terreni. La città di Monaco ha sviluppato un catalogo di misure che comprende la pianificazione degli spazi aperti e le linee guida di progettazione per preservare il carattere di questi quartieri nonostante la densificazione. Queste includono caratteristiche come lo sviluppo libero, i giardini frontali profondi, gli spazi verdi pubblici e un vecchio patrimonio arboreo.

La casa all’apice nella zona sud della città si inserisce in questo schema. Essendo una nuova costruzione del 2022, si colloca nel contesto di una proprietà di città giardino storicamente evoluta degli anni Trenta. L’edificio si sviluppa su due piani e ha un tetto piatto. Nel quartiere sono presenti soprattutto altre case unifamiliari degli ultimi decenni, ma anche alcune nuove costruzioni.

Dal punto di vista urbanistico, la casa funge da mediatore tra gli edifici vicini, uno dei quali si trova direttamente sulla strada e l’altro è arretrato di circa 3,5 metri. Il nuovo edificio compensa questa differenza trovandosi a circa metà strada. C’era anche spazio per un piccolo giardino anteriore, tipico dell’insediamento. „L’idea della città giardino è stata facile da realizzare grazie alla generosa disposizione del lotto e al perfetto orientamento“, spiega l’architetto Ambrus.

Warema è leader nel mercato europeo dei prodotti tecnici per la schermatura solare. Fondata nel 1955, l’azienda a conduzione familiare è un fornitore di servizi completi di schermature solari esterne intelligenti e sistemi di controllo intelligenti. I prodotti di alta qualità e ben progettati dell’esperto di schermature solari di Marktheidenfeld in Baviera sono personalizzati, sofisticati e ben studiati. L’azienda supporta i proprietari di edifici e i progettisti durante l’intero processo di pianificazione. Le soluzioni personalizzate di Warema creano spazi esterni speciali e un clima interno piacevole negli edifici.

I prodotti per la schermatura solare contribuiscono inoltre a ridurre i costi energetici e le emissioni di CO₂. Ciò segue la richiesta di agire consapevolmente per l’ambiente e le persone, in linea con il principio guida dell’intero gruppo di aziende: Ridurre, Investire, Innovare. Il Gruppo Warema, che impiega oltre 5.000 persone in tutto il mondo, comprende anche altri marchi: Caravita è un rinomato produttore di frangisole e tende da sole di alta qualità. Anwis è lo specialista dell’Europa orientale per le schermature solari interne ed esterne. Wings Professional offre soluzioni adeguate per la progettazione delle facciate con lamelle di grandi dimensioni personalizzate.

Riferendosi all’edificio all’apice di Monaco, l’architetto László Ambrus spiega: „Tende da sole“ in questo progetto significa un complesso sistema di rivestimento della facciata in tessuto“. Sebbene anche le migliori soluzioni di ombreggiamento raggiungano i loro limiti in caso di eventi atmosferici estremi, „la facciata tessile ha ridotto significativamente la necessità di un ulteriore controllo della temperatura“. La casa in cima mostra chiaramente come può essere una facciata intelligente, moderna e resistente al clima con le tende da sole per finestre Warema. Qui potete trovare altre ispirazioni.

Mantenere l’equilibrio

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Al posto di due parcheggi, a Korbach, nell'Assia settentrionale, è stata creata una stanza del silenzio (Foto: Deimel + Wittmar)

In un primo momento, i parcheggi avrebbero dovuto sostituire la capraia. Tuttavia, l’architetto Christoph Hesse è riuscito a convincere il suo cliente di un’alternativa: a Korbach, nell’Assia settentrionale, è stata creata una „Stanza del silenzio“, che celebra la vita in armonia con la natura.

„Stanza del silenzio“ è il nome dell’ex caprile di Korbach, nell’Assia settentrionale. Il nome del progetto dello studio Christoph Hesse Architekten si adatta bene da un lato, ma è anche un po‘ fuorviante dall’altro. Questo „padiglione“, non lontano dalla stazione ferroviaria, non è destinato solo alla contemplazione, ma riflette anche una caratteristica particolare della piccola città: È un esempio di energia verde: l’80% del suo fabbisogno elettrico è generato localmente da energia eolica, idroelettrica, biogas e vari impianti fotovoltaici. Anche il piccolo edificio, originariamente destinato a far posto a due parcheggi, segue questo approccio sostenibile (e sociale). Tuttavia, Christoph Hesse è riuscito a convincere il suo cliente a mantenere l’edificio e a renderlo disponibile al pubblico. Di conseguenza, con l’aiuto attivo della comunità locale, è stato trasformato nella Stanza del Silenzio.

Il risultato è uno spazio racchiuso da quattro vecchi muri di mattoni che si apre verso il cielo ed è incorniciato da una trave ad anello in cemento come nuovo elemento strutturale. All’interno, i residenti di Korbach hanno piantato fiori, erbe, cespugli e alberi che fioriscono in diversi periodi dell’anno. L’elemento centrale del piccolo giardino è un’amaca, tenuta in equilibrio da quattro pietre e simbolo di una vita in armonia con la natura.


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4_Raum der Stille_Foto Christoph Hesse Architekten

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L’amaca simboleggia la vita in armonia con la natura (Foto: Christoph Hesse Architekten)