Gotico I – Luce e altezza: l’architettura come promessa di cielo

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Il traforo è tipico dello stile gotico. Foto: Stux, via: Pixabay
Il traforo è tipico dello stile gotico. Foto: Stux, via: Pixabay

Il periodo gotico si riferisce a un’epoca dell’architettura e dell’arte europea che durò dalla metà del XII secolo fino al 1500 circa. È caratterizzato da innovazioni strutturali rivoluzionarie e da un profondo simbolismo religioso. Di seguito vengono presentate le caratteristiche principali, i principi tecnici e gli edifici esemplari che hanno caratterizzato il periodo.

Panoramica storica e definizione

L’architettura gotica nasce in Francia intorno al 1140, a partire dall’abbazia di Saint-Denis, vicino a Parigi, dove sostituisce l’architettura romanica. Dal nord della Francia si diffuse gradualmente in tutta Europa. Si distingue tra primo, alto e tardo gotico. Il termine „gotico“ fu coniato in senso peggiorativo durante il Rinascimento: Giorgio Vasari etichettò l’arte del Medioevo come „barbara“, associandola ai Goti. Solo nel XVIII e XIX secolo il „gotico“ si affermò come categoria storico-artistica e fu visto in una luce positiva, in particolare nel periodo romantico, che interpretò le grandi cattedrali come espressione di profonda spiritualità.
Il gotico non era solo uno stile architettonico, ma l’espressione di un’intera visione del mondo. Combinava desiderio religioso, innovazione tecnica e rappresentazione sociale. In contrasto con il massiccio stile romanico, che irradiava protezione e pesantezza, lo stile gotico mirava all’altezza, alla luce e alla sensazione di vicinanza al cielo.

Caratteristiche tecniche dell’architettura gotica

L’obiettivo centrale dell’architettura gotica era quello di combinare luce, altezza e spaziosità in un edificio che permettesse ai fedeli di sperimentare il cielo. Dal punto di vista tecnico, ciò è stato possibile grazie a diverse innovazioni che hanno lavorato insieme in modo sistematico:

– Arco a sesto acuto – garantisce una migliore distribuzione del carico rispetto all’arco a tutto sesto e consente altezze e larghezze più variabili.

– Volta a crociera – consente una disposizione più flessibile degli ambienti, pareti più sottili e un senso dinamico dello spazio.

– Puntone (contrafforti e contrafforti) – trasferisce la spinta verso l’esterno e rende possibili ampie superfici finestrate.

– Traforo e vetrate – suddividono la parete in aree inondate di luce e conferiscono all’interno un’atmosfera ultraterrena.

– I tiranti metallici (tiranti e anelli, solitamente in ferro) stabilizzano ulteriormente la costruzione, soprattutto nel periodo dell’Alto e del Tardo Gotico.

Queste tecniche costruttive permisero di costruire chiese non solo più alte, ma anche più luminose. L’interno doveva essere vissuto come un’immagine della „Gerusalemme celeste“.

Esempi architettonici: La luce come messaggio teologico

Lo stile gotico vedeva l’architettura come portatrice di un messaggio: la luce filtrata dalle vetrate rappresentava il lumen divinum, la luce divina. Ogni cattedrale era quindi un testo teologico fatto di pietra e vetro.

– Chiesa abbaziale di Saint-Denis (consacrata nel 1144): considerata la prima chiesa gotica per la combinazione di archi a sesto acuto, volte a crociera e coro inondato di luce. L’abate Suger considerava l’edificio come teologia visibile.

– Cattedrale di Chartres (dal 1194): una pietra miliare dell’architettura alto-gotica con un monumentale edificio occidentale, famose vetrate come la „Madonna blu“ e proporzioni esatte.

– Cattedrale di Reims (iniziata intorno al 1211): rappresenta l’Alto Gotico nella sua forma più estrema, con un luminoso effetto spaziale e un ricco programma di sculture sui portali.

– Cattedrale di Colonia (iniziata nel 1248): il più grande progetto di costruzione di una chiesa a nord delle Alpi, espressione della pietà religiosa e dell’importanza politica della città. Fu completata solo nel XIX secolo e mostra i lunghi postumi dell’architettura gotica.

Anche in altre regioni sono stati costruiti edifici iconici: L’Abbazia di Westminster in Inghilterra (con elementi di tutte le fasi del gotico), il Duomo di Milano in Italia e le cattedrali di Burgos e Toledo in Spagna.

Il traforo come espressione dell’eleganza gotica

La trafila – incorniciatura geometrica in pietra di finestre, rosoni, balaustre e arcate – è una caratteristica stilistica centrale dell’architettura gotica. Dalle bifore del primo periodo gotico ai complessi motivi a ruota e a bolla di pesce del tardo periodo gotico, dimostra la ricerca di strutture sempre più filigranate. Il grande rosone occidentale di Notre-Dame de Paris o i rosoni di Amiens e Chartres sono considerati i punti salienti dell’architettura medievale. Essi incarnano lo sforzo gotico di visualizzare il divino in un ordine matematico e allo stesso tempo in una bellezza inondata di luce.

Variazioni di stile e forme tardive

Il gotico ha sviluppato numerose varianti regionali nel corso della sua storia:

– Inghilterra: Early English (ca. 1180-1250) con linee chiare; Decorated Style (ca. 1250-1370) con ricchi trafori; Perpendicular Style (ca. 1370-1550) con verticalità enfatizzata, ampie superfici finestrate e volte a ventaglio (ad esempio la cappella del King’s College a Cambridge).

– Francia: Rayonnant (ca. 1240-1350) con enfasi sui rosoni e sull’architettura in vetro puro; Flamboyant (dal 1375 ca.) con forme di traforo fiammeggianti.

– Germania ed Europa centrale: stili di transizione più severi, poi Alto e Tardo Gotico con chiese a sala come a Ulm o Schwäbisch Gmünd e chiese parrocchiali cittadine monumentali.

– Italia: incorporazione più contenuta di elementi gotici, spesso combinati con la tradizione classica romana. Ne sono un esempio il Duomo di Orvieto con la sua facciata colorata o il Duomo di Milano, che incarna il tardo gotico in modo monumentale.

Il gotico come unità di forma, spazio e luce

Lo stile gotico combinava architettura, luce, scultura e vetrate per creare un’unità armonizzata che immergeva l’uomo medievale in un mondo sacro. Ogni cattedrale è espressione di dottrina teologica, rappresentazione sociale e sicurezza urbana. Ancora oggi, gli edifici gotici colpiscono per le loro dimensioni, per la loro raffinatezza tecnica e per il loro splendore spirituale. L’architettura gotica rimane quindi una chiave di lettura della cultura medievale e della storia europea.

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Apprendimento automatico per l’individuazione delle forme nell’edilizia

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Struttura della facciata con motivo a scacchiera bianca e nera, fotografata da Mark König a Austin, Texas

La ricerca della forma nell’edilizia non è più una sensazione creativa di pancia, ma sempre più una disciplina matematica. L’apprendimento automatico sta trasformando il lavoro di progettazione tradizionale, consentendo agli algoritmi di svolgere un ruolo e costringendo i progettisti a ridefinire il loro ruolo. Ma cosa può fare davvero l’intelligenza artificiale quando si tratta di struttura, estetica e sostenibilità? E a che punto è il mondo di lingua tedesca in questo campo, tra feuilleton digitale e realtà concreta?

  • L’apprendimento automatico sta rivoluzionando l’individuazione delle forme nell’ingegneria strutturale e sta cambiando radicalmente i processi di progettazione.
  • Tecnologie come le reti avversarie generative e il Deep Learning sono da tempo più che semplici progetti di ricerca.
  • Gli strumenti di progettazione digitale con il supporto dell’intelligenza artificiale offrono nuove possibilità per ottimizzare la statica, l’uso dei materiali e l’efficienza energetica.
  • Le sfide più grandi riguardano la qualità dei dati, le interfacce e l’accettazione da parte degli esperti
  • I progetti pilota e le alleanze di ricerca dominano in Germania, Austria e Svizzera, mentre le sedi internazionali stanno già sperimentando in modo produttivo
  • L’apprendimento automatico solleva nuove questioni etiche e tecniche e mette il settore di fronte a vecchi miti
  • I professionisti devono ricalibrare le competenze digitali, statistiche e progettuali
  • Le tendenze architettoniche globali e gli obiettivi di sostenibilità stanno guidando lo sviluppo, così come le start-up e i fornitori di software di intelligenza artificiale.
  • Il dibattito su controllo, creatività e responsabilità è iniziato da tempo, e avrà un impatto duraturo sull’architettura

La ricerca della forma come algoritmo: come l’apprendimento automatico sta trasformando la costruzione degli edifici

Chiunque creda ancora che la ricerca delle forme nella costruzione di un edificio consista solo in schizzi, lampi di ispirazione e modellazione ha un’idea romantica della professione di architetto o ha semplicemente perso il filo del discorso. L’apprendimento automatico si sta infiltrando nel processo creativo a una velocità che sorprende anche i pionieri del digitale. Al posto della tradizionale iterazione tra mano e testa, ora c’è una terza istanza: l’algoritmo che analizza i parametri del progetto, genera varianti e rende visibili relazioni complesse. Il metodo è tutt’altro che stregonesco. Si basa sul riconoscimento statistico dei modelli, classifica le forme in base ai dati sulle prestazioni e suggerisce soluzioni che l’uomo difficilmente potrebbe concepire in questo modo. Il risultato: nuovi linguaggi di progettazione, strutture di supporto più intelligenti, distribuzione ottimizzata dei materiali e un’interruzione della professione come la conosciamo.

Il punto forte è la velocità. L’apprendimento automatico è in grado di calcolare in pochi secondi migliaia di varianti, che in precedenza avrebbero richiesto settimane, se non mesi. Ne risultano facciate parametriche, strutture portanti adattive o interi concetti di edifici ottimizzati per l’illuminazione, l’efficienza energetica o la distribuzione dei carichi. Chiunque sia coinvolto in questo processo scopre nuove potenzialità: dalla pianificazione per il risparmio delle risorse alla riduzione degli errori di costruzione, fino alla simulazione anticipata degli scenari di utilizzo. Tuttavia, non tutti sono disposti a rinunciare al controllo. La paura di perdere l’autonomia creativa è profonda, eppure l’algoritmo non è un talento sostitutivo, ma un turbo per la progettazione umana.

L’apprendimento automatico sta facendo i maggiori passi avanti nella generazione di forme libere, nell’ottimizzazione delle strutture e nell’integrazione dei parametri della tecnologia edilizia. Particolarmente entusiasmante: il deep learning è in grado di apprendere dai dati reali degli edifici, ad esempio dai gemelli digitali o dai modelli BIM, e di ricavarne nuovi approcci geometrici. L’intelligenza artificiale riconosce le relazioni tra forma, funzione e ambiente che rimangono semplicemente nascoste nel CAD tradizionale. Gli algoritmi dipendono ancora dai dati, ed è proprio questo il tallone d’Achille. Perché senza un eccellente database, anche la migliore IA è solo un abbaglio.

Nel panorama internazionale, i processi di progettazione assistita dalle macchine non sono più un argomento di nicchia. Studi come Zaha Hadid Architects e BIG utilizzano l’apprendimento automatico per sviluppare facciate, strutture portanti e modelli urbani, spesso in combinazione con approcci di progettazione generativa. Sebbene gli studi tedeschi, austriaci e svizzeri siano ancora in ritardo, stanno investendo molto nella ricerca e nei progetti pilota. La questione non è più se l’apprendimento automatico influenzerà l’individuazione delle forme, ma quanto profondamente potrà penetrare nei processi di pianificazione e come i modelli di ruolo tradizionali si adatteranno.

È in pieno svolgimento il dibattito se l’apprendimento automatico minacci l'“anima“ dell’architettura o le consenta finalmente di fare il salto nel XXI secolo. Una cosa è chiara: l’algoritmo è qui per restare. Chi lo ignora rischia di scomparire nell’insignificanza creativa. Chi lo usa deve imparare a gestire le incertezze, le nuove fonti di errore e le aree grigie dal punto di vista etico. Questo rende la professione dell’architetto più complessa, ma anche più eccitante che mai.

La situazione nella regione DACH: tra progetti pilota e scetticismo digitale

Germania, Austria e Svizzera non sono esattamente note come pioniere delle strategie di digitalizzazione radicale. Di conseguenza, l’introduzione dell’apprendimento automatico nel processo di produzione degli stampi procede lentamente, ma non è affatto scontata. Le università sono in fermento: I gruppi di ricerca del Politecnico di Zurigo, della TU di Monaco e dell’Università Bauhaus di Weimar stanno sperimentando algoritmi generativi, reti neurali e processi di progettazione basati sull’intelligenza artificiale. I professionisti seguono con cauta euforia. Singoli uffici utilizzano strumenti di IA, ad esempio per l’ottimizzazione delle facciate o nei concorsi, ma la diffusione su larga scala non si è concretizzata. Le ragioni sono molteplici: mancanza di standardizzazione, alti costi di investimento, mancanza di interfacce con i sistemi BIM esistenti e, non da ultimo, paura di perdere il controllo.

Tuttavia, ci sono alcuni progetti pilota interessanti. A Vienna, ad esempio, le imprese edili e gli studi di architettura stanno lavorando con l’apprendimento automatico per ottimizzare i layout strutturali dei grattacieli. A Zurigo, gli algoritmi vengono utilizzati per sviluppare modelli di facciata basati su specifiche urbanistiche e parametri ambientali. Monaco di Baviera sta sperimentando la distribuzione dei materiali supportata dall’intelligenza artificiale nelle costruzioni ibride di grattacieli. I successi sono incoraggianti, ma la scalabilità rimane difficile. In particolare, l’integrazione nei processi di pianificazione esistenti richiede pazienza, competenze e un’infrastruttura digitale che semplicemente non è disponibile in molti uffici.

La questione dei dati rimane un problema fondamentale. Senza dati di alta qualità, strutturati e interoperabili, l’apprendimento automatico non serve a nulla. Molti progetti falliscono per mancanza di trasparenza, formati di file incompatibili o semplicemente per il rifiuto di condividere le conoscenze. Questo evidenzia il problema della mentalità nella regione DACH: la collaborazione è un must, ma spesso è percepita come un rischio. È difficile fare il salto verso una pianificazione guidata dai dati finché dominano l’egocentrismo e il pensiero a silo.

Lo scetticismo nei confronti dell’IA nella ricerca di forme è alimentato anche da preoccupazioni legali ed etiche. Chi è responsabile se l’algoritmo commette un errore? Chi decide quali parametri includere nell’ottimizzazione? E come si può evitare che i progetti generati dall’IA portino a progetti monotoni e standardizzati? La discussione è aperta, ma non c’è una regolamentazione completa o una strategia standardizzata del settore in vista.

Da un punto di vista internazionale, il mondo di lingua tedesca rischia di perdere il contatto. Negli Stati Uniti, in Cina e nel Regno Unito, l’apprendimento automatico fa da tempo parte della vita quotidiana dei grandi uffici di progettazione e delle imprese di costruzione. Se non si presta attenzione in Germania, Austria o Svizzera, non si finirà per essere interpellati, ma solo incaricati – da algoritmi sviluppati altrove.

Innovazioni tecniche e ruolo dell’IA – dalla progettazione generativa all’ottimizzazione delle costruzioni

Non tutto l’apprendimento automatico è uguale, e certamente non nell’ingegneria strutturale. Lo spettro spazia da semplici algoritmi di classificazione che ordinano gli elementi di facciata in base ai dati sulle prestazioni a complesse Reti Generative Adversariali (GAN) che progettano tipologie di edifici completamente nuove. Particolarmente interessanti sono i sistemi ibridi che combinano diversi modelli di IA: ad esempio, il deep learning per l’analisi dei dati del contesto urbano, abbinato ad algoritmi evolutivi per l’ottimizzazione delle forme. Questo genera progetti non solo esteticamente sorprendenti, ma anche staticamente, energeticamente ed economicamente convincenti.

Un esempio lampante è la progettazione generativa, in cui i progettisti definiscono gli obiettivi – come il massimo rendimento della luce diurna, l’ombreggiamento minimo, determinati requisiti strutturali – e l’algoritmo li utilizza per sviluppare in modo indipendente delle varianti. Queste vengono valutate, selezionate e migliorate iterativamente. Il risultato è un processo di progettazione evolutivo che combina l’istinto umano con la potenza di calcolo delle macchine. Nei progetti di punta internazionali, le facciate parametriche dei grattacieli, le strutture di supporto adattive e le combinazioni di materiali innovativi vengono create in questo modo che semplicemente sopraffarebbe i team di progettazione tradizionali.

L’integrazione dell’apprendimento automatico nei processi BIM apre ulteriori orizzonti. L’intelligenza artificiale può imparare dai dati storici del progetto, prevedere gli errori di costruzione, ottimizzare i costi e le scadenze e persino simulare scenari di sostenibilità. Particolarmente rilevanti nel contesto dell’edilizia: ottimizzare l’uso dei materiali, ridurre le emissioni di CO₂ e migliorare i processi di costruzione. L’apprendimento automatico può essere utilizzato per ridurre al minimo gli errori di pianificazione, conservare le risorse e monitorare le prestazioni degli edifici in tempo reale. Il rovescio della medaglia è che chi non capisce i sistemi viene lasciato al freddo – e purtroppo questo riguarda ancora troppi uffici di progettazione nei Paesi di lingua tedesca.

Tecnicamente parlando, siamo solo all’inizio. Molti strumenti di apprendimento automatico sono prototipi di ricerca, appena compatibili con i software di pianificazione standard e spesso difficili da usare. Le poche soluzioni pronte per il mercato sono per lo più sviluppate da gruppi software internazionali. Manca una risposta europea, sia in termini di tecnologia che di regolamentazione. Senza interfacce aperte, standard di dati comuni e un maggiore coinvolgimento dei professionisti, l’apprendimento automatico rimane un parco giochi per nerd – e non una vera rivoluzione.

L’IA non è solo uno strumento, ma anche un argomento di discussione. La questione della misura in cui gli algoritmi possono o addirittura devono prendere decisioni estetiche è molto controversa. I critici mettono in guardia da una „algoritmizzazione“ dell’architettura, da facciate monotone e senz’anima e dalla perdita di individualità. I sostenitori, invece, vedono l’opportunità di ripensare l’architettura dalle fondamenta, di risparmiare radicalmente le risorse e infine di affrontare sistematicamente obiettivi sociali come la resilienza climatica o l’inclusione. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo.

Sostenibilità, responsabilità e la nuova cassetta degli attrezzi dei professionisti

Chiunque creda che l’apprendimento automatico sia fine a se stesso sta sottovalutando l’enorme effetto leva che questa tecnologia può avere sulla sostenibilità e sull’efficienza delle risorse nell’edilizia. L’individuazione delle forme basata sull’intelligenza artificiale consente di ridurre al minimo i flussi di materiale, di ottimizzare le strutture portanti e di simulare il consumo energetico in fase di progettazione. In questo modo si ottengono edifici non solo belli da vedere, ma anche caratterizzati da una radicale riduzione dell’impronta di carbonio e dei costi del ciclo di vita. In pratica, questo significa meno cemento, meno acciaio, più legno e soluzioni ibride che sarebbero quasi inconcepibili senza il machine learning. Chiunque prenda sul serio gli obiettivi climatici non può più evitare i processi di progettazione basati sui dati.

Ma con il crescere della potenza degli algoritmi, cresce anche la responsabilità. Chi decide quali obiettivi di ottimizzazione perseguire? Si tratta di criteri economici, ecologici o sociali? L’apprendimento automatico può essere buono solo quanto i dati e gli obiettivi che gli vengono forniti. Il rischio di pregiudizi algoritmici è reale: se i dati di addestramento sono distorti o incompleti, si creano progetti errati o addirittura discriminatori. Anche la tracciabilità delle decisioni è un problema: il famoso effetto „scatola nera“ rende difficile per i progettisti spiegare o difendere i risultati della progettazione.

Gli utenti professionali devono quindi ampliare la loro cassetta degli attrezzi. Oltre alle competenze di progettazione, sono ora richieste anche conoscenze di statistica, analisi dei dati e apprendimento automatico. La capacità di mettere in discussione gli algoritmi, di raccogliere i dati e di controllare i processi di ottimizzazione sta diventando un fattore competitivo decisivo. Chi non riesce a fare questo non solo perde il contatto con la tecnologia, ma anche con il dibattito etico. L’architettura sta diventando una scienza di interfaccia tra creatività, tecnologia e società.

Il dibattito sulla sostenibilità riceve nuovi impulsi dall’apprendimento automatico. Invece di concetti generici, si stanno sviluppando soluzioni su misura che rispondono al luogo, alla disponibilità dei materiali e al comportamento degli utenti. In particolare nell’edilizia, questo apre nuove potenzialità per i metodi di costruzione circolare, i sistemi modulari e l’integrazione delle energie rinnovabili. La sfida principale rimane la scalabilità: finché gli strumenti di apprendimento automatico funzioneranno solo come progetti pilota, il loro impatto sull’impronta ecologica del settore rimarrà limitato. Solo quando saranno ampiamente utilizzati potranno dare un contributo reale alla trasformazione.

Tuttavia, sarebbe ingenuo credere che l’apprendimento automatico risolverà tutti i problemi. La tecnologia è uno strumento, non un salvatore. Può aiutare a prendere decisioni migliori, ma non sostituisce la responsabilità dei pianificatori. Il dibattito su sostenibilità, etica e tecnologia deve quindi diventare parte integrante della formazione e della professionalizzazione. Chi lo ignora rischia che l’architettura di domani non diventi più sostenibile, ma solo più efficiente – una differenza tutt’altro che banale in tempi di crisi climatica.

Tendenze, critiche e visioni globali: dove sta andando la ricerca meccanica della forma?

Il discorso architettonico globale è da tempo permeato dall’apprendimento automatico e dall’intelligenza artificiale. Mentre in Cina e negli Stati Uniti interi quartieri vengono progettati con l’aiuto di algoritmi generativi, il mondo di lingua tedesca rimane esitante in molti settori. Le visioni sono grandiose: edifici che si adattano al clima, all’uso e al contesto urbano; città che reagiscono ai cambiamenti in tempo reale; processi di pianificazione che diventano più democratici, trasparenti ed efficienti. Tutto questo è tecnicamente possibile, almeno in teoria. In pratica, stiamo lottando con vecchie abitudini, budget ridotti e uno scetticismo non del tutto infondato.

Le critiche sono numerose. Si va dal timore di alienare l’architettura all’allarme di dipendenza tecnica. Il ruolo dell’intelligenza artificiale nella definizione della qualità del design è particolarmente controverso. Gli algoritmi sono davvero in grado di riconoscere la bellezza? O ottimizzano solo ciò che è misurabile? Il pericolo di un’architettura unica guidata da dati e costi è nell’aria tanto quanto la speranza di una nuova creatività basata sui dati. Chiunque segua il dibattito si rende subito conto che le visioni del mondo si scontrano e non c’è alcun consenso in vista.

Un altro punto di scontro è la commercializzazione dell’apprendimento automatico nell’edilizia. Attualmente gli strumenti più importanti provengono da fornitori di software internazionali che vendono i loro algoritmi come scatole nere. Il pericolo è la dipendenza da sistemi proprietari, la mancanza di trasparenza e l’esclusione strisciante dei progettisti. Chi perde la sovranità su dati e algoritmi rinuncia anche a parte della propria autonomia professionale. Standard aperti, open source e piattaforme collaborative sono quindi all’ordine del giorno, ma richiedono un cambiamento culturale che in molti uffici è ancora agli inizi.

Nonostante le critiche, esistono anche approcci visionari. L’apprendimento automatico può contribuire a rendere più democratico il processo di pianificazione, a rafforzare la partecipazione dei cittadini e ad aumentare la diversità dell’ambiente costruito. Se gli algoritmi non vengono visti come un sostituto ma come un’estensione della creatività umana, emergerà una nuova interazione tra tecnologia e progettazione. L’architettura diventerà più ibrida, più flessibile e, con un po‘ di fortuna, anche migliore. La grande sfida rimane quella di non permettere alla tecnologia di degenerare in un fine in sé, ma di orientarla coerentemente verso il beneficio sociale.

In definitiva, la domanda è: chi darà forma all’ambiente costruito di domani? Saranno i progettisti, gli algoritmi o una nuova alleanza tra i due? La risposta determinerà se l’apprendimento automatico diventerà un fuoco di paglia, una cassetta degli attrezzi o un prerequisito fondamentale per l’innovazione architettonica. Una cosa è certa: la ricerca della forma nell’edilizia non sarà più la stessa.

Conclusione: l’apprendimento automatico come catalizzatore di una nuova cultura edilizia

L’apprendimento automatico è arrivato in edilizia ed è destinato a rimanere. Questa tecnologia non sta cambiando solo il modo in cui progettiamo gli edifici, ma anche il modo in cui pensiamo all’architettura. Sta emergendo un nuovo campo di tensione tra algoritmo e intuizione, che racchiude grandi opportunità e altrettanto grandi sfide. Chi usa l’apprendimento automatico con saggezza può progettare in modo più sostenibile, creativo ed efficiente. Chi lo ignora rischia di perdere il contatto con il futuro. L’architettura è alle soglie di una nuova cultura edilizia e l’algoritmo non è più un estraneo al tavolo da disegno. La questione non è se, ma come lavoriamo con lui.

Museum Folkwang: un’esperienza nuova di incontro tra architettura e arte

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Due persone passano davanti a un edificio di notte. Foto di Kouji Tsuru.

Museum Folkwang: una nuova esperienza di architettura incontra il piacere dell’arte – o quanto futuro c’è nello spazio museale quando vecchio e nuovo non solo si incontrano, ma si sfidano? Tra un involucro spettacolare, una trasformazione digitale e un’architettura sostenibile, l’edificio simbolo di Essen è sinonimo di un’architettura museale che non vuole limitarsi a mostrare l’arte. Vuole portare il rapporto tra spazio, opera e visitatore a un nuovo livello, ma ci riesce davvero?

  • Il Museum Folkwang di Essen è considerato un ottimo esempio di simbiosi tra architettura contemporanea e standard museali.
  • L’ultima ristrutturazione di David Chipperfield punta su una chiarezza radicale, sulla luce naturale e su una nuova concezione dello spazio.
  • La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale stanno cambiando la progettazione delle mostre, la guida dei visitatori e l’educazione all’arte, anche al Folkwang.
  • La sostenibilità non è solo una parola d’ordine: la valutazione del ciclo di vita, la scelta dei materiali e l’energia di esercizio sono oggetto di un esame critico.
  • Le competenze professionali spaziano dalla conservazione del patrimonio alla progettazione con supporto BIM, e mettono alla prova sia gli architetti che i professionisti del museo.
  • L’architettura del museo ha un’influenza significativa sulla qualità dell’esperienza, sulla percezione dell’arte e sui dibattiti sociali.
  • La discussione spazia dai cubi bianchi puristi agli spazi digitali immersivi, con una visione globale delle tendenze e delle controversie.
  • Quanta partecipazione, quanta sperimentazione può tollerare lo spazio museale tra tradizione e futuro?

Il Museo Folkwang: tra architettura e fruizione dell’arte

Il Museum Folkwang non è solo un altro centro d’arte nel panorama museale tedesco. È una dichiarazione – architettonica, culturale e sociale. Dopo l’ampio ampliamento realizzato da David Chipperfield, il museo è stato un esempio di rinascita dell’edilizia museale nel mondo di lingua tedesca. A Essen, l’austerità del modernismo incontra il desiderio di apertura e di luce. Chiunque attraversi il foyer sperimenta una nuova generosità che rompe con la nozione classica di museo come deposito sacro. Qui le cose non sono più raccolte e accatastate, ma messe in scena, rese permeabili e messe in discussione.

Cosa distingue il Museum Folkwang dai suoi vicini di Monaco, Vienna o Zurigo? È la radicale riduzione all’essenziale: una chiara struttura spaziale che non si pone di fronte all’arte, ma la mette in scena. Inondazioni di luce naturale, pareti flessibili, un bianco quasi da laboratorio: la firma di Chipperfield è inconfondibile, ma mai invadente. Invece di una rappresentazione barocca, c’è un invito al dialogo. Il visitatore non viene sopraffatto, ma attivato. Non è una cosa scontata in un’epoca in cui molti musei si aggrappano ancora ai loro pavimenti in moquette e alla mancanza di orientamento.

Ma per quanto l’architettura appaia contemporanea, è anche oggetto di un dibattito controverso. Per alcuni, il Folkwang è un manifesto di moderazione, per altri è un laboratorio troppo freddo. La qualità effettiva dell’edificio si sviluppa tra questi poli: offre una superficie di proiezione per il dibattito sul museo del futuro. Di quanta neutralità ha bisogno l’arte? Quanta messa in scena può tollerare il visitatore? Al Folkwang questo dibattito non viene solo condotto, ma anche costruito.

Un confronto con altri musei della regione DACH mostra che mentre molte istituzioni stanno ancora lottando con l’eredità dei loro gusci in stile guglielmino, il Folkwang ha osato dare un taglio radicale. Il rinnovamento architettonico è il segno visibile di un profondo cambiamento culturale, che si ripercuote anche sul lavoro del museo stesso. Qui non solo vengono esposte nuove opere, ma il museo viene inteso come un processo, come un esperimento spaziale.

Il successo? Il numero di visitatori, la percezione internazionale e una nuova apertura alla sperimentazione. Il Folkwang non è solo una casa dell’arte, ma un laboratorio che si interroga su come architettura e cultura possano interagire in una società caratterizzata dalla trasformazione. Chiunque cerchi ispirazione per il futuro dell’edilizia museale non può ignorare Essen. Ma il percorso è stato accidentato e non è ancora finito.

La digitalizzazione nei musei: tra clamore, speranza e realtà

Quasi nessun altro argomento sta occupando il mondo dei musei quanto la digitalizzazione. Anche il Museum Folkwang è nel pieno della trasformazione digitale. Dove un tempo l’audioguida era il massimo delle emozioni, oggi si sperimentano la realtà aumentata, l’analisi dei visitatori e l’educazione artistica controllata dall’intelligenza artificiale. L’architettura dell’edificio non è solo uno sfondo, ma parte attiva della trasformazione digitale. Layout open space, infrastrutture informatiche ad alte prestazioni e spazi espositivi flessibili consentono non solo di integrare le nuove tecnologie, ma anche di renderle parte integrante dell’offerta museale.

Ma a che punto è il Folkwang? Anche a Essen c’è un divario tra gli annunci visionari e la realizzazione effettiva. Gemelli digitali delle sale espositive, visite virtuali, flussi di visitatori basati sull’intelligenza artificiale: molte cose sono in fase pilota, alcune restano ambiziose folklore di PowerPoint. Tuttavia, il museo dimostra che la digitalizzazione è molto più di un semplice espediente tecnologico. Sta cambiando radicalmente il modo in cui ci rapportiamo all’arte. Il visitatore si trasforma da osservatore passivo a partecipante attivo, lo spazio diventa un’interfaccia, la collezione un bacino di dati.

Le opportunità? Enormi. Gli strumenti digitali possono essere utilizzati per raggiungere nuovi gruppi target, abbattere le barriere e personalizzare l’educazione all’arte. L’analisi delle immagini supportata dall’intelligenza artificiale può riconoscere gli interessi dei visitatori e fornire raccomandazioni individuali. La tecnologia dei sensori intelligenti controlla l’illuminazione e il clima, risparmiando energia e proteggendo allo stesso tempo l’opera. Gli aspetti negativi? Non sono da sottovalutare. La protezione dei dati, l’eccesso di tecnologia, il pericolo che il digitale prenda il sopravvento sul cuore dell’esperienza artistica. Per questo motivo il Folkwang adotta consapevolmente un approccio misurato: Digitale sì, ma non a qualsiasi prezzo.

Un confronto internazionale mostra che istituzioni come la Kunsthaus Zürich o il Belvedere di Vienna adottano un approccio simile, ma si concentrano maggiormente su spazi digitali immersivi e formati di mediazione sperimentali. Il Folkwang rimane cauto e non vuole contrapporre architettura e tecnologia, ma piuttosto armonizzarle. La tendenza è chiaramente quella di un’esperienza museale ibrida, con l’architettura come piattaforma e non come reliquia.

Per gli architetti, i progettisti e gli operatori museali, questo significa che la comprensione tecnica sta diventando un requisito fondamentale. Chiunque progetti o gestisca un edificio museale oggi deve essere altrettanto esperto di reti, interfacce e sicurezza dei dati quanto di planimetrie, materiali e illuminazione. Il futuro del museo è digitale, ma rimane costruito.

Sostenibilità nella costruzione di musei: aspirazioni, realtà e cantieri aperti

Facciate verdi e qualche modulo fotovoltaico sul tetto: la sostenibilità nella costruzione dei musei è un campo minato di obiettivi contrastanti, economia operativa e richieste politiche. Il Museum Folkwang è un esempio emblematico delle sfide che l’architettura museale deve affrontare oggi. Da un lato, il settore dell’arte richiede le migliori condizioni climatiche possibili, standard di sicurezza e flessibilità; dall’altro, vi è una crescente pressione per risparmiare risorse, ridurre le emissioni e costruire in modo circolare. Come si concilia tutto questo?

L’ampliamento di Folkwang privilegia la luce del giorno, la ventilazione naturale e materiali durevoli come il cemento a vista, il vetro e il rovere. Ma non è esente da critiche. Il bilancio energetico di un museo rimane problematico finché le opere d’arte richiedono temperatura e umidità costanti. Gli standard delle case passive sono difficili da raggiungere, la neutralità della CO₂ è un obiettivo ambizioso a lungo termine. Tuttavia, il Folkwang mostra come sia possibile raggiungere l’equilibrio: La tecnologia intelligente dell’edificio, i sistemi di controllo adattivi e l’uso di fonti di energia rinnovabili sono ormai standard, non più optional.

I miglioramenti vengono apportati anche durante il funzionamento. La tecnologia di climatizzazione a sensori, l’illuminazione a LED e i sistemi espositivi modulari riducono il consumo energetico e i costi dei materiali. La digitalizzazione aiuta a registrare i dati operativi in tempo reale e a ottimizzare i processi. Per i progettisti e gli operatori, ciò significa che la sostenibilità non è più un optional, ma fa parte del DNA di ogni nuovo edificio museale. Chi non è al passo con i tempi rischia non solo una perdita di immagine, ma anche rischi operativi tangibili.

Nei Paesi di lingua tedesca, la situazione rimane ambivalente. Importanti attori come il Kunsthistorisches Museum di Vienna e il Kunsthaus Zürich stanno investendo massicciamente in ristrutturazioni efficienti dal punto di vista energetico e in nuove costruzioni sostenibili – ma gli edifici esistenti rimangono un cantiere. Il Folkwang stabilisce degli standard, ma la strada verso musei veramente sostenibili è ancora lunga. Molto è tecnicamente possibile, ma culturalmente e politicamente c’è ancora da recuperare. Il dibattito sul giusto equilibrio tra conservazione dell’arte e protezione del clima è tutt’altro che concluso.

Chiunque voglia progettare un’architettura museale sostenibile ha bisogno di competenze in fisica dell’edificio, tecnologia edilizia, gestione del ciclo di vita – e della capacità di moderare i compromessi. Il Museum Folkwang dimostra che la sostenibilità non è uno stato, ma un processo. Un processo che non sarà mai completamente concluso, ma che sta diventando sempre più urgente.

L’architettura come spazio per l’esperienza: tra white cube, partecipazione e visione

L’architettura museale non è solo un involucro per l’arte. È uno spazio per l’esperienza, il palcoscenico e il discorso allo stesso tempo. Il Museum Folkwang dimostra come l’architettura possa mettere in scena l’arte in modo nuovo e come i dogmi classici vengano messi alla prova nel processo. Il cubo bianco, per lungo tempo misura di tutte le cose, è improvvisamente sospettato: troppo neutro, troppo sterile, troppo poco stimolante. L’attenzione si sposta invece su formati partecipativi, spazi flessibili e allestimenti immersivi. L’architettura sta diventando uno strumento di mediazione, non più solo una cornice.

Al Folkwang, questo significa trasparenza, panorami e sequenze di stanze variabili. Il visitatore non rimane più all’esterno, ma diventa parte dell’azione. La soglia tra arte e vita quotidiana è deliberatamente sfumata. L’architettura invita i visitatori a soffermarsi, offrendo luoghi di ritiro e zone comunicative allo stesso tempo. Non si tratta di una coincidenza, ma del risultato di un nuovo atteggiamento: musei come case aperte, non come torri d’avorio. Se volete avere successo come progettisti o curatori, dovete capire e plasmare questa dinamica.

Ma c’è una fregatura. Più lo spazio è aperto e flessibile, maggiore è la sfida per l’allestimento, la sicurezza e la protezione dell’arte. Non tutte le collezioni possono tollerare la luce del giorno, non tutte le opere d’arte possono essere spontaneamente riutilizzate. Al Folkwang, l’equilibrio è raggiunto grazie a sistemi di pareti modulari, illuminazione intelligente e stretta collaborazione tra architetti, curatori e tecnici. Lo spazio diventa un co-attore, non un dittatore.

A livello internazionale, il tema è oggetto di un dibattito altrettanto controverso. I musei, da Shanghai a New York, stanno sperimentando spazi digitali immersivi, mostre pop-up e formati partecipativi. L’architettura si sta trasformando da tempio a laboratorio, da magazzino a mercato. Il Folkwang è esemplare dell’approccio europeo: non troppa spettacolarità, ma anche nessuna paura dell’innovazione. Il dibattito su quanta esperienza e quanta messa in scena debba avere un museo è aperto – ed è proprio questo che lo rende eccitante.

Per il settore, ciò significa che la sola conoscenza tecnica non è sufficiente. Chi progetta l’architettura di un museo oggi deve avere un’idea della drammaturgia, della psicologia del visitatore e del discorso sociale. Il Folkwang dimostra come l’architettura e la fruizione dell’arte possano reinventarsi, ma anche come le tendenze diventino rapidamente obsolete e come sia importante pensare fuori dagli schemi.

Il futuro del museo: visioni, dibattiti e impulsi globali

Cosa rimane dopo tutti i dibattiti, le innovazioni e i cantieri? Il Museum Folkwang è un riflesso delle grandi domande che stanno guidando l’architettura museale in tutto il mondo. Quanta tecnologia può tollerare l’arte? Dove finisce la sostenibilità e dove inizia il pragmatismo? Come può la partecipazione avere successo senza perdere il carattere dell’edificio? Le risposte sono diverse come i musei stessi, e questo è un bene. Nel discorso globale, il Folkwang rappresenta un approccio specificamente europeo: esperto di tecnologia ma non tecnocratico, aperto al cambiamento ma radicato nella tradizione.

Il ruolo dell’architettura sta cambiando radicalmente. Sta diventando un moderatore tra arte, pubblico e società. Le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, ma sollevano anche questioni di controllo, trasparenza e partecipazione. L’opportunità: i musei stanno diventando piattaforme per lo scambio, il discorso e l’apprendimento collettivo. Il pericolo: commercializzazione, eccessiva messa in scena, alienazione dall’esperienza artistica vera e propria. Il Folkwang sta navigando in questo campo di tensione, a volte con coraggio, a volte con cautela, ma sempre con ambizione.

Per gli architetti, i progettisti e i professionisti dei musei, questo significa che non è più sufficiente costruire un bell’edificio. È necessaria la capacità di pensare in sistemi complessi, di integrare processi digitali e analogici e di bilanciare conflitti di interesse economici, ecologici e culturali. L’architettura museale di domani è un campo di gioco multidisciplinare. Se si vuole sopravvivere qui, bisogna essere pronti a mettere in discussione le vecchie certezze e ad aprire nuovi orizzonti.

Un confronto internazionale mostra che mentre alcuni musei si concentrano sulla digitalizzazione radicale o sulla spettacolarità delle forme, il Folkwang rimane una casa di innovazione silenziosa ma sostenibile. Esemplifica la tendenza a non mettere in contrapposizione l’architettura e la fruizione dell’arte, ma a pensarle come un’unità. La competizione globale per l’attenzione è dura, ma alla fine è la qualità dell’esperienza sul posto che conta.

La domanda rimane: quanto futuro c’è nel museo? Il Folkwang fornisce la risposta, giorno dopo giorno, mostra dopo mostra, esperimento dopo esperimento. Chiunque voglia sapere dove sta andando il viaggio dovrebbe dare un’occhiata a Essen. E si prepari a pensare con la propria testa.

In sintesi: il Museum Folkwang è sinonimo di un’architettura museale che non vuole essere solo un involucro per l’arte. Tra cambiamento digitale, architettura sostenibile e mediazione sperimentale, il museo mostra come architettura, tecnologia e società possano interagire – se si ha il coraggio di farlo. Le sfide restano, il dibattito è aperto. Una cosa è certa: se volete sperimentare il futuro del museo, non c’è modo di evitare il Folkwang.

Verde silenzioso: Oasi urbane per un design urbano sostenibile

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Piante verdi su una recinzione di cemento bianco in un contesto urbano, fotografate da Danist Soh

Silent green – sembra una nuova birra artigianale di Berlino. Ma in realtà si tratta di una strategia che mira a trasformare gli spazi urbani in oasi sostenibili: verdi, tranquille, rispettose del clima e socialmente attive. Le città di Germania, Austria e Svizzera sono a un bivio. La domanda è: la città del futuro sarà un blocco di cemento rumoroso e riscaldato o uno spazio vitale tranquillo e verde? Chi crede ancora che la progettazione urbana sostenibile consista solo in un po‘ di verde sulle facciate e nelle piste ciclabili non è solo una notizia di ieri, ma dell’altro ieri. Il verde silenzioso sta sfidando l’industria – tecnicamente, politicamente e culturalmente. È ora di dare un’occhiata più da vicino al mito e alla realtà che si celano dietro il clamore.

  • Il verde silenzioso come leitmotiv per città sostenibili, resilienti e vivibili
  • Status quo e progetti faro nei paesi di lingua tedesca
  • Innovazioni: dai gemelli digitali al greening supportato dall’IA
  • Interfacce tra digitalizzazione, protezione del clima e architettura urbana
  • Sfide tecniche e politiche nella pianificazione e nell’attuazione
  • Le competenze necessarie: competenza sui dati, tecnologia della vegetazione, governance
  • Impatto sull’immagine di sé della pratica dell’architettura e della pianificazione
  • Dibattiti su commercializzazione, giustizia sociale e partecipazione
  • Prospettiva globale: da Singapore a Zurigo – ispirazione e critica
  • Visioni per le oasi urbane del futuro e ciò che ancora manca

Verde silenzioso: L’oasi urbana come strategia di sopravvivenza

Chiunque cammini per Francoforte, Vienna o Zurigo in estate conosce il fenomeno: l’asfalto brilla, le auto fanno rumore, la città vibra – ma non c’è traccia di relax. La città classica ha un problema di clima e di rumore che non può più essere risolto con qualche tiglio ombroso o con eleganti parchi tascabili. Verde silenzioso significa molto di più che bei fiorellini ai bordi delle strade. È un approccio radicale a una città che respira, rinfresca e protegge, facendo il minor rumore possibile. Sembra un lusso, ma in realtà è una strategia di sopravvivenza. Le città della Germania, dell’Austria e della Svizzera stanno ora sentendo in prima persona le conseguenze della crisi climatica. Ondate di calore, piogge intense, polveri sottili: l’elenco dei disastri urbani si allunga sempre di più. La pressione sull’ambiente costruito aumenta di grado in grado.

Ma cosa c’è dietro il verde silenzioso? Si tratta dell’integrazione sistematica di strutture verdi, giochi d’acqua, aree biodiverse e concetti di mobilità più silenziosa nel DNA urbano. Si tratta dell’interazione tra clima urbano, biodiversità, protezione dal rumore e qualità del soggiorno, non come aggiunta, ma come base. Ciò richiede altri strumenti: pianificazione digitale, controllo adattivo, nuove tecnologie di vegetazione. Chi si limita a progettare oggi il prossimo parco urbano non ha capito nulla. Abbiamo bisogno di reti verdi, non di isole verdi.

A Zurigo, ad esempio, la questione è da tempo una priorità assoluta. La città sta perseguendo una strategia coerente di rinaturalizzazione delle strade, di apertura degli argini dei fiumi e di creazione di nuovi assi di biodiversità. Vienna si sta concentrando su spazi verdi multifunzionali che non solo forniscono refrigerio, ma sono anche luoghi di incontro sociale e gestori dell’acqua piovana. A Monaco di Baviera si stanno sperimentando progetti pilota per quartieri tranquilli con specie arboree intelligenti, superfici capaci di infiltrarsi e monitoraggio sensoriale. Il messaggio: il verde urbano deve essere in grado di fare qualcosa di più di un semplice aspetto estetico.

Ma gli ostacoli non mancano. Concorrenza per lo spazio, ritardi negli investimenti, guerra politica di trincea e, non da ultimo, l’inerzia delle scuole di pianificazione conservatrici. Se si vuole un verde silenzioso, è necessario superare il pensiero a silos e creare nuove alleanze: il clima urbano incontra l’intelligenza artificiale, l’architettura del paesaggio incontra l’analisi dei dati, la partecipazione incontra la governance. L’oasi urbana non è un prodotto del caso, ma il risultato di un duro lavoro interdisciplinare. Ed è proprio questo che rende il silent green una cartina di tornasole per la capacità di innovazione del settore.

La grande domanda rimane: Chi progetterà le oasi urbane del futuro? L’amministrazione? Gli investitori? I cittadini? O forse l’algoritmo? Il fatto è che il silent green non è solo una sfida di pianificazione, ma un progetto sociale. La risposta a questa domanda determinerà se le nostre città sopravviveranno alla crisi climatica o se soffocheranno nel cemento.

La tecnologia incontra la botanica: La digitalizzazione come fattore di cambiamento per il verde silenzioso

Chiunque pensi che gli spazi verdi siano creati per un capriccio romantico o per un nostalgico giardinaggio urbano sta sottovalutando la rivoluzione digitale nella pianificazione urbana. L’integrazione della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale è da tempo la spina dorsale del verde silenzioso. Ad Amburgo, ad esempio, i gemelli digitali vengono utilizzati per simulare i microclimi, identificare i punti di calore e controllare le misure di inverdimento mirate. La tecnologia dei sensori misura l’umidità, la temperatura e il particolato in tempo reale, consentendo all’amministrazione di irrigare, mantenere o ripiantare in modo efficiente. In breve, la città verde sta diventando un sistema basato sui dati. Chi si affida all’istinto perderà a favore dell’algoritmo.

Diventa particolarmente eccitante quando gli strumenti digitali non solo osservano, ma anche prevedono. I modelli di intelligenza artificiale calcolano come si svilupperanno le strutture della vegetazione con l’aumento delle temperature, di quanta acqua ha realmente bisogno uno spazio verde e quali specie vegetali sono in grado di resistere meglio allo stress urbano. A Vienna, tali modelli vengono utilizzati per selezionare specie arboree resistenti per i nuovi quartieri. A Zurigo, i dati satellitari, le reti di sensori urbani e la modellazione climatica sono integrati nella pianificazione dei corridoi verdi. Il risultato: misure non solo belle, ma anche efficaci, convalidate scientificamente e comprensibili in modo trasparente.

Sembra fantascienza, ma è da tempo una pratica comune, almeno nelle città che osano. Mentre le municipalità tedesche stanno ancora discutendo sulle responsabilità e sulla protezione dei dati, in Scandinavia si utilizzano analisi in tempo reale per l’irrigazione degli alberi urbani e a Singapore si utilizzano i gemelli digitali per l’inverdimento delle facciate su larga scala. La tecnologia c’è, i dati ci sono: spesso manca solo il coraggio di abbandonare le vecchie routine e aprire nuovi orizzonti.

Naturalmente, ci sono anche dei rischi. La commercializzazione dei dati urbani, la distorsione degli algoritmi e il pericolo di un pregiudizio tecnocratico sono reali. Lasciare la gestione della città verde solo alla Silicon Valley rischia di allontanare le esigenze locali e gli obiettivi sociali. La risposta: interfacce aperte, algoritmi trasparenti e un ruolo forte per il settore pubblico. Solo così il verde silenzioso resterà un bene comune urbano e non un monopolio degli investitori.

La conseguenza per i professionisti: chi progetta il verde urbano oggi deve essere in grado di leggere i dati, comprendere l’intelligenza artificiale, progettare interfacce e lavorare con il software. L’intersezione tra botanica, informatica e governance è il nuovo standard. Chi non riesce a cogliere questo aspetto sarà sorpassato dal verde digitale, e più velocemente di quanto non arrivi la prossima estate.

Sostenibilità rinnovata: sfide, obiettivi contrastanti e nuove soluzioni

La progettazione urbana sostenibile è la parola preferita di tutti i politici, pianificatori e investitori. Ma come si presenta la vera sostenibilità nell’era del verde silenzioso? Non è sufficiente pulire le impronte di carbonio o inverdire i singoli tetti. La battaglia per la resilienza urbana si svolge su più livelli: La scarsità di terreno, la competizione per l’uso del suolo, la giustizia sociale, l’adattamento al clima, la biodiversità e la redditività economica si intrecciano formando un nodo gordiano che nessun piano regolatore da solo può tagliare.

L’ostacolo più grande rimane la competizione per il territorio. Abitazioni, mobilità, commercio, tempo libero: tutto è in lizza per lo scarso spazio urbano. La creazione di spazi verdi sottrae posti auto, sposta i flussi di traffico e provoca resistenze. A Monaco di Baviera, l’inverdimento di una piazza centrale è stato criticato dai commercianti, mentre ad Amburgo i costruttori bloccano qualsiasi intervento di inverdimento delle facciate che, a quanto pare, danneggerebbe la muratura. Le soluzioni sostenibili richiedono perseveranza, capacità di dialogo e sostegno politico. Chiunque creda che il verde silenzioso sia un consenso si sbaglia di grosso.

Ci sono anche sfide tecniche. La selezione di specie vegetali resistenti al clima, l’integrazione della gestione delle acque piovane, la cura e la manutenzione di spazi verdi controllati digitalmente – tutto questo richiede conoscenze specialistiche. Chiunque progetti un verde silenzioso ha bisogno di competenze nella tecnologia della vegetazione, nell’analisi dei dati, nei sistemi di controllo e nella governance. Le competenze tradizionali di architetti e ingegneri devono crescere, altrimenti la visione rimarrà un rendering per il marketing cittadino.

Un altro campo minato: la giustizia sociale. I quartieri verdi di lusso vengono costruiti rapidamente, ma che dire dei quartieri problematici? L’effetto „gentrificazione verde“ è reale: gli affitti aumentano, i residenti di lunga data vengono espulsi, gli spazi verdi diventano uno status symbol. La soluzione? Partecipazione, trasparenza e promozione mirata degli spazi verdi nei quartieri svantaggiati. Solo chi pensa al verde in modo silenzioso e sociale può costruire in modo veramente sostenibile.

Anche la prospettiva internazionale è importante. Città come Parigi stanno investendo nelle „foreste urbane“, Singapore si sta concentrando sui giardini verticali e Rotterdam sta sperimentando i parchi galleggianti. Il discorso globale dimostra che non esiste una soluzione unica, ma ci sono molti approcci stimolanti. La sfida per i Paesi di lingua tedesca è quella di adattare il meglio, seguire la propria strada e non copiare gli errori degli altri.

Il nuovo ruolo dell’architettura: tra costruzione di oasi e progettazione di sistemi

Cosa significa verde silenzioso per gli architetti? Sono finiti i tempi in cui gli spazi verdi servivano come decorazione o foglia di fico nella progettazione. L’oasi urbana sta diventando un leitmotiv che sta stravolgendo l’intera professione. Gli architetti stanno diventando progettisti di sistemi che non si limitano a progettare spazi, ma anche processi, interfacce ed ecosistemi di dati. Questo richiede nuove competenze e una buona dose di umiltà, perché le soluzioni migliori vengono create su base interdisciplinare, non in una torre d’avorio.

La digitalizzazione ci costringe a ripensare. Chi lavora con gemelli digitali, simulazioni supportate dall’intelligenza artificiale e dati in tempo reale non progetta più per l’eternità, ma per l’imprevedibile. I progetti diventano prototipi che possono essere adattati in modo permanente. L’architetto come genio? Acqua passata. L’oasi urbana nasce dall’interazione tra pianificatori, biologi, informatici, sociologi urbani, amministrazione e cittadini. Chi ignora questo aspetto rimane uno spettatore – e viene superato dalla realtà.

Naturalmente c’è resistenza. La corporazione tradizionale si oppone alla svalutazione delle proprie conoscenze specialistiche e c’è una grande paura della sovranità dei dati e della perdita di controllo. Tuttavia, il silent green non è un attacco alla cultura della pianificazione, ma piuttosto un suo ulteriore sviluppo. Chi apre i processi, condivide le conoscenze e stringe nuove alleanze acquisisce influenza e rilevanza. Chi si chiude in se stesso sarà sopraffatto dalla digitalizzazione e, allo stesso tempo, dalla prossima ondata di caldo.

Anche l’industria delle costruzioni deve ripensarsi. I materiali, i processi e gli standard edilizi sono messi a dura prova dai requisiti dell’ecologia sostenibile e del controllo digitale. Dai nuovi substrati per i tetti verdi alla tecnologia dei sensori nelle mangiatoie per le piante, i dettagli tecnici sono cruciali per il successo. Chi non riesce a innovare in questo ambito sarà lasciato indietro dal mercato. Al contrario, si aprono opportunità per nuovi modelli di business, offerte di servizi e operatori, dalle start-up verdi agli sviluppatori di software.

La conclusione da una prospettiva architettonica: Silent green non è una tendenza, ma un cambiamento di paradigma. L’oasi urbana non è un lusso, ma un must. E l’architettura è in prima linea in questo cambiamento, che lo voglia o no. La questione non è più se, ma come e con chi costruire la città verde del futuro.

Visioni globali e realtà tedesca: tra aspirazione e realizzazione

Chiunque guardi al palcoscenico internazionale si trova subito spiazzato. Mentre Singapore sperimenta le foreste verticali, Parigi si concentra sulle foreste urbane e New York converte le vecchie highline in boulevard verdi, alcune località dei Paesi di lingua tedesca stanno ancora armeggiando con l’associazione dei giardini di lottizzazione. Ma il quadro non è del tutto cupo. Ci sono progetti faro, pionieri e veri e propri progressi, ma anche molti rattoppi e sconforto.

In Svizzera, la città è vista come un ecosistema. Zurigo e Basilea stanno investendo in infrastrutture verdi, collegandole a concetti di mobilità e mettendo al centro la qualità della vita. Con Vienna, l’Austria dimostra come lo sviluppo urbano sostenibile stia diventando una priorità assoluta, con obiettivi chiari, strumenti digitali e sostegno politico. La Germania? Ci sono approcci innovativi, ma troppo spesso manca il quadro generale. Troppi progetti pilota, troppo poco scalati. Troppi interventi a parole, poco coraggio nel colmare le lacune.

I motivi sono noti: Responsabilità frammentate, lunghi processi di autorizzazione, mancanza di coordinamento tra governo federale, Stati federali e autorità locali. A ciò si aggiunge un clima politico che ama celebrare l’innovazione, ma raramente la fa rispettare. Di conseguenza, in molti luoghi il verde silenzioso rimane un faro nella nebbia invece di diventare mainstream. Ma il tempo stringe. A ogni ondata di calore, a ogni pioggia intensa e a ogni albero perso, la pressione ad agire si intensifica.

Il discorso internazionale dimostra che esiste un’altra strada. Le città che investono con coraggio, sperimentano e permettono di sbagliare fanno progressi più rapidi. I Paesi di lingua tedesca devono imparare ad accettare i rischi, accelerare i processi e condividere le conoscenze. L’oasi urbana non si crea con la perfezione, ma con il pragmatismo e la volontà di imparare. Chi abbraccia la digitalizzazione, prende sul serio i processi partecipativi e pensa alla giustizia sociale ha le migliori possibilità di trasformare il verde silenzioso da fenomeno di nicchia a norma urbana.

La differenza decisiva non sta nella tecnologia, ma nella mentalità. Chi vede il verde silenzioso come fine a se stesso si blocca nei piccoli dettagli. Chi invece lo vede come un’opportunità strategica per il clima urbano, la qualità della vita e l’innovazione sociale può diventare un pioniere. La questione non è quindi solo quanto verde una città può tollerare, ma quanta innovazione e cambiamento vuole consentire.

Conclusione: il verde silenzioso come pietra di paragone per il futuro urbano

Il verde silenzioso non è solo un termine di marketing: è una pietra di paragone per la futura vitalità delle nostre città. L’oasi urbana non nasce per caso, ma come risultato di una pianificazione coraggiosa, dell’innovazione tecnica e della partecipazione sociale. La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e i sistemi basati sui dati stanno diventando la spina dorsale della progettazione urbana sostenibile. Ma la tecnologia da sola non basta. Servono spina dorsale politica, competenze tecniche e responsabilità sociale. Chi fa del silent green una priorità assoluta non solo guadagnerà in qualità di vita, ma anche in futuro. L’industria è a un bivio: o diventa un motore della trasformazione urbana, o rimane uno spettatore mentre altri danno forma alla transizione verde.

Marian Goodman Gallery di New York

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Marian Goodman Gallery a New York: studioMDA trasforma lo storico Grosvenor Building in una galleria d’arte contemporanea a Tribeca. Foto: Alex Yudzon. Per gentile concessione della Marian Goodman Gallery tramite v2com
Marian Goodman Gallery a New York: studioMDA trasforma lo storico Grosvenor Building in una galleria d’arte contemporanea a Tribeca. Foto: Alex Yudzon. Per gentile concessione della Marian Goodman Gallery tramite v2com

La nuova Marian Goodman Gallery a Tribeca dimostra come il riutilizzo adattivo possa trasformare un edificio storico in uno spazio culturale contemporaneo. studioMDA coniuga tutela dei beni culturali, sostenibilità, ricostruzione, mattoni, legno, in architettura non nasce principalmente da innovazioni tecniche, ma dallo sviluppo intelligente di ciò che già esiste.

L’architettura come continuità culturale

Con la nuova Marian Goodman Gallery a Tribeca, studioMDA realizza un’architettura che non idealizza il patrimonio esistente né mette in scena il presente. Ne risulta invece un luogo che rende visibili gli strati storici e allo stesso tempo rimane aperto agli sviluppi futuri.

In un’epoca in cui le istituzioni culturali stanno ridefinendo il proprio ruolo, questo progetto dimostra che le risposte architettoniche più incisive nascono spesso laddove si incontrano precisione, discrezione e rispetto per l’esistente.

La Marian Goodman Gallery non è quindi solo un nuovo spazio espositivo a New York: è un esempio di come l’architettura possa creare continuità culturale.

Deutschlandticket | l’applicazione per biglietti da 49 euro di Deutsche Bahn

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Viaggiare in treno con il Deutschlandticket. Foto di Julian Hochgesang su Unsplash

Viaggiare in treno con il Deutschlandticket. Foto di Julian Hochgesang su Unsplash

È stata sviluppata un’applicazione speciale per il nuovo biglietto Deutsche Bahn da 49 euro. L’applicazione consentirà di acquistare il biglietto per la Germania in abbonamento. Il rilascio dell’app è previsto per questa settimana.

La disputa sul Deutschlandticket è stata enorme e ancora una volta è durata a lungo. Sono passati mesi prima che i governi federali e statali riuscissero a trovare un accordo sull’implementazione di un biglietto ferroviario valido per tutta la Germania. Ora sappiamo che il Deutschlandticket sarà disponibile a 49 euro al mese. Il biglietto sarà valido in tutta la Germania per il trasporto locale e a lunga distanza. Tuttavia, come per il biglietto da 9 euro, sarà limitato ai treni regionali. Il popolare treno ICE non può essere utilizzato con il biglietto.

La Deutsche Bahn ha fatto sviluppare un’applicazione speciale per il Deutschlandticket. Lo sviluppatore Mobility Inside ha annunciato che l’applicazione sarà rilasciata questa settimana nell’App Store di Apple e su Google Play con il nome „Dein Deutschlandticket“.

In breve tempo dovrebbe essere possibile sottoscrivere un abbonamento al Deutschlandticket tramite l’app. L’abbonamento può anche essere disdetto. Tuttavia, l’app offre ancora di più. Oltre alla gestione dell’abbonamento al Deutschlandticket, è possibile utilizzare un servizio di informazione sugli orari in tutta la Germania per il trasporto locale e a lunga distanza, nonché i servizi di bike, e-scooter e car-sharing della Deutsche Bahn.

Avete letto bene. Se utilizzate „Dein Deutschlandticket“, potete acquistare il biglietto da 49 euro solo in abbonamento. Anche se l’abbonamento può essere disdetto su base mensile, molti potenziali utenti si sentiranno sicuramente offesi. Le prevendite del Deutschlandticket inizieranno il 3 aprile 2023. Inoltre non è trasferibile perché è personalizzato nell’app.

L’applicazione Deutschlandticket non è un prerequisito per utilizzare il biglietto da 49 euro. Il biglietto può essere acquistato nella nota app della Deutsche Bahn „DB Navigator App“ e nei punti vendita delle ferrovie. Inoltre, il Deutschlandticket sarà messo in vendita anche da molte associazioni di trasporto. Chi ha già un abbonamento in corso con un’azienda di trasporto locale che va oltre il 1° maggio 2023 può sperare che questo abbonamento venga automaticamente convertito nel biglietto da 49 euro. Tuttavia, non tutte le associazioni di trasporto lo faranno, quindi è possibile che i clienti debbano agire da soli e trattare con la rispettiva associazione di trasporto.

In sintesi, le opzioni per l’acquisto del biglietto da 49 euro sono le seguenti:

  • App Deutschlandticket „Dein Deutschlandticket“.
  • Presso un punto vendita Deutsche Bahn (come chip card)
  • Stampato su carta nella fase iniziale
  • Nell’app „DB Navigator“.

Il Deutschlandticket sarà disponibile e valido in tutta la Germania a partire dal 1° maggio 2023. Come detto, la prevendita inizierà il 3 aprile e costerà 49 euro al mese.

Il Deutschlandticket è stato adottato dal governo federale come parte del terzo pacchetto di aiuti. Il costo è di 49 euro al mese. Dopo l’enorme successo del biglietto da 9 euro nei mesi di giugno, luglio e agosto 2022, si è deciso di creare un’offerta alternativa permanente.

Tuttavia, „permanente“ è una di queste cose. Nel pacchetto di sgravi, il Deutschlandticket è inizialmente concepito per soli due anni. Dopo questo periodo, si deciderà come proseguire. A quanto pare, questo è stato pensato per mantenere aperta una strategia di uscita. Inoltre, probabilmente non rimarrà a lungo a 49 euro, poiché il Deutschlandticket deve essere adeguato all’inflazione. È quindi probabile che il prezzo aumenti nel corso del prossimo anno.

Il Deutschlandticket è valido su tutti i trasporti locali e regionali tedeschi. Comprende le metropolitane, i treni suburbani e i tram, nonché gli autobus urbani e regionali e i traghetti. Come il biglietto da 9 euro, quello da 49 euro è valido solo per la seconda classe e non per i treni IC/EC e ICE. Non è inoltre valido su treni selezionati molto utilizzati dai turisti, come la Zugspitzbahn. Tuttavia, alcune tratte internazionali possono essere percorse con questo biglietto, come ad esempio

  • Austria: per Salisburgo e Kufstein
  • Svizzera: Sciaffusa e Basilea
  • Francia: per Lauterbourg e Wissembourg in KV
  • Paesi Bassi: Enschede e Venlo
  • Polonia: per Swinemünde

Quando si parla di Deutsche Bahn, le innumerevoli critiche non sono lontane. Oltre al fatto che gran parte dei treni in Germania non circolano in modo puntuale e quindi affidabile, l’intera operazione ferroviaria è estremamente soggetta a guasti. I viaggiatori abituali sono infastiditi quanto i passeggeri spontanei. La Deutsche Bahn sembra essere da anni in fase di riorganizzazione. L’impressione è che l’azienda stia investendo somme ingenti in misure discutibili, ma non stia lavorando sui problemi strutturali. Poiché la maggior parte dei collegamenti più utilizzati sono già completamente sovraccarichi nelle ore di punta e sono regolarmente inutilizzabili, sembra discutibile come l’azienda intenda far fronte all’aumento del volume di passeggeri. Le immagini spaventose dei giorni del biglietto da 9 euro fanno temere il peggio.

Tuttavia, resta da vedere se il biglietto da 49 euro porterà a un aumento del numero di passeggeri. Molti ritengono che il prezzo sia troppo alto per un rapporto qualità-prezzo appena riconoscibile. Molti passeggeri sono profondamente frustrati e soprattutto i pendolari sono tornati a viaggiare in auto. Arrivare in modo affidabile agli appuntamenti mattutini sembra essere impossibile con il treno. È improbabile che un’app aggiuntiva, sviluppata solo per il biglietto da 49 euro, possa cambiare la situazione.

È fantastico che il nuovo biglietto sia disponibile per tutta la Germania. Purtroppo, 49 euro sono ancora troppi per molte persone e il biglietto probabilmente non cambierà le scarse prestazioni di Deutsche Bahn. Tuttavia, gli abitanti delle grandi città trarranno probabilmente i maggiori benefici da questo biglietto. Ora riceveranno un biglietto mensile più economico per il trasporto pubblico e potranno utilizzarlo per viaggiare in tutte le altre città. Questo è conveniente e più economico di prima. I pendolari, i viaggiatori abituali in treno e tutti coloro che vogliono andare da A a B velocemente probabilmente non ne trarranno grandi benefici.

Pavillon de la Tunisie. Immagine: 11h45

Un padiglione tunisino nel Bois de Vincennes è un’eredità dell’Esposizione coloniale di Parigi del 1907. Ora il cimelio coloniale è stato convertito per un’istituzione dedicata allo sviluppo.

Le mostre coloniali ed etnologiche erano un fenomeno tipico dell’imperialismo europeo. Vi si esponevano manufatti, architetture e prodotti, per lo più provenienti dai rispettivi territori coloniali di uno Stato europeo. Non era raro che i membri dei gruppi etnici colonizzati presentassero al pubblico stralci della propria cultura. Questo tipo di esposizione ci appare oggi strano e offensivo, ma godeva invece di grande popolarità nel periodo precedente la Seconda guerra mondiale.

Nel 1907, la Société Française de Colonisation organizzò una mostra coloniale di questo tipo nel Bois de Vincennes a Parigi, con un padiglione tunisino. La società aveva già fondato lì il „Giardino dell’agricoltura tropicale“ nel 1899. L’obiettivo della mostra era quello di far conoscere al pubblico la diversità delle colonie francesi. Padiglioni e „villaggi“ erano dedicati alle regioni coloniali più importanti e ne imitavano l’architettura. Attori reclutati dai rispettivi Paesi „animavano“ la scenografia.

Dopo la fine dell’esposizione, la vita è tornata nei padiglioni. Durante la Prima guerra mondiale, gli edifici servirono da ospedale militare per i soldati francesi delle colonie. Un memoriale nel giardino ricorda ancora oggi i caduti dell’impero coloniale francese. Dopo la chiusura dell’ospedale militare, il giardino cadde gradualmente in un sonno profondo. Gli edifici eretti per l’esposizione coloniale caddero gradualmente in rovina.

Nel 2003, la città di Parigi ha rilevato il sito dallo Stato francese e ha riaperto al pubblico il padiglione tunisino. A differenza dell’esposizione coloniale, molto più grande, che si tenne dall’altra parte del Bois de Vincennes nel 1931, la maggior parte dei padiglioni si è conservata fino ad oggi. Sono una straordinaria testimonianza del colonialismo europeo. Lo studio di architettura Atelier Aconcept di Évry-Courcouronnes ha ora restaurato e ampliato il padiglione tunisino dell’esposizione coloniale del 1907.

Il padiglione tunisino è costituito da un edificio centrale originale a pianta quadrata. Ognuno dei quattro lati è adiacente a un’ala dell’edificio. Si tratta di tre ali rettangolari longitudinali e di un breve ampliamento. Quest’ultimo ha una superficie inferiore alla metà di quella degli altri tre annessi. Nell’ambito dei lavori di costruzione è stato ampliato fino a raggiungere le dimensioni delle tre grandi ali.

L’edificio, ora bianco e splendente, è un ibrido tra l’architettura espositiva europea e le scenografie tunisine. Oltre alle piastrelle ornamentali applicate alla facciata, la piccola cupola finestrata che corona l’edificio centrale è un riferimento alla tradizione architettonica islamica. Al contrario, l’Atelier Aconcept ha chiaramente distinto il progetto del nuovo ampliamento. Ha creato un’intercapedine di vetro tra l’edificio esistente e l’ampliamento. Inoltre, un traliccio di legno sull’ampliamento stesso ombreggia le grandi aperture delle finestre.

All’interno, il padiglione ospita un nuovo ristorante e uffici, oltre a una sala polivalente e ai necessari locali accessori. Il padiglione tunisino è ora utilizzato dal „Centro internazionale di ricerca agricola per la cooperazione allo sviluppo“, che si trova accanto al Giardino dell’agricoltura tropicale. Questa istituzione, fondata nel 1984, ha l’obiettivo di continuare lo scambio su questioni agricole con il Sud del mondo senza le premesse del colonialismo.

Sempre in colore chiaro e a Parigi, l’architetto Jean-Christophe Quinton ha costruito un edificio residenziale con una facciata in pietra arenaria dal design elaborato. Per saperne di più su questi appartamenti popolari a Parigi, cliccate qui.

1834 (Foto: Città di Zurigo)

Linee guida per la progettazione microclimatica di Wiebke Klemm

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BAU 2023 – I nostri punti di forza

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Lo stand Solarlux progettato secondo il principio delle "4R", Malik Pahlmann per Solarlux.

A BAU 2023 tutto ruotava intorno all'edilizia sostenibile e orientata al futuro, come qui allo stand Solarlux. Foto: Malik Pahlmann per Solarlux

Si è svolta a metà aprile l’edizione di quest’anno di BAU 2023, la fiera leader a livello mondiale per l’architettura, i materiali e i sistemi. In anticipo, abbiamo raccontato qui i temi chiave della fiera, le condizioni generali e l’offerta di BAU. Ora guardiamo indietro all’evento e riveliamo i nostri punti salienti.

Dopo una pausa di oltre quattro anni dovuta alla pandemia, BAU 2023, la fiera leader mondiale per l’architettura, i materiali e i sistemi, ha aperto i battenti ad aprile. L’evento ha attirato circa 190.000 visitatori nel centro espositivo a est di Monaco. Si tratta di circa il 20% in meno rispetto a BAU 2019 e gli scioperi dei trasporti pubblici potrebbero essere responsabili del fatto che l’ambizioso obiettivo di 200.000 visitatori è stato mancato di poco. Le sfide poste dalla crisi energetica, dalla guerra e dalla catastrofe climatica sono stati argomenti di conversazione onnipresenti nel 2023. Questo dimostra quanto Messe München abbia scelto i temi chiave della fiera BAU 2023, che ruotano attorno alla questione più esplosiva e attuale del nostro tempo: come realizzare un’edilizia rispettosa del clima e orientata al futuro? Per questo è stato ancora più piacevole e importante trovare soluzioni di sostenibilità in quasi tutti gli stand degli espositori. Abbiamo dato un’occhiata in giro e abbiamo riassunto qui i nostri punti salienti.

Allo stand dello specialista di maniglie per porte FSB, l’attenzione era rivolta al colore. Per essere più precisi: il sistema di colori che Le Corbusier ha sviluppato per la sua architettura a partire dagli anni Trenta. La particolarità è che tutte le 63 tonalità di colore possono essere utilizzate insieme e ogni combinazione risulta armoniosa. Poiché la rete del marchio, che utilizza la tavolozza dei colori „Les Couleurs Le Corbusier“ su licenza, comprende anche aziende come il produttore di interruttori Jung e il produttore di finestre e porte Heroal, le combinazioni possibili nella progettazione degli interni sono ormai innumerevoli.

Uno stand che si è distinto è stato quello di Südtirol.Stein. L’azienda estrae il granato gneiss della Passiria e l’arenaria del Möltner dalle proprie cave. Ma Südtirol.Stein lavora anche il materiale naturale proveniente da altre cave attive in Alto Adige. E l’attenzione è sempre rivolta a questo materiale. L’unicità, la diversità e la bellezza del colore e della struttura, il fascino della composizione geologica del materiale e quindi anche del nostro ambiente colpiscono l’azienda e risvegliano in noi una passione continua.

Un’enorme pigna calpestabile adornava lo stand di Fundermax. Mentre all’esterno si poteva ammirare l’ampia gamma di prodotti dell’azienda austriaca, l’interno fungeva da padiglione informativo. Oltre alla grande pigna, era facile non notare un secondo elemento di spicco, anche perché veniva costantemente sollevata dal suo accattivante piedistallo illuminato: In collaborazione con lo studio di architettura Snøhetta, attivo a livello internazionale, Fundermax ha sviluppato delle innovative scatole di presentazione per la linea di prodotti Exterieur 2.3, che sono state ben accolte al Bau.

Il prossimo BAU si terrà dal 13 al 18 gennaio 2025 a Monaco. Fino ad allora, ci saranno opportunità per scambiare idee e scoprire soluzioni e prodotti digitali nel settore delle costruzioni alla conferenza digitalBAU + networking 2023 (dal 4 al 6 luglio 2023, Monaco di Baviera) e digitalBAU 2024 (dal 20 al 22 febbraio 2024, Colonia).

Se tutto questo è troppo tecnico per voi, potete leggere qui tutte le informazioni sulla Biennale di Architettura 2023 a Venezia sul tema „Future Lab“.

La fabbrica di mattoni Hagemeister di Münsterland ha presentato al BAU 23 un nuovo sistema di rivestimento in mattoni. La particolarità: Il sistema funziona senza malta. Ciò significa che la muratura può essere completamente smontata senza essere distrutta. I mattoni utilizzati possono essere riutilizzati senza ulteriori lavorazioni. Per lo sviluppo, Hagemeister ha collaborato con Drystack dei Paesi Bassi, che ha fornito un elemento di collegamento non adesivo in vinile. Gli incavi del mattone si adattano esattamente alle borchie della rete vinilica. In un’ulteriore collaborazione, Hagemeister ha sviluppato ulteriormente il sistema in una „parete di circolazione“. La parete di circolazione è una parete esterna a tutti gli effetti, completamente riciclabile. L’azienda TRIQBRIQ produce una parete portante in legno massiccio, il cui materiale proviene da case smantellate dall’azienda Concular. La muratura fornisce protezione dagli agenti atmosferici all’esterno, mentre l’interno è rivestito con pannelli di argilla.

I parcheggi che aumentano la densità, i parcheggi verticali o i parcheggi per biciclette sono argomenti che tendono a svolgere un ruolo subordinato e spesso secondario quando si parla di edilizia sostenibile. Almeno tra gli architetti. G+L 2023 dimostra che le cose stanno cambiando sempre di più – e in modo pionieristico – per gli architetti che si occupano di pianificazione urbana con due numeri. Il numero di febbraio si occupa della città ciclabile, mentre il numero di maggio, in uscita in questi giorni, cerca idee per i parcheggi – soprattutto per le auto – in città. Se vogliamo realizzare un’edilizia rispettosa del clima e orientata al futuro, come suggerito da BAU 2023, qualcosa deve cambiare per quanto riguarda i parcheggi. Wöhr, azienda specializzata in sistemi di parcheggio, ha già soluzioni per questo nella sua gamma di prodotti. Wöhr vuole plasmare la „città del futuro“ con i suoi prodotti e concetti – e sta facendo un passo avanti nel processo.

55 anni fa, Arne Jacobsen progettò i primi rubinetti VOLA – il rubinetto HV1 e il miscelatore 111 – per la Banca Nazionale Danese. La particolarità non è solo il design funzionalista e il fatto che le parti meccaniche del miscelatore modulare potevano essere nascoste nella parete, ma anche il colore. È stata la ciliegina sulla torta del design. E oggi? Questo colore vintage è (ancora/di nuovo) attuale. Allo stand VOLA, l’installazione per l’anniversario era altrettanto affascinante delle versioni colorate e metalliche.

L’azienda danese bg byggros punta in alto con il suo nuovo prodotto, anche lontano dalla fiera. Green-it Vertical è la facciata verde vivente del futuro – secondo quanto dichiarato. Il nuovo sistema di facciata consiste in un „elemento di crescita“ modellato e appositamente sviluppato in materiali naturali, che può essere interamente o parzialmente piantumato. I singoli elementi sono coordinati tra loro in modo che, da un lato, agiscano come una superficie continua che conduce acqua e sostanze nutritive, consentendo una crescita ottimale delle piante e, dall’altro, rispondendo alle caratteristiche strutturali dell’architettura. All’esterno, un materiale frontale – dove visibile – personalizza il design finale della facciata. L’aspetto rilevante per il futuro, o meglio per il presente, è che questa facciata può essere utilizzata sia per i nuovi edifici che per le aggiunte agli edifici esistenti. bg byggros ha sviluppato il concetto con gli architetti di Henning Larsen, tra gli altri.

Solarlux di Melle ha presentato al Bau una serie di interessanti innovazioni. Ad esempio, l’azienda ha reinterpretato la tradizionale finestra a cassonetto. Il motivo era un progetto in cui si doveva trovare una soluzione nell’ambito di una ristrutturazione della facciata in cui le vecchie finestre in vetro isolante esistenti dovevano essere mantenute, pur ottenendo miglioramenti termici. La soluzione: una struttura metallica è stata posizionata davanti alla finestra esistente per ospitare una finestra pieghevole in tre parti.

Lo stand Solarlux è stato entusiasmante almeno quanto i nuovi prodotti. Seguiva completamente il concetto delle „4R“: Riutilizzare, Rifiutare, Ridurre, Riciclare. Gran parte dello stand, interamente in legno, sarà riutilizzato nelle prossime fiere. Si è rinunciato alla moquette e ai rivestimenti per pavimenti non riutilizzabili, così come alle vernici e agli intonaci. Le strutture in legno sono unite tra loro con il minimo di connettori necessari e possono essere ripiegate in modo compatto. Invece di 10 camion come in precedenza, lo stand espositivo può essere trasportato con 3 camion. Parte del legno utilizzato per realizzare lo stand è legno di scarto della produzione. Al contrario, le parti dello stand che non sono più necessarie possono essere reinserite nella produzione.

Cimitero di Luisenstädt

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Un cimitero non è solo un luogo di sepoltura. Molti sono anche spazi per passeggiate contemplative nel contesto di manufatti culturali e di uno specifico scenario naturale ad alto valore ecologico. Poiché oggi molti cimiteri sono sottoposti a una forte pressione economica, ci si chiede se il potenziale di questi usi e qualità „secondari“ possa contribuire a formulare una nuova attrattiva come luogo di sepoltura.

Nel cimitero Luisenstädtischer Friedhof di Berlino-Kreuzberg, su una superficie totale di 2,6 ettari, ci sono attualmente solo poche tombe in custodia. Negli ultimi anni non c’è stata alcuna richiesta di nuove sepolture. Al contrario, il cimitero è al centro di diversi interessi sociali. Deve essere conservato come monumento-giardino ed è di grande importanza ecologica per la sua ricchezza di strutture. Molti abitanti della zona apprezzano il cimitero come spazio aperto con un’atmosfera speciale caratterizzata da natura, cultura, tranquillità e transitorietà.

L’obiettivo del progetto di relais Landschaftsarchitekten è formulare il significato urbano del cimitero Luisenstädtischer Friedhof in termini culturali, ecologici e sociali attraverso una valorizzazione creativa. A tal fine, relais ha specificato i motivi esistenti e ha definito un programma di gestione della manutenzione. I siti tombali senza protezione del monumento e senza diritti di utilizzo della tomba sono stati ripuliti. Un obiettivo fondamentale è stato quello di rafforzare la struttura della vegetazione come elemento di organizzazione spaziale. È stata rimossa la vegetazione legnosa per esporre le strutture dei viali e i gruppi di alberi più importanti ed è stata ripristinata la struttura chiusa delle piante dei viali. Oltre alla struttura regolare dei viali principali, è stato creato un sistema di sentieri erbosi e radure falciate in linea con la topografia, riprendendo i precedenti percorsi informali attraverso i quartieri del cimitero. Questa gestione differenziata della manutenzione contribuisce alla conservazione e allo sviluppo delle aree prative ricche di specie.

Rafforzare il cimitero come spazio aperto

Questi prati definiscono anche aree ricreative all’aperto. Le offerte differenziate sono costituite da posti a sedere liberi, che possono essere utilizzati per la ricreazione, le funzioni funebri all’aperto e gli eventi. Per intensificare l’atmosfera, relais ha installato un bacino per l’acqua piovana in uno degli spazi del prato. Il bacino mette in scena i processi atmosferici, offre prospettive visivamente attraenti con la sua superficie riflettente e ha un effetto favorevole sul microclima. Queste misure progettuali sono considerate un quadro di riferimento per varie forme di nuove opzioni di sepoltura.

In questo modo si rafforza il profilo del cimitero come spazio aperto. Ciò può contribuire alla continuazione dell’uso del cimitero o fornire un impulso iniziale per futuri processi di conversione.

Committente: Associazione cimiteriale evangelica del centro di Berlino
Architetto paesaggista: relais Landschaftsarchitekten
Pianificazione: fase di servizio 1-9 secondo il § 39 HOAI
Completamento: 2019
Superficie: 26.000 metri quadrati

Maggiori informazioni sulla progettazione dei cimiteri in G+L 03/2020.

Londra vuole migliorare la qualità dell'aria e della vita in città con l'aiuto della Low Emission Zone e della Congestion Charge. Foto: David Hawgood, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia

Londra vuole migliorare la qualità dell'aria e della vita in città con l'aiuto della Low Emission Zone e della Congestion Charge. Foto: David Hawgood, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia

La capitale britannica ha esteso la sua Ultra Low Emission Zone a tutti i distretti. Ciò significa che in futuro quasi 700.000 veicoli che attualmente viaggiano a Londra non potranno più entrare in città se non rispettano rigorosi standard ambientali. Per saperne di più sull’estensione della zona e sulle critiche ad essa associate.

Dal 28 agosto 2023, l’intera città di Londra è una zona a bassissime emissioni (ULEZ). Ciò significa che solo i veicoli che soddisfano determinati standard di emissione possono entrare gratuitamente nella capitale. Circa 690.000 veicoli che circolano regolarmente sulle strade di Londra non soddisfano questi requisiti e devono pagare 12,5 sterline al giorno (circa 14,5 euro). La multa ammonta a 180 sterline. Queste regole si applicano anche ai turisti, ed è per questo che è importante utilizzare il verificatore ULEZ online quando ci si reca a Londra.

Quando Londra ha introdotto la sua Ultra Low Emission Zone nel 2019, è stata la prima città a farlo. Inizialmente, la zona copriva circa 21 chilometri quadrati nel centro di Londra. Nell’ottobre 2021 è stata ampliata a quasi 400 chilometri quadrati e ora copre l’intera Greater London. L’obiettivo principale della ULEZ è quello di ridurre le emissioni prodotte dal trasporto privato motorizzato, come le automobili. Con questa misura, il sindaco di Londra spera di incentivare le persone a passare ad auto meno inquinanti e ad altre modalità di trasporto.

Sono esenti dalla tassa ULEZ le auto che rimangono parcheggiate per tutto il giorno, i veicoli a emissioni zero, i veicoli elettrici e ibridi, alcuni veicoli storici e speciali e i londinesi disabili.

In risposta alle critiche sull’espansione dell’ULEZ, il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dichiarato che tutti i londinesi hanno diritto all’aria pulita, non solo quelli che vivono nei centri urbani. Il sindaco è un membro del partito socialdemocratico laburista. In un’intervista alla BBC, Khan ha spiegato che la ULEZ non è una politica anti-auto. Secondo Khan, circa il 90% di tutti i veicoli a Londra sono già conformi alle normative sulle emissioni, il che significa che possono circolare gratuitamente sulle strade della città. Ha anche promesso di mettere a disposizione 160 milioni di sterline per l’adeguamento delle auto.

Numerosi studi hanno dimostrato gli effetti positivi e l’efficacia delle zone a basse emissioni. Queste zone riducono l’inquinamento da biossido di azoto e particolato nell’aria. Hanno anche il potenziale di ridurre la congestione del traffico e le emissioni complessive dei trasporti, incoraggiando al contempo il passaggio a modalità di trasporto pubbliche e attive, come gli spostamenti a piedi e in bicicletta.

I dati del governo mostrano che l’inquinamento atmosferico causa ogni anno fino a 36.000 morti premature nel Regno Unito, di cui circa 4.000 a Londra. Le zone a traffico limitato (Clean Air Zones) sono uno degli strumenti più efficaci per combattere l’inquinamento atmosferico. L’ULEZ ha già migliorato in modo significativo la qualità dell’aria nella sua area: secondo un rapporto, finora ha ridotto di quasi la metà l’inquinamento atmosferico tossico nel centro di Londra.

Il ministro dei Trasporti Mark Harper del partito conservatore Tory ha accusato Khan di usare l’ULEZ per fare soldi per affrontare il consistente debito di Londra. Altri membri del partito conservatore hanno criticato l’impatto finanziario del programma sugli automobilisti, soprattutto alla luce della crisi del costo della vita.

Tuttavia, la Low Emission Zone è stata un’idea dell’ex sindaco conservatore di Londra Boris Johnson. È stato lui a decidere di introdurre la ULEZ. Quando Khan è diventato sindaco nel 2016, ha iniziato a implementare la zona. Gli osservatori ipotizzano che i conservatori stiano criticando l’espansione della ULEZ come parte della loro strategia per ottenere i voti degli automobilisti per le prossime elezioni generali, previste per il 2024. Secondo recenti sondaggi, i laburisti sono in vantaggio nei sondaggi.

Finora, i residenti locali hanno ripetutamente protestato contro l’espansione della ULEZ. Negli ultimi mesi sono state vandalizzate o rubate circa 300 telecamere. „È chiaro che l’ossessione dei conservatori per l’ULEZ di Londra non ha nulla a che fare con i meriti o i demeriti del sistema, ma con i loro disperati tentativi di aggrapparsi al potere cercando di strumentalizzare le questioni ecologiche“, ha dichiarato Khan al Guardian.

Si stima che circa cinque milioni di londinesi respireranno aria più pulita. Inoltre, la ULEZ contribuirà a contrastare i cambiamenti climatici e la congestione del traffico. Londra è anche una delle città con i migliori trasporti pubblici d’Europa. Tuttavia, la città lotta anche contro la congestione del traffico, come mostra la Global Traffic Scorecard. Sadiq Khan spera che la ULEZ, in combinazione con la Congestion Charge (15 sterline al giorno per viaggiare in determinate zone durante le ore di punta), possa alleviare questi problemi.

Le zone a basse emissioni stanno diventando sempre più popolari. Entro il 2025, potrebbero esserci più di 500 zone di questo tipo in Europa, dato che sempre più città si impegnano a raggiungere le emissioni nette zero e a migliorare la qualità dell’aria. Attualmente esistono almeno 320 zone a basse emissioni, più della metà delle quali in Italia. Anche la Germania ha un gran numero di zone di questo tipo, mentre Spagna e Francia non sono ancora pronte ma hanno piani ambiziosi per introdurle entro il 2025.

Il rigore delle zone a basse emissioni varia, ma l’esperienza dimostra che funzionano. Le zone sono particolarmente efficaci nel ridurre il particolato PM2,5, dannoso per i polmoni. Città in Francia, Danimarca, Norvegia e Paesi Bassi si sono impegnate a istituire zone a emissioni zero nei prossimi anni e anche Londra sta flirtando con l’idea.

Per saperne di più: Londra è nota, tra le altre cose, per l’ottimo trasporto pubblico: la Oystercard ha ormai 20 anni.