La Chilehaus di Amburgo: un punto di riferimento dell'espressionismo architettonico nella Repubblica di Weimar. Foto: Lumu (talk) - Opera propria, CC BY-SA 3.0, via: Wikimedia Commons
La Chilehaus di Amburgo: un punto di riferimento dell'espressionismo architettonico nella Repubblica di Weimar. Foto: Lumu (talk) - Opera propria, CC BY-SA 3.0, via: Wikimedia Commons

Quasi nessun’altra epoca stilistica ha messo in discussione l’edilizia in modo così radicale come l’Espressionismo. Con forme organiche, strutture cristalline e un consapevole rifiuto del funzionalismo razionale, gli architetti dell’inizio del XX secolo hanno creato edifici che sembrano manifesti architettonici. Questo articolo mostra come l’Espressionismo abbia reinventato l’edilizia e perché le sue idee radicali abbiano ancora un impatto.

Quando, dopo la Prima guerra mondiale, l’Europa era in rovina e il vecchio ordine era in frantumi, artisti e architetti cercarono un nuovo linguaggio. Ciò che era iniziato da tempo in pittura – l’abbandono della rappresentazione a favore dell’espressione di stati interiori – trovava ora espressione anche nel cemento, nel mattone e nel vetro. Gli architetti dell’epoca non volevano più costruire semplici involucri per funzioni, ma creare spazi che toccassero, scuotessero e trasformassero le persone. Si trattava di un atteggiamento profondamente romantico, persino utopico, che si manifestava negli audaci progetti degli anni Dieci e Venti.

Cristallo e cosmo: le basi teoriche

L’espressionismo in architettura non è nato nel vuoto. Fu alimentato da una miscela di correnti filosofiche, impulsi letterari e una profonda sfiducia nello storicismo del XIX secolo. Il fattore decisivo fu l’idea che un edificio potesse non solo riflettere le emozioni, ma anche generarle attivamente. Nel suo influente testo „Glass Architecture“ del 1914, il poeta e teorico culturale Paul Scheerbart formulò la visione di un mondo luminoso e trasparente fatto di edifici in vetro colorato – un’utopia che ispirò immediatamente l’architetto Bruno Taut. Taut, uno dei pionieri più produttivi di questo movimento, fondò nel 1919 la „Catena del vetro“, un circolo epistolare di architetti dalla mentalità utopica, tra cui Hans Scharoun e Hermann Finsterlin. Nei loro disegni e nelle loro lettere, progettavano edifici come organismi viventi – cristalli di roccia, conchiglie, formazioni di stalattiti. Questi progetti rimasero spesso architetture di carta, cioè visioni non realizzate, ma il loro potere esplosivo intellettuale era enorme. Hanno definito cosa poteva essere l’architettura se la logica e l’economia non avevano più l’ultima parola.

Visioni costruite: Le opere chiave e i loro autori

Nonostante il carattere utopico di molti progetti, alcuni dei più importanti edifici espressionisti furono realizzati durante la Repubblica di Weimar. Primo fra tutti la Torre Einstein di Potsdam, costruita tra il 1919 e il 1924 dall’architetto Erich Mendelsohn. Originariamente concepito come osservatorio astrofisico, l’edificio in cemento stampato doveva apparire come un’unica, fluida scultura – un monumento che fonde forma e funzione in un impulso emotivo. Mendelsohn registrò inizialmente il progetto in furiosi schizzi a matita, e questa energia gestuale è ancora oggi visibile nell’edificio finito.
Altrettanto influente è la Chilehaus di Amburgo, completata nel 1924 da Fritz Höger. L’enorme complesso di uffici in mattoni scuri di clinker ha un angolo a sud-est simile a una prua di nave che si proietta in modo deciso ed espressivo nello spazio stradale. Höger ha dimostrato come un grande edificio commerciale possa comunque incarnare aspirazioni artistiche. Anche la Grossmarkthalle di Francoforte sul Meno, progettata da Martin Elsaesser e inaugurata nel 1928, è una delle opere canoniche: Le sue costruzioni ad arco in calcestruzzo, ampiamente curvate, combinano l’audacia tecnica con un effetto spaziale quasi gotico.

Impatto e conseguenze: da Weimar a oggi

L’Espressionismo in Germania ebbe una brusca fine con la crisi economica mondiale del 1929 e la successiva ascesa del Nazionalsocialismo. La Nuova Oggettività e la successiva architettura monumentale totalitaria sostituirono l’architettura organica, visionaria e soggettiva. Molti degli architetti coinvolti emigrarono e le loro idee furono portate avanti in altri contesti. Ciononostante, l’impulso continuò a produrre effetti. La Philharmonie di Hans Schorou a Berlino, inaugurata nel 1963, con la sua pianta asimmetrica e i contorni espressivi degli interni, richiama chiaramente le idee formulate negli anni Venti. Le connessioni possono essere tracciate anche al di fuori del mondo di lingua tedesca: Il teatro dell’opera di Jørn Utzon a Sydney, il terminal TWA di Eero Saarinen a New York o gli edifici di Zaha Hadid dimostrano come l’eredità di questo linguaggio formale sia rimasta viva.
Ciò che caratterizza l’Espressionismo in architettura è il suo ostinato rifiuto di accontentarsi del mero utilitarismo. In un’epoca in cui l’edilizia sostenibile, il design parametrico e i metodi di produzione digitale aprono nuove possibilità per le forme organiche e scultoree, quelle audaci visioni dell’inizio del XX secolo sembrano sorprendentemente attuali.

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Acquistare le case ImmoScout24: Selezione intelligente in base all’architettura

Casa-mia
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Piante verdi su una recinzione di cemento bianco in un contesto urbano, fotografate da Danist Soh

La casa di proprietà è il sacro graal della classe media tedesca, l’investimento del momento per le famiglie svizzere e il compagno di vita per i pragmatici austriaci. Ma chi oggi cerca di acquistare una casa su ImmoScout24 scoprirà rapidamente che i click e i parametri di ricerca non sono sufficienti per trovare il jackpot architettonico. Il mercato è surriscaldato, l’offerta è frammentata e l’algoritmo è ben lontano dallo sputare ciò che promette una sofisticata cultura edilizia. Sono finiti i tempi in cui si comprava una casa basandosi sull’istinto: benvenuti nell’era della selezione intelligente, dove architettura, digitalizzazione, sostenibilità e intelligenza artificiale stanno ridefinendo il campo di gioco.

  • In che modo ImmoScout24 e piattaforme analoghe stanno cambiando la selezione delle case nella regione DACH?
  • Perché l’architettura sta diventando il criterio di selezione centrale e come può essere mappata digitalmente?
  • Quale ruolo svolgono gli algoritmi, i big data e l’IA nell’intermediazione delle case?
  • Quali sfide e opportunità si presentano per una cultura edilizia sostenibile e per un abitare efficiente dal punto di vista delle risorse?
  • Cosa devono sapere i progettisti, gli agenti immobiliari e gli acquirenti dei profili architettonici digitali?
  • In che modo l’interazione tra economia delle piattaforme e architettura sta cambiando la professione?
  • Quali sono i dibattiti e le visioni che stanno dando forma alla scelta intelligente della casa di domani?
  • Come si colloca la regione DACH a livello internazionale e cosa possiamo imparare dalle tendenze globali?

La vetrina digitale: acquistare una casa nell’era della platform economy e dei filtri architettonici

La ricerca della casa perfetta si è spostata da una passeggiata nel quartiere all’autostrada digitale. ImmoScout24 e le sue controparti sono ora i guardiani del mercato immobiliare in Germania, Austria e Svizzera. Ciò che prima era regolato da agenzie immobiliari, annunci sui giornali e vitamina B, ora è gestito da algoritmi, funzioni di filtro e annunci ottimizzati. Ma per quanto comoda possa sembrare la ricerca digitale, c’è il rischio che le qualità architettoniche si perdano nel rumore dei dati. Le piattaforme sono orientate alla quantità, non alla qualità. Chi può filtrare in base ai metri quadrati, all’anno di costruzione e all’ubicazione, raramente si trova di fronte alla migliore cultura architettonica. L’architettura come criterio di creazione di valore? Niente affatto, almeno a prima vista.

In effetti, nel commercio immobiliare digitale l’architettura è stata raramente più di una bella immagine nell’inserzione. Vedute delle facciate, planimetrie, forse una parola chiave come „stile Bauhaus“. Manca la profondità e la differenziazione. Non si tratta di una coincidenza, ma di un sistema: le piattaforme ottimizzano la durata della permanenza, i click e le vendite, non la formazione architettonica. Chiunque sia interessato agli standard delle case passive, alle tradizioni edilizie regionali o a soluzioni planimetriche innovative deve districarsi in una marea di uniformità. L’interfaccia tra le offerte digitali e gli standard architettonici è un collo di bottiglia, e lo rimarrà finché l’architettura non verrà registrata e analizzata sulla base dei dati.

La situazione nella regione DACH è esemplare. In Germania continua a dominare la casa unifamiliare in periferia, in Svizzera la casa a schiera con vista sulle Alpi e in Austria il condominio con facciata in stile guglielmino. Tuttavia, la qualità estetica e funzionale degli immobili offerti è raramente comunicata. Le piattaforme potrebbero fare molto qui, se lo volessero. La domanda di sostanza architettonica c’è, ma raramente viene soddisfatta. Il mercato è lento, gli algoritmi ancora di più: un invito all’innovazione.

Cosa si può fare, dunque? La risposta non può che essere: L’architettura deve diventare una categoria, non una nota di stile. Le piattaforme digitali hanno il potenziale per classificare le case non solo in base al prezzo e alla posizione, ma anche in base alla qualità architettonica. Ciò richiede nuovi modelli di dati, filtri intelligenti e una trasparenza radicale della cultura edilizia. Gli acquirenti di domani vogliono sapere cosa stanno effettivamente comprando e perché dovrebbe essere qualcosa di più di una bella foto al tramonto.

Il futuro dell’acquisto di case è digitale, ma non deve essere arbitrario. Chi oggi cerca case su ImmoScout24, domani dovrà poter contare su filtri architettonici intelligenti, modelli di valutazione digitali e criteri di selezione sostenibili. Non si tratta solo di una questione di comodità, ma di costruire una cultura. E una sfida alle piattaforme ad assumersi seriamente la propria responsabilità.

Architettura come algoritmo: Come l’AI e i big data stanno riorganizzando il processo di selezione

L’idea di registrare e analizzare digitalmente l’architettura sembra il sogno di ogni scienziato dei dati, eppure da tempo è diventata realtà. L’analisi delle immagini basata sull’intelligenza artificiale, i modelli di dati semantici e le analisi automatizzate delle planimetrie non sono più fantascienza, ma fanno parte della cassetta degli attrezzi digitale. ImmoScout24 sta già sperimentando l’apprendimento automatico per classificare gli annunci in base alla tipologia architettonica, alla qualità dell’edificio e persino al senso dello spazio. L’obiettivo è quello di presentare agli utenti non solo case, ma anche stili di vita adeguati. Ma come funziona in pratica?

In sostanza, si tratta di rendere la qualità architettonica leggibile dalla macchina. Si comincia con il riconoscimento automatico delle caratteristiche stilistiche nelle foto, si prosegue con l’estrazione dei dati delle planimetrie e si finisce con la categorizzazione dei metodi di costruzione, dei valori energetici e delle qualità dei materiali. L’intelligenza artificiale è ora in grado di riconoscere schemi che persino gli agenti immobiliari più esperti ignorano: La casa è un bungalow degli anni ’70 o una casa passiva con struttura in legno? Quanto è aperta la pianta, quanto è buona l’illuminazione, quanto è sostenibile la tecnologia costruttiva? Gli algoritmi possono fornire le risposte, se vengono alimentati con i dati giusti.

Ma è proprio qui che sta il problema. Spesso i dati sono scarsi e le informazioni fornite dai fornitori sono incomplete. Molti annunci su ImmoScout24 contengono frasi standard e informazioni vaghe. Tuttavia, la qualità dell’IA dipende direttamente dalla qualità dei dati. Questo costringe le piattaforme a stabilire nuovi standard: Campi obbligatori per i parametri energetici, caricamento di documenti di pianificazione, controlli di plausibilità automatizzati. Questo è l’unico modo per evitare che l’algoritmo trasformi il vino vecchio in filtri nuovi.

Gli effetti sugli architetti sono ambivalenti. Da un lato, c’è la possibilità di rendere più visibili i propri progetti, a patto che le loro qualità possano essere rappresentate digitalmente. Dall’altro lato, c’è il rischio che le competenze vengano svalutate se i modelli di IA producono valutazioni architettoniche apparentemente oggettive. Il confine tra consulenza e automazione sta diventando sempre più labile. Chi non riesce a tenere il passo, lascia il campo agli operatori di piattaforma e agli ingegneri dei dati.

La linea di fondo è chiara: l’IA guiderà scelte più intelligenti nell’acquisto di una casa. Ma non può sostituire il giudizio dell’architetto. I migliori algoritmi saranno utili solo se accompagnati da conoscenze specialistiche, riflessioni critiche e criteri sostenibili. Il compito dell’industria è quello di contribuire a definire le regole del gioco, prima che l’algoritmo abbia l’ultima parola.

Sostenibilità nella frenesia dei filtri: la dimensione (in)visibile dell’acquisto di una casa

Chi cerca una casa su ImmoScout24 oggi raramente si imbatte in filtri di sostenibilità. Eppure l’esigenza di vivere nel rispetto delle risorse è più che mai sentita. Valori dei certificati energetici, pannelli solari, materiali da costruzione: tutto questo spesso rimane invisibile nell’annuncio o è nascosto in testi fioriti. Le piattaforme sono in ritardo rispetto agli sviluppi sociali. Eppure potrebbero diventare un motore della cultura dell’edilizia sostenibile, a patto di prendere sul serio la sfida.

In Germania, la crisi energetica ha aumentato la consapevolezza dell’efficienza degli edifici, in Svizzera l’energia grigia è da tempo un problema, in Austria i progetti di ristrutturazione sono in piena espansione. Tuttavia, la conoscenza della sostenibilità rimane frammentaria e l’orientamento sulle piattaforme è inadeguato. Chi cerca case passive, immobili da ristrutturare o materiali da costruzione ecologici deve districarsi tra filtri poco curati e annunci infiniti. L’acquisto di una casa in formato digitale non è ancora verde, ma soprattutto grigio.

E se la sostenibilità diventasse il filtro principale? Se piattaforme come ImmoScout24 dovessero fornire obbligatoriamente classi energetiche, bilanci di CO2 e costi del ciclo di vita? Gli effetti sarebbero enormi: gli acquirenti sarebbero in grado di prendere decisioni informate, i casi di ristrutturazione diventerebbero più trasparenti e i vecchi edifici non sarebbero più etichettati come inefficienti in generale. Sarebbe un salto di qualità per la cultura dell’edilizia e una benedizione per il clima e il portafoglio.

Tecnicamente, questo è possibile da tempo. I certificati degli edifici, i gemelli digitali e i modelli BIM forniscono la base dei dati. L’intelligenza artificiale può verificare la plausibilità delle informazioni e confrontarle con i dati di mercato. La sfida non è la tecnologia, ma il desiderio di trasparenza. I fornitori sono riluttanti a rivelare i punti deboli, le piattaforme temono di essere respinte se il filtraggio è troppo onesto. Ma il mercato si trasformerà: La prossima generazione di acquirenti vuole sapere quanto sia realmente sostenibile la propria nuova casa.

Per gli architetti, questo significa che le qualità sostenibili devono essere comunicabili e verificabili digitalmente. Se volete guadagnare punti nella vendita di una casa, dovete offrire qualcosa di più di un bel rendering. I dati sul ciclo di vita, i passaporti dei materiali e il potenziale di ristrutturazione stanno diventando argomenti di vendita. Le piattaforme si trovano di fronte a una scelta: vogliono rimanere puri mercati o diventare catalizzatori di una rivoluzione edilizia sostenibile?

Competenze tecniche e nuovi ruoli: Cosa devono sapere ora i professionisti

Le richieste a progettisti, agenti immobiliari e sviluppatori sono in aumento. Chiunque presenti o intermedi una casa in digitale oggi deve essere in grado di fare di più che disegnare planimetrie e scattare foto. Piattaforme come ImmoScout24 richiedono dati strutturati, prove digitali e, sempre più spesso, modelli 3D. La classica esposizione si sta trasformando in un gemello digitale che non si limita a contare le superfici e le stanze, ma dimostra anche la qualità della costruzione, l’efficienza energetica e l’innovazione architettonica. Chi non è al passo con questi tempi resterà invisibile nella giungla degli annunci.

La competenza tecnica sta diventando la chiave. Se volete vendere case, dovete esportare modelli BIM, interpretare i certificati energetici e rendere leggibili i certificati di sostenibilità. Gli acquirenti si aspettano qualcosa di più di un testo pubblicitario: chiedono fatti comprensibili. Questo sta cambiando radicalmente il ruolo degli architetti: stanno diventando curatori, gestori di dati e professionisti dell’interfaccia tra la cultura edilizia e l’economia delle piattaforme. La capacità di comunicare l’architettura in modo digitale determinerà la visibilità e il successo.

Anche le agenzie immobiliari e gli sviluppatori devono ripensarsi. Vendere su ImmoScout24 non è più una passeggiata, ma un processo basato sui dati. Gli annunci con informazioni incomplete scompaiono nel nirvana degli algoritmi. Al contrario, chi fornisce informazioni precise sulla sostenibilità, sulla qualità architettonica e sui parametri energetici è favorito. Non si tratta di una coincidenza, ma della logica delle piattaforme e, in definitiva, di una situazione vantaggiosa per tutti coloro che danno priorità alla qualità.

La sfida sta nella standardizzazione. Non esistono ancora formati di dati standardizzati, né profili architettonici obbligatori, né interfacce aperte per gli strumenti BIM. È qui che la regione DACH è in ritardo rispetto ai pionieri internazionali come la Scandinavia o Singapore. Se si vuole l’innovazione, bisogna creare degli standard e costringere l’industria a collaborare. Questo è l’unico modo per trasformare la crescita digitale incontrollata in una cultura della selezione intelligente e trasparente.

Conclusione: se volete sopravvivere come professionisti nel mercato immobiliare digitale, dovete combinare conoscenze tecniche, competenze architettoniche e capacità di comunicazione. Le piattaforme stabiliranno il ritmo, l’architettura diventerà un elemento di differenziazione – a condizione che sia visibile, verificabile e collegabile digitalmente.

Dibattiti e visioni: L’acquisto di una casa tra potenza dei dati, cultura edilizia e pregiudizi algoritmici

La trasformazione digitale dell’acquisto di una casa non è una conclusione scontata. Solleva domande fondamentali: Chi definisce cosa sia una buona architettura? Chi controlla gli algoritmi che formulano le raccomandazioni? Esiste la minaccia di una monocultura del gusto se le piattaforme filtrano in base alle cifre dei clic e al mainstream? Oppure l’era digitale apre finalmente la possibilità di rendere la cultura edilizia democratica e trasparente?

Il dibattito è in corso nella regione DACH, a volte a voce alta, a volte in sordina. I critici mettono in guardia dalla commercializzazione dell’architettura, dalla riduzione a stereotipi commerciabili e dal potere dell’economia delle piattaforme. Temono che l’intelligenza artificiale e i big data sostituiscano il giudizio architettonico e la diversità con l’uniformità. Questo pericolo esiste davvero, se si permette agli algoritmi di funzionare senza competenze architettoniche e controllo sociale.

I visionari, invece, vedono una grande opportunità: le piattaforme digitali potrebbero finalmente portare trasparenza in un mercato poco trasparente. Potrebbero rendere visibile la cultura edilizia, stabilire standard di qualità e premiare le innovazioni sostenibili. La chiave sta nei dati aperti, nei modelli di valutazione partecipativa e nella stretta integrazione tra tecnologia e cultura edilizia. Il mondo dell’architettura internazionale guarda con interesse alla regione DACH: riuscirà a sfruttare la digitalizzazione come opportunità per una maggiore qualità, sostenibilità e diversità?

In definitiva, si tratta di potere e responsabilità. Piattaforme come ImmoScout24 sono da tempo più che semplici marketplace: sono gatekeeper, trendsetter e filtri di qualità. I loro algoritmi decidono cosa è visibile e cosa no. Se volete assicurarvi un margine di manovra, dovete organizzare dibattiti, esigere standard e tradurre la cultura edilizia in dati. La professione è chiamata non solo a reagire, ma a plasmare attivamente il campo di gioco digitale.

Acquistare una casa in futuro è un atto politico, culturale e tecnico. Se si vuole una selezione intelligente, bisogna offrire più di click e filtri. Devono rendere la cultura edilizia misurabile, tangibile e comunicabile. Questa è la strada per un’architettura migliore, più sostenibile e più diversificata, sia online che offline.

Conclusione: più architettura, meno possibilità – l’acquisto intelligente di una casa inizia adesso

L’acquisto di una casa è troppo importante per essere lasciato al caso o agli algoritmi. ImmoScout24 e piattaforme simili sono in procinto di trasformare i mercati digitali in veri e propri catalizzatori di cultura edilizia, sostenibilità e architettura intelligente. Il futuro appartiene a coloro che intendono l’architettura come criterio di selezione centrale, utilizzano con coraggio le innovazioni tecniche e rendono trasparenti le qualità sostenibili. I professionisti, gli acquirenti e gli sviluppatori che ripensano ora non solo danno forma al mercato, ma anche alla cultura edilizia di domani. L’era dell’acquisto intelligente di case è iniziata: è ora di farne parte.

Garantire la circolazione dell’aria nelle città – strategie di pianificazione contro il calore stagnante

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Una donna fa un respiro profondo in un parco - simbolo di una buona circolazione dell'aria e di una pianificazione urbana adeguata al clima.
Come la pianificazione intelligente e i concetti di aria fresca migliorano il clima urbano

L’accumulo di calore in città, l’aria soffocante tra le facciate di cemento: non deve essere così! Gli urbanisti intelligenti non pensano solo a lotti e parchi, ma anche ai flussi d’aria. Come promuovere in modo mirato la circolazione dell’aria per disinnescare la trappola del calore urbano? Cosa possono fare urbanisti, architetti e amministrazioni comunali? Mostriamo come sia possibile riportare l’aria fresca in città con strategie valide, strumenti digitali e un po‘ di coraggio – e perché il tema della circolazione dell’aria è da tempo una priorità assoluta.

  • Perché la circolazione dell’aria nelle città è un tema fondamentale per il clima urbano e la qualità della vita
  • Quali fattori fisici e climatici determinano la circolazione dell’aria nelle aree urbane?
  • Come le città si trasformano in isole di calore a causa dello sviluppo denso e dell’impermeabilizzazione e cosa significa in termini concreti
  • Strategie di pianificazione per la creazione mirata di corridoi d’aria fresca, corridoi verdi e spazi aperti
  • Il ruolo della disposizione degli edifici, del disegno delle strade e della vegetazione per il ricambio dell’aria
  • Gli attuali metodi digitali per l’analisi e la simulazione dei flussi d’aria nella pianificazione urbana
  • Esempi di buone pratiche da Germania, Austria e Svizzera che possono fungere da modelli di riferimento
  • Sfide durante l’implementazione – dalle condizioni quadro legali all’accettazione
  • Raccomandazioni per pianificatori, autorità e politici per garantire un clima urbano sostenibile e la qualità dell’aria.

Perché la circolazione dell’aria caratterizza il clima urbano – e perché è spesso sottovalutata

Quando pensiamo al clima urbano, di solito pensiamo ai record di calore, ai livelli di particolato e agli impianti di condizionamento. Ma il vero fulcro di ogni microclima urbano è la circolazione dell’aria. Senza di essa, l’aria calda si erge come un muro invisibile tra l’asfalto e l’attico, non c’è raffreddamento e gli inquinanti si accumulano. Soprattutto nelle estati sempre più calde degli ultimi anni, i residenti e gli urbanisti si stanno rendendo conto di quanto sia fondamentale l’apporto di aria fresca e la rimozione del calore. Le città non sono vittime passive del clima, ma creatrici attive della propria atmosfera, nel vero senso della parola.

La fisica che sta alla base di tutto ciò viene spiegata rapidamente, ma la realizzazione pratica è tutt’altro che banale. L’aria si muove a seconda delle differenze di temperatura, delle condizioni di pressione e degli ostacoli. In una città densamente costruita, con facciate alte, strade strette e superfici sigillate, si creano le cosiddette isole di calore. Queste si riscaldano notevolmente durante il giorno, immagazzinano l’energia e la rilasciano lentamente solo di notte. Di conseguenza, la città rimane più calda per molto tempo rispetto alla campagna circostante e le differenze di temperatura creano sistemi di vento localizzati. Tuttavia, questi sono spesso rallentati a tal punto dalle strutture edilizie che l’apporto naturale di aria fresca è quasi inesistente.

Inoltre, i cambiamenti climatici stanno ulteriormente aggravando il problema. Giornate sempre più calde, notti tropicali e condizioni meteorologiche estreme mettono sotto pressione le città. Le conseguenze sulla salute sono documentate da tempo: stress da calore, aumento della mortalità, riduzione delle prestazioni. Tutto ciò rende la circolazione dell’aria un compito fondamentale per la pianificazione urbana. Chi la ignora mette a rischio non solo la qualità della vita, ma anche l’attrattiva e la funzionalità della città.

Ciononostante, il tema della circolazione dell’aria è ancora un argomento di nicchia in molti comuni. Spesso mancano conoscenze, priorità politiche e responsabilità chiare. Le condizioni del vento urbano sono troppo raramente considerate come un criterio di pianificazione centrale. Eppure, salvaguardare i flussi d’aria non è un lusso, ma una necessità, soprattutto nei quartieri densamente popolati dove ogni metro cubo di aria fresca conta. Il clima urbano non è una questione marginale, ma un fattore decisivo per la resilienza e la sostenibilità delle città.

Chiunque voglia progettare città sostenibili oggi deve quindi imparare a pensare in termini di vento. Ciò richiede un cambio di prospettiva: abbandonare la pianificazione puramente territoriale per passare a una comprensione sistemica della città come organismo che respira. Solo allora sarà chiaro quanto sia cruciale la promozione mirata della circolazione dell’aria per una città vivibile e resiliente.

La città come serbatoio di calore – come lo sviluppo edilizio e l’impermeabilizzazione bloccano l’aria fresca

La classica città europea si vanta della sua densità, dei quartieri compatti e delle brevi distanze. Ma proprio queste qualità stanno diventando un problema in un clima che cambia. Più denso è lo sviluppo, meno spazio rimane per il ricambio d’aria naturale. Le facciate degli edifici si ergono come muri al vento, i canyon stradali fungono da serbatoi di calore e le superfici sigillate impediscono all’acqua piovana di defluire, con conseguenze drammatiche per il microclima.

Il fenomeno dell’isola di calore urbana è ben studiato: in estate, le città sono spesso da cinque a dieci gradi più calde delle aree circostanti. La causa risiede nella materialità della città: cemento, asfalto e mattoni immagazzinano l’energia solare e la rilasciano lentamente solo di notte. Allo stesso tempo, riflettono i raggi solari invece di dissiparli attraverso il raffreddamento per evaporazione. Di conseguenza, la città „brilla“ fino alle prime ore del mattino e l’aria ristagna, soprattutto in assenza di corridoi d’aria fresca.

A ciò si aggiunge la cosiddetta ruvidità della struttura urbana. Più sporgenze, balconi, cartelloni pubblicitari e alberi restringono lo spazio stradale, più si crea turbolenza. Sebbene questi elementi possano fornire una miscelazione localizzata, hanno l’effetto complessivo di rallentare i movimenti d’aria su larga scala. Particolarmente critici sono gli sviluppi a blocchi perimetrali chiusi, privi di canali di scolo. Qui mancano semplicemente le porte d’ingresso per l’aria fresca. I pochi spazi verdi esistenti diventano piccole oasi, ma difficilmente riescono a migliorare il clima di un intero quartiere.

L’impermeabilizzazione è un altro concetto chiave. Non solo impedisce all’acqua piovana di defluire, ma riduce anche il raffreddamento per evaporazione che altrimenti verrebbe fornito dalle aree piantumate e dal terreno aperto. Questa „climatizzazione“ naturale è in gran parte assente in città. Il risultato: ancora più caldo, ancora meno movimento d’aria, ancora più stress per i residenti. Non si tratta di un problema astratto, ma di un’amara realtà in molte città, da Stoccarda a Vienna, da Zurigo a Monaco.

Se si osservano gli attuali piani di sviluppo di molte città tedesche, austriache o svizzere, ci si rende conto del dilemma: la densificazione è politicamente auspicabile, ma spesso mal coordinata con la necessità di aria fresca e ventilazione. I famosi „cortili“ vengono ridensificati, i corridoi verdi vengono sacrificati e gli assi di trasporto vengono pianificati in modo da assorbire il traffico automobilistico, ma non consentono più il passaggio del vento. I climatologi urbani mettono in guardia da questi sviluppi da anni, ma non esistono ancora linee guida vincolanti su come garantire la circolazione dell’aria.

La conseguenza è che chi progetta le città oggi deve considerare consapevolmente le interazioni tra densità edilizia, materialità, impermeabilizzazione e flusso del vento. Non è più sufficiente costruire „verde“ o mettere qualche albero. Sono necessarie strategie integrate che definiscano il ricambio d’aria come obiettivo centrale della pianificazione e lo considerino a tutte le scale.

Strategie di pianificazione per una migliore circolazione dell’aria – dai corridoi d’aria fresca ai giardini pensili

Come si può promuovere in modo mirato la circolazione dell’aria nelle città? La risposta inizia con un chiaro impegno: è necessario un cambiamento di paradigma nella pianificazione urbana, in cui l’aria fresca non sia considerata un ripensamento, ma un principio di base centrale. In pratica, esiste un’intera gamma di strategie che, se combinate correttamente, possono fare una notevole differenza.

Lo strumento più importante nella lotta contro il calore stagnante è rappresentato dai corridoi d’aria fresca. Si tratta di corridoi continui e non sviluppati che convogliano l’aria fresca dalla campagna circostante alla città. Questi corridoi possono essere progettati come ampi assi stradali, parchi, linee ferroviarie o corridoi verdi. Dovrebbero essere mantenuti costantemente liberi nella pianificazione e protetti dallo sviluppo successivo. In città come Stoccarda, da decenni esistono linee guida vincolanti in questo senso, con un successo misurabile per il clima urbano.

Anche la disposizione e la forma degli edifici giocano un ruolo decisivo. Forme edilizie aperte, strutture di quartiere allentate e canalizzazioni mirate consentono al vento di penetrare più in profondità nella città. Lo sviluppo perimetrale dei blocchi dovrebbe sempre essere interrotto da passaggi, cortili interni o piccole piazze. In questo caso, simulazioni dettagliate dei flussi aiutano a trovare la disposizione ottimale. Particolarmente efficaci sono anche le altezze sfalsate degli edifici, che possono formare una sorta di „struttura di guida del vento“.

Gli spazi verdi e le aree acquatiche agiscono come sistemi di climatizzazione naturale. Non solo rinfrescano l’ambiente circostante, ma forniscono anche un ulteriore movimento d’aria attraverso l’evaporazione. I giardini pensili e le facciate verdi offrono un contributo prezioso in questo senso, a condizione che siano disposti su un’ampia superficie e integrati in un concetto globale. Anche i piccoli parchi, i terreni incolti o le isole spartitraffico piantumate sono elementi preziosi, a patto che siano collegati in modo intelligente.

La progettazione dello spazio stradale non deve essere sottovalutata. Viali ampi e alberati favoriscono la ventilazione, mentre strade strette e alte bloccano la circolazione dell’aria. Quando si ristrutturano e si riprogettano i quartieri, si dovrebbe quindi sempre verificare come la disposizione e il design delle strade influenzino il ricambio d’aria. Aree chiuse al traffico, zone senza auto e marciapiedi spaziosi non solo creano una migliore qualità della vita, ma anche migliori condizioni per il vento.

In definitiva, la circolazione dell’aria deve essere presa in considerazione a tutte le scale, dal concetto generale di sviluppo urbano alla pianificazione dettagliata dei singoli edifici. Solo quando sviluppatori, architetti, pianificatori del paesaggio e autorità si uniscono è possibile creare una città in cui l’aria fresca non finisce ai confini della città, ma rimane percepibile in ogni quartiere.

Metodi digitali e buone pratiche: come la simulazione e la partecipazione fanno la differenza

In un mondo di pianificazione urbana sempre più orientato ai dati, l’analisi e la simulazione dei flussi d’aria non è più una scienza missilistica, ma lo stato dell’arte. Strumenti moderni come la fluidodinamica computazionale (CFD), la modellazione climatologica urbana e i modelli digitali di città in 3D consentono di verificare l’impatto sul clima urbano di edifici, strade o spazi verdi già in fase di progettazione. Questi metodi non forniscono solo visualizzazioni impressionanti, ma anche dati concreti per il processo decisionale.

La città di Stoccarda è un pioniere in questo campo. Da decenni si producono rapporti climatologici urbani che servono come base per i piani di sviluppo. I modelli digitali mostrano dove scorrono i flussi d’aria fresca, dove sono bloccati e quali misure sono necessarie per migliorare la ventilazione. Il risultato è una rete differenziata di corridoi d’aria fresca, corridoi verdi e quartieri aperti che funge da modello per molte altre città.

I gemelli digitali vengono ora utilizzati anche a Zurigo, Vienna e Monaco di Baviera per simulare in tempo reale gli effetti dei nuovi progetti edilizi sul clima urbano. Questi gemelli digitali urbani combinano geodati, informazioni meteorologiche e flussi di traffico per fare previsioni precise. In questo modo è possibile analizzare diversi scenari e trovare la soluzione migliore per il rispettivo quartiere, anche prima che venga posata la prima zolla di terra.

Un’altra tendenza importante è la partecipazione del pubblico. Le piattaforme digitali consentono di visualizzare modelli climatici complessi in modo comprensibile e di coinvolgere i cittadini nel processo di pianificazione. In questo modo, le esperienze e le esigenze locali possono essere messe in relazione con i risultati delle simulazioni. Questo non solo crea una maggiore accettazione, ma garantisce anche che le misure per migliorare la qualità dell’aria rispondano effettivamente alle esigenze delle persone.

Tuttavia, ci sono anche delle sfide. La disponibilità e la qualità dei dati climatici non è la stessa ovunque e l’interpretazione dei modelli richiede conoscenze specialistiche. Ci sono anche questioni legali e organizzative: come si possono rendere vincolanti i requisiti climatologici urbani nei piani di sviluppo? Chi è responsabile dell’attuazione? E come si può evitare che gli interessi economici prevalgano sul clima urbano? In questo caso, i politici, gli amministratori e la comunità dei pianificatori sono ugualmente chiamati ad aprire nuove strade.

Conclusione: l’aria fresca come principio di pianificazione – un investimento nel futuro della città

Garantire la circolazione dell’aria nelle città è molto più di un dettaglio tecnico. È un prerequisito fondamentale per la salute, la qualità della vita e l’adattamento al clima nelle aree urbane. Chi progetta le città oggi deve vedere il vento come un alleato e indirizzarlo in modo specifico attraverso strade, piazze e quartieri. Ciò richiede il coraggio di prendere delle distanze, l’apertura a nuovi metodi e la volontà di esaminare criticamente le strutture esistenti. Gli strumenti digitali e le simulazioni forniscono i fatti, ma alla fine sono le persone a decidere: vogliono una città in cui l’aria si ferma o una che respira?

Gli esempi di Germania, Austria e Svizzera dimostrano che una buona pianificazione funziona, se viene attuata in modo coerente. I corridoi d’aria fresca, le forme aperte degli edifici, i tetti verdi e i paesaggi stradali innovativi non sono un’utopia, ma sono già da tempo una realtà. Tuttavia, hanno bisogno di forti sostenitori nella politica, nell’amministrazione e nella pianificazione. È necessario creare standard vincolanti, mettere in comune le competenze e porre la questione della circolazione dell’aria in cima all’agenda.

Le città che investono oggi nella loro „infrastruttura del vento“ non solo si assicurano un clima migliore, ma anche un vantaggio localizzativo nella battaglia per i talenti, gli investimenti e la qualità della vita. Creano spazi in cui le persone amano vivere, lavorare e trascorrere il tempo. E dimostrano che lo sviluppo urbano può ancora essere plasmato di fronte al cambiamento climatico, se affrontato in modo coraggioso, creativo e basato sui fatti.

Chi si lascia sfuggire il problema della circolazione dell’aria non solo rischia lo stress da caldo e l’aria cattiva, ma perde anche l’opportunità di rendere la città di domani davvero adatta al futuro. È tempo che gli urbanisti di oggi pensino al vento di domani. Perché l’aria fresca non può essere data per scontata: è il risultato di una pianificazione intelligente, di decisioni coraggiose e di una nuova consapevolezza della spina dorsale invisibile della qualità della vita urbana.

Rinforzi nel settore “linea verde”

In Germania, MAPEI GmbH conta oltre 250 dipendenti che operano, tra l’altro, nei settori della posa di piastrelle e pietra naturale, dei materiali da costruzione, della tecnica dei pavimenti e del parquet. Affinché l’azienda, con sede a Großostheim, possa continuare ad essere ben posizionata anche in futuro, dall’estate 2017 sono state effettuate alcune nuove assunzioni.

 

Da novembre dello scorso anno, Ralf Schlichting ricopre il ruolo di responsabile vendite Nord-Est presso la MAPEI GmbH Germania. Il tecnico cinquantenne, in possesso di qualifica statale, avrà il compito di rafforzare ulteriormente il posizionamento di MAPEI nella regione come fornitore generalista di prodotti chimici per l’edilizia. Si tratta di un responsabile commerciale esperto, conoscitore del settore ed esperto del mestiere, che vanta una pluriennale esperienza come consulente tecnico e key account manager presso rinomati produttori di materiali da costruzione. Schlichting sostiene l’orientamento strategico dell’azienda come fornitore generalista di prodotti chimici per l’edilizia con soluzioni di sistema coordinate tra loro. I prodotti sistematicamente coordinati tra loro offrono un notevole valore aggiunto sia al commercio e all’artigianato, sia ai progettisti e ai committenti. «L’approccio sistemico è quindi da sempre al centro della progettazione dei prodotti e dell’assortimento di MAPEI», si legge sul sito web.

 

 

Un nuovo responsabile di zona va ad arricchire il team Piastrelle, Pietra Naturale e Materiali da Costruzione di MAPEI GmbH. Nell’ottobre 2017 Mohamed Loukili (48 anni) ha assunto la responsabilità della regione del Reno-Meno. Tra i compiti di questo professionista delle vendite e della consulenza rientra, in stretta collaborazione con il product management, l’ulteriore espansione delle quote di mercato dei prodotti per l’impermeabilizzazione degli edifici, i prodotti per il risanamento e i sigillanti per fughe – la «Linea Verde» di MAPEI – nonché il loro consolidamento sul mercato. Il tecnico chimico qualificato vanta una pluriennale esperienza nel settore della chimica delle costruzioni.

Oggi architetti e progettisti richiedono sempre più prodotti certificati per l’edilizia sostenibile. Un’ampia gamma dei 1.500 prodotti MAPEI complessivi è quindi ormai conforme al sistema di valutazione internazionale LEED e molti prodotti dispongono di licenze CE («a bassissime emissioni») o sono contrassegnati dal noto marchio ambientale «Blauer Engel». I prodotti vengono costantemente perfezionati in 18 centri di ricerca internazionali. L’impegno di MAPEI per l’ambiente, la salute e la sicurezza riguarda tutti gli impianti, i prodotti e i processi. Nella costruzione di nuovi impianti di produzione e nell’ampliamento di quelli esistenti viene attribuita grande importanza all’efficienza energetica.

 

Da giugno 2017 la direzione dell’area Nordbaden/Pfalz è affidata a Tobias Sand. Il signor Sand, in possesso di una formazione professionale come impiegato d’ufficio e di una specializzazione in commercio, ha precedentemente lavorato per molti anni come esperto nel settore dei materiali da costruzione, occupandosi di acquisti e vendite, nonché di assistenza sul campo per materiali da costruzione speciali. Tra i suoi compiti rientrano l’assistenza e la consulenza ai clienti del settore commerciale e agli installatori nel campo della ceramica e della pietra naturale, a cui si aggiungono ora anche i sistemi di materiali da costruzione della «Linea Verde».

 

Da ottobre 2017, Christoph Wußler si occupa dell’assistenza e della consulenza ai clienti del commercio e agli installatori nell’area del Reno-Meno, ad Aschaffenburg, nell’Odenwald, a Magonza e a Wiesbaden. Il trentunenne, posatore qualificato di piastrelle, lastre e mosaici, dopo aver conseguito la qualifica di tecnico edile ha ricoperto posizioni di responsabilità come capocantiere.

Foto: Mark Glassner

Ogni anno, una giuria di alto livello premia i progetti di interni di maggior successo con il premio „Best of Interior“. Per il „Best of Interior 2020“ ha vinto lo studio viennese Labvert con il progetto „The ultimate customisation“.

„Per molto tempo non è stato così chiaro come nelle ultime settimane e mesi quanto siano importanti i buoni spazi abitativi per il nostro benessere, per la nostra vita quotidiana e per le nostre famiglie“, scrive Pia A. Döll, presidente dell’Associazione degli architetti d’interni tedeschi (BDIA) nella prefazione del libro „Best of Interior 2020“, la pubblicazione che accompagna l’omonimo premio. E ha ragione. Che si tratti del lavoro da casa, della quarantena o del semplice eppure così importante #stayhome: il 2020 ha cambiato il modo in cui guardiamo alle nostre case. Döll richiama l’attenzione anche su un altro aspetto: è „sicura che mai come in questa situazione è stato chiaro quali stanze o parti della nostra casa non vanno bene“. Entrambi confermano quanto sia essenziale il design degli interni. Ed è proprio questo che il premio „Best of Interior“ sta dimostrando per la sesta volta consecutiva: un interior design creativo e di successo.

IL MEGLIO DEGLI INTERNI 2020
I 40 concetti abitativi più belli del 2020
272 pagine; 350 foto e disegni
23 x 30 cm, copertina rigida, Callwey Verlag
€ [D] 59,95 / € [A] 61,70 / sFr.80,00

Per saperne di più sui vincitori del premio „Case dell’anno 2020“ in concomitanza con il „Best of Interior 2020“.

Lo studio di architettura e design Labvert di Vienna è il vincitore del premio „Best of Interior“ di quest’anno. Hanno riprogettato da zero un vecchio appartamento nel quartiere Josefstadt di Vienna, unendo due unità abitative per creare un appartamento di 130 metri quadrati con quattro stanze. Inoltre, il team guidato dall’architetto e designer Stephan Vary ha dovuto tenere conto del fatto che il cliente non aveva mobili esistenti. L’assegno in bianco per gli interni era limitato da una sola specifica: Lo stile Midcentury. I colori, i materiali e lo stile di arredamento degli anni Cinquanta e Sessanta attraversano l’intero appartamento. Ogni stanza dispiega il suo effetto individualmente, pur armonizzandosi con l’insieme.

Le pareti divisorie in vetro-acciaio strutturano gli ambienti in aree funzionali e fungono da divisori acustici e da discrete misure di insonorizzazione nelle stanze alte dell’antico edificio. In linea con il luogo, gli interni austriaci dominano il soggiorno: la panca „Constanze“ in pelle nera e le „3/4 poltrone“ di Johannes Spalt per Wittmann, nonché il tavolo da pranzo disegnato da Labvert. In generale, ci sono molti pezzi personalizzati dallo studio di design. La cucina, con i suoi frontali in teak e vetro testurizzato, le piastrelle in terrazzo grigio chiaro e il letto di erbe aromatiche da interno, è il fulcro personalizzato dell’appartamento. Anche i cassetti della cucina sono coordinati con le posate selezionate.

Oltre al primo premio, la giuria guidata da Döll e Bettina Billerbeck, direttrice della rivista SCHÖNER WOHNEN, ha assegnato tre encomi, tutti a Monaco. Il primo premio è andato allo studio Arnold/Werner per il concetto di „Tempio della luce“: una casa per vacanze di 85 metri quadrati a Urfeld am Walchensee risplende grazie a una tavolozza di colori ridotti in rosa e verde salvia. Holzrausch Planung & Werkstätten ha ricevuto un premio per „Ode alla Toscana“: la casa vacanze Casa Morelle, in Toscana, contrappone arredi puristici a materiali grezzi e solidi su 165 metri quadrati di spazio abitativo. Anche „Farmhouse – happiness in its purrest form“ di swa.studio è stato premiato: a Seeshaupt, sul lago di Starnberg, i progettisti hanno disegnato una casa colonica con pochi materiali, ma per tutti più tranquilla.

Il libro „Best of Interior 2020“ della giornalista di design Janina Temmen riassume tutte le 40 candidature e le 13 soluzioni di prodotto dell’anno premiate per la prima volta. Il piano prevede di presentare questi progetti e prodotti in una mostra presso la Haus der Architektur di Monaco dall’11 al 29 gennaio 2021.

Storicismo: tutto allo stesso tempo – e a volte anche bello

Casa-mia
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Facciata esterna di un edificio moderno dal design geometrico, fotografata da Bruno Brikmanis-Jurjans.

Lo storicismo è tornato – o se n’è mai andato? Mentre il mondo dell’architettura riflette sulla sostenibilità, sull’intelligenza artificiale e sulle facciate parametriche, la vecchia tradizione torna prepotentemente alla ribalta. Tutto allo stesso tempo, tutto citato, tutto permesso. E a volte, sì a volte, è anche molto bello. Ma cosa c’è dietro tutto questo? Si tratta solo di un revival modaiolo o c’è dell’altro? Un’analisi tra discorso, dissonanza e ragion d’essere.

  • Lo storicismo è più di un semplice stile: è un principio architettonico che non è mai scomparso del tutto.
  • In Germania, Austria e Svizzera sta vivendo un nuovo boom, spesso come consapevole controreazione al modernismo sterile e agli esperimenti di forma guidati dal digitale.
  • Le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale stanno dando allo storicismo nuove forme di espressione e strumenti di pianificazione.
  • Il dibattito sulla sostenibilità costringe lo storicismo a occuparsi di questioni materiali, conservazione delle risorse ed economia circolare.
  • Le competenze tecniche spaziano dall’artigianato tradizionale alla scansione digitale 3D e alla progettazione algoritmica delle facciate.
  • Lo storicismo polarizza le opinioni: Per alcuni è un ritorno al passato, per altri una rifrazione ironica o una contestualizzazione deliberata.
  • Nel discorso globale, lo storicismo viene rivalutato come parte di una ricerca postmoderna di identità.
  • Opportunità e rischi si trovano a stretto contatto: tra autenticità, pericolo del kitsch e tracotanza digitale.

Lo storicismo: un principio tra nostalgia e necessità

Chi crede che lo storicismo sia solo un’emanazione del XIX secolo non ha sentito il colpo. In realtà, la tendenza a citare, rimescolare e ricontestualizzare il passato è un principio fondamentale della storia dell’architettura che attraversa i secoli a ondate. Dal Rinascimento, che celebrava l’antichità, al postmodernismo, che ironizzava su tutto, gli architetti hanno sempre attinto a forme storiche per commentare o stabilizzare il proprio tempo. Tuttavia, lo storicismo contemporaneo si differenzia fondamentalmente dai suoi predecessori. L’attenzione non è più rivolta alla mera imitazione, ma alla selezione e alla combinazione deliberata di motivi, spesso in un accostamento quasi anarchico. Questo porta a un’architettura che vuole essere tutto allo stesso tempo e che quindi a volte raggiunge proprio quello che a molti mancava da tempo: il carattere.

Questo nuovo storicismo è particolarmente evidente in Germania, Austria e Svizzera. Che si tratti di una reazione all’efficienza raffreddata del modernismo del dopoguerra, di un gioco ironico sulla storia dell’architettura o di un tentativo di recuperare l’identità perduta nello spazio urbano, i motivi sono diversi e spesso contraddittori. Lo dimostrano progetti come il City Palace di Berlino, l’Heumühle di Vienna o le innumerevoli ricostruzioni di facciate a Zurigo: Il desiderio di continuità storica è ininterrotto. Tuttavia, a differenza delle epoche precedenti, gli argomenti di oggi sono meno dogmatici. Lo storicismo è diventato una cassetta degli attrezzi da cui i progettisti attingono quando si tratta di contesto, orientamento o semplicemente accettazione da parte del pubblico.

Il confine tra citazione, parodia e ricostruzione seria è sempre più labile. Il nuovo storicismo flirta con il kitsch e l’esagerazione, con la precisione digitale e l’opulenza artigianale. Non è un’espressione di debolezza, ma di fiducia in se stessi: Chi cita il passato deve conoscerlo, comprenderlo ed essere in grado di commentarlo. Questo rende lo storicismo impegnativo e, per molti contemporanei, scomodo. Perché pone domande che l’architettura non ha osato porre per molto tempo: Cosa caratterizza davvero le nostre città? Quanta storia può tollerare il presente? E quanto del passato è il futuro?

In pratica, lo storicismo oggi è una strategia contro l’intercambiabilità. Mentre il modernismo si è spesso concentrato su principi universali, lo storicismo cerca il particolare, il locale, la narrazione. Questo può portare a grandi risultati o a un’imbarazzante arbitrarietà. Il fattore decisivo è la sicurezza con cui si gioca con gli elementi storici. Se ci si limita a copiare, si finisce rapidamente per ottenere una caricatura. Ma se si conoscono le regole, si possono infrangere e creare qualcosa di nuovo.

Lo storicismo contemporaneo è quindi molto più di un revival. È una reazione alle eccessive esigenze del sempre nuovo, al desiderio di localizzazione in un mondo complesso. E a volte, sì a volte, è semplicemente bello – in un modo che sfida l’ottimizzazione algoritmica.

Digitalizzazione e IA: tra ricostruzione e remix

È un’ironia della storia: la digitalizzazione, tra tutte le cose, che è stata a lungo considerata la forza trainante di nuovi formati radicali, ha portato a una rinascita dello storicismo. Ciò che un tempo doveva essere faticosamente disegnato, mattonato e modellato a mano, oggi può essere riprodotto o ricomposto a tempo di record grazie a scansioni 3D, algoritmi e frese CNC. Gli ornamenti storici possono essere digitalizzati, scalati e variati, per poi essere materializzati in pietra, stucco o persino fibra di carbonio grazie a una tecnologia di produzione all’avanguardia. Questo apre ad architetti e progettisti possibilità inimmaginabili di giocare con la storia senza ricorrere a ricostruzioni museali.

In Germania, Austria e Svizzera, sempre più studi utilizzano strumenti digitali per catturare e ripristinare la sostanza storica o adattarla a nuovi progetti. Si va dalle ricostruzioni dettagliate delle facciate e dalle modanature decorative generate parametricamente alle analisi basate sull’intelligenza artificiale delle piante degli edifici storici. Il confine tra originale e simulazione sta diventando sempre più labile. Ciò che è considerato „autentico“ sta diventando una questione di qualità dei dati, risoluzione delle scansioni e plausibilità degli algoritmi. Lo storicismo sta diventando una strategia digitale che reinterpreta il passato e il futuro.

Ma la digitalizzazione solleva anche nuove questioni. Chi è il vero proprietario delle facciate scansionate? Quanto sono trasparenti gli algoritmi che decidono quali motivi ricostruire? E quanta libertà artistica rimane una volta che l’intelligenza artificiale ha calcolato la distanza ottimale tra le colonne? La comunità architettonica è divisa: Per alcuni, la tecnologia apre nuove possibilità di creatività e contestualizzazione. Per altri, lo storicismo rischia di diventare una facciata per l’arbitrarietà digitale. Una cosa è certa: il discorso sulla digitalizzazione e sullo storicismo è tutt’altro che concluso.

Un altro settore alimentato dall’IA e dalla digitalizzazione è la partecipazione pubblica. Oggi i cittadini possono camminare attraverso ricostruzioni virtuali con la realtà aumentata, valutare alternative e quindi influenzare direttamente le decisioni di pianificazione. Questo rende lo storicismo più trasparente e democratico, ma anche più suscettibile alle tendenze populiste. Chi decide cosa è „bello“? E come si possono distinguere le verità storiche dai falsi digitali? La tecnologia da sola non fornisce la risposta. È ancora necessario un giudizio architettonico e la volontà di impegnarsi in dibattiti scomodi.

Nel complesso, è chiaro che lo storicismo digitale non è una tendenza retrò, ma un laboratorio per affrontare la storia in una società guidata dai dati. Costringe gli architetti a confrontarsi con il passato, il presente e il futuro allo stesso tempo e a prendere posizione nel processo. Che questo abbia sempre successo è un’altra questione. Ma raramente il discorso è stato più appassionante.

Sostenibilità e storicità: una contraddizione o una grande opportunità?

Quasi nessun altro tema dell’architettura è attualmente discusso con la stessa passione della sostenibilità. E quasi nessun altro campo è così controverso come lo storicismo. Alcuni lo accusano di essere uno spreco di risorse, una battaglia di materiali e pura cosmesi di facciata. Altri vedono nel riutilizzo del tessuto edilizio storico, nella coltivazione dell’artigianato e della regionalità un contributo all’economia circolare. Chi ha ragione? Come spesso accade, la verità sta nel mezzo.

In Germania, Austria e Svizzera esistono numerosi esempi di come lo storicismo possa essere conciliato con gli obiettivi di sostenibilità. Il restauro delle vecchie facciate, l’integrazione attenta nei quartieri storici, il riutilizzo dei materiali: tutto ciò può preservare le risorse e risparmiare energia grigia. Allo stesso tempo, lo storicismo ci costringe a riflettere sulla durata di vita degli edifici. Ciò che è durato per secoli merita di essere conservato o sviluppato ulteriormente. Ma questo è possibile solo se la sostanza tecnica è corretta e se i vecchi metodi di costruzione sono compatibili con i nuovi requisiti di efficienza energetica, accessibilità e comfort.

Le sfide maggiori risiedono nei dettagli. I profili delle finestre, gli elementi in stucco o i tetti storici non possono essere semplicemente portati allo standard di casa passiva. Sono necessarie competenze tecniche, sensibilità e il coraggio di scendere a compromessi. Sempre più progettisti lavorano quindi su base interdisciplinare: restauratori, conservatori, consulenti energetici ed esperti digitali collaborano per trovare l’equilibrio tra conservazione e ristrutturazione. La digitalizzazione aiuta in questo senso, ad esempio attraverso un inventario preciso, la simulazione dei flussi energetici o lo sviluppo di concetti di ristrutturazione personalizzati.

Tuttavia, non si possono trascurare gli aspetti negativi. Troppo spesso l'“aspetto storico“ è solo una facciata, dietro la quale si nascondono cemento a basso costo e materiali isolanti di dubbia qualità. Lo storicismo diventa così un mero sfondo che non ha nulla a che vedere con l’edilizia sostenibile. Chi prende sul serio lo storicismo deve quindi assumersi anche la responsabilità della scelta dei materiali, della cultura edilizia e degli aspetti sociali. Non basta copiare l’antico, bisogna pensare al futuro.

Il dibattito su storicismo e sostenibilità è quindi esemplare per il cambiamento della cultura edilizia nel suo complesso. Dimostra che non esistono risposte facili, ma ci sono molti modi per conciliare storia e futuro. Gli esempi migliori nascono quando tecnologia, artigianato e innovazione digitale vanno di pari passo. E dove il risultato è più della somma delle sue parti.

Conoscenze, competenze, atteggiamento: ciò che i professionisti devono sapere sullo storicismo oggi

Affrontare lo storicismo richiede un’ampia gamma di competenze da parte di architetti, progettisti e ingegneri. Non è più sufficiente conoscere a memoria qualche storia dell’architettura o cogliere dettagli dal libro degli ornamenti. Chiunque affronti l’argomento ha bisogno di competenze tecniche, progettuali e discorsive, e della volontà di affrontare le contraddizioni della propria disciplina.

Tecnicamente, lo spettro va dall’artigianato classico alla simulazione digitale. L’analisi precisa del tessuto edilizio storico è importante quanto la capacità di leggere e valutare scansioni 3D e progetti parametrici. La fisica degli edifici, la scienza dei materiali e la conservazione del patrimonio sono indispensabili quando si tratta di combinare vecchio e nuovo. Allo stesso tempo, i professionisti devono essere in grado di comunicare con i cittadini, le autorità e gli investitori, moderando le aspettative spesso molto diverse.

È necessario un istinto sicuro in termini di progettazione. Il nuovo storicismo non è una licenza di citazione, ma richiede un approccio sicuro alla forma, alle proporzioni e al contesto. Chiunque lavori in ambito storico deve decidere cosa ricostruire, cosa interpretare e cosa ironizzare. Ciò richiede la conoscenza della storia architettonica locale e la capacità di riflettere criticamente sul proprio progetto. I progetti migliori si riconoscono dal fatto che continuano a scrivere la storia, non semplicemente a ripeterla.

Infine, lo storicismo è un campo minato in termini di discorso. Quasi nessun altro argomento polarizza così tanto. Tra le accuse di essere retrogradi e le richieste di contestualizzazione, gli architetti di oggi si muovono su un terreno sottile. Se si vuole sopravvivere qui, occorrono argomenti, persuasività e la volontà di mettere costantemente in discussione le proprie posizioni. Dopo tutto, lo storicismo non è una ricetta, ma uno strumento. E come ogni strumento, può essere usato saggiamente o stupidamente.

Per la professione, ciò significa che lo storicismo non è solo una questione di stile, ma una pietra di paragone per il proprio atteggiamento. Coloro che lo padroneggiano possono offrire molto di più che belle facciate. Possono avviare dibattiti, creare identità e creare spazi che durano nel tempo. È una sfida – e più che mai necessaria.

Lo storicismo nel discorso globale: identità, ironia, innovazione

Lo storicismo non è un fenomeno esclusivamente tedesco, austriaco o svizzero. Giocare con la storia, la citazione e il contesto sta vivendo un notevole boom in tutto il mondo. Dai progetti di ricostruzione di Varsavia e Mosca al postmodernismo di Londra e alla cultura edilizia ibrida in Cina, i motivi storici vengono sperimentati, combinati e interrotti ovunque. Il discorso globale sullo storicismo è a più livelli: va dalla ricerca di identità e dalla critica dell’architettura di scambio globalizzata alla deliberata ironizzazione del proprio patrimonio.

In molti Paesi, lo storicismo è celebrato come un contro-modello del modernismo internazionale. È visto come un modo per preservare le tradizioni locali, raccontare narrazioni culturali e promuovere la partecipazione sociale. Allo stesso tempo, è una superficie di proiezione per dibattiti politici, sociali ed estetici. Ciò che è considerato un’espressione di autenticità in un contesto viene bollato come kitsch o nazionalismo altrove. L’architettura deve affrontare queste tensioni e trovare soluzioni che non scivolino nella nostalgia o nell’arbitrarietà.

Allo stesso tempo, lo storicismo globale è un laboratorio di innovazione. Le tecnologie digitali, i nuovi materiali e i metodi di costruzione ibridi consentono di reinterpretare gli elementi storici e di combinarli con le esigenze contemporanee. Gli esempi migliori nascono quando passato e futuro non sono visti come opposti, ma come risorse. Architetti come David Chipperfield, Herzog & de Meuron e Caruso St John dimostrano quanto possa essere sottile e stratificato lo storicismo oggi, senza cadere nell’eclettismo o nella copia.

Tuttavia, anche le critiche sono presenti a livello globale. La critica è che lo storicismo è spesso comodo, piacevole e facile da collegare, ma raramente veramente innovativo. Soddisfa le aspettative invece di metterle in discussione. Fornisce identità su ordinazione invece di sviluppare nuove narrazioni. Chiunque lo prenda sul serio deve quindi sempre porsi la domanda sul proprio contributo. Che cosa può realizzare oggi lo storicismo – e dove diventa un mero sfondo?

Il dialogo internazionale dimostra che lo storicismo è più stimolante quando ammette le contraddizioni. Quando non si considera una risposta, ma una domanda. E quando utilizza le possibilità della digitalizzazione per aprire nuove prospettive sul vecchio. Allora lo storicismo non è un regresso, ma un progresso – e a volte anche bello.

Conclusione: lo storicismo – più di uno stile, meno di una soluzione, ma sempre una sfida

Lo storicismo non può essere ridotto a questioni di stile o di moda. È un principio architettonico complesso che crea identità, provoca dibattiti e sfida costantemente. Che si tratti di una rottura deliberata, di una rifrazione ironica o di una ricostruzione seria, lo storicismo richiede competenza tecnica, intelligenza creativa e fermezza discorsiva. La digitalizzazione e la sostenibilità conferiscono al vecchio principio una nuova urgenza e nuove possibilità. L’architettura del futuro dovrà confrontarsi con lo storicismo, non per copiare il passato, ma per plasmare il futuro. Chi lo capirà sarà in vantaggio. E a volte, sì a volte, il risultato è qualcosa di veramente bello, proprio perché è tutto allo stesso tempo.

Hamburger Wallanlagen – Recensione del libro

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Nel 2020 ricorreva il 200° anniversario dei bastioni di Amburgo: il primo spazio verde pubblico della città. Per celebrare l’occasione, è stato pubblicato il libro „Dalla fortezza alle piante e ai fiori. Die Hamburger Wallanlagen“ del conservatore di monumenti da giardino ed editore Heino Grunert. Si tratta di un’eccellente opera collettiva che fornisce una storia completa dei bastioni di Amburgo.

200 anni fa, le fortificazioni costruite da Johan van Valckenburgh all’inizio del XVII secolo furono trasformate nel primo spazio verde pubblico di Amburgo nel 1820 da Isaak Altmann. Per l’occasione, il conservatore dei monumenti del giardino Heino Grunert ha pubblicato un’opera completa sulla storia e la progettazione dei bastioni di Amburgo.

16 autori li hanno esaminati in modo competente e dettagliato da diverse angolazioni. Gerd Kähler analizza i bastioni dal punto di vista della storia urbana e architettonica e li collega in molti modi alla storia e alle infrastrutture della città mercantile. Lo storico Dirk Brietzke spiega i riferimenti alla politica di difesa, la struttura tecnica e paesaggistica delle fortificazioni e il loro significato per lo sviluppo urbano e l’autostima di Amburgo.

Heino Grunert confronta le fortificazioni con l’anello di bastioni di Brema, anch’esso creato da Valckenborgh e Altmann, e ripercorre la trasformazione dei bastioni fino all’inizio della Seconda guerra mondiale, comprese le numerose mostre all’aperto. Mentre la parte orientale dei bastioni perse completamente il suo carattere paesaggistico a causa della costruzione della ferrovia, l’area verde nella parte occidentale fu notevolmente ampliata con l’inclusione dello zoo creato sugli ex cortili della chiesa. L’attuale parco prende il nome dall’esposizione di giardini della Bassa Germania organizzata nel 1935: Planten un Blomen.

Prospettiva sulla storia dell’accoglienza

Kristina Vagt descrive l’arrivo della modernità con le mostre internazionali di giardini e le loro idee progettuali, seguita dalla descrizione del parco odierno e dei suoi problemi attuali da parte di Eva Henze. Jörg Schilling spiega gli aspetti urbanistici e architettonici degli edifici rappresentativi della Ringstrasse e dei bastioni, con i monumenti eretti ovunque e i loro riferimenti storici.

Lo storico Martin Sprujit fornisce una visione rivelatrice della sua collezione di cartoline dal punto di vista della storia dell’accoglienza: i grandi eventi hanno ripetutamente cambiato la forma dei terreni. È presente anche uno sguardo critico sul trattamento conservativo di questo complesso monumento-giardino, che cambia costantemente a causa di interventi pianificati e della crescita naturale (Jens Beck).

Bastioni di Amburgo: un eccellente lavoro collettivo

Barbara Engelschall e Hans-Helmut Poppendieck dedicano un capitolo a parte all’antico giardino botanico tra Dammtor e gli ex cortili della chiesa con le sue attrazioni vegetali, nonché ai giardinieri dei bastioni. Infine, il responsabile degli spazi verdi di Amburgo, Klaus Hoppe, circoscrive il primo anello verde come parte della rete verde e fa riferimento ai nodi e ai progetti che intendono contribuire a migliorare la qualità degli spazi verdi nel centro della città – dall’importanza militare alla tranquilla Arcadia.

Numerose fotografie storiche, planimetrie e documenti illustrano quanto scritto in modo eccellente; i capitoli sono corredati da numerose annotazioni, mentre la bibliografia e l’indice consentono un accesso accademico all’argomento. Nel complesso, si tratta di un’eccellente opera collettiva che merita un posto di rilievo e molti lettori in questa forma nella letteratura sulla storia urbana.

Heino Grunert (a cura di)
Dalla fortezza a Planten un Blomen. Die Hamburger Wallanlagen.
360 pagine
560 illustrazioni storiche e a colori
Copertina rigida con cuciture a filo e nastro di chiusura
Formato 23 x 28 cm
Dölling und Galitz Verlag
Settembre 2020
39,90 €
ISBN 13: 978-3-86218-138

Per saperne di più sugli spazi verdi di Amburgo, cliccate qui: Benvenute le trasgressioni. Cento anni di parchi cittadini di Amburgo.

L’architetto o artista della scrittura

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„Spazio e stanze: per chi inizia con loro, un materiale fragile, abbastanza fatale per le domande. Diffiderà di toccare origini e confini, faticherà a sgattaiolare oltre il tempo e il suono e altre cose belle. Fino ad allora, pittori e poeti dovranno assumersi il compito di spiegare gli spazi, perché il maestro, competente per professione, è balbuziente o morto e le analisi sono più sospette degli oroscopi“. Hans Döllgast scrive tutto questo con un tono unico nel suo libretto „Raum und Räume“. Non molto tempo fa, mi sono imbattuto in questo libro e in alcuni altri volumetti con testi brevi e concisi sull’architettura e sull’arte. Facevano tutti parte di una piccola serie di pubblicazioni dell’Accademia di Belle Arti della Baviera degli anni Settanta, edite da Georg D.W. Callwey. Una bella tradizione che potrebbe valere la pena di continuare.

La serie è stata lanciata dall’artista Richard Seewald nel 1972, in cui spiega il suo „Viaggio a ritroso“: „Una mattina di maggio mi sono svegliato con il pensiero di recarmi a Vicenza e a Padova, città che mi sono care per i grandi nomi ad esse legati. Ovviamente desideravo un altro incontro con i classici. Avevo definito il mio piccolo libro su Giotto, scritto tanti anni fa, „un’apologia del classico“, e non è il caso di parlare del classicismo di Palladio. Ma non c’è nemmeno bisogno di parlare del fatto che il classico è la cosa più anti-moderna di oggi, è ovvio. La sua essenza è misura e centro, statica e durata. Oggi c’è una tempestosa richiesta dell’esatto contrario, di immensità ed estremi, di azione e cambiamento permanente. – Ma nessuno sfugge alla legge secondo la quale si è messo in cammino. Mi limito a fare un viaggio a ritroso“.

E Josef Wiedemann scrive nel suo volume „Ornamento – oggi“, sempre del 1972: „Tutte le questioni di forma portano alle fondamenta della nostra vita“. In esso, egli percorre un ampio arco che va da Sullivan a Tessenow fino ai giorni nostri, proponendo una riconciliazione di „estrema semplicità ed esuberante abbondanza“, di „quiete e giubilo“, „di silenzio e… di festa“ e sostenendo l’opposizione a un „o l’uno o l’altro“ che è estraneo alla vita.

Ma cosa dovrebbe essere questo? Un crogiolarsi in un nostalgico distacco dal mondo? Un rimprovero sentimentale del presente? Un viaggio nel passato conservatore? No, non proprio. È piuttosto un appello – un po‘ predicatorio, ma assolutamente ottimista: „Accidenti! – Gli architetti (soprattutto quelli giovani) stanno tornando a scrivere! Mentre lo fate, prendete coscienza del vostro background teorico“. E non mi riferisco a tutti i frequentatori di simposi che si limitano a parlare, scrivere, curare, fare dottorati e fare rete e che amano spacciarsi per architetti praticanti, da non confondere con „costruttori“.

Eh? Un architetto praticante che non costruisce, non progetta nemmeno! Cosa dovrebbe essere? Per tornare alla prima parte di questa rubrica, si potrebbe dire che anche un profano dell’Algovia giustamente non capirebbe! Ma perché tornare subito a costruire, quando abbiamo appena iniziato a scrivere? Sì, se non fosse così blandamente pessimista dal punto di vista culturale, vorrei versare qualche lacrima sulla via del crepuscolo della gloriosa tradizione degli architetti costruttori di edifici in questo Paese, accanto ai già citati grandi di Monaco come Wiedemann e Döllgast, Heinrich Tessenow, Rudolf Schwarz e O.M. Ungers, per citarne solo alcuni. Che i tedeschi esportino o meno architetti di successo (in Cina!!!), probabilmente non è un caso che non siano mai stati riconosciuti come menti altrettanto intelligenti e colte.

A proposito di Ungers: l’altro giorno, a Colonia, ci siamo imbattuti nella sua casa senza caratteristiche. Ci ha fatto entrare l’attuale proprietario. Il leggendario collezionista d’arte e letteratura di Colonia, il dottor Speck, come abbiamo scoperto in seguito. Ha acquistato la casa ben due anni fa per la sua biblioteca di Proust e Petrarca, che ora si trova su scaffali disegnati da Ungers appositamente per la casa…

Ma di questo parleremo la prossima volta… Continua…

David Chipperfield Architects ha costruito il nuovo edificio sull’Isola dei Musei di Berlino all’ombra di Schinkel. Il loro ultimo progetto museale, l’ampliamento della Kunsthaus di Zurigo, è stato costruito proprio accanto a un’opera importante del diretto successore di Schinkel. Questo non è l’unico vicino che gli architetti hanno spiritosamente citato nel loro progetto.

Il legame del progetto con la storia architettonica locale e tipologica è evidente anche nelle sale espositive: alcune sale presentano un’ampia zona di fregio come finitura delle pareti che, a differenza delle superfici sottostanti, non è colorata ma realizzata in cemento a vista, creando così un collegamento con il soffitto realizzato con lo stesso materiale. La parete e il fregio del soffitto sono separati da una stretta modanatura in ottone. Anche le aperture delle porte sono rivestite in ottone, così come gran parte delle porte stesse. Il materiale è predominante nella cosiddetta sala dei banchetti, dove l’intero rivestimento delle pareti è in ottone. I pavimenti delle sale sono in listoni di quercia, il marmo nei passaggi e nelle altre aree di accesso, nel negozio e nell’area ristorazione, dove il cemento domina l’aspetto degli ambienti. Lo studio David Chipperfield Architects ha utilizzato il marmo anche nell’ampliamento della Kunsthaus Zürich, per riprendere un dettaglio dell’architettura del museo esistente, in questo caso l’area d’ingresso dell’edificio Moser.

Oltre alle collezioni del museo dedicate al modernismo classico e all’arte dal 1960 in poi, l’ampliamento ospiterà anche la Collezione Emil Bührle, che fino al 2015 era esposta in un’antica villa nel sud della città. Tuttavia, uno spettacolare furto d’arte nel 2008, che ha incluso il furto del „Ragazzo con il gilet rosso“, un’importante opera di Cézanne, ha messo in luce irrimediabili lacune nella sicurezza. La collezione sarà ora presentata nell’edificio Chipperfield e consentirà alla Kunsthaus Zürich di vantare quella che sostiene essere la più grande collezione di impressionisti francesi al di fuori di Parigi.

Quando Gustav Albert Wegmann costruì la scuola cantonale di Zurigo tra il 1839 e il 1842, la modellò su uno degli edifici scolastici più moderni e rivoluzionari del suo tempo: la Bauakademie di Berlino di Schinkel, che era stata completata da poco. Sotto l’influenza dell’architettura industriale inglese, Schinkel aveva concepito il suo progetto come un edificio in mattoni a vista con enormi aperture di finestre su una pianta quadrata. Wegmann ripeté quasi parola per parola le caratteristiche essenziali della Bauakademie nella sua scuola cantonale, ma sostituì le facciate in mattoni con intonaco e pietra artificiale. Tuttavia, egli diede al suo edificio la forma di base della Bauakademie, un cubo appiattito. Sul lato a valle dell’edificio scolastico furono costruite due palestre nel 1880 e nel 1901. Ancora più a valle, nel 1910 fu costruita la Kunsthaus Zürich, il cui nucleo centrale fu progettato dall’architetto Karl Moser.

L’edificio di Moser divenne presto troppo piccolo. Nel 1925, l’architetto stesso aggiunse un ampliamento alla parte posteriore dell’edificio. Nel 1944, gli architetti Hans e Kurt Pfister iniziarono a progettare il successivo ampliamento, ora molto più grande. Tuttavia, quest’ala dell’edificio fu inaugurata solo nel 1958. Nel 1976 il Kunsthaus Zürich fu ampliato per la terza volta, questa volta da Erwin Müller. Nel 2001 si iniziò nuovamente a progettare l’ampliamento dello spazio espositivo. Tuttavia, non essendoci più spazio per ulteriori ampliamenti, si decise di sacrificare le due palestre storiche della vecchia scuola cantonale per creare un nuovo edificio per il Kunsthaus. Il concorso è stato vinto nel 2008 dallo studio berlinese David Chipperfield Architects, con un edificio che colma il divario di design tra i due vicini, la scuola cantonale e il Kunsthaus.

Gli architetti hanno chiaramente mutuato la cubatura del loro edificio dalla scuola cantonale. Tuttavia, non è solo la grande forma del cubo appiattito a fare riferimento diretto all’edificio di Wegmann. Anche le quattro facciate, identiche nella loro struttura, fanno riferimento all’edificio scolastico. Per ragioni funzionali, tuttavia, sarebbe stato inappropriato sovrapporre al museo una facciata perforata ritmata assialmente. David Chipperfield Architects ha invece progettato la pelle dell’edificio con una griglia su piccola scala di sagome verticali arrotondate e cornici rettangolari in pietra calcarea del Giura. La forma della griglia è stata ricavata dal rivestimento dell’edificio Pfister di fronte. Laddove gli architetti avevano bisogno di luce nel loro edificio, hanno affiancato alla griglia di campi rettangolari allungati delle aperture per finestre, altrimenti hanno chiuso il retro della griglia con la pietra naturale. Grazie a questa alternanza, hanno raggiunto un sottile equilibrio tra ordine rigoroso e libero.

La pianta è dominata da un’ampia hall d’ingresso, simile a un passaggio. Esso divide l’edificio in due metà e conduce dall’ingresso inferiore della Kunsthaus esistente a un ingresso superiore di fronte alla scuola cantonale. Qui, tra il nuovo edificio e la scuola, è stato creato un „Giardino dell’arte“ dallo studio Wirtz di Schoten. All’interno, il dislivello tra i due ingressi del museo è superato da un’ampia scalinata, che gli architetti hanno elegantemente proseguito come scala per i piani superiori, dando così accesso alle sale espositive. Queste ultime sono sorprendentemente diverse e in alcuni casi hanno dimensioni simili a quelle di un armadio.

Candidatevi ora al Premio Lenné 2018

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Anche quest’anno lo Stato di Berlino assegna il Premio Peter Joseph Lenné 2018: il più importante riconoscimento per giovani architetti del paesaggio, pianificatori, scienziati e artisti.

I partecipanti possono scegliere tra un totale di tre incarichi provenienti da Berlino, dagli Stati federali tedeschi e dall’estero.

Nel cuore della capitale tedesca – tra la Sprea, la torre della televisione, l’Humboldt Forum e il municipio rosso – si trova una rarità: uno degli ultimi spazi aperti di Berlino nel centro della città. Per riprogettarlo, è necessario chiarire la questione dell’identità del centro di Berlino:
Quale epoca deve essere messa in risalto? Si deve conservare l’eredità dello sviluppo urbano della DDR? Oppure il centro di Berlino ha bisogno di una riprogettazione radicale? I partecipanti al Premio Peter Joseph Lenné 2018 possono sviluppare idee di pianificazione degli spazi aperti per l’area e contribuire con i propri progetti al dibattito.

Ebersbach-Neugersdorf – Nuove strategie per il paesaggio, la cultura e il turismo

Ebersbach-Neugersdorf si trova negli Altipiani Lusaziani, vicino al confine con la Repubblica Ceca. È conosciuta come la città delle sorgenti della Sprea perché due delle tre sorgenti della Sprea si trovano nell’area della città. Lo Schlechteberg, un tempo popolare, ha perso importanza negli ultimi 20 anni e le infrastrutture sono andate progressivamente in rovina. Lo sviluppo turistico locale e regionale intende promuovere positivamente la città e aumentarne l’attrattiva. Il concorso di idee cerca concetti di sviluppo dell’architettura del paesaggio regionale per l’area urbana che promuovano il turismo e aumentino la qualità della vita nella zona.

Mobilità a Parigi – Nuove idee per i Fermiers Généraux

Parigi ha grandi progetti per i prossimi anni: raddoppiare il numero di piste ciclabili entro il 2020, poter nuotare nella Senna dal 2024 e fare di Parigi una città a emissioni zero entro il 2050. Sta inoltre preparando un’ampia riqualificazione urbana (Olimpiadi del 2024, ristrutturazione di „Les Halles“ e piano di sviluppo urbano „Gran Paris“). I partecipanti che optano per l’ultimo compito possono concentrarsi su come potrebbe apparire una città post-car-friendly.

Il termine ultimo per la presentazione dei progetti è il 29 giugno alle ore 18.00. La giuria, composta da architetti paesaggisti internazionali e membri del Senato di Berlino, si riunirà il 12 e 13 luglio 2018 e la cerimonia di premiazione si terrà il 1° novembre presso l’Akademie der Künste di Berlino.

La documentazione completa del concorso è disponibile qui.

Il clima di Siviglia: padroneggiare la pianificazione del calore per gli spazi abitativi mediterranei

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Vista a volo d'uccello di Siviglia dal Metropol Parasol - struttura urbana mediterranea sotto un sole cocente, simbolo della pianificazione termica urbana.
Vista su Siviglia: la città è illuminata. Foto di Taisia Karaseva su Unsplash.

Siviglia geme sotto il sole e il resto dell’Europa guarda affascinata. Ciò che le città mediterranee dimostrano in termini di pianificazione del calore non è più un lontano sogno del futuro per l’Europa centrale. Chi ignora il clima di Siviglia presto suderà a Francoforte, Zurigo e Vienna. Ma come si fa a superare le sfide delle estati estreme in aree urbane tradizionalmente progettate per condizioni più miti? Uno sguardo all’Andalusia mostra come la protezione dal calore urbano debba essere ripensata e perché il gemello digitale può fare molto di più di un semplice rendering.

  • Risultati da Siviglia: perché le città del Mediterraneo sono pioniere nella protezione dal calore
  • Le più grandi innovazioni nella pianificazione del calore – dall’architettura classica alla simulazione digitale
  • Il ruolo della digitalizzazione, dell’IA e dei gemelli digitali urbani nella gestione del calore urbano
  • Sfide e opportunità specifiche in Germania, Austria e Svizzera
  • Competenze tecniche per architetti, progettisti e proprietari di edifici: che cosa conta davvero oggi?
  • Dibattiti su sostenibilità, partecipazione e dimensione sociale della protezione dal calore
  • Approcci visionari e critiche allo status quo dell’attuale pianificazione urbana
  • Rilevanza globale: Cosa l’Europa centrale può imparare dall’Europa meridionale – e viceversa

Siviglia come laboratorio del calore: cosa ci mostrano le città del Mediterraneo

Chiunque entri a Siviglia in piena estate si rende subito conto che qui la gente non si limita ad aspettare, ma crea. La città è la memoria fisica di secoli di pianificazione del calore. I vicoli stretti fanno ombra, i cortili interni danno refrigerio, le facciate bianche riflettono la luce del sole e l’uso dell’acqua – nelle fontane, nei canali o nei tetti verdi – non è un lusso, ma una necessità. Questi accorgimenti non sono folclore romantico, ma il risultato di un’osservazione precisa e di un adattamento costante al clima locale. È proprio questo che fa di Siviglia il laboratorio del calore d’Europa. Ma mentre nell’Europa centrale si discute ancora di „isole di calore urbane“, il surriscaldamento degli spazi pubblici è da tempo parte della vita quotidiana e parte integrante della pianificazione urbana.

Le sfide che Siviglia deve affrontare non sono più di natura regionale. Le ondate di calore degli ultimi anni hanno dimostrato che anche le città tedesche, austriache e svizzere soffrono sempre più del surriscaldamento estivo. La differenza è che mentre Siviglia può basarsi su strategie secolari, molte città della regione DACH agiscono ancora in modo reattivo piuttosto che proattivo. Sebbene vi sia una crescente consapevolezza della necessità di un’edilizia adattata al clima, l’attuazione concreta è spesso in ritardo rispetto a questa conoscenza. Il risultato: piazze surriscaldate, concetti di raffrescamento inefficienti, superfici inutilmente sigillate e una popolazione che trascorre il proprio tempo libero in centri commerciali climatizzati anziché negli spazi pubblici.

Ciò che dimostra Siviglia è l’integrazione coerente dell’adattamento al clima in tutti i livelli della progettazione urbana. Dalla scelta dei materiali e del design delle facciate alla densità urbana, il tema è un filo conduttore. In Germania, Austria e Svizzera, invece, spesso si è ancora nella fase di studio pilota e di progetto modello. In molti luoghi manca la volontà politica di introdurre cambiamenti fondamentali. Eppure sarebbe proprio questo il momento di imparare dalle esperienze del Sud per evitare errori costosi e costruire città sostenibili.

Certo, le condizioni climatiche iniziali sono diverse. Ma i principi di base di una pianificazione termica efficace sono universali: ombreggiamento, evaporazione, ventilazione, riflessione dei materiali. Siviglia dimostra che la loro applicazione coerente funziona anche in condizioni estreme. L’unica domanda da porsi è quando il resto d’Europa sarà pronto a recepire davvero questi insegnamenti, smettendo di aspettare la prossima ondata di calore.

La vera sfida consiste nel combinare le misure fisiche tradizionali con le nuove possibilità digitali. Siviglia può sembrare vecchia nelle sue strutture di base, ma la città è tutt’altro che arretrata. Qui l’approccio al calore viene costantemente ripensato e integrato con innovazioni tecniche. Chiunque si basi sul fatto che il proprio spazio urbano „non è ancora così caldo“ è semplicemente negligente.

Rivoluzione tecnologica: la digitalizzazione e i gemelli digitali urbani come elementi che cambiano la partita

Chiunque creda che la protezione dal caldo sia una questione di fioriere e tende da sole sta sottovalutando la complessità del controllo del clima urbano nel XXI secolo. Il vero salto di qualità sta avvenendo da tempo nella sfera digitale. I gemelli digitali urbani, ovvero le immagini digitali di intere città, consentono di analizzare in tempo reale tutti i processi rilevanti per il clima. Quella che prima era un’analisi climatica statica, ora può essere mappata come una simulazione dinamica, che include previsioni sull’accumulo di calore, sull’ombreggiamento, sulle correnti d’aria e sugli effetti dell’evaporazione.

A Siviglia si sta già sperimentando l’integrazione dei dati dei sensori, delle previsioni meteo in tempo reale e del comportamento degli utenti nei modelli di città digitale. Questi gemelli digitali urbani non sono più un espediente, ma stanno diventando uno strumento di controllo centrale per la resilienza urbana. Mentre Vienna e Zurigo stanno ancora lavorando sulle interfacce e sui problemi di protezione dei dati, metropoli come Singapore ed Helsinki stanno dimostrando come i gemelli digitali possano essere utilizzati per controllare non solo i flussi di traffico e il consumo energetico, ma anche i fenomeni microclimatici. La tecnologia è disponibile, manca solo il coraggio di utilizzarla su larga scala.

Le simulazioni guidate dall’intelligenza artificiale non sono solo un’aggiunta piacevole. Permettono di verificare in tempo reale l’impatto climatico delle decisioni progettuali. La nuova piazza della città dovrebbe davvero essere pavimentata in granito? Quali picchi di temperatura si verificheranno nel pomeriggio nel nuovo quartiere? Come cambierà la qualità del soggiorno se si sceglie una superficie chiara al posto dell’asfalto? Oggi a tutte queste domande non si può più rispondere con l’istinto e le regole empiriche, ma si possono simulare e ottimizzare sulla base dei dati. Il gemello digitale sta quindi cambiando le carte in tavola per la pianificazione del riscaldamento.

Naturalmente, l’uso diffuso in Germania, Austria e Svizzera è ancora agli inizi. Tuttavia, i progetti pilota di Amburgo, Monaco e Zurigo dimostrano che il cambiamento è inevitabile. L’integrazione della tecnologia dei sensori IoT, delle piattaforme di dati aperti e degli algoritmi di intelligenza artificiale nella pianificazione urbana sta diventando un prerequisito fondamentale per un adattamento climatico sostenibile. I pianificatori che non hanno le competenze necessarie saranno presto relegati allo status di comparse. La tradizionale separazione tra progettazione e operatività si sta dissolvendo: la pianificazione sta diventando un’architettura di processo, i dati in tempo reale stanno diventando la nuova moneta di scambio per la pianificazione.

Ma la tecnologia, per quanto promettente, nasconde anche dei rischi. Le distorsioni algoritmiche, la mancanza di trasparenza e il rischio di commercializzazione dei modelli di dati urbani sono sfide reali. La digitalizzazione della pianificazione del calore non deve diventare un fine in sé o un campo di gioco per élite tecnocratiche. Deve essere aperta, comprensibile e inclusiva per offrire davvero un valore aggiunto a tutti. Siviglia dimostra che la tradizione e l’innovazione non sono una contraddizione in termini, a condizione che gli strumenti digitali siano utilizzati con senso della misura e lungimiranza.

Sostenibilità, giustizia sociale e dimensione politica della protezione dal calore

La pianificazione del calore non è più solo una questione tecnica o progettuale. È diventata una sfida sociale e politica. Perché lo stress da calore non colpisce tutti allo stesso modo. Anziani, bambini, persone con problemi di salute e persone socialmente svantaggiate soffrono particolarmente per il surriscaldamento dei quartieri. A Siviglia, questa dimensione sociale è una realtà quotidiana ed è costantemente affrontata dalla pianificazione urbana. Le piazze pubbliche sono specificamente rinverdite, le scuole e gli ospedali sono dotati di sistemi di raffreddamento passivo e le strutture sociali sono considerate prioritarie nell’attuazione di nuove misure.

Sebbene questa prospettiva sociale venga discussa sempre più spesso in Germania, Austria e Svizzera, spesso rimane solo una questione di facciata. I programmi di finanziamento per l’inverdimento delle facciate o per la rimozione dei sigilli sono un inizio, ma raramente raggiungono i più vulnerabili. La grande domanda è: come possono le città riuscire a fare della protezione dal calore una questione trasversale che raggiunga tutti i gruppi sociali? Siviglia dimostra che funziona, se si stabiliscono chiaramente le priorità politiche e si attuano misure coerenti.

Un’altra questione fondamentale è quella della sostenibilità. L’adattamento al clima non deve andare a scapito di altri obiettivi ambientali. I tetti verdi, i giochi d’acqua e i concetti di ombreggiamento devono essere pianificati e gestiti in modo da preservare le risorse. L’uso dell’acqua a Siviglia è una lezione di efficienza: l’acqua piovana viene raccolta, riutilizzata e utilizzata specificamente per il raffreddamento. In Europa centrale, invece, spesso domina ancora l’approccio dell’annaffiatoio. Se si vuole davvero pianificare in modo sostenibile, bisogna prendere sul serio l’economia circolare e combinare le innovazioni tecniche con la razionalità ecologica.

La dimensione politica della pianificazione del calore diventa evidente anche nella questione della partecipazione. Chi decide effettivamente sui nuovi concetti di ombreggiatura, sui materiali o sulla riprogettazione degli spazi pubblici? In un numero sempre maggiore di città, cresce la pressione per coinvolgere attivamente i cittadini e gli stakeholder locali. I gemelli digitali offrono un’opportunità storica in questo senso: rendono visibili interrelazioni complesse e permettono di discutere in modo trasparente diversi scenari. Tuttavia, questa opportunità è stata finora sfruttata solo con esitazione in Germania, Austria e Svizzera. La paura di perdere il controllo e la complessità dei sistemi digitali ostacolano ancora una vera democratizzazione della pianificazione.

In fin dei conti, la consapevolezza è che la pianificazione del calore è un progetto politico. Chiunque lo fraintenda come un compito puramente tecnico fallirà di fronte alle realtà sociali ed ecologiche. Siviglia ci insegna che lo sviluppo urbano rispettoso del clima funziona solo se è olistico, inclusivo e visionario, e se i decisori politici hanno il coraggio di stabilire delle priorità. Il tempo dei progetti pilota a metà è finito. Ora si tratta di trasformare interi spazi urbani.

Competenze tecniche: cosa devono sapere oggi i professionisti

Per architetti, urbanisti e ingegneri non è più sufficiente pensare a qualche albero e ai colori vivaci delle facciate quando si progetta il calore. Le richieste di competenze tecniche stanno crescendo rapidamente. Chiunque lavori alla progettazione di quartieri a prova di clima a Siviglia o a Zurigo ha bisogno di una profonda conoscenza del microclima, della fisica dei materiali, della meccanica dei fluidi e delle tecnologie smart city. Non si tratta solo di progettazione: è necessaria la capacità di leggere modelli di dati complessi, interpretare simulazioni e ricavarne misure concrete.

L’integrazione dei gemelli digitali urbani nei processi di pianificazione richiede nuove competenze. Le competenze GIS, l’esperienza nel trattare i dati dei sensori, la comprensione dei modelli di previsione basati sull’intelligenza artificiale e la capacità di collegare diverse fonti di dati per formare un quadro generale coerente stanno diventando un repertorio standard. Chi ignora queste competenze rischia di rimanere indietro rispetto agli sviluppi tecnologici. A Siviglia, il Comune sta lavorando a stretto contatto con istituti di ricerca e aziende tecnologiche per garantire questo trasferimento di conoscenze. In Germania, Austria e Svizzera, questa cooperazione è spesso ancora agli inizi.

Un’altra questione chiave è la cooperazione interdisciplinare. La protezione dal calore non può più essere considerata separatamente da altre discipline di pianificazione. L’architettura del paesaggio, la fisica degli edifici, la meteorologia, l’informatica e le scienze sociali devono lavorare fianco a fianco. Le soluzioni migliori nascono all’interfaccia tra le discipline, ed è proprio qui che si trova il maggior potenziale di innovazione. Siviglia dimostra che questa interconnessione non è solo possibile, ma assolutamente necessaria per affrontare le sfide del cambiamento climatico.

Anche la questione della manutenzione e del funzionamento sta diventando sempre più importante. Un tetto verde o un sistema di ombreggiamento intelligente saranno efficaci solo se verranno regolarmente mantenuti e ottimizzati. I sistemi di monitoraggio digitale aiutano a verificare costantemente il successo delle misure e ad apportare modifiche. In Europa centrale, spesso manca ancora una cultura del „monitoraggio operativo“. Se si vogliono sviluppare concetti di protezione termica sostenibili, è necessario tenere d’occhio l’intero ciclo di vita delle misure, dalla pianificazione all’implementazione e alla manutenzione.

La formazione della prossima generazione di architetti deve tenere maggiormente conto di questi aspetti. La teoria progettuale tradizionale non è più sufficiente. Chiunque voglia lavorare allo sviluppo urbano resiliente al clima oggi ha bisogno di competenze sui dati, comprensione tecnica e capacità di pensare in termini di sistemi complessi. L’esempio di Siviglia dimostra che queste competenze possono essere apprese, a patto che ci sia la volontà di cambiare. Il futuro appartiene a coloro che sono disposti a sviluppare continuamente le proprie competenze e a lavorare in modo interdisciplinare.

Germania, Austria, Svizzera: tra ambizione e realtà

In Germania, Austria e Svizzera, la consapevolezza della necessità di una pianificazione attiva della protezione dal calore è in costante crescita, ma l’attuazione è spesso in ritardo rispetto alle possibilità. A Berlino, Vienna e Zurigo si stanno sviluppando progetti pilota, ma il quadro generale non si è ancora concretizzato. Le responsabilità sono troppo frammentate, i processi decisionali sono troppo lenti e c’è troppa preoccupazione di perdere il controllo attraverso le nuove tecnologie. Mentre Siviglia sta lavorando da tempo per rendere l’intera città a misura di calore, Monaco e Basilea stanno ancora discutendo di standard e responsabilità.

Un ostacolo fondamentale è la mancanza di standardizzazione. Mentre a Siviglia esistono linee guida chiaramente definite sulla resilienza climatica, nei Paesi di lingua tedesca spesso mancano specifiche vincolanti. Di conseguenza, le città cucinano la propria minestra, le misure non sono coordinate e le sinergie rimangono inutilizzate. Se si vuole davvero diventare resilienti, occorrono obiettivi chiari, indicatori misurabili e un monitoraggio coerente dei successi, in tutte le città.

Anche il finanziamento è una sfida. L’adattamento al clima costa, ma i costi dell’immobilismo sono molto più alti. Siviglia effettua investimenti mirati in infrastrutture sostenibili, mentre in Germania, Austria e Svizzera le decisioni vengono spesso prese con poco preavviso e in base al flusso di cassa. I programmi di finanziamento sono importanti, ma non sostituiscono una strategia a lungo termine. Chi vuole permettersi innovazioni come i gemelli digitali o programmi di greening completi deve anche essere pronto a stabilire delle priorità nel bilancio.

Un altro problema è la frammentazione dell’amministrazione. La protezione dal calore è spesso considerata una questione marginale che si perde tra l’assessorato all’ambiente, quello all’urbanistica e l’ispettorato edilizio. Siviglia dimostra che si può fare diversamente: l’adattamento al clima è una priorità assoluta e questo fa la differenza. Solo se la responsabilità è chiaramente assegnata e ancorata al livello più alto, è possibile raggiungere obiettivi ambiziosi.

Infine, c’è la questione dell’accettazione sociale. Nei Paesi con un clima temperato, la necessità di un cambiamento radicale è ancora sottovalutata. Molte persone considerano la protezione dal calore come un problema di lusso o continuano ad affidarsi ai sistemi di condizionamento convenzionali. Tuttavia, le ondate di calore degli ultimi anni hanno dimostrato che il cambiamento è inevitabile. Le città di domani si adatteranno o diventeranno inabitabili. Siviglia è la prova vivente che l’adattamento è possibile. Il mondo di lingua tedesca deve decidere se vuole essere un pioniere o un ritardatario.

Conclusione: se non si suda, si è già perso

Siviglia non è un esotico lontano, ma uno specchio del futuro per molte città europee. La pianificazione termica degli spazi abitativi mediterranei non solo offre ispirazione tecnica e progettuale, ma mostra soprattutto una cosa: come può essere uno sviluppo urbano coerente, integrativo e innovativo. Chiunque in Germania, Austria o Svizzera continui ad affidarsi a misure poco elaborate e a infiniti progetti pilota sarà superato dalla realtà. Le tecnologie ci sono, le conoscenze sono disponibili: ciò che manca è il coraggio di unire le due cose e implementarle su larga scala. Il cambiamento climatico non aspetterà il prossimo workshop. Se non si pianifica ora, si suderà domani. E Siviglia? La città mostra come si può fare meglio. È ora di dare l’esempio, prima che l’estate colpisca di nuovo.