Il crisantemo è un motivo popolare nell'arte giapponese. Foto: Wikimedia Commons
Il crisantemo è un motivo popolare nell'arte giapponese. Foto: Wikimedia Commons

Il crisantemo è uno di quei motivi artistici che vanno ben oltre la semplice gioielleria floreale. La sua storia pittorica spazia dalla rappresentazione cortese in Asia orientale alla sua carica decorativa e simbolica nel modernismo europeo. Proprio per questo motivo, offre una visione rivelatrice di come le forme naturali siano state interpretate esteticamente, religiosamente e culturalmente in epoche diverse.

Già a prima vista, questo fiore affascina per il suo aspetto sfaccettato: petali densamente stratificati, forme diverse e uno spettro di colori che va dal bianco sobrio al giallo brillante, al rosso o al viola. Nella storia dell’arte, quindi, non è percepito solo come un soggetto botanico, ma anche come portatore di significati che variano notevolmente a seconda della regione culturale. Mentre in Giappone il crisantemo è strettamente associato alla dignità imperiale, alla longevità e all’ordine stagionale, in Europa compare più frequentemente nel campo della tensione tra decorazione, vanitas, arte d’interni borghese e pratica funeraria. Questa complessità rende il motivo ancora oggi straordinariamente attuale.

Il fiore come simbolo di potere e motivo stagionale

In Asia orientale, il crisantemo ha una lunga e densa tradizione pittorica. In Cina era già associato all’autunno, al ritiro, all’erudizione e alla fermezza morale, non da ultimo grazie alla ricezione del poeta Tao Yuanming (365-427), divenuto iconico come „eremita“ e amante dei crisantemi. Poeti e pittori del periodo classico li apprezzavano come simbolo di una vita in armonia con i ritmi della natura e come simbolo di longevità. Nei dipinti dei letterati, il crisantemo appare spesso in combinazione con rocce, bambù o fiori di prugno e fa quindi parte di un canone di piante simbolicamente cariche che visualizzano ideali caratteriali come la fermezza, l’integrità e l’isolamento.
Il motivo è stato particolarmente influente in Giappone. Fin dall’epoca pre-moderna, il fiore è stato un tema popolare su paraventi, lacche, tessuti per kimono e xilografie, oltre che un emblema di rappresentanza politica. Il sigillo imperiale, il cosiddetto kikumon, stilizzava il crisantemo come simbolo di continuità dinastica e dignità imperiale. Nell’arte del periodo Edo, le opere della scuola Rinpa, come quelle di Ogata Kōrin o Sakai Hōitsu, mostrano come la forma naturale e l’astrazione ornamentale possano essere combinate in modo produttivo: Il fondo oro, la composizione bidimensionale e i fiori ritmicamente disposti non creano un naturalismo botanico, ma una condensazione estetica in cui la natura appare come un ordine coltivato.
Il motivo si ritrova spesso anche nelle xilografie a colori del XVIII e XIX secolo. Artisti come Kitagawa Utamaro e Utagawa Hiroshige integrarono i fiori autunnali in scene di vita urbana o paesaggi, sovrapponendo l’osservazione precisa della natura alla poesia stagionale. In questo caso, il fiore segna un punto nel corso dell’anno e crea densità atmosferica; la sua rappresentazione rimanda a un sistema culturale in cui le stagioni non sono semplici fenomeni meteorologici, ma ordini estetici, letterari e sociali.

Dalla natura morta al modernismo in Europa

In Europa, l’intenso interesse artistico per i crisantemi è iniziato relativamente tardi. Sebbene i fiori siano apparsi regolarmente nelle nature morte fin dal primo periodo moderno, l’apprezzamento specifico di questa pianta ha assunto contorni più marcati soprattutto nel XIX secolo, quando si sono diffuse nuove cultivar provenienti dall’Asia orientale e la cultura dei giardini della borghesia ha promosso la diversità floreale. Ciò è dovuto in parte alle collezioni botaniche, alle serre e allo scambio internazionale di piante, e in parte al gusto di un pubblico che apprezzava particolarmente i motivi floreali nella pittura, nella grafica e nelle arti decorative. In questo contesto, il crisantemo divenne un soggetto ideale tra lo studio della natura e l’effetto decorativo.
La pittura francese e olandese della fine del XIX secolo ne è un esempio lampante. Claude Monet dipinse ripetutamente nature morte floreali in cui i toni di colore e i riflessi di luce sono in primo piano, e gli impressionisti ripresero esplicitamente i crisantemi popolari nelle xilografie giapponesi. La forza espressiva del motivo diventa ancora più evidente nelle opere di Pierre-Auguste Renoir e del post-impressionismo. Vincent van Gogh realizzò diversi dipinti floreali a Parigi nel 1886, tra cui dei vasi in cui i crisantemi compaiono accanto ad altri fiori autunnali e in cui le pennellate dense e i contrasti accesi sottolineano la materialità dei fiori. In questo caso, la pianta non viene letta come un codice allegorico, ma come un’occasione di ricerca pittorica sul colore, sulla pennellata e sulla composizione pittorica.
Allo stesso tempo, è stata mantenuta la vicinanza all’idea di vanitas. In molte nature morte europee, i fiori recisi rimandano alla bellezza e alla caducità, alla fioritura e alla decadenza in un tutt’uno. L’aspetto opulento e il periodo di fioritura tardiva associati al crisantemo lo predestinano a tali interpretazioni. In Francia e in alcune parti dell’Europa meridionale, gli è stato attribuito anche un ruolo speciale nel contesto funerario, in quanto dal XIX secolo è stato spesso associato alla commemorazione dei defunti e alla decorazione delle tombe, ad esempio nel giorno di Ognissanti. Questa codifica culturale si differenzia nettamente dal suo significato signorile positivo in Giappone e dimostra quanto i motivi pittorici siano fortemente caratterizzati dalla pratica sociale.
Il fiore è stato accolto intensamente anche nell’Art Nouveau e nel giapponismo europeo. Artisti e designer ripresero i modelli dell’Asia orientale, ma li tradussero in nuovi sistemi decorativi. Su manifesti, ceramiche, carte da parati o oggetti decorativi, il fiore appare in una forma linearizzata e ornamentale ed è incorporato in viticci stilizzati, linee ondulate e decorazioni di superficie. Il crisantemo entra così a far parte di un concetto di arte che non si limita a copiare le forme naturali, ma le trasforma stilisticamente e le integra nel design dell’ambiente di vita moderno.

Linguaggio visivo, materialità e interpretazione culturale

L’attrattiva del motivo risiede non da ultimo nella sua versatilità formale. Reso con precisione botanica, il fiore consente una dimostrazione di virtuosismo pittorico; altamente stilizzato, è adatto a motivi tessili, superfici ceramiche o arte grafica di superficie. È proprio questa gamma tra fedeltà alla natura e ornamento che rende il crisantemo un soggetto esemplare per la questione di come l’arte visualizza, organizza e interpreta la natura.searchcollection.
Nella pittura a inchiostro dell’Asia orientale, un singolo fiore concentrato può essere sufficiente a suggerire l’atmosfera, la stagione e l’atteggiamento spirituale. Nella pittura a olio europea, invece, il motivo si sviluppa spesso attraverso l’applicazione del colore, la modellazione della luce e la presenza della materia. Il fiore funziona quindi non solo come oggetto, ma anche come pietra di paragone di un medium: mostra come gli artisti organizzano superficie, profondità, trasparenza e ritmo. Lo stesso vale per le arti decorative: su porcellana, lacca o seta, il crisantemo diventa un motivo che combina ripetizione e variazione.
Inoltre, la sua storia di ricezione illustra la mobilità dei simboli. A seconda del contesto culturale, una stessa pianta può simboleggiare dignità, longevità, malinconia, ricordo o eleganza decorativa. Dal punto di vista storico-artistico, quindi, è meno interessante trovare un unico significato „vero“ che la rete di diverse attribuzioni. Ne sono un esempio i paraventi giapponesi con allusioni imperiali, le raffigurazioni cinesi dell’eremita Tao Yuanming, le nature morte floreali europee del XIX secolo e i disegni dell’Art Nouveau che reinterpretano i mondi formali dell’Asia orientale. Il crisantemo è quindi un motivo che rivela i processi di scambio globali e i cambiamenti di significato locali.
Nell’arte, il fiore si rivela molto più di un semplice dettaglio attraente della natura. Unisce emblemi politici, poesia stagionale, sperimentazione pittorica e cultura formale dell’artigianato artistico per formare una densa tradizione pittorica. Esempi concreti si trovano nei paraventi giapponesi della scuola Rinpa, nelle foglie dell’ukiyo-e di Hiroshige, nelle nature morte floreali parigine di van Gogh o nei disegni ornamentali dell’Art Nouveau europea – e fanno capire quanto il crisantemo abbia plasmato in modo duraturo la memoria visiva di diverse culture.

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Il leone nell’arte: simbolo di potere, coraggio e mito

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Il leone alato veneziano come simbolo di San Marco Evangelista - simbolo di potere, protezione e aspirazioni politiche della Repubblica di Venezia. Foto: Pubblico dominio, via: Wikimedia Commons

Il leone alato veneziano come simbolo di San Marco Evangelista - simbolo di potere, protezione e rivendicazione politica della Repubblica di Venezia.
Foto: Pubblico dominio, via: Wikimedia Commons

Il leone, venerato come il re delle bestie, ha ispirato e accompagnato gli artisti fin dall’antichità. Il suo aspetto maestoso e la sua complessità simbolica lo hanno reso uno dei motivi preferiti nella storia dell’arte. Dall’Antica Grecia al Medioevo, fino all’epoca moderna, il leone è presente in numerose opere d’arte come simbolo di potere, coraggio e presenza divina.

Nell’antichità, il leone era considerato un simbolo di forza e potere divino. Le opere d’arte greche e romane mostrano spesso leoni in scene mitologiche o come compagni di dei ed eroi. Cibele, Dioniso/Bacco e Afrodite/Venere sono spesso accompagnati da leoni. Un esempio significativo è la rappresentazione di Eracle che sconfigge il leone di Nemea, un motivo che simboleggia sia la forza fisica dell’eroe sia il superamento delle minacce. I leoni hanno trovato spazio anche nell’architettura: leoni e teste di leone ornavano gli ingressi di templi e tombe, fungevano da richiami per le porte e spesso avevano funzioni apotropaiche, cioè di protezione dal male. Queste raffigurazioni sottolineavano l’importanza del leone come guardiano e simbolo della protezione divina.

Il simbolismo del leone cambiò nel Medioevo. È stato inteso sia come simbolo di Cristo che come segno di potere e giustizia. Nell’Antico Testamento era un simbolo di potere e fungeva da guardiano sui troni, come quello di Salomone. Un esempio notevole è rappresentato dalle teste di leone utilizzate come tirapiedi sui portali delle chiese. Questi tiri, spesso a forma di testa di leone con un anello in bocca, non avevano solo una funzione pratica, ma anche un significato simbolico. Venivano utilizzati nei giuramenti e nei trasferimenti di proprietà e simboleggiavano la validità legale e la protezione. La funzione apotropaica della maschera di leone, cioè la difesa dalle forze del male, si è conservata anche nel Medioevo. Allo stesso tempo, il leone simboleggiava anche Cristo. Da un lato, simboleggiava la tribù di Giuda, da cui discendeva anche Cristo. D’altra parte, si diceva anche che il leone dormisse con gli occhi aperti. Questo era associato anche a Gesù, poiché era morto solo di morte umana sulla croce, ma era rimasto sveglio durante la sua divinità. Nel Medioevo, il leone simboleggiava anche le due nature di Gesù Cristo. Ciò era dovuto in particolare al contrasto tra il corpo anteriore, relativamente forte, e quello posteriore, piuttosto stretto, per ricordare il contrasto tra il divino e l’umano. Inoltre, il leone poteva essere visto anche come un simbolo di resurrezione. Gli autori tardo-antichi e altomedievali, in particolare, credevano che i leoni nascessero morti. Solo dopo tre giorni il padre li riportava in vita respirando su di loro. Il leone compare anche nel simbolismo animale medievale, ad esempio come incarnazione dell’arroganza o come guardiano nelle allegorie del vizio e della virtù. È anche associato alle virtù cardinali del valore e della giustizia. Artisti come Heinrich Aldegrever usarono specificamente gli animali, compreso il leone, per trasmettere messaggi morali.

Il Rinascimento portò una rinascita dei motivi antichi e una maggiore attenzione all’individualità umana. In questo periodo il leone fu nuovamente utilizzato come simbolo di potere e saggezza. Artisti come Leonardo da Vinci studiarono l’anatomia del leone e lo incorporarono nelle loro opere per esprimere forza e maestosità. Venezia, che conobbe il suo massimo splendore nel Rinascimento, scelse il leone come animale araldico. Le reliquie di San Marco si trovavano a Venezia dal IX secolo. L’evangelista è associato al leone come animale araldico, motivo per cui anche Venezia scelse il leone come animale araldico.
Nel periodo barocco, un’epoca di opulenza e drammaticità, il leone era spesso raffigurato come simbolo di potere divino e di sopraffazione. Dipinti e sculture raffigurano scene in cui i leoni vengono sconfitti o conquistati, simboleggiando il trionfo dell’uomo sulla natura o sul male. La rappresentazione del leone in questo periodo enfatizzava la sua ferocia e il potere che doveva essere domato. Ne è un esempio la raffigurazione di San Girolamo, che è accompagnato da un leone. Secondo la leggenda, San Girolamo tolse una spina dalla zampa di un leone e il leone lo seguì come fedele compagno. Questa raffigurazione simboleggia sia l’umanità del santo che l’addomesticamento della natura selvaggia.

Nell’arte moderna, il leone è stato spesso utilizzato per simboleggiare la libertà, l’individualità e il confronto con il subconscio. Artisti come Franz Marc hanno usato il leone nei loro dipinti espressionisti per esprimere emozioni e stati interiori. Il leone non era più rappresentato solo come simbolo esterno, ma anche come espressione di conflitti e desideri interiori.
Il leone è entrato anche nella cultura popolare, ad esempio in film come „Il Re Leone“, dove è simbolo di responsabilità e del ciclo della vita. Queste rappresentazioni mostrano come il leone rimanga un simbolo potente e stratificato anche nei tempi moderni.
Il leone ha sempre avuto un ruolo importante nella storia dell’arte. Le sue rappresentazioni riflettono i valori, le paure e le speranze delle rispettive epoche. Che sia simbolo di forza, potere, saggezza o libertà, il leone rimane un motivo affascinante che ha ispirato gli artisti per migliaia di anni. La sua versatilità e profondità simbolica lo rendono un compagno d’arte senza tempo.

Azienda di formazione premiata nel 2017

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Sempre meno neodiplomati scelgono di intraprendere un percorso di formazione professionale. Le aziende devono quindi dare prova di creatività per rendere attraente la propria offerta formativa per le nuove leve. Il produttore di calcestruzzo e pietra naturale Rinn ha ricevuto dalla Camera di Commercio e Industria (IHK) il riconoscimento «Azienda di formazione 2017» per il suo progetto. STEIN ha intervistato Kathrin Höres, responsabile delle risorse umane presso Rinn.

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L’azienda Rinn a Heuchelheim. Foto: Rinn Beton- und Naturstein
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Apprendisti alla fiera della formazione Vocatium. Foto: Rinn Beton- und Naturstein
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Giornata dedicata agli apprendisti. Foto: Rinn Beton- und Naturstein
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Riconoscimento della Camera di Commercio e dell’Industria (IHK) per la formazione offerta dall’azienda. Foto: Rinn Beton- und Naturstein

STEIN: Perché sempre meno giovani scelgono un percorso di formazione professionale dopo il diploma?

Kathrin Höres: Le opportunità di studiare diventano sempre più accessibili. Inoltre, nella mente dei giovani, dei genitori e dei familiari prevale un’idea obsoleta riguardo alla formazione professionale nel settore artigianale: un lavoro pesante e sporco con una retribuzione bassa. Un percorso di studi, al contrario, sembra più pulito e alla fine potrebbe offrire ottime prospettive di guadagno. Inoltre, le opportunità di carriera sono maggiori.

A ciò si aggiunge il fatto che i giovani non hanno quasi idea di cosa sia un apprendistato. Ad esempio: come si svolge, quali vantaggi ne derivano per me? Il problema è che durante le lezioni scolastiche hanno pochissimi o nessun punto di contatto con il tema dell’apprendistato.

Quali sono le conseguenze per il settore dell’artigianato e della pietra naturale?

L’età media dei dipendenti nel settore artigianale supera i 45 anni, il che significa che nel prossimo futuro molti collaboratori andranno in pensione. Senza nuove leve non potremo mantenere gli standard attuali. Inoltre, un’azienda continua a vivere grazie al pensiero delle generazioni future.

Inoltre, molti giovani non hanno quasi più alcun legame con l’artigianato – del resto, non viene più trasmesso dalla famiglia d’origine. Questo significa per noi che ci viene affidato un nuovo compito formativo. Dobbiamo trasmettere le basi dell’artigianato.

Come reagisce la vostra azienda a questa situazione?

Stiamo adottando iniziative molto diverse, come la messa in onda di uno spot al cinema o la partecipazione a fiere dedicate alla formazione professionale. Inoltre, rafforziamo i contatti con le scuole per contribuire attivamente all’organizzazione delle lezioni: offriamo tirocini per insegnanti, il che significa che gli insegnanti possono sperimentare in prima persona le nostre professioni che richiedono una formazione professionale e quindi spiegare meglio i contenuti ai propri studenti.

Cosa contraddistingue l’azienda Rinn come «Azienda di formazione 2017»?

La nostra formazione è creativa e personalizzata. I nostri apprendisti non solo acquisiscono conoscenze tecniche, ma sviluppano anche la propria personalità.

Per questo motivo siamo tutti sulla stessa barca insieme ai nostri apprendisti. Con questa consapevolezza organizziamo anche corsi di formazione e workshop comuni, come «imparare ad imparare», galateo o training sull’autoefficacia. Ogni anno organizziamo una giornata attiva per gli apprendisti, durante la quale pratichiamo sport insieme.

I nostri apprendisti non solo acquisiscono conoscenze nei reparti operativi, ma lavorano anche a progetti comuni. L’anno scorso è stata allestita un’aiuola rialzata presso l’asilo di Heuchlheim. Questa è stata poi piantata insieme ai bambini e in seguito, con il raccolto, è stato preparato un pranzo. Infine, i nostri apprendisti e i responsabili della formazione contribuiscono attivamente a plasmare il percorso formativo presso Rinn. Grazie alle loro idee e alle loro richieste di cambiamento, il nostro programma di formazione può continuare a evolversi.

Nel numero 6/2018 della rivista STEIN sarà pubblicato uno speciale dedicato alla formazione. Restate sintonizzati. La rivista uscirà alla fine di maggio. 

Premio di design Metropolitan Solutions 2016

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Cosa rende gli spazi pubblici attraenti e vivibili? Produttori, architetti e urbanisti di tutto il mondo si stanno concentrando su questa domanda. La più grande fiera congressuale europea per lo sviluppo urbano innovativo – Metropolitan Solutions – organizza per la prima volta un premio di design sul tema del design di interesse pubblico. La procedura di candidatura dura fino al 31 marzo 2016 e Baumeister e la rivista Topos, che appartiene anche alla casa editrice Callwey, sono media partner del premio.

I vincitori del Metropolitan Solutions Design Award 2016 saranno poi presentati durante la fiera internazionale Smart City conference che si terrà dal 31 maggio al 2 giugno 2016 a Berlino. Metropolitan Solutions riunisce più di 30 conferenze e workshop di alto livello sullo sviluppo urbano intelligente e sostenibile nel City Cube di Berlino. Il programma sarà completato da un’esposizione di aziende che presentano tecnologie e soluzioni per le sfide urbane.

Il Metropolitan Solutions Design Award 2016 intende riconoscere le idee esemplari che collegano e mettono in rete lo spazio privato con quello semipubblico e pubblico. L’high-tech e il low-tech come elementi di design possono e devono ridefinire la qualità della vita e della permanenza negli spazi pubblici. L’attenzione si concentra sul design e sulle qualità sostenibili, come l’orientamento all’utente, la cittadinanza, l’interculturalità, l’ecologia e l’efficienza economica.

Il premio, patrocinato dal sindaco di Berlino Michael Müller, è rivolto a produttori, urbanisti, architetti, designer, università, studenti e start-up. Viene assegnato nelle categorie Best of Professionals, Best of Academics e Best of Startups. Sono possibili molti aspetti in termini di tema, tra cui zone di attesa, riposo, attività e ricreazione, arte negli spazi pubblici, arredo urbano, sistemi di comunicazione, punti di incontro culturali e spazi pubblici per l’impegno civico.

Tutte le candidature ricevute entro la fine di marzo saranno valutate da un comitato di esperti che selezionerà i vincitori. Ulteriori dettagli e informazioni sulla procedura di candidatura sono disponibili su Internetall’indirizzo: www.metropolitansolutions.de/de/programm/design-award/.

Il Metropolitan Solutions Design Award 2016 è presentato dall’organizzatore Deutsche Messe AG, Hannover, e da iF UNIVERSAL DESIGN, Monaco.

Facciata est con riferimento all'oceano

Nel nord della Cina, una biblioteca sorge sulla spiaggia e sfida il clima rigido come un rifugio di cemento. L’architetto capo Gong Dong di Vector Architects spiega come il sito abbia influenzato il progetto.

Baumeister: Signor Dong, l’edificio si trova su un terreno insolito: come mai la biblioteca è stata costruita direttamente sulla spiaggia?
Gong Dong: La biblioteca fa parte del piano regolatore di una comunità che sta sorgendo su questo terreno. Serve principalmente i residenti, ma è anche aperta al pubblico.

B: Come reagisce l’edificio alle condizioni di questo luogo, come il contenuto di sale nell’aria?
G D: La biblioteca non è una biblioteca normale; i libri rimangono lì solo temporaneamente. Dopo circa mezzo anno, vengono portati nelle scuole del quartiere. In realtà è più una sala di lettura, una sala di lettura con una collezione di libri. Il clima in riva al mare è molto rigido. Abbiamo scelto un materiale che si adatta alle condizioni atmosferiche. Il calcestruzzo è più simile a una pietra, quindi può essere utilizzato per un periodo di tempo più lungo rispetto all’acciaio, che arrugginirebbe in mare. Il calcestruzzo è meno sensibile.

B: E quando arriva il diluvio…?
G D: L’acqua arriva solo a 20-30 metri dall’edificio. Quindi in condizioni normali non ci sono problemi. In caso di alluvione, ovviamente, potrebbero esserci dei problemi, come per gli altri edifici. Questo accade forse una volta ogni dieci anni. Il materiale all’interno è lo stesso dell’esterno, quindi l’edificio è meno sensibile all’ingresso dell’acqua.

B: Il calcestruzzo offre altri vantaggi come materiale da costruzione? Come viene utilizzato in termini di design?
G D: Quando ho visitato questo luogo per la prima volta, la sensazione che ho provato è stata che, come essere umano, spesso ci si sente insicuri in condizioni climatiche difficili. Le condizioni meteorologiche in riva al mare possono essere molto brutali: ci sono piogge intense e tempeste. Volevamo che questo edificio funzionasse come una sorta di guscio protettivo che avvolge il visitatore. Non potendo immaginare superfici lisce in questo ambiente così naturale, abbiamo dato al cemento una struttura con pannelli di legno. Questo conferisce all’edificio un senso di transitorietà.

B: Ci sono stati altri fattori che hanno influenzato il progetto?
G D: Il rapporto tra l’edificio e il mare è ovviamente uno dei punti più importanti. Nella sezione longitudinale, si può notare che la biblioteca consiste in una disposizione di „scatole“. Ogni scatola ha un rapporto specifico con l’oceano. Ciò significa che i visitatori in ogni parte dell’edificio hanno un rapporto individuale con il mare e condizioni di luce individuali.

B: E queste unità sono visibili anche sulla facciata…
G D: Almeno sul lato est, che si affaccia sul mare. Qui il programma spaziale è ben visibile nella struttura aperta. Gli altri lati sono più chiusi. La maggior parte delle persone entra nella biblioteca da sud o da ovest. Per loro l’edificio sembra una scatola chiusa: all’interno si apre uno spazio che non si può intuire dall’esterno.

B: Che ruolo ha la luce nella biblioteca?
G D: L’edificio è una scatola i cui lati lunghi sono rivolti a est e a ovest. Le condizioni di luce in questo luogo sono molto chiare e dirette, poiché non ci sono ombreggiature da parte di altri edifici o alberi. La biblioteca è quindi completamente esposta al movimento del sole.
Nell’area di meditazione triangolare, c’è una finestra alta 30 centimetri rivolta verso l’oceano e una finestra alta 30 centimetri rivolta verso ovest. Il sole proviene da est e tramonta a ovest, con effetti di luce diversi al mattino e al pomeriggio. Nella stanza attiva c’è un lucernario a est e un’apertura a ovest. Quando la luce calda e diretta del sole entra in questa stanza da est durante il giorno e allo stesso tempo la luce diffusa più fredda da ovest, si possono percepire due diversi scenari luminosi. Con questo esempio, vorrei dire che ci siamo concentrati molto sull’orientamento est-ovest di questo edificio.

B: Come viene percepita la biblioteca sulla spiaggia?
G D: In realtà la biblioteca offre solo 80 posti a sedere. Ho sentito dire che il mese scorso sono venute 2.000 persone al giorno durante il fine settimana. C’erano lunghe code. Questo perché il progetto è stato molto pubblicizzato online in Cina. Al momento bisogna prenotare una visita online, altrimenti si riempie troppo. Allora non è più una biblioteca, ma ricorda più una stazione ferroviaria. Con il tempo, però, probabilmente tornerà a essere più tranquilla e si potrà di nuovo leggere in biblioteca.

Potete leggere l’intervista completa su Baumeister 9/2015

Foto: Su Shengliang; Xia Zhi; He Bin

Costruito vicino all’acqua

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Sul lago di Bienne, la società di progetto AGGLOlac sta progettando un quartiere densamente popolato con spazio abitativo per un massimo di 2.000 abitanti. Gli appezzamenti più belli direttamente sull’acqua saranno conservati per il pubblico – come parco con una varietà di design. Non è ancora chiaro se il progetto sarà realizzato. Per quanto possa sembrare grottesco a prima vista, un numero crescente di oppositori teme che il progetto comporti la perdita di spazi aperti.

„Questa posizione sul lago è unica: un progetto del genere non si vede tutti i giorni“, afferma entusiasta Tino Buchs. È l’amministratore delegato dello studio bbz Landschaftsarchitekten di Berna, che ha progettato il concetto di spazio aperto per il grande progetto AGGLOlac. In realtà, le aree con potenziale di sviluppo nella Svizzera densamente edificata sono poche. L’eccezione è rappresentata dall’ex area industriale ed espositiva di oltre 160.000 metri quadrati che costeggia il lago. La società di progetto AGGLOlac intende costruire qui una nuova parte della città nei prossimi anni. L’obiettivo è creare appartamenti per un massimo di 2.000 residenti.

Un elemento centrale del progetto è il collegamento visivo con il lago: gli edifici sono posizionati in modo tale che la vista attraverso il quartiere fino all’acqua e in lontananza sia sempre possibile da qualsiasi punto. „Gli architetti hanno deliberatamente evitato uno sviluppo a blocchi perimetrali: L’idea non era quella di creare una barriera tra la città e la riva del lago“, spiega Tino Buchs. L’intenzione è invece quella di creare connessioni visive tra la città e il lago attraverso gli spazi verdi tra le proprietà. Il parco antistante il lago sarà quindi concepito, per quanto possibile, come una zona aperta. I muri e le recinzioni esistenti, così come una sezione di bosco, dovranno scomparire o essere progettati in modo da non ostruire la vista. Nell’ambito dell’AGGLOlac, il bacino portuale sarà esteso fino allo Schlosspark e trasformato in un porto turistico in stile mediterraneo. È il fulcro del nuovo quartiere e costituisce la transizione tra i futuri insediamenti residenziali e il parco pubblico sul lago.

L’opposizione cresce

Gli oppositori del progetto su larga scala criticano soprattutto il fatto che lo sviluppo previsto comporterà la scomparsa di preziosi spazi aperti che in passato sono sempre stati utilizzati per nuovi scopi. Nell’estate 2012, ad esempio, la baia tra Nidau e Biel/Bienne ha fatto da sfondo allo spettacolo teatrale all’aperto Cyclope, che ha portato a Biel/Bienne visitatori da tutta la Svizzera. Lo stesso vale per il festival musicale Lakelive, che si è tenuto per la prima volta quest’estate. Ogni anno, ci sono più di cento richieste di utilizzo temporaneo dell’attraente terreno incolto in riva al lago. Questo offre opportunità uniche per la creatività e l’innovazione, afferma il critico dell’AGGLOlac Manuel Schüpbach. E aggiunge: „Un parco elegante come quello progettato dall’AGGLOlac non si addice a Bienne“.

Leggete l’articolo completo su G+L 12/18.

I centri abitati abbandonati minacciano le zone rurali dell’Alta Svevia. Il Gruppo d’azione Leader dell’Alta Svevia sta agendo contro questa situazione: Il gruppo ha discusso i posti vacanti con i residenti, ha cercato soluzioni e ha lavorato per garantire che i villaggi siano progettati in modo positivo. Ne è scaturito non solo un rapporto scientifico finale, ma anche un libro illustrato. In „abseits – aside – à l’écart“, il fotografo Claudio Hils ritrae i villaggi dell’Alta Svevia. Un viaggio tra capannoni abbandonati, campi da golf, finestre sbarrate e facciate screpolate.

La prima parte del libro illustrato è un tour fotografico attraverso le aree rurali dell’Alta Svevia. Claudio Hills cattura nelle sue fotografie le diverse sfaccettature della campagna. Oltre ai paesaggi pittoreschi, mostra anche i lati oscuri delle comunità. Si va dalle case semidistrutte ai cumuli di macerie, dalle bandiere tedesche alle antenne paraboliche, fino ai pneumatici sgonfi dei trattori. La serie di immagini trasmette un quadro piuttosto pessimistico di un paesaggio che rischia di scomparire.

„Vivere in una zona morta, essere irraggiungibili, e se,
allora solo: con il gracchiare di un corvo come suoneria“ Walle Sayer

La seconda parte è una raccolta letteraria di racconti di autori come Peter Renz, poesie di Walle Sayer e un commento di Manfred Schmalriede. Tutti i contributi sono stampati anche in traduzione inglese e francese. I contributi scritti accompagnano le fotografie e contestualizzano le immagini. Ciò conferisce loro un significato maggiore e l’atmosfera della zona rurale viene catturata in modo ancora più chiaro. In definitiva, un viaggio nell’Alta Svevia che vale la pena di vedere e leggere, un viaggio tra due copertine di libri.

Dati bibliografici:

Claudio Hils: „Abseits – aside – à l’écart“, 2012, Klöpfer&Meyer

ISBN-10: 3863515005

Invito a presentare progetti

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Baukultur e turismo – Il BBSR cerca progetti modello per un nuovo progetto di ricerca

L’Istituto federale di ricerca sull’edilizia, l’urbanistica e lo sviluppo territoriale dell’Ufficio federale per l’edilizia e la pianificazione regionale (BBSR) è alla ricerca di soggetti pubblici e privati nei comuni e nelle regioni: l’obiettivo è coniugare la cultura edilizia e il turismo di successo. Da gennaio 2017 a dicembre 2018, otto progetti pilota testeranno come i due settori possono lavorare insieme nelle aree rurali e quali strumenti sono adatti a questo scopo. Il lavoro sarà sostenuto con 55.000 euro e un assistente di ricerca supporterà i progetti pilota durante l’attuazione. Le domande possono essere presentate fino al 20 settembre 2016.

Il bando per i progetti e i documenti di candidatura sono disponibili sul sito web della BBSR all’indirizzo www.bbsr.bund.de nella sezione News. Il bando è rivolto ad amministrazioni, organizzazioni turistiche, aziende, iniziative, fondazioni e altre organizzazioni delle aree rurali.

Ulteriori informazioni sono disponibili all’indirizzo www.bbsr.bund.de

Scoprire Marsiglia: Architettura e urbanistica ridefinite

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Vista panoramica di numerosi edifici di Marsiglia, scattata da Etienne Girardet

Chi associa Marsiglia solo alla bouillabaisse, all’odore del porto e alla nonchalance del sud della Francia non ha fatto i conti con gli architetti. Qui la pianificazione urbana è stata ripensata per anni, in modo radicale, digitale, sostenibile e talvolta dolorosamente onesto. Chiunque voglia sapere com’è realmente la trasformazione urbana non solo dovrebbe visitare Marsiglia, ma anche osservarla da vicino.

  • Marsiglia è l’esempio di una città che si reinventa costantemente, nonostante o forse proprio a causa delle sue fratture sociali ed economiche.
  • L’ultima ondata di sviluppo urbano si basa su progetti architettonici audaci, una pianificazione urbana intelligente e una digitalizzazione sorprendentemente consistente.
  • Al centro: la sostenibilità, l’integrazione sociale e la questione della resilienza urbana in tempi di cambiamenti climatici e migrazioni.
  • Strumenti digitali, big data e intelligenza artificiale caratterizzano da tempo i processi di pianificazione, anche se a volte la realtà è in ritardo rispetto alla visione.
  • L’effetto modello di Marsiglia si sta irradiando in Germania, Austria e Svizzera, con una risposta del tutto ambivalente.
  • Le innovazioni tecniche incontrano una marcata cultura della partecipazione e accesi dibattiti sulla gentrificazione e sull’identità.
  • I professionisti di oggi non devono solo padroneggiare l’architettura: L’analisi dei dati, la gestione dei processi e le capacità di comunicazione stanno diventando requisiti fondamentali.
  • Gli esperimenti urbani di Marsiglia non sono una curiosità francese, ma fanno parte di un discorso globale sul futuro della città.

Tra caos e concetto: lo sviluppo urbano di Marsiglia come laboratorio

Marsiglia è considerata la metropoli più rozza, selvaggia e allo stesso tempo più affascinante della Francia. Qui la città non è mai finita, è sempre in movimento, sempre sull’orlo del baratro tra degrado e nuovi inizi. Quello che sembra un caos senza speranza è in realtà un laboratorio unico di trasformazione urbana. A differenza delle città lisce e levigate dell’Europa centrale, Marsiglia rimane scomoda, contraddittoria, piena di rotture – ed è proprio per questo che è così stimolante per gli architetti e gli urbanisti che hanno il coraggio di affrontare la realtà.

Negli ultimi vent’anni, Marsiglia si è trasformata da zona industriale problematica a capitale europea della cultura e a polo di attrazione per investitori e creativi. La città è riuscita a riconoscere la sua difficile topografia, le sue disparità sociali e la sua sostanza storica non come deficit ma come risorse. Il Vieux-Port è diventato un salotto urbano, il progetto Euroméditerranée un motore per nuovi quartieri urbani e l’Unité d’Habitation di Le Corbusier un luogo di pellegrinaggio per i turisti dell’architettura.

Ma cosa distingue Marsiglia dai modelli di pianificazione di Monaco, Zurigo o Vienna? È il pragmatismo con cui qui si sperimenta. Tra sopravvivenza improvvisata e master planning visionario, si creano soluzioni ibride che sfuggono a qualsiasi catalogazione. La città non pensa per schemi, ma per processi. La riconversione delle banchine, la costruzione del museo MuCEM e la rivitalizzazione delle vecchie strutture portuali non sono stati visti come progetti isolati, ma come tasselli di una riqualificazione urbana a lungo termine e a più livelli.

Naturalmente, Marsiglia rimane anche il laboratorio dei conflitti sociali. Gentrificazione, sfollamento, disoccupazione e migrazione caratterizzano il quadro – e non vengono ignorati nella pianificazione urbana, ma affrontati di petto. Chiunque progetti a Marsiglia deve fare i conti con le realtà politiche, le proteste civiche e la diversità culturale. Qui non si creano modelli cartacei, ma uno sviluppo urbano vissuto che fallisce continuamente e che rimane innovativo proprio per questo.

In Germania, Austria e Svizzera, Marsiglia è spesso vista con un misto di ammirazione e derisione. Questa città sembra troppo imprevedibile, troppo rumorosa, troppo incontrollabile. Ma è proprio qui che sta la differenza: mentre nell’Europa centrale si rifugge dal rischio, Marsiglia vive di disordini produttivi. È ora di imparare da questo atteggiamento.

Urbanistica digitale: da parco giochi a strumento di gestione

Chi crede che Marsiglia sia un relitto dell’era analogica si sbaglia di grosso. Qui la pianificazione urbana è da tempo guidata da strumenti digitali e analisi basate sui dati. Non sono più solo i grandi rendering per gli investitori o le splendide visualizzazioni animate per i concorsi a dettare il ritmo. A Marsiglia si utilizzano invece modelli di dati urbani completi, piattaforme open source e simulazioni supportate dall’intelligenza artificiale, spesso in modo più rapido e pragmatico che in molte grandi città tedesche.

L’amministrazione cittadina si affida ai sistemi di geoinformazione, alla partecipazione digitale dei cittadini e al collegamento intelligente dei dati sulla mobilità, l’energia e il clima. L’obiettivo è quello di basare le decisioni su dati in tempo reale piuttosto che sull’istinto. Nell’ambito dello sviluppo di Euroméditerranée, ad esempio, è stata creata un’immagine digitale del centro città che mappa contemporaneamente i flussi di traffico, la logistica dei lavori, la qualità dell’aria e il consumo energetico. Le conoscenze acquisite confluiscono direttamente nella pianificazione delle strutture di quartiere, degli spazi verdi e degli assi di mobilità.

Naturalmente, anche a Marsiglia non tutto fila liscio. Problemi di interfaccia, lacune nei dati e una certa propensione „francese“ all’improvvisazione fanno sì che la visione digitale si trasformi spesso in una soluzione pragmatica da armeggiare. Ma la mentalità è quella giusta: La digitalizzazione non è vista come un fine in sé, ma come uno strumento per risolvere specifiche sfide urbane. Mentre a Berlino e Zurigo si discute ancora di protezione dei dati e di responsabilità, a Marsiglia i quartieri vengono già ottimizzati in tempo reale.

L’intelligenza artificiale viene utilizzata nella pianificazione dei trasporti, nella gestione delle reti di distribuzione e, sempre più spesso, nelle ristrutturazioni ad alta efficienza energetica. La simulazione di eventi alluvionali, microclimi e modelli di movimento sociale fa da tempo parte della vita quotidiana. Questo dimostra che i gemelli digitali non sono solo un’illazione, ma uno strumento per città più resilienti e adattive. Chiunque si lasci sfuggire l’occasione sta pianificando in anticipo rispetto alla realtà.

Il discorso internazionale guarda con interesse a Marsiglia. La città dimostra che la digitalizzazione non è una panacea, ma offre enormi opportunità, se abbinata a coraggio, pragmatismo e un pizzico di anarchia. Per gli urbanisti, gli ingegneri e gli architetti, questo significa che se si vuole capire Marsiglia, bisogna vedere la città digitale come un processo aperto, non come un prodotto finito.

Sostenibilità e integrazione sociale: l’architettura come motore del cambiamento

Più di ogni altra città, Marsiglia rappresenta la simultaneità delle sfide ecologiche e sociali. Le conseguenze del cambiamento climatico stanno colpendo con forza la metropoli del sud della Francia: Isole di calore, scarsità d’acqua, inondazioni e un drammatico declino della biodiversità sono all’ordine del giorno. Allo stesso tempo, Marsiglia è un punto focale di disuguaglianza sociale, tensioni politiche e diversità culturale. L’architettura e l’urbanistica stanno rispondendo a questa situazione non con correzioni cosmetiche, ma con approcci radicali.

La conversione del vecchio porto in una zona chiusa alle auto, la rinaturalizzazione di ex siti industriali e la costante rinverdimento dei quartieri sono solo i segni visibili di una nuova strategia di sostenibilità. Alla base c’è una concezione globale della resilienza: non si tratta solo di adattamento al clima, ma anche di partecipazione sociale, inclusione economica e identità culturale. Progetti come la Cité de la Cosmétique o la ristrutturazione della Fonderie Belle de Mai combinano metodi di costruzione sostenibili con infrastrutture sociali e fungono da modello per altre città.

In termini di tecnologia, Marsiglia si sta concentrando sull’economia circolare urbana, sui sistemi energetici innovativi e sull’integrazione di soluzioni smart city negli edifici esistenti. La città sta sperimentando facciate verdi, gestione dell’acqua piovana e superfici attive dal punto di vista solare. Allo stesso tempo, la ridensificazione è vista come un’opportunità piuttosto che come una minaccia: Nuove forme abitative, piani flessibili e concetti di utilizzo ibridi mirano a contrastare la carenza di alloggi, senza sfollare la popolazione esistente.

Le sfide sono enormi: il patrimonio edilizio esistente è fatiscente, le finanze pubbliche sono in affanno e l’amministrazione è spesso sovraccarica. Ma è proprio in questa situazione mista che emergono soluzioni creative. Gli architetti e i pianificatori devono combinare competenze tecniche ed empatia sociale. Chiunque lavori a Marsiglia deve essere in grado di parlare la lingua degli algoritmi e quella dei residenti. Qui la sostenibilità non è un timbro, ma una lotta quotidiana per l’equilibrio.

Un confronto con la Germania, l’Austria e la Svizzera è sorprendente: Mentre lì la sostenibilità è spesso vista come un obbligo normativo, a Marsiglia è una strategia di sopravvivenza. La città non ha scelta: deve costantemente reinventarsi. Ed è proprio questo che la rende un modello di resilienza urbana nel XXI secolo.

Dibattiti, visioni e ruolo degli esperti: cosa resta di Marsiglia?

Marsiglia non è solo una città, ma un campo di sperimentazione urbana che sfida e ispira gli esperti. Qui le visioni urbane non vengono progettate sul tavolo da disegno, ma testate nella vita di tutti i giorni, con tutti i suoi insuccessi e successi. Il dibattito sulla gentrificazione, la partecipazione e l’identità è onnipresente. Le proteste dei cittadini, le dispute politiche e gli interventi artistici fanno parte della pianificazione quotidiana. Se si vuole plasmare la città, bisogna essere pronti a sopportare l’opposizione e a scendere a compromessi.

Gli esperti hanno sentimenti contrastanti su Marsiglia. Alcuni vedono la città come un modello di urbanità aperta e adattabile; altri mettono in guardia dagli sconvolgimenti sociali e dal pericolo che la digitalizzazione e l’architettura diventino strumenti di spostamento. Ciò che resta è la consapevolezza che la pianificazione urbana è oggi più che mai un atto politico. La scelta degli strumenti – che si tratti di BIM, di gemelli digitali o di un classico laboratorio per i cittadini – determinerà chi beneficerà dei cambiamenti e chi invece ne uscirà svantaggiato.

Le idee visionarie non mancano. Dalla densificazione galleggiante nel Porto Vecchio alla gestione digitale di interi quartieri, Marsiglia sta osando fare ciò che altre città possono solo sognare. La scena architettonica internazionale sta raccogliendo queste idee, adattandole e raggiungendo i propri limiti nel processo. Questo perché la trasferibilità delle soluzioni marsigliesi rimane dubbia: non tutte le città possono tollerare tanto dinamismo, non tutte le società tanta sperimentazione.

Per gli attori professionisti, questo significa che chi vuole stare al passo con Marsiglia ha bisogno di qualcosa di più della semplice competenza tecnica. Le competenze di processo, le capacità comunicative e la disponibilità a fare domande scomode stanno diventando sempre più importanti. La classica divisione tra pianificazione e gestione, tra architettura e scienze sociali, sta diventando sempre più obsoleta. Marsiglia lo dimostra: La città del futuro viene creata attraverso il dialogo – tra discipline, generazioni e ambienti di vita.

Marsiglia è da tempo un punto fermo nel discorso globale. La città fornisce argomenti a favore di un’urbanità audace, aperta e resiliente – e allo stesso tempo provoca contraddizioni. Chiunque si confronti con essa non solo conoscerà Marsiglia, ma anche il futuro della città stessa.

Conclusione: Marsiglia come modello per un nuovo pensiero urbano

Marsiglia non è una città perfetta, né vuole esserlo. È contraddittoria, rumorosa, caotica – e proprio per questo è un modello per un futuro urbano che punta sul cambiamento, sull’innovazione e sulla resilienza. La città dimostra che lo sviluppo sostenibile, la trasformazione digitale e l’integrazione sociale non devono essere necessariamente opposti, ma sono reciprocamente dipendenti. Per architetti, urbanisti e ingegneri, Marsiglia è una lezione sul potere della sperimentazione, sulla necessità di comunicare e sul coraggio di rischiare. Chiunque voglia capire il futuro della città non può ignorare Marsiglia – e deve essere pronto a diffidare delle proprie certezze. Dopo tutto, la vera innovazione nasce laddove il piano fallisce di fronte alla realtà e dagli errori nascono nuove strade. Benvenuti nella città che non è mai finita.

Ingannevolmente reale – piastrelle in ceramica di alta qualità con aspetto legno

Casa-mia

Piastrelle o legno? Oggi esistono diverse varianti che combinano l’aspetto naturale del legno con le proprietà pratiche delle piastrelle. Sulla base di una ricerca sui materiali e di un’analisi delle tendenze dell’interior design, l’azienda italiana Ceramiche Refin ha progettato una gamma di gres porcellanato effetto legno. Non vede il materiale come un’imitazione del legno, ma come un ulteriore sviluppo.

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Documentazione fotografica di 100 monumenti a rischio di guerra in Ucraina

Casa-mia
Il progetto collaborativo “Documentazione di edifici a rischio di guerra in Ucraina – DUCH” del Centro tedesco di documentazione per la storia dell’arte - Archivio fotografico Foto Marburg e del TIB - Centro di informazione Leibniz per la tecnologia e le scienze naturali di Hannover, ha l’obiettivo di documentare fotograficamente e di catalogare scientificamente gli edifici a rischio e di valore culturale in alcune regioni selezionate dell’Ucraina. Foto: © Archivio fotografico Foto Marburg / Oleg Kutskiy (2022)
Il Centro di documentazione per la storia dell’arte – Archivio fotografico Foto Marburg e il TIB – Centro di informazione Leibniz per la tecnica e le scienze naturali di Hannover hanno l’obiettivo di documentare fotograficamente e di catalogare scientificamente gli edifici a rischio e di valore culturale in alcune regioni dell’Ucraina. Foto: © Archivio fotografico Foto Marburg / Oleg Kutskiy (2022)

Un progetto collaborativo intitolato “Documentazione degli edifici a rischio di guerra in Ucraina – DUCH” del Centro tedesco di documentazione per la storia dell’arte – Archivio fotografico Foto Marburg e del TIB – Centro di informazione Leibniz per la tecnologia e le scienze naturali di Hannover. Grazie al sostegno finanziario del programma di finanziamento «UKRAINE» della Fondazione Ernst von Siemens per l’arte e della Fondazione HERMANN REEMTSMA, il progetto DUCH può proseguire

La guerra in Ucraina non solo mette a rischio la vita delle persone, ma compromette anche il patrimonio culturale della nazione. L’aggressione russa si concentra sulla distruzione delle infrastrutture civili e, di conseguenza, anche dei beni culturali in tutto il Paese. Le regioni più colpite sono quelle vicine alla linea del fronte: alcune città e villaggi sono già stati rasi al suolo, poiché le armi da guerra impiegate dai russi prendono di mira in egual misura edifici pubblici, abitazioni, edifici sacri, nonché strutture industriali e commerciali. Alla luce di questa situazione, l’importanza della documentazione del patrimonio culturale diventa ancora più rilevante e urgente.

Il progetto collaborativo «Documentazione degli edifici minacciati dalla guerra in Ucraina – DUCH»

Il progetto collaborativo «Documentazione degli edifici minacciati dalla guerra in Ucraina – DUCH» del Centro tedesco di documentazione per la storia dell’arte – Archivio fotografico Foto Marburg e del TIB – Centro di informazione Leibniz per la tecnica e le scienze naturali di Hannover si pone l’obiettivo di documentare fotograficamente gli edifici a rischio e di rilevanza culturale in regioni selezionate dell’Ucraina e di renderli accessibili tramite dati descrittivi scientifici. Sulla base delle immagini e dei dati di catalogazione verrà realizzata un’infrastruttura digitale sostenibile, che in futuro potrà essere integrata anche con iniziative civiche in Ucraina. Nella prima fase del progetto, otto fotografi e fotografe attivi in Ucraina hanno realizzato oltre 1200 scatti di circa 100 edifici. La catalogazione scientifica si basa sul lavoro di storici dell’arte qualificati sia in Ucraina che in Germania.

Sostegno finanziario al progetto DUCH: linea di finanziamento «UKRAINE» della Fondazione Ernst von Siemens per l’Arte e della Fondazione HERMANN REEMTSMA

Grazie al sostegno finanziario della linea di finanziamento «UKRAINE» della Fondazione Ernst von Siemens per le Arti e della Fondazione HERMANN REEMTSMA, il progetto DUCH potrà proseguire per due mesi a partire dall’estate del 2023. La documentazione degli edifici a rischio in Ucraina consente alle società a livello internazionale di informarsi sull’architettura ucraina, di studiarla e di partecipare attivamente alle future misure di ricostruzione di ciò che oggi viene distrutto. Per motivi di sicurezza, il materiale fotografico raccolto nell’ambito del progetto non sarà reso accessibile al grande pubblico fino alla fine della guerra.