Costruzione digitale con strumenti low-code

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Escavatore giallo e nero su terreno innevato alla luce del giorno. Foto di avtoviski barnaul.online.

Gli strumenti low-code per la costruzione digitale sono il nuovo materiale di cui sono fatti i sogni e talvolta gli incubi degli architetti. Chiunque creda che lo sviluppo di software e la progettazione edilizia siano due sfere ermeticamente separate dovrebbe rendersi conto che il confine è stato superato da tempo. Il low-code trasforma l’architetto in un progettista di processi, il capocantiere in un ingegnere dell’automazione e il cantiere in un campo di sperimentazione digitale. Ma a che punto è il mondo di lingua tedesca? E cosa resterà del clamore quando i primi ambienti di sviluppo si schianteranno?

  • Gli strumenti low-code stanno rivoluzionando la pianificazione digitale delle costruzioni, rendendo lo sviluppo di software accessibile agli architetti.
  • Germania, Austria e Svizzera stanno sperimentando nuovi processi, ma spesso mancano standardizzazione e coraggio.
  • Le principali tendenze: automazione, diversità delle interfacce, integrazione dell’intelligenza artificiale e la promessa di radicali guadagni di efficienza.
  • La sostenibilità sta diventando obbligatoria: gli strumenti low-code supportano le analisi del ciclo di vita, le impronte di carbonio e la costruzione circolare.
  • Le competenze tecniche si stanno spostando: è richiesta meno programmazione, più comprensione dei processi e competenze sui dati.
  • L’intelligenza artificiale e la digitalizzazione stanno ridisegnando i profili di ruolo di progettisti e ingegneri, con opportunità e rischi.
  • Il dibattito sulla trasparenza, il controllo e la commercializzazione degli strumenti è in pieno svolgimento.
  • A livello internazionale, il mondo di lingua tedesca è ancora uno spettatore, ma i cantieri del futuro non conoscono confini nazionali.
  • Il cambiamento è irreversibile: il low-code in edilizia non è uno strumento, ma una nuova scuola di pensiero.

Strumenti low-code: Dal piano di costruzione al flusso di lavoro digitale

Chiunque abbia partecipato a workshop sul BIM, a cicli di digitalizzazione o a riunioni di progettazione negli ultimi anni non può non aver sentito la parola „low-code“. Sembra una formula magica, una democratizzazione dello sviluppo del software e una soluzione rapida per tutto ciò che prima era considerato troppo complesso. Ma cosa c’è veramente dietro? Gli strumenti low-code promettono di creare processi digitali complessi senza conoscenze approfondite di programmazione. Invece di scrivere righe di codice, i flussi di lavoro vengono uniti con il drag-and-drop, le interfacce con i database o i sensori vengono collegate con un semplice clic del mouse e le automazioni vengono attivate con i cursori. Sembra un parco giochi, ma da tempo si tratta di un’attività seria, soprattutto nel settore delle costruzioni, dove i processi sono notoriamente lenti e soggetti a errori.

Il punto forte: con il low-code, architetti, ingegneri civili e project manager possono sviluppare i propri strumenti digitali, dashboard e automazioni senza doversi affidare a sviluppatori di software esterni. Un progettista che prima doveva aspettare settimane per un nuovo strumento di reporting ora può costruire le proprie analisi in poche ore. Questo non cambia solo la velocità, ma anche il modo di pensare nel settore delle costruzioni. La tradizionale separazione tra IT e pianificazione sta diventando meno netta, stanno emergendo nuove interfacce e con esse nuove opportunità, ma anche nuove insidie.

Nei Paesi di lingua tedesca c’è grande entusiasmo per gli strumenti low-code, almeno sulla carta. In realtà, c’è ancora molto scetticismo. Molti uffici sono riluttanti a digitalizzare i loro processi consolidati. La paura di perdere il controllo, di avere problemi di sicurezza o semplicemente di fallire è onnipresente. Allo stesso tempo, però, si assiste a un numero crescente di progetti pilota in cui vengono utilizzati strumenti low-code per automatizzare le gare d’appalto, collegare i modelli BIM con i dati IoT o monitorare i cantieri in tempo reale. Le possibilità sono enormi e la pressione per utilizzarle è crescente.

La domanda chiave è: chi sta guidando questo cambiamento? Sono i fornitori di software che ci tentano con moduli già pronti? O i pianificatori che si stanno reinventando architetti di processo? La gara è ancora aperta. Ma una cosa è certa: chi utilizza strumenti low-code deve essere in grado di fare più di un semplice click. Sono necessarie la comprensione dei processi, la competenza sui dati e un sano grado di scetticismo, altrimenti la nuova libertà si trasformerà rapidamente in un vicolo cieco digitale.

E questo ci porta al cuore della questione: gli strumenti low-code non sono proiettili magici, ma strumenti. Rendono molte cose più facili, ma non tutte migliori. Se si desidera utilizzarli in modo sensato, è necessario comprendere i propri processi, porsi le domande giuste ed essere pronti a eliminare le vecchie abitudini. Solo allora l’edilizia digitale diventerà davvero un’edilizia intelligente, e non solo un’altra parola d’ordine nel gergo già stracolmo della digitalizzazione.

Tra il clamore e la realtà: a che punto è il mercato di lingua tedesca?

Germania, Austria e Svizzera non sono considerate esattamente l’avanguardia del settore delle costruzioni digitali. Gli ostacoli sono troppo grandi, le strutture troppo rigide e la diffidenza verso le tecnologie dirompenti troppo pronunciata. Tuttavia, negli ultimi due anni si è sviluppata una dinamica notevole. Sempre più uffici di progettazione, promotori immobiliari e appaltatori generali stanno sperimentando piattaforme low-code. Stanno creando le proprie interfacce con i sistemi BIM, automatizzando i processi di approvazione o creando dashboard personalizzati per il monitoraggio dei cantieri. A Berlino, Vienna e Zurigo si stanno creando processi di costruzione digitale impensabili fino a poco tempo fa.

Ma la strada da percorrere è irta di ostacoli. Molti progetti falliscono per mancanza di standardizzazione, responsabilità poco chiare o semplicemente per la mancanza di volontà di mettere in discussione i processi consolidati. I grandi gruppi software stanno entrando nel mercato con i loro ecosistemi low-code, ma l’interoperabilità rimane un problema. Chiunque inizi oggi con una piattaforma, domani si troverà di fronte al problema di come integrare nuovi strumenti, fonti di dati o partner. Il famoso inferno delle interfacce non è scomparso nemmeno nell’era del low-code: è solo confezionato in modo più elegante.

Un altro ostacolo è la carenza di manodopera qualificata. Sebbene gli strumenti low-code sollevino gli utenti dall’onere della programmazione, si può fare ben poco senza una solida conoscenza dei processi e dei dati. Molti uffici sottovalutano lo sforzo necessario per introdurre nuovi strumenti digitali. Non basta fare qualche clic e sperare nei miracoli. Gli strumenti low-code devono essere integrati nei processi esistenti, gli utenti devono essere formati e gli standard devono essere definiti. Tutto ciò costa tempo, denaro e nervi, e scoraggia molti potenziali utenti.

Tuttavia, uno sguardo ai progetti leader nella regione DACH dimostra che il cambiamento non può essere fermato. A Vienna si utilizzano strumenti low-code per automatizzare le analisi del ciclo di vita, in Svizzera si creano registri digitali degli edifici per la gestione degli impianti e in Germania i primi comuni stanno sperimentando la valutazione automatizzata dei dati dei sensori e del clima per la pianificazione del territorio urbano. I successi sono ancora sporadici, ma mostrano dove si sta andando: verso un’industria delle costruzioni in cui i processi non sono più programmati, ma modellati – da chi li conosce davvero.

Dal punto di vista internazionale, i Paesi di lingua tedesca sono ancora cauti. Mentre in Scandinavia, nei Paesi Bassi e a Singapore si stanno già progettando e costruendo interi quartieri cittadini con gemelli digitali a basso costo, qui in Germania dominano ancora i progetti pilota. Ma la pressione sta crescendo per non rimanere indietro. Il cantiere del futuro è digitale, collegato in rete e automatizzato – e se si vuole dargli forma, bisogna fare il grande passo ora. Perché una cosa è chiara: la concorrenza non dorme e la prossima generazione di costruttori, investitori e utenti si aspetta soluzioni digitali che funzionino, e non solo che siano belle.

Sfide tecniche, nuove competenze e l’influenza dell’IA

Gli strumenti low-code suggeriscono semplicità, ma le tecnologie che vi stanno dietro sono tutt’altro che banali. Chiunque pensi di poter domare la complessità delle costruzioni con pochi clic sarà presto smentito. La sfida tecnica risiede principalmente nell’integrazione. I dati provenienti da fonti diverse – modelli BIM, sensori IoT, dati sul consumo energetico, informazioni sulla catena di fornitura – devono essere trasferiti in flussi di lavoro standardizzati. È qui che si separa il grano dalla pula: solo chi struttura i propri dati in modo corretto, utilizza interfacce aperte e conosce davvero i propri processi può utilizzare in modo efficiente gli strumenti low-code.

Allo stesso tempo, le competenze richieste si stanno spostando. Le competenze di programmazione stanno diventando meno importanti, mentre le competenze sui dati, il pensiero di processo e una sana dose di creatività digitale stanno diventando sempre più importanti. Il progettista del futuro non è più un puro designer, ma un orchestratore di sistemi digitali complessi. Chiunque lavori con successo con il low-code deve essere in grado di mantenere una visione d’insieme, riconoscere le interfacce e modellare i processi in modo logico. Non si tratta solo di una questione di formazione, ma di un cambiamento di paradigma nel modo in cui il settore si vede.

Un altro fattore di cambiamento: l’intelligenza artificiale. Sempre più strumenti low-code integrano algoritmi di intelligenza artificiale che automatizzano i processi, riconoscono le fonti di errore o addirittura generano proposte di pianificazione. Ciò che un tempo era considerato fantascienza, oggi è realtà nei cantieri e negli uffici di progettazione. L’automazione basata sull’IA si occupa di compiti di routine, analizza grandi quantità di dati e fornisce una base per il processo decisionale in tempo reale. Ma attenzione: la scatola nera rimane un rischio. Chiunque utilizzi l’IA nel processo di pianificazione deve capire come funziona, quali dati utilizza e come influenza le decisioni. Altrimenti si rischia di perdere il controllo e di avere un brusco risveglio.

Il dibattito su trasparenza, controllo e dipendenza dai fornitori di software è in pieno svolgimento. Chiunque lavori con strumenti low-code rinuncia a una parte del controllo: alla piattaforma, agli algoritmi, ai fornitori. La questione di chi sia il proprietario dei dati, di chi controlli i processi e di quanto siano realmente aperti i sistemi è ben lungi dall’essere chiarita in modo definitivo. È necessaria una consapevolezza critica, perché la strada verso il monopolio digitale è più breve di quanto si possa pensare.

Eppure: i vantaggi superano gli svantaggi. Gli strumenti low-code consentono un’agilità senza precedenti, accorciano i tempi di sviluppo, riducono i costi e rendono l’innovazione accessibile a tutti. Coloro che riconoscono le sfide, le affrontano di petto e non si lasciano paralizzare dalla paura della tecnologia saranno i vincitori dell’edilizia digitale. Il cantiere del futuro è un ecosistema digitale e gli strumenti low-code ne sono la chiave.

Sostenibilità e grande visione: il low-code come leva per l’edilizia circolare

Sarebbe ingenuo credere che gli strumenti low-code siano solo un’altra tendenza alla digitalizzazione senza sostanza. Il loro maggiore potenziale risiede nel ruolo di catalizzatore di processi di costruzione sostenibili. La sostenibilità non è più un optional, ma un dovere. Chi progetta e costruisce oggi deve analizzare i cicli di vita, presentare le impronte di carbonio e rendere operativa l’economia circolare. È proprio qui che entrano in gioco gli strumenti low-code: Permettono di integrare in modo semplice le chiavi ambientali nei processi di pianificazione, di automatizzare la valutazione dei passaporti dei materiali o di collegare i modelli BIM con i dati in tempo reale dei sistemi di monitoraggio energetico.

Il risultato è che la sostenibilità non è più vista come un fastidioso compito aggiuntivo, ma come parte integrante del flusso di lavoro digitale. In pratica, ciò significa che architetti e ingegneri possono simulare l’impatto ecologico delle loro decisioni nella fase iniziale di progettazione, confrontare le varianti e individuare il potenziale di ottimizzazione. Con pochi clic, i dati climatici, le informazioni sui materiali e gli scenari di utilizzo possono essere trasformati in una base affidabile per il processo decisionale – per tutti coloro che partecipano al progetto, non solo per gli esperti nella torre d’avorio.

Ma la visione va oltre. Gli strumenti low-code possono far progredire l’edilizia circolare mappando i cicli dei materiali, automatizzando i processi di smontaggio o pianificando cicli di manutenzione intelligenti. L’integrazione con i sistemi IoT consente il monitoraggio in tempo reale del consumo energetico, il rilevamento precoce dell’usura o la regolazione dinamica dei parametri operativi. Ciò che prima richiedeva mesi di cicli di pianificazione diventa uno sviluppo agile e iterativo con codice ridotto, sempre con l’obiettivo di conservare le risorse e ridurre al minimo le emissioni.

Naturalmente, anche in questo caso ci sono degli aspetti negativi. Non tutte le piattaforme low-code sono veramente aperte, non tutti i fornitori supportano l’integrazione degli strumenti di sostenibilità e non tutti gli uffici sono pronti ad abbracciare i nuovi processi. C’è il rischio concreto che la sostenibilità degeneri in una semplice casella di controllo. Tuttavia, coloro che ne riconoscono il potenziale e ne fanno un uso coerente possono trasformare un obbligo in un dovere – e posizionarsi in modo decisivo nella competizione internazionale.

La grande visione: strumenti low-code come leva universale per l’edilizia digitale, sostenibile e circolare. Non come sostituto della competenza e dell’esperienza, ma come amplificatore. Il cantiere del futuro non sarà solo più efficiente e trasparente, ma anche più verde. Questa è la vera rivoluzione che gli strumenti low-code possono innescare nel settore delle costruzioni, se si sa come usarli.

Prospettive globali, sfide locali e sguardo al futuro

La scena internazionale dell’architettura e dell’edilizia ha da tempo riconosciuto il valore degli strumenti low-code. A Singapore vengono utilizzati per modellare interi quartieri cittadini, nei Paesi Bassi si stanno creando ecosistemi digitali per l’edilizia e negli Stati Uniti stanno accelerando i processi di approvazione di grandi progetti. I leader dell’innovazione si affidano a piattaforme aperte, promuovono lo scambio tra discipline e utilizzano ottimizzazioni supportate dall’intelligenza artificiale per realizzare progetti più rapidi, migliori e sostenibili. I Paesi di lingua tedesca sono ancora osservatori, ma la situazione potrebbe cambiare più rapidamente di quanto molti pensino.

Tuttavia, le sfide più grandi rimangono a livello locale. La burocrazia tedesca piagnucola, l’amministrazione austriaca ama le sue montagne di file e in Svizzera l’accuratezza è spesso più importante della velocità. Ma è proprio per questo che gli strumenti low-code offrono l’opportunità di rompere le strutture radicate. Sono flessibili, scalabili e a bassa soglia, il che li rende ideali per testare nuovi processi, correggere rapidamente gli errori e introdurre gradualmente l’innovazione. Chi fallisce nei progetti pilota può imparare dai propri errori invece di nasconderli.

Ma il cambiamento non è un successo sicuro. Richiede decisori coraggiosi, pronti ad assumersi la responsabilità, a osare e a non cedere il controllo dei propri processi a fornitori esterni. Il dibattito sulla sovranità dei dati, sugli standard open source e sul ruolo dell’IA è in pieno svolgimento e determinerà il modo in cui gli strumenti low-code plasmeranno il settore edile del futuro. Chi definisce gli standard oggi ne beneficerà domani. Chi aspetta sarà superato da altri.

Allo stesso tempo, il networking globale apre nuove opportunità. La condivisione di esperienze con i pionieri internazionali, la collaborazione in ecosistemi aperti e l’utilizzo delle migliori pratiche possono portare il mondo di lingua tedesca fuori dalla sua zona di comfort. Il cantiere del futuro non è nazionale, ma globale, e coloro che si adattano a questo hanno la possibilità non solo di giocare un ruolo, ma di contribuire a plasmarlo.

Ciò che rimane è l’appello al settore: essere coraggiosi, essere critici e rimanere aperti a nuove idee. Gli strumenti low-code non sono una panacea, ma sono un potente strumento nella cassetta degli attrezzi digitale. Se li utilizzate correttamente, non solo diventerete più efficienti, ma anche più innovativi, sostenibili e a prova di futuro. Il tempo di procrastinare è finito: ora è il momento di costruire. Digitale, agile e con la massima spinta creativa.

Conclusione: il low-code non è una tendenza, è il nuovo sistema operativo delle costruzioni.

Gli strumenti low-code non solo renderanno la costruzione più semplice, ma anche fondamentalmente diversa. Spostano l’equilibrio del potere, rendono accessibili le innovazioni e costringono il settore a reinventarsi. Coloro che lo abbracceranno otterranno velocità, flessibilità e una nuova forma di sovranità digitale. Chi aspetta sarà superato dalla realtà. Il futuro dell’edilizia è digitale, automatizzato e collegato in rete e il low-code è il catalizzatore che rende possibile questo cambiamento. Benvenuti nell’era dell’edilizia intelligente. La prossima rivoluzione è già in corso e non si fermerà.

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Il „Pont Neuf“ di Aarau

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Il nuovo ponte sull'Aare Foto ©Stefano Graziani

Il nuovo ponte sull'Aare Foto ©Stefano Graziani

Il nuovo ponte sull’Aare, progettato dallo studio Christ & Gantenbein di Basilea in collaborazione con gli ingegneri progettisti WMM-Ingenieure, Henauer Gugler AG e August + Margrith Künzel Landschaftsarchitekten, non è solo un importante punto di accesso alla città di 20.000 abitanti nel cantone svizzero di Argovia.

Il ponte attraversa l’Aare e collega il centro storico sul lato sud con il quartiere di Scheibenschachen sul lato nord. Il suo design particolare lo rende un nuovo punto di riferimento della città, che molti stanno scoprendo di persona. I ciclisti artistici, ad esempio, praticano i loro esercizi acrobatici sotto il ponte, nei piloni con le loro aperture ellittiche ed espressive. Il nome del progetto del ponte sull’Aare è „Pont Neuf“ e molte migliaia di auto e centinaia di autobus lo attraversano ogni giorno per attraversare il fiume.

Il progetto del „Pont Neuf“ segue la tipologia tradizionale dei ponti ad arco segmentale. È caratterizzato da grandi campate libere. L’intero corpo del ponte non ha giunti e sembra un’enorme scultura monolitica. I classici piloni massicci, come quelli del precedente ponte della metà del XX secolo, sono stati trasformati in forme più delicate ed espressive. Le masse dei piloni si dissolvono in una serie di rientranze ellittiche, come si può vedere chiaramente passando sotto il ponte. Questi contorni interni sono chiaramente visibili dalla passeggiata, anch’essa ridisegnata nell’ambito dei lavori di costruzione. Con una lunghezza di 119 metri e una larghezza di 17,5 metri, il ponte offre due corsie, marciapiedi su entrambi i lati e piste ciclabili. Nei punti in cui il ponte attraversa il percorso fluviale, grandi aperture offrono una vista sull’acqua. Grande importanza è stata data alla progettazione della superficie in calcestruzzo: Il calcestruzzo a vista, strutturato con precisione, segue una disposizione che conferisce al ponte un aspetto quasi tessile e che da lontano ricorda una tenda.

Mentre il traffico si sposta sul ponte, le passeggiate lungo il fiume esistenti vengono reinterpretate e riqualificate: Sul lato della Città Vecchia, si sta creando una spaziosa passeggiata urbana con un’area ricreativa di tipo quadrato e alberi ombrosi. Sulla sponda settentrionale, il ponte sarà affiancato da prati verdi fioriti e dalla vegetazione naturale della riva del fiume. L’obiettivo è quello di aumentare in modo significativo la qualità della vita. Il „Pont Neuf“ è stato commissionato dal Cantone di Argovia e dalla città di Aarau. Secondo quanto riportato dai media, i costi ammontano a circa 40 milioni di franchi svizzeri. L’architettura del ponte è stata progettata da un team di cinque persone dello studio Christ & Gantenbein, composto da Emanuel Christ, Christoph Gantenbein, Mona Farag, Tabea Lachenmann e Jean Wagner.

Il concorso per la costruzione di un nuovo ponte è stato indetto nel 2010 per sostituire un ponte in cemento armato risalente al 1949. La costruzione di ponti ha una lunga tradizione in questa località: fin dall’epoca romana esisteva un ponte sull’Aare che collegava il centro storico della città allo Zollrain, a nord, verso il Giura. È stato sostituito più volte da nuove strutture. Sono documentati un ponte a catene del 1848 e un ponte in cemento del 1949. Il ponte è un importante anello della rete di traffico cittadino. È la porta di accesso ad Aarau. Per tutta la durata dei lavori di costruzione è stato necessario erigere un ponte ausiliario per evitare che il traffico diventasse caotico. È stato eretto e smontato come un normale ponte.

Il „Pont Neuf“ è il collegamento al tessuto urbano e allo stesso tempo parte del paesaggio lungo l’Aare. La sua struttura calma ed equilibrata lo inserisce nel paesaggio fluviale e funge anche da transizione verso il centro storico. La trasformazione senza soluzione di continuità del corpo del ponte nelle pareti dell’argine collega il ponte allo spazio fluviale. Il „Pont Neuf“ è una struttura in calcestruzzo moderna e tecnicamente ottimizzata, ma allo stesso tempo ha l’aspetto di un edificio tradizionale. Il suo metodo di costruzione e il suo design fanno riferimento alla solidità dei numerosi edifici storici in pietra di Aarau, tra cui le case medievali lungo le mura cittadine, i vicini piloni, i muri di sostegno, le rampe e gli argini. Il calcestruzzo è leggermente colorato per adattarsi all’ambiente urbano circostante. Con i numerosi corpi cavi nei piloni del „Pont Neuf“, che rendono possibile la costruzione ad arco in cemento armato, il calcestruzzo è stato usato con parsimonia. Le cinque arcate con campate diverse poggiano in parte sui cassoni del vecchio ponte nell’alveo del fiume, che hanno potuto essere riutilizzati. Tutti gli elementi del ponte supportano il trasferimento del carico per garantire una costruzione il più possibile sostenibile e duratura.

Istanbul, Hotel Sumahan sull’acqua

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L’odore di anice pervadeva il quartiere Çengelköy di Istanbul fino agli anni Venti. Si dice che fosse così forte che i passanti si fermavano lì solo con panni imbevuti di profumo sotto il naso. Oggi, i costosi profumi degli ospiti dell’hotel Sumahan on the Water sono fragranti. Sumahan è una parola artificiale composta dalle parole suma e han. Suma è un brandy di fichi e ricorda l’uso industriale dell’ex fabbrica di liquori. Han era il nome degli ostelli ottomani.

L’architetto ed ereditiera Nedret Butler, insieme al marito e collega Mark Butler, ha progettato un hotel ricavato dallo storico sito della fabbrica, inaugurato nel 2005. Già nella hall, la vista sullo stretto tra Europa e Asia attira i visitatori alla finestra. Durante il giorno, innumerevoli navi da crociera e cargo attraversano il Bosforo, mentre di notte il ponte sospeso scintilla come le paillettes sul vestito di un artista del circo. Ogni ospite può ammirare queste immagini dalla propria camera, poiché gli architetti hanno orientato tutte le stanze verso l’acqua.

Tranquillità turca

L’edificio è costituito da un totale di cinque fasi di costruzione. Tre di queste sono state ristrutturate, le altre due ricostruite. Le travi reticolari in acciaio nero e le volte a cappello in profili d’acciaio e mattoni caratterizzano il carattere industriale di tutte le sezioni dell’edificio. All’interno dominano i colori naturali. Il bianco e il grigio si basano sulle pareti in pietra conservate dell’edificio storico, mentre il nero crea contrasti. Il colore più esotico tra quelli utilizzati è il turchese. Da un lato, ricorda le ceramiche tradizionali turche, dall’altro, questo colore corrisponde all’acqua. La maggior parte dei materiali proviene dalla Turchia. Tra questi, il marmo di Marmara nelle vasche, le ceramiche turchesi di Iznik nell’hamam e i tappeti intrecciati – i kilim. Al posto dei motivi tradizionali, questi sono caratterizzati da grandi disegni geometrici.

La metropoli di Istanbul è rumorosa e frenetica. Tuttavia, l’Hotel Sumahan on the Water è sorprendentemente tranquillo. Solo a colazione qualche briciola di croissant fruscia sulla tovaglia. A quanto pare lo slogan pubblicitario dell’hotel, scritto su ogni insegna della porta, è giusto: „Mi godo il Bosforo, per favore non disturbatemi“. Lo slogan potrebbe essere integrato con „a meno che non puzzi di anice“.

Indirizzo

Sumahan sull’acqua
Kuleli Caddesi No: 51
Çengelköy, 34684 Istanbul – Turchia
www.sumahan.com

La casa indipendente Halewijnkouter di Raamwerk a Drongen

La casa indipendente Halewijnkouter di Raamwerk a Drongen

Come una tenda, le pareti esterne di un edificio adibito a officina avvolgono la nuova casa unifamiliare costruita da Raamwerk a Drongen, in Belgio. La nuova casa si integra naturalmente nel vecchio involucro e lo sfrutta in modo intelligente.

L’uso della nuova casa indipendente cambia nel corso dell’anno. A seconda del periodo dell’anno, gli spazi interni ed esterni assumono valori diversi. Nei mesi invernali, il sole basso illumina direttamente gli ambienti interni. Nei mesi estivi, invece, il vecchio edificio svolge la sua funzione protettiva come una tenda e lascia entrare in casa solo una quantità limitata di luce e calore. D’altra parte, gli spazi esterni diventano più importanti. Estendono lo spazio abitativo e diventano parte integrante della zona giorno.

Le tracce del vecchio uso sono ancora visibili nel cortile. Mentre l’interno del nuovo edificio ricorda la sua precedente destinazione d’uso solo in termini di materialità, le superfici del cortile raccontano una storia molto concreta del laboratorio di falegnameria. Le tracce dell’utilizzo, dei componenti e dei collegamenti precedenti, sono inconfondibili.

In Belgio ne sanno qualcosa di riuso: ad Anderlecht, una chiesa degli anni Trenta è stata trasformata in una scuola contemporanea.

Durante la costruzione di una casa unifamiliare a Drongen, un quartiere di Gand, era necessario preservare i muri di fondazione di un vecchio laboratorio di falegnameria che si trovava nel cantiere. Questo è stato il compito di Raamwerk nel progetto Halewijnkouter. I resti a due piani, dipinti di bianco, dell’edificio dell’officina nascondono oggi una casa indipendente. Le pareti esterne del vecchio edificio avvolgono la nuova costruzione come una tenda bianca. La nuova struttura è visibile solo dove l’edificio esistente presenta delle aperture. Di conseguenza, questa casa nella casa è a malapena riconoscibile a prima vista. Solo a un esame più attento risulta chiaro che gli architetti di Raamwerk hanno inserito una struttura indipendente all’interno della vecchia pianta.

Vecchia falegnameria, nuovo edificio residenziale

La vecchia falegnameria era costituita da un edificio principale a due piani e da un capannone adiacente. Quest’ultimo è ora un’area esterna riparata accanto alla casa, che funge da giardino per la famiglia. Il vecchio edificio della falegnameria ha perso tutti i muri e i pavimenti interni durante la ristrutturazione. Raamwerk ha lasciato in piedi solo le pareti esterne. La soletta dell’edificio sventrato sostiene ora la casa indipendente, costruita in modo leggero. Al contrario, le vecchie pareti esterne fungono da schermo protettivo per gli abitanti della casa. Li proteggono dagli sguardi dei vicini e dei passanti, ma anche dal vento e dalle intemperie.

La casa indipendente di nuova costruzione ha un design molto semplice e si estende su due piani. I due piani sono composti da due stanze ciascuna che si agganciano a un nucleo centrale di alimentazione con scale e locali umidi. Questa planimetria semplice e rigorosa fa preciso riferimento ai vecchi muri esterni e alle loro aperture. La simbiosi tra vecchio e nuovo è favorita anche dal fatto che Raamwerk ha costruito il nuovo edificio con il legname della falegnameria. Il verde del rivestimento esterno del nuovo edificio fa riferimento ai colori delle porte della vecchia officina. Tuttavia, anche l’interno della casa è dominato dal legno del magazzino. Le profonde aperture delle finestre e le travi di sostegno visibili sono in legno, mentre il pavimento è in asfalto mastice grigio scuro, un’altra reminiscenza dell’edificio dell’officina. Raamwerk ha progettato anche le scale e i servizi igienici in modo altrettanto semplice. Nel complesso, il piano rigoroso e il metodo di costruzione economico hanno permesso di costruire la casa con un budget molto limitato.

Tuttavia, la qualità spaziale e architettonica non è stata sacrificata in questo progetto edilizio. Essa deriva in particolare dal dialogo tra i volumi del vecchio e del nuovo edificio. In definitiva, la casa nella casa è il risultato di un intenso processo di progettazione e costruzione. Raamwerk si è concentrata sulle questioni relative alla gestione delle strutture esistenti, alla costruzione sostenibile e alla realizzazione con un budget limitato.

Coefficiente U del polistirolo: significato e applicazione spiegati in modo semplice

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Un dettaglio tecnico-costruttivo dell'opera in materia di valore U del polistirolo espanso
Un artigiano in tuta protettiva bianca mentre riveste un tetto. Foto: omerhaktan / Unsplash

Chi vuole valutare l’isolamento termico di un edificio non può prescindere da un unico parametro: il coefficiente di trasmissione termica, in breve valore U. Per il polistirolo espanso, comunemente noto nel settore edile come Styropor, questo valore è da decenni uno strumento fondamentale nella progettazione. Il valore U del polistirolo descrive la quantità di calore che attraversa al secondo un metro quadrato di materiale isolante quando tra i suoi due lati vi è una differenza di temperatura di un kelvin. Chi comprende questo valore, comprende non solo il materiale, ma l’intero principio dell’edilizia efficiente dal punto di vista energetico.

  • Cosa significa fisicamente il valore U e in che modo si differenzia dal coefficiente di conducibilità termica
  • Qual è la conducibilità termica del polistirolo espanso e perché varia a seconda del tipo di prodotto
  • Come si calcola il valore U del polistirolo espanso per un elemento costruttivo specifico
  • Quali valori U sono prescritti dalla legge sull’energia degli edifici e dalle norme riconosciute
  • Dove viene tipicamente utilizzato il polistirolo espanso come materiale isolante e dove incontra i suoi limiti
  • Come si comporta il polistirolo espanso rispetto ad altri materiali isolanti
  • Quali dettagli costruttivi ed errori di posa peggiorano nella pratica il valore U calcolato
  • In che modo la sostenibilità, la protezione antincendio e la riciclabilità influenzano la valutazione del polistirolo espanso

Valore U e conducibilità termica: cosa significano questi parametri

Il valore U, detto anche coefficiente di trasmissione termica, indica quanta energia termica, espressa in watt all’ora, attraversa un metro quadrato di un elemento costruttivo quando la differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno è esattamente di un kelvin. L’unità di misura è W/(m²K). Più basso è questo valore, migliore è l’isolamento dell’elemento costruttivo. Un valore U di 0,20 W/(m²K) indica quindi un isolamento termico nettamente migliore rispetto a un valore U di 0,35 W/(m²K). Questo parametro si riferisce sempre all’intero elemento costruttivo, ovvero all’intera struttura della parete, al soffitto o al tetto, non al solo materiale isolante.

Da questo va distinta la conducibilità termica, indicata nella norma come valore lambda (λ) ed espressa in W/(mK). Si tratta di una proprietà del materiale che descrive quanto bene o male una sostanza conduca il calore. Il polistirolo espanso, in quanto materiale isolante, possiede una conducibilità termica molto bassa, il che significa che trasporta male il calore e quindi isola bene. La relazione tra conducibilità termica e valore U è diretta: chi conosce lo spessore dello strato di un materiale isolante e il suo valore lambda può calcolare la resistenza termica di tale materiale, espressa come valore R in m²K/W. Il valore U di un elemento costruttivo risulta quindi dall’inverso della somma di tutte le resistenze termiche degli singoli strati, comprese le resistenze di trasferimento termico alle superfici.

In pratica ciò significa che, a rigor di termini, il valore U del polistirolo espanso non esiste di per sé come parametro caratteristico del materiale. Ciò che esiste è il valore lambda del materiale, dal quale si ricava, in funzione dello spessore di posa, il valore R e infine il valore U dell’intero elemento costruttivo. Quando gli esperti parlano comunque del valore U del polistirolo espanso, di solito intendono il valore U raggiunto da un elemento costruttivo con uno specifico spessore dello strato di polistirolo espanso, oppure si riferiscono alla resistenza termica del materiale isolante stesso. Questa imprecisione terminologica è diffusa nella pratica edilizia quotidiana e porta talvolta a malintesi; per questo motivo, la distinzione tra parametro del materiale e parametro dell’elemento costruttivo dovrebbe essere chiara fin dall’inizio.

Conducibilità termica del polistirolo: tipologie di prodotto e valori tipici

Il polistirene espanso (EPS), nome corretto del materiale comunemente noto come polistirolo, è una plastica espansa costituita da microsfere di polistirene che vengono gonfiate sotto l’azione del vapore e sinterizzate in pannelli o elementi sagomati. Il nome commerciale «polistirolo» è un marchio registrato della BASF SE, ma si è affermato come termine generico. Nel settore edile, l’EPS è disponibile in una vasta gamma di tipologie che si differenziano per densità apparente, resistenza alla compressione e conducibilità termica.

I pannelli isolanti in EPS standard presentano una conducibilità termica nominale compresa tra circa 0,035 e 0,040 W/(mK). I prodotti di qualità superiore, i cosiddetti pannelli in EPS grigio o in EPS grafite, contengono particelle di grafite che riflettono la radiazione infrarossa all’interno del materiale isolante, riducendo così il trasferimento di calore per irraggiamento all’interno della struttura della schiuma. Questi prodotti raggiungono valori lambda compresi tra 0,030 e 0,032 W/(mK). La differenza può sembrare minima, ma a parità di spessore di posa ha un’influenza tangibile sul valore U ottenibile: Con l’EPS alla grafite è possibile ottenere un valore U notevolmente inferiore a parità di spessore isolante oppure, viceversa, ottenere lo stesso effetto isolante con uno spessore dello strato inferiore, il che è rilevante in caso di spazi ristretti.

La densità apparente dei pannelli in EPS varia, a seconda del tipo, tra circa dieci e trenta chilogrammi per metro cubo. Densità apparenti più elevate sono solitamente accompagnate da una maggiore resistenza alla compressione, il che è determinante per applicazioni soggette a carichi, come nell’isolamento perimetrale o nell’isolamento del pavimento. La conducibilità termica non migliora necessariamente con l’aumentare della densità apparente; essa dipende in misura maggiore dalla struttura cellulare e dagli additivi. Per il calcolo del valore U del polistirolo espanso in un elemento costruttivo specifico occorre quindi sempre fare riferimento al valore lambda specifico del prodotto, dichiarato nella scheda tecnica o nella dichiarazione di prestazione del produttore, e non a un valore indicativo generico.

Calcolo del coefficiente U del polistirolo espanso: passo dopo passo

Il calcolo del valore U di un elemento da costruzione coibentato segue una procedura chiaramente definita, disciplinata dalla norma europea EN ISO 6946. La base di calcolo è data dalla somma di tutte le resistenze termiche presenti nella sezione trasversale dell’elemento. Per ogni strato omogeneo, la resistenza termica risulta dal quoziente tra lo spessore dello strato (in metri) e la conducibilità termica del materiale (in W/(mK)). A ciò si aggiungono le resistenze al trasferimento termico alle superfici dell’elemento costruttivo, stabilite dalla norma: solitamente 0,13 m²K/W per il lato interno e 0,04 m²K/W per il lato esterno nel caso di elementi costruttivi esterni.

Un esempio di calcolo chiarisce il principio. Una parete esterna costituita da 24 centimetri di muratura (conducibilità termica 0,79 W/(mK)) con uno strato interno di 1,5 centimetri di intonaco interno (conducibilità termica 1,0 W/(mK)) e un isolamento esterno in EPS di 14 centimetri (lambda 0,035 W/(mK)), oltre a un intonaco esterno di 1 centimetro (conducibilità termica 1,0 W/(mK)), presenta le seguenti resistenze termiche specifiche: intonaco interno 0,015/1,0 pari a 0,015 m²K/W; muratura 0,24/0,79 pari a circa 0,304 m²K/W; isolamento in EPS 0,14/0,035 pari a 4,0 m²K/W; intonaco esterno 0,01/1,0 pari a 0,010 m²K/W. La somma di tutte le resistenze, comprese quelle superficiali, è pari a 0,13 più 0,015 più 0,304 più 4,0 più 0,010 più 0,04, ovvero circa 4,50 m²K/W. Il valore U, come inverso, risulta pari a circa 0,22 W/(m²K). Questo valore rientra nei requisiti previsti dalla legge sull’energia degli edifici per le pareti esterne nelle nuove costruzioni.

Da questo calcolo risulta immediatamente chiaro perché lo strato isolante sia determinante per il valore U: con una resistenza termica di 4,0 m²K/W, lo strato di EPS in questo esempio rappresenta circa il novanta per cento della resistenza totale. La muratura contribuisce in misura minima, con circa 0,30 m²K/W. Chi desidera migliorare il valore U di una costruzione in polistirolo espanso deve innanzitutto aumentare lo spessore dello strato isolante oppure scegliere un materiale con un valore lambda inferiore. Le modifiche apportate all’elemento portante stesso hanno un’influenza minima sul risultato.

Influenza dello spessore dell’isolante sul valore U

La relazione tra spessore dell’isolante e valore U non è lineare, ma segue una curva iperbolica. Con spessori di isolante ridotti, ogni centimetro in più comporta un miglioramento significativo del valore U. Quando gli spessori dell’isolante sono già elevati, la curva si appiattisce: un aumento da dieci a venti centimetri di EPS dimezza approssimativamente il valore U, mentre un aumento da venti a trenta centimetri comporta solo un miglioramento di un terzo. Questa legge è fondamentale per l’ottimizzazione economica degli interventi di isolamento e spiega perché, a partire da un determinato spessore dell’isolante, il costo aggiuntivo sia in rapporto sfavorevole rispetto al beneficio ottenuto.

Requisiti normativi: cosa prescrive la legge sull’energia degli edifici

In Germania, la legge sull’energia degli edifici (GEG) disciplina i requisiti energetici minimi per le nuove costruzioni e le ristrutturazioni sostanziali. Essa non prescrive valori U diretti per i singoli elementi costruttivi, ma richiede il rispetto di un fabbisogno energetico complessivo o di una procedura di riferimento per gli edifici. Tuttavia, la GEG contiene nei suoi allegati valori U massimi per i singoli elementi costruttivi, che devono essere rispettati in caso di ristrutturazioni e per determinati metodi di verifica. Per le pareti esterne nelle nuove costruzioni, questo valore massimo è pari a 0,28 W/(m²K); per i tetti e i solai dell’ultimo piano è pari a 0,20 W/(m²K); per i solai delle cantine e gli elementi costruttivi a contatto con il terreno è pari a 0,30 W/(m²K). Questi valori vanno intesi come standard minimi; standard energetici più ambiziosi, come le «case ad alta efficienza» della KfW o lo standard della casa passiva, richiedono valori U nettamente inferiori.

Lo standard della casa passiva, sviluppato dall’Istituto della casa passiva di Darmstadt, raccomanda per le pareti esterne valori U compresi tra 0,10 e 0,15 W/(m²K). Per raggiungere tali valori con l’EPS, sono necessari spessori dello strato isolante compresi tra venti e trenta centimetri o superiori. Ciò è tecnicamente possibile senza problemi, ma pone requisiti particolari dal punto di vista costruttivo e progettuale, ad esempio per quanto riguarda la realizzazione di intradossi delle finestre, tettoie e dettagli dello zoccolo. La norma europea EN 13162 disciplina i requisiti relativi ai materiali isolanti termici in lana minerale prodotti industrialmente; per l’EPS si applica la norma EN 13163, che stabilisce, tra l’altro, la dichiarazione della conducibilità termica e delle proprietà meccaniche.

In caso di risanamento di edifici esistenti si applica la GEG con norme specifiche per la sostituzione di elementi costruttivi e l’ampliamento dello strato isolante. Chi rifà l’intonaco di una facciata o costruisce ex novo una parete esterna è tenuto a rispettare i valori U minimi vigenti. Sono previste eccezioni per gli edifici sottoposti a tutela dei beni culturali e per i casi in cui il rispetto dei requisiti non sia economicamente giustificabile. Tali casi di deroga sono definiti in modo restrittivo nel GEG e devono essere dimostrati caso per caso.

Campi di applicazione del polistirolo espanso come materiale isolante

L’EPS viene impiegato nel settore edile in una vasta gamma di applicazioni, che differiscono notevolmente nei requisiti richiesti al materiale. Il campo di applicazione di gran lunga più diffuso è il sistema di isolamento termico a cappotto (WDVS), noto anche come isolamento esterno o isolamento termico completo. In questo caso, i pannelli in EPS vengono fissati alla parete esterna con colla e tasselli e successivamente rivestiti con un intonaco di supporto armato e un intonaco di finitura. Questo sistema è diffuso in Germania sin dagli anni ’60 e si è affermato come metodo economicamente efficiente per l’isolamento delle facciate. Il valore U del polistirolo espanso nel WDVS dipende direttamente dallo spessore dell’isolante scelto e dal valore lambda dei pannelli in EPS utilizzati.

Un altro importante campo di applicazione è l’isolamento perimetrale, ovvero l’isolamento di elementi costruttivi a contatto con il terreno, come le pareti esterne delle cantine e le solette. In questo caso vengono utilizzati tipi speciali di EPS resistenti alla compressione, che mantengono la loro efficacia isolante anche in presenza di umidità permanente e carichi meccanici. L’EPS standard non è adatto a questa applicazione, poiché può assorbire acqua, con conseguente peggioramento della sua conducibilità termica. Per l’isolamento perimetrale vengono quindi utilizzati tipi di EPS a struttura cellulare chiusa o polistirene estruso (XPS), che presenta un assorbimento d’acqua ancora minore.

L’EPS trova impiego anche nell’isolamento dei tetti piani, nell’isolamento tra le travi, nell’isolamento dei pavimenti sotto il massetto e nell’isolamento interno, tenendo conto in ciascun caso dei requisiti specifici del prodotto in termini di resistenza alla compressione, comportamento al fuoco e proprietà di diffusione del vapore. Nell’isolamento interno è necessaria particolare cautela: un isolamento interno in EPS modifica la distribuzione della temperatura nella sezione trasversale della parete e, in condizioni sfavorevoli, può portare alla formazione di condensa all’interno della struttura muraria. In tali casi è indispensabile la verifica della protezione dall’umidità secondo il metodo Glaser o mediante strumenti di simulazione igrotermica.

Il polistirolo espanso (EPS) a confronto con altri materiali isolanti

Rispetto alla lana minerale (lana di roccia o lana di vetro), l’EPS si colloca su un livello simile in termini di conducibilità termica; i prodotti standard di entrambi i gruppi di materiali si attestano tra 0,032 e 0,040 W/(mK). La lana minerale presenta tuttavia un vantaggio decisivo in termini di protezione antincendio: è incombustibile (classe di materiale da costruzione A1 secondo la norma DIN 4102), mentre l’EPS appartiene alla classe di materiale da costruzione B2 (normalmente infiammabile) o, se trattato con ritardanti di fiamma, alla classe B1 (difficilmente infiammabile). Per applicazioni con requisiti di protezione antincendio più elevati, ad esempio nei grattacieli o in determinate costruzioni speciali, la lana minerale è quindi spesso l’unica scelta ammessa. La schiuma rigida di poliuretano (PUR/PIR) raggiunge valori lambda compresi tra 0,022 e 0,028 W/(mK) e consente quindi spessori di strato notevolmente inferiori a parità di effetto isolante, ma è più costosa e più problematica da smaltire. I materiali isolanti in fibra di legno e in cellulosa offrono vantaggi ecologici e buone proprietà di regolazione dell’umidità, ma presentano valori lambda più elevati, compresi tra 0,038 e 0,050 W/(mK).

Dettagli costruttivi, errori di posa e loro effetti sul valore U

Il valore U del polistirolo espanso di un elemento costruttivo, determinato mediante calcolo, è valido solo per la sezione trasversale omogenea e non alterata. In pratica, l’isolamento termico effettivo spesso si discosta dal valore di calcolo, poiché i dettagli costruttivi e gli errori di posa generano ponti termici che peggiorano il valore U effettivo dell’elemento costruttivo. I ponti termici si formano ovunque lo strato isolante venga interrotto, attraversato o ridotto di spessore. Esempi tipici sono i tasselli di fissaggio che attraversano lo strato isolante, archi di finestre con isolamento insufficiente, solette dei balconi che, in quanto lastre di calcestruzzo a sbalzo, perforano il livello isolante, nonché raccordi con il basamento in cui l’isolamento non viene portato fino a sotto il livello del terreno.

Nel sistema di isolamento termico esterno (SITE), la corretta posa dei pannelli in EPS a fascio, ovvero con giunti sfalsati, è fondamentale. I giunti verticali continui generano ponti termici lineari che, sebbene possano sembrare irrisori nel singolo caso, riducono sensibilmente l’isolamento termico complessivo se presenti in modo sistematico. Altrettanto importante è l’incollaggio senza lacune dei pannelli: le cavità tra il pannello e il sottofondo consentono la circolazione dell’aria dietro lo strato isolante, riducendo notevolmente la resistenza termica. I sistemi di isolamento termico a cappotto (ETICS) realizzati a regola d’arte vengono quindi sia incollati su tutta la superficie sia fissati con tasselli, i quali, se possibile, vengono dotati di cappucci termoisolanti per ridurre al minimo i ponti termici puntuali.

Un errore spesso sottovalutato è l’insufficiente isolamento di intradossi, architravi e zoccoli. Anche se la superficie della facciata è isolata in modo eccellente, gli intradossi delle finestre realizzati male possono causare notevoli perdite di calore e condensa sulle superfici degli intradossi. La regola empirica è la seguente: lo strato isolante dovrebbe estendersi il più possibile attorno all’apertura della finestra, per ridurre al minimo l’effetto di ponte termico del telaio e dell’intradosso. Nella pratica, ciò rappresenta spesso un compromesso tra l’efficacia dell’isolamento e le esigenze estetiche relative all’aspetto delle finestre.

Sostenibilità, protezione antincendio e riciclaggio del polistirolo espanso

Il dibattito sulla sostenibilità dell’EPS come materiale isolante è complesso. Da un lato vi è il notevole contributo al risparmio energetico durante il ciclo di vita di un edificio: un edificio ben isolato consuma nettamente meno energia per il riscaldamento nel corso di decenni, il che di norma ammortizza in pochi anni l’energia impiegata per la produzione del materiale isolante. D’altro canto, l’EPS è una plastica a base di petrolio, la cui produzione comporta il consumo di risorse fossili e il cui smaltimento alla fine del ciclo di vita pone delle sfide.

La riciclabilità dell’EPS è tecnicamente possibile in linea di principio: l’EPS raccolto separatamente può essere trasformato in granulato e utilizzato nella produzione di nuovi prodotti in EPS o come riempitivo in altri materiali da costruzione. In pratica, tuttavia, il riciclaggio dei pannelli per sistemi di isolamento termico a cappotto (SITC) spesso fallisce perché, una volta installato, l’EPS è legato a colla, intonaco, tasselli e ritardanti di fiamma, rendendo la separazione per tipo di materiale complessa o antieconomica. I ritardanti di fiamma a base di ciclododecano esabromurato (HBCD), utilizzati nei pannelli isolanti in EPS fino alla metà degli anni 2010, sono ormai vietati e sono stati sostituiti da altri ritardanti di fiamma. I pannelli obsoleti contenenti HBCD devono essere smaltiti come rifiuti pericolosi, il che aumenta i costi di smantellamento in caso di ristrutturazioni.

La protezione antincendio rappresenta un altro punto critico. L’EPS della classe di reazione al fuoco B2 è normalmente infiammabile e, in caso di incendio, può bruciare, fondersi e formare gocce incandescenti. Nei sistemi di isolamento termico a cappotto (WDVS), il comportamento al fuoco è influenzato dallo strato di intonaco e dalle barriere antincendio orizzontali in lana minerale, che devono essere installate nello strato isolante in EPS a determinate distanze in altezza. I requisiti precisi dipendono dalla classe dell’edificio e dalle rispettive normative edilizie regionali. Per gli edifici delle classi 4 e 5, ovvero per gli edifici con un’altezza superiore a sette metri dal bordo superiore del pavimento del locale di soggiorno più alto, si applicano requisiti più severi che possono escludere o limitare fortemente l’uso dell’EPS senza barriere antincendio.

Il polistirolo espanso e il valore U nel contesto dell’edilizia contemporanea

Il valore U del polistirolo espanso non è un numero astratto, bensì uno strumento concreto di progettazione che architetti, consulenti energetici e committenti utilizzano quotidianamente per sviluppare progetti di isolamento termico, calcolare il fabbisogno energetico e valutare gli interventi di risanamento. L’EPS si è dimostrato un materiale isolante affidabile nel corso di molti decenni, poiché combina un buon effetto isolante con una facile lavorabilità, un peso ridotto e costi contenuti. Queste caratteristiche lo hanno reso il materiale isolante più utilizzato nell’edilizia residenziale tedesca.

Allo stesso tempo, l’analisi tecnica del materiale dimostra che il valore U da solo non è un criterio di qualità sufficiente. La protezione antincendio, la protezione dall’umidità, l’assenza di ponti termici nella struttura, la durata nel tempo e la questione della gestione del ciclo di vita alla fine del ciclo di vita sono aspetti che devono essere inclusi in una valutazione completa. Nessun materiale isolante è ottimale contemporaneamente in tutti questi ambiti; la scelta del materiale giusto dipende sempre dal caso specifico di applicazione, dai vincoli costruttivi e dai requisiti del progetto.

In pratica ciò significa che chi calcola o valuta il valore U del polistirolo espanso per un elemento costruttivo dovrebbe sempre considerare il valore calcolato come punto di partenza, non come punto di arrivo. L’accurata realizzazione dei dettagli, la prevenzione dei ponti termici, la corretta scelta del tipo di EPS per il rispettivo luogo di installazione e il rispetto dei requisiti previsti dalle norme edilizie determinano se l’isolamento termico previsto venga effettivamente raggiunto nella realtà. Da questo punto di vista, un edificio è valido quanto il suo dettaglio più debole, e nessun valore U della superficie, per quanto buono, può compensare un intradosso mal realizzato o una barriera antincendio trascurata.

Scalabilità dell’IA: come una maggiore potenza di calcolo porta a migliori previsioni sulle città

Casa-mia
Il tablet mostra la pianificazione urbana con un software supportato dall'intelligenza artificiale per la simulazione e la previsione dinamica.
Tablet con programma per previsioni e simulazioni cittadine basate sui dati e sull'intelligenza artificiale. Foto di thisisengineering su Unsplash.

Previsioni urbane al passo con il presente? Grazie all’intelligenza artificiale e a computer sempre più potenti, le visioni stanno diventando realtà: simulazioni dinamiche, previsioni precise e decisioni basate sui dati non sono più sogni del futuro, ma il nuovo gold standard della pianificazione urbana. Ma in che modo una maggiore potenza di calcolo influisce sulla qualità delle previsioni urbane? E perché la scalabilità è la chiave per la città intelligente e resiliente di domani?

  • Introduzione all’importanza della scalabilità dell’IA per la pianificazione urbana e la qualità delle previsioni
  • Spiegazione di come la potenza di calcolo scalabile stia rivoluzionando i modelli di previsione
  • Esempi di applicazioni pratiche: Trasporti, resilienza climatica, utilizzo del territorio, partecipazione
  • Basi tecnologiche: machine learning, big data, cloud computing e tecnologie edge
  • Rilevanza per le città di lingua tedesca e sfide di implementazione
  • Rischi: Sovranità dei dati, pregiudizio algoritmico, consumo di risorse
  • Strategie di governance e importanza di processi trasparenti e partecipativi
  • Prospettive per la futura scalabilità e integrazione dell’IA nello sviluppo urbano
  • Raccomandazioni per pianificatori, amministrazioni e decisori politici
  • Conclusione: perché l’approccio previsionale supportato dall’IA non è un’aggiunta, ma un cambio di paradigma

Scalabilità dell’IA: come la potenza di calcolo può essere trasformata in previsioni intelligenti per le città

L’intelligenza artificiale è da tempo molto più di una parola d’ordine che fa strabuzzare gli occhi durante le presentazioni e le conferenze. È uno strumento che sta sconvolgendo la pianificazione urbana di tutti i giorni, a patto che glielo si permetta. La vera novità non è che gli algoritmi „imparano“ qualcosa, ma che possono farlo su una scala senza precedenti e a un ritmo rapido. È qui che entra in gioco il tema dello scaling: maggiore è la potenza di calcolo disponibile, più complessi, dinamici e precisi possono diventare i modelli di previsione urbana. Ma cosa significa questo in termini concreti per le città che si trovano ad affrontare sempre nuove sfide?

Fino a pochi anni fa, le previsioni urbane consistevano spesso in calcoli statici, ipotesi conservative e modelli che raramente includevano dati aggiornati. Di conseguenza, la pianificazione era in ritardo rispetto alla realtà. La disponibilità di sistemi di intelligenza artificiale scalabili e di infrastrutture cloud ha cambiato radicalmente questa situazione. Flussi di traffico, microclimi, consumi energetici e dinamiche sociali possono ora essere analizzati e simulati in tempo reale. Gli algoritmi crescono con i loro compiti – nel vero senso della parola – ed elaborano miliardi di set di dati che prima rimanevano inutilizzati.

Il cuore della scalabilità dell’IA è la capacità di collegare un’ampia varietà di fonti di dati: dati di sensori provenienti da spazi pubblici, immagini satellitari, dati sulla mobilità, flussi IoT, statistiche storiche, previsioni meteorologiche – tutto questo confluisce in reti neurali che diventano sempre più brave a riconoscere modelli e a prevedere correlazioni. Con l’aumento della potenza di calcolo, non solo crescono le serie di dati, ma anche la complessità dei modelli. Se prima era sufficiente un semplice modello di regressione, oggi i sistemi di deep learning lavorano con migliaia di parametri e decine di livelli per elaborare le differenze più sottili.

Ma scalare non significa solo „più computer“. Richiede un approccio completamente nuovo all’infrastruttura dei dati urbani, alla governance e alla cultura della pianificazione. Le città devono imparare a pensare in modo flessibile, a considerare i dati come una risorsa e a vedere i processi di pianificazione come un gioco iterativo tra simulazione e realtà. La classica gerarchia – raccogliere i dati, calcolare il modello, interpretare i risultati – sta lasciando il posto a un ecosistema di previsione agile e continuo, in cui i modelli vengono costantemente riadattati non appena si rendono disponibili nuove informazioni.

Il risultato è che le previsioni diventano più affidabili, gli scenari più diversificati e le decisioni più comprensibili. Chi si affida all’AI oggi sta portando le previsioni cittadine a un nuovo livello. E ottiene un enorme vantaggio nella competizione urbana. Perché chi fa previsioni più rapide, più accurate e più dinamiche non solo sta plasmando la città di domani, ma sta anche definendo gli standard con cui gli altri devono misurarsi.

Più dati, più modelli, più impatto: esempi pratici di previsioni AI scalabili

Il potere rivoluzionario della scalabilità dell’IA è più evidente che in casi d’uso specifici. Un esempio emblematico: la previsione dei flussi di traffico. Mentre un tempo erano i singoli conteggi del traffico o i modelli statici a dettare il ritmo, oggi i sistemi di IA analizzano milioni di dati GPS e di sensori in tempo reale. In città come Monaco o Vienna, gli ingorghi non solo vengono riconosciuti, ma anche previsti. Questo funziona perché gli algoritmi di apprendimento automatico ricavano complessi scenari futuri da modelli storici, eventi attuali e fattori esterni come il tempo o i grandi eventi. Maggiore è la potenza di calcolo disponibile, più granulari e precise diventano queste previsioni, ad esempio fino al livello dell’incrocio o del singolo giorno della settimana.

L’importanza dei sistemi di intelligenza artificiale scalabili diventa evidente anche quando si parla di resilienza climatica. Ad Amburgo, ad esempio, i modelli climatici urbani si affidano al deep learning per simulare le isole di calore, gli eventi di pioggia intensa e la distribuzione della qualità dell’aria. Qui i dati provenienti dalle stazioni meteorologiche, dai cantieri, dall’utilizzo degli edifici e dai volumi di traffico confluiscono in modelli ad alta risoluzione che possono essere modificati in tempo reale. La scalabilità della potenza di calcolo consente di raggiungere risoluzioni spaziali e temporali prima impensabili. Ciò significa che misure come la collocazione di alberi, il verde o i giochi d’acqua possono essere pianificate in modo mirato e il loro effetto simulato – non nel vuoto, ma sulla base di dati reali e dinamici.

Un altro campo che beneficia della scalabilità dell’intelligenza artificiale è la pianificazione territoriale. A Zurigo, ad esempio, i modelli di intelligenza artificiale in scala vengono utilizzati per simulare la potenziale densificazione, i colli di bottiglia delle infrastrutture o i requisiti di mobilità, tenendo conto di fattori socioeconomici, ecologici e strutturali. I modelli apprendono continuamente incorporando il feedback derivante dall’implementazione, dalle nuove applicazioni edilizie o dal cambiamento dei profili d’uso. Ciò consente non solo una pianificazione lungimirante, ma anche un adattamento più rapido e basato sui dati alle nuove sfide.

Anche i processi di partecipazione ricevono un nuovo impulso dai sistemi di intelligenza artificiale: in città come Rotterdam o Helsinki, la partecipazione dei cittadini viene arricchita con l’aiuto di simulazioni supportate dall’intelligenza artificiale. Ciò consente ai partecipanti di sperimentare direttamente diversi scenari, di confrontare gli effetti „dal vivo“ e quindi di prendere decisioni più consapevoli. La scalabilità dell’IA garantisce l’integrazione nei modelli di previsione di grandi quantità di feedback, suggerimenti e commenti dei partecipanti, un passo decisivo verso una maggiore trasparenza e accettazione.

Infine, non vanno trascurate le sfide: Più dati e potenza di calcolo entrano in gioco, più aumentano le esigenze di protezione, qualità e governance dei dati. Senza regole chiare, interfacce aperte e modellazione trasparente, si rischia di creare una „scatola nera“. Tuttavia, se utilizzata correttamente, i vantaggi superano gli svantaggi: le previsioni dell’IA in scala non solo rendono le città più intelligenti, ma anche più resilienti, più eque e più vivibili.

La tecnologia che fa la differenza: dai big data all’edge computing

La base di ogni previsione di IA scalabile è un’infrastruttura tecnica robusta e flessibile. Al centro di questa infrastruttura ci sono i big data, ovvero la raccolta, l’archiviazione e l’elaborazione di enormi quantità di dati provenienti da un’ampia varietà di fonti. Ciò che in passato non era possibile a causa delle prestazioni dei server locali, oggi è possibile grazie al cloud computing e ai data center collegati in rete. Le città possono „prenotare“ in modo flessibile la potenza di calcolo, addestrare i modelli nel cloud e recuperare i risultati in tempo reale. Questo non solo riduce i costi, ma aumenta anche la velocità di creazione di nuove previsioni.

Un’altra pietra miliare della tecnica è l’edge computing. In questo caso, i dati non vengono raccolti ed elaborati a livello centrale, ma analizzati e pre-elaborati direttamente alla fonte, ad esempio nei sensori, nelle telecamere del traffico o nei dispositivi mobili. In questo modo si alleggerisce l’infrastruttura di rete, si riduce la latenza e si garantisce che le previsioni vengano fatte dove servono: sul posto, in tempo reale e con la massima pertinenza. In pratica, ciò significa che un sistema di intelligenza artificiale riconosce un imminente ingorgo ai semafori, ad esempio, segnala le deviazioni e informa i sistemi di gestione del traffico prima ancora che il problema si aggravi.

Anche l’ulteriore sviluppo degli algoritmi di apprendimento automatico contribuisce alla scalabilità. I moderni modelli di deep learning, come le reti neurali convoluzionali o le reti neurali ricorrenti, sono in grado di riconoscere relazioni complesse su più dimensioni e orizzonti temporali. Non solo apprendono modelli „statici“, ma si adattano costantemente a nuovi dati. Questo è fondamentale per le previsioni in città dinamiche e in continuo cambiamento.

Anche l’interoperabilità gioca un ruolo fondamentale. Solo quando sistemi, piattaforme e fonti di dati diversi lavorano insieme senza problemi è possibile sfruttare appieno il potenziale della scalabilità dell’IA. Standard aperti, API e architetture modulari sono quindi essenziali. Non solo consentono lo scambio tra diversi reparti specializzati e partner esterni, ma anche l’integrazione di nuove tecnologie non appena disponibili.

Infine, ma non meno importante, non bisogna dimenticare la questione della sicurezza dei dati. Più grandi sono i volumi di dati e più potenti sono i modelli, più attraenti diventano gli attacchi e gli abusi. I moderni concetti di sicurezza si basano quindi sulla crittografia, sulla gestione degli accessi e sul monitoraggio continuo: un prerequisito per garantire la fiducia del pubblico e dei pianificatori. La tecnologia alla base dello scaling dell’IA è quindi molto più di un centro dati: è la spina dorsale delle competenze in materia di previsioni urbane.

Sfide e opportunità: la scalabilità dell’IA nei Paesi di lingua tedesca

Per quanto impressionanti siano le possibilità tecniche, la loro attuazione pratica è altrettanto impegnativa, soprattutto nei Paesi di lingua tedesca. Germania, Austria e Svizzera sono note per l’elevato livello di protezione dei dati, le complesse strutture amministrative e un certo scetticismo nei confronti delle nuove tecnologie. Questi fattori rendono la scalabilità dei sistemi di IA un vero e proprio compito mastodontico. Tuttavia, i primi progetti pilota e gli schemi modello dimostrano che anche qui si stanno facendo progressi, anche se a un ritmo più lento rispetto ad alcune città asiatiche o nordiche.

La frammentazione rimane un problema fondamentale: i diversi Stati federali, le autorità locali e gli uffici specializzati spesso lavorano con sistemi, formati di dati e standard propri. Ciò rende estremamente difficile unire i dati e scalare l’IA. Inoltre, vi è spesso una forte preoccupazione per la sovranità dei dati e la perdita di controllo: chi è autorizzato ad accedere ai dati, chi decide gli algoritmi e chi è responsabile degli errori di previsione? Senza strutture di governance chiare e regole trasparenti, si rischia di creare un mosaico invece di una potente rete di previsione.

Anche la componente culturale non va sottovalutata. La scalabilità dell’IA richiede il coraggio di cambiare, l’apertura alla sperimentazione e la volontà di ripensare i processi. L’immagine classica del pianificatore come unico decisore viene messa in discussione dall’interazione con i sistemi di IA. I risultati migliori si ottengono quando l’uomo e la macchina lavorano come una squadra, con una chiara divisione dei ruoli, il rispetto reciproco e una comunicazione continua.

D’altra parte, lo scaling dell’IA offre enormi opportunità: può aiutare a utilizzare le risorse in modo più efficiente, a rispondere rapidamente alle crisi, a rafforzare i processi di partecipazione e a migliorare la qualità della vita nelle città a lungo termine. Soprattutto nel contesto dei cambiamenti climatici, dell’urbanizzazione e dei cambiamenti demografici, le previsioni precise valgono oro, non solo per le amministrazioni, ma anche per le imprese, la scienza e la società civile. Chi investe qui in una fase iniziale sta gettando le basi per una città resiliente e sostenibile.

Tuttavia, non si tratta di un successo sicuro. Saranno necessari investimenti mirati in infrastrutture, formazione e ricerca, lo sviluppo di piattaforme di dati aperti e la promozione di un clima positivo per l’innovazione. In definitiva, l’intelligenza artificiale non è fine a se stessa, ma è uno strumento che sta reinventando la pianificazione urbana. Ed è il biglietto per la prossima generazione di competenze in materia di previsioni urbane.

Governance, etica e futuro: la nuova responsabilità degli urbanisti

La scalabilità dell’IA nella pianificazione urbana non è una questione puramente tecnica, ma anche etica, di governance e di responsabilità sociale. Le previsioni basate su enormi quantità di dati e algoritmi complessi hanno il potenziale per rendere lo sviluppo urbano più sostenibile, più equo e più inclusivo. Allo stesso tempo, però, nascondono dei rischi: pregiudizi algoritmici, discriminazioni, perdita di tracciabilità e il pericolo che il controllo su decisioni importanti finisca nelle mani di pochi fornitori di software o di monopolisti dei dati.

La trasparenza è quindi fondamentale. Ogni previsione basata sull’IA deve essere spiegabile e comprensibile – per i pianificatori, i decisori e il pubblico. I modelli a scatola nera che nessuno capisce sono fuori luogo nella pianificazione urbana. Sono invece necessari modelli aperti, visualizzazioni comprensibili e la possibilità di mettere in discussione ipotesi e parametri in qualsiasi momento. Questo è l’unico modo per creare fiducia, e l’unico modo per far sì che le previsioni dell’IA diventino la forza trainante di uno sviluppo urbano democratico.

Un’altra questione fondamentale è la partecipazione. La scalabilità dell’IA non deve portare a relegare i processi di pianificazione in torri d’avorio digitali. Al contrario: più potenti sono gli strumenti di previsione, più importante diventa il coinvolgimento dei cittadini, delle imprese e della scienza. Piattaforme partecipative, processi decisionali trasparenti e dati aperti sono la chiave di volta. Le città che prendono sul serio questo aspetto beneficiano di una maggiore accettazione e di risultati migliori.

Anche la sostenibilità gioca un ruolo importante: i sistemi di IA su larga scala consumano enormi quantità di energia e risorse, dai centri dati ai dispositivi finali. Gli urbanisti hanno quindi il dovere di considerare gli aspetti ecologici, promuovere modelli efficienti e rendere trasparente il consumo di risorse. Dopo tutto, la città intelligente non dovrebbe essere costruita a spese dell’ambiente.

Uno sguardo al futuro mostra che l’intelligenza artificiale continuerà a rivoluzionare la pianificazione urbana. Nuovi metodi come l’IA generativa, l’analisi urbana predittiva e le piattaforme di governance ad autoapprendimento sono già ai blocchi di partenza. Coloro che analizzano i fondamentali, le opportunità e i rischi oggi non solo reagiranno domani, ma daranno anche forma al futuro. La responsabilità è grande, ma lo sono anche le opportunità. Spetta agli urbanisti plasmare attivamente questo futuro.

Conclusione: la scalabilità dell’IA come cambiamento di paradigma nella previsione urbana

Una maggiore potenza di calcolo da sola non rende una città più intelligente, ma pone le basi per previsioni più precise, dinamiche e pertinenti che mai. La scalabilità dei modelli di IA apre nuovi orizzonti: rende gli sviluppi urbani più prevedibili, le sfide più gestibili e la partecipazione più tangibile. Coloro che riconoscono e sfruttano questo potenziale stanno dicendo addio alla pianificazione urbana basata sull’istinto e stanno entrando nell’era della città che apprende e si basa sui dati.

Allo stesso tempo, questo cambiamento richiede coraggio, lungimiranza e responsabilità. L’integrazione di sistemi di intelligenza artificiale su larga scala non è una questione puramente tecnica: è un processo sociale, politico e culturale. Richiede una governance chiara, modelli trasparenti, una partecipazione aperta e una visione critica dei rischi e degli effetti collaterali. Le città che intraprendono questo percorso con coraggio non solo si assicurano un posto all’avanguardia nell’innovazione, ma diventano modelli di riferimento per un’urbanità sostenibile, resiliente e vivibile.

Il futuro della previsione urbana è scalabile, intelligente e aperto a tutti coloro che pensano e contribuiscono a plasmarlo. Chi si lascia coinvolgere lo sperimenterà: La migliore pianificazione è quella che si reinventa costantemente, in un dialogo tra uomo, macchina e città.

Premio Giovani Talenti EUmies 2023: I progetti vincitori

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Il progetto VALTER di Dinko Jelečević ha vinto il Premio EUmies 2023, intitolato a Ludwig Mies van der Rohe. Grafica: Dinko Jelečević

Il progetto VALTER di Dinko Jelečević ha vinto il Premio EUmies 2023, intitolato a Ludwig Mies van der Rohe. Grafica: Dinko Jelečević

I premi EUmies in onore di Ludwig Mies van der Rohe vengono assegnati per l’eccellenza dell’architettura contemporanea. Inoltre, ogni due anni vengono assegnati i premi per i giovani talenti a giovani laureati. I vincitori dei premi e i loro progetti vincitori sono disponibili qui.

Ludwig Mies van der Rohe è uno degli architetti più influenti e importanti della storia dell’architettura recente. L’architetto tedesco-americano è noto, tra l’altro, per il Padiglione di Barcellona, costruito per il Reich tedesco nell’ambito dell’Esposizione Universale del 1929. A Barcellona ha sede anche la Fondació Mies van der Rohe, che dal 1988 assegna annualmente i Premi EUmies.

La fondazione è stata istituita dal governo della città nel 1983 per ricostruire e rinnovare il Padiglione di Barcellona e renderlo infine nuovamente accessibile. Nel corso degli anni, l’attenzione si è concentrata sull’architetto Ludwig Mies van der Rohe e sull’architetto Lilly Reich, coautrice del Padiglione di Barcellona. Nel frattempo, però, la Fondació ha dato un contributo particolare al discorso e alla visibilità dell’architettura e dell’urbanistica contemporanee.

I premi EUmies vengono assegnati per l’eccellenza dell’architettura contemporanea e, alternativamente ogni due anni, vengono assegnati anche i premi Young Talent a giovani laureati. Possono partecipare i progetti proposti dalle istituzioni partecipanti. Quest’anno sono state premiate le seguenti persone e i loro progetti di laurea:

  • María de la O Molina Pérez-Tomé con il suo progetto „Eden Archipelago“ (Università Politecnica di Madrid)
  • Laura Hurley con il suo progetto „Peripheral Cartographies“ (University College Cork e Technical University of Munster)
  • Dinko Jelečević con il suo progetto „Valter“ (Università di Tecnologia di Graz)

Eden Archipelago ruota attorno al tema della rigenerazione del paesaggio. In una località vicino a Madrid, c’è una serra per la coltivazione di piante decorative. Nel corso della ricerca è emerso che il 50% delle piante utilizzate per la piantumazione nella regione intorno a Madrid proviene da fornitori commerciali. In un momento in cui è importante che gli abitanti delle città non perdano il contatto con gli spazi verdi, il settore pubblico rischia di perdere il controllo del „patrimonio verde“ della regione.

Con l’Arcipelago Eden, Molina ha voluto allontanarsi dalla tipica struttura rettangolare delle serre. L’obiettivo è invece quello di creare un edificio per le piantine direttamente collegato al terreno e immerso nel paesaggio. Anche il percorso tra le piantine diventerà un’esperienza fisica, così come l’intero complesso, che si estende per circa quattro ettari ed è destinato anche a essere utilizzato per scopi ricreativi. L’aspetto di una „natura meccanizzata“ con condizioni naturali come il vento, il sole e l’aria entra in gioco quando le serre stesse funzionano come cisterne e permettono alle giovani piante di germogliare dolcemente.

A Inisbofin, in Irlanda, il progetto Peripheral Cartographies è incentrato su nuovi tipi di mappe e percorsi. L’Irlanda ha una storia di differenziazione politica e sociale; le persone che non rientravano nel concetto di dominio inglese venivano stigmatizzate come selvaggi o estranei. Attraverso questa „alterazione“, cioè l’alterazione di gruppi specifici, anche i toponimi irlandesi furono sostituiti da quelli inglesi. Tuttavia, sebbene i nomi irlandesi fossero altamente descrittivi, con la traduzione persero il loro carattere specifico. Di conseguenza, quando il paesaggio fu mappato dagli inglesi nel 1830, l’area fu liquidata come omogenea e „priva di significato“ – un ulteriore passo verso l’erosione della cultura e dell’identità del luogo.

Peripheral Cartographies rifiuta queste narrazioni e sottolinea le peculiarità del paesaggio di Inisbofin. Il progetto mira a far rivivere la diversità. L’Archivio delle cartografie oniriche spostate intende servire a questo scopo. I disegni sono stati creati grazie al coinvolgimento emotivo di Hurley durante la visita al sito. I campi del paesaggio formalizzato, che si trovano inseparabilmente uno accanto all’altro, sono spostati nei disegni dal processo creativo su carta. Essi rappresentano anche il contesto storico e sociale di Inisbofin, che si manifesta in questi campi. Il disegno è in definitiva una serie di stratificazioni spaziali lungo la costa in forte pendenza. L’erosione del terreno è una minaccia costante per la costruzione e riflette l’incertezza dell’opera. Tutti gli elementi del progetto sono riconducibili ad azioni chiave del processo di disegno, che a sua volta si basa sulla ricerca teorica dell’opera.

VALTER è il più simile a un oggetto tra i tre progetti vincitori. Si tratta della rivitalizzazione di un edificio storico di Sarajevo. Nel corso dei secoli, il complesso di Vraca è stato utilizzato come fortezza, luogo di esecuzione, memoriale e base militare. Il complesso, sempre più fatiscente, comprende un castello e un’area verde ed è un monumento nazionale della Bosnia-Erzegovina. La sua destinazione finale è ora quella di diventare un luogo transdisciplinare di networking e rivitalizzazione.

Jelečević lavora con il concetto di palinsesto, o sovrascrittura. Contestualizza gli elementi spaziali con gli eventi storici e aggiunge un nuovo livello di tipologia architettonica: il forum. L’obiettivo è creare una piazza che metta in discussione il passato. L’eredità difficile è diventare parte della società futura attraverso un approccio partecipativo. Le questioni politiche e sociali possono trovare in VALTER un luogo di discussione pubblica. Dal punto di vista architettonico, questo approccio si concretizza in un corpo che sovrasta il complesso e lo completa spazialmente. L’aggiunta deve essere contenuta nella sua materialità e formare deliberatamente un contrasto con l’edificio storico senza sopraffarlo.

Quest’anno è stato annunciato anche il premio aggiuntivo „Young Talent Open“, che tiene conto dei giovani partecipanti dei Paesi non appartenenti all’organizzazione „Europa Creativa“. Il premio, che è stato istituito sulla base di Mies van der Rohe, mira a riconoscere il lavoro eccezionale dei Paesi africani in particolare. Shaha Raphael e il suo progetto „Open: Earth Bound“ (AA School of Architecture) sono stati premiati in questa categoria. Il progetto ruota attorno alla domanda se i paesaggi modificati architettonicamente possano contribuire a una nuova consapevolezza delle persone nei confronti della terra. Raphael utilizza il metodo cut/fill. Estrae materiale dal terreno per creare spazio e rimodella il materiale scavato come un paesaggio sovrastante.

La cerimonia di premiazione si è svolta il 29 giugno 2023 a Palazzo Mora a Venezia, dove è attualmente aperta la Biennale di Architettura. Tutte le informazioni sull’evento sono disponibili qui.

Tutti gli altri finalisti del Premio Giovani Talenti Mies van der Rohe sono visibili qui.

Barbara Steiner passa alla Fondazione Bauhaus

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Barbara Steiner Ritratto

Ritratto di Barbara Steiner (Foto: J.J. Kucek)

Insieme a Topotek 1, Barbara Steiner ha curato il numero di luglio di Garten + Landschaft lo scorso anno. Ora la Fondazione Bauhaus Dessau ha annunciato che Barbara Steiner assumerà la carica di direttore e membro del Consiglio della Fondazione a partire dal 1° settembre. Ecco cosa c’è da sapere sulla storica dell’arte con un dottorato.

L’austriaca Barbara Steiner ha battuto 32 candidati internazionali per diventare il nuovo direttore della Fondazione Bauhaus Dessau. Nella dichiarazione ufficiale, Rainer Robra, presidente del Consiglio di fondazione, descrive la storica dell’arte con un dottorato come una „personalità eccezionale con una profonda conoscenza del modernismo“. Ha sottolineato la sua pluriennale esperienza di gestione di istituzioni culturali e la sua esperienza pratica nella Germania dell’Est. Il Ministro della Cultura della Sassonia-Anhalt, Robra, ritiene che la Steiner sia in grado di „collegare argomenti rilevanti a livello locale a discorsi globali, sviluppando così ulteriormente la Fondazione Bauhaus Dessau e la Sassonia-Anhalt come luogo culturale“.

Barbara Steiner assumerà il nuovo incarico il 1° settembre 2021. Rinuncerà quindi alla sua attuale posizione di direttrice del Kunsthaus Graz. Ha ricoperto questo incarico dal 2016. In precedenza, ha lavorato per due anni come professore sostituto presso l’Accademia di Arti Visive di Lipsia per il programma di Master „Culture della Curatela“. Negli anni ’90 e 2000 ha gestito associazioni artistiche a Ludwigsburg e Wolfsburg. Ha lavorato anche per la Fondazione Galleria d’Arte Contemporanea (GfZK) di Lipsia. Ha anche diversi anni di esperienza nell’insegnamento grazie a incarichi di docenza a Linz, Copenaghen e Vienna. Barbara Steiner ha studiato storia dell’arte e scienze politiche all’Università di Vienna. Ha scritto la sua tesi di dottorato sull'“Ideologia dello spazio espositivo bianco“.
Secondo la Steiner, lei stessa non vede l’ora di ricoprire il suo nuovo ruolo e di continuare e ampliare l’eccezionale lavoro della Fondazione Bauhaus Dessau.

Discussione „Feine Sahne Fischfilet“ 2018

A proposito del lavoro svolto finora: Barbara Steiner succede alla dott.ssa Claudia Perren nel suo nuovo incarico. La posizione è rimasta vacante per quasi un anno. Perren è stata direttore della Fondazione Bauhaus-Dessau dal 2014 al 2020. Ha lasciato la Fondazione il 31 luglio 2020 su sua richiesta. La dottoressa Perren è probabilmente ancora familiare a molti. Nel 2018, la teorica tedesca dell’architettura è stata al centro di un dibattito tra estremismo di destra e di sinistra e sulla questione di quanto fosse politico il Bauhaus. Sotto la guida di Perren, la Fondazione Bauhaus Dessau ha annullato l’esibizione della band „Feine Sahne Fischfilet“. Questa avrebbe dovuto svolgersi sul palco del Bauhaus nell’ambito della serie di concerti zdf@bauhaus. Nell’ottobre 2018, i nostri colleghi di ZEIT hanno intervistato Claudia Perren al riguardo. Perren è direttore dell’Università di Arte e Design di Basilea dall’agosto 2020.

Noi della redazione di G+L siamo lieti della nuova nomina alla direzione del Bauhaus. Insieme a Topotek 1, Barbara Steiner ha curato il numero di luglio 2020 di Garten + Landschaft. Il tema del numero è l’arte. I due soci Martin Rein-Cano e Lorenz Dexler hanno chiesto il supporto di Barbara Steiner. Insieme a lei avevano già sviluppato e scritto, tra le altre cose, la monografia „Infedeltà creative“. Questa è stata prodotta in occasione del 20° anniversario della Topotek 1 nel 2016.
Anche l’arte ha svolto un ruolo importante nel lavoro degli architetti paesaggisti berlinesi fin dall’inizio. L’arte e la regolare collaborazione con gli artisti ispirano anche Topotek 1, ed è così che è nata l’idea di produrre questo numero insieme alla direttrice della Kunsthaus Graz, Barbara Steiner.

Topotek 1 in conversazione con Barbara Steiner

Durante le prime riunioni di redazione, tenutesi a Graz all’inizio del 2020, la redazione di G+L ha potuto assistere all’intensità con cui Barbara Steiner e Martin Rein-Cano hanno discusso del rapporto, delle analogie e delle incomprensioni tra architettura del paesaggio e arte. L’idea di riempire un intero numero con una conversazione tra i due è stata ovvia. Nel numero si discute di ciò che Martin Rein-Cano, rappresentante di Topotek 1, trova affascinante nell’arte e di ciò che manca nell’architettura del paesaggio.

Il risultato è una conversazione tra Martin Rein-Cano e Barbara Steiner che attraversa l’intero numero. I due discutono del rapporto tra realtà finta e realtà reale. Parlano di dove entra in gioco l’architettura del paesaggio e di quanto sia disonesto il giardino paesaggistico inglese.

Un appello in rosa

Martin Rein-Cano e Barbara Steiner discutono anche di equazioni come Barocco = Bauhaus. Discutono del bisogno di Rein-Cano di una „nervosità di base“. I due filosofi parlano del progetto „Bahndeckel Theresienhöhe“, che Topotek 1 ha realizzato insieme all’artista Rosemarie Trockel.

Il prodotto finale del primo numero di Garten+Landschaft curato dagli ospiti? Un appello a una maggiore libertà e a un minore utilitarismo nella progettazione. Un appello al coraggio di creare contraddizioni e di fallire ogni tanto. In rosa. Potete acquistare la rivista nel negozio qui.

bauchplan ).( segue su Topotek 1

Il prossimo numero di Garten + Landschaft, curato da ospiti, sarà pubblicato nel luglio 2021 sotto l’egida del collettivo di progettazione bauchplan).( Per saperne di più su G+L curato da bauchplan).( qui.

Il collettivo ha attirato l’attenzione con progetti come il progetto residenziale „wagnisART“ a Monaco di Baviera e il progetto per l’Highline Park di Londra. Può lavorare a livello nazionale e internazionale, su piccola e grande scala, nell’architettura del paesaggio e nella pianificazione urbana.

bauchplan).( non può essere classificato. Piuttosto, l’ufficio e il suo variegato portafoglio di progetti sono sinonimo di approcci intelligenti. Il collettivo trova sempre soluzioni di pianificazione territoriale e specifiche per il territorio alle sfide attuali, come il cambiamento climatico, l’inclusione o la competizione per lo spazio.

E noi siamo curiosi di vedere cosa avrà da dire la nuova direttrice del Bauhaus Barbara Steiner su bauchplan-G+L. Lo siete anche voi?

Nell’ambito del progetto di ristrutturazione della casa contemporanea „Hermon“ dello studio di architettura australiano Wowowa, è stata creata una cucina unica in collaborazione con Basis Builders. Un banco di preparazione in cemento lucidato, gettato in loco, poggia su uno zoccolo in acciaio verniciato a polvere, garantendo stabilità e un’estetica moderna. Il design è completato da raffinati scaffali in acciaio, piastrelle in terrazzo e infissi in Bayleaf di Laminex, che insieme creano una tavolozza di colori armoniosa ed elegante per questa casa familiare. Il progetto di Hermon House è stato selezionato per l’Australian Institute of Architects Award nella categoria Residential Architecture – Houses (Alterations & Additions) per Wowowa Architecture. Con una forte attenzione al comfort e alla giocosità, questo progetto offre un’elevata qualità di vita e un’estetica affascinante che rende la casa funzionale e invitante.

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L’architettura come interfaccia con la macchina del clima

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Vista aerea di edifici contemporanei dipinti di bianco e sviluppo urbano, fotografati da CHUTTERSNAP.

L’architettura come interfaccia con la macchina del clima: sembra una tesi ripida, ma da tempo è diventata realtà. Mentre il mondo discute dell’apocalisse climatica e gli architetti si crogiolano nei certificati di sostenibilità, nella sala macchine dell’ambiente costruito è in corso una rivoluzione: Edifici, quartieri e intere città stanno diventando interfacce tra persone, tecnologia e clima. Ma chi controlla effettivamente chi? E quanto digitale, quanto sostenibile, quanto a prova di futuro è davvero questa interfaccia?

  • L’architettura è più di un semplice involucro: sta diventando un’interfaccia attiva nel sistema climatico urbano.
  • Germania, Austria e Svizzera si stanno concentrando sempre più su strategie di progettazione adattiva basate sui dati.
  • Gli strumenti digitali, l’intelligenza artificiale e la modellazione delle informazioni sugli edifici stanno rivoluzionando il ruolo dell’architetto.
  • Nuovi sistemi di materiali, facciate intelligenti e tecnologie edilizie in rete offrono risposte alla crisi climatica.
  • La sostenibilità progettuale è il nuovo paradigma, ma non è affatto scontata.
  • Le sfide più grandi: Sovranità dei dati, interoperabilità tecnica, accettazione sociale.
  • I dibattiti su tecnocrazia, trasparenza e responsabilità caratterizzano la discussione.
  • Il discorso sull’architettura globale richiede: L’architettura deve diventare un’interfaccia – e non un problema climatico.

L’architettura come interfaccia: da isolamento termico a macchina per il clima

Sono finiti i tempi in cui l’architettura era solo un cuscinetto termico o un deflettore di pioggia. Oggi l’architettura sta diventando un’interfaccia attiva tra l’uomo e il clima, un’interfaccia che non si limita a respingere passivamente le influenze ambientali, ma le controlla, le indirizza e le sfrutta in modo intelligente. In Germania, Austria e Svizzera, il tema è entrato da tempo nell’immaginario collettivo. I regolamenti edilizi sono pieni di requisiti energetici, le case passive sono considerate il gold standard e un programma di concorso su due richiede la sostenibilità, come se non ci fossero altri problemi in questo continente. Ma è sufficiente? La risposta è chiara: no. Perché la macchina climatica in cui operano gli edifici oggi è molto complessa e richiede molto di più di semplici materiali isolanti e tripli vetri.

Gli studi di architettura innovativi si stanno quindi concentrando su strategie di progettazione adattiva che considerano l’edificio come parte di un sistema più ampio. Le facciate diventano involucri che respirano, le coperture diventano regolatori del clima urbano, gli interni diventano microcosmi controllati con precisione. A Zurigo, ad esempio, si stanno creando quartieri che utilizzano la tecnologia dei sensori, il controllo incrociato degli edifici e i dati in tempo reale per ottimizzare continuamente i flussi energetici. Vienna sta sperimentando il verde verticale che non solo filtra le polveri sottili, ma influenza anche il microclima a livello stradale. E Berlino? A Berlino si sta sviluppando la prossima generazione di facciate ibride, che reagiscono ai dati meteorologici locali e regolano dinamicamente il consumo energetico.

Tutto questo sembra ambizioso, ma è solo l’inizio. Dopo tutto, la vera macchina del clima non è il singolo edificio, ma l’interazione tra edifici, infrastrutture, comportamenti degli utenti e ambiente. Solo quando l’architettura funge da interfaccia – cioè da mediatore, traduttore, timoniere – si trasforma da problema climatico a soluzione climatica. Chi ignora questo aspetto progetta senza realtà. Chi esagera rischia un azionismo tecnocratico senza effetto.

La grande domanda rimane: Quanta automazione può tollerare l’ambiente costruito? Quanto controllo i pianificatori consegnano agli algoritmi e quanta responsabilità resta all’uomo? Il dibattito è iniziato e diventa sempre più urgente ad ogni nuova costruzione. Una cosa è certa: chi crede ancora che l’architettura si limiti a progettare ha dormito nell’era della macchina del clima.

Questo rende evidente che l’architettura come interfaccia non è un parco giochi per nerd, ma il nuovo standard della professione. Se si vuole sopravvivere, bisogna combinare le competenze tecniche con l’intelligenza creativa. Ed essere pronti a imparare dagli errori, perché nella macchina del clima non si può restare fermi.

Digitalizzazione e IA: strumenti o architetti della macchina del clima?

Digitalizzazione è la parola magica con cui il settore si ipnotizza da anni. Ma cosa significa concretamente per l’architettura come interfaccia della macchina del clima? Negli uffici di progettazione della regione DACH è in corso da tempo un cambiamento di paradigma. Il Building Information Modelling (BIM) non è più visto solo come un CAD da tavolo, ma come una piattaforma basata sui dati in cui si fondono progettazione, simulazione e gestione. Chi progetta un edificio per uffici oggi non si limita più a far fare i calcoli all’ingegnere strutturale, ma insegue il modello attraverso simulazioni del clima e della luce naturale, previsioni del fabbisogno energetico e analisi del flusso di utenti. L’intelligenza artificiale si fa sempre più carico di compiti che un tempo richiedevano mesi di studi: ottimizza le planimetrie, calcola l’ombreggiamento, prevede il comportamento degli utenti e suggerisce persino metodi di costruzione alternativi.

I pionieri non hanno sede solo a Zurigo o Vienna, ma anche a Monaco, Stoccarda e Basilea. Progetti come EDGE East Side Berlin mostrano come gli strumenti digitali possano adattare gli edifici alle esigenze energetiche in tempo reale, attenuare i picchi di carico e persino comunicare con le reti intelligenti. A Zurigo, un consorzio di architetti, aziende municipalizzate e società informatiche sta lavorando al gemello digitale di interi quartieri, che non solo controlla i flussi energetici ma simula anche gli scenari climatici. L’intuizione: la digitalizzazione non è fine a se stessa, ma è il fondamento di un’architettura resiliente e adattabile.

Tuttavia, la digitalizzazione comporta anche dei rischi. Se si lascia la macchina del clima solo agli algoritmi, si rischia di creare scatole nere che nessuno capisce. Distorsioni algoritmiche, lacune nei dati e ipotesi errate possono avere conseguenze fatali per il clima e per gli utenti. Ecco perché sempre più voci chiedono trasparenza, open source e interoperabilità – in breve, una democratizzazione degli strumenti di pianificazione digitale. L’architettura come interfaccia con la macchina del clima non deve diventare il terreno di gioco esclusivo dei fornitori di software globali, ma deve rimanere accessibile e comprensibile per tutti i pianificatori.

Un altro tema: la sovranità dei dati. Chi controlla la macchina del clima quando i sensori, il sistema di controllo e le analisi funzionano nel cloud? Chi è responsabile dei malfunzionamenti, chi controlla le interfacce? In Germania, Austria e Svizzera lo scetticismo è alto, anche a causa delle incertezze normative e di protezione dei dati. Ma la direzione è chiara: senza la digitalizzazione, la transizione climatica nel settore delle costruzioni rimarrà una tigre di carta. Con essa, l’architettura diventerà un’interfaccia che non solo resiste al clima, ma lo plasma.

Conclusione: la digitalizzazione e l’IA non sono né una panacea né il gioco del diavolo. Sono strumenti che consentono all’architettura di fungere da interfaccia. Ma richiedono competenze tecniche, responsabilità sociale e un atteggiamento chiaro nei confronti del ruolo delle persone nel sistema. Altrimenti, la macchina del clima si trasformerà rapidamente in una macchina autogestita senza direzione.

Materiali intelligenti e sistemi adattivi: Il nuovo hardware della macchina del clima

L’architettura come interfaccia della macchina del clima non è una questione puramente digitale. Senza nuovi materiali, innovazioni progettuali e tecnologie edilizie intelligenti, anche la migliore simulazione rimane teoria. Ecco perché i laboratori e le officine della regione DACH sono impegnati nella sperimentazione: Materiali a cambiamento di fase che immagazzinano e rilasciano il calore secondo le esigenze del microclima. Facciate con microforature che dirigono i flussi d’aria e regolano l’umidità. Tetti verdi che immagazzinano l’acqua piovana, promuovono la biodiversità e attenuano le isole di calore urbane. Ma anche elementi classici come l’ombreggiatura, la ventilazione e la massa termica stanno vivendo un rinascimento digitale: controllati da sensori, collegati in rete con i dati meteorologici e personalizzabili.

I principali studi di architettura si stanno concentrando sulla progettazione integrale: la scelta dei materiali, la struttura portante, la tecnologia dell’edificio e il controllo sono considerati come un’unità fin dall’inizio. A Vienna si stanno costruendo edifici ibridi in legno che vincolano il CO₂ e possono essere abbinati a sistemi modulari di tecnologia edilizia. A Zurigo si stanno sviluppando elementi di facciata che si aprono e si chiudono automaticamente nel corso della giornata, a seconda della posizione del sole, della temperatura interna e delle preferenze degli utenti. A Monaco, invece, gli ingegneri stanno testando sistemi di ventilazione controllati dall’intelligenza artificiale che riducono al minimo il consumo energetico senza sacrificare il comfort.

Tuttavia, non tutto ciò che è tecnicamente possibile ha senso. Il pericolo è che i sistemi intelligenti diventino fini a se stessi, che gli utenti diventino incapaci, che la manutenzione e la riparazione diventino un compito immane. Per questo motivo la macchina del clima ha bisogno di un design dell’interfaccia che supporti le persone anziché sopraffarle. I sistemi adattivi non devono diventare una scatola nera, ma devono rimanere spiegabili, controllabili e, in caso di dubbio, disattivabili. Chi dimentica questo aspetto costruisce costose rovine tecnologiche e perde la fiducia degli utenti.

La ricerca sui materiali è da tempo collegata in rete a livello internazionale. In Svizzera si stanno testando elementi di cemento stampati in 3D con sensori incorporati. In Germania, le università collaborano con le start-up per portare sul mercato materiali isolanti a base biologica e sistemi di controllo intelligenti. L’interfaccia tra l’architettura e la macchina del clima sta quindi diventando un’arena per l’innovazione, ma anche per i dibattiti sulla sostenibilità, il consumo di risorse e il ciclo di vita.

In definitiva, senza il giusto hardware, la macchina del clima rimane una tigre di carta. Solo con materiali intelligenti e sistemi adattivi l’architettura diventerà un’interfaccia attiva che non solo resiste al clima, ma lo plasma. Se si vuole sopravvivere, bisogna pensare alla tecnologia, ai materiali e al design come a un’unità, e avere il coraggio di progettare talvolta controcorrente.

Sostenibilità del progetto: tra aspirazione, realtà e visione

Il dibattito sulla sostenibilità nel settore dell’architettura è vecchio come la disputa sull’etichetta ecologica nei supermercati. Ma mentre i politici discutono ancora di impronte di carbonio, nella pratica è ormai chiaro da tempo che la sostenibilità non è un’aggiunta, ma il fulcro del concetto di interfaccia. In Germania, Austria e Svizzera esistono innumerevoli sistemi di certificazione, dal DGNB allo standard SIA. Ma chiunque abbia mai letto un rapporto di audit sa che i certificati sono al massimo un inizio, raramente l’obiettivo. La vera sfida sta nell’integrare la sostenibilità nel processo di progettazione, dal primo schizzo alla demolizione finale.

Sostenibilità nella progettazione significa pensare ai flussi energetici, ai cicli dei materiali, al comportamento degli utenti e all’impatto ambientale fin dall’inizio. Significa simulare i progetti, testare le alternative e utilizzare il ciclo di vita come parametro di qualità. A Zurigo si stanno costruendo quartieri „plus-energy“ che generano più energia di quanta ne consumino. A Berlino si stanno sviluppando concetti di demolizione che separano i materiali per tipo e li riciclano. A Vienna, infine, si stanno conducendo ricerche su sistemi energetici vicini agli edifici che potrebbero rendere autosufficienti interi quartieri.

Ma la realtà è spesso sconfortante. Molti promotori immobiliari si tirano indietro di fronte ai costi aggiuntivi, le autorità pongono barriere ai concetti innovativi e gli utenti non comprendono la tecnologia. Di conseguenza, i progetti ambiziosi vengono annacquati, l’innovazione viene ostacolata e la sostenibilità viene messa in secondo piano. La macchina del clima è in funzione, ma è al minimo.

La via d’uscita? Più coraggio di sperimentare, più trasparenza nella pianificazione e nel funzionamento, più coinvolgimento di tutte le parti interessate. L’architettura come interfaccia della macchina del clima richiede competenze interdisciplinari, dall’ingegneria alla sociologia e all’informatica. E la disponibilità a commettere errori. Chi pensa solo a giocare sul sicuro rimarrà bloccato nella mediocrità. Chi si assume dei rischi può raggiungere una vera sostenibilità e trasformare la macchina del clima in un motore di trasformazione.

Il discorso architettonico globale richiede da tempo ciò che nella regione DACH è ancora considerato una visione: l’architettura deve diventare un’interfaccia, non un problema climatico. Chi lo capisce non progetta solo per i certificati, ma per il futuro. E questo è urgentemente necessario.

Il futuro della professione: l’architettura come centro di controllo della macchina del clima?

L’architettura sta affrontando la più grande trasformazione dall’avvento del Bauhaus. La professione si sta trasformando da progettista di edifici ad architetto di processi, da progettista formale a gestore di interfacce. La macchina del clima richiede esperti in grado di leggere i dati, controllare i sistemi e assumersi la responsabilità dell’insieme. In Germania, Austria e Svizzera sta crescendo una nuova generazione di progettisti che combina competenze digitali, know-how sulla sostenibilità e intelligenza sociale. Ma la formazione è spesso in ritardo. Troppo poco interdisciplinare, troppa teoria, poca pratica nell’interfaccia con la macchina del clima.

Di conseguenza, il mercato richiede nuovi modelli di ruolo. Architetti dei dati, ingegneri climatici, BIM manager: l’elenco si allunga. Se si vuole sopravvivere come architetto, bisogna essere in grado di fare qualcosa di più che disegnare bei progetti. Devono interpretare le simulazioni, riconoscere i limiti del sistema e discutere con gli sviluppatori di software su un piano di parità. La classica gerarchia di progettazione si sta dissolvendo; il lavoro di squadra e la collaborazione sono più che mai richiesti. L’interfaccia con la macchina del clima non è solo tecnica, ma anche culturale e richiede nuove forme di leadership, comunicazione e responsabilità.

Ma il cambiamento non è privo di controversie. I critici mettono in guardia dalla tecnocratizzazione dell’architettura, dalla perdita di libertà creativa e dal sovraccarico degli utenti. Il dibattito su algoritmi, sovranità dei dati e scatole nere è solo all’inizio. Ma è necessario. Dopo tutto, l’interfaccia con la macchina del clima determinerà in ultima analisi se l’architettura diventerà parte della soluzione o del problema. Chi si rifiuta di farlo sarà sopraffatto dalla realtà. Chi si affretta troppo, perderà il contatto con gli utenti. L’arte sta nel progettare l’interfaccia in modo che tecnologia, persone e ambiente rimangano in equilibrio.

In un contesto globale, la regione DACH è ben posizionata, ma non è leader. Città come Singapore, Copenaghen e Toronto mostrano come l’architettura possa fungere da interfaccia con la macchina del clima: supportata dai dati, aperta e adattabile. Germania, Austria e Svizzera hanno le competenze necessarie, ma spesso non hanno il coraggio di trasformarsi. Il futuro della professione sta nel plasmare attivamente l’interfaccia, e non solo nel gestirla.

Conclusione: l’architettura non è più solo uno spazio costruito, ma il centro di controllo della macchina climatica. Chi lo capisce darà forma al futuro. Chi esita rimane bloccato nella sala macchine del passato.

Conclusione: l’architettura come interfaccia: un dovere e un programma gratuito

L’architettura come interfaccia della macchina climatica non è una tendenza, ma la nuova realtà di una professione in transizione. Richiede nuove competenze, nuovi atteggiamenti e il coraggio di assumersi responsabilità. La regione DACH ha il potenziale per diventare un pioniere, se pensa insieme alla digitalizzazione, alla sostenibilità e alla partecipazione sociale. La macchina del clima non aspetta. Chi vede ancora l’architettura come un fine in sé non sta pianificando il futuro. Chi progetta l’interfaccia sta progettando il mondo di domani. E questa, nonostante l’ironia, è la più grande opportunità e sfida allo stesso tempo.

Premio statale di architettura della Bassa Sassonia 2016

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Il premio statale della Bassa Sassonia per l’architettura di quest’anno va alla Cattedrale di Santa Maria di Hildesheim, patrimonio dell’UNESCO, con il museo della cattedrale e gli edifici annessi. Il ministro Cornelia Rund ha consegnato il premio il 1° giugno 2016 nel Municipio Vecchio di Hannover.

Schilling Architekten di Colonia e Hahn Hertling von Hantelmann, architetti paesaggisti di Amburgo, sono stati premiati insieme al loro cliente, il Capitolo della Cattedrale di Hildesheim, per la ristrutturazione e l’ammodernamento della Cattedrale navale di Hildesheim. La giuria, presieduta dall’architetto di Lipsia Prof. Stefan Rettich, ha sottolineato che la reinterpretazione architettonica degli ambienti e dei materiali, rendendo al contempo visibile la storia dell’edificio, ha creato un collage di storia contemporanea. Particolarmente convincenti sono stati la riqualificazione urbana del cortile della cattedrale e il riuscito collegamento con il centro cittadino, che ha portato a una riqualificazione del quartiere circostante.

Il Premio di Stato è il più alto riconoscimento architettonico della Bassa Sassonia ed è assegnato dallo Stato in collaborazione con la Camera degli Architetti della Bassa Sassonia. Quest’anno il titolo era „Costruire per il pubblico“ e la giuria ha selezionato il vincitore tra 96 progetti. Tutti i risultati saranno pubblicati in una documentazione ed esposti in una mostra itinerante in varie località della Bassa Sassonia.