Design illuminotecnico con pietra naturale

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Pannelli luminosi e sonori in ardesia

Fondata nel 2017 a Münster, l’azienda Noun products coniuga design contemporaneo, tecniche di produzione innovative e artigianato: sviluppa prodotti di design di alta qualità, realizzati in serie ma che integrano anche elementi tipici delle aziende artigiane tradizionali.

All’IMM Cologne (14-20 gennaio 2019) l’azienda ha presentato quest’anno i pannelli Light & Sound della serie di design LumiRock. I pannelli sono rivestiti con Slate Lite, un impiallacciatura in pietra naturale traslucida a base di ardesia. Grazie ai 24 decori disponibili, è possibile realizzare progetti di design personalizzati.

 

Gli elementi, che misurano 80 x 80 cm e sembrano lampade da soffitto ma offrono molto di più, possono essere montati singolarmente o come superficie su pareti e soffitti. Grazie alla tecnologia Exciter integrata, la lampada diventa contemporaneamente un altoparlante: l’impiallacciatura in pietra naturale viene fatta vibrare tramite la tecnica delle onde di flessione. La diffusione del suono avviene con un raggio di 360°, mantenendo una qualità acustica costantemente elevata. «I pannelli LumiRock Light & Sound offrono ai progettisti dell’illuminazione e agli architetti d’interni nuove possibilità per la messa in scena personalizzata, sia visiva che sonora, di ambienti e superfici.

Arte luminosa giapponese con la collezione Kumiko

L’individualità è sottolineata anche dalle lampade a LED della nostra intramontabile collezione Kumiko, ognuna delle quali è un pezzo unico», spiega Detlev Belau, amministratore delegato e designer di noun products. La collezione di lampade Kumiko, lanciata sul mercato già nel 2018, comprende sia lampade a sospensione e da parete, sia lampade da terra. Si ispira all’arte luminosa giapponese per forma, materiali e design della luce. Le lampade, caratterizzate da listelli in filigrana, creano un’atmosfera giapponese sobria anche grazie ai diffusori che proiettano la luce lateralmente in modo diffuso e non abbagliante e verticalmente verso il basso.

 

La variante Kumiko Wood in legno è realizzata in dieci tipi di legno, tra cui il ciliegio. Una seconda variante è dotata di listelli in Corian: si tratta di un materiale minerale legato con resina acrilica che, al tatto e alla vista, ricorda la pietra naturale. Un’elevata intensità luminosa illumina in modo efficiente sia le camere d’albergo e gli uffici che i locali di ristorazione.

Maggiori informazioni su www.nounproducts.de

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Il pesce nell’arte

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Il pesce è un simbolo comune nell'arte. Foto: Georg Flegel, Pubblico dominio, via: Wikimedia Commons
Il pesce è un simbolo comune nell'arte. Foto: Georg Flegel, Pubblico dominio, via: Wikimedia Commons

Il pesce è molto più di un semplice animale acquatico: nell’arte racconta storie di fede, vita e caducità. Dalle catacombe paleocristiane alle sfarzose nature morte barocche, è stato un simbolo nei secoli della pittura. Gli artisti di tutte le epoche lo hanno utilizzato come metafora, motivo e fonte di ispirazione in vari modi.

Il pesce ha una lunga e variegata tradizione nell’arte. È un simbolo dell’acqua e simboleggia la vita e la fertilità. È anche un simbolo di buona fortuna; in molte culture, ad esempio, esistono leggende in cui un pesce riporta indietro un anello perduto. Per questo motivo i pesci sono spesso utilizzati come talismani. Come simbolo, quindi, non è presente solo nell’iconografia religiosa, ma trova spazio anche nella pittura profana, nelle nature morte e nelle interpretazioni moderne.

Arte e simbolismo paleocristiano

Nell’arte paleocristiana, il pesce è considerato uno dei simboli più antichi del cristianesimo. Già nel II e III secolo d.C., i cristiani lo usavano per segnalare la loro fedeltà alla fede, soprattutto in tempi di persecuzione. La parola greca „Ichthys“ (ἰχθύς) significa pesce e funge anche da acrostico per „Jesus Christos Theou Hyios Soter / Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore / Redentore“. Nell’arte paleocristiana i pesci compaiono nelle pitture delle catacombe, nei mosaici e nelle fonti battesimali. Il pesce simboleggiava non solo la fede, ma anche la sopravvivenza, il cibo e il battesimo – la „nuova vita“ in senso cristiano. Fino al IV secolo è stato uno dei simboli cristiani più importanti.
Il pesce svolge un ruolo importante in numerosi racconti dell’Antico Testamento. Il Libro di Tobit riferisce che il fiele di un pesce guarì il padre di Tobia dalla cecità. Un’altra storia racconta di Giona che viene inghiottito da un grosso pesce (balena) e dopo tre giorni ne esce indenne. Nel Nuovo Testamento, questa storia è tipologicamente legata alla resurrezione di Cristo.

Arte medievale e rinascimentale

Nel Medioevo, il pesce rimase un simbolo religioso, spesso associato agli apostoli e alla storia della moltiplicazione dei pani. Il pesce compare spesso nelle rappresentazioni dei miracoli di Gesù, come cibo o come parte di un contesto simbolico. Durante il Rinascimento, l’attenzione si spostò maggiormente verso le rappresentazioni naturalistiche. Artisti come Albrecht Dürer integrarono i pesci nei loro studi sulla natura e sull’anatomia. Le xilografie e i disegni di Dürer mostrano i pesci in modo molto dettagliato, con una rappresentazione naturalistica che riflette la curiosità scientifica dell’epoca. Il pesce era ora apprezzato non solo come simbolo religioso, ma anche come motivo di maestria artistica.

Il Barocco e la pittura di natura morta

Nel periodo barocco, il pesce assume una nuova dimensione: diventa un elemento centrale della pittura di natura morta. Il pesce era un motivo particolarmente popolare nei Paesi Bassi nel XVII secolo, spesso insieme ad altri alimenti su tavole decorate in modo sfarzoso. Artisti famosi come Willem Claesz Heda e Jan Davidsz. de Heem raffiguravano i pesci in modo perfettamente dettagliato: squame lucenti, acqua riflettente e disposizione su piatti d’argento. Queste nature morte non avevano solo un carattere decorativo, ma trasmettevano anche messaggi simbolici: la transitorietà, la ricchezza e la bellezza del quotidiano.

Il pesce nell’arte moderna

Anche nell’arte moderna, il pesce rimane un motivo emozionante. Artisti come Salvador Dalí e Pablo Picasso hanno interpretato il pesce in modo astratto e surrealista. Picasso ha integrato il pesce nelle sue linoleografie e nei suoi dipinti, spesso come metafora della vita, della libertà e della creatività. Dalí ha usato il pesce come simbolo dell’inconscio e dei sogni, spesso in combinazione con altri elementi surrealisti. Il pesce si trova anche in installazioni, sculture e street art contemporanee. In particolare negli spazi urbani, simboleggia la natura, l’acqua e la consapevolezza ambientale.

Storie famose e significato culturale

In molte culture il pesce è strettamente associato a storie, miti e leggende. Alcuni esempi sono:

  • L’alimentazione dei cinquemila: nel Nuovo Testamento si racconta di un pesce come miracolo insieme al pane.
  • Giona e la balena: il pesce come strumento di salvezza e di prova nella Bibbia mostra la potenza di Dio e la possibilità di salvezza.
  • Il pesce come simbolo di fortuna: Nella cultura cinese, la koi è considerata un simbolo di perseveranza, successo e prosperità.

Nell’arte, queste storie servono da ispirazione per dipinti, sculture e opere in vetro. Gli artisti attingono al potere narrativo del pesce per trasmettere messaggi religiosi, morali o filosofici.

Il pesce come simbolo universale

Il pesce è un simbolo universale che attraversa la storia dell’arte, dal simbolismo paleocristiano alle dettagliate nature morte del periodo barocco e alle interpretazioni moderne. Unisce spiritualità, osservazione della natura, bellezza estetica e significato culturale. Che si tratti di un motivo di natura morta, di un simbolo religioso o di un oggetto d’arte contemporanea, il pesce rimane un soggetto affascinante che ha ispirato artisti di tutte le epoche. La sua complessità dimostra come un animale apparentemente semplice possa veicolare significati più profondi e sviluppare l’espressività artistica.

Per saperne di più: Poseidone – il dominatore delle acque

Infiltrazione superficiale: principi fondamentali, vantaggi e applicazione pratica

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Infrastrutture urbane con vegetazione, adattate al clima, incentrate sul tema dell'infiltrazione del suolo
I cerchi d'acqua si diffondono tranquillamente sulla superficie: un silenzioso spettacolo della natura. (Foto: bielmorro / Unsplash)

L’acqua piovana che cade su superfici impermeabilizzate rappresenta in molte città un problema che si aggrava ad ogni episodio di pioggia intensa: le reti fognarie vengono sovraccaricate, i corsi d’acqua vengono inquinati dalle acque miste e le falde acquifere non vengono più rifornite. L’infiltrazione superficiale rappresenta uno degli approcci più efficaci per interrompere questo circolo vizioso. Essa reimmette l’acqua piovana nel suolo proprio nel punto in cui cade, in modo decentralizzato, vicino alla natura e con un’ampia gamma di benefici che vanno ben oltre la semplice funzione di drenaggio.

  • Cosa si intende per infiltrazione superficiale e in che modo si differenzia dalle altre forme di infiltrazione
  • Quali principi idrologici e pedologici ne determinano la funzionalità
  • Quali forme costruttive e tipi di sistemi vengono utilizzati nella pratica
  • Come si progetta, si dimensiona e si integra l’infiltrazione superficiale negli spazi aperti
  • Quali norme, regolamenti e requisiti di omologazione si applicano
  • Dove l’infiltrazione superficiale raggiunge i propri limiti e quali alternative esistono
  • Quale ruolo riveste l’infiltrazione superficiale nel contesto delle infrastrutture blu-verdi e dell’adattamento climatico
  • Quali sono gli errori tipici di progettazione e realizzazione che ne compromettono il funzionamento a lungo termine

Che cos’è l’infiltrazione superficiale? Definizione e classificazione

Per infiltrazione superficiale si intende l’infiltrazione mirata e distribuita su un’ampia superficie dell’acqua piovana nel sottosuolo attraverso la zona del suolo con attività biologica. A differenza dell’infiltrazione in bacino, in cui l’acqua viene raccolta in una depressione del terreno geometricamente definita e da lì convogliata nel sottosuolo, l’infiltrazione superficiale avviene su superfici piane o leggermente inclinate senza depressioni marcate. L’acqua viene immessa su un’ampia superficie, si distribuisce in uno strato sottile sulla superficie e si infiltra direttamente nel terreno attraverso lo strato superficiale ricoperto di vegetazione o animato. Questo meccanismo corrisponde in larga misura al processo naturale di infiltrazione su superfici non pavimentate.

Nella terminologia tecnica della gestione decentralizzata delle acque piovane, disciplinata nell’area di lingua tedesca dalla scheda tecnica DWA-A 138 dell’Associazione tedesca per la gestione delle acque, delle acque reflue e dei rifiuti (DWA), l’infiltrazione superficiale è una delle diverse forme di infiltrazione riconosciute. Oltre all’infiltrazione superficiale e in bacino, la normativa prevede l’infiltrazione in bacino-canale, l’infiltrazione in condotto-canale e i pozzi di infiltrazione. L’infiltrazione superficiale è considerata la variante più vicina alla natura e più semplice da mantenere, purché le condizioni del sito siano adeguate.

Per gli architetti paesaggisti e i progettisti di spazi aperti, l’infiltrazione superficiale non è solo una soluzione tecnica di drenaggio, ma uno strumento progettuale ed ecologico. Prati, aree con vegetazione estensiva, pascoli e parchi possono essere concepiti come superfici di infiltrazione senza perdere la loro funzione d’uso. L’area svolge quindi diverse funzioni contemporaneamente: spazio ricreativo, area verde, habitat per gli organismi del suolo ed elemento attivo del ciclo idrologico urbano.

Nozioni di base idrologiche e pedologiche dell’infiltrazione superficiale

L’efficacia dell’infiltrazione superficiale dipende in modo determinante dalla permeabilità del suolo. Il parametro determinante è il valore di conducibilità idraulica satura kf, espresso in metri al secondo. Esso descrive la velocità con cui l’acqua scorre attraverso un suolo saturo d’acqua. Secondo la norma DWA-A 138, per l’infiltrazione superficiale sono considerati idonei i suoli con valori di kf compresi tra circa 1 x 10⁻⁶ m/s e 1 x 10⁻³ m/s. I terreni con permeabilità molto elevata (kf superiore a 10⁻³ m/s) sono in grado di drenare rapidamente l’acqua, ma offrono un effetto filtrante minimo e possono risultare problematici in presenza di acque di alimentazione contaminate. I terreni con permeabilità molto bassa (kf inferiore a 10⁻⁶ m/s), come le argille pesanti o i terreni con un’elevata percentuale di limo, sono generalmente inadatti all’infiltrazione.

Il tipo di suolo determina non solo la permeabilità, ma anche l’effetto filtrante e l’attività biologica. I suoli sabbiosi consentono un rapido infiltrato, ma filtrano poco. I suoli argillosi con una percentuale equilibrata di sabbia, limo e argilla offrono una buona combinazione tra capacità di infiltrazione e ritenzione delle sostanze inquinanti. La zona vivente del suolo, ovvero i primi trenta-sessanta centimetri con la loro rete di radici, organismi del suolo e particelle di humus, costituisce il vero e proprio reattore di depurazione. I metalli pesanti, gli idrocarburi e le particelle finissime vengono qui adsorbiti, biodegradati o trattenuti fisicamente prima che l’acqua penetri più in profondità nel sottosuolo.

Oltre al tipo di suolo, anche il livello delle acque sotterranee e lo spessore della zona insatura svolgono un ruolo centrale. La norma DWA-A 138 richiede di norma una distanza minima di un metro tra il fondo dell’impianto di infiltrazione e il livello massimo prevedibile delle acque sotterranee. Tale distanza garantisce il percorso di filtrazione e impedisce che le sostanze inquinanti raggiungano le acque sotterranee senza essere filtrate. Nelle aree con falda freatica bassa, come nelle pianure, nelle pianure alluvionali o in prossimità della costa, l’infiltrazione superficiale spesso non è possibile o lo è solo in misura limitata.

Altrettanto rilevante è la topografia. L’infiltrazione superficiale funziona su superfici piane o con pendenza molto lieve. In presenza di pendenze superiori al due-tre per cento circa, sussiste il rischio che l’acqua immessa non si infiltri in modo uniforme, ma defluisca a valle prima di poter penetrare nel terreno. In tali situazioni, le soluzioni più adatte sono le conche, i terrazzamenti o i sistemi combinati.

Forme costruttive e tipi di sistema: dal prato al prato di infiltrazione

La forma più semplice di infiltrazione superficiale consiste nell’apporto diretto dell’acqua piovana su una superficie ricoperta di vegetazione e permeabile. I prati nei parchi, nei cortili delle scuole o nei quartieri residenziali possono essere progettati in modo tale che l’acqua che defluisce dai tetti, dai sentieri o dalle piazze adiacenti venga convogliata su di essi in modo esteso. Il presupposto è che il prato non sia compattato, presenti una permeabilità del suolo sufficiente e non sia sottoposto a ristagni permanenti. Un prato ben curato e non compattato su un terreno sabbioso-argilloso può raggiungere tassi di infiltrazione del tutto sufficienti per eventi piovosi normali.

Una variante tecnicamente più avanzata è il cosiddetto prato permeabile o pavimentazione con griglie per prato. In questo caso, una griglia per prato o un elemento a nido d’ape in calcestruzzo o plastica viene posato su una struttura di substrato permeabile. Le aperture vengono riempite con terra e prato. Questa forma costruttiva consente una moderata transitabilità, ad esempio per posti auto o accessi dei vigili del fuoco, e allo stesso tempo permette l’infiltrazione dell’acqua piovana. Il prato permeabile rappresenta quindi una soluzione ibrida tra superficie pavimentata e superficie permeabile, spesso impiegata nella progettazione degli spazi aperti per posti auto nelle zone residenziali, parcheggi presso le scuole o aree perimetrali di impianti sportivi.

I manti stradali legati con acqua e il prato ghiaioso rappresentano ulteriori varianti. Un manto stradale legato con acqua, costituito da una miscela minerale senza leganti, è completamente permeabile all’acqua se realizzato correttamente e su un sottofondo adeguato. Il prato ghiaioso, ovvero una miscela di ghiaia grossolana o pietrisco con erba seminata, offre elevati tassi di infiltrazione ed è al contempo calpestabile e percorribile. Entrambe le soluzioni presentano dei limiti: in caso di forte sollecitazione, manutenzione carente o materiale di base inadeguato, possono compattarsi e perdere la loro capacità di infiltrazione.

Per superfici più estese con un elevato fabbisogno di infiltrazione o in presenza di terreni a media permeabilità, l’infiltrazione superficiale viene spesso combinata con una conca poco profonda. La superficie viene leggermente incassata, in modo che l’acqua possa essere temporaneamente immagazzinata prima di infiltrarsi completamente. Questa forma intermedia rispetto all’infiltrazione a bacino aumenta notevolmente la capacità idraulica e consente la gestione di bacini idrografici più estesi. Nella pratica, i confini tra infiltrazione superficiale e in bacino sono fluidi; il fattore decisivo è la profondità di scavo, che nell’infiltrazione puramente superficiale rimane al di sotto dei dieci centimetri circa.

Progettazione, dimensionamento e basi normative

La progettazione di un sistema di infiltrazione superficiale inizia con l’analisi del sito. Oltre all’analisi del suolo per determinare il valore kf, occorre stabilire le dimensioni del bacino idrografico, la tipologia delle aree collegate e le caratteristiche dell’acqua piovana. In Germania, la norma DWA-A 138 costituisce la base normativa fondamentale per la progettazione, la costruzione e la gestione degli impianti di infiltrazione. Essa definisce i requisiti di dimensionamento, le distanze minime dagli edifici, dalle falde acquifere e dai confini delle proprietà, nonché i requisiti relativi alla qualità dell’acqua da convogliare.

Il dimensionamento idraulico di un sistema di infiltrazione superficiale avviene confrontando la capacità di infiltrazione della superficie con l’afflusso previsto dal bacino idrografico. È determinante l’evento piovoso di riferimento, che di norma corrisponde a un intervallo di ritorno di due anni, mentre per le aree sensibili può essere anche di cinque o dieci anni. La capacità di infiltrazione risulta dal valore kf, dalla superficie effettiva di infiltrazione e da un coefficiente di sicurezza che tiene conto delle incertezze nella misurazione del suolo e degli effetti dell’invecchiamento. Il foglio di lavoro raccomanda di dividere il valore kf misurato per un fattore pari a due ai fini del calcolo, al fine di garantire una progettazione prudente e sicura nel lungo periodo.

Oltre alla norma DWA-A 138, a seconda dello Stato federale sono rilevanti ulteriori normative. Molti Stati federali hanno pubblicato linee guida proprie sulla gestione delle acque piovane, che contengono requisiti specifici per gli impianti di infiltrazione. In alcuni Länder l’infiltrazione delle acque piovane è classificata dalla normativa sulle acque come utilizzo esente da autorizzazione, purché siano soddisfatti determinati requisiti. In altri Länder è necessaria un’autorizzazione o una notifica ai sensi della normativa sulle acque. I progettisti devono conoscere e tenere conto della legislazione idrica del rispettivo Land e delle relative disposizioni amministrative.

Un aspetto importante della progettazione è la qualità dell’acqua in afflusso. L’acqua piovana proveniente dai tetti è generalmente considerata a basso carico inquinante ed è, nella maggior parte dei casi, idonea all’infiltrazione superficiale. L’acqua proveniente da strade ad alto traffico, parcheggi o aree ad uso industriale può contenere quantità significative di metalli pesanti, idrocarburi, residui di pneumatici e altre sostanze inquinanti. La norma DWA-A 138 prevede una classificazione delle aree del bacino idrografico in base al loro grado di inquinamento e fornisce raccomandazioni su quali forme di infiltrazione siano adatte a quali classi di aree. Nel caso di aree fortemente inquinate, prima dell’infiltrazione è necessario un pretrattamento, ad esempio tramite separatori o substrati filtranti.

Integrazione nella progettazione degli spazi aperti e nelle infrastrutture blu-verdi

L’infiltrazione superficiale dispiega appieno i propri benefici quando non viene progettata come elemento tecnico isolato, ma come parte integrante degli spazi aperti. In pratica ciò significa che le aree di infiltrazione vengono progettate come spazi verdi, campi da gioco, impianti sportivi o aree verdi che svolgono contemporaneamente funzioni di drenaggio. Questo doppio utilizzo è interessante dal punto di vista urbanistico ed economico, poiché consente di risparmiare spazio e crea sinergie tra la progettazione degli spazi verdi e la gestione delle risorse idriche.

Nel contesto delle infrastrutture blu-verdi, ovvero l’interconnessione tra infrastrutture idriche e aree verdi nel tessuto urbano, l’infiltrazione superficiale è uno dei tanti elementi costitutivi. Essa integra i tetti verdi, che rallentano e riducono il deflusso, i bacini di ritenzione, che immagazzinano temporaneamente l’acqua, e i corsi d’acqua aperti, che fungono da bacini di scarico. Una rete blu-verde ben progettata combina questi elementi in modo tale che l’acqua piovana, nel suo percorso dal tetto al corso d’acqua, venga più volte rallentata, depurata e in parte infiltrata. L’infiltrazione superficiale svolge in questo contesto la funzione di ricarica decentralizzata delle falde acquifere e di alleggerimento della rete fognaria.

Per l’adattamento climatico nelle città, l’infiltrazione superficiale è importante anche per un altro motivo: l’acqua che si infiltra è a disposizione della vegetazione come acqua del suolo e consente il raffreddamento per evaporazione. Gli alberi e i prati che hanno accesso all’acqua piovana infiltrata sono notevolmente più resistenti nei periodi di siccità rispetto alle piante che crescono su terreni impermeabilizzati o fortemente compattati. L’infiltrazione superficiale non è quindi solo uno strumento di drenaggio, ma anche un contributo alla resilienza al calore del verde urbano.

Dal punto di vista urbanistico, l’infiltrazione superficiale presuppone la presenza di una superficie sufficiente non impermeabilizzata o poco pavimentata nel bacino idrografico. Nelle zone del centro città densamente edificate, spesso ciò non avviene. In questi casi sono necessarie soluzioni combinate: tetti verdi con funzione di ritenzione, sistemi di canali di infiltrazione sotto le aree di parcheggio o canali di infiltrazione sotto gli alberi, che consentono all’acqua piovana di infiltrarsi sotto le piante. L’infiltrazione superficiale in senso stretto è uno strumento realistico ed efficace soprattutto nelle zone periferiche, nelle aree di nuova costruzione, nelle zone industriali con ampie aree verdi e nella riorganizzazione dei cortili scolastici e dei quartieri residenziali.

Limiti, rischi ed errori tipici di progettazione

Nonostante i suoi vantaggi, l’infiltrazione superficiale presenta chiari limiti. La causa più frequente del malfunzionamento di un impianto di infiltrazione è il compattamento del suolo, che era già presente prima della costruzione oppure è stato causato dal traffico di cantiere e da un’esecuzione non a regola d’arte. I terreni compattati perdono i loro macropori, ovvero le grandi cavità attraverso le quali l’acqua defluisce rapidamente negli strati più profondi. Il valore kf può diminuire di diversi ordini di grandezza a causa della compattazione. Chi progetta un sistema di infiltrazione superficiale deve assicurarsi che l’area di infiltrazione sia protetta in modo rigoroso dal transito di veicoli e da sovraccarichi durante la fase di costruzione.

Un altro errore frequente è la sottovalutazione del bacino idrografico. Se in un secondo momento vengono collegate all’impianto di infiltrazione ulteriori superfici che originariamente non erano state prese in considerazione nel calcolo dimensionale, l’impianto può andare in sovraccarico idraulico. La presenza di acqua stagnante per diversi giorni dopo gli eventi piovosi è un indicatore di sovraccarico o di colmatazione. La colmatazione indica l’ostruzione della superficie del suolo da parte di particelle finissime, trasportate dall’acqua in afflusso, che occludono i pori dello strato superiore del suolo. Una manutenzione regolare, in particolare la rimozione dei sedimenti fini e l’allentamento della superficie, è quindi indispensabile per il funzionamento a lungo termine.

I rischi di contaminazione vengono talvolta sottovalutati nella pratica progettuale. Soprattutto nel caso di aree di infiltrazione che raccolgono l’acqua proveniente da parcheggi o strade, nel corso degli anni può verificarsi un accumulo di metalli pesanti e sostanze inquinanti organiche nella zona superficiale del suolo. È quindi opportuno effettuare analisi periodiche del suolo non solo in fase di progettazione, ma anche durante l’esercizio. La norma DWA-A 138 fornisce valori indicativi relativi al carico inquinante dell’acqua in afflusso, che non dovrebbero essere superati.

Infine, occorre tenere conto della posizione all’interno del bacino idrografico delle zone di tutela dell’acqua potabile. Nelle zone di tutela I e II, gli impianti di infiltrazione non sono generalmente ammessi o sono consentiti solo a condizioni molto rigorose. Nella zona di tutela III si applicano requisiti graduati. I progettisti devono conoscere le norme relative alle zone di protezione idrica e coordinarsi tempestivamente con le autorità competenti in materia di acque.

L’infiltrazione superficiale come elemento fondamentale di una gestione idrica resiliente

L’infiltrazione superficiale rappresenta un esempio emblematico di cambiamento di paradigma nella gestione idrica urbana: si passa dal rapido convogliamento delle acque piovane nella rete fognaria a una gestione decentralizzata nel luogo stesso in cui si formano. Questo cambiamento non è solo motivato da ragioni tecniche, ma è anche necessario dal punto di vista ecologico e urbanistico. Le città che puntano con coerenza sull’infiltrazione decentralizzata riducono il rischio di allagamenti in caso di piogge intense, alleggeriscono il carico sulle reti fognarie, favoriscono la ricarica delle falde acquifere e migliorano il clima urbano grazie a una maggiore evaporazione e a spazi verdi urbani vitali.

Per gli architetti paesaggisti e i progettisti di spazi aperti, l’infiltrazione superficiale offre la possibilità di integrare le funzioni di drenaggio negli spazi aperti in modo progettualmente sensato, senza dover ricorrere a strutture tecniche che impermeabilizzano o limitano le superfici. Un prato di infiltrazione ben progettato, un parcheggio permeabile con prato di infiltrazione o un cortile scolastico inerbito con gestione capillare delle acque piovane non rappresentano un compromesso tra funzionalità e design, ma esempi di come entrambi possano fondersi armoniosamente.

Il presupposto per un infiltrato superficiale funzionante a lungo termine è un’attenta analisi del sito, un dimensionamento conforme alle norme, un’esecuzione a regola d’arte senza compattazione del suolo e una manutenzione costante durante l’esercizio. Chi rispetta questi principi otterrà un impianto che funziona in modo affidabile per decenni, richiede poca manutenzione e fornisce un contributo misurabile alla resilienza del ciclo idrologico urbano. L’infiltrazione superficiale non è una panacea per tutti i problemi di drenaggio, ma laddove le condizioni del sito sono adeguate, rappresenta una delle soluzioni più efficaci, più vicine alla natura e più attraenti dal punto di vista progettuale che la gestione decentralizzata delle acque piovane possa offrire.

Spazi d’ombra nella pianificazione: perché alcuni quartieri vengono dimenticati

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Atmosfera di strada con pedoni in una città tedesca, scattata da Leo_Visions

Conoscete le zone d’ombra della vostra città? Quegli angoli poco appariscenti che mancano nelle brochure patinate, che appaiono come lacune sulle mappe e che spesso cadono semplicemente nella mente degli urbanisti? I quartieri dimenticati non sono una coincidenza, ma il risultato di processi complessi e sono la cartina di tornasole dello stato della nostra cultura urbanistica. È quindi giunto il momento di accendere i riflettori sulle zone d’ombra della pianificazione. Perché ciò che non funziona in queste zone è più importante della vitalità futura delle nostre città di qualsiasi quartiere in vetrina.

  • Definizione di zone d’ombra nella pianificazione urbana e loro cause
  • Meccanismi storici e attuali di dimenticanza di interi quartieri
  • Impatto sociale, economico e politico sui quartieri interessati
  • Il ruolo dei dati, della governance e della partecipazione nella visualizzazione degli spazi ombra
  • Fonti di errore nel processo di pianificazione: dalle lacune dei dati ai pregiudizi istituzionali
  • Approcci innovativi per identificare e integrare le aree urbane dimenticate
  • Esempi di buone pratiche da Germania, Austria e Svizzera
  • Raccomandazioni per i pianificatori, l’amministrazione e la politica per evitare le zone d’ombra

Cosa sono le zone d’ombra nella pianificazione? Uno sguardo dietro le quinte dei punti ciechi urbani

Ogni città li ha, ma quasi nessuno ne parla apertamente: Gli spazi d’ombra sono quei quartieri che rimangono sistematicamente sottoesposti nei processi di pianificazione. Non si tratta semplicemente di „quartieri problematici“, ma piuttosto di aree urbane sfocate che nascono da un mix di mancanza di dati, disinteresse politico, debolezza economica e spesso semplice inerzia istituzionale. Il risultato: quartieri che falliscono regolarmente nella percezione pubblica, nei piani di sviluppo strategico e nell’assegnazione delle risorse. Ma come è possibile che ciò accada?

Le cause sono diverse e profondamente radicate. Un fattore importante è la percezione selettiva nel processo di pianificazione stesso: Chi concentra le proprie analisi, la partecipazione pubblica e i concetti di sviluppo principalmente sugli attori più rumorosi, sui problemi più visibili o sulle aree politicamente più attraenti, inevitabilmente ignora altre aree. Si tende inoltre a dare priorità a progetti faro a breve termine, mentre vengono messi in secondo piano compiti lunghi e complessi in quartieri presumibilmente „meno importanti“.

Anche la disponibilità e la qualità dei dati gioca un ruolo fondamentale. In assenza di dati sociali aggiornati, di mappe precise o di informazioni in tempo reale su traffico, clima o infrastrutture, i quartieri diventano digitalmente invisibili. Soprattutto nell’era dei modelli di città digitali e dei gemelli digitali urbani, questo non è più solo un problema tecnico, ma democratico: coloro che mancano dai dati vengono trascurati nel processo di pianificazione – un circolo vizioso che continua ad ogni nuovo ciclo di pianificazione.

Le zone d’ombra non comprendono solo le tradizionali località periferiche o gli insediamenti remoti. Anche i quartieri vicini ai centri urbani, gli ex siti industriali o le aree residenziali monofunzionali possono scivolare nell’oscurità se le priorità sociali, economiche o politiche cambiano. Le aree ad alta fluttuazione, a bassa coesione sociale o con una struttura proprietaria frammentata sono particolarmente a rischio – semplicemente cadono in una griglia che enfatizza la stabilità e la continuità.

Infine, anche i meccanismi istituzionali contribuiscono all’emergere di zone d’ombra. Se le autorità di pianificazione, le associazioni edilizie, le organizzazioni sociali e i politici non comunicano tra loro, le responsabilità diventano poco chiare, le sinergie vengono sprecate e i quartieri problematici diventano cantieri permanenti. Lo spazio ombra è quindi raramente il risultato di una singola omissione: è il prodotto di un’interazione a più livelli, spesso inconsapevole, di routine, pressione sulle risorse, filtri percettivi e convenienza politica.

Quartieri dimenticati: Continuità storiche e dinamiche attuali

Il fenomeno dei quartieri dimenticati non può essere semplicemente liquidato come il risultato di moderni errori di pianificazione. Già nella Gründerzeit, la rapida crescita, la speculazione e l’emarginazione sociale hanno dato origine a zone urbane che sono state messe in ombra fin dall’inizio. Quartieri popolari in periferia, insediamenti informali senza infrastrutture, aree a uso misto mai integrate nella struttura urbana: sono tutti precursori storici di quelle che oggi chiamiamo zone d’ombra.

Nel dopoguerra, la tendenza a trascurare alcuni quartieri è stata rafforzata dalla pianificazione urbanistica funzionale. I grandi complessi residenziali, le aree industriali monofunzionali e i progetti infrastrutturali orientati all’uso dell’automobile hanno fatto sì che interi quartieri venissero esclusi dal flusso di sviluppo. Le conseguenze sono visibili ancora oggi: mancanza di servizi locali, scarsi collegamenti, basso mix sociale e un problema di immagine che persiste da decenni.

Con la svolta neoliberista degli anni ’80 e ’90, la polarizzazione si è ulteriormente aggravata. Gli investimenti si sono concentrati nei centri cittadini, mentre le aree periferiche o socialmente svantaggiate sono rimaste più indietro. La privatizzazione e la deregolamentazione hanno fatto sì che molte autorità locali perdessero il controllo, creando un terreno fertile per nuove zone d’ombra, spesso riconosciute come tali solo a posteriori.

Oggi sono le nuove dinamiche ad alimentare la nascita e la persistenza degli spazi ombra. Migrazioni, cambiamenti demografici, digitalizzazione e cambiamenti climatici stanno modificando le esigenze dei quartieri urbani e dei loro residenti. Quartieri che vent’anni fa erano considerati stabili possono improvvisamente diventare marginali a causa di un mix di invecchiamento, cambiamenti strutturali economici e segregazione sociale. Al contrario, la gentrificazione o l’eccessivo sfruttamento turistico possono creare nuove aree problematiche che rimangono a lungo invisibili nelle analisi tradizionali.

La questione di come vengono identificate le zone d’ombra oggi è interessante. Mentre in passato ci si concentrava soprattutto sulla valutazione statistica della disoccupazione, degli affitti o dei tassi di criminalità, gli urbanisti moderni utilizzano sempre più spesso metodi digitali: dati satellitari, analisi della mobilità, reti sociali e progetti di mappatura partecipativa rendono visibile l’invisibile. Ma anche in questo caso, coloro che non sono registrati nel sistema rimangono un’ombra – e quindi mostrano i limiti della pianificazione guidata dai dati.

Le conseguenze dell’oblio: effetti sulla società, sull’economia e sullo sviluppo urbano

L’esistenza di spazi ombra non è un problema marginale, ma un serio ostacolo allo sviluppo urbano sostenibile e inclusivo. A livello sociale, essi determinano il radicamento delle disuguaglianze sociali. I bambini che crescono in quartieri dimenticati hanno minori opportunità di istruzione, un accesso limitato alle attività ricreative e culturali e sono più frequentemente esposti a rischi per la salute. Il risultato è un ciclo di svantaggio difficile da spezzare.

Le zone d’ombra sono problematiche anche dal punto di vista economico. Disincentivano gli investitori, comportano una perdita di valore degli immobili e gravano in modo sproporzionato sui bilanci comunali a causa della necessità di servizi sociali, misure infrastrutturali e interventi in caso di crisi. Allo stesso tempo, le potenzialità – ad esempio per gli insediamenti commerciali, le forme innovative di edilizia abitativa o i concetti di mobilità sostenibile – rimangono inutilizzate perché i quartieri non sono semplicemente sul radar dei decisori.

In termini di politica di sviluppo urbano, le zone d’ombra agiscono come „punti ciechi“ nel tessuto urbano. Interrompono la continuità delle connessioni verdi, degli assi di mobilità e delle infrastrutture sociali. La loro esistenza vanifica gli obiettivi di adattamento al clima, efficienza spaziale e resilienza, perché spesso non sono ristrutturate per l’efficienza energetica, collegate al trasporto pubblico o integrate nelle strategie di protezione del clima. Il sogno di una città compatta, a uso misto e resiliente al clima rimane quindi irrealizzabile.

C’è anche una dimensione politica: le zone d’ombra sono un terreno fertile per il disincanto nei confronti della politica. Chi si sente abbandonato per anni o addirittura per decenni perde fiducia nelle istituzioni, con conseguenze sull’affluenza alle urne, sull’accettazione dei progetti di sviluppo e sulla coesione sociale nel suo complesso. Non è raro che questi quartieri diventino terreno di sperimentazione per movimenti populisti che rispondono a problemi complessi con soluzioni semplici.

In definitiva, le zone d’ombra sono anche un rischio per la pianificazione stessa. Simboleggiano i limiti dei metodi e dei modi di pensare tradizionali. Quando gli strumenti di pianificazione come i piani di sviluppo, i programmi di finanziamento o le procedure di partecipazione falliscono, cresce la sfiducia nella disciplina. I pianificatori che ignorano questi deficit rischiano la legittimità delle loro azioni e, in ultima analisi, la sostenibilità futura dello sviluppo urbano nel suo complesso.

Ricerca delle cause: come i dati, le strutture e le routine creano gli spazi d’ombra

Se si vogliono comprendere le zone d’ombra della pianificazione, è necessario andare sistematicamente a fondo delle cause. Un fattore spesso sottovalutato è la qualità e la granularità dei dati disponibili. Molti quartieri sono registrati nelle statistiche come unità omogenee, anche se sono molto differenziati al loro interno. Questo è particolarmente problematico quando si aggiornano le analisi di area sociale che si basano su dati obsoleti o troppo grossolani. In questo caso, l’invisibilità deriva dall’aggregazione.

Un altro problema risiede nelle routine istituzionali. I processi di pianificazione sono spesso strutturati in modo tale da favorire determinate aree o quartieri. Ciò inizia con la selezione dei progetti pilota, prosegue con la definizione delle priorità delle aree di riqualificazione e termina con l’assegnazione dei finanziamenti. Chi non è stato „sul radar“ negli ultimi decenni ha difficoltà a farsi notare – un classico effetto di dipendenza dal percorso.

Anche le strutture di governance contribuiscono all’emergere delle zone d’ombra. In molti comuni esiste una forte frammentazione delle responsabilità. Sviluppo urbano, affari sociali, trasporti, ambiente e sviluppo economico lavorano fianco a fianco senza un coordinamento sistematico – la famosa „mentalità a silos“. Soprattutto in quartieri complessi e con problemi multipli, molte potenzialità vanno perdute.

L’influenza della partecipazione e del coinvolgimento dei cittadini non deve essere sottovalutata. In teoria, questi strumenti sono concepiti per evitare „punti ciechi“. In pratica, però, spesso vengono coinvolti solo i gruppi più impegnati, dotati di maggiori risorse o più rumorosi. Chi non ha una lobby, non è ben collegato in rete o deve superare barriere linguistiche viene escluso. Di conseguenza, i processi di partecipazione spesso riproducono le asimmetrie di potere esistenti e consolidano ulteriormente gli spazi ombra.

Infine, c’è un pregiudizio culturale: molti pianificatori e decisori sono influenzati da certe immagini di „buone città“ – quartieri misti nella Gründerzeit, centri vivaci, progetti innovativi di nuova costruzione. Tutto ciò che non corrisponde a questo ideale viene rapidamente classificato come „difficile“ o „poco attraente“. Di conseguenza, manca la creatività per sviluppare prospettive sostenibili anche per i quartieri più ingombranti, complessi o semplicemente insignificanti.

Uscire dall’ombra: Approcci innovativi e cultura della pianificazione sostenibile

La buona notizia è che gli spazi in ombra non sono un destino, ma possono essere modellati – a patto che ci sia la volontà di cambiare. Un approccio promettente è l’uso sistematico di piattaforme di dati urbani e di modelli di città digitali. Integrando un’ampia varietà di fonti di dati – dai flussi di mobilità, ai consumi energetici, ai dati climatici – è possibile rendere visibili anche quartieri precedentemente trascurati. È importante che i dati non siano solo raccolti, ma anche elaborati in modo comprensibile per tutte le parti interessate.

Un’altra ricetta per il successo è la promozione mirata della gestione dei quartieri e delle strutture di governance cooperativa. Quando l’amministrazione, la società civile e l’economia locale si assumono una responsabilità comune, le zone d’ombra vengono riconosciute e affrontate più rapidamente. Gli esempi di buone pratiche di città come Vienna, Zurigo e Dortmund dimostrano che lo sviluppo urbano partecipativo non solo aumenta l’accettazione, ma produce anche soluzioni innovative, dai centri di quartiere autogestiti alle aree urbane sperimentali.

Anche gli strumenti tradizionali, come il piano d’azione integrato o la città socialmente integrata, possono aiutare a superare le zone d’ombra, a condizione che siano coerentemente adattati alle specifiche esigenze locali e sostenuti da risorse sufficienti. È fondamentale avviare un dialogo con i residenti in una fase precoce e su base continuativa, piuttosto che reagire solo in caso di crisi. In questo caso sono necessarie creatività, empatia e una dose di coraggio.

L’integrazione degli spazi d’ombra nella strategia di adattamento al clima offre un’ulteriore opportunità. Misure come l’impermeabilizzazione, l’inverdimento o l’efficienza energetica possono spesso essere attuate in modo particolarmente efficace nei quartieri vulnerabili, a condizione che si tenga conto delle condizioni specifiche e che le misure siano sviluppate insieme agli stakeholder locali. Questo trasforma il presunto problema in una risorsa per l’intera città.

Infine, è essenziale un cambiamento culturale nella pianificazione. Se si vogliono evitare le zone d’ombra, bisogna essere pronti a mettere in discussione le routine, a cercare i punti ciechi e a impegnarsi in nuove forme di analisi e partecipazione. Ciò include anche l’ammissione degli errori, l’apprendimento da essi e la comunicazione aperta dei successi e dei fallimenti. Solo così si può creare una cultura della pianificazione che tenga davvero conto di tutte le parti della città e che garantisca la sostenibilità degli spazi urbani a lungo termine.

Conclusione: gli spazi d’ombra sono pietre miliari della pianificazione e opportunità per la città di domani.

I quartieri dimenticati non sono solo fenomeni marginali, ma espressione delle sfide fondamentali che la pianificazione urbana deve affrontare oggi. Rivelano dove dati, strutture e routine stanno raggiungendo i loro limiti e richiedono un ripensamento della pianificazione. Chi riconosce e affronta attivamente gli spazi ombra può non solo promuovere la giustizia sociale e la stabilità economica, ma anche rafforzare la forza innovativa e la resilienza della città nel suo complesso.

Gli strumenti necessari sono disponibili: gemelli digitali, piattaforme di dati urbani, governance collaborativa e formati partecipativi aprono nuove opportunità per rendere visibile l’invisibile e sostenibile il trascurato. È fondamentale che vengano utilizzati in modo coerente e combinati con una cultura della pianificazione aperta e improntata all’apprendimento, al di là dei progetti faro e delle mode a breve termine.

Gli spazi d’ombra sono in definitiva pietre di paragone per la qualità e la credibilità della pianificazione urbana. Mostrano se è possibile andare oltre le routine e i pregiudizi consolidati per creare uno sviluppo urbano inclusivo, equo e orientato al futuro. Chi supera questa prova non si limiterà a integrare i dimenticati, ma plasmerà attivamente la città del futuro – per tutti, non solo per coloro che sono già sotto i riflettori.

Utilizzo dell’acqua piovana negli spazi pubblici – potenzialità, esempi, tecnologia

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Strada piovosa con riflessi luminosi delle luci delle auto sull'asfalto bagnato.
Potenziale e tecnologia per città resilienti al clima. Foto di Ayumi Kubo su Unsplash.

L’acqua piovana è un tesoro sottovalutato negli spazi pubblici. Chiunque ripensi la città oggi non può ignorare la questione dell’utilizzo dell’acqua piovana: essa contribuirà a determinare il grado di resilienza climatica, vivibilità e sostenibilità delle nostre città di domani. Ma cosa è tecnicamente possibile, quali sono gli esempi di buone pratiche e come la gestione dell’acqua piovana può diventare una vera opportunità per gli spazi urbani? È giunto il momento di approfondire l’argomento con la necessaria competenza e con un occhio di riguardo.

  • L’utilizzo dell’acqua piovana come chiave per città adatte al clima: opportunità, sfide e potenzialità.
  • Quadro giuridico e di pianificazione: Perché l’acqua piovana è più importante che mai.
  • Soluzioni tecniche: Dai tetti di ritenzione ai bacini di infiltrazione intelligenti: innovazioni attuali e sistemi collaudati.
  • Progetti esemplari da Germania, Austria e Svizzera che definiscono gli standard per uno sviluppo urbano sostenibile.
  • L’importanza della gestione dell’acqua piovana per la biodiversità, il clima urbano, la qualità della vita e il risparmio economico.
  • Pianificazione urbana tra impermeabilizzazione e principio della città spugna: come l’acqua piovana viene considerata una risorsa.
  • Partecipazione, manutenzione e gestione: perché le soluzioni tecniche hanno successo solo con una gestione strategica.
  • Rischi, errori di valutazione e gestione delle condizioni meteorologiche estreme: cosa devono sapere i professionisti.
  • Prospettive per il futuro: Digitalizzazione, monitoraggio e nuovi approcci alla gestione dell’acqua piovana.

L’utilizzo dell’acqua piovana negli spazi pubblici: perché l’argomento è (finalmente) sul tavolo di discussione

Sembra quasi troppo semplice per essere vero: la pioggia cade dal cielo gratuitamente, eppure le città hanno lottato per decenni con la questione di come utilizzare quest’acqua in modo sensato. La visione dell’acqua piovana è cambiata radicalmente. Per molto tempo è stata considerata semplicemente un prodotto di scarto che doveva essere scaricato nella rete fognaria nel modo più rapido ed efficiente possibile. Oggi è chiaro che coloro che considerano l’acqua piovana come una risorsa stanno gettando le basi per città resistenti al clima e, nel contempo, risparmiano denaro.

Le ragioni sono molteplici e più che mai attuali. Il cambiamento climatico non comporta solo periodi più lunghi di siccità e calore, ma anche eventi di pioggia intensa che spingono le nostre infrastrutture al limite. Le superfici impermeabilizzate impediscono all’acqua di infiltrarsi nel terreno e di alimentare le falde acquifere. Allo stesso tempo, i costi del trattamento delle acque e dello smaltimento delle acque reflue aumentano. A ciò si aggiunge la consapevolezza che l’acqua negli spazi urbani svolge un ruolo non solo tecnico, ma anche sociale ed estetico. Le piazze pubbliche, i parchi e gli spazi stradali acquistano un valore aggiunto quando l’acqua piovana viene integrata in modo visibile e tangibile.

Il cambiamento di paradigma si riflette anche nel quadro politico e giuridico. I nuovi regolamenti edilizi richiedono una gestione decentralizzata dell’acqua piovana, i programmi di finanziamento comunali sostengono approcci innovativi e la pianificazione urbana sta scoprendo il principio della città spugna. L’obiettivo: invece di vedere l’acqua piovana come un problema, la si riconosce come un potenziale – per il raffreddamento, l’irrigazione, l’evaporazione e la biodiversità. Chiunque progetti spazi pubblici oggi deve pensare all’acqua piovana, altrimenti sta progettando senza realtà.

Ma qual è lo stato attuale delle cose? Nelle città tedesche, austriache e svizzere esistono già numerosi approcci che dimostrano come l’utilizzo dell’acqua piovana possa avere successo negli spazi pubblici. La gamma spazia dai classici sistemi a trincea e tetti verdi a soluzioni high-tech con sensori e controlli automatici. I fattori decisivi sono sempre l’integrazione nel contesto urbanistico, il coordinamento con gli interessi degli utenti e la manutenzione a lungo termine. Per quanto elegante possa essere la tecnologia, senza un concetto operativo rimane una tigre di carta.

Quella che a prima vista sembra una sfida puramente tecnica è in realtà un compito trasversale. L’utilizzo dell’acqua piovana è sviluppo urbano, architettura del paesaggio, gestione delle acque e adattamento al clima. Richiede una cooperazione interdisciplinare, soluzioni creative e il coraggio di aprire nuove strade. Chi lo abbraccia sarà premiato con spazi pubblici sostenibili, vivibili e a prova di futuro.

Per dirla in modo un po‘ provocatorio: Chi nel 2024 si affiderà ancora esclusivamente al classico sistema di drenaggio, non avrà capito che i tempi stanno cambiando. La città di domani è una città che non solo ha l’acqua piovana sotto controllo, ma è anche al centro della sua progettazione. È proprio questo che rende il tema così appassionante e rilevante per tutti coloro che hanno responsabilità nella pianificazione, progettazione o gestione degli spazi urbani.

Tecnologia alla prova: sistemi, innovazioni e sfide dell’utilizzo dell’acqua piovana

La gamma tecnica dell’utilizzo dell’acqua piovana negli spazi pubblici è impressionante e continua a crescere. In fondo, si tratta sempre degli stessi obiettivi: Stoccaggio, utilizzo, infiltrazione ed evaporazione dell’acqua piovana direttamente nel luogo in cui si trova. Ma come funziona in pratica e quali sono i sistemi che hanno avuto successo?

Uno dei metodi più antichi e conosciuti è il sistema a trincea. In questo caso, l’acqua piovana viene convogliata dalle superfici impermeabilizzate in trogoli erbosi, dove si infiltra lentamente nel terreno o viene temporaneamente immagazzinata nelle trincee sottostanti. Questo principio è particolarmente adatto per le strade, i parcheggi e gli spazi pubblici, ovvero per tutti i luoghi in cui si accumulano grandi quantità di acqua piovana e il drenaggio rapido può essere problematico. Il grande vantaggio: oltre ad alleggerire il carico della rete fognaria, si migliora anche il microclima e si favorisce l’evaporazione.

Un altro strumento collaudato è rappresentato dai tetti di ritenzione, che immagazzinano l’acqua piovana sulla superficie del tetto e la rilasciano con un certo ritardo. Soprattutto nei centri urbani densamente edificati, offrono l’opportunità di utilizzare le aree in più modi: come oasi verdi, hotspot di biodiversità e serbatoi d’acqua allo stesso tempo. I sistemi moderni sono ormai così sofisticati che possono essere installati anche in un secondo momento su edifici esistenti e possono essere ampliati con sensori per creare paesaggi pensili intelligenti. Questo dimostra come l’innovazione tecnica possa migliorare le strutture urbane tradizionali.

Tuttavia, lo sviluppo tecnico va ben oltre questi classici. I cosiddetti sistemi intelligenti di gestione dell’acqua piovana utilizzano sensori e controlli digitali per registrare le precipitazioni, regolare automaticamente il livello dell’acqua nei bacini o nelle cisterne e persino creare previsioni per le condizioni meteorologiche estreme. In un parco, ad esempio, è possibile collegare tra loro l’irrigazione delle aree piantumate, il controllo dei pozzi e il drenaggio dell’acqua in eccesso. Il risultato: maggiore efficienza delle risorse, minore manutenzione e migliore adattamento alle mutevoli condizioni meteorologiche.

Tuttavia, ogni soluzione tecnica si basa sulla sua integrazione nel contesto urbano. Le condizioni del terreno, la pendenza, le infrastrutture esistenti e, non da ultimo, i requisiti di utilizzo dello spazio pubblico determinano quali sistemi siano sensati ed economici. A ciò si aggiungono sfide come intasamenti, sporcizia o gelo, che possono rendere più difficile il funzionamento. Un concetto di cura e manutenzione ben congegnato è quindi essenziale. Chi progetta la gestione dell’acqua piovana deve sempre pensare al funzionamento, altrimenti l’innovazione si trasforma rapidamente in frustrazione.

Un altro aspetto spesso sottovalutato è la qualità dell’acqua piovana raccolta. Soprattutto nelle città con alti livelli di inquinamento atmosferico o con un uso intensivo degli spazi pubblici, le sostanze inquinanti possono entrare nell’acqua. I sistemi di filtraggio, la pulizia regolare e il monitoraggio sono quindi importanti quanto la scelta dei materiali adatti. Anche l’utilizzo dell’acqua immagazzinata, ad esempio per l’irrigazione, le fontane o gli scarichi dei bagni, influisce sui requisiti della tecnologia. Questo dimostra quanto sia varia e sofisticata la gestione contemporanea dell’acqua piovana.

Le migliori pratiche dei Paesi di lingua tedesca: ispirazione per uno sviluppo urbano sostenibile

Chiunque cerchi esempi di successo nell’utilizzo dell’acqua piovana negli spazi pubblici li troverà rapidamente nei Paesi di lingua tedesca. Molte città e comuni hanno riconosciuto il grande potenziale e stanno definendo standard che attirano l’attenzione ben oltre i confini nazionali. La gamma spazia da concetti di città spugna su larga scala a piccoli ma raffinati progetti pilota con carattere di modello.

Un esempio lampante è la città di Berlino con il suo ambizioso programma di gestione delle acque piovane. Per anni, le aree sono state sistematicamente disincrostate, sono stati promossi i tetti verdi e gli spazi pubblici sono stati riprogettati come aree di stoccaggio ed evaporazione. Il progetto „Berlin Rainwater Agency“ coordina le attività e garantisce che l’utilizzo dell’acqua piovana sia parte integrante dello sviluppo urbano. Particolarmente suggestivo è il parco di Gleisdreieck, dove l’acqua piovana viene raccolta in vasche e laghetti, utilizzata per l’irrigazione e utilizzata come elemento di design visibile.

Anche Vienna punta su approcci innovativi. Nel nuovo quartiere di Seestadt Aspern, la gestione dell’acqua piovana è stata considerata parte integrante della progettazione fin dall’inizio. Strade verdi, aree di infiltrazione e corsi d’acqua aperti assicurano che l’acqua piovana non venga solo convogliata, ma anche resa viva. Il risultato: un microclima notevolmente migliorato, una migliore qualità della vita e un aumento della biodiversità. Allo stesso tempo, si riducono i costi di drenaggio e si minimizza il rischio di inondazioni.

A Zurigo, il progetto „Sihlcity“ dimostra come la gestione dell’acqua piovana possa avere successo anche negli spazi più piccoli. L’ex sito industriale è stato trasformato in un quartiere urbano con un centro commerciale, uffici e spazi aperti. Il fulcro è un ingegnoso sistema di tetti di ritenzione, serbatoi sotterranei e aree d’acqua aperte. L’acqua piovana viene raccolta, purificata e utilizzata per irrigare le strutture esterne. Allo stesso tempo, si evitano gli allagamenti in caso di forti piogge e si riduce l’accumulo di calore nei mesi estivi.

Anche le città e i comuni più piccoli stanno definendo degli standard. A Osnabrück è stato sviluppato un quartiere modello in cui tutte le aree pubbliche sono progettate secondo il principio della città spugna. Ruscelli, trincee, canali di drenaggio e tetti verdi formano un sistema a rete che raccoglie l’acqua piovana, la immagazzina e la rilascia lentamente nell’ambiente. In questo modo la città risparmia i costi di smaltimento delle acque reflue e migliora la qualità della vita.

Questi esempi dimostrano che: L’utilizzo dell’acqua piovana non è un lusso tecnico, ma un reale vantaggio per lo sviluppo urbano. Migliora il clima urbano, promuove la biodiversità, fa risparmiare sui costi e rende più attraenti gli spazi pubblici. Il fattore decisivo è sempre la pianificazione olistica, l’interazione tra tecnologia, progettazione e gestione e il coraggio di aprire nuove strade. Chi segue questo approccio sarà premiato con città che rimarranno vivibili e resilienti anche in futuro.

Pianificazione urbana in transizione: l’acqua piovana come motore di innovazione e resilienza

La gestione dell’acqua piovana è diventata da tempo una cartina di tornasole per la pianificazione urbana sostenibile. Mentre un tempo erano gli ingegneri e gli esperti di gestione delle acque a dominare il campo, è ormai chiaro che senza una cooperazione interdisciplinare il potenziale rimarrà inutilizzato. Paesaggisti, urbanisti, architetti, tecnici e politici locali devono lavorare insieme per trovare soluzioni, coinvolgendo anche utenti, residenti e autorità locali.

Un principio centrale caratterizza lo sviluppo attuale: la città spugna. Si tratta di immagazzinare in loco quanta più acqua piovana possibile, utilizzarla e lasciarla evaporare, invece di scaricarla semplicemente. Ciò richiede un ripensamento della pianificazione territoriale: si riducono le superfici impermeabilizzate, si creano spazi verdi e aree acquatiche e si combinano sistemi tecnici con elementi naturali. L’obiettivo: città che convivono con l’acqua invece di lottare contro di essa.

Ma l’innovazione non si limita alla tecnologia. Richiede una nuova cultura della pianificazione. La partecipazione, la trasparenza e la comunicazione stanno diventando sempre più importanti per creare accettazione e far sì che i progetti abbiano successo a lungo termine. Coloro che rendono l’acqua piovana visibile, tangibile e comprensibile conquistano le persone all’idea e fanno in modo che diventi una cosa ovvia. Gli spazi pubblici diventano così centri di apprendimento per la sostenibilità, la resilienza e la comunità.

Allo stesso tempo, le città devono affrontare nuove sfide: Il cambiamento climatico porta con sé estremi meteorologici imprevedibili che spingono i sistemi tecnici ai loro limiti. Piogge intense, caldo, siccità: tutto questo richiede soluzioni flessibili e adattabili. Strumenti digitali, sistemi di monitoraggio e sistemi di controllo intelligenti possono aiutare a minimizzare i rischi e a sfruttare le opportunità. Ma non possono sostituire una comprensione fondamentale dell’acqua come parte del paesaggio urbano.

Chi progetta le città oggi deve vedere l’acqua piovana come un’opportunità, non come un problema. Ciò richiede coraggio, creatività e la volontà di aprire nuove strade, anche di fronte alle resistenze. La ricompensa: città non solo resilienti, ma anche più vivibili, più verdi e più attraenti. E soprattutto, l’acqua piovana è e rimarrà una risorsa che appartiene a tutti noi, se la usiamo con saggezza.

Il futuro della pianificazione urbana è consapevole dell’acqua, resiliente e cooperativo. L’utilizzo dell’acqua piovana negli spazi pubblici non è la ciliegina sulla torta, ma la base. Chi lo capisce ha già vinto.

Guardare avanti: digitalizzazione, monitoraggio e la prossima generazione di gestione delle acque piovane

La digitalizzazione non si ferma alla gestione dell’acqua piovana. Sempre più città utilizzano sensori, sistemi di controllo intelligenti e piattaforme digitali per gestire l’acqua piovana in modo efficiente. L’obiettivo è identificare i rischi in una fase precoce, far funzionare i sistemi in modo ottimale e ridurre al minimo l’uso delle risorse. Ma cosa significa in pratica e dove sono i limiti?

I moderni sistemi di monitoraggio registrano le precipitazioni, i livelli dell’acqua nei bacini o nelle cisterne, i livelli di inquinamento e molto altro. I dati vengono raccolti a livello centrale, analizzati e utilizzati a scopo di controllo. In caso di forti precipitazioni, ad esempio, è possibile decidere automaticamente quali riserve di stoccaggio utilizzare e quali aree privilegiare. Anche la manutenzione è facilitata: i sensori segnalano ostruzioni, difetti o valori insoliti, consentendo interventi mirati anziché controlli di routine su tutto il territorio.

Le piattaforme digitali offrono anche la possibilità di integrare la gestione dell’acqua piovana nella pianificazione urbana. I modelli di simulazione mostrano come i cambiamenti strutturali influiscono sul sistema idrico e aiutano a sviluppare scenari per il futuro. Chiunque stia progettando nuove aree di sviluppo, strade o parchi può esaminare in anticipo diverse opzioni e scegliere la soluzione migliore. Ciò consente di risparmiare tempo, denaro e nervi e di rendere la pianificazione più trasparente e comprensibile.

Ma la digitalizzazione non è fine a se stessa. Funziona solo se i sistemi tecnici sono robusti, sicuri e di facile manutenzione. La protezione e la sicurezza dei dati e l’affidabilità della tecnologia sono sfide fondamentali. C’è anche la questione di come le soluzioni digitali possano essere integrate nelle infrastrutture esistenti e di come possano davvero semplificare le operazioni invece di creare nuova complessità. Ciò richiede progettisti e operatori esperti che tengano d’occhio in egual misura la tecnologia, il funzionamento e gli interessi degli utenti.

La prossima generazione di gestione delle acque piovane sarà ibrida: le innovazioni tecniche saranno combinate con soluzioni basate sulla natura, gli strumenti digitali con l’esperienza umana. I progetti di successo nascono quando tutte le discipline lavorano insieme e quando pensare fuori dagli schemi diventa il principio guida. Chi si concentra sulla qualità, sulla sostenibilità e sulla partecipazione sarà in grado di vincere le sfide del futuro. Perché una cosa è certa: il valore dell’acqua piovana negli spazi pubblici continuerà a crescere, e con esso le esigenze di pianificazione, tecnologia e gestione.

Il percorso è chiaro: il futuro appartiene alle città che comprendono l’acqua piovana come risorsa, utilizzano le innovazioni tecniche e portano con sé le persone. Chi oggi adotta un approccio olistico alla gestione dell’acqua piovana progetterà la città di domani – resiliente, vivibile e sostenibile.

Conclusione: l’utilizzo dell’acqua piovana – da optional a obbligo nella pianificazione urbana

L’utilizzo dell’acqua piovana negli spazi pubblici è da tempo più che una tendenza: è diventato un compito obbligatorio per tutti coloro che vogliono rendere le città resilienti al clima, verdi e più vivibili. Oggi la tecnologia offre un’impressionante gamma di soluzioni, dai classici sistemi di infiltrazione ai sistemi di controllo digitale altamente innovativi. Tuttavia, l’integrazione nel contesto urbano, la pianificazione olistica e il coraggio di aprire nuove strade restano fondamentali.

I migliori esempi provenienti da Germania, Austria e Svizzera mostrano come la gestione delle acque piovane possa diventare una forza trainante per l’innovazione, la sostenibilità e la qualità della vita. Dimostrano che tecnologia e progettazione, gestione e manutenzione, partecipazione e comunicazione devono andare di pari passo. Solo così si possono creare spazi pubblici in grado di affrontare le sfide del cambiamento climatico.

Chiunque riconosca l’acqua piovana come risorsa ottiene molteplici benefici: per il clima urbano, la biodiversità, il bilancio dei costi e il benessere delle persone. La digitalizzazione apre nuove opportunità, ma porta anche nuove sfide. È fondamentale che la tecnologia non rimanga fine a se stessa, ma crei un reale valore aggiunto per la città.

In definitiva, l’utilizzo dell’acqua piovana negli spazi pubblici è un ottimo esempio della città di domani: connessa, resiliente, verde e vivibile. Impostare la giusta rotta oggi garantirà il futuro e trasformerà l’acqua piovana da un problema a un’opportunità. E questo non è solo un dettaglio tecnico: è il nuovo DNA del paesaggio urbano.

Vivere in un borgo

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La Val Badia, nel cuore delle Dolomiti, è caratterizzata da numerose frazioni, piccoli gruppi di masi che formano un insediamento compatto. Ogni maso è composto da due edifici, quello abitativo e quello agricolo. Queste frazioni, chiamate „Viles“, sono state l’ispirazione per un edificio residenziale progettato dallo studio Pedevilla Architects in Alto Adige.

L’insieme di edifici „Pliscia 13“ si trova a 1.200 metri di altitudine in una frazione di Enneberg. I due edifici, simili e sfalsati, si inseriscono nel pendio e corrispondono al tipo di fattoria a coppie locale. Gli ornamenti regionali e gli elementi caratteristici come il tetto a capanna, la loggia e la facciata in legno sono incorporati, ma interpretati in modo indipendente. Non solo la tipologia dell’edificio fa riferimento all’ambiente circostante, ma anche i materiali utilizzati provengono dalla regione: il calcestruzzo a vista è fatto di roccia dolomitica e i pannelli verticali del „guscio di legno“ sono in legno di larice. Dietro questo rivestimento scuro – un riferimento alle facciate in legno degli antichi edifici in cui sorge l’edificio residenziale – si celano interni luminosi. Pavimenti, porte, finestre e mobili sono realizzati in pino cembro non trattato e piallato a mano e, in combinazione con il cemento a vista delle pareti, dei soffitti e di alcune parti dei pavimenti, mirano a creare un’atmosfera purista ma accogliente. Gli elementi rustici dell’arredamento si alternano a quelli minimalisti, come le librerie dalla struttura ariosa e lamellare. Grandi finestre aprono gli spazi interni e offrono una vista sul paesaggio montano.

La fonte d’acqua propria, l’energia geotermica, l’utilizzo passivo dell’energia solare e un impianto fotovoltaico integrato nel tetto rendono l’edificio autosufficiente dal punto di vista energetico. Grazie alle aperture delle finestre posizionate con precisione, non sono necessari elementi di ombreggiamento. Anche in inverno, la luce solare riduce i costi di riscaldamento. In estate, la posizione elevata del sole e la costruzione solida garantiscono alla casa una temperatura ambiente costante. Uno degli edifici è affittato come casa per le vacanze.


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„Questa sarà la fine!“. – Posta da Berlino (5)

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Andi Maierhofer sta lavorando al suo terzo concorso a léonwohlhage. Presentato solo di recente: Il programma spaziale per la scuola elementare Europacity di Berlino (copyright image: léonwohlhage).

Dopo diverse escursioni energiche e approfondimenti su altri progetti di léonwohlhage, Andreas Maierhofer sta lavorando al suo terzo concorso presso l’ufficio di Berlino. Il progetto di una scuola elementare e di un complesso residenziale/lavorativo è seguito da un’altra scuola, ma su scala più ampia. Ciò comporta anche un programma spaziale più ampio e impegnativo. Per Andi, questo significa un numero ancora maggiore di stanze che devono essere sistemate in qualche modo. E come si fa?

Il processo di progettazione segue sempre uno schema simile: dalla testa alla carta, si analizza il volume dell’edificio con il modello analogico, lo si discute e infine lo si prova sulla pianta. A questo punto, spesso ci rendiamo conto di non riuscire ad accogliere il programma spaziale. Viene spinto avanti e indietro, tirato da un angolo e spinto dall’altro, finché alla fine non rimane molto dell’idea originale. Poi discutiamo, analizziamo e rielaboriamo di nuovo. Attualmente siamo nella fase finale di questo processo: abbiamo deciso la forma approssimativa, sappiamo che l’area soddisfa i requisiti, mancano solo gli ultimi ritocchi alla pianta.

Di cosa si tratta in realtà?

Un programma per grandi ambienti comporta molte stanze che devono essere pianificate in modo logico e naturalmente funzionale. Le persone spingono e tirano finché non si sentono frustrate e vogliono bandire i ripostigli dalla proprietà vicina. È stato proprio in questa fase che il nostro responsabile del concorso Tilman Fritzsche mi ha detto una frase memorabile: „Qui stiamo facendo architettura!“. In quel momento ho dovuto ridere di me stesso e tornare con i piedi per terra. Dopo aver tirato e spinto all’infinito alcuni metri quadrati, è facile dimenticare di cosa si tratta. Sviluppare un’architettura chiara e funzionale. Questo non significa ignorare i dettagli, ma a mio parere, quando si sviluppa un progetto per un concorso, ci sono sovrapposizioni e interazioni tra „la forma segue la funzione“, „la forma contro la funzione“ e „la forma sopra la funzione“: ora si tratta soprattutto di capire quale dichiarazione architettonica vogliamo fare. Dopo tutto, la pianificazione della realizzazione segue solo dopo il concorso. A questo punto, la disposizione dei cinque metri quadrati della stanza delle pulizie è regolata da una massima austriaca che gode di una sorridente popolarità qui nel nord della Germania: „Des geht si dann scho aus“.

L’Accademia Baumeister è sostenuta da GRAPHISOFT, BAU 2019 e Schöck Bauteile GmbH.

Fiera del mercato della pietra naturale

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La visita a una fiera può essere una sfida. Almeno quando decine di maestri artigiani discutono sull’opportunità di partecipare a una fiera della pietra naturale e, in caso affermativo, su come potrebbe essere questa partecipazione. Durante la conferenza dei maestri artigiani di quest’anno a Würzburg è apparso subito chiaro che il tema ha molte sfaccettature e che tutti coloro che vogliono partecipare ad una fiera hanno obiettivi diversi. La grande sfida per l’amministratore delegato del BIV Sybille Trawinski è stata quella di conciliarli. La partecipazione del BIV al Bau 2017 di Monaco era in discussione.

Sembrano tempi lunghi. Tuttavia, un’apparizione fieristica di successo inizia l’anno precedente: con le considerazioni iniziali, la pianificazione preliminare e un’eventuale sintesi dell’ultima partecipazione fieristica. È necessario rispondere a domande chiave: ha davvero senso partecipare a questa particolare fiera? Ho ottimizzato il mio stand? È nel posto giusto? Come imprenditori, solo attraverso un’analisi precisa potrete trarre le giuste conclusioni per i progetti futuri e ottimizzarli.

A questo proposito, le Camere di commercio e industria e le Camere dei mestieri possono fornire un aiuto specifico per la preparazione e il follow-up. Fondamentalmente, chi pianifica una visita a una fiera deve sempre avere in mente i propri gruppi target e rispondere a tutta una serie di domande in anticipo: A chi ci si deve rivolgere in fiera? Il gruppo target è regionale, nazionale o addirittura internazionale? Cosa voglio ottenere con la visita in fiera? Quanto può costare? „Il vecchio detto sul ciabattino e la sua ultima si applica anche alle fiere“, spiega Peter Borstel, caporedattore della rivista specializzata Trade Fairs International e autore della guida alle fiere per le piccole e medie imprese „Esporre ma come?“. „Se avete un focus solo regionale, anche una fiera di vendita regionale è il posto migliore“. Questo è il modo migliore per garantire una corrispondenza con i gruppi target. Holger Balz, maestro scalpellino di Magonza, condivide questo punto di vista: „L’80% dei nostri membri sono imprese molto piccole, con un massimo di due dipendenti. Uno stand al Bau di Monaco di Baviera non è utile per loro“, afferma il capo della corporazione degli scalpellini e degli intagliatori di Wiesbaden-Rheingau-Taunus. Lui e la sua corporazione si concentrano sulle apparizioni nell’area locale. Gli eventi spaziano dalla Giornata del Cimitero agli eventi di ristrutturazione e alle feste del raccolto.

Secondo Borstel, la partecipazione a una fiera leader è un’eccezione se si svolge sotto casa. „Per le aziende che vogliono espandere il proprio raggio d’azione, partecipare alla fiera leader del settore è un primo passo“. Anche quest’anno la Corporazione di Stato della Sassonia sarà presente alla principale fiera europea per la conservazione, il restauro e la ristrutturazione di edifici storici, „denkmal“, che quest’anno si terrà a Lipsia. Nel 2014, l’associazione statale delle corporazioni ha persino ricevuto la medaglia d’oro per la sicurezza dei giovani talenti e la qualificazione nel settore della scalpellatura per la sua presentazione del settore della scalpellatura alla fiera. „Con questo premio abbiamo voluto sottolineare quanto sia importante per noi l’artigianato e la sua vivace presentazione in fiera“, afferma il portavoce Felix Wisotzki. Il „denkmal“ non sarebbe concepibile senza l’artigianato. „Gli scalpellini portano in cantiere materiale che si può toccare e annusare: questo è un must in una fiera dei monumenti“.

Per saperne di più sul marketing di successo nelle fiere, visitate STEIN a maggio 2016.

Vita di campagna – consiglio per la cultura dell’home office

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CONSIGLIO DI CULTURA PER L'HOMEOFFICE: Libro (ILLUSTRAZIONE: JURI AGOSTINELLI)

Il geografo culturale e ricercatore alpino Werner Bätzing ha scritto un libro sulla vita rurale. Per lui, si tratta di uno stile di vita in pericolo che deve essere preservato. Con la sua analisi storica critica e completa, vuole dare ai suoi lettori una nuova prospettiva sulla vita rurale. Perché – e questa è una delle sue tesi centrali – nell’era dell’urbanizzazione prestiamo troppo poca attenzione alle zone rurali. E se lo facciamo, l’immagine che abbiamo della vita rurale è spesso completamente sbagliata.

Che cos’è la vita rurale? Villaggi vuoti e in via di estinzione con pochi anziani? Autobus che non circolano più, negozi che non aprono più, scuole che non hanno più alunni, case che perdono i loro abitanti? Tutto il resto ma nessun futuro qui…

Oppure prendiamo l’altra immagine, quella delle riviste patinate Landlust o Landleben. Qui ci sono prati fioriti, architettura tradizionale, mele cotogne conservate dal vicino, negozi biologici e il macellaio della fattoria dietro l’angolo, forse costumi domenicali e giovani famiglie che fuggono dal trambusto della città e ora gestiscono la loro attività con una connessione internet veloce e una vista su campi e pascoli…

Quale immagine è dunque quella giusta? Il professore emerito di geografia culturale e ricercatore alpino Werner Bätzing ha una risposta chiara: nessuna. Con il suo nuovo libro Rural Life – The History and Future of an Endangered Way of Life , Bätzing si è avventurato in un argomento che sembrava atteso da tempo e che, a suo parere, i politici hanno messo in agenda troppo tardi: la vita rurale.

Già all’inizio degli anni Duemila, gli ambienti politici parlavano solo di misure senza alternative in relazione alla contrazione demografica, come la decolonizzazione, la chiusura e la demolizione. Secondo Bätzing, questo ha portato all’amarezza degli abitanti delle campagne, che continua ancora oggi e si riflette anche nel successo elettorale dell’AfD. Per Bätzing, la campagna è intrappolata in una spirale di svalutazione – con possibili eccezioni di rivalutazione sulla linea del tempo della storia – e la vita rurale è uno stile di vita in pericolo. Se fosse un animale, probabilmente corrisponderebbe allo status del gorilla di montagna o del rinoceronte nero.

Dalle origini all’idea centrale

È quindi giunto il momento di dare un’occhiata più da vicino al Paese. Non solo per quanto riguarda i suoi problemi, come l’emigrazione, l’invecchiamento, i bassi risultati economici, la mancanza di offerta e di mobilità e le strutture insediative poco vivibili, ma anche per quanto riguarda le sfide che l’urbanizzazione porta con sé e che spingono le città ai loro limiti come spazi di vita.

La Bätzing si occupa di ricerca sulle aree rurali dagli anni ’90 e il suo libro, pubblicato da C.H. Beck Verlag, offre al lettore niente di meno che una storia critica, completa e densamente narrata della vita rurale, presentata in uno stile scientifico. Inizia con la comparsa dell’agricoltura e degli insediamenti umani tra il 10.000 e il 5.000 a.C. e termina con la formulazione di idee chiave per la valorizzazione e la sostenibilità delle aree rurali.

Pensare città e campagna insieme

Bätzing si occupa di grandi domande: c’è ancora vita in campagna oggi che non sia urbanizzata? Abbiamo bisogno della vita rurale nel mondo moderno? O è solo una reliquia romantica di tempi passati? Secondo l’autore, chi vuole capire la vita rurale deve conoscere l’agricoltura, i paesaggi culturali rurali, la vita di paese, le tradizioni e gli stretti legami tra di essi. E: deve vedere la città e la campagna come elementi di pari valore, pensare insieme. Non si può avere l’una senza l’altra. Si completano a vicenda e solo insieme possono rendere possibile una buona vita.

Bätzing distingue tra le diverse aree rurali – e questo è anche uno dei punti di forza del libro. Perché non tutte le aree rurali sono uguali. Ci sono aree rurali vicine agli agglomerati, aree rurali con uno sviluppo economico positivo e aree rurali con problemi economici e strutturali. Per tutte queste aree sono necessarie idee e approcci diversi. In termini di contenuti, l’attenzione è chiaramente rivolta alla vita rurale in Germania – un lettore interessato avrebbe sicuramente apprezzato uno sguardo oltre i confini.

Un semplice calcolo

Tuttavia, il libro di Werner Bätzing merita di essere letto, è un’analisi critica, anche se non completa. Ma il libro non può e non vuole farlo. In definitiva, manca anche una prospettiva globale. Il libro dovrebbe essere visto come un appello a preservare un importante stile di vita e a sviluppare una visione realistica e meno glamour e pregiudizievole del Paese. In definitiva, Bätzing si preoccupa anche di capire che senza la vita rurale non può esistere la vita in città. E questa consapevolezza è in fondo molto semplice.

La vita rurale: storia e futuro di uno stile di vita in via di estinzione
Autore: Werner Bätzing
Editore: C.H. Beck
302 pagine
ISBN 978-3-406-74825-7
Pubblicato il 23 gennaio 2020

Qui potete trovare l’ultimo consiglio culturale: Unterleuten (serie ZDF).

Ripensare il riciclo: materiali sostenibili per gli architetti

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Una vista a volo d'uccello di un prato circolare progettato architettonicamente, fotografato da Silent Singer

Il riciclo ripensato: materiali sostenibili per gli architetti? Sembra un kitsch dell’upcycling creativo o una PR ecologica, ma è da tempo una realtà seria che sta scuotendo le fondamenta del mondo delle costruzioni. Chi oggi si affida ancora alla classica pipeline di materie prime, costruisce senza soddisfare la domanda. Perché il materiale di domani non verrà più dal pozzo, ma dal ciclo. Benvenuti nell’era del pensiero radicale sui materiali.

  • Questo articolo fa luce sullo stato dei materiali riciclati e degli approcci di costruzione circolare in Germania, Austria e Svizzera.
  • Spiega quali sono le innovazioni tecnologiche e normative che stanno guidando la rivoluzione dei materiali nell’industria delle costruzioni – e dove invece è frenata.
  • Analizza il ruolo della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale nella gestione dei flussi di materiali e nell’identificazione dei materiali, dal BIM allo smistamento supportato dall’intelligenza artificiale.
  • Discute le maggiori sfide di sostenibilità: impronta di CO₂, assenza di sostanze inquinanti, decostruzione e riutilizzo.
  • Chiarisce quali sono le competenze tecniche di cui gli architetti hanno bisogno oggi per costruire in modo sostenibile.
  • Mette in discussione i dibattiti sul greenwashing, le norme grigie e i limiti del fattibile.
  • Colloca la rivoluzione dei materiali nel contesto delle tendenze architettoniche globali e mostra perché sta cambiando radicalmente la professione.
  • Offre una prospettiva sulle soluzioni visionarie, dall’urban mining al passaporto digitale dei materiali.

La svolta dei materiali ora: Tra speranze, clamore e dura vita di tutti i giorni

Se si osserva la vita quotidiana nei cantieri in Germania, Austria o Svizzera, ci si rende subito conto che la rivoluzione dei materiali non è uno sprint, ma una dura maratona con ostacoli. Un comunicato stampa su due parla di progetti pilota con cemento riciclato, mattoni riutilizzati o legno proveniente da edifici demoliti. Tuttavia, l’uso di materiale vergine continua a dominare su tutta la linea, perché è più economico, più disponibile e, soprattutto, conforme agli standard. I cantieri sono ancora lontani da un’economia circolare, e ciò non è dovuto solo alla persistenza dell’industria edilizia, ma anche a una giungla opaca di norme, alla mancanza di incentivi e a una logistica dei flussi di materiali almeno altrettanto opaca. Tuttavia, la pressione ad agire è enorme. Gli obiettivi climatici, la scarsità di materie prime e le aspettative sociali rendono impossibile „continuare come prima“. Chi oggi si affida ancora al cemento armato come panacea universale, domani sarà ostacolato senza pietà da costruttori e autorità.

Tuttavia, sarebbe troppo miope considerare il riciclaggio solo come una soluzione provvisoria. Dopo tutto, è chiaro da tempo che la scarsità di materiali si sta trasformando in diversità di materiali. La gamma spazia dal granulato di vetro usato e dalle plastiche riciclate ai tesori delle miniere urbane provenienti da edifici demoliti. A Zurigo si stanno realizzando facciate in alluminio riciclato, a Vienna si stanno testando materiali isolanti basati su rifiuti tessili e a Berlino cresce l’interesse per gli scambi di materiali da costruzione che scambiano componenti provenienti da edifici demoliti. Quello che anni fa era considerato un progetto hobbistico, oggi è un modello di business ben calcolato, anche se sta lottando duramente per l’accettazione, la qualità e la sicurezza dei prezzi.

La grande sfida è che la riciclabilità dei materiali non può essere misurata da attraenti certificati di bioedilizia, ma solo dalla loro effettiva riciclabilità, purezza e documentazione. Chiunque abbia provato a utilizzare calcestruzzo riciclato conosce il problema: l’origine degli aggregati è spesso poco chiara, i test sui materiali richiedono molto tempo e le autorità preposte all’omologazione sono scettiche. A ciò si aggiungono le incertezze legali in materia di sostanze nocive, protezione antincendio e garanzie. In caso di dubbio, prevale il tradizionale e il ciclo rimane una teoria.

Allo stesso tempo, cresce la pressione per l’innovazione. Le principali città della regione DACH sono sottoposte a una forte pressione di sviluppo e la domanda di spazi residenziali e commerciali rimane elevata. Se oggi si vuole costruire in modo sostenibile, è necessario ripensare radicalmente i flussi di materiali. Ciò significa che la pianificazione non inizia più con la progettazione, ma con la disponibilità e la riciclabilità dei materiali da costruzione. La questione non è più come costruire, ma con cosa – e quanto spesso il materiale può avere una seconda, terza o quarta vita.

L’ironia è che mentre i politici predicano l’economia circolare, le soluzioni di riciclaggio sono spesso sistematicamente penalizzate dalle norme, dalle condizioni di appalto e dai processi di costruzione tradizionali. Non servono quindi solo materiali migliori, ma soprattutto committenti più coraggiosi, progettisti intraprendenti e un’amministrazione che veda ogni innovazione come un’opportunità e non come un rischio. Altrimenti, il materiale del futuro rimarrà una visione – e la montagna di macerie continuerà a crescere.

Strumenti digitali, cicli intelligenti: il ruolo della digitalizzazione e dell’IA nella gestione dei materiali

Chi crede che il riciclaggio sia un lavoro puramente manuale si sbaglia di grosso. La digitalizzazione sta trasformando la gestione dei materiali dalle fondamenta. Il Building Information Modelling, o BIM in breve, è da tempo più di un giocattolo 3D per i feticisti del design. Sta diventando la spina dorsale dell’economia circolare in cantiere. I modelli BIM, infatti, documentano senza soluzione di continuità componenti, materiali, processi produttivi e persino opzioni di smontaggio. I progettisti più intelligenti possono già simulare il ciclo dei materiali di un edificio con l’aiuto dei gemelli digitali e quindi fare un uso mirato dei componenti riutilizzabili.

Ma la vera svolta è la combinazione di IA e banche dati sui materiali. A Zurigo, ad esempio, si utilizzano algoritmi supportati dall’intelligenza artificiale per analizzare i rifiuti misti e separarli per tipo. A Vienna si stanno creando database che registrano l’origine, il ciclo di vita e il profilo inquinante dei componenti. E in Germania? Ci sono molte sperimentazioni in corso, ma troppo spesso l’IA rimane una foglia di fico per le richieste di sovvenzioni, invece di diventare uno strumento operativo in cantiere. Ma la direzione è giusta: Migliori sono i dati, più accuratamente si possono identificare, testare e riutilizzare i materiali.

Un aspetto sottovalutato è la tracciabilità digitale dei materiali. I passaporti dei materiali vengono utilizzati per etichettare chiaramente i materiali da costruzione, documentarne il ciclo di vita e semplificarne il riutilizzo. Chiunque progetti un edificio per uffici oggi può già lavorare con identità digitali per finestre, porte o elementi di facciata. Il problema è che non esiste ancora un’infrastruttura standardizzata che integri in modo affidabile tutte le parti coinvolte, dal produttore all’impresa di demolizione. La frammentazione del panorama dei dati è un vero ostacolo.

Ma il potenziale è enorme. Gli strumenti digitali non solo consentono di ottimizzare le strategie di demolizione, ma anche di creare modelli di business completamente nuovi: scambi di componenti, leasing di materiali, concetti di pay-per-use. Gli architetti che non imparano a gestire i dati digitali sui materiali oggi, domani si troveranno a progettare in anticipo rispetto alla realtà. Perché nell’economia circolare non conta più solo la forma, ma soprattutto le informazioni sul materiale. E l’informazione è potere, anche nell’edilizia sostenibile.

Naturalmente, ci sono anche degli aspetti negativi. La digitalizzazione nella gestione dei materiali è avida di dati, costosa e tecnicamente impegnativa. Se non si fa attenzione, si producono tombe di dati anziché valore aggiunto. E la dipendenza dai grandi fornitori di software comporta nuovi rischi: parola d’ordine sovranità dei dati. Ma chi vede la digitalizzazione come uno strumento e non come un fine in sé può fare il salto nel futuro dei materiali. Lo strumento è affilato, basta saperlo usare.

Sostenibilità sotto pressione: sfide, soluzioni e la lunga strada verso la neutralità del CO₂

Nessun settore dell’edilizia è così sotto i riflettori come la sostenibilità dei materiali. I requisiti aumentano di anno in anno: impronta di CO₂, energia grigia, assenza di sostanze inquinanti, decostruibilità, regionalità – l’elenco dei criteri di sostenibilità è lungo quanto una richiesta di finanziamento. Ma il diavolo si nasconde nei dettagli. Il calcestruzzo riciclato, ad esempio, ottiene un punteggio elevato grazie al suo ridotto contenuto di cemento, ma i costi di trasporto sono spesso così elevati da compromettere l’impronta di carbonio. I materiali isolanti riciclati consentono di risparmiare rifiuti, ma le loro proprietà antincendio non sono sempre convincenti. Per quanto riguarda le plastiche, se non vengono smantellate correttamente, si profila il prossimo disastro delle microplastiche. Non esiste una pallottola magica, ma solo un giudizio intelligente.

Anche la situazione normativa è complicata. La normativa sulle costruzioni è spesso in ritardo rispetto all’innovazione dei materiali. Molti prodotti riciclati sono oggi tecnicamente maturi, ma falliscono a causa di standard scritti per materiali vergini. In Germania, in particolare, c’è molta incertezza: le normative statali sono incoerenti, le procedure di autorizzazione sono lunghe e le autorità sono spesso sovraccariche. L’Austria e la Svizzera sono un po‘ più pragmatiche e si affidano a progetti pilota e autorizzazioni individuali pragmatiche. Ma non c’è stata una vera e propria svolta. Manca una chiara tabella di marcia per l’edilizia circolare armonizzata in tutta Europa e la volontà politica di attuarla.

Ciononostante, in tutto il mondo di lingua tedesca stanno emergendo progetti faro che dimostrano come sia possibile farlo. A Zurigo, un edificio residenziale è stato costruito interamente con componenti smontati. A Vienna si è puntato su sistemi di facciata modulari che possono essere facilmente smontati e riutilizzati. Ad Amburgo, infine, un edificio per uffici è stato costruito con componenti progettati secondo il principio „dalla culla alla culla“. Si tratta di impulsi importanti, ma non ancora di una rivoluzione completa dei materiali.

La strada verso la neutralità della CO₂ rimane irta di ostacoli. È necessaria una nuova cultura della progettazione che tenga conto della decostruzione fin dalla fase di progettazione, che comprenda i cicli dei materiali come parte naturale del processo di costruzione e che non solo eviti i rischi, ma li gestisca con saggezza. Ciò significa anche che architetti e ingegneri devono avere una conoscenza tecnica approfondita dei cicli dei materiali, della gestione degli inquinanti e degli strumenti digitali. Se si vuole progettare tenendo conto del riciclo, bisogna essere in grado di fare di più che creare dei bei rendering: bisogna padroneggiare il flusso dei materiali.

In definitiva, la rivoluzione dei materiali non è una questione di tecnologia, ma di mentalità. Chiunque creda ancora di poter salvare il clima con qualche mattone riciclato sta valutando male la portata del compito. Abbiamo bisogno di soluzioni sistemiche, di un cambiamento radicale nei processi di costruzione e di una clientela che non solo richieda l’innovazione, ma che la consenta. Solo allora la sostenibilità diventerà uno standard, e non una trovata di marketing.

Architettura in transizione: profili professionali, dibattiti e contesto globale

La rivoluzione dei materiali non sta solo cambiando radicalmente i materiali da costruzione, ma anche il modo in cui gli architetti vedono se stessi. Chiunque lavori come progettista oggi sta diventando uno stratega dei materiali, un gestore di flussi di materiali e un curatore di dati, tutto in uno. La tradizionale distinzione tra progettazione, costruzione e demolizione sta diventando sempre meno netta. Se si vuole costruire per il futuro, è necessario possedere competenze nell’analisi dei flussi di materiali, abilità digitali e uno spiccato senso per le insidie normative. Il profilo lavorativo sta diventando più complesso, i requisiti sono in aumento – ma anche le opportunità di dare forma a cambiamenti reali.

Allo stesso tempo, si accendono accesi dibattiti: La rivoluzione dei materiali è davvero sostenibile o è solo una foglia di fico verde per un’industria edile che vuole continuare a crescere? Le soluzioni di riciclaggio sono davvero migliori o stanno solo spostando i problemi? E che dire della dimensione sociale: la sostenibilità sta diventando un lusso per costruttori ricchi, mentre gli altri continuano a vivere nel cemento a basso costo? Le risposte sono varie come gli approcci stessi. I critici mettono in guardia dal greenwashing, dalla mercificazione dei materiali riciclati e da una nuova marea di norme che soffoca l’innovazione. I sostenitori vedono nella rivoluzione dei materiali un’opportunità per trasformare l’architettura in uno strumento di cambiamento sociale.

Da una prospettiva internazionale, la regione DACH non è né pioniera né ritardataria. Mentre nei Paesi Bassi e in Scandinavia interi quartieri vengono già costruiti secondo i principi circolari, nei Paesi di lingua tedesca prevalgono i progetti pilota. Ma l’interesse sta crescendo: gli studi di architettura globali si concentrano sempre più sull’urban mining, sul passaporto digitale dei materiali e sui sistemi modulari. I principali concorsi internazionali non riconoscono più solo le innovazioni formali, ma soprattutto i concetti circolari dei materiali. Se si vuole sopravvivere nella competizione globale, bisogna offrire qualcosa di più delle soluzioni standard.

Le idee visionarie non mancano. Dagli edifici come magazzini temporanei di materiali ai flussi di materiali urbani che concepiscono interi quartieri come fonti di materie prime. In futuro, gli strumenti digitali potrebbero garantire che ogni componente abbia un gemello digitale il cui valore materiale possa essere scambiato in tempo reale. Sembra un’idea futuristica, ma è più vicina alla realtà di quanto si pensi. La questione non è più se la rivoluzione materiale prevarrà, ma quando e chi la determinerà.

Per gli architetti, questo significa che chi ripensa i materiali non progetta solo edifici, ma anche cambiamenti sociali. La svolta dei materiali non è una tendenza, ma la pietra di paragone per la futura vitalità della professione. Chi si rifiuta di abbracciarla corre il rischio di essere sopraffatto dalle richieste dei clienti, della politica e della propria coscienza. L’architettura sta diventando politicamente, economicamente e soprattutto: finalmente di nuovo rilevante.

La svolta materiale 2.0: visioni, rischi e la forza di resistenza dell’innovazione

Cosa rimane? La consapevolezza che la rivoluzione materiale non è scontata. Esistono soluzioni visionarie, dall’estrazione mineraria urbana nelle città ai materiali da costruzione biologici ricavati dal micelio dei funghi, dalle alghe e dai molluschi. Ci sono start-up che stanno sviluppando mercati digitali per i componenti e proprietari di edifici che fanno dell’economia circolare una priorità assoluta. Ma la strada è irta di ostacoli. Troppi progetti rimangono allo stato di progetti pilota e troppo pochi vengono scalati a livello sistemico. Il grande pericolo: la rivoluzione dei materiali sta diventando una nicchia per idealisti e cacciatori di sovvenzioni, mentre la maggior parte dell’industria edile continua ad affidarsi a metodi collaudati.

Un altro rischio è la commercializzazione dei materiali riciclati. Ancora oggi, le materie prime secondarie non sono automaticamente più economiche di quelle primarie, anzi, il prezzo oscilla e la disponibilità è incerta. Chi sale sul carro dei vincitori troppo tardi ne paga le conseguenze. E poi c’è il pregiudizio tecnocratico: chi crede che il problema dei materiali possa essere risolto con alcuni algoritmi e database sta sottovalutando la complessità dei flussi di materiali, della cultura edilizia e dei meccanismi di mercato. L’intelligenza artificiale può fare molto, ma non può sostituire un pianificatore con esperienza e spirito critico.

Tuttavia, la visione rimane potente. Un settore edile che non solo consuma i materiali, ma li fa circolare. Edifici che non lasciano più cumuli di rifiuti, ma sono depositi di materie prime per le generazioni future. Un’architettura non solo bella e funzionale, ma anche responsabile. Sembra un’utopia, ma è da tempo una strategia tangibile per le menti intelligenti del settore.

La rivoluzione dei materiali richiede pazienza, coraggio e forza di volontà. Innovazione tecnica, quadri politici e cambiamenti culturali devono andare di pari passo. Investire oggi in ricerca, formazione e progetti pilota getterà le basi per il mercato dei materiali da costruzione di domani. Chi evita i rischi rischia di perdersi il futuro.

La chiave sta nella cooperazione: architetti, ingegneri, costruttori, politici e industria devono fare un passo avanti insieme. La rivoluzione dei materiali non è un progetto per combattenti solitari, ma una sfida collettiva. Chi la affronta può rivoluzionare l’edilizia, chi non lo fa rimarrà nella polvere della storia.

Conclusione: il futuro dell’edilizia è circolare, digitale e scomodo

Ripensare il riciclo non è una trovata di marketing, ma una strategia di sopravvivenza per il mondo delle costruzioni. I materiali stanno diventando un asset strategico, gli strumenti digitali un compagno indispensabile e l’architetto un gestore del flusso di materiali. Chi ignora il turnaround dei materiali sta progettando al di là delle esigenze di domani. La prossima generazione non si chiederà più quanto è bello un edificio, ma quante volte i suoi materiali possono essere riutilizzati. Chi non ripensa adesso sarà sopraffatto dalla realtà. Il futuro dell’edilizia è circolare, digitale e tutt’altro che conveniente. Ma è proprio qui che si trova l’opportunità di un’architettura nuova e migliore.

Ufficio di rappresentanza Van Ham Berlino

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Nuova sede per Van Ham a Berlino: in futuro opere e aste a Charlottenburg. Foto: © Van Ham

Nuova sede per Van Ham a Berlino: in futuro opere e aste a Charlottenburg.
Foto: © Van Ham

Il nuovo ufficio di rappresentanza Van Ham a Berlino presenta l’arte in tutta la sua diversità, promuove il dialogo diretto tra collezionisti ed esperti e offre approfondimenti esclusivi su collezioni di alta qualità.

Van Ham apre un nuovo ufficio di rappresentanza a Berlino, rafforzando la sua presenza nel nord e nell’est della Germania e affermando chiaramente la continua crescita della casa d’aste di Colonia. Il 3 settembre 2025, Van Ham invita clienti e appassionati d’arte a un evento speciale nei locali modernizzati di Niebuhrstraße 1 a Charlottenburg. Sotto la direzione della dottoressa Katrin Stangenberg, il negozio presenterà capolavori contemporanei provenienti da un’importante collezione privata della Renania, un evento che darà il via alla stagione autunnale. La collezione sarà poi in vendita presso Van Ham a Colonia in autunno.

Con il titolo Il collezionista e i suoi galleristi. A Rhenish Collection, vengono presentate per la prima volta a Berlino solo opere di una collezione coerente. Si tratta di fotografie monumentali di Wolfgang Tillmans, Andreas Gursky e Thomas Ruff, nonché di dipinti di Werner Büttner, Leiko Ikemura e Norbert Schwontkowski. Le opere saranno aperte al pubblico anche durante la Berlin Art Week, dal 10 al 14 settembre 2025.
Van Ham è considerata una delle principali case d’asta tedesche per le grandi collezioni aziendali e private. A differenza delle case d’asta internazionali, che negli ultimi anni hanno registrato risultati in calo, Van Ham ha registrato una crescita del 18% rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente. Il trasferimento dell’ufficio di rappresentanza di Berlino in una nuova sede sottolinea questa crescita e rafforza la presenza regionale.

La dott.ssa Katrin Stangenberg dirige l’Ufficio di Rappresentanza Van Ham di Berlino dal 2022 e vanta una lunga esperienza come consulente, docente e autrice, nonché una laurea in arte contemporanea. La dott.ssa Stangenberg è coinvolta a titolo volontario in iniziative di promozione dell’arte, tra cui l’iniziativa federale „Giovani Amici dei Musei d’Arte“ e l’Associazione dei Commercianti e Industriali di Berlino (VBKI). L’ufficio di rappresentanza di Berlino offre anteprime dei momenti salienti delle aste e consulenze personalizzate da parte di esperti. I clienti possono far esaminare le spedizioni di tutti i settori dell’arte, dalla fotografia alla pittura, dai gioielli agli orologi. L’obiettivo è uno scambio diretto tra collezionisti, esperti e casa d’aste. L’apertura dell’ufficio di rappresentanza di Van Ham a Berlino amplia la presenza della casa d’aste di Colonia in Germania e offre ai clienti e agli appassionati d’arte la possibilità di visionare le opere in corso, ottenere consigli e ricevere informazioni sulle prossime aste.

Per saperne di più: Il Castello di Schönbrunn può vantare una storia lunga e ricca di eventi.