Come progettare per i cittadini – accesso a bassa soglia alla progettazione urbana

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La bicicletta come mezzo di trasporto sostenibile - Foto di Elizabeth Wahab

La progettazione urbana non è un club segreto per esperti: chiunque può partecipare se l’accesso è adeguato. Ma come si possono coinvolgere i cittadini nella pianificazione in modo efficace e a bassa soglia, senza che la partecipazione degeneri in un evento frustrante o in una campagna di facciata? Benvenuti nel piano di istruzioni: qui potrete scoprire come la partecipazione autentica, gli strumenti intelligenti e le nuove tecniche culturali possono trasformare gli abitanti delle città in co-creatori impegnati – e perché tutto questo ha molto più a che fare con l’intelligenza urbana che con il kitsch della partecipazione dei cittadini.

  • Introduzione: perché l’accesso a bassa soglia alla progettazione urbana è oggi più importante che mai.
  • Definizione e status quo: cosa significa partecipazione a bassa soglia nel contesto della pianificazione urbana?
  • Strumenti e metodi: Strumenti digitali e analogici per la co-progettazione inclusiva.
  • Progettazione del processo: come la pianificazione funziona come un invito e non come un ostacolo.
  • Esempi di buone pratiche dai Paesi di lingua tedesca.
  • Sfide: Ostacoli, resistenze e l’arte di gestire le aspettative.
  • Condizioni quadro legali e culturali – e come devono cambiare.
  • Il ruolo degli esperti: Facilitatori, traduttori, facilitatori.
  • Prospettive: Il futuro della partecipazione: dalle data room ai gemelli digitali per tutti.
  • Conclusione: Perché la progettazione urbana senza i cittadini è solo metà della battaglia.

Perché la progettazione urbana riguarda tutti – e come l’accesso può avere successo

La discussione sulla partecipazione nella pianificazione urbana è vecchia come il diritto urbanistico, ma raramente è stata così urgente come oggi. Il cambiamento climatico, la competizione per lo spazio, la polarizzazione sociale e la digitalizzazione si scontrano e trasformano la città in uno spazio di negoziazione permanente. Tuttavia, la domanda su come motivare il maggior numero possibile di persone a contribuire a plasmare la città rimane spesso senza risposta. È qui che entra in gioco il concetto di accesso a bassa soglia, un termine che sorprendentemente nella pratica è raramente associato a un’autentica apertura. Troppo spesso i cittadini vengono semplicemente informati o autorizzati ad attaccare un post-it sul muro, senza che vi sia traccia di una reale co-determinazione.

Chi progetta città oggi non può più nascondersi dietro eventi di partecipazione o sondaggi online. Lo sviluppo urbano è diventato da tempo un progetto collettivo che si basa sulla competenza, l’esperienza e la conoscenza quotidiana dei residenti. Ma gli ostacoli sono alti: gergo tecnico, processi complessi, scadenze lunghe e procedure confuse scoraggiano molte persone. Di conseguenza, a dominare il discorso sono sempre le stesse voci, mentre molti gruppi vengono sistematicamente ignorati. Mancano veri e propri servizi a bassa soglia che non si limitino ad aprirsi simbolicamente, ma che permettano anche di agire strutturalmente.

Di che cosa si tratta? Gli approcci a bassa soglia alla progettazione urbana sono offerte che richiedono il minor numero possibile di conoscenze preliminari, tempo o risorse per partecipare. Creano spazi di incontro e partecipazione che possono essere compresi anche senza aver studiato pianificazione urbanistica. Sembra banale, ma è una rivoluzione nella pianificazione quotidiana. Perché significa pensare ai processi di pianificazione in modo che siano orientati alla partecipazione, alla comprensibilità e all’accessibilità fin dall’inizio, e non solo una volta che il concetto è stato finalizzato.

Non sono solo gli strumenti digitali a giocare un ruolo, ma anche nuove forme di progettazione dei processi, di comunicazione e di spazio pubblico. Si tratta di formati che invitano le persone invece di impartire loro lezioni. Si tratta di metodi che suscitano curiosità invece di creare incertezza. E di un atteggiamento che dice: ogni contributo conta, anche se non brilla di termini tecnici. Questo è l’unico modo per creare la necessaria diversità di idee, prospettive e soluzioni di cui una città resiliente ha bisogno oggi.

L’obiettivo è chiaro: la progettazione urbana non deve essere un circolo esclusivo, ma deve diventare un campo condiviso di apprendimento e progettazione. Chiunque voglia fare sul serio deve abbandonare i tradizionali rituali di partecipazione e avere il coraggio di aprire nuove strade, anche a rischio di rendere i processi più imprevedibili, più colorati e talvolta più stressanti. Ma è proprio qui che risiede il futuro dell’urbanistica.

Cosa significa veramente „bassa soglia“? – Definizione e status quo

Il termine „bassa soglia“ è onnipresente nello sviluppo urbano, ma raramente viene definito con precisione. In origine deriva dal lavoro sociale e descrive i servizi che possono essere utilizzati senza grandi ostacoli, restrizioni di accesso o precondizioni. Applicato alla progettazione urbana, significa che tutti possono essere coinvolti, indipendentemente da istruzione, background, età, mobilità o competenze digitali. Sembra un’idea di inclusione, ma in pratica è una sfida enorme.

Uno sguardo alle pratiche di pianificazione in Germania, Austria e Svizzera rivela un quadro contrastante. Se da un lato stanno emergendo sempre più formati di partecipazione – dalle piattaforme di partecipazione online ai consigli cittadini pop-up – dall’altro molti di questi rimangono limitati nel loro impatto. Spesso sono i soliti sospetti a dire la loro: iniziative organizzate, persone coinvolte nella politica locale o persone con conoscenze specifiche pregresse. La famosa „maggioranza silenziosa“ viene lasciata fuori, non perché non sia interessata, ma perché i formati semplicemente non la raggiungono.

Uno dei motivi è la complessità dell’argomento. Piani urbanistici, modifiche della destinazione d’uso dei terreni, procedure dei piani di sviluppo: tutto questo è una giungla di paragrafi e processi, anche per i pianificatori più esperti. Chiunque voglia avere voce in capitolo ha bisogno di tempo, energia e una buona dose di tolleranza alla frustrazione. A ciò si aggiungono le barriere linguistiche, culturali e organizzative. Non tutti sanno quando e dove si svolge la partecipazione, come registrarsi o quali diritti hanno. E non tutti osano dire la propria opinione in pubblico o di fronte a esperti.

La grande sfida è quindi quella di creare programmi che abbattano queste barriere. Possono essere modelli interattivi di città che funzionano senza bisogno di spiegazioni. Possono essere formati di dialogo a bassa soglia al mercato settimanale, che possono essere visitati senza registrazione. Oppure piattaforme digitali che possono essere utilizzate in modo rapido e intuitivo anche su uno smartphone. È importante che non si limitino a fornire informazioni, ma che invitino davvero le persone a partecipare, senza escludere nessuno.

Tuttavia, lo status quo in Germania, Austria e Svizzera è caratterizzato da esperimenti piuttosto che da standard. Ci sono progetti pilota innovativi, ma anche molti interventi a parole. Manca un radicamento sistematico dell’accesso a bassa soglia come principio di pianificazione e la volontà politica di finanziare e istituzionalizzare in modo permanente questi servizi. Questo è l’unico modo per creare una partecipazione autentica che vada ben oltre i soliti rituali di partecipazione.

Strumenti e metodi: dalle app alle feste di strada

La cassetta degli attrezzi per la progettazione urbana a bassa soglia è oggi più ampia che mai e va ben oltre i tradizionali forum dei cittadini. Le piattaforme digitali, le app per dispositivi mobili, le campagne sui social media e gli strumenti di partecipazione online consentono di coinvolgere molte persone indipendentemente dal tempo e dal luogo. Abbassano la soglia di inibizione preparando le informazioni in modo comprensibile, consentendo un feedback diretto e rendendo possibile la partecipazione con pochi clic. Ma anche questi strumenti non sono una panacea, perché non raggiungono tutti e comportano il rischio di divisione digitale.

Ecco perché i formati analogici restano indispensabili. Gli uffici comunali pop-up, le mostre temporanee negli spazi pubblici, le attività pratiche nei festival di strada o le passeggiate con gli urbanisti locali sono esempi classici. Si concentrano su incontri a bassa soglia e sull’esperienza diretta. Soprattutto nei quartieri caratterizzati da un’elevata diversità o da una scarsa diffusione digitale, questi formati sono spesso l’unico modo per rivolgersi a gruppi veramente ampi. È fondamentale che siano aperti, non vincolanti e accattivanti, e che non appaiano come un fastidioso esercizio obbligatorio.

Le visualizzazioni a bassa soglia sono uno strumento particolarmente efficace. Mappe interattive, modelli 3D o applicazioni di realtà aumentata rendono comprensibili e tangibili i contenuti complessi della pianificazione. Permettono di provare gli scenari, confrontare le alternative e sperimentare gli effetti, senza alcun gergo tecnico. Questo trasforma la pianificazione astratta in un’esperienza concreta che favorisce la discussione ad altezza d’uomo.

Anche i formati ibridi che combinano la partecipazione digitale e analogica stanno diventando sempre più importanti. Un esempio: Le idee vengono raccolte in un festival di strada, preparate digitalmente e poi messe ai voti online. Oppure un processo di partecipazione inizia con un sondaggio online e termina con una passeggiata di pianificazione comune. Questi formati creano impegno e ampliano in modo significativo la cerchia dei partecipanti.

Rimane importante: Il miglior strumento è valido solo quanto il suo utilizzo. Senza una strategia di comunicazione intelligente, un approccio mirato e la volontà di ascoltare davvero, anche i metodi più innovativi cadranno nel vuoto. Ecco perché oggi i pianificatori non devono essere solo moderatori ed esperti, ma anche traduttori e facilitatori, e devono ripensare costantemente la partecipazione.

Architettura del processo: la pianificazione come invito, non come ostacolo

L’arte più grande nel progettare un accesso a bassa soglia non sta nella tecnologia, ma nella progettazione del processo. La pianificazione urbana è spesso una giungla di scadenze, responsabilità e specifiche, ed è proprio qui che molti programmi di partecipazione falliscono. Se si vuole la partecipazione, bisogna progettare i processi in modo che invitino alla partecipazione invece di scoraggiarla. Questo inizia con il linguaggio: via il gergo tecnico e verso spiegazioni chiare e comprensibili. Chiunque sappia cos’è un piano quadro si sentirà invitato, mentre chi ne capisce solo le basi resterà fuori.

Anche la trasparenza del processo è fondamentale. I cittadini devono sapere quando e come possono essere coinvolti, cosa succede ai loro contributi e come vengono prese le decisioni. Solo così si può creare fiducia e l’impressione che la partecipazione abbia effettivamente un effetto. Un processo aperto e comprensibile assicura che la partecipazione non sia percepita come una foglia di fico, ma come un vero e proprio diritto di parola.

La tempistica è un altro elemento chiave. Troppo spesso i processi di partecipazione vengono aperti solo quando la rotta più importante è già stata tracciata. Se si vuole una vera partecipazione, è necessario coinvolgere le persone fin dalle prime fasi, anche prima della definizione dei concetti. Solo così le idee, i desideri e le critiche possono davvero confluire nel processo di pianificazione. Ciò richiede il coraggio di essere aperti e la volontà di non anticipare i risultati.

Anche l’accessibilità gioca un ruolo fondamentale. La partecipazione non deve essere ostacolata da orari di apertura o scadenze di iscrizione. Offerte mobili, orari flessibili e sedi decentrate sono elementi importanti. Chi integra la partecipazione nella vita quotidiana, ad esempio con piccoli eventi nei parchi giochi, nei mercati settimanali o nelle scuole, raggiunge persone che altrimenti non sarebbero mai venute.

In definitiva, è una questione di atteggiamento: chi prende sul serio la partecipazione deve anche essere in grado di affrontare le critiche ed essere pronto a condividere il potere. Questo significa non solo fare domande, ma anche ascoltare. Non solo informare, ma anche spiegare cosa succederà dopo. E soprattutto: essere aperti alle sorprese e alle nuove prospettive. Questo a volte può rendere la pianificazione più faticosa, ma la rende anche migliore e più sostenibile.

Sfide e prospettive: Cosa resta da fare?

Per quanto siano evidenti i vantaggi degli approcci a bassa soglia alla progettazione urbana, le sfide dell’attuazione sono altrettanto grandi. Molti processi falliscono per mancanza di risorse, di esperienza o di resistenza politica. La partecipazione costa tempo, denaro e nervi, e a volte è scomoda perché mette in discussione le routine consolidate. I pianificatori spesso raggiungono i loro limiti quando cercano di ascoltare e integrare il maggior numero di voci possibile. Il trucco è gestire le aspettative e consentire una partecipazione autentica.

Un altro problema è la questione della rappresentatività. Sebbene i programmi a bassa soglia raggiungano un maggior numero di persone, non raggiungono automaticamente tutti i gruppi con la stessa efficacia. I gruppi particolarmente svantaggiati o difficili da raggiungere hanno bisogno di un approccio mirato e di formati speciali. In questo caso sono necessarie creatività e perseveranza, e talvolta anche la collaborazione con gli stakeholder locali, le associazioni o i moltiplicatori.

Anche le condizioni quadro legali possono diventare un ostacolo. Dalla protezione dei dati, all’accessibilità, ai diritti di partecipazione, sono numerose le norme da rispettare. Questo ha senso, ma può anche rendere più difficile la partecipazione se le regole sono troppo rigide o burocratiche. In questo caso è necessaria la flessibilità e, a volte, il coraggio di provare le cose prima che siano perfettamente regolamentate.

Non bisogna sottovalutare gli ostacoli culturali. In molte amministrazioni c’è ancora il timore di perdere il controllo a causa di un’eccessiva apertura. Tuttavia, gli esempi di buone pratiche di città come Vienna, Zurigo e Amburgo dimostrano che la condivisione delle responsabilità aumenta la qualità della pianificazione e l’accettazione dei progetti. Chi vede la partecipazione come un’opportunità ne trarrà beneficio a lungo termine, anche se il percorso è talvolta accidentato.

Lo sguardo al futuro mostra: Il futuro della progettazione urbana appartiene a coloro che intendono la partecipazione come una pratica di apprendimento. I gemelli digitali, le piattaforme di dati aperti e le nuove tecnologie di partecipazione offrono un enorme potenziale, ma solo se vengono utilizzati con saggezza e combinati con formati analogici. La città di domani non si crea sul tavolo da disegno, ma attraverso il dialogo. E questo dialogo inizia con la domanda: come rendere la co-progettazione possibile per tutti?

Sintesi: la progettazione urbana come compito collettivo e opportunità per il futuro

Gli approcci a bassa soglia alla progettazione urbana sono più di una parola d’ordine: sono la chiave per città vibranti, resilienti e socialmente giuste. Per partecipare non servono conoscenze specialistiche, ma solo un’offerta aperta e un invito a mettersi in gioco. Gli strumenti digitali, i nuovi formati di partecipazione e la progettazione di processi aperti consentono di trasformare gli abitanti delle città in co-creatori attivi. Le sfide rimangono: dalle risorse, alla rappresentatività, al quadro giuridico. Ma l’esperienza lo dimostra: Quando la partecipazione viene presa sul serio, progettata in modo intelligente e facilitata a una soglia bassa, non solo cresce l’accettazione, ma anche la qualità dello sviluppo urbano. Il futuro appartiene alle città che considerano la pianificazione come un compito e un’opportunità collettiva e hanno il coraggio di invitare sinceramente i cittadini a contribuire a plasmare la loro città. Questa apertura non è un rischio, ma il miglior investimento per un futuro urbano degno di essere vissuto.

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Sistemi di obiettivi collaborativi nelle dichiarazioni di missione comunali

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Vista aerea di un paesaggio urbano e sostenibile in Svizzera, fotografato da Carrie Borden.

Sistemi di obiettivi collaborativi nelle dichiarazioni di missione dei comuni: sembra un pomposo lirismo amministrativo? Niente affatto! Chiunque creda ancora che le città possano essere progettate da sole e sulla base di piani regolatori statici non ha colto il polso dei tempi. I sistemi di obiettivi collaborativi aprono nuovi orizzonti per i comuni: gestiscono l’equilibrio tra controllo politico, competenze tecniche e partecipazione sociale. Come funzionano in pratica? E perché sono forse lo strumento più importante per la città resiliente di domani? Approfondiamo un argomento che è più dinamico di quanto possa far pensare la facciata di un grattacielo.

  • Definizione e sviluppo di sistemi di obiettivi collaborativi nelle dichiarazioni di missione municipali
  • Differenziazione dai sistemi obiettivo classici: Perché la collaborazione non è solo una tendenza
  • Principi metodologici ed esempi pratici da città tedesche, austriache e svizzere
  • Il ruolo della partecipazione, della governance e della collaborazione interdisciplinare
  • Requisiti tecnici e organizzativi per un’implementazione di successo
  • Opportunità per la sostenibilità, la resilienza e la coesione sociale
  • Rischi: Obiettivi contrastanti, richieste eccessive, dinamiche di comitato
  • Percorsi verso sistemi obiettivo reali e vivi – invece di tigri di carta e parole vuote
  • Conclusione: i sistemi di obiettivi collaborativi come DNA strategico della città sostenibile

Cosa sono i sistemi di obiettivi collaborativi e perché i comuni ne hanno bisogno?

I sistemi di obiettivi collaborativi non sono solo una parola di moda, ma il risultato di un cambiamento fondamentale nella cultura della pianificazione comunale. Mentre i sistemi di obiettivi tradizionali sono solitamente progettati da un numero gestibile di soggetti interessati – spesso l’amministrazione e i politici – gli approcci collaborativi si basano sul coinvolgimento attivo di un’ampia varietà di gruppi. Questo li rende l’esatto opposto delle strutture top-down: riuniscono esperti, amministrazione, politica, società civile, imprese e talvolta anche la scienza. L’obiettivo: dichiarazioni di missione e strategie di sviluppo che non esistono solo sulla carta, ma sono ampiamente sostenute e guidano l’azione.

Il fascino dei sistemi di obiettivi collaborativi risiede nel fatto che non rifuggono dalla complessità, ma la sfruttano. Oggi le città si trovano ad affrontare compiti che non possono più essere risolti da una visione settoriale o da responsabilità dipartimentali. L’adattamento al clima, ad esempio, richiede la collaborazione tra il dipartimento degli spazi verdi, il drenaggio urbano, la pianificazione dei trasporti e la gestione delle proprietà. Nell’ambito della coesione sociale, gli uffici per l’integrazione incontrano la gestione dei quartieri, le scuole e le organizzazioni indipendenti. I sistemi di obiettivi collaborativi creano una piattaforma su cui è possibile negoziare sistematicamente questi diversi interessi e competenze.

Un altro argomento a favore dei sistemi di obiettivi collaborativi è che aumentano in modo significativo la legittimità delle dichiarazioni di missione comunali. La partecipazione non è più un piacevole extra, ma un requisito democratico che sta diventando sempre più importante, soprattutto in tempi di crescente polarizzazione e di calo della fiducia nelle istituzioni. I principi guida sviluppati attraverso il dialogo sono più comprensibili, più accettati e più resistenti ai cambiamenti politici. Possono rivelare conflitti di obiettivi, integrare prospettive diverse e diventare così veri e propri quadri di orientamento, non solo frasi non vincolanti.

Naturalmente ci si può chiedere se gli approcci collaborativi non siano troppo lunghi, caotici o addirittura improduttivi. Ma l’esperienza pratica dimostra che, se progettati correttamente, possono addirittura accelerare i processi di pianificazione. Infatti, i sistemi di obiettivi concordati su una base ampia incontrano meno resistenza in seguito, risparmiano lunghe rinegoziazioni e riducono al minimo il rischio di blocchi. Inoltre, consentono di sviluppare scenari che anticipano i diversi interessi – un vantaggio imbattibile in un paesaggio urbano sempre più complesso.

Nel complesso, i sistemi target collaborativi segnano il passaggio dalla pianificazione come strumento di dominio alla pianificazione come processo di apprendimento condiviso. Sono la spina dorsale strategica di una governance che non si limita a reagire, ma modella attivamente. E sono la chiave per trasformare i principi guida in pratica concreta – e non da ultimo un mezzo per garantire la spesso citata, ma raramente raggiunta „capacità di agire“ delle città.

Dalla monocultura all’ecosistema: come funzionano in pratica i sistemi di obiettivi collaborativi

L’attuazione dei sistemi di obiettivi collaborativi non è un successo sicuro: richiede precisione metodica, apertura organizzativa e spesso una buona dose di coraggio. Partiamo dalla situazione iniziale: i processi tradizionali di definizione della missione seguono spesso lo schema „il gruppo di esperti redige – la politica decide – l’amministrazione attua“. I sistemi di mission collaborativi, invece, trasformano questo processo lineare in un processo iterativo, orientato al dialogo. Ciò significa che le varie parti interessate sono coinvolte nella definizione degli obiettivi fin dall’inizio, i conflitti tra gli obiettivi sono identificati e i compromessi sono negoziati.

La cosiddetta architettura degli obiettivi è uno strumento collaudato. Distingue tra visioni, principi guida, obiettivi strategici e operativi e li organizza in una rete flessibile e priva di gerarchie. In questo modo si crea un sistema che non è dettato dall’alto verso il basso, ma in cui i vari campi d’azione sono interconnessi. Ad esempio, la dichiarazione di missione „Città neutrale dal punto di vista climatico nel 2035“ è integrata da obiettivi operativi come „ridurre del 50% il trasporto privato motorizzato entro il 2030“ o „aumentare la percentuale di spazi verdi al 30%“. Questi obiettivi vengono sviluppati in gruppi di lavoro, circoli di pianificazione o forum di cittadini – e vengono continuamente rivisti.

L’esperienza pratica di città come Friburgo, Zurigo e Graz dimostra che questi processi funzionano meglio se affiancati da una moderazione professionale e da strumenti digitali. Piattaforme di partecipazione, consultazioni online e visualizzazioni partecipative rendono comprensibili e accessibili sistemi di obiettivi complessi. È possibile visualizzare obiettivi contrastanti, simulare alternative e stabilire insieme le priorità. Particolarmente interessante: a Berlino, un distretto sta sperimentando il collegamento dei sistemi di obiettivi con i gemelli digitali urbani per rendere visibili in tempo reale gli effetti delle varie misure – un salto di qualità in termini di trasparenza e capacità di gestione.

È inoltre importante istituzionalizzare i sistemi di obiettivi collaborativi. Non devono esaurirsi in una campagna di partecipazione una tantum, ma devono essere integrati nel processo di gestione quotidiana del Comune. Ciò può essere ottenuto, ad esempio, attraverso il monitoraggio degli obiettivi, le relazioni annuali sullo stato di avanzamento, le liste di controllo degli obiettivi per le decisioni del consiglio comunale o l’istituzione di un „comitato consultivo del sistema di obiettivi“, che verifichi regolarmente che il sistema sia coerente e aggiornato. In questo modo, la dichiarazione di missione non rimane solo un parapetto, ma diventa uno strumento di guida vivo.

In fondo, i sistemi target collaborativi funzionano solo se i conflitti non sono visti come un fattore di disturbo, ma come una forza trainante per lo sviluppo. Interessi diversi, aspettative contraddittorie e questioni di potere fanno parte di questo contesto. Proprio per questo sono necessari processi trasparenti, una comunicazione aperta e la disponibilità al compromesso, senza perdere di vista i principi fondamentali della dichiarazione di missione. I sistemi target diventano allora veri e propri motori dell’innovazione piuttosto che parole vuote.

Opportunità e rischi: i sistemi target collaborativi tra aspirazione e realtà

Il potenziale dei sistemi target collaborativi è impressionante, ma non è privo di ostacoli. Cominciamo dalle opportunità: integrando prospettive diverse, le dichiarazioni di missione e i sistemi di obiettivi acquistano profondità, flessibilità e resilienza. Possono reagire più rapidamente alle crisi, sfruttare meglio il potenziale innovativo e offrire una piattaforma per nuove alleanze tra amministrazione, imprese, società civile e scienza. Nello sviluppo urbano sostenibile, ad esempio, consentono di considerare gli obiettivi ecologici, economici e sociali non solo uno accanto all’altro, ma insieme.

Un altro vantaggio risiede nella maggiore accettazione. Se i gruppi interessati vengono coinvolti fin dalle prime fasi, si crea un senso di responsabilità e identificazione condivisa. Ciò riduce le resistenze in fase di attuazione e promuove la disponibilità a sostenere anche misure scomode, ad esempio nell’ambito dell’adattamento al clima, del riutilizzo dei terreni o della transizione dei trasporti. In questo modo, i sistemi target diventano un catalizzatore di processi di trasformazione che vanno ben oltre le singole misure settoriali.

Tuttavia, non bisogna sottovalutare i rischi. I sistemi obiettivo collaborativi rischiano di essere sovraccarichi: più sono gli attori coinvolti, maggiore è la complessità. C’è il rischio di discussioni interminabili, di diluire gli obiettivi o di bloccarsi a causa degli interessi di piccoli gruppi. Soprattutto in contesti politici, c’è il rischio che i sistemi target diventino un palcoscenico per politiche simboliche o lobbistiche. L’unica cosa che può aiutare in questo caso è una progettazione intelligente del processo che combini la partecipazione con l’attenzione ai risultati.

Un’altra area problematica è l’inerzia istituzionale. Molte amministrazioni non sono ancora orientate verso modelli di gestione iterativi e aperti. Mancano le risorse, le competenze e talvolta anche la volontà di condividere il potere. I sistemi di obiettivi collaborativi possono anche mettere in discussione le gerarchie esistenti – un fatto che non è sempre ben accolto. Ci vuole quindi coraggio per lasciare dei vuoti: Non tutte le decisioni possono essere negoziate democraticamente a livello di base e non tutti gli obiettivi sono adatti a un discorso aperto.

In definitiva, il fattore decisivo è la trasparenza. Se i processi di partecipazione e i sistemi di obiettivi non sono documentati e comunicati in modo comprensibile, si crea rapidamente diffidenza. Il trucco consiste nel preparare i risultati e i processi decisionali in modo che siano comprensibili, verificabili e collegabili, sia internamente che esternamente. Solo in questo modo i sistemi target collaborativi possono diventare un vero valore aggiunto per lo sviluppo urbano, e non solo un altro strato amministrativo.

Tecnologia, strumenti, trasformazione: cosa serve per una vera collaborazione

Se si vuole realizzare con successo un sistema di obiettivi collaborativi, è necessario partire da diversi livelli: tecnico, organizzativo e culturale. Partiamo dalla tecnologia: le moderne piattaforme di partecipazione, le lavagne digitali, i modelli di simulazione e le visualizzazioni dei dati sono strumenti indispensabili. Rendono tangibili interrelazioni complesse, consentono la partecipazione asincrona e creano trasparenza nel processo. In città come Zurigo o Vienna, i sistemi target sono ora collegati a piattaforme di dati urbani per misurare e visualizzare i progressi in tempo reale. Questo aumenta la capacità di controllo e apre nuove possibilità di monitoraggio e valutazione.

In termini organizzativi, sono fondamentali strutture e responsabilità chiare. I process owner sono necessari per moderare il dialogo, raggruppare i risultati e gestire i conflitti in modo costruttivo. Una cultura dell’errore aperta, che accetti anche il fallimento come parte del processo di apprendimento, è importante quanto i canali decisionali flessibili. I formati ibridi dimostrano il loro valore in questo caso: Workshop, forum digitali e riunioni tradizionali vengono combinati per incorporare il maggior numero possibile di prospettive senza perdere la controllabilità.

Infine, è necessario un cambio di mentalità culturale. I sistemi collaborativi richiedono che tutti i soggetti coinvolti siano disposti a mettere in discussione le proprie posizioni, a condividere il potere e ad agire alla pari. Ciò richiede fiducia, non solo nei processi, ma anche nei risultati. Amministrazione, politica e società civile devono imparare a gestire incertezze, obiettivi contrastanti e compromessi. Non si tratta di un successo sicuro, ma di un processo di apprendimento continuo che richiede tempo e risorse.

Un fattore di successo è la comunicazione chiara su obiettivi, processi e responsabilità. Un impegno autentico può essere raggiunto solo se tutti i soggetti coinvolti sanno a cosa vanno incontro. Ciò include anche una documentazione trasparente di tutti i risultati intermedi, una discussione pubblica degli obiettivi in conflitto e un feedback continuo alle parti interessate. Gli strumenti digitali possono dare un contributo importante in questo senso, ma non possono sostituire il dialogo faccia a faccia, la lotta creativa per trovare soluzioni e la responsabilità condivisa per i risultati.

Infine, ma non per questo meno importante, i sistemi collaborativi non sono fini a se stessi. Devono essere adattati alle sfide specifiche della città e non devono mai degenerare in una partecipazione simbolica. È fondamentale che influenzino effettivamente lo sviluppo e che non rimangano nel vuoto. Solo allora le dichiarazioni di missione potranno essere più che semplici opuscoli colorati, ovvero veri e propri motori di trasformazione per la città di domani.

Conclusione: i sistemi di obiettivi collaborativi come DNA strategico dello sviluppo urbano

I sistemi di obiettivi collaborativi sono molto più di una semplice tendenza metodologica: segnano un cambiamento di paradigma nella cultura della pianificazione comunale. Offrono alle città l’opportunità di utilizzare la complessità invece di temerla. Promuovono l’innovazione, rafforzano l’accettazione e trasformano i principi guida in veri e propri strumenti di indirizzo. Ma non sono un successo sicuro: richiedono apertura, pazienza e la volontà di percorrere strade scomode. Chi li usa in modo strategico non solo ottiene un nuovo spazio di manovra, ma anche una solida base per città sostenibili, resilienti e vivibili. Il futuro appartiene ai comuni che fanno della collaborazione il DNA del loro sviluppo e che finalmente riconoscono i principi guida di ciò che possono essere: Una bussola, un motore e un impegno comune allo stesso tempo.

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Squadra della Giornata universitaria 2017

I team partecipanti all'ultima Giornata universitaria BAU del 2017

Tra una settimana, il 18 gennaio 2019, si terrà la Giornata universitaria 2019 a BAU 2019 – organizzata da BAUMEISTER e BAKA Bundesverband Alterneuerung. Studenti, docenti e interessati sono cordialmente invitati a passare nel padiglione B0. Il momento clou: la votazione della giuria per il concorso Students | Design | Future dalle 16:30. (mehr …)

Contro l’oblio

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Un ritratto di famiglia americana“ è molto personale. Innumerevoli ritratti, suddivisi in quattro temi principali, daranno un volto ai destini e renderanno più tangibile ciò che è accaduto per le generazioni di oggi. Le foto ingrandite saranno incastonate nel pavimento dietro una lastra di vetro in un telaio di acciaio corten.

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Le strade come gestori dell’acqua: drenaggio, ritenzione e raffreddamento combinati

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Una strada cittadina trafficata accanto a imponenti grattacieli, fotografata da Bin White.

Una strada può essere più di un semplice asfalto? In un momento in cui le città gemono per lo stress da caldo, le forti precipitazioni e la scarsità di risorse, le strade stanno diventando dei veri e propri strumenti a tutto tondo: gestiscono l’acqua, raffreddano i quartieri e danno alla città un nuovo microclima. Chiunque pensi ancora che il drenaggio e la ritenzione siano solo questioni periferiche nella costruzione delle strade, si sta perdendo la vera rivoluzione nelle infrastrutture urbane.

  • Definizione e sviluppo delle strade come elementi centrali della gestione delle acque urbane
  • Funzionalità dei moderni sistemi di drenaggio e ritenzione nelle strade
  • Effetti sinergici tra gestione dell’acqua, riduzione del calore e clima urbano
  • Sfide tecniche, progettuali e legali per le autorità locali e gli uffici di pianificazione
  • Esempi da Germania, Austria e Svizzera: progetti di buone pratiche e lezioni apprese
  • Materiali innovativi, elementi di design e tecnologie di simulazione per strade multifunzionali
  • Il ruolo della cooperazione interdisciplinare tra pianificatori, ingegneri e amministrazione
  • Prospettive: Le strade come infrastruttura resiliente e adattabile per la città del futuro

Acqua sulla strada? Da zona problematica a risorsa urbana

Chi finora ha visto le strade solo come aree di traffico sta trascurando il loro enorme potenziale per la gestione delle acque urbane. Oggi, nelle città densamente popolate, le strade sono molto più che semplici arterie di trasporto: sono elementi infrastrutturali estesi e costantemente utilizzati, che si confrontano quotidianamente con pioggia, calore e inquinamento. Per decenni, i profili stradali tradizionali hanno deviato l’acqua il più rapidamente possibile nella rete fognaria, fedeli al motto: sbarazzarsi dell’acqua prima che crei problemi. Tuttavia, la realtà della crisi climatica sta costringendo le città a ripensarci. Le piogge improvvise e abbondanti, il sovraccarico delle fognature e l’aumento delle temperature richiedono strade che non si limitino a drenare l’acqua, ma che la gestiscano in modo intelligente, assorbendola, immagazzinandola, pulendola e, se necessario, rilasciandola nuovamente in modo mirato.

Lo sviluppo verso strade multifunzionali non è un espediente per visionari del futuro, ma una necessità tangibile. Città come Copenaghen, Zurigo e Amburgo sperimentano da tempo strade che fungono da aree di ritenzione, zone di raffreddamento e persino biotopi urbani. Questa nuova generazione di costruzioni stradali combina drenaggio, ritenzione ed evaporazione in un sistema olistico. L’obiettivo è comprendere l’acqua piovana non come un fattore di disturbo, ma come una risorsa che contribuisce alla resilienza e alla qualità della vita nelle aree urbane. La permeabilità delle superfici, la topografia della strada e l’integrazione della vegetazione giocano un ruolo fondamentale. Pavimenti porosi, sistemi di infiltrazione a cunetta o ad albero trasformano lo spazio stradale in una sorta di superficie spugnosa urbana che non solo tampona l’acqua, ma contribuisce anche a migliorare il clima urbano.

Una comprensione più avanzata delle strade richiede anche nuove prospettive di pianificazione e progettazione. Lo spazio stradale diventa un palcoscenico per soluzioni innovative che si adattano alle condizioni locali e alle sfide climatiche. Invece di superfici asfaltate monofunzionali, i progettisti si concentrano sempre più su strutture modulari che possono essere adattate in modo flessibile alle diverse quantità di precipitazioni, alle condizioni del suolo e alle esigenze di utilizzo. Ciò richiede un pensiero interdisciplinare e una stretta collaborazione tra urbanisti, architetti del paesaggio, ingegneri e amministrazione. La sfida: integrare l’eccellenza tecnica in modo che non sia in conflitto con la qualità del design e l’identità urbana.

Trasformare le strade in gestori dell’acqua non è solo un progetto tecnico, ma anche sociale. L’accettazione da parte di residenti, utenti e stakeholder locali è essenziale per ancorare le soluzioni innovative nel lungo periodo. La comunicazione trasparente, la partecipazione e l’inclusione delle esigenze locali sono quindi elementi chiave di qualsiasi trasformazione di successo. Comunicare in modo convincente il valore aggiunto delle aree di ritenzione, delle griglie verdi o delle zone di inondazione temporanea apre nuove possibilità di sviluppo urbano sostenibile.

Conclusione: il futuro della strada non risiede nel puro flusso del traffico, ma nella sua capacità di riportare l’acqua nella città come elemento modellante e regolatore. La transizione verso un gestore delle acque urbane è stata annunciata da tempo, ma deve essere organizzata in modo coraggioso, intelligente e integrato.

Drenaggio, ritenzione e raffreddamento: come funziona la strada multifunzionale

Il fulcro delle strade moderne come gestori dell’acqua risiede nella combinazione di tre funzioni centrali: Drenaggio, ritenzione e raffreddamento. Per drenaggio si intende la rimozione mirata dell’acqua dalla strada per evitare allagamenti e danni all’infrastruttura. I sistemi tradizionali, come le cunette, i canali di scolo o gli allacciamenti fognari, sono da tempo standard, ma raggiungono rapidamente i loro limiti in caso di forti precipitazioni. È qui che entrano in gioco elementi innovativi come i sistemi a trincea: questi sistemi combinano le rondini aperte con trincee sotterranee, cioè aree di stoccaggio riempite di ghiaia o plastica speciale, che raccolgono l’acqua piovana, la puliscono e la rilasciano nel sottosuolo o nella rete fognaria con un certo ritardo. In questo modo si riduce il carico sulla rete fognaria e si favorisce la ricarica delle falde acquifere locali.

Trattenere significa trattenere l’acqua in modo mirato, temporaneamente in superficie o permanentemente nel sottosuolo. Le aree di ritenzione possono essere progettate come depressioni poco profonde, strisce centrali erbose o persino strisce di parcheggio che fungono da cuscinetto durante le precipitazioni più intense. Particolarmente interessanti sono le cosiddette trincee di infiltrazione degli alberi: sotto ogni fila di alberi stradali si nasconde un serbatoio sotterraneo che raccoglie l’acqua piovana e la rilascia lentamente alle radici. Questo non solo favorisce la crescita degli alberi, ma contribuisce anche a raffreddare l’area circostante. Tuttavia, l’integrazione delle aree di ritenzione nello spazio stradale richiede una pianificazione precisa: occorre tenere conto della topografia, delle condizioni del suolo e del clima locale, nonché della capacità di carico della strada e delle esigenze del traffico.

La terza funzione – il raffreddamento – sta assumendo un’importanza enorme in tempi di crescenti ondate di calore. Le strade con un alto grado di impermeabilizzazione accumulano e irradiano calore, favorendo la formazione di isole di calore urbane. L’evaporazione mirata dell’acqua dai canali, dalle aree verdi o dalle pavimentazioni porose può ridurre significativamente la temperatura ambientale. La vegetazione svolge un duplice ruolo: non solo aumenta la capacità di evaporazione, ma fornisce anche un ulteriore effetto di raffreddamento attraverso l’ombreggiamento. I rivestimenti innovativi che immagazzinano l’acqua e la rilasciano lentamente favoriscono questo processo. In combinazione con sistemi di irrigazione intelligenti, le strade possono quindi diventare veri e propri regolatori del clima.

L’integrazione delle tecnologie digitali rende la combinazione di queste funzioni tecnicamente impegnativa. La tecnologia dei sensori, le piattaforme IoT e i gemelli digitali consentono di monitorare i flussi d’acqua in tempo reale, di controllare in modo efficiente le capacità di ritenzione e di utilizzare il potenziale di raffreddamento in modo mirato. Le simulazioni aiutano ad analizzare vari scenari e a trovare la soluzione ottimale per ogni strada. Non si tratta di un espediente, ma di una necessità per utilizzare in modo efficiente e sostenibile le scarse risorse delle aree urbane.

La strada multifunzionale è quindi molto più della somma delle sue singole parti. Incarna un cambiamento di paradigma nella gestione delle acque urbane: dal drenaggio reattivo al controllo e all’utilizzo proattivo dell’acqua come risorsa. Chi vuole dominare questo cambiamento non deve solo essere tecnicamente in grado di farlo, ma anche essere pronto ad aprire nuove strade nella pianificazione, nella progettazione e nel funzionamento.

Best practice: pionieri e progetti faro dei Paesi di lingua tedesca

La teoria sembra convincente, ma come si presenta nella pratica? Nei Paesi di lingua tedesca esistono numerosi progetti interessanti che dimostrano come le strade possano diventare gestori intelligenti dell’acqua. Un esempio lampante è fornito dalla città di Copenaghen, che con il suo programma „Cloudburst Management“ sta definendo gli standard mondiali. Le strade sono modellate in modo specifico per funzionare come percorsi di flusso temporanei e aree di ritenzione durante le precipitazioni più intense. Le scale, le piccole soglie e le isole verdi fanno sì che l’acqua venga incanalata in modo controllato attraverso la città e tamponata nei parchi o nei bacini di ritenzione. I risultati: meno inondazioni, più biodiversità e un notevole miglioramento del microclima.

Anche in Germania esistono approcci innovativi. La Hafencity di Amburgo utilizza un sofisticato sistema di tetti verdi, pavimentazioni permeabili e serbatoi sotterranei che raccolgono e depurano l’acqua piovana e la utilizzano per irrigare la vegetazione. Gli spazi stradali diventano così elementi multifunzionali che ospitano non solo il traffico, ma anche l’acqua, le piante e le persone. A Francoforte sul Meno, nell’ambito del progetto „Sponge City Frankfurt“, si stanno costruendo strade pilota con trincee per alberi e superfici permeabili all’acqua per ridurre il calore e garantire il verde urbano a lungo termine.

Vienna, invece, sta svolgendo un ruolo pionieristico quando si tratta di integrare le tecnologie di simulazione nella pianificazione stradale. La città si affida ai gemelli digitali per analizzare in tempo reale l’effetto delle aree di ritenzione, dei sistemi di drenaggio e del verde. In questo modo i progettisti possono analizzare vari scenari e determinare la combinazione ottimale di drenaggio, raffreddamento e qualità della vita, molto prima che arrivi la prima macchina da cantiere. Il risultato è un paesaggio stradale non solo funzionale ma anche esteticamente gradevole.

La Svizzera fa centro con la precisione ingegneristica. A Zurigo, le strade sono sistematicamente progettate come parte del concetto di città spugna. Qui l’acqua piovana non finisce nelle fognature, ma viene incanalata nel terreno attraverso depressioni verdi e canali di infiltrazione. I sensori misurano l’umidità e la temperatura per ottimizzare costantemente l’efficienza dei sistemi. La città sta così assumendo un ruolo pionieristico nella gestione dell’acqua basata sui dati.

Questi progetti lo dimostrano: Il successo della gestione dell’acqua negli spazi stradali dipende dalla collaborazione interdisciplinare, dal coraggio di innovare e da una costante attenzione alle condizioni locali. Non esiste un rimedio brevettato, ma ci sono molti esempi stimolanti che indicano la strada per il futuro e dimostrano che vale la pena ripensare lo spazio stradale.

Pianificazione, materiali e governance: le chiavi del successo

La trasformazione delle strade classiche in gestori d’acqua multifunzionali può avere successo solo se la pianificazione, la scelta dei materiali e la governance vanno di pari passo. Il primo passo fondamentale è un’attenta analisi delle condizioni locali. Il tipo di suolo, il livello delle acque sotterranee, la distribuzione delle precipitazioni e i requisiti della sezione stradale devono essere registrati con precisione per determinare la combinazione ottimale di drenaggio, ritenzione e raffreddamento. È qui che entrano in gioco i moderni strumenti di pianificazione: analisi basate su GIS, gemelli digitali e simulazioni idrodinamiche consentono di confrontare le varianti e di prevedere gli effetti sull’intero quartiere.

La scelta dei materiali è un’altra questione fondamentale. I rivestimenti porosi, i substrati innovativi per i sistemi di infiltrazione degli alberi e le soluzioni di accumulo intelligenti sono oggi tecnicamente maturi e offrono numerosi vantaggi. Tuttavia, devono essere testati per verificarne la durata, la facilità di manutenzione e la compatibilità ambientale. L’interfaccia tra innovazione tecnica e idoneità all’uso quotidiano è particolarmente critica: un sistema che funziona in laboratorio deve essere convincente anche nel funzionamento urbano, dalla pulizia alla riparazione. In questo caso la rilevanza pratica e l’esperienza degli appaltatori sono importanti quanto il coraggio dei progettisti di sperimentare nuove soluzioni.

La governance, ovvero il controllo e la responsabilità dei nuovi sistemi, è una sfida spesso sottovalutata. Chi gestirà e manterrà i nuovi sistemi? Chi ne sostiene i costi? Come sono organizzate le responsabilità tra l’ufficio di ingegneria civile, l’ufficio spazi verdi e la gestione delle acque? Responsabilità chiare, modelli di costo trasparenti e piani di manutenzione vincolanti sono essenziali per garantire la funzionalità a lungo termine. I progetti di successo si basano su gruppi direttivi interdisciplinari che condividono la responsabilità della pianificazione, del funzionamento e del monitoraggio.

Le condizioni quadro legali svolgono un ruolo importante in questo senso. In Germania, Austria e Svizzera esistono numerose normative e standard tecnici che regolano la gestione delle acque piovane, la progettazione delle sezioni stradali e la protezione delle acque sotterranee. Le soluzioni innovative spesso richiedono adeguamenti alle specifiche esistenti o addirittura nuovi standard, ad esempio quando si tratta di autorizzare nuovi tipi di pavimentazione, l’integrazione della vegetazione o l’uso di spazi stradali per scopi di ritenzione. Il dialogo e il coordinamento con le autorità preposte all’omologazione sono quindi essenziali.

Dopo tutto, l’accettazione da parte di utenti, residenti e decisori politici è un fattore di successo decisivo. Comunicare in modo convincente i vantaggi delle strade multifunzionali crea comprensione per le restrizioni temporanee durante la fase di costruzione e per le modifiche a lungo termine del paesaggio stradale. La partecipazione, la trasparenza e il coinvolgimento precoce di tutte le parti interessate non sono solo necessari dal punto di vista politico, ma rappresentano anche la migliore garanzia per la sostenibilità della nuova infrastruttura.

Prospettive: La strada resiliente come progetto per la città del futuro

La trasformazione della classica strada di drenaggio in infrastruttura multifunzionale è molto più di un aggiornamento tecnico: è un cambiamento di paradigma nel modo in cui intendiamo gli spazi urbani. Le strade stanno diventando elementi dinamici che rispondono attivamente alle sfide del cambiamento climatico. Ciò significa che assorbono acqua, la immagazzinano, raffreddano il quartiere e contribuiscono alla biodiversità. Non sono più costruzioni rigide, ma sistemi adattivi che reagiscono in modo flessibile agli estremi climatici, ai cambiamenti d’uso e alle nuove esigenze.

Il futuro delle strade risiede nella loro resilienza. Ciò significa che possono adattarsi, rigenerarsi e tornare rapidamente funzionali anche dopo eventi estremi. Ciò richiede una continua innovazione – nei materiali, nei metodi di costruzione, nella tecnologia di controllo e nella progettazione. Le tecnologie digitali, come le reti di sensori e i gemelli digitali, stanno diventando strumenti indispensabili. Forniscono la base di dati non solo per la pianificazione delle strade, ma anche per ottimizzarle durante il funzionamento e adattarle a condizioni mutevoli. La strada del futuro è intelligente, collegata in rete e in grado di apprendere.

Ma nonostante la tecnologia, la componente sociale rimane indispensabile. La strada è uno spazio pubblico, un luogo di incontro e parte della vita urbana. La loro nuova multifunzionalità non deve andare a scapito della qualità della vita, dell’accessibilità o della sicurezza stradale. Al contrario, apre nuove opportunità per una città vivibile e rispettosa del clima: più verde, più acqua, più raffreddamento e quindi una migliore qualità della vita per tutti. La sfida consiste nel realizzare questo potenziale non solo dal punto di vista tecnico, ma anche dal punto di vista del design e degli aspetti sociali.

Le città che osano fare il passo verso strade resilienti e multifunzionali diventano un modello per gli altri. Dimostrano che lo sviluppo urbano sostenibile inizia su piccola scala, nella strada di casa. Ci vogliono coraggio, creatività e volontà di lavorare insieme per superare gli ostacoli tecnici, organizzativi e legali. Ma la ricompensa è un’infrastruttura che non solo mitiga il cambiamento climatico, ma arricchisce anche la vita urbana.

La strada come gestore dell’acqua non è un sogno lontano del futuro, ma un’opportunità concreta per rendere le città di domani resilienti, vivibili e sostenibili già oggi. Chi coglie questa opportunità non solo creerà nuovi standard nella costruzione di strade, ma anche una nuova immagine del ruolo delle infrastrutture nel tessuto urbano.

Conclusione

L’era delle strade monofunzionali e idrorepellenti sta per finire. Le aree urbane hanno bisogno di strade che non si limitino a gestire il traffico, ma che contribuiscano anche alla resilienza, al raffreddamento e alla qualità della vita come gestori intelligenti dell’acqua. Drenaggio, ritenzione e raffreddamento non sono misure individuali, ma componenti integrali di una nuova infrastruttura multifunzionale. I progetti di Germania, Austria e Svizzera dimostrano in modo impressionante come l’innovazione tecnologica, la pianificazione interdisciplinare e la governance partecipativa possano lavorare insieme per rendere le città adatte alle sfide del cambiamento climatico e dell’urbanizzazione. Le strade del futuro sono adattive, collegate in rete e resilienti – e quindi molto più che semplici asfalti. Chi agisce ora sta gettando le basi per una città sostenibile e vivibile in cui l’acqua non è più un nemico, ma un amico e una risorsa della vita urbana.

Evento con Reinier de Graaf / OMA

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OMA è uno degli studi di architettura più rinomati al mondo. Fondato da Rem Koolhaas negli anni ’80 e con sede a Rotterdam e filiali a New York, Hong Kong, Pechino, Dubai, Doha e Brisbane, lo studio ha esercitato un’influenza decisiva sulla scena architettonica internazionale.

Siamo lieti che Reinier de Graaf, partner di lunga data di OMA, abbia curato il numero di giugno di Baumeister . Nel numero che ha curato, esplora i vari fattori che plasmano l’edilizia di oggi e dà voce a diversi protagonisti, come promotori immobiliari, politici, attivisti e urbanisti.

Reinier de Graaf sarà a Monaco di Baviera mercoledì prossimo , 5 giugno, per parlare dell’edizione da lui curata. L’evento si svolge presso Hearthouse e inizia alle 19.00. Anche Christiane Thalgott – ex assessore all’urbanistica di Monaco – sarà sul podio per parlare dei temi della rivista e della loro rilevanza per la città di Monaco.

Ci sono ancora alcuni biglietti per l’evento con Reinier de Graaf. È possibile registrarsi gratuitamente qui.

Luce, aria, sole

Casa-mia

Foto: Christoph Petras

Quali materiali associamo al Bauhaus? Principalmente vetro, acciaio e cemento, ma non il legno. La „Casa di crescita“, progettata nel 1930 dall’architetto e insegnante del Bauhaus Ludwig Hilberseimer, rompe con i soliti cliché del Bauhaus: l’edificio a forma di L è un edificio residenziale modulare ed economico in legno che può essere adattato e ampliato per soddisfare le esigenze dei suoi abitanti.

Circa 400 di queste case unifamiliari dovevano formare uno sviluppo misto insieme alle case a pergola costruite sotto Hannes Meyer nella tenuta di Dessau-Törten. Tuttavia, la crisi economica e politica iniziata nel 1929 impedì la costruzione di altri edifici bassi. Più di 80 anni dopo la progettazione e giusto in tempo per il 100° anniversario del Bauhaus, gli studenti dell’Università di Kassel hanno ora costruito una ricostruzione contemporanea del progetto di Hilberseimer in tre settimane utilizzando un metodo di autocostruzione. Il team guidato da Philipp Oswalt, professore di teoria dell’architettura e design, è stato supportato dal collettivo di costruttori Constructlab.

L’obiettivo del progetto di autocostruzione „Bauhaus bauen“ è quello di dare nuova vita a una storia quasi dimenticata del Bauhaus e di far rivivere l’idea di Hilberseimer, che è rilevante per il dibattito odierno sull’edilizia abitativa e sullo sviluppo urbano. L’edificio sarà disponibile per l’uso comune a Törten per 18 mesi, dopodiché andrà in tournée. La prossima tappa sarà Berlino, dove servirà da centro visitatori per la Haus Lemke di Mies van der Rohe.

Arbor Kitchen, Nuova arte sul Ried,
Germania, 2022
TUM, Foto: Kristina Pujkilovic

Dal 13 marzo 2025, la Pinakothek der Moderne di Monaco di Baviera presenterà una mostra che ripensa l’architettura e la progettazione del paesaggio: „Trees, Time, Architecture!“ si concentra sull’interazione tra alberi e strutture costruite e sottolinea la necessità di un cambiamento di paradigma nella cultura edilizia. L’attenzione si concentra sulla progettazione di processi piuttosto che di oggetti finiti, un approccio che incorpora la complessa temporalità degli alberi.

Gli alberi sono tra gli esseri viventi più antichi e complessi della Terra. La loro crescita lenta e la loro lunga durata contrastano con la logica di pianificazione spesso a breve termine dei progetti architettonici. Tuttavia, hanno un grande potenziale per la progettazione degli spazi urbani: con le loro chiome estese e la loro capacità di evaporazione, possono mitigare le isole di calore nelle città e migliorare il microclima. Allo stesso tempo, sono sempre più minacciate dai cambiamenti climatici e ambientali.

La mostra presenta progetti provenienti da diversi contesti culturali e zone climatiche che mostrano come l’architettura e l’architettura del paesaggio possano essere combinate con gli alberi in modo sostenibile. Le opere esposte illustrano le sfide e le opportunità offerte da un approccio progettuale integrativo.

Il concetto della mostra si ispira agli approcci di ricerca del campo della botanica architettonica, sviluppato presso l’Università Tecnica di Monaco sotto la direzione di Ferdinand Ludwig. Questo approccio utilizza specificamente la crescita degli alberi come elemento costruttivo e combina metodi scientifici con pratiche artistiche, conoscenze indigene e tecnologie moderne.

La mostra sarà integrata da un mini-simposio che si terrà l’11 marzo 2025 presso il Forum Oskar von Miller. Esperti dei settori dell’architettura, dell’architettura del paesaggio e dell’arte discuteranno delle interazioni dinamiche tra alberi, tempo e strutture costruite.

È previsto anche un ampio programma di conferenze, workshop e dibattiti per approfondire l’argomento.

La mostra sarà accompagnata da una rivista completa intitolata „Trees, Time, Architecture!: Entwerfen im Wandel“, curata da Andjelka Badnjar Gojnić, Kristina Pujkilović, Ferdinand Ludwig e Andres Lepik. La pubblicazione combina saggi, interviste ed esempi di progetti ed è edita da Park Books.

„Trees, Time, Architecture!“ invita a un ripensamento della cultura edilizia e propone approcci innovativi per un approccio sostenibile all’ambiente naturale. Soprattutto in tempi di cambiamenti climatici, la mostra sottolinea quanto sia cruciale comprendere gli alberi come attori attivi nell’architettura e incorporare il loro potenziale nella progettazione.

Cliccare qui per il sito web della Pinakothek der Moderne.

In qualità di membro dell‘Alleanza per la Ricerca sul Patrimonio Culturale, l’Istituto Fraunhofer sostiene la protezione e la conservazione dei manufatti storici sviluppando tecnologie innovative. Il processo a fascio di elettroni viene utilizzato, ad esempio, per pulire in modo delicato e non abrasivo i manufatti storici in argento.


12-2017
L’esempio delle immagini prima/dopo di queste due monete mostra chiaramente l’efficacia del trattamento al plasma presso il Fraunhofer Institute FEP. Foto: Fraunhofer FEP

La Fraunhofer Gesellschaft, l’Associazione Leibniz e la Fondazione Prussiana per il Patrimonio Culturale hanno fondato l’Alleanza per la Ricerca sul Patrimonio Culturale nel 2008. Il suo obiettivo è una stretta collaborazione interdisciplinare per sviluppare nuovi processi e metodi di restauro e conservazione. Allo stesso tempo, l’obiettivo è quello di sensibilizzare il pubblico sull’importanza del patrimonio culturale.

L’aspetto di manufatti e beni culturali di valore storico è particolarmente influenzato da influenze ambientali, agenti inquinanti, umidità o conservazione errata. Ciò vale in larga misura anche per gli oggetti storici in argento. Uno dei metodi di pulizia utilizzati dall’Istituto Fraunhofer per l’elettronica organica, i fasci di elettroni e la tecnologia al plasma FEP è la tecnologia a fasci di elettroni. Frank-Holm Rögner, responsabile del dipartimento Electron Beam Processes del Fraunhofer FEP, spiega: „Utilizziamo plasmi indotti da fasci di elettroni per pulire oggetti storici in argento che sono diventati ‚ciechi‘ o neri. Vengono trattati in un’atmosfera riducente con elettroni accelerati. In questo modo si riduce il solfito d’argento, cioè la pellicola nera sugli oggetti, in un’atmosfera gassosa“.

Il vantaggio di questo processo è che gli oggetti vengono trattati senza chimica umida o metodi abrasivi. Di conseguenza, lo stress sugli oggetti storici, solitamente fragili, è ridotto al minimo e si possono evitare ulteriori effetti collaterali, come graffi o danni. Le strutture dell’istituto forniscono un’ampia base per il trattamento di tali oggetti contaminati, ad esempio collezioni di monete o argenteria, e per lo sviluppo di ulteriori processi di pulizia.

Le tecnologie del Fraunhofer FEP sono disponibili anche per proteggere i manufatti storici puliti da nuovi danni causati da influenze ambientali o per evitare che i danni attuali peggiorino. Gli scienziati presenteranno le loro ultime scoperte e gli attuali focus di ricerca su questo tema alIndustry Partners Day „Clean Surfaces“ il 27 settembre 2017 presso il Fraunhofer FEP.

Klimt & Co. in formato XXL

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L’Atelier des Lumières, appena inaugurato, è il primo centro d’arte digitale di Parigi. Trasmette la storia dell’arte in 3D

Nell’11° arrondissement di Parigi, tra le stazioni della metropolitana Bastille e Nation, è stato inaugurato un nuovo centro d’arte in un’ex fonderia di ferro: l’Atelier des Lumières. Il concetto del centro è quello di accompagnare i visitatori in un viaggio alla scoperta dei grandi nomi della storia dell’arte.

Il programma inizia con l’arte moderna, con opere di Gustav Klimt ed Egon Schiele. Lo spettacolo è un’esperienza multimediale in formato XXL: 140 proiettori e un moderno sistema audio sono installati dal pavimento al soffitto su una superficie totale di 3000 metri quadrati. La presentazione a 360 gradi ha lo scopo di rendere i bambini e i giovani in particolare meno timidi nel visitare i musei. „Vogliamo offrire un’esperienza artistica diversa da quella che si vive nei musei, dove le opere sono appese al muro“, spiega il direttore Michael Couzigou.

Ci sono voluti due anni per trovare una sede adatta al centro digitale di Parigi. L’ex fonderia di ferro dei fratelli Pilchon, risalente al XIX secolo, è stata completamente ristrutturata e il fascino industriale del monumento architettonico è stato preservato. L’Atelier des Lumières è il primo centro di arte digitale della capitale francese. Suggerimento: è aperto fino alle 22.00 il venerdì e il sabato.

www.atelier-lumieres.com

Partite per un viaggio alla scoperta di questo luogo:

Maria – Madre di Dio e Regina del cielo

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Le raffigurazioni della Vergine Maria sono parte integrante dell'arte cristiana. Artisti come Martin Schongauer hanno spesso raffigurato la madre di Gesù. Foto: Pubblico dominio, via: Wikimedia Commons

Le raffigurazioni della Vergine Maria sono parte integrante dell'arte cristiana. Artisti come Martin Schongauer hanno spesso raffigurato la madre di Gesù.
Foto: Pubblico dominio, via: Wikimedia Commons

La figura di Maria, madre di Gesù Cristo, è una delle figure femminili più conosciute e venerate nella storia del mondo. Nessun’altra personalità è stata più spesso ritratta, cantata o riflessa nella letteratura. Incarna la purezza e il coraggio, la fiducia e la compassione – allo stesso tempo umana e simbolo, madre terrena e regina celeste. La sua immagine ha accompagnato la storia culturale dell’Europa per oltre duemila anni.

Secondo i racconti biblici, Maria è una giovane donna di Nazareth che diventa il centro della storia della salvezza attraverso l’annuncio dell’angelo Gabriele (Luca 1, 26-38). Con il suo „Fiat“ affermativo – mi sia fatto secondo la tua parola – diventa simbolo della fede e della disponibilità ad accogliere l’incomprensibile. Questo atteggiamento interiore caratterizza non solo la teologia e la pietà, ma anche il linguaggio visivo dell’arte cristiana fino ai giorni nostri.

I mosaici bizantini del V-VII secolo – ad esempio a Santa Maria Maggiore (Roma) e a Santa Sofia (Istanbul) – la raffigurano già come Madre di Dio in trono. Nell’arte romanica dell’Europa occidentale, Maria diventa la maestosa Regina del Cielo. L’arte gotica – soprattutto nei Paesi di lingua tedesca – scopre la sua umanità. La cosiddetta „Bella Madonna“ di Breslau o di Praga (1390 circa) simboleggia un nuovo ideale di grazia delicata.
Anche scultori come Veit Stoß e Tilman Riemenschneider diedero alla Vergine una profondità emotiva nelle loro opere: la „Maria del Rosario“ di Riemenschneider (1500 circa, Münnerstadt) mostra un equilibrio di umiltà e grazia, mentre la pala d’altare mariana di Michael Pacher da St Wolfgang (1471-81) raffigura l’incoronazione di Maria in cielo come un evento trionfale di salvezza.

Nel Rinascimento tedesco, l’ideale italiano di bellezza si combina con la pietà della gente comune. L’incisione su rame di Martin Schongauer „Madonna nel roseto“ (1473 circa) ha creato un’immagine devozionale molto diffusa che raffigura Maria come una tenera madre nel giardino del paradiso. Albrecht Dürer, in particolare con la sua „Maria con il Bambino“ (1506, Vienna) e la Pala del Rosario (1506, Praga), ha creato rappresentazioni al tempo stesso mistiche e umane. I dipinti della Vergine di Dürer combinano in modo esemplare teologia, osservazione della natura e idealismo. Anche Lucas Cranach il Vecchio conservò l’importanza centrale di Maria nel periodo della Riforma: le sue Madonne con Bambino, come quella del Castello di Dresda, mostrano una domesticità finemente composta che media tra la devozione cattolica e la pietà protestante.

Nell’arte barocca austro-tedesca meridionale, Maria diventa la luminosa Regina del Cielo. Johann Michael Fischer e Cosmas Damian Asam l’hanno integrata in modo impressionante negli affreschi dei soffitti, ad esempio a Weltenburg o a Rohr, nella Bassa Baviera. Scultori come Ignaz Günther la ritraggono con movimenti aggraziati e dinamismo inondato di luce, in pieno spirito di teatralità barocca. Un’interpretazione tipicamente rococò è quella offerta da Hans Ulrich von Ulm, le cui Madonne sono caratterizzate da una grazia delicata e da una tranquilla interiorità.

Dopo la sua elevazione a patrona del cielo e dell’umanità nel XIX secolo, Maria conobbe un’infinità di nuove rappresentazioni. Josef Führich illustrò il motivo del rosario con un’enfatizzazione dell’interiorità, mentre nel modernismo artisti come Paula Modersohn-Becker e Käthe Kollwitz trasferirono il tema della madre e del bambino in mondi di esperienza contemporanei. Nella pittura sacra su vetro del XX secolo, ad esempio quella di Georg Meistermann, Maria appare come simbolo di spiritualità riflessa – tra luce, colore e trascendenza.

I simboli più importanti di Maria sono

– Giglio: simbolo di purezza

– Le vesti blu e rosse: colore del cielo (fede) e dell’amore (sofferenza).

– Stella e mezzaluna: riferimento al suo ruolo cosmico e apocalittico (cfr. Ap 12, 1).

– Rose: In particolare nel contesto di Maria nel Rosario o della preghiera del Rosario.

In termini di scene, l’iconografia mariana è una delle più complete dell’arte cristiana: dall’Annunciazione alla Natività, dalla Pietà all’Incoronazione di Maria. Ogni rappresentazione accentua il suo duplice carattere, umano e simbolico allo stesso tempo.

Nelle rappresentazioni della Sacra Famiglia, Maria costituisce spesso il centro emotivo, mentre Giuseppe è raffigurato come un compagno protettivo. Soprattutto nella pittura tedesca e olandese del XVI-XVII secolo – ad esempio in Rembrandt o Correggio in Italia – emerge una rappresentazione a più livelli della vicinanza familiare e della vocazione divina.

All’interno dell’anno ecclesiastico, feste come l’Annunciazione (25 marzo), l’Assunzione (15 agosto), la Natività (8 settembre) e la Solennità dell’Immacolata Concezione (8 dicembre) sono punti fermi. Nelle regioni cattoliche dell’Europa centrale si sono sviluppati grandi centri di pellegrinaggio: Altötting, Mariazell, Birnau e Einsiedeln. Qui l’immagine – sia essa scultura, immagine votiva o affresco – svolge un ruolo centrale nell’esperienza religiosa e nell’identità.

Anche gli artisti contemporanei riprendono la figura di Maria – tra tradizione sacra e commento sociale. Kiki Smith, Marina Abramović e Rosemarie Trockel la interpretano come simbolo dell’autodeterminazione femminile. Nell’arte sacra moderna, le rappresentazioni di Maria rimangono espressione di una continua ricerca di conforto, ideali e spiritualità in un mondo secolare.
La rappresentazione della Vergine Maria subisce uno sviluppo iconografico ed emotivo unico: da sovrana divina a madre compassionevole. Questa trasformazione si riflette in modo particolarmente evidente nell’arte del mondo di lingua tedesca: dalla delicatezza gotica di Riemenschneider allo splendore barocco delle chiese Asam. La sua storia rimane aperta all’interpretazione – e proprio per questo rimane una delle figure più durature e allo stesso tempo più mutevoli della storia culturale europea e mondiale.