Design Italiano

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Foto: Studio Marco Piva

In tempo per le principali fiere italiane della pietra naturale e della ceramica, Marmomac e Cersaie, STEIN si concentra sull’eccellente design italiano in una serie speciale. Tre diversi designer italiani raccontano perché la pietra naturale è per loro un materiale di design speciale e cosa pensano significhi oggi il design italiano.

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Numero 1: Denis Santachiara (09/2019)

La grande serie speciale STEIN: il design italiano e le sue forze motrici

Denis Santachiara è un artista e designer – la sua carriera è iniziata come designer per automobili

Sedute in onice intersecate e retroilluminate nell’ambito della mostra „New Stone Age Design“.

A mio parere, la pietra naturale è il più interessante di tutti i materiali naturali“, afferma il designer Denis Santachiara, descrivendo il suo fascino per la pietra naturale – e la moderna tecnologia CAD. L’interazione tra arte e tecnologia è un legame importante per il vincitore del Marmomac Icon Award 2016: Perché il design „Made in Italy“ sia sostenibile, deve essere aperto a nuove tecniche e processi produttivi.

Numero 2: JACOPO MARIA GIAGNONI (10/2019)

Il designer Jacopo Giagnoni non ha una pietra naturale preferita, ma sempre quella con cui lavora in quel momento.

„Ogni pietra naturale ha un’identità unica e può esprimere il suo carattere attraverso il design“, afferma Giagnoni.

La pietra significa un mondo pieno di colori, superfici e texture diverse, ma la parola „pietra“ da sola non dice nulla: secondo Jacopo Maria Giagnoni, il design deve essere funzionale, altrimenti degenera in decorazione. Per l’urbanista e l’architetto di formazione, il design italiano è senza tempo e iconico; ha il fascino del dettaglio e dell’essenza del manufatto.

Numero 3: MARCO PIVA(11/2019)

Marco Piva è molte cose: architetto, architetto d’interni e designer, una caratteristica che considera tipicamente italiana.

Nel 2017 ha realizzato la scultura architettonica „City of Light“ in alluminio, marmo e luce.

Sono quasi ossessionato dai materiali“, ammette Marco Piva quando parla del suo lavoro di designer e architetto. Ha un approccio particolare al marmo, „come il nostro Bianco Carrara o il travertino, con combinazioni di colori e venature uniche e caratteristiche“. I suoi progetti hanno attirato l’attenzione internazionale e sono già stati esposti alla Biennale e al Marmomac.

I vantaggi in sintesi:

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La grande serie speciale STEIN: il design italiano e le sue forze motrici

La grande serie speciale STEIN: il design italiano e le sue forze trainanti Proprio in tempo per le principali fiere italiane della pietra naturale e della ceramica, Marmomac e Cersaie, STEIN si concentra sull’eccellente design italiano in una serie speciale. Tre diversi designer italiani raccontano perché la pietra naturale è per loro un materiale di design speciale e cosa pensano significhi oggi il design italiano. Qui […]

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Sociologia digitale del territorio: i dati di utilizzo come base per la pianificazione

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Persone alla stazione centrale di Utrecht in primavera, fotografate da Bart Ros

Chiunque creda che l’architettura si limiti a progettare facciate e planimetrie non capisce il presente – e certamente non il futuro. La sociologia spaziale digitale mette fine alle sensazioni e alle congetture: oggi i dati di utilizzo costituiscono la base per una nuova pianificazione radicalmente basata sui dati. La domanda che ci si pone è: gli architetti e gli urbanisti sono pronti a fare i conti con la realtà?

  • La sociologia digitale del territorio utilizza i dati di utilizzo in tempo reale come base per la pianificazione e la progettazione.
  • In Germania, Austria e Svizzera il potenziale è enorme, ma la pratica è in ritardo.
  • Innovazioni come la tecnologia dei sensori, l’IoT e l’intelligenza artificiale stanno cambiando la concezione dello spazio e del suo utilizzo.
  • La sostenibilità e l’efficienza delle risorse traggono enormi vantaggi dalle decisioni supportate dai dati.
  • Le competenze professionali devono espandersi radicalmente: l’analisi dei dati sta diventando un compito fondamentale.
  • I dati di utilizzo digitale consentono nuove forme di partecipazione e trasparenza, ma nascondono anche rischi di controllo.
  • Critiche: la minaccia della sorveglianza, della distorsione algoritmica e della commercializzazione degli spazi urbani.
  • Gli approcci visionari potrebbero rivoluzionare la comprensione globale dell’architettura, se il cambiamento culturale avrà successo.

Dall’intuizione all’evidenza: come i dati di utilizzo stanno sconvolgendo la pianificazione

L’architettura è stata a lungo considerata una disciplina basata sull’intuizione e sull’esperienza. Chiunque abbia lottato contro le larghezze dei corridoi e i programmi delle stanze sapeva che alla fine ciò che conta è la sensazione dello spazio e ciò che gli utenti ne fanno in seguito. Ma quei giorni sono finiti. Con la sociologia spaziale digitale, una nuova forma di prova si sta facendo strada nella pianificazione. Sensori, localizzatori Wi-Fi, analisi delle telecamere, sistemi di accesso e persino macchine da caffè intelligenti forniscono oggi una ricchezza di dati che sta rivoluzionando la pianificazione. Improvvisamente è possibile misurare come, quando e perché gli ambienti vengono effettivamente utilizzati. Quante persone ci sono nel foyer, per quanto tempo sono occupate le sale conferenze, dove si verificano i colli di bottiglia, dove lo spazio rimane inutilizzato? Se si conoscono questi dati, non solo si può pianificare meglio, ma si è costretti a farlo.

Questo sviluppo è sempre più riconosciuto in Svizzera e in Austria. Progetti pionieristici come gli edifici per uffici intelligenti o gli hub di mobilità monitorati digitalmente mostrano cosa è possibile fare. In Germania, invece, l’uso dei dati in tempo reale nella pianificazione rimane spesso frammentario. I timori per la protezione dei dati, le strutture proprietarie poco chiare e un’amministrazione notoriamente lenta rallentano i progressi. Eppure l’interesse è grande: le autorità locali, gli sviluppatori e gli investitori hanno da tempo percepito l’opportunità di utilizzare lo spazio in modo più efficiente, ridurre i costi operativi e aumentare la soddisfazione degli utenti. La domanda è: chi è abbastanza coraggioso da rendersene conto?

La classica sensazione di pancia ha fatto il suo tempo. La sociologia spaziale digitale fornisce fatti concreti e mette in discussione molte cose che prima erano date per scontate. E se l’ampia zona d’ingresso servisse solo come passaggio? E se il cortile interno non venisse mai utilizzato perché troppo ventoso? E se la costosa area conferenze fosse per la maggior parte del tempo vuota? Le risposte non vengono più fornite da gruppi di esperti, ma dai dati di utilizzo. Di conseguenza, la progettazione diventa un processo vivo che viene costantemente convalidato e adattato.

Questa pianificazione basata sui dati è molto più di un espediente tecnico. È un nuovo atteggiamento. Ci impone di abbandonare le routine tradizionali e di fare della realtà il nostro metro di giudizio. È doloroso, ma è l’unica possibilità di rendere l’architettura resiliente, sostenibile e veramente orientata all’utente. Chi progetta oggi senza prove basate sui dati, sta costruendo nel passato.

Naturalmente ci sono delle resistenze. Alcuni architetti vedono minacciata la loro libertà creativa, altri temono che la loro esperienza venga svalutata. Ma coloro che si rifiutano di abbracciare il cambiamento saranno lasciati indietro: dai clienti che da tempo si aspettano un’efficienza basata sui dati e dagli utenti che chiedono spazi intelligenti. Il futuro appartiene a coloro che hanno il coraggio di abbracciare la realtà e di contribuire a plasmarla.

Tecnologie, tendenze e la nuova misurazione della città

Gli strumenti della sociologia spaziale digitale sono diversi come gli spazi che analizzano. La tecnologia dei sensori misura i flussi di movimento, la temperatura, la qualità dell’aria, la concentrazione di CO₂ e persino l’utilizzo dei posti a sedere. I sistemi di telecamere riconoscono l’effettivo utilizzo degli ambienti, in conformità con il GDPR e in forma anonima, ovviamente, almeno in teoria. I sistemi di accesso registrano quando e per quanto tempo gli utenti sono presenti. La localizzazione Wi-Fi e Bluetooth fornisce mappe di calore del movimento, mentre i sistemi di gestione intelligente degli edifici visualizzano il consumo energetico in tempo reale. Tutti questi dati confluiscono in piattaforme centrali, dove vengono aggregati, visualizzati e analizzati. L’intelligenza artificiale si sta sempre più occupando del riconoscimento dei modelli e delle previsioni: come si sta sviluppando l’utilizzo della capacità? Dove sorgono i conflitti d’uso? Quali spazi rimangono cronicamente sottoutilizzati?

Innovazioni come l’Internet of Things (IoT) e il Building Information Modelling (BIM) stanno portando avanti questo sviluppo. In progetti avanzati, gemelli digitali, dati in tempo reale e simulazioni si fondono per creare una nuova cassetta degli attrezzi per architetti e urbanisti. In Svizzera, ad esempio, le stazioni ferroviarie e i quartieri di uffici intelligenti sono già stati dotati di una tecnologia di sensori completa, al fine di ottimizzare in modo permanente i requisiti di spazio e il comfort degli utenti. In Austria si stanno creando piattaforme digitali che non solo registrano e analizzano gli edifici, ma anche interi quartieri cittadini. Germania? Come spesso accade, si trova in una posizione intermedia, sperimentando progetti pilota ma rifuggendo dal quadro generale: la paura di perdere il controllo e di incorrere in problemi di protezione dei dati è troppo grande.

Tuttavia, la tendenza è inarrestabile. L’industria architettonica e immobiliare mondiale sta investendo miliardi in infrastrutture digitali, dalle start-up PropTech ai fondi immobiliari basati sui dati. Chiunque progetti un edificio per uffici oggi non può più superare la due diligence senza dati di utilizzo e analisi digitali. La domanda di concetti di spazio trasparenti, flessibili e adattivi è in crescita, non solo nelle metropoli, ma anche nelle città di medie dimensioni e nelle aree rurali. Il confronto internazionale lo dimostra: Chi si affida ai dati in tempo reale può reagire più velocemente, gestire meglio e pianificare in modo più sostenibile.

Tuttavia, l’innovazione tecnica aumenta anche la complessità. La mole di dati richiede nuove competenze e strumenti. L’architettura dei dati, l’alfabetizzazione dei dati, le competenze in materia di intelligenza artificiale e la comprensione della protezione dei dati non sono più terreni di gioco per nerd, ma attrezzature di base per ogni dipartimento di pianificazione. Chi celebra ancora gli elenchi di Excel come l’apice della digitalizzazione ha perso da tempo il contatto. Il futuro appartiene ai „sussurratori di dati“ che combinano con sicurezza tecnologia, analisi e progettazione.

Tutto questo sta cambiando radicalmente il ruolo di architetti e urbanisti. Essi diventeranno curatori di dati, moderatori di processi e traduttori tra l’evidenza digitale e l’ambiente di vita analogico. Coloro che abbracciano questo cambiamento di ruolo possono creare spazi realmente necessari, e non solo belli da vedere.

Sostenibilità, efficienza e gli aspetti negativi della società dei dati

La promessa della sociologia spaziale digitale è accattivante: meno posti vacanti, maggiore efficienza energetica, migliore soddisfazione degli utenti e una pianificazione basata su esigenze reali anziché su ipotesi. In teoria, sembra un paradiso per l’architettura sostenibile. Perché se si sa come vengono effettivamente utilizzati gli ambienti, si può ridurre la superficie, ottimizzare i percorsi di traffico, risparmiare risorse e ridurre le emissioni di CO₂. La pianificazione diventa flessibile, adattabile e resiliente. Gli edifici diventeranno sistemi di apprendimento in costante miglioramento. Le città di domani potrebbero essere molto più verdi, intelligenti e vivibili, se si traggono le giuste conclusioni dai dati.

Ma c’è un rovescio della medaglia. Lo screening digitale dello spazio solleva enormi questioni sulla protezione, la sorveglianza e il controllo dei dati. Chi è autorizzato a raccogliere, archiviare e analizzare i dati? Chi possiede i risultati? Come possiamo evitare che dalla pianificazione orientata all’utente nasca un nuovo Stato di sorveglianza? In Germania, Austria e Svizzera, in particolare, la diffidenza è alta – e spesso giustificata. Troppo spesso i dati vengono raccolti da fornitori commerciali che perseguono i propri interessi. Il pericolo della commercializzazione e della monopolizzazione dei dati di utilizzo è reale. Chi controlla lo spazio controlla anche i suoi utenti.

C’è anche il pericolo di pregiudizi algoritmici. L’intelligenza artificiale è buona solo quanto i dati con cui viene alimentata. Se alcuni gruppi di utenti vengono sistematicamente trascurati o registrati in modo errato, emergeranno nuove forme di discriminazione. Lo spazio digitale rischia di rafforzare le disuguaglianze sociali esistenti invece di ridurle. L’architettura si trova quindi ad affrontare una sfida etica che va ben oltre la tecnologia e l’efficienza. Sono necessarie regole chiare, trasparenza e un forte controllo pubblico per trasformare le opportunità della digitalizzazione in reali benefici sociali.

Anche la sostenibilità non è un successo sicuro. I dati da soli non rendono un edificio sostenibile. Devono essere interpretati, tradotti in misure significative e combinati con la responsabilità sociale. Solo così si potrà raggiungere una vera sostenibilità, dal punto di vista ecologico, economico e sociale. Chi si affida a soluzioni tecniche senza coinvolgere gli utenti finisce rapidamente per fare del greenwashing digitale.

Il dibattito sulla sociologia spaziale digitale è quindi un riflesso del dibattito sociale sulla digitalizzazione nel suo complesso. Dimostra che la tecnologia non è mai neutrale. Può liberare o controllare, connettere o escludere. L’architettura deve ripensare il suo ruolo di progettista dello spazio e concentrarsi non solo sull’efficienza, ma soprattutto sul bene comune e sulla partecipazione.

Competenze, controversie e il futuro della pianificazione

Se oggi si vuole lavorare con successo come architetto, urbanista o cliente, non bastano un buon design e solide conoscenze ingegneristiche. La sociologia spaziale digitale richiede nuove competenze. L’analisi dei dati, la statistica, la comprensione dell’IA e della legge sulla protezione dei dati stanno diventando obbligatorie. I team interdisciplinari in cui gli architetti collaborano con scienziati dei dati, sociologi ed esperti informatici non sono più sogni del futuro, ma realtà negli uffici e nelle amministrazioni più all’avanguardia. Il ruolo professionale tradizionale si sta spostando: il progettista solitario sta diventando il moderatore di complessi processi di dati. Chi ignora questo fenomeno sarà superato dal mercato.

Tuttavia, la professione deve affrontare sfide non solo tecniche ma anche culturali. La paura di perdere il controllo è grande e non sempre infondata. Chi cede agli algoritmi l’autorità di interpretare lo spazio rischia di non avere più alcun potere sul processo di pianificazione. Il dibattito sulle scatole nere, sull’intrasparenza degli algoritmi e sulla perdita del giudizio umano è in pieno svolgimento. I critici mettono in guardia da una tecnocratizzazione della pianificazione, in cui le persone non diventano altro che punti di riferimento. I visionari, invece, vedono l’opportunità di una vera democratizzazione: se i dati di utilizzo sono apertamente accessibili, i cittadini possono avere più voce in capitolo, la partecipazione diventa più tangibile e la pianificazione più trasparente. Come sempre, la verità sta nel mezzo.

Da una prospettiva globale, la Germania è più un osservatore che un trendsetter. Nelle metropoli asiatiche, ma anche nelle città scandinave e anglosassoni, gli approcci di pianificazione basati sui dati sono stati sperimentati da tempo su larga scala. I progetti pilota in Svizzera e Austria dimostrano che il coraggio e la forza innovativa sono disponibili anche nei Paesi di lingua tedesca, se le condizioni quadro sono adeguate. Tuttavia, per raggiungere la vera eccellenza non basta la tecnologia: occorre una nuova cultura della pianificazione, che abbia il coraggio di utilizzare le evidenze e sia aperta alla partecipazione.

Il futuro dell’architettura risiede nella combinazione di precisione digitale ed empatia sociale. Chi riconosce nella sociologia spaziale digitale un’opportunità può creare spazi che non solo funzionano, ma ispirano anche. Coloro che si chiudono in se stessi saranno superati da una nuova generazione di progettisti guidati dai dati e da utenti che si aspettano qualcosa di più di un bel rendering.

In definitiva, il futuro della pianificazione dipenderà da come verranno gestiti i dati. Chi li userà con saggezza non solo progetterà edifici migliori, ma anche una città più equa e sostenibile. Chi ne fa un uso improprio o lo ignora rischia il contrario. La sociologia spaziale digitale non è una tendenza: è la cartina di tornasole per la futura vitalità dell’intero settore.

Conclusione: ignorare i dati significa costruire sul passato

La sociologia spaziale digitale è qui per restare. Sta sconvolgendo le vecchie routine, richiedendo nuove competenze e aprendo opportunità inimmaginabili per una pianificazione sostenibile, orientata all’utente e veramente intelligente. Ma nasconde anche dei rischi: Chi fraintende i dati come strumento di controllo si gioca la fiducia e la partecipazione. Chi li usa con coraggio, trasparenza e responsabilità può rivoluzionare l’architettura e creare città veramente vissute. Una cosa è certa: sono finiti i tempi in cui la progettazione si basava su intuizioni e supposizioni. Chi progetta ancora senza dati di utilizzo, progetta senza realtà. Il futuro appartiene a chi ha il coraggio di misurare realmente lo spazio e di progettarlo insieme alle persone.

La vita tra gli edifici

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Il Serpente delle biciclette è molto utilizzato sia di giorno che di notte ed evoca la libertà di velocità dei ciclisti. Permette inoltre di dare un'occhiata alle varie caratteristiche di Copenaghen.

Copenaghen ha una nuova infrastruttura per le biciclette. Il cosiddetto „Cykelslangen“, il „Serpente di biciclette“, è una superstrada ciclabile che aumenta la facilità e l’efficienza degli spostamenti quotidiani in città. Non solo segna un altro passo nella visione di Copenaghen di diventare un’eco-metropoli, ma permette anche di dare uno sguardo alla complessa struttura di una città moderna.

Situato tra un maldestro centro commerciale urbano e un elegante hotel, che spazia da un cavalcavia dell’autostrada fino al fronte del porto, è uno dei più recenti gioielli infrastrutturali di Copenaghen, che incarna la facilità e l’efficienza della vita urbana quotidiana. Il sorprendente e molto pubblicizzato Copenhagen Cykelslangen, il „Serpente di biciclette“, conduce i ciclisti lungo un ponte ciclabile di 280 metri – o una rampa allungata – da un cavalcavia autostradale al primo piano, molto trafficato, fino al fronte del porto, privo di auto.

Elevato di 5,5 metri dal livello del suolo nel punto più alto e appoggiato su eleganti pilotis bianchi uniformemente distanziati, il Bicycle Snake ha sostituito quello che prima era uno scomodo percorso in bicicletta lungo due rampe di scale, seguito da una lenta e cauta pedalata attraverso affollate piazze pedonali. Ora, in meno di un minuto, i ciclisti scivolano lungo la dolce curvatura del suggestivo ponte ciclabile rivestito di arancione tra gli edifici e sull’acqua fino al porto.

Il Bicycle Snake è molto utilizzato sia di giorno che di notte, e coltiva una dimensione umana in una configurazione altrimenti sgraziata e priva di anima di imponenti strutture in cemento e vetro lungo il fronte del porto di Copenaghen. La visione dell’urbanista danese Jan Gehl di una „vita tra gli edifici“ multiuso e a misura d’uomo si realizza quasi perfettamente nel Bicycle Snake, in quanto i ciclisti sono incanalati senza sforzo in una piazza pedonale con spazio per muoversi, sedersi e la possibilità di essere osservati sia dall’alto che dal basso.

Il Bicycle Snake è anche all’altezza della visione di Copenaghen come città verde, dimostrando che la città può effettivamente mantenere la promessa di essere priva di emissioni di carbonio entro il 2025. Questa visione è diventata un marchio di città verde di fama internazionale, dato che Copenaghen è stata nominata Capitale Verde Europea (2014) e città più vivibile del mondo da Monocle (2014). Una piacevole pedalata lungo il Bicycle Snake dimostra che questo marchio di città verde vive nello spazio tra gli edifici.

Superstrade ciclabili

Con il Bicycle Snake, Copenaghen – una delle migliori città ciclabili del mondo – ha realizzato un’infrastruttura ciclabile altamente funzionale ed esteticamente gradevole che eleva i ciclisti al di sopra del livello del traffico per aumentare la facilità e l’efficienza dei loro spostamenti quotidiani in città. A questo proposito, il Bicycle Snake è in linea con la visione della città di Copenaghen di diventare una eco-metropoli, o una città di ciclisti per i ciclisti. Copenaghen punta ambiziosamente a far sì che il 50% di tutti i cittadini si sposti in bicicletta entro il 2015 e che il 90% di tutti i ciclisti percepisca un senso di sicurezza mentre pedala.

Sebbene il numero effettivo di pendolari in bicicletta sia ancora inferiore a quello che la città vorrebbe (37%, secondo l’ultimo conteggio), Copenaghen ha ottenuto ciò che molte città non riusciranno mai a fare, fornendo ai ciclisti una griglia infrastrutturale di piste e corsie ciclabili rigorosamente separate, che garantiscono un elevato grado di sicurezza e velocità. Con l’attuale sviluppo della rete delle cosiddette supercykelstier – „superstrade ciclabili“ – inoltre, la città e i comuni circostanti stanno cercando di far sì che la bicicletta diventi una vera alternativa ai mezzi di trasporto quotidiani, pesanti in termini di emissioni di carbonio, anche sulle distanze più lunghe.

Percorrendo una superstrada ciclabile che collega il centro città con i sobborghi circostanti fino a 20 chilometri fuori città, sono stati eliminati molti degli ostacoli che contribuiscono a rendere l’uso della bicicletta una forma di trasporto lenta, faticosa e potenzialmente insicura nelle aree urbane. Ai ciclisti viene invece offerta la possibilità di muoversi in modo rapido, sicuro e indipendente dalla congestione generale, lungo „percorsi verdi“ di qualità spesso pittoresca.

Oltre a coltivare la visione di una cultura del pendolarismo quotidiano a zero emissioni di carbonio nelle aree urbane dense, e mentre i potenziali benefici per la salute dell’individuo sono da prendere sul serio, le superstrade ciclabili collocano i ciclisti in uno spazio curiosamente autonomo di viaggio solitario in bicicletta. Con gli auricolari inseriti, sfrecciando ad alta velocità verso il centro della città, le superstrade ciclabili offrono una liberazione estrema del ciclista dal disordinato mélange delle situazioni quotidiane del traffico urbano. […]

Continua a leggere Topos 94 – Visioni di città.

„Responsabilità sociale e protezione del clima sono due fattori importanti“.

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Roland Thommes è capo reparto e responsabile delle vendite e del marketing di Westeifel Werke. Credito: Westeifel Werke

Il gruppo di aziende Westeifel Werke produce arredi urbani utilizzando il lavoro di persone con disabilità. I processi produttivi devono essere adattati per promuovere le forze delle persone e ridurre al contempo il consumo di risorse. Roland Thommes spiega cosa significa responsabilità ecologica e sociale per lo sviluppo sostenibile.

Quali misure adotta Westeifel Werke per ridurre al minimo l’impatto sul microclima urbano nella produzione di arredi urbani?

Selezione dei materiali: Utilizziamo materiali provenienti da un’economia sostenibile.

Longevità : producendo prodotti più durevoli che devono essere sostituiti meno frequentemente, si riduce la necessità di cicli di sostituzione brevi, riducendo così il consumo di energia durante la produzione e il trasporto a lungo termine.

Produzione efficiente dal punto di vista energetico : Macchinari moderni e processi produttivi ottimizzati garantiscono un basso consumo di elettricità. Nella scelta del nostro fornitore di energia elettrica, diamo molta importanza all’elettricità verde prodotta a livello regionale.

Conservazione delle risorse: ci concentriamo sulla riduzione del consumo di risorse ottimizzando continuamente i nostri metodi di produzione e facendo attenzione a ridurre al minimo il consumo in eccesso delle nostre materie prime durante lo sviluppo di nuovi prodotti.

In che modo Westeifel Werke promuove la sostenibilità sociale nello sviluppo urbano attraverso l’impiego in laboratori per disabili?

Inclusione e partecipazione: Assumendo persone con disabilità, Westeifel Werke crea posti di lavoro inclusivi che consentono a queste persone di partecipare attivamente alla vita sociale. Ciò promuove l’integrazione sociale e riduce le disuguaglianze sociali.

Quali sono le sfide e le opportunità particolari che derivano dalla produzione di arredi urbani resistenti al calore in laboratori per disabili?

Le sfide sono:

Costo delle attrezzature specializzate: l’acquisto e la manutenzione di macchinari specializzati in grado di lavorare in modo efficiente le sezioni e i tipi di legno richiesti comporta costi più elevati.

Adattamento dei processi di produzione: i processi di produzione devono essere adattati alle competenze individuali dei dipendenti e alla promozione dei punti di forza.

Le opportunità sono:

Inclusione e compiti impegnativi: Il coinvolgimento nella produzione di arredi urbani offre alle persone con disabilità l’opportunità di partecipare a progetti tecnicamente impegnativi e socialmente importanti. Ciò rafforza il loro sviluppo professionale e la fiducia in se stessi.

Sviluppo di nuove competenze: La produzione richiede l’apprendimento di nuove tecniche e la manipolazione di materiali specializzati, il che consente ai dipendenti di sviluppare preziose competenze artigianali e di migliorare le proprie qualifiche professionali.

Funzione di modello: riuscendo a superare le sfide della produzione di arredi urbani, i laboratori protetti possono fungere da modello per altre organizzazioni che desiderano realizzare progetti simili, impegnativi dal punto di vista sociale e tecnico.

Posti di lavoro a lungo termine: Il bisogno di arredo urbano è infinito e ci sarà sempre. Anche noi dobbiamo evolverci costantemente, lavorando continuamente su nuovi prodotti ed esaminando attentamente materiali alternativi. In questo modo, possiamo sempre offrire ai nostri clienti il miglior prodotto possibile, dando priorità alla sostenibilità e fornendo soluzioni alternative a lungo termine.

In che misura la responsabilità sociale e la protezione del clima giocano insieme nello sviluppo di nuovi prodotti di Westeifel Werke?

La responsabilità sociale e la protezione del clima sono due fattori importanti nello sviluppo di nuovi prodotti, ma anche nell’ulteriore sviluppo delle linee di prodotti esistenti. Dobbiamo fare in modo che anche le persone con disabilità possano svolgere compiti difficili e complicati e il nostro design riduce al minimo la quantità di materiale in eccesso. Le nostre panche in legno sono progettate in modo tale che anche i più piccoli scarti non vengano buttati via, ma riciclati in energia termica. Questi approcci combinano responsabilità ecologica e sociale e contribuiscono allo sviluppo sostenibile.

Come possono gli arredi urbani di Westeifel Werke migliorare la vita urbana dei gruppi vulnerabili durante le ondate di calore?

Superfici naturali: Utilizzando materiali che non si riscaldano troppo.

Creare aree di riposo: le aree di riposo ombreggiate offrono sufficienti opportunità di pausa.

Sedute ergonomiche: le sedute sono progettate e continuamente migliorate per essere comode e facilmente accessibili, per consentire alle persone anziane e ad altri gruppi vulnerabili di riposare comodamente. Inoltre, gli ausili integrati per alzarsi in piedi rendono più facile alzarsi dalle nostre panchine.

Il gruppo di aziende Westeifel-Werke è noto per la creazione di posti di lavoro per persone con disabilità dal 1973. Nel suo lavoro, Westeifel-Werke persegue l’obiettivo di non escludere nessuno. Il diritto all’esperienza e l’incontro con le persone ad altezza d’uomo con rispetto sono al centro del lavoro. Con un totale di 13 sedi nel distretto di Vulkaneifel e nel distretto Eifel di Bitburg-Prüm, Westeifel-Werke è il più grande datore di lavoro per persone con disabilità della regione. Dall’assemblaggio e dalla lavorazione del legno alla produzione di gioielli, il gruppo di aziende offre un’ampia gamma di servizi.

westeifel-werke.de/ | www.freiraumausstattung.de/

Questa intervista fa parte dell’iniziativa Beat the Heat, che Westeifel-Werke sostiene. Per saperne di più su Beat the Heat , cliccate qui.

Cultura architettonica dal vivo

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Molto importante: "Architectural Culture" non è un libro illustrato.

Il caporedattore del Baumeister Alexander Gutzmer ha pubblicato un libro insieme a Stefan Höglmaier (Euroboden) che tratta della cultura architettonica. I due editori hanno presentato il libro a Berlino: In che cosa consiste effettivamente la cultura architettonica?

Il libro „Architecture Culture“, che il nostro caporedattore ha pubblicato insieme al progettista Stefan Höglmaier (Euroboden), si articola in tre capitoli. Oltre che di „atteggiamento“ e „valore“, si tratta anche di „controversia“. La buona architettura nasce soprattutto quando posizioni, origini e concezioni diverse dell’architettura si scontrano ed entrano in dialogo. È quindi giusto che Höglmaier, in qualità di imprenditore immobiliare, e Alexander Gutzmer, in qualità di giornalista, abbiano presentato il libro a Berlino in un rilassato (e talvolta controverso) dibattito.

Höglmaier non ha nascosto i diversi interessi che influenzano la creazione dell’architettura: „Certo, possiamo continuare a costruire solo se abbiamo anche successo economico“. Tuttavia, la qualità architettonica e spaziale non deve passare in secondo piano. In questo senso, il libro è da un lato un appello all’industria a lottare per la buona architettura, ma „soprattutto un obbligo e uno stimolo per noi stessi“, ha detto Höglmaier nell’intervista.

L’intervista tra Höglmaier e Gutzmer è stata introdotta dal direttore artistico di Baumeister Tom Ising (Herburg Weiland). Il suo studio ha anche progettato il libro. Come gli editori, anche per lui era molto importante che „Architekturkultur“ non fosse un libro illustrato. I progetti Euroboden realizzati hanno solo un ruolo marginale. L’attenzione si concentra invece sul modo in cui autori e intervistati come Tatjana Schneider, Fabienne Hoelzel e Peter Cachola Schmal affrontano la questione di cosa costituisca oggi una „cultura della buona architettura“. Una domanda a cui il libro naturalmente non risponde in modo definitivo, ma di cui alimenta la riflessione. Ed è proprio questa riflessione che, a nostro avviso, è sicuramente un pezzo di cultura architettonica.

Tutte le foto: Frank Schröder/Euroboden

Ny Carlsberg Vej, Vores By, København V, Valby, DK, Gruppo Carlsberg

Quasi dieci anni fa, il birrificio Carlsberg ha chiuso la sua sede principale a Copenaghen. Tuttavia, la successiva trasformazione del sito industriale di 30 ettari in un quartiere urbano denso e vivace è stata sempre più criticata. La storica dell’arte Svava Riesto ha pubblicato il libro „Biografia di un paesaggio industriale – Gli spazi urbani di Carlsberg raccontati“. Abbiamo parlato con lei del progetto e del motivo per cui gli urbanisti devono collaborare più strettamente con i conservatori del patrimonio.

Signora Riesto, la sua ricerca si concentra sui temi della conservazione, della trasformazione e del rinnovamento. Tuttavia, non si concentra solo sullo spazio costruito, ma anche sul suo habitus. Come possiamo immaginarlo?
In linea di principio, mi interessa la questione di come trattare i paesaggi urbani e industriali durante i processi di trasformazione. Mi interessano anche i valori che si attivano al loro interno. Voglio scoprire cosa succede al nostro paesaggio quando interveniamo e quali idee di storia, valori e prospettive future sono alla base del cambiamento. La riqualificazione urbana è sempre una negoziazione tra ciò che c’è – che si tratti di tracce fisiche, pratiche, attività umane, memorie – e ciò che è stato e ciò che verrà. Quando ci confrontiamo consapevolmente con questa conoscenza, nascono nuove prospettive, ulteriori possibilità estetiche e momenti di meraviglia. Ricicliamo edifici e possiamo sviluppare nuovi spazi urbani da ex aree industriali; e allo stesso tempo troviamo risposte alla domanda su cosa sia una buona città.

E non troveremo queste risposte se ci limitiamo a costruire da zero?
Allora potremmo creare uno sviluppo urbano buono, ma generico, che tende a mancare di carattere e a soddisfare solo le esigenze del mercato immobiliare. La conseguenza è che i quartieri urbani si differenziano appena l’uno dall’altro, non raccontano più una storia, sono intercambiabili. Dal punto di vista sociale, il mantenimento dello stock esistente spesso sostiene anche affitti stabili e offerte alternative come cinema e attività culturali a prezzi accessibili. E non dimentichiamo l’argomento ecologico: l’industria edilizia consuma molte risorse, masse di materiali. È quindi assurdo che in Europa si continuino a demolire così tanti edifici per costruirne di nuovi.

Lei ha scritto un libro sul processo di riqualificazione del sito del birrificio Carlsberg a Copenaghen. È stato creato uno sviluppo urbano di carattere?
Nel caso di Carlsberg, il gruppo di pianificazione ha deciso molto presto e in modo molto preciso come edificare il sito di 30 ettari. Un concorso internazionale di architettura con oltre 200 proposte ha prodotto idee molto interessanti per il sito – influenzate, tra l’altro, da Jan Gehl e dalla sua idea di città vivente – ma le decisioni sono state prese prematuramente e alla fine non c’è stato spazio per cambiamenti. Il piano prevedeva di riempire il sito con molti nuovi edifici, creando densità e preservando ciò che aveva valore patrimoniale secondo i criteri tradizionali. Tuttavia, sono stati presi in considerazione solo gli edifici più antichi. Un suggestivo viale di castagni centenario è stato invece eliminato. I progettisti hanno anche dimezzato uno degli storici giardini delle birrerie e non è rimasto quasi nulla dei grandi capannoni industriali degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Molti spazi verdi hanno subito un destino simile. La maggior parte degli ampi spazi aperti è stata edificata e un recente censimento mostra che 177 degli alberi esistenti sono stati abbattuti per far posto alla città densa. Oggi, quando i primi cambiamenti sono visibili, molti cittadini di Copenaghen si lamentano che l’area di Carlsberg ha perso la sua diversità e il suo carattere.

Questo è dovuto anche al fatto che i nuovi edifici non riprendono il percorso industriale?
Assolutamente sì. La maggior parte degli edifici in loco ha un’architettura generica, potrebbero essere ovunque. Molte delle qualità speciali che un tempo erano presenti in quell’area sono state cancellate senza che se ne sia mai parlato.

Chi o cosa ha ostacolato la discussione?
In questo caso si sono verificati diversi meccanismi. La teoria secondo cui „una città densa è una buona città“ ha un alto profilo tra gli architetti e gli urbanisti e significava anche che non molte persone a Copenaghen erano interessate alle caratteristiche spaziali del birrificio Carlsberg. L’importante era costruire qualcosa di nuovo e denso: questo era il pensiero dei decisori. Il cliente, la fabbrica di birra Carlsberg, voleva sfruttare la densità. Erano interessati alla conservazione dei monumenti, ma soprattutto dei singoli edifici del XIX secolo. Questo ha portato a dei punti ciechi.

… Leggete l‘articolo completo su Garten+Landschaft 11/18 per scoprire cosa intende Svava Riesto per punti ciechi e cosa gli architetti del paesaggio possono imparare dal caso Carlsberg per i loro progetti di riqualificazione.

„Casa con tre gesti“ di fala atelier

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"Casa con tre gesti" di fala atelier

"Casa con tre gesti" di fala atelier

Con la „Casa dei tre gesti“ a Gondomar, in Portogallo, lo studio di architettura svizzero-portoghese fala atelier ha creato una casa che sfida l’ambiente banale circostante con un volume sorprendente.

L’edificio residenziale semicircolare a un piano sorge su un lotto d’angolo irregolare in un piccolo sobborgo vicino a Porto e sembra più una galleria o una cappella.
I bordi liberi del semicerchio sono paralleli al lato della strada. L’interno della casa è accessibile anche dal lato della strada. All’interno, le stanze adiacenti sono allineate lungo una pianta a gradini. Alla fine di questa linea, il bagno è formato da una torre. La zona giorno semicircolare dà accesso al giardino.

All’interno, i materiali sono chiaramente definiti. Le pareti dipinte si inseriscono tra il pavimento in legno e il soffitto in cemento a vista. I bordi principali sono accentuati da listelli di legno scuro. Gli ambienti sono illuminati grazie alle numerose aperture sul lato strada.

Il nome della casa si riferisce ai tre movimenti seguenti: curvatura, inclinazione e sfondamento.
La curvatura è dovuta al muro di cinta che „abbraccia“ la casa. L’inclinazione è creata dal tetto spiovente, che presenta un camino rosa. Il semicerchio è interrotto da una finestra che dà accesso al giardino. La casa è un volume che considera e celebra ogni superficie attraverso sofisticate sovrapposizioni.

Per saperne di più su un altro progetto fala, cliccate qui.

Potete leggere ulteriori informazioni su fala in BM 10/17 e BM 03/19.

Nella vastità dell’Alentejo portoghese, Casa Azul si confonde quasi con l’ambiente circostante. Il colore rosso dominante della casa riprende i toni della natura circostante. L’architetto Ricardo Bak Gordon combina il colore con un’architettura formalmente austera.

Sebbene la vista e l’ampiezza siano allettanti, la facciata presenta solo poche aperture. A destra e a sinistra del centro a un piano si ergono strutture più alte. Qui l’edificio presenta stanze semi-aperte. Questi „salotti all’aperto“ sono dotati di aperture nella parete. Come finestre senza telaio, permettono di vedere in tutte le direzioni. I soffitti dei soggiorni all’aperto sono costituiti da una rete che protegge dal sole. Il pavimento e le pareti sono invece dello stesso colore rosso chiaro del resto della casa. Più ci si addentra nella Casa Azul, più le stanze diventano private. Sono raggruppate intorno a un piccolo patio interno privato e aperto sul cielo.

Le pareti di Casa Azul sono intonacate con malta gessosa. Ha lo stesso colore rossastro sia all’interno che all’esterno. Il terreno intorno alla Casa Azul è in gran parte lasciato allo stato naturale. Non è stato piantato o sistemato molto. Solo alcuni elementi scultorei e decorativi sono disposti sotto i vecchi alberi esistenti. La Casa Azul giace quasi come un masso su un terreno incontaminato. Ma la sua architettura ci dice molto anche sul clima locale. I muri spessi immagazzinano il fresco. Le piccole aperture sulle facciate lasciano entrare solo un po‘ di luce solare. Non c’è dubbio che l’architetto Ricardo Bak Gordon sia riuscito a creare con Casa Azul un’architettura magnifica e allo stesso tempo sensibile.

Forme rigorose, sole scintillante. Anche la Casa Mérida, in Messico, dell’architetto Ludwig Godefroy, si basa sulla combinazione di questi elementi.

A un centinaio di chilometri a sud di Lisbona, un dolce paesaggio collinare caratterizza i dintorni della cittadina di Grândola. Qui nell’Alentejo cresce poco. Quando fa caldo, un colore rossastro domina il paesaggio. È proprio questo colore che Ricardo Bak Gordon ha colto. Con Casa Azul ha progettato e costruito una casa che, a parte alcuni elementi, è rossa come la terra. Tuttavia, l’architettura si distingue chiaramente dall’ambiente naturale circostante. È quasi in trono su una piccola collina, da cui la vista può spaziare in lungo e in largo.

La cittadina di Grândola è una città di quartiere in piena espansione. Un tempo la zona era caratterizzata dall’agricoltura e dall’industria. Oggi, la città beneficia di un collegamento ferroviario veloce con la capitale Lisbona e con Faro, nel sud del Portogallo. Inoltre, la costa atlantica dista solo 30 chilometri da Grândola. Oltre al suo grande mercato e a un’importante fiera agricola, questo è ciò che rende la città così attraente oggi. Questo è uno dei motivi per cui i nuovi quartieri intorno al centro storico sono in costante crescita. Sebbene anche la Casa Azul sia stata costruita di recente, non ha nulla a che vedere con le case dei nuovi quartieri. La „casa blu“ si trova nel mezzo del paesaggio collinare della Serra de Grândola. Qui, a circa dieci chilometri dalla città, sul Monte dos Patos è stato individuato il terreno ideale per la costruzione di Casa Azul.

Sul pendio del Monte dos Patos, Casa Azul media tra cielo e terra. L’edificio riprende la colorazione del terreno e da lì si proietta nel blu del cielo. L’ingresso della casa è a nord. Un sentiero conduce al cortile d’ingresso. Da qui si può entrare nella casa o salire lateralmente attraverso una scala esterna che porta alla terrazza. Il colore rosso domina già il cortile. Sia la scala in pietra naturale che la pavimentazione si fondono con l’ambiente circostante in termini di colore. Solo l’ingresso è bianco e spicca, così come le cornici bianche delle finestre. Il piano di base è incastonato nel terreno. Su questo zoccolo sono impilate strutture cubiche, sporgenti e incassate, che formano il piano residenziale.

L’architetto Ricardo Bak Gordon paragona la pianta a un gigantesco serbatoio d’acqua attaccato a un muro. Da una prospettiva di volo, tuttavia, la forma di base della Casa Azul ricorda anche un angelo con le ali spiegate. Le gambe snelle si trovano a nord e le ali si spiegano a sud. Dalla stretta zona d’ingresso a nord, l’edificio si estende a gradini verso sud. L’intera larghezza della facciata sud si apre leggermente verso il sole e l’ampio paesaggio. Di fronte si trova una terrazza. Anche qui ricorrono gli elementi bianchi. La sezione centrale della lunga facciata curva contrasta in bianco con il rosso acceso del resto dell’edificio, così come la piscina.

Rampa parlamentare

Rampa parlamentare

Per il momento è stato deciso: il restauratore di pietra con formazione accademica non è un artigiano. Ciò che sembra scontato non lo è per la Cassa di previdenza complementare degli scalpellini e degli intagliatori di pietra, che ha intentato la causa. Essa ha citato in giudizio il restauratore di pietra della Turingia Ilja Streit per il pagamento delle pensioni aziendali arretrate da diversi anni. Infatti, facendo concorrenza alle imprese di scalpellini, assumendo lavori che anche loro possono eseguire, egli è un artigiano che deve versare alla cassa scalpellini per i suoi dipendenti.

Il fondo è stato bocciato in prima istanza dal Tribunale del lavoro di Wiesbaden nel 2017. Il 10 maggio 2019, il Tribunale del lavoro dell’Assia ha stabilito „che un restauratore con formazione accademica non è soggetto ai contratti collettivi per scalpellini e scultori di pietra con la sua azienda se le attività sono caratterizzate da un approccio e un metodo di lavoro scientifico e storico-artistico“, secondo il comunicato stampa del tribunale. È stato espressamente ammesso il ricorso al Tribunale federale del lavoro.

Dall’esterno, la concorrenza tra artigiani e restauratori sembra quasi incomprensibile. Storicamente, era inevitabile che accadesse. Tuttavia, sono passati così tanti decenni dall’introduzione della professione di restauratore che lentamente si dovrebbe trovare una soluzione. Una soluzione fondamentale che enfatizzi la coesistenza complementare di artigiani e restauratori con formazione accademica e che non rafforzi la divisione e non evochi ripetutamente una situazione di competizione .

In Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania Occidentale, i restauratori sono considerati per legge una libera professione. Questo chiarisce le cose. Una legge simile in tutti gli altri Stati federali sarebbe un primo passo importante. Forse un’ulteriore chiarificazione della legislazione significherebbe che i restauratori dovrebbero pagare le tasse sul lavoro manuale in modo diverso dal lavoro che svolgono come accademici. Questo probabilmente richiederebbe molto tempo, ma sarebbe una normativa chiara. Dopo tutto, i restauratori con formazione accademica che vanno in tribunale perché non hanno pagato i contributi per l’assicurazione complementare degli artigiani sono la peggiore soluzione possibile.

Applicazioni blockchain spaziali negli spazi pubblici

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Edifici urbani visti dall'alto, fotografati da Bence Balla-Schottner

Una blockchain nel parco? Sembra un’esagerazione digitale e una tecno-fantasia. Ma in realtà, l’applicazione spaziale della blockchain è sul punto di cambiare lo spazio pubblico in modo radicale, proprio come la costruzione di oleodotti o il traffico automobilistico. Il dibattito oscilla tra le stronzate della blockchain e l’innovazione vera e propria: è giunto il momento di analizzare i fatti, le fantasie e le insidie.

  • Le applicazioni della blockchain spaziale stanno ridefinendo la proprietà, l’uso e l’accesso agli spazi pubblici.
  • Germania, Austria e Svizzera stanno sperimentando identità digitali, gettoni urbani e documentazione a prova di manomissione.
  • La sovranità digitale, la protezione dei dati e la governance sono al centro del dibattito.
  • Innovazioni come contratti intelligenti, NFT e gemelli digitali si fondono con le tecnologie blockchain.
  • Criticità: la complessità, il consumo energetico, la frammentazione sociale e l’incertezza normativa rallentano l’utilizzo pratico.
  • Opportunità: trasparenza, sviluppo urbano partecipativo, processi a prova di manomissione e nuovi modelli di beni comuni urbani.
  • Le competenze tecniche in crittografia, modellazione dei dati e governance sono obbligatorie per i progettisti e gli sviluppatori.
  • L’avanguardia architettonica mondiale sta discutendo: Lo spazio pubblico sta diventando una piattaforma, una merce o una nuova arena per la democrazia digitale?

Dal parco urbano allo smart contract: cosa significano davvero le applicazioni spaziali della blockchain nello spazio pubblico

Quando oggi si parla di blockchain, di solito si intende Bitcoin, NFT o qualche altro sogno crittografico. Ma la vera rivoluzione sta silenziosamente avanzando verso di noi e non riguarda la prossima immagine digitale, ma lo spazio urbano stesso. Le applicazioni della blockchain spaziale promettono un cambiamento di paradigma: aree, percorsi, piazze e persino spazi aerei diventeranno oggetti digitali con un’identità unica, un uso documentato e un controllo automatizzato. In parole povere: lo spazio pubblico non sarà più solo gestito, ma programmato. Sembra fantascienza, ma da tempo è diventato realtà in progetti pilota da Zurigo a Vienna. Che si tratti di autorizzazioni digitali per i parcheggi, di spazi temporanei per eventi o di economie urbane di token per le offerte di condivisione, ovunque l’amministrazione tradizionale raggiunga i suoi limiti, la blockchain si prepara a scrivere le nuove regole del gioco. Il punto forte: la tecnologia consente di trasferire diritti e obblighi direttamente in protocolli digitali, trasparenti, immutabili e teoricamente comprensibili per tutti. Tuttavia, esiste un divario tra la teoria e la pratica in cui la scena dell’architettura e dell’urbanistica è attualmente persa in una corsa sfrenata.

I progetti pilota in Germania, Austria e Svizzera sono ancora pochi, ma sono indicativi. A Monaco di Baviera si sta testando la documentazione dei diritti di costruzione supportata dalla blockchain, a Vienna si stanno sperimentando i contratti intelligenti per la gestione dei mercati temporanei, a Zurigo si stanno sperimentando le identità digitali per i servizi di condivisione: tutto in fase sperimentale, ma con un enorme potenziale. Non sorprende che sia proprio la Svizzera a fare da apripista: Qui, la sperimentazione tecnologica incontra una cultura amministrativa che non si lascia andare immediatamente all’innovazione. In Germania, invece, molte città esitano, soprattutto a causa dell’incertezza sulla protezione dei dati, sulla regolamentazione e sulla complessità tecnica. L’Austria si colloca a metà strada, con progetti piccoli e agili all’ombra della politica federale. Una cosa è chiara: se non si testa ora, si documenta solo dopo.

Lo spazio pubblico come processo digitale: sembra il sogno delle aziende tecnologiche, ma è un’opportunità per le città di sperimentare nuove forme di partecipazione e controllo. I contratti intelligenti consentono di assegnare automaticamente i diritti di accesso ai parchi, le licenze d’uso per il giardinaggio urbano o i punti di condivisione per gli e-scooter – in tempo reale, senza documenti e con una tracciabilità completa. Allo stesso tempo, sta emergendo una nuova area di tensione tra bene comune, interessi privati e controllo tecnocratico. Perché se l’accesso al parco è improvvisamente legato a un token digitale, sorge la domanda: chi programma le regole, chi le fa rispettare e chi ne beneficia? L’architettura e l’urbanistica sono chiamate a non lasciare queste domande agli sviluppatori di software.

Innovazioni come gli NFT, ovvero i certificati digitali di autenticità, potrebbero essere utilizzati in futuro per opere d’arte urbana, usi temporanei o anche per documentare la partecipazione dei cittadini. Non ci sono limiti all’immaginazione, a patto che le basi tecniche e legali siano adeguate. Ciò che oggi è ancora considerato un espediente, domani potrebbe diventare uno standard: Le aree non saranno più solo assegnate ma gettonate, gli usi non saranno più solo approvati ma controllati automaticamente. Questo sembra un inferno amministrativo per i tradizionalisti, ma un sogno per tutti coloro che desiderano uno sviluppo urbano trasparente e dinamico.

Tuttavia, la strada è impervia e i rischi sono reali. La complessità tecnica, la mancanza di standard, l’elevato consumo energetico e il rischio di esclusione sociale dovuto alle barriere di accesso digitali sono il lato oscuro dell’utopia della blockchain. Chiunque trasformi lo spazio pubblico in un banco di prova digitale deve assumersi le proprie responsabilità, in termini di trasparenza, equità e inclusione. I prossimi anni mostreranno se la blockchain riuscirà a passare dall’hype al municipio – o se scomparirà come un giocattolo per nerd nello scantinato della digitalizzazione.

Innovazioni tecnologiche e sovranità digitale: la situazione in Germania, Austria e Svizzera

Guardando alla regione DACH, emerge un quadro familiare: la Svizzera come laboratorio, l’Austria come intermediario agile, la Germania come procrastinatore con un grande potenziale. Mentre gli svizzeri stanno già sperimentando i catasti basati su blockchain e le identità digitali nella sfera pubblica, la Germania è ancora alle prese con la questione di chi sia il proprietario dei dati e di come questi possano essere elaborati. In Austria, piccoli ma validi progetti pilota stanno emergendo sulla scia dei suoi grandi vicini, concentrandosi principalmente sugli usi temporanei e sullo sviluppo urbano partecipativo. Tuttavia, il percorso dalla dimostrazione all’uso diffuso è ripido e le insidie tecniche, legali e culturali si nascondono ovunque.

Le maggiori innovazioni si stanno attualmente verificando all’intersezione tra blockchain, IoT e gemelli digitali urbani. I sensori registrano in tempo reale l’utilizzo dello spazio pubblico, i contratti intelligenti controllano l’assegnazione di diritti e licenze, i protocolli blockchain documentano tutto a prova di manomissione e tracciabilità. I gemelli digitali della città sono collegati a backend blockchain in modo che ogni cambiamento, ogni intervento e ogni utilizzo possa essere registrato e analizzato in tempo reale. Il risultato: una nuova forma di governance urbana in cui la pianificazione, il funzionamento e la partecipazione non funzionano più in modo lineare, ma come una rete dinamica.

Questi nuovi modelli non sono fini a se stessi, ma una risposta alle crescenti esigenze di trasparenza, efficienza e resilienza degli spazi pubblici. Chiunque organizzi un festival in un parco oggi deve destreggiarsi tra autorità, residenti, fornitori di servizi e sistemi informatici; domani, uno smart contract potrebbe regolare tutto, dall’approvazione dello spazio ai requisiti di protezione dal rumore e allo smaltimento dei rifiuti. La blockchain diventerà quindi il sistema operativo invisibile della vita urbana quotidiana, automatizzando i processi, proteggendo i dati e facilitando la partecipazione. Ma come sempre, chi programma le regole controlla il sistema. Ecco perché la sovranità digitale sarà la questione chiave dei prossimi anni.

La questione della governance è tutt’altro che banale. Le città devono gestire le proprie blockchain, affidarsi a reti aperte o a fornitori privati? Chi si assume la responsabilità se i contratti intelligenti commettono errori o vengono manipolati? E come si può evitare che singoli attori monopolizzino digitalmente lo spazio pubblico? Queste domande sono attualmente oggetto di un acceso dibattito nella regione DACH, spesso senza risposte affidabili. Tuttavia, una cosa è certa: se si perde il controllo dell’infrastruttura blockchain, si perde anche la sovranità sullo spazio pubblico.

La competenza tecnica è quindi d’obbligo: gli studi di architettura e urbanistica devono sviluppare competenze in crittografia, modellazione dei dati, progettazione dei processi e governance digitale se vogliono avere voce in capitolo nel futuro. I tempi in cui le blockchain erano importanti solo per i nerd e i banchieri sono finiti. Lo spazio urbano digitale deciderà chi darà forma al futuro e chi si limiterà a gestirlo.

Sicurezza, sostenibilità e responsabilità sociale: dibattiti e sfide

L’euforia che circonda le applicazioni della blockchain nella sfera pubblica è accompagnata da una serie di seri dibattiti – e questo è un bene. Perché dietro la promessa di trasparenza ed efficienza si nascondono rischi tangibili che non vanno sottovalutati. Il primo e più ovvio punto critico è il consumo di energia. Le blockchain proof-of-work, come il Bitcoin in particolare, sono un disastro ecologico, anche se protocolli più recenti come il proof-of-stake o i sistemi ibridi funzionano in modo molto più economico. Tuttavia, resta da chiedersi quanta infrastruttura digitale aggiuntiva possa tollerare lo spazio pubblico senza aumentare la sua impronta ecologica. La sostenibilità deve quindi essere considerata fin dall’inizio, non come una foglia di fico, ma come parte integrante di qualsiasi strategia blockchain.

Un’altra area problematica è la frammentazione sociale. Se l’accesso a spazi pubblici, offerte o servizi è improvvisamente legato a identità digitali, token o portafogli, si rischia una nuova forma di emarginazione. Chi non possiede uno smartphone, chi è sopraffatto dai processi digitali o chi non ha la necessaria fiducia nella tecnologia diventerà rapidamente un outsider digitale. Sono necessarie soluzioni creative: alternative analogiche, accesso a bassa soglia e una vera cultura dell’inclusione digitale. Tutto il resto sarebbe arroganza tecnocratica e un pericolo per la comunità.

Anche la questione della protezione e della sovranità dei dati è tutt’altro che risolta. Le blockchain sono trasparenti e permanenti per loro stessa natura, il che rende più difficile la manipolazione, ma pone anche nuove sfide quando si tratta di proteggere i dati sensibili. Chi può vedere cosa? Chi può modificare cosa? E come si possono correggere errori o usi impropri una volta che i dati sono nella blockchain? Ciò richiede competenze non solo tecniche, ma anche legali ed etiche, e un quadro giuridico chiaro che consenta l’innovazione ma impedisca gli abusi.

La questione della governance è il filo conduttore di tutte le discussioni. Chi decide le regole nello spazio urbano digitale? Chi controlla gli algoritmi, i contratti intelligenti e le economie di token? Il pericolo della commercializzazione è reale: se i grandi fornitori di piattaforme o gli investitori scoprono lo spazio pubblico come mercato digitale, i beni comuni rischiano di diventare un campo da gioco privatizzato. L’architettura e l’urbanistica sono quindi chiamate a svolgere un ruolo attivo in questo sviluppo, come difensori del bene comune e come progettisti di nuovi processi urbani.

Nonostante le sfide, la blockchain offre anche enormi opportunità per la sostenibilità e la partecipazione sociale. La documentazione a prova di manomissione può prevenire la corruzione, i processi automatizzati possono preservare le risorse, nuovi modelli di amministrazione collettiva e commons urbani stanno diventando possibili. La questione cruciale non è se la blockchain arriverà, ma come e da chi sarà progettata. Coloro che si limitano a guardare ora saranno lasciati indietro in seguito.

Discorso globale, esperimenti locali e futuro dell’architettura

Chiunque creda che il dibattito sulle applicazioni spaziali della blockchain sia un fenomeno di nicchia europeo si sbaglia di grosso. Città, studi di architettura e start-up tecnologiche di tutto il mondo stanno sperimentando nuovi modelli di gestione digitale degli spazi. A Seul si stanno testando i mercati urbani NFT, a New York si stanno sperimentando contratti di affitto basati su blockchain per i negozi pop-up, mentre a Singapore la gestione degli spazi condivisi è da tempo digitale e automatizzata. L’avanguardia globale vede lo spazio pubblico del futuro come una piattaforma – programmabile, collegabile in rete, aperta a nuove forme di partecipazione e creazione di valore.

Allo stesso tempo, cresce la critica al capitalismo delle piattaforme e al pericolo che lo spazio pubblico degeneri in una merce. La scena architettonica e urbanistica sta discutendo appassionatamente se lo spazio digitale diventerà un campo di gioco per i beni comuni creativi, i nuovi modelli di governance e i processi partecipativi – o un Eldorado per gli investitori, le aziende tecnologiche e i commercianti di dati. La risposta dipende da chi stabilisce gli standard tecnici, legali e culturali. L’Europa ha l’opportunità di stabilire la propria rotta con una forte attenzione alla protezione dei dati, alla sostenibilità e al bene comune, se ha il coraggio di sperimentare.

Per l’architettura, questo significa che il ruolo dei progettisti sta cambiando radicalmente. Non sono più solo progettisti di spazi, ma anche curatori di processi digitali, moderatori di strutture di governance e sviluppatori di nuovi formati di partecipazione. Chiunque voglia progettare spazi urbani rilevanti in futuro deve comprendere non solo il diritto edilizio, ma anche blockchain, smart contract e gemelli digitali. Per molti si tratta di un salto nel buio, ma anche di un’opportunità unica per plasmare attivamente il futuro degli spazi urbani.

La chiave è la sperimentazione locale. Nessuna città può tirare fuori dalla manica la soluzione perfetta. Ciò che conta è il coraggio di testare le nuove tecnologie su piccola scala, di ammettere gli errori e di imparare da essi. Le migliori innovazioni nascono quando l’amministrazione, la società civile, le imprese e l’architettura lavorano insieme alla pari, in modo aperto, creativo e con una chiara bussola per il bene comune. La blockchain non è mai fine a se stessa, ma è sempre uno strumento per creare spazi urbani migliori, più equi e più trasparenti.

Alla fine, vedremo se la visione di una città digitale e partecipativa diventerà realtà – o se lo spazio pubblico scomparirà nella nuvola della blockchain. Una cosa è certa: chi non dice la sua oggi sarà sopraffatto domani. Il tempo di aspettare e vedere è finito. Benvenuti nell’era della città programmabile.

Conclusione: Blockchain negli spazi pubblici – tra utopia, rischio e realtà

Le applicazioni spaziali della blockchain sono molto più che un’idea per i nerd della tecnologia. Rappresentano il prossimo stadio evolutivo dello sviluppo urbano, a metà strada tra trasparenza radicale, nuova governance e rischi reali. L’esperimento è appena iniziato in Germania, Austria e Svizzera, ma l’avanguardia globale è già un passo avanti. Chi non affronta ora le questioni tecniche, legali e sociali sarà solo uno spettatore dello spazio urbano digitale del futuro. La blockchain può rendere lo spazio pubblico più equo, trasparente e partecipativo, ma solo se l’architettura, la pianificazione e la società civile mantengono il controllo. Il grande compito dei prossimi anni non è quello di trasformare la blockchain in uno strumento di esclusione o commercializzazione, ma in una piattaforma per una vera innovazione urbana. Qualsiasi altra cosa sarebbe un potenziale sprecato.

Il ponte Erasmus: un’icona di Rotterdam

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Il ponte Erasmus è il simbolo di Rotterdam. Foto: ©Ronald Tilleman

Il ponte Erasmus è il simbolo di Rotterdam. Foto: ©Ronald Tilleman

Rotterdam è nota, tra l’altro, per la sua variegata architettura. Uno degli edifici più suggestivi e un punto di riferimento della città è il Ponte Erasmus di Ben van Berkel, uno dei fondatori di UNStudio. Per la sua forma insolita, che permette al ponte di oscillare con grazia sul fiume Mosa, è affettuosamente chiamato „il cigno“ dagli abitanti del luogo.

Dopo sei anni di progettazione e costruzione, il ponte Erasmus è stato inaugurato ufficialmente dalla regina Beatrice dei Paesi Bassi il 6 settembre 1996. Il ponte è l’ultimo collegamento nord-sud prima del porto di Rotterdam e del Mare del Nord, il che gli conferisce una posizione speciale nella costellazione urbana della città. Per questo luogo, la città non solo ha immaginato un collegamento tra due quartieri, ma voleva anche un’icona che desse alla città una nuova identità.

Van Berkel descrive il processo di progettazione come difficile, ma ha riconosciuto la grande opportunità che questo compito rappresentava per lui, in quanto nuovo arrivato. Ha realizzato schizzi in quasi dodici luoghi per rappresentare le diverse prospettive del ponte. Per lui, il ponte dovrebbe unire la storia di Rotterdam, la solidità del porto e le diverse qualità del nord e del sud della città, che sono unite dal ponte. I diversi studi hanno dato vita a un ponte luminoso, un punto di riferimento.

Il fatto che il ponte Erasmus sia un’architettura per la gente diventa chiaro al più tardi quando il punto di riferimento diventa un luogo di eventi. Fa parte delle annuali Giornate del porto di Rotterdam, che si celebrano in onore del porto marittimo più grande d’Europa. Sul Cigno passa anche la Maratona di Rotterdam, il più grande evento podistico d’Olanda. Il ponte Erasmus è stato anche protagonista di film hollywoodiani e ospita le Red Bull Air Races e persino tappe del Tour de France.

Quando si visita Rotterdam, il ponte Erasmus è una tappa obbligata del programma. Per avere una buona panoramica delle due parti collegate della città, un tour in bicicletta dal centro città attraverso il ponte fino al futuristico quartiere Kop van Zuid e allo storico Delfshaven è un ottimo modo per conoscere la città.

Progetto attuale di UNStudio: A Melbourne, UNStudio e Cox Architecture stanno costruendo un edificio a doppia torre chiamato STH BNK.

Il ponte Erasmus è reso suggestivo dal pilone alto 139 metri. La sua forma asimmetrica con una struttura a mensole in acciaio azzurro e i 40 lunghi cavi simboleggiano le „forze mobili“ della città e le numerose considerazioni urbanistiche, strutturali e architettoniche che hanno accompagnato il processo di progettazione. In tutti gli studi, Van Berkel ha perseguito l’idea di un unico pilone per rafforzare il movimento da nord a sud. Inizialmente era stato progettato per essere significativamente più alto. Tuttavia, in collaborazione con la società di ingegneria Gemeentewerken Rotterdam, è stato ridotto nelle dimensioni e allungato di un arco per poter sostenere l’intera lunghezza di 802 metri. Tuttavia, per erigere il pilone è stata necessaria la gru galleggiante più potente del mondo, la Thialf.

Ma non è solo il pilone a rendere il Ponte Erasmus una struttura superlativa. Il ponte a bascula integrato, con una campata di 89 metri, è il più grande e pesante del suo genere in Europa occidentale. È necessario affinché possano entrare nel porto anche le navi che, a causa della loro altezza, non possono passare sotto il Cigno. In totale, il ponte Erasmus pesa circa 6.800 tonnellate.

Nel novembre 1996 sono state rilevate forti vibrazioni sui cavi strallati del ponte Erasmus. Queste si verificavano principalmente quando le gocce di pioggia scorrevano lungo i cavi in determinate condizioni di vento. Per ovviare a questo problema, sono stati installati degli smorzatori di vibrazioni dinamiche, che hanno fatto lievitare i costi di costruzione a circa 170 milioni di euro. I dettagli del ponte Erasmus sono stati trattati in modo olistico. A partire dai cinque piloni in calcestruzzo di forma diversa, passando per i parapetti e i pianerottoli fino ai giunti in calcestruzzo e acciaio. Van Berkel ha attribuito grande importanza alla materializzazione e alla finitura di ogni parte.

Per enfatizzare l’identità multipla della struttura come artefatto urbano, è stato elaborato un piano di illuminazione per dare al ponte il tocco finale, per così dire. Di notte, l’aspetto del ponte è limitato a una silhouette. Un’illuminazione speciale illumina il ponte Erasmus dall’interno, in modo che i suoi cavi appaiano sporgere dall’acqua come un’immagine smaterializzata del suo aspetto diurno.

Van Berkel riesce a soddisfare il desiderio dei politici di avere un’icona per Rotterdam. Tuttavia, egli descrive la realizzazione del progetto del ponte Erasmus come molto di più: „Per molto tempo, l’architettura ha avuto come scopo principale quello di creare immagini, provocare o essere politicamente coinvolta. Ma l’architettura non si occupa di creare immagini iconiche, bensì di come una struttura può comunicare con i suoi utenti. Spesso questo può avvenire a un livello molto personale. Nel nostro settore si pone molta enfasi sul modo in cui un progetto viene immediatamente accolto da giornalisti, blog di design, colleghi e comunità online. Ma dopo tanti anni, la qualità pubblica è molto più importante“.

La tesi secondo cui è la reazione umana all’architettura che può cambiarne la qualità è sostenuta nel caso del Ponte Erasmus dal suo nomignolo: „Il Cigno“. Si tratta di un’interpretazione del pubblico che non ha mai fatto parte dell’idea dell’architetto. Infatti, l’arco non è un’idea puramente visiva, ma una conseguenza della costruzione del ponte. Il rapporto tra l’altezza e la lunghezza del ponte è insolito e la forma angolare crea una forza curva in una struttura ad arco che sostiene l’enorme lunghezza del ponte.