Il grande giardino paesaggistico: fondamenti, storia e importanza

Casa-mia
Un complesso di giardini e parchi progettato sul tema del “grande giardino paesaggistico”
Strada con aiuole fiorite lungo un muro di cemento: un esempio di rinverdimento urbano. Foto: rumanamin/Unsplash

Chi entra in un grande giardino paesaggistico vive la natura come un’opera d’arte: ampi prati che sfociano dolcemente in gruppi di alberi, sentieri sinuosi che guidano lo sguardo verso nuove prospettive, specchi d’acqua che riflettono il cielo e assi visivi che si estendono su colline e valli. Il grande giardino paesaggistico è una delle invenzioni più significative dell’arte dei giardini europei, una filosofia progettuale che, a partire dal XVIII secolo, ha ridefinito in modo radicale il rapporto tra uomo, natura e spazio e che continua a influenzare la progettazione degli spazi aperti ancora oggi.

  • Cosa definisce un grande giardino paesaggistico e in che modo si distingue dagli altri tipi di giardino
  • Come è nato storicamente il giardino paesaggistico e quali correnti intellettuali lo hanno plasmato
  • Quali principi progettuali e strumenti di progettazione sono alla base del giardino paesaggistico
  • Quali sono gli utilizzi delle piante e le tecniche di vegetazione caratteristiche dei giardini paesaggistici su larga scala
  • Come vengono organizzati la cura, la manutenzione e la conservazione dei monumenti nei complessi storici
  • Qual è l’importanza del giardino paesaggistico per l’odierno sviluppo urbano e la pianificazione degli spazi aperti
  • Quali sono i malintesi e gli errori più frequenti nella progettazione e nella cura
  • Come viene rivalutato il grande giardino paesaggistico nel contesto dell’adattamento climatico e della biodiversità

Definizione e classificazione: che cos’è un grande giardino paesaggistico?

Il grande giardino paesaggistico, noto nei paesi anglofoni come «landscape garden» o “English landscape garden”, è un tipo di spazio aperto che rinuncia consapevolmente alla progettazione formale e geometrica dei giardini barocchi e rinascimentali e prende invece come base progettuale un paesaggio naturale idealizzato. Si caratterizza per sentieri e sponde sinuosi, specchi d’acqua dalla forma libera, gruppi di alberi e arbusti disposti in modo irregolare, ampi prati e una sequenza di impressioni spaziali accuratamente orchestrata. Il termine «grande» non si riferisce solo all’estensione della superficie, che spesso comprende effettivamente da diverse centinaia a oltre mille ettari, ma anche all’ambizione concettuale: il giardino come immagine di un paesaggio completo e armonioso in sé.

Il grande giardino paesaggistico si distingue fondamentalmente dal giardino barocco del castello per la sua logica progettuale. Mentre il giardino barocco domina e ordina la natura attraverso la simmetria, gli assi, i parterre e le topiarie (la potatura delle piante in forme geometriche), il giardino paesaggistico simula il casuale, il naturale, il pittoresco. Questa simulazione, tuttavia, non è affatto casuale: si basa su precise scelte progettuali, sull’uso mirato della topografia, della vegetazione, dell’acqua e dell’architettura, al fine di creare determinate atmosfere, relazioni visive ed esperienze spaziali. Il giardino paesaggistico è, in questo senso, una forma d’arte altamente raffinata che nasconde i propri mezzi espressivi.

Dal punto di vista tipologico, il grande giardino paesaggistico si distingue dai giardini domestici più piccoli in stile paesaggistico, dai parchi popolari del XIX secolo e dai moderni parchi cittadini, anche se tutti questi tipi ne derivano o ne sono stati influenzati. La differenza fondamentale risiede nella scala e nell’intenzione: il grande giardino paesaggistico è un’opera d’arte totale che reinventa un paesaggio completo, mentre il parco urbano del XIX secolo serviva principalmente a scopi sociali e igienici e il giardino privato in stile paesaggistico ne riprende solo alcuni elementi formali.

Origini storiche: l’Inghilterra, l’Illuminismo e la critica al barocco

Le radici del grande giardino paesaggistico affondano nell’Inghilterra dell’inizio del XVIII secolo, dove una combinazione di correnti filosofiche, letterarie e politiche diede vita a una nuova estetica della natura. L’Illuminismo, con la sua fiducia nella ragione e nell’osservazione della natura, era in un rapporto di tensione produttiva con il contemporaneo desiderio di sublime e pittoresco, ovvero di paesaggi che suscitassero brivido, vastità e irregolarità. Poeti come Alexander Pope, filosofi come Anthony Ashley Cooper, terzo conte di Shaftesbury, e pittori come Claude Lorrain e Nicolas Poussin, i cui dipinti paesaggistici fungevano da modelli diretti, plasmarono il programma estetico del nuovo stile di giardino.

Sono considerati opere chiave dei primi tempi i giardini di Stowe (Buckinghamshire), Stourhead (Wiltshire) e Rousham (Oxfordshire). A Stowe lavorarono in successione Charles Bridgeman, William Kent e infine Lancelot «Capability» Brown, che sarebbe diventato il più influente progettista di giardini del XVIII secolo. Brown ricevette il soprannome di «Capability» dalla sua abitudine di attribuire ai terreni delle «potenzialità» (capabilities) per migliorarli. Il suo stile, caratterizzato da laghi sinuosi, prati dolcemente ondulati, gruppi di alberi e fasce boschive ai margini, divenne l’emblema del giardino paesaggistico inglese e influenzò centinaia di complessi in tutta la Gran Bretagna.

Parallelamente si sviluppò un dibattito teorico sul pittoresco (il «Pittoresco»), condotto soprattutto da William Gilpin, Uvedale Price e Richard Payne Knight. Questi autori criticavano lo stile di Brown definendolo troppo liscio e ordinato e invocavano un’estetica del giardino più ruvida, selvaggia e più vicina alla pittura. Questo dibattito è importante per comprendere il grande giardino paesaggistico, poiché dimostra che lo stile non era una dottrina univoca, ma un campo vivace di confronto estetico.

Lo stile del giardino paesaggistico giunse in Germania nella seconda metà del XVIII secolo, inizialmente attraverso resoconti di viaggio e pubblicazioni, poi grazie a incarichi diretti affidati a giardinieri inglesi e all’opera di progettisti locali come Friedrich Ludwig von Sckell, che realizzò il Giardino Inglese a Monaco di Baviera, e Peter Joseph Lenné, che ha plasmato in modo decisivo il paesaggio dei parchi di Potsdam attorno al Neuer Garten e al Parco di Sanssouci. Il principe Franz von Anhalt-Dessau realizzò con il Parco di Wörlitz il primo importante progetto di giardino paesaggistico sul suolo tedesco, che oggi fa parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO. In questi complessi tedeschi lo stile paesaggistico inglese si combina spesso con programmi educativi illuministici: templi, iscrizioni, monumenti ed edifici simbolici trasformano il giardino in un’opera d’arte totale percorribile, portatrice di un messaggio morale e politico.

Principi progettuali e strumenti compositivi del grande giardino paesaggistico

Il grande giardino paesaggistico si avvale di una serie di strumenti progettuali che, nella loro combinazione, generano la caratteristica esperienza spaziale. Lo strumento più importante è la messa in scena dei rapporti visivi: il percorso attraverso il giardino è una successione di immagini che il progettista ha composto consapevolmente. Gli assi visivi si aprono su templi, ponti o specchi d’acqua; gruppi di alberi incorniciano le vedute e nascondono gli sguardi indesiderati; colline e avvallamenti creano momenti di sorpresa quando, dopo una salita, si apre improvvisamente un’ampia vista.

L’acqua svolge un ruolo centrale. Laghi e stagni naturali o artificiali con rive irregolari e sinuose sono un tratto distintivo di questo stile. Capability Brown era famoso per trasformare i fiumi, tramite arginamenti, in laghi estesi che davano l’impressione di specchi d’acqua naturali. Il riflesso del cielo e della vegetazione circostante sulla superficie dell’acqua accentua notevolmente l’effetto di profondità dello spazio. Ponti, isole e piantagioni lungo le rive completano lo specchio d’acqua come elementi progettuali.

La vegetazione non viene concepita come singola pianta, bensì come massa e volume. Gli alberi solitari, ovvero alberi isolati di particolare forma o dimensione, creano punti di interesse nel prato. Gruppi di arbusti di diverse dimensioni e composizione strutturano lo spazio e creano una stratificazione tra primo piano, piano intermedio e sfondo, che ricorda la pittura paesaggistica. Fasce di arbusti ai margini del giardino delimitano il complesso verso l’esterno e danno l’impressione di un mondo a sé stante. Il prato stesso, denominato nell’originale inglese «lawn», non è uno spazio residuale, bensì un elemento progettuale: collega i gruppi di alberi, guida lo sguardo e conferisce al giardino la sua ampiezza.

Elementi architettonici decorativi, ovvero templi, grotte, rovine, ponti, obelischi e costruzioni simili, completano il quadro. Non si tratta di edifici funzionali, ma di portatori di significato: rimandano a modelli antichi, a temi letterari o alla visione del mondo del committente. La rovina, sia essa autentica o creata artificialmente, è un elemento particolarmente caratteristico, poiché simboleggia la caducità e la supremazia della natura sull’opera dell’uomo, tema centrale dell’estetica illuminista.

L’uso delle piante e la tecnologia della vegetazione nel giardino paesaggistico

L’uso delle piante nei grandi giardini paesaggistici segue principi diversi rispetto a quelli dei giardini formali. Non è la singola pianta con le sue peculiarità botaniche a essere in primo piano, bensì l’effetto della massa vegetale nello spazio. Per le piantagioni arboree sono state e vengono utilizzate prevalentemente specie arboree autoctone; in Europa centrale quindi quercia, faggio, carpino, tiglio, frassino, acero e ontano, integrate da specie introdotte come il platano, l’ippocastano e varie conifere, diffuse nei giardini paesaggistici europei fin dal XVIII secolo.

La realizzazione di piantagioni arboree in stile giardino paesaggistico richiede una visione a lungo termine. Un albero piantato oggi come esemplare solitario svilupperà il suo pieno effetto spaziale solo dopo decenni. Si dice che Capability Brown abbia affermato di lavorare per i posteri, non per il presente. Questa dimensione temporale costituisce una differenza fondamentale rispetto all’architettura: il giardino paesaggistico non è mai completato, ma muta continuamente a causa della crescita, dell’invecchiamento e della scomparsa delle piante arboree. La cura e la manutenzione professionali devono guidare questo processo senza distruggere l’idea progettuale originaria.

I prati dei giardini paesaggistici storici venivano originariamente curati tramite il pascolo di pecore e bovini, il che rappresentava al contempo un utilizzo ecologicamente prezioso. Con l’invenzione del tosaerba nel XIX secolo e la crescente meccanizzazione della cura, le pratiche di manutenzione sono cambiate radicalmente. Oggi i responsabili della manutenzione si trovano di fronte al dilemma di come trovare un equilibrio tra la conservazione del carattere storico, le esigenze legate all’utilizzo da parte dei visitatori e gli obiettivi di promozione della biodiversità. La cura estensiva dei prati con tagli sporadici, la creazione di strisce fiorite e la promozione del legno vecchio nei gruppi arborei sono strategie che trovano sempre più spazio nei moderni concetti di gestione dei giardini paesaggistici storici.

L’introduzione di arbusti esotici, in particolare di specie di rododendri e conifere provenienti dal Nord America e dall’Asia orientale, ha rappresentato nel XIX secolo un’importante ampliamento del repertorio vegetale. Molti giardini paesaggistici storici ospitano oggi importanti collezioni di queste specie, che nel frattempo hanno acquisito a loro volta un valore storico. Allo stesso tempo, il Rhododendron ponticum è diventato, nelle regioni di influenza atlantica della Gran Bretagna e dell’Irlanda, un problema invasivo che mette a rischio l’integrità ecologica dei complessi storici. Questa tensione tra autenticità storica e responsabilità ecologica è un tema centrale nell’attuale conservazione dei giardini paesaggistici.

Manutenzione, conservazione e modelli di gestione per i complessi storici

I giardini paesaggistici storici pongono esigenze particolari alla conservazione dei beni culturali, poiché il loro valore storico non risiede nella materia inerte, ma in una composizione viva e mutevole di vegetazione, topografia, acqua e architettura. La sfida consiste nel preservare lo spirito del progetto originario senza bloccare la crescita della vegetazione né trasformare il complesso in uno stato artificiale. I progetti di manutenzione per i giardini paesaggistici storici devono quindi basarsi su un’attenta analisi storica che valuti fonti quali progetti originali, dipinti, incisioni, resoconti di viaggio ed elenchi di piante.

In Germania, la conservazione dei giardini storici si è affermata come disciplina a sé stante, a cavallo tra architettura del paesaggio, conservazione dei monumenti e storia dei giardini. La Carta di Firenze, un documento adottato nel 1981 dal Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti (ICOMOS), definisce i principi per la conservazione dei giardini e dei parchi storici. Essa sottolinea che il giardino storico è un monumento vivente che richiede una cura continua e che gli interventi di restauro devono basarsi su fonti documentate.

Le attività pratiche di manutenzione nei giardini paesaggistici storici comprendono il controllo e la cura regolari del patrimonio arboreo, la messa in sicurezza e il restauro delle opere idrauliche e degli elementi ornamentali, la cura dei prati e dei sentieri, nonché la gestione dei flussi di visitatori. Quest’ultimo aspetto rappresenta un compito particolarmente complesso, soprattutto in complessi molto frequentati come il Giardino Inglese di Monaco di Baviera o il Parco di Sanssouci a Potsdam, dove occorre conciliare le esigenze di fruizione, la tutela dei monumenti e gli obiettivi ecologici. Il calpestio, la compattazione del suolo e il danneggiamento dell’apparato radicale degli alberi secolari da parte dei visitatori rappresentano pericoli reali, che possono essere mitigati attraverso la deviazione dei percorsi, la segnaletica e, se necessario, chiusure temporanee.

Significato per l’odierna pianificazione degli spazi aperti, l’adattamento climatico e la biodiversità

Il grande giardino paesaggistico non è una reliquia museale, ma un modello di riferimento che rimane di grande rilevanza per l’odierna progettazione degli spazi aperti e lo sviluppo urbano. I suoi principi fondamentali – il collegamento di spazi aperti in aree verdi contigue, l’utilizzo della topografia e dell’acqua come elementi di progettazione, la creazione di diversità spaziale attraverso l’alternanza di aree aperte e chiuse – si ritrovano in concetti moderni quali l’Anello Verde, l’«infrastruttura verde» e il «parco urbano del XXI secolo».

Nel contesto dell’adattamento ai cambiamenti climatici, questo tipo di giardino paesaggistico offre vantaggi specifici. Le estese aree boschive generano effetti rinfrescanti grazie all’evaporazione e all’ombreggiatura, sempre più richiesti nelle città surriscaldate. Ampie distese di prato e specchi d’acqua contribuiscono alla regolazione del bilancio idrico urbano, assorbendo l’acqua piovana, immagazzinandola temporaneamente e rilasciandola in modo ritardato. La topografia di molti giardini paesaggistici storici, con avvallamenti, depressioni e stagni, corrisponde nella sua struttura di base al principio della «città-spugna» (un concetto di pianificazione urbana sensibile all’acqua), oggi oggetto di discussione come risposta ai crescenti fenomeni di piogge intense.

Per la biodiversità, i giardini paesaggistici di ampia estensione, con i loro alberi secolari, i prati estesi, gli specchi d’acqua e i bordi boscosi, costituiscono habitat preziosi. Vecchie querce, faggi e tigli, con le loro cavità, fessure e rami secchi, offrono strutture di habitat per pipistrelli, picchi, coleotteri e numerose altre specie che difficilmente trovano spazio nei paesaggi urbani intensamente sfruttati. La promozione del legno morto, la gestione estensiva dei prati e la creazione di fasce ripariali sono misure con cui i giardini paesaggistici storici possono essere valorizzati dal punto di vista ecologico senza perdere il loro carattere.

Allo stesso tempo, la pianificazione degli spazi aperti deve riflettere criticamente su ciò che il grande giardino paesaggistico è stato storicamente: uno strumento di appropriazione del territorio e di segregazione sociale. Molti dei più importanti giardini paesaggistici inglesi sono sorti attraverso la recinzione e la riorganizzazione dei terreni comunali (Enclosures), che ha comportato lo spostamento dei villaggi e l’espropriazione dei contadini. Questa dimensione socio-storica è parte integrante della comprensione completa di questa tipologia, anche se non ne annulla il valore estetico ed ecologico.

Il grande giardino paesaggistico come modello progettuale duraturo

Il grande giardino paesaggistico ha dato vita a una filosofia progettuale che va ben oltre il suo contesto storico di origine. L’idea che lo spazio aperto non sia progettato attraverso la geometria, ma attraverso la riflessione sulle sequenze spaziali, i rapporti visivi, il movimento e l’atmosfera, è ancora oggi un principio fondamentale dell’architettura del paesaggio. Chi progetta un parco cittadino, un complesso verde o uno spazio aperto su larga scala lavora, consciamente o inconsciamente, con strumenti sviluppati nel XVIII secolo nei giardini paesaggistici inglesi.

Il punto di forza di questa tipologia risiede nella sua adattabilità. Il grande giardino paesaggistico può essere al tempo stesso spazio ricreativo, area protetta, cuscinetto climatico, patrimonio culturale e elemento di identificazione urbana. Esige dai suoi progettisti e curatori una visione a lungo termine, una comprensione dei processi ecologici e un giudizio estetico che vada oltre le tendenze a breve termine. Questa combinazione lo rende un campo di attività impegnativo, ma gratificante, per l’architettura del paesaggio.

I grandi complessi storici, da Stourhead a Wörlitz fino al Giardino Inglese di Monaco, non sono solo testimonianze di un’arte del giardino ormai passata, ma laboratori viventi in cui è possibile osservare come vegetazione, topografia, acqua e architettura interagiscano nel corso dei secoli. Chi percorre questi complessi con occhio esperto impara di più sulla progettazione degli spazi aperti che da molti libri di testo. Il grande giardino paesaggistico rimane ciò che è stato sin dalla sua nascita: un modello progettuale di straordinaria profondità e durata.

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE

Kolumba: il capolavoro di Zumthor tra rovina e modernità

Casa-mia
un-alto-edificio-con-molte-persone-che-circondano-il-quadro-EKYWr18AekY
Moderno grattacielo e vivace scena pedonale in città, fotografato da Daniel Uribarren

Il romanticismo delle rovine incontra la chiarezza del cemento: Kolumba, l’edificio museale di Peter Zumthor a Colonia, non è un oggetto architettonico qualunque, ma un manifesto tra passato e presente. Come riesce questo edificio a fondere archeologia e modernità, spiritualità e materialità, città e silenzio? E cosa ci insegna il capolavoro di Zumthor sull’architettura sostenibile, sui metodi digitali e sul futuro dell’edilizia nei Paesi di lingua tedesca?

  • Il Kolumba di Colonia è un esempio di combinazione radicale tra vecchio e nuovo, rovina e modernità.
  • L’approccio architettonico di Zumthor pone domande fondamentali sull’autenticità dell’edificio e vi risponde in modo sensibile ma ad alta intensità di materiali.
  • L’edificio stabilisce standard di costruzione sostenibile, uso delle risorse e trattamento rispettoso della sostanza storica.
  • Gli strumenti digitali e la pianificazione precisa erano centrali, ma nel Kolumba diventano una forza silenziosa, quasi invisibile.
  • L’esame delle rovine e della storia è di grande attualità in tempi di crisi climatica e di urbanizzazione.
  • Kolumba sfida l’immagine professionale dell’architetto: Chi sta progettando veramente qui: il progettista, l’edificio esistente o il materiale?
  • Il museo è una dichiarazione contro le tendenze superficiali e a favore dell’artigianato di precisione, e quindi una provocazione nell’era della rapida costruzione digitale.
  • Kolumba ispira un discorso internazionale sulla gestione degli edifici esistenti, sull’identità e sullo sviluppo urbano sostenibile.

Kolumba: dove rovine e modernità stringono un patto

Quando si entra nel Kolumba, si lascia la vita quotidiana di Colonia e si approda in un mondo diverso. L’edificio di Peter Zumthor sorge sulle rovine della chiesa di San Kolumba, distrutta durante la guerra, ma non lo fa in modo trionfale, bensì con timidezza. Non si tratta semplicemente di un edificio, ma di una negoziazione: tra memoria e reinvenzione, tra fragilità e massività. I frammenti delle rovine rimangono visibili, permeano le nuove pareti e diventano parte dell’esperienza museale. Non si tratta di un gesto nostalgico, ma di un commento architettonico radicale: il passato è sempre presente, ma mai completo.

In Germania, Austria e Svizzera esistono numerosi esempi di costruzione in strutture esistenti, ma quasi nessuno è così intransigente come Kolumba. Mentre altri edifici vengono spesso ristrutturati e „ricostruiti“, Zumthor adotta un approccio diverso: lascia le ferite aperte, le integra nel progetto e ne fa il leitmotiv. Il cemento grezzo a vista, la muratura Kolumba appositamente sviluppata, le pareti perforate: non si tratta di semplici espedienti formali. È la messa in scena di un dialogo che costringe i visitatori a confrontarsi con la storia, i materiali e lo spazio.

L’approccio architettonico di Kolumba è quindi tutt’altro che piacevole. È scomodo, impegnativo, ma anche profondamente rispettoso. Le rovine non sono trattate come un deficit, ma come una risorsa. Zumthor non è interessato agli effetti rapidi, ma al lungo termine, all’atmosfera e al valore del silenzio. Questo è quasi rivoluzionario in una cultura edilizia caratterizzata dall’efficienza e dalla pressione della digitalizzazione.

Allo stesso tempo, Kolumba è una dichiarazione sul ruolo dell’architetto nel XXI secolo. Qui non si celebra il grande progettista, ma il mediatore, il traduttore tra tempi e materiali. Chiunque visiti Kolumba lo capisce: L’architettura non è fare segni, ma creare spazi di risonanza. Il museo è quindi anche una critica silenziosa ma chiara all’immagine dell’architetto onnipotente e un appello all’umiltà e alla precisione.

Kolumba ha stabilito degli standard internazionali. È sinonimo di un nuovo approccio riflessivo agli edifici esistenti e della consapevolezza che la sostenibilità non è solo valori di isolamento e certificati. Si tratta di rispetto per ciò che è stato trovato, di integrazione della storia, di capacità di creare un nuovo significato dalle rovine. È una sfida, ma forse l’unica strada percorribile per un’architettura sostenibile.

Materiale, luce e atmosfera – la sostenibilità radicale di Zumthor

I visitatori di Kolumba percepiranno che la sostenibilità non è proclamata con un dito indice alzato. Piuttosto, è incorporata in ogni giunzione di materiali, in ogni progetto di illuminazione e in ogni zona di temperatura. La muratura sviluppata appositamente per il museo, il cemento a vista a grana fine, le attrezzature tecniche economiche: tutto questo è espressione di una profonda comprensione delle risorse e dei cicli di vita. Non si tratta di greenwashing, ma di coltivare un’etica architettonica che enfatizza la longevità, la riparabilità e la resilienza.

Il modo in cui Zumthor lavora con la luce è notevole. La luce del giorno filtra attraverso le pareti esterne perforate, cadendo delicatamente nelle sale espositive e creando un’atmosfera quasi sacra. Questo gioco di luci e ombre è molto più di una semplice messa in scena. Riduce il fabbisogno energetico, favorisce il clima interno e rende quasi superflua l’illuminazione artificiale durante il giorno. La sostenibilità diventa così un’esperienza sensuale e non una fastidiosa regolamentazione.

L’attrezzatura tecnica è volutamente minimalista. L’aria condizionata, la ventilazione e l’illuminazione seguono il principio „il più possibile, il meno possibile“. Non si tratta di una coincidenza, ma del risultato di un intenso lavoro di progettazione in cui le simulazioni e le misurazioni digitali hanno svolto un ruolo importante. Tuttavia, la tecnologia rimane invisibile e non domina l’ambiente, ma lo supporta silenziosamente sullo sfondo. È l’arte dell’omissione, un modello opposto all’odierna isteria da smart building.

Kolumba stabilisce degli standard anche nell’uso dei materiali da costruzione. Invece di utilizzare materiali esotici, Zumthor privilegia le risorse locali, le vie di trasporto brevi e l’artigianato di alto livello. Ogni pietra, ogni betoniera, ogni pannello di legno è stato selezionato con cura. Il risultato è un’atmosfera di calma e concentrazione, e un edificio che non è destinato a invecchiare, ma a maturare. Qui diventa chiaro cosa può essere l’edilizia sostenibile nel senso migliore del termine: non sacrificio, ma qualità e durata.

In un’epoca in cui la sostenibilità è spesso ridotta a certificati e gadget tecnici, Kolumba è un’eccezione benvenuta. L’edificio dimostra che la vera sostenibilità può essere tranquilla, non spettacolare e robusta, e che vive soprattutto di atteggiamento, cura e rispetto. Questo rende Kolumba non solo un modello, ma anche una sfida per il settore.

Precisione digitale, magia analogica – l’alta tecnologia al servizio della poesia

Chiunque pensi che Kolumba sia l’antitesi della digitalizzazione si sbaglia. Il lavoro di precisione di Zumthor non sarebbe stato possibile senza strumenti digitali. Dall’inventario delle rovine alla progettazione millimetrica delle murature e alla simulazione delle condizioni di luce e di clima: I metodi digitali sono stati parte integrante del processo di progettazione. Ma passano in secondo piano rispetto al risultato. La magia del Kolumba non è data da visualizzazioni spettacolari, ma dalla perfetta realizzazione in scala 1:1.

Proprio perché l’edificio esistente era così complesso e fragile, il rilievo e la modellazione digitale dovevano garantire la massima precisione. Il coordinamento tra archeologi, ingegneri civili, artigiani e progettisti sarebbe stato quasi inconcepibile senza interfacce digitali. Ma il trucco: la tecnologia digitale rimane il servo, non il padrone della costruzione. Fornisce dati, ma non una marea di immagini. Permette la qualità, ma non l’arbitrarietà. Kolumba è quindi anche una dichiarazione contro l’uso inflazionistico degli strumenti digitali, che spesso producono più apparenza che realtà.

In Germania, Austria e Svizzera, il rapporto con la digitalizzazione nel settore delle costruzioni è tradizionalmente ambivalente. Da un lato, vengono costantemente introdotti nuovi strumenti e piattaforme, ma dall’altro spesso manca il coraggio di applicarli radicalmente agli edifici esistenti. Kolumba mostra come si può fare: La precisione digitale diventa la base per la perfezione analogica. La tecnologia non viene esibita, ma integrata – un approccio che sta diventando sempre più importante nel discorso internazionale.

I metodi digitali svolgono un ruolo importante anche nella comunicazione con i clienti e il pubblico. Simulazioni, rendering e tour virtuali aiutano a comunicare decisioni complesse e a evitare fraintendimenti. Ma alla fine è il risultato costruito che conta, non l’immagine. Kolumba è il miglior argomento a favore di un’architettura che non si accontenta di rendering pornografici, ma consente di vivere esperienze reali.

L’uso degli strumenti digitali nel contesto di Kolumba è quindi esemplare per una nuova generazione di architetti che intendono la tecnologia come uno strumento e non come un fine in sé. Chi costruisce Kolumba non ha bisogno dell’ultimo software, ma del miglior team, della massima cura e di una consapevolezza incorruttibile della qualità. È faticoso, ma ovviamente non c’è alternativa.

Architettura come responsabilità culturale – Kolumba nel discorso internazionale

Kolumba non è un edificio isolato, ma un contributo a un discorso globale sul futuro dell’edilizia. In tempi di crisi climatica, scarsità di risorse e perdita di identità, si pone ovunque la domanda: come gestire gli edifici esistenti? Come creare qualcosa di nuovo senza distruggerlo? Come bilanciare storia, presente e futuro? Kolumba non offre risposte facili, ma fornisce indicazioni convincenti. L’integrazione di rovine e modernità, il gioco sensibile con i materiali, la riduzione all’essenziale: sono tutti temi che vengono discussi in concorsi internazionali, dibattiti specialistici e cattedre.

In Germania, Austria e Svizzera esiste una lunga tradizione di costruzioni su edifici esistenti. Ma Kolumba stabilisce un nuovo standard: l’attenzione non si concentra sull’eccessivo modellamento, ma sul pensare al futuro. Ciò richiede una nuova immagine di sé da parte degli architetti. Non sono più gli unici creatori, ma i moderatori di un processo in cui passato, presente e futuro parlano su un piano di parità.

Allo stesso tempo, Kolumba solleva domande sul ruolo del pubblico, degli utenti e della società urbana. Chi decide cosa conservare e cosa rinnovare? Come sono organizzati i processi di partecipazione? La risposta di Kolumba è l’apertura, l’accessibilità e l’invito al dialogo. Il museo non è una torre d’avorio, ma uno spazio di risonanza pubblica, aperto alla critica, all’appropriazione e alla trasformazione.

La risposta internazionale al Kolumba dimostra quanto siano rilevanti queste domande. Che si tratti del dibattito sulle ricostruzioni a Varsavia, della gestione del modernismo del dopoguerra a Vienna o della trasformazione dei siti industriali a Zurigo, il giusto equilibrio tra conservazione e rinnovamento è dibattuto ovunque. Kolumba fornisce argomenti a favore di un approccio riflessivo, sensibile e sostenibile al patrimonio architettonico.

Kolumba non è quindi solo un monumento architettonico, ma anche un laboratorio per il futuro dell’edilizia. Mostra come l’innovazione possa nascere da un esame della storia e come l’architettura possa adempiere alla sua responsabilità culturale creando spazi per la memoria, l’incontro e il cambiamento.

Un profilo professionale in evoluzione: ciò che Kolumba sta imponendo al settore

Kolumba è anche un’imposizione al settore. Se si vuole avere voce in capitolo, bisogna essere pronti a buttare a mare le vecchie certezze. Il designer come genio? Qui non funziona. La soluzione rapida del kit? Non con Zumthor. Kolumba richiede una nuova concezione della professione: architetti come progettisti di processi, esperti di materiali, moderatori tra passato e futuro. È scomodo, ma necessario, perché le sfide del cambiamento climatico, della scarsità di risorse e della frammentazione sociale non possono essere affrontate con soluzioni standard.

Allo stesso tempo, Kolumba richiede competenze tecniche di altissimo livello. L’edificio non sarebbe stato possibile senza la precisione digitale, la ricerca sui materiali e la collaborazione interdisciplinare. Chi progetta in edifici esistenti oggi deve essere in grado di fare di più che lavorare attraverso rendering e standard. Deve capire come le strutture portanti comunicano con le rovine, come la luce crea atmosfere, come i materiali invecchiano e come la tecnologia viene integrata come elemento di servizio.

Il dibattito intorno a Kolumba è molto controverso. Per alcuni l’approccio di Zumthor è elitario, troppo costoso e lento. Per altri, invece, è un manifesto contro la banalizzazione della cultura edilizia e un appello alla qualità, alla cura e alla responsabilità. Il fatto è che Kolumba non è un modello per le masse, ma un modello di comportamento. Dimostra che un’architettura sofisticata è possibile anche in tempi di pressione sui costi e di digitalizzazione, se si è disposti a investire in processi e qualità.

Il discorso internazionale prende Kolumba come esempio di una nuova generazione di architetti che non si accontenta di risposte rapide. La disponibilità a lavorare con l’incertezza, la complessità e le contraddizioni sta diventando una competenza fondamentale. Chi prende Kolumba sul serio deve riadattare la propria immagine professionale: meno ego, più squadra; meno gesto, più risonanza; meno tendenza alla moda, più sostanza.

Alla fine, Kolumba rimane una sfida – e una promessa. L’architettura del futuro non nascerà dal tavolo da disegno, ma dal dialogo. Tra vecchio e nuovo, tra tecnologia e atmosfera, tra città e tranquillità. Kolumba mostra come si può fare, se si ha il coraggio di farlo.

Conclusione: Kolumba come lezione per il futuro dell’edilizia

Kolumba è più di un semplice museo. È una dichiarazione a favore di un’architettura consapevole delle proprie responsabilità, nei confronti della storia, della città e delle generazioni future. L’edificio dimostra che l’innovazione non è in contrasto con la tradizione, ma nasce da essa. Chiunque visiti il Kolumba riconosce che il futuro dell’edilizia risiede nella gestione sensibile degli edifici esistenti, nell’integrazione di materiali, luce e tecnologia, e nel coraggio di rallentare e di essere precisi. In un’industria guidata dalla velocità, dai certificati e dalle promesse digitali, Kolumba crea un controcanto. Insegna che la sostenibilità inizia con l’atteggiamento, la qualità con la cura e l’innovazione con il rispetto per ciò che abbiamo. Forse questa è la lezione più importante per il futuro dell’architettura.

Le notizie in G+L 02/22

Casa-mia

Ogni mese, la caporedattrice Theresa Ramisch riassume in poche parole le notizie di pianificazione più importanti, più interessanti o più curiose:

Il progetto BIG Copenhill è il World Building of The Year: all’inizio di dicembre, il 14° World Architecture Festival (WAF) ha premiato il progetto di Bjarke Ingels and Co. nella categoria „Produzione, energia e riciclaggio“. Per saperne di più sul progetto, cliccate qui.

Nel quartiere berlinese di Hertzallee Nord le cose si stanno muovendo: sulla base del progetto urbanistico di Yellow Z & bgmr Landschaftsarchitekten, l’amministrazione del Senato di Berlino, la BVG e il Projekt Berlin Hertzallee GmbH hanno concordato di sviluppare il sito di 150.000 metri quadrati in un campus urbano. Drees & Sommer è responsabile della gestione del progetto. Ulteriori informazioni sul nuovo progetto berlinese sono disponibili qui.

Premio tedesco per la sostenibilità Architettura 2022: il progetto „Einfach Bauen“ a Bad Aibling, in Baviera, si è aggiudicato il Premio tedesco per la sostenibilità Architettura 2022. Qui trovate tutte le informazioni sul progetto.

Neu-Hohenschönhausen – concorso di pianificazione urbana a Berlino: Insieme, i due studi austriaci superwien urbanism (Vienna) e studio boden Landscape Architecture + Urban Design (Graz) sono stati in grado di impressionare nella procedura di concorso. Qui potete trovare tutte le informazioni sul progetto di 6,5 ettari.

Inverdimento dei tetti 2020: nel rapporto di mercato BuGG, il Bundesverband Gebäudegrün e.V. fornisce una panoramica dei dati più importanti sull’inverdimento di tetti, facciate e interni in Germania. Cosa si stima? Quanti metri quadrati di tetti verdi saranno aggiunti nel 2020? Scopritelo qui.

Rinvio della LGS 2023 Bad Gandersheim: in una riunione straordinaria tenutasi all’inizio di dicembre, il consiglio di vigilanza della Landesgartenschau Bad Gandersheim gGmbH ha avvertito che, a causa della pandemia di coronavirus, non era più possibile pianificare seriamente la realizzazione della Mostra del Giardino di Stato a Bad Gandersheim il prossimo anno. Maggiori informazioni qui.

Protesta a Berlino: il nuovo accordo di coalizione di Berlino sta creando scompiglio a Berlino. In diversi comunicati stampa, l’Ordine degli Architetti di Berlino ha richiamato l’attenzione su diverse rimostranze. Riassumiamo qui le varie richieste del mondo dell’architettura berlinese.

Pianificazione urbana ai confini del pianeta – cosa significa calcolare in CO₂

Casa-mia
vista aerea di una città attraverso la quale scorre un'influenza-P2d8SKdbjEE
Vista aerea di un paesaggio urbano e sostenibile in Svizzera, fotografato da Carrie Borden.

Pianificazione urbana ai limiti del pianeta – sembra un paradosso: come si fa a pianificare la crescita quando i limiti del pianeta sono stati superati da tempo? La risposta: chi progetta città oggi deve calcolare la CO₂. Non come una fastidiosa nota a piè di pagina, ma come un paradigma centrale. Benvenuti in un’era in cui l’impronta ecologica non è più solo misurata, ma anche pianificata – e in cui la città di domani deve essere misurata rispetto ai confini planetari di oggi.

  • Introduzione al concetto di confini planetari come fondamento della pianificazione urbana sostenibile
  • Perché i bilanci di CO₂ stanno diventando il nuovo punto di riferimento per lo sviluppo urbano
  • Metodi e strumenti per integrare i calcoli di CO₂ nel processo di pianificazione
  • Casi di studio e pionieri da Germania, Austria e Svizzera
  • Sfide: Disponibilità dei dati, cultura della pianificazione e controllo politico
  • Il cambio di paradigma: dalla pianificazione dell’uso del territorio alla pianificazione delle emissioni
  • Rischi e obiettivi contrastanti, ad esempio tra edilizia sociale e protezione del clima
  • Approcci innovativi: Bilanci di CO₂, strumenti digitali e pianificazione climatica partecipata
  • Ostacoli legali, tecnici e comunicativi sulla strada verso una città a basse emissioni
  • Prospettive: Come sta cambiando il ruolo degli urbanisti nell’era dei confini planetari

Confini planetari: Il nuovo quadro di riferimento per la pianificazione urbana

L’idea dei confini planetari ha cambiato radicalmente il dibattito sulla sostenibilità negli ultimi anni. Non sono più il progresso tecnologico o la crescita economica a dettare il ritmo, ma i limiti biofisici del nostro pianeta. Il termine stesso trae origine dalle ricerche dei ricercatori sulla resilienza di Stoccolma, guidati da Johan Rockström. Essi hanno definito nove guard rail planetari – dalla biodiversità, al consumo di acqua dolce, al cambiamento climatico – che, se superati, comportano rischi esistenziali per l’umanità. Per la pianificazione urbana, ciò significa che lo spazio, le infrastrutture e l’utilizzo devono essere progettati in modo da rispettare questi limiti e non spingerli al limite.

Il limite planetario del cambiamento climatico è particolarmente rilevante in Europa centrale, misurato soprattutto dalla concentrazione di gas serra, in particolare di anidride carbonica. Le città non sono innocenti: causano circa il 70% di tutte le emissioni di CO₂ legate all’energia a livello mondiale. Questo le rende punti nevralgici di problemi, ma anche di soluzioni. La sfida è chiara: se le emissioni globali devono essere ridotte drasticamente, le aree urbane sono il campo di battaglia decisivo. Chi continua a pianificare come se non ci fosse un domani, rischia che in realtà non ci sia.

Ma come si traduce questo concetto astratto nella pratica quotidiana della pianificazione? La risposta è: non solo bilanciando la CO₂, ma facendone la valuta chiave. Ogni designazione territoriale, ogni piano del traffico, ogni concetto di quartiere deve essere misurato in base al suo contributo al superamento – o al rispetto – dei limiti planetari. Sembra una scelta radicale, ma è coerente. Perché è finito il tempo in cui la protezione del clima era un optional. Oggi è il sistema operativo su cui devono girare tutti gli altri obiettivi di pianificazione.

Inoltre, i confini planetari non sono negoziabili. Non possono essere spostati con accordi politici o contabilità creative. Sono quello che sono: dei rigidi guardrail. Chi li ignora rischia di subire un contraccolpo non solo ecologico, ma anche legale ed economico. Infatti, l’accettazione sociale delle emissioni legate alla pianificazione sta diminuendo rapidamente e le cause legali per politica climatica contro le procedure di pianificazione sono da tempo una realtà.

Per gli urbanisti, questo significa un cambiamento fondamentale del loro ruolo. Non sono più solo progettisti di spazi urbani, ma gestori di rischi planetari. Devono imparare a lavorare con l’incertezza e la complessità e a pensare a scenari in cui le emissioni di CO₂ non sono il risultato, ma il punto di partenza. Chi non capisce questo non sta pianificando il futuro.

I bilanci di CO₂ come punto di riferimento – metodi, strumenti e sfide

Il bilanciamento delle emissioni di CO₂ nella pianificazione urbana non è più un’esigenza, ma un obbligo. Ma come funziona effettivamente? Prima di tutto, è necessario disporre di una solida base di dati. Le fonti più importanti: Piani regolatori, patrimonio edilizio, dati sulla mobilità, consumi energetici, ma anche informazioni socio-demografiche. Se si lavora con delle lacune, non si otterranno risultati affidabili. Il trucco consiste nel condensare questi dati eterogenei in un quadro coerente delle emissioni – per l’intero ciclo di vita della città, dalla pianificazione al funzionamento.

Esistono molti metodi diversi per il bilanciamento delle emissioni di CO₂. I più comuni sono le analisi del ciclo di vita (LCA), che includono non solo il funzionamento, ma anche la costruzione, la demolizione e il trasporto dei materiali. Per gli edifici, esistono standard consolidati come la DIN EN 15978 o la valutazione del ciclo di vita secondo la DGNB. È più difficile per i quartieri o addirittura per interi distretti, perché la situazione dei dati è spesso frammentata. Tuttavia, sono disponibili i primi strumenti, come quello della città di Zurigo per la valutazione del clima o quello dell’Istituto tedesco per gli affari urbani „Stadtraum-CO₂-Bilanz“.

Vale la pena notare che le impronte di carbonio vengono ora utilizzate anche a livello di piani di sviluppo o piani quadro. Città come Monaco di Baviera e Amburgo verificano costantemente l’impatto sulle emissioni dei nuovi quartieri e chiedono miglioramenti se il bilancio è troppo negativo. Non vengono presi in considerazione solo l’isolamento degli edifici e le fonti energetiche, ma anche i concetti di mobilità, la progettazione degli spazi aperti e la scelta dei materiali. L’impronta di carbonio diventa così un vero e proprio strumento di gestione.

Naturalmente, ci sono delle sfide. In primo luogo, la disponibilità di dati: non tutti i comuni hanno accesso ai dati di consumo attuali, a quantità precise di materiali o a flussi di traffico realistici. Dall’altro lato, c’è la modellazione: se si calcola in modo troppo approssimativo, si perde l’effetto di controllo; se si pianifica in modo troppo dettagliato, ci si perde nello sforzo. A ciò si aggiungono le incertezze relative allo sviluppo del mix elettrico, al comportamento degli utenti o alla legislazione futura. In questo caso sono necessarie ipotesi pragmatiche ma affidabili e soprattutto onestà nella comunicazione.

Un’altra area problematica è rappresentata dalle cosiddette emissioni grigie, ossia le quantità di CO₂ generate durante la produzione, il trasporto e lo smantellamento dei materiali da costruzione. Spesso rappresentano più della metà del bilancio complessivo, ma sono spesso ignorate nei processi di pianificazione tradizionali. Chiunque pianifichi tenendo conto dei confini del pianeta deve quindi registrare e minimizzare sistematicamente anche queste emissioni, ad esempio attraverso l’edilizia circolare, il passaporto dei materiali o l’uso di materiali da costruzione riciclati. Sembra una questione tecnica, ma è politica: ogni tonnellata di CO₂ risparmiata è un contributo al rispetto dei confini planetari.

Dalla pianificazione dell’uso del territorio alla pianificazione delle emissioni: un cambio di paradigma e obiettivi contrastanti

Forse il più grande cambiamento innescato dall’integrazione delle impronte di carbonio nella pianificazione urbana è un cambio di paradigma: dalla tradizionale pianificazione dell’uso del territorio alla pianificazione delle emissioni. Il pensiero tradizionale in termini di lotti, usi e densità viene integrato – o addirittura sovrapposto – dalla domanda: quanta CO₂ può ancora essere emessa qui? La città sta diventando una sorta di bilancio delle emissioni, in cui ogni misura viene esaminata per il suo impatto sul clima.

In pratica, ciò significa che le nuove aree edificabili non vengono più valutate solo in base alla loro posizione, allo sviluppo e alle opportunità di mercato, ma anche in base al loro contributo alla riduzione di CO₂. Le ristrutturazioni e le ridensificazioni stanno diventando più interessanti perché causano meno emissioni rispetto ai nuovi insediamenti greenfield. I concetti di mobilità non sono più ottimizzati in base al numero di passeggeri o ai tempi di percorrenza, ma in base al loro impatto sulle emissioni di CO₂. Anche la progettazione degli spazi aperti – come la questione se togliere i sigilli a una piazza o creare uno spazio verde – sta assumendo una nuova rilevanza perché può vincolare o contribuire a evitare le emissioni.

Naturalmente, questo comporta obiettivi contrastanti. Un esempio classico: l’edilizia sociale contro la protezione del clima. Chi vuole costruire nel modo più economico possibile spesso opta per materiali e standard convenzionali, con conseguenti elevate emissioni di CO₂. Chi opta per gli standard delle case passive, le costruzioni in legno e i materiali sostenibili, invece, aumenta i costi di costruzione e rischia di incontrare ostacoli all’utilizzo. In questo caso sono necessarie soluzioni creative: ad esempio, programmi di finanziamento, bonus CO₂ o appalti innovativi che combinino entrambi gli obiettivi.

Un’altra area problematica è la pianificazione dei trasporti. Se si vogliono creare quartieri senza auto e con molti spazi verdi, bisogna anche tenere d’occhio il traffico dei pendolari. Se i residenti vengono relegati nella periferia della città, le emissioni aumentano a causa dei viaggi più lunghi. Al contrario, uno sviluppo denso e a uso misto in centro può ridurre le emissioni, se affiancato da opzioni di mobilità sostenibile. Il trucco sta nell’identificare apertamente gli obiettivi in conflitto e nel rendere trasparenti i compromessi.

È interessante che sempre più città lavorino con i cosiddetti bilanci di CO₂. Il principio: a ogni quartiere, a ogni progetto viene assegnata una quota di emissioni che non deve essere superata. Chi non la supera può „vendere“ i diritti di emissione; chi la supera deve compensare o apportare miglioramenti. Sembra uno scambio di emissioni – e in fondo lo è. I vantaggi: Le decisioni di pianificazione diventano misurabili, confrontabili e controllabili. I rischi: Burocrazia, sforzi di calcolo e il rischio che i budget di CO₂ diventino foglie di fico. In questo caso è necessaria la trasparenza.

Strumenti digitali e pianificazione climatica partecipata – innovazioni per una città a basse emissioni

L’integrazione dei bilanci di CO₂ nella pianificazione urbana sarebbe impensabile senza strumenti digitali. Oggi i moderni software di pianificazione possono simulare in pochi minuti l’impronta di carbonio di un intero quartiere, adattandola a diversi scenari, metodi di costruzione o fonti energetiche. L’accoppiamento dei sistemi informativi geografici (GIS) con i dati sulle emissioni e le analisi del ciclo di vita è particolarmente interessante. In questo modo, i punti caldi delle emissioni in città non solo possono essere visualizzati, ma anche controllati in modo specifico.

Un esempio pratico: dal 2021 Vienna utilizza il monitoraggio digitale della CO₂ per tutte le nuove aree di sviluppo urbano. I progettisti possono esaminare diverse varianti di progetto e vedere in tempo reale come la scelta dei materiali, la densità edilizia o i concetti di mobilità influiscono sul bilancio delle emissioni. A Zurigo, è stato sviluppato un calcolatore di emissioni che consente di valutare il bilancio dell’intera città con la semplice pressione di un tasto, fornendo così impulsi di controllo politico. Anche città tedesche come Friburgo, Amburgo e Monaco di Baviera stanno realizzando progetti pilota per integrare il bilancio delle emissioni di CO₂ nella pianificazione territoriale urbana.

Tuttavia, gli strumenti digitali sono validi quanto le persone che li utilizzano. È qui che entra in gioco la pianificazione climatica partecipata. Sempre più città si affidano a piattaforme di dati aperti, dialoghi con i cittadini e processi di partecipazione digitale per rendere trasparente e comprensibile la pianificazione delle emissioni. I cittadini possono contribuire con i propri scenari, confrontare le emissioni e stabilire le priorità. Questo non solo aumenta l’accettazione, ma anche la qualità della pianificazione. Dopo tutto, nessuno conosce le fonti di emissione locali meglio della popolazione locale.

Sono innovativi anche i nuovi formati di partecipazione, come i consigli sul clima, i forum sul CO₂ e i laboratori digitali di quartiere. Qui si riuniscono pianificatori, politici, imprese e società civile e si sviluppano insieme soluzioni per rispettare i confini planetari. Si tratta di un processo spesso laborioso e pieno di conflitti, ma essenziale. Dopo tutto, la pianificazione delle emissioni ha una possibilità di essere attuata solo se è legittimata democraticamente.

Uno sguardo al futuro lo dimostra: Il ruolo dei pianificatori continuerà a cambiare. Diventeranno sempre più moderatori di complessi processi negoziali, traduttori tra tecnologia, politica e società. Chi lavora in questo ambito con strumenti digitali, competenze sui dati e capacità di comunicazione otterrà un vantaggio decisivo. E sia chiaro: la città a basse emissioni non è un sogno tecnocratico, ma una questione di atteggiamento, creatività e collaborazione.

Conclusione: la CO₂ come moneta di pianificazione – una nuova immagine di sé per la città del futuro

La pianificazione urbana entro i confini del pianeta non è un pio desiderio, ma una necessità. L’integrazione dei bilanci di CO₂ nel processo di pianificazione è più di un semplice passo tecnico: è un cambiamento di paradigma. Chi ancora oggi pianifica le aree senza tenere conto dei guard-rail planetari, agisce con negligenza. Le città di Germania, Austria e Svizzera sono chiamate a ripensare i loro strumenti di pianificazione, i loro processi e il loro atteggiamento. La pianificazione delle emissioni sta diventando il nuovo standard, la CO₂ la nuova valuta chiave dello sviluppo urbano.

Arrivarci non è facile. Ci sono obiettivi contrastanti, incertezze, ostacoli burocratici e resistenze culturali. Ma ci sono anche pionieri, innovazioni e una crescente accettazione sociale della necessità di un ripensamento radicale. Strumenti digitali, processi partecipativi e bilanci di CO₂ sono solo alcuni degli strumenti che possono essere utilizzati per tradurre i confini planetari nella pratica quotidiana della pianificazione. Il fattore decisivo è la volontà di comprendere il proprio ruolo in modo nuovo e il coraggio di abbandonare le routine obsolete.

La città di domani non sarà solo costruita, ma anche analizzata, simulata e negoziata democraticamente. Diventerà un laboratorio per la buona vita nelle condizioni di un pianeta finito. Se questa trasformazione avrà successo, le città diventeranno pioniere della protezione del clima e garanti di un futuro degno di essere vissuto. Chi calcola in CO₂ non pianifica meno, ma meglio. E forse, sì forse, questa è la più bella rivoluzione che la nostra disciplina abbia mai vissuto.

La lotta di Monaco contro i grattacieli

Casa-mia

Monaco di Baviera sta discutendo su quanto possano essere alti i nuovi edifici della città: più alti della Frauenkirche con le sue due torri alte 99 metri? Fonte: Pixabay

Il progetto di un grattacielo sta causando un conflitto a Monaco: Un’iniziativa guidata dal politico della CSU Robert Brannekämper sta raccogliendo firme da due anni per ottenere un referendum contro due torri alte 155 metri presso il palazzo delle poste. Tuttavia, non è stato ancora raggiunto alcun risultato.

L’investitore Ralf Büschl intende costruire due torri alte 155 metri presso la Parcel Post Hall di Monaco. Il progetto di Herzog de Meuron prevede la costruzione di nuovi grattacieli a Monaco, destinati a creare un nuovo quartiere urbano intorno all’attuale area industriale della Paketposthalle.

Tuttavia, l’iniziativa „Hochhaus Stop: München den Menschen, Hochhäuser begrenzen“ si oppone con forza a questo progetto edilizio. È preoccupata per le linee visive della città e per l’impatto sociale di uno sviluppo guidato dagli investitori.

La sala pacchi di Monaco di Baviera, costruita tra il 1965 e il 1969 dalla Deutsche Post, è un’ex sala binari dell’ufficio pacchi. È costituito da archi piatti a segmenti circolari che creano una sala prefabbricata in calcestruzzo autoportante. Con una luce di quasi 147 metri e un’altezza di 27 metri, la sala pacchi era la più grande del suo genere. È un edificio classificato dal 1996. Nel 2018 Deutsche Post ha venduto l’edificio e l’area di circa 100.000 metri quadrati al gruppo Büschl.

Attualmente, intorno al centro postale di Monaco-Neuhausen esiste un’area industriale e commerciale. Secondo i piani dell’investitore Ralf Büschl, la situazione è destinata a cambiare: Egli ha in programma di ristrutturare il capannone e di costruire accanto due grandi grattacieli di 155 metri di altezza ciascuno. Il relativo concorso è stato vinto dal gruppo di architettura svizzero Herzog & de Meuron.

L’ex centro di lavorazione dei pacchi diventerà un centro culturale e di intrattenimento di proprietà privata. Nei due grattacieli è previsto un totale di 1.100 appartamenti, metà dei quali saranno venduti o affittati a prezzi inferiori a quelli di mercato, secondo quanto dichiarato dal costruttore. Sono previsti anche uffici, punti vendita, strutture mediche e per l’infanzia e una birreria panoramica.

In considerazione della carenza di alloggi, la città di Monaco ha allentato la moratoria sugli edifici più alti del 2004 in alcune aree. Lo studio sui grattacieli del 2023 afferma che, a condizioni rigorose, potrebbero essere possibili edifici più alti. Tuttavia, è ancora difficile costruire grattacieli più alti di 80 metri. Questo perché le due torri della Frauenkirche, alte 99 metri, non dovrebbero essere più alte, se possibile, anche se alcuni edifici lo sono già.

Per saperne di più sullo studio sui grattacieli del 2023

Il progetto presso la Parcel Post Hall non si trova nel centro della città e difficilmente influenzerebbe la vista della Frauenkirche. Ciononostante, nel centro della città sono sorti dei conflitti. Da un lato, c’è la questione della ristrutturazione della sala, per la quale mancano ancora i fondi. L’investitore sta cercando soluzioni, come l’utilizzo della sala postale come sede provvisoria dell’Opera di Stato bavarese. Tuttavia, al momento questo si sta rivelando difficile.

Le proteste della popolazione sono rivolte contro la riqualificazione privata di un intero sito e contro ulteriori grattacieli a Monaco. L’iniziativa Hochhaus Stop, guidata dal politico della CSU Robert Brannekämper, chiede un referendum contro ulteriori grattacieli in città. L’iniziativa cita soprattutto argomenti estetici relativi alla linea „Monaco“, il paesaggio urbano con assi visivi. Le torri previste disturberebbero la vista dal Palazzo barocco di Nymphenburg al centro della città. L’iniziativa teme che l’approvazione delle torri, alte 155 metri, possa costituire un precedente che aprirebbe la strada ad altri edifici alti a Monaco. Con lo slogan „Wehret den Anfängen“ („Resistere agli inizi“) e con riferimento allo studio sui grattacieli, mostra come apparirebbe la città se venissero costruiti tutti i grattacieli possibili.

Poiché finora non sono state raccolte abbastanza firme per la petizione, l’iniziativa sta ampliando le sue argomentazioni. Ricorda l’elevato consumo di energia e di suolo dei grattacieli e la priorità di alloggi a prezzi accessibili con infrastrutture sufficienti.

Il dibattito a Monaco va quindi oltre il progetto edilizio di Herzog & de Meuron: i critici si chiedono se gli investitori privati possano riqualificare interi quartieri senza seguire le linee guida dello sviluppo urbano. Allo stesso tempo, Hochhaus Stop si chiede se gli edifici residenziali più alti aiutino a combattere la carenza di alloggi, oppure se minaccino l’essenza stessa della città e creino un centro finanziario e commerciale come quello di Francoforte sul Meno.

Anche in altre grandi città i grattacieli sono in subbuglio. A Parigi si è scatenato un vero e proprio putiferio quando nel 1973 è stata inaugurata la Tour Montparnasse, alta 210 metri. Da allora, sono stati vietati tutti i grattacieli all’interno del perimetro storico della città. A Londra, alcuni edifici dominano lo skyline e sono ampiamente disapprovati, mentre altri vengono fermati a causa delle linee di visuale fisse. A New York, i nuovi „supertalloni“ oscurano la vista di punti di riferimento ben noti come l’Empire State Building.

Monaco di Baviera è da tempo contraria ai grattacieli, motivo per cui il progetto di Herzog & de Meuron sta attualmente incontrando difficoltà. Sebbene le torri non siano eccessivamente alte, non sono ben accolte nella città bassa. Il loro destino è in bilico, mentre a Monaco si discute su quanto spazio di manovra ci sia e su quanto siano importanti le torri alte per una città moderna.

Dalle facciate high-tech all’isolamento in balle di paglia

Casa-mia

L'auditorium di Berna

Non si è parlato solo di fotovoltaico, come ci si potrebbe aspettare, ma i temi erano molto più ampi: l’evento è stato aperto da Stefan Winter, titolare di una cattedra in costruzioni in legno e progettazione di edifici presso l’Università Tecnica di Monaco, e anche la presentazione principale dell’architetto britannico Kevin P. Flanagan dello studio PLP Architecture era incentrata sulle costruzioni in legno. In collaborazione con l’Università di Cambridge, lo studio di Flanagan ha presentato uno studio per un grattacielo in legno alto 315 metri che, dopo ulteriori ricerche, sarà costruito a Londra.

In seguito, in ben 38 blocchi di conferenze, l’attenzione si è concentrata sull’involucro dell’edificio: dalla tecnologia fotovoltaica di base all’installazione degli elementi sulla facciata. Questo perché il loro design, spesso complesso, pone requisiti elevati in termini di materiali e lavorazione: le parole chiave sono state la colorazione dei moduli, le superfici speciali, le superfici a forma libera e le pellicole fotovoltaiche. Il fotovoltaico come ombreggiatura è stato altrettanto attuale dei materiali tessili per la generazione di energia, anche per gli edifici più grandi. Stefan Krause dell’Istituto per le strutture leggere di Chemnitz, ad esempio, ha presentato pannelli di facciata multistrato contenenti elementi fotovoltaici e isolanti. Iltema „Ventilazione naturale“ ha visto la partecipazione di 17 relatori: Qui le presentazioni hanno riguardato la costruzione in Paesi extraeuropei, in alcuni casi in zone tropicali, concentrandosi su argomenti come „Ventilazione in edifici molto semplici“, „Involucri edilizi con raffreddamento passivo“ e „Stabilizzazione del clima interno, ad esempio con l’aerogel“.

Sono stati presentati i nuovi sviluppi della tecnologia del vetro, ad esempio gli edifici trasparenti e le scale in vetro per Apple negli Stati Uniti e a Hong Kong. Il tema della sostenibilità è stato affrontato da diversi relatori, come i costi del ciclo di vita e la classica questione dell’efficienza energetica. Róbert Sztànyi dell’Università di Debrecen in Ungheria, ad esempio, ha criticato la mancanza di competenze da parte dell’industria edilizia europea.

Naturalmente, oltre alla spettacolare architettura di grattacieli con tecnologia fotovoltaica adeguatamente progettata, sono stati discussi anche compiti di costruzione quotidiani e „concreti“: ad esempio, nel blocco tematico „Facciate prefabbricate in legno per edifici urbani“, sotto la moderazione di Stefan Winter e Stefan Ott – entrambi dell’Università Tecnica di Monaco – sono stati presentati soprattutto progetti di ristrutturazione. Maximilian Schlehlein di Gumpp & Maier, produttore di elementi di facciata prefabbricati in legno, ha sottolineato i vantaggi di questi componenti TES (Timber Element System), che permettono di risparmiare sui costi grazie al loro assemblaggio in cantiere, che consente di risparmiare tempo e quindi costi. Come esempio di un nuovo edificio, ha citato l’Aktiv-Stadthaus di Francoforte sul Meno (architetti Hegger Hegger Schleiff), in cui sono stati utilizzati elementi TES altamente isolati con elementi fotovoltaici integrati, riducendo così al minimo i tempi di costruzione. Nell’ambito della ristrutturazione, ha potuto dimostrare che la scansione 3D del vecchio edificio, la progettazione costruttiva, compresa la protezione antincendio, la produzione CNC e l’elevato grado di prefabbricazione, compresa la tecnologia di ventilazione meccanica integrata e la tecnologia di installazione, consentono di costruire in modo economico e senza sprechi di tempo.

Manfred Starlinger, ims Ingenieurleistungen, ha presentato la tecnologia relativamente poco utilizzata dell‘energia solare termica in facciata con un riepilogo dopo dieci anni di funzionamento. Un edificio commerciale è stato dotato di elementi solari termici alternati a superfici diurne già nel 2006, che sono i componenti principali del sistema di riscaldamento del capannone. I periodi di maltempo sono ammortizzati da una pompa di calore. Un serbatoio di accumulo a stratificazione, insieme a una soletta in calcestruzzo attivata termicamente e all’utilizzo integrato dell’acqua di pozzo, fornisce il raffreddamento in estate. I collettori sono alimentati con acqua e aria. Dopo dieci anni di funzionamento, si è concluso che la facciata solare, con i suoi assorbitori alti sei metri e una superficie totale di 134 metri quadrati, genera più del 50% del calore durante l’anno. „Il consumo medio decennale di elettricità per le pompe di calore e di circolazione è inferiore a 15.000 kWh/a. In termini di superficie utile, ciò significa meno di 9,4 kWh/m2a. I costi di riscaldamento per l’edificio di 1.400 metri quadrati ammontano a 1.000 euro all’anno“, è stata la sua conclusione.

L’architetto Margareta Schwarz ha riferito dall’Alto Adige sullo stato dell‘isolamento con balle di paglia, mostrando l’intera gamma delle attuali tecnologie per le facciate a Berna. Con l’ausilio di numerose foto, ha presentato in dettaglio i suoi edifici sostenibili: „Costruzione semplice con paglia, legno, argilla e calce e nient’altro! L’architettura è versatile: le balle di paglia possono essere utilizzate anche come elementi portanti“, è stata la sua conclusione.

Una presentazione di prodotti ha concluso la conferenza Advanced Building Skins.

La prossima conferenza si terrà l’1-2 ottobre 2018 a Berna.

www.abs.green

Risultati del concorso a marzo 2021

Casa-mia

Articolo pubblicitario Articolo parallattico

Siete interessati agli ultimi risultati dei concorsi di architettura del paesaggio, ma non avete molto tempo per guardarli bene? Nella panoramica dei concorsi di G+L, Heike Vossen fornisce regolarmente informazioni sui concorsi più interessanti. Ecco i risultati dei concorsi di marzo 2021.

Tutte le immagini: © Franz Reschke Architettura del paesaggio

Il progetto di Sieg sviluppa l’area fieristica esistente in un „parco quadrato“ che può essere utilizzato in vari modi, mantenendo come grande potenziale sia la spaziosità che la possibilità di un programma quadrato variabile. Al centro viene creato uno spazio quadrato, strutturato da aree di attività. Gli autori hanno sviluppato i bordi verdi della piazza, ricavandoli in parte dall’area esistente, in aree aperte ed estese e hanno integrato il volume verde con ulteriori alberi. È stato creato uno spazio aperto resistente al clima, con alberi compatibili con il clima urbano e in grado di fornire ombra alle nuove aree di gioco e di riposo, nonché alle aree di ritenzione dell’acqua piovana. La nuova densità di verde ricorda anche il vivaio che si trovava lì. La vegetazione circostante rafforza il centro della piazza come spazio indipendente, mentre i parcheggi e le aree di circolazione necessari sono situati all’esterno. Ampi ingressi collegano la piazza con lo spazio urbano vicino, supportati da servizi come un caffè e una stazione mobile.

Tutte le immagini: © Greenbox

Con il „Bürgergärten Kevelaer“, il progetto vincitore stabilisce uno spazio aperto diversificato e rappresentativo per tutte le generazioni. La piazza, situata nel centro di pellegrinaggio di Kevelaer, deve diventare uno spazio urbano verde e multifunzionale che arricchisce il paesaggio urbano come punto di accoglienza e di collegamento. Diverse aree di utilizzo dividono lo spazio in una piazza urbana multifunzionale a sud e in un’area per giocare e prendere il sole come forum verde a nord. Il „viale dei cittadini“ collega le due aree contrastanti come un ampio asse viario, accompagnato da un filare di ciliegi ornamentali, alternato a piattaforme in legno come elementi di seduta utilizzabili individualmente. Il viale costituisce anche l’ampio piazzale del nuovo municipio. Come in un mosaico, tutte le altre aree di utilizzo e le strutture sono integrate in questa struttura di base ortogonale, che caratterizza chiaramente la piazza in termini spaziali.

La città di Monheim e i suoi abitanti dovrebbero essere di nuovo vicini al Reno: questo è l’obiettivo del progetto vincitore della commissione multipla. Il progetto separa il traffico lungo la passeggiata sul Reno e riduce il limite di velocità a 30 km/h. La nuova zona fluviale inizia con la scala aperta del nuovo molo, con gradini per camminare e sedersi. In quanto nuovo punto d’incontro, esso crea la scena per l’ingresso in città e, con le sue piattaforme di varie dimensioni, offre una varietà di luoghi di soggiorno e di viste sul Reno. Inoltre, gli autori hanno collocato sulla scala un solitario che forma l’identità, una scultura a forma di uovo sovradimensionata presa in prestito dalla fiaba. Due slarghi di forma quadrata segmentano la passeggiata lunga 500 metri come le cosiddette terrazze sulla riva. Verso la riva, blocchi di cemento di grande formato forniscono un accesso e un luogo dove soffermarsi in riva al mare. Altre due strutture a gradoni accentuano la passeggiata lungo il fiume, compresa la struttura di fronte alla Kulturraffinerie, che gli autori chiamano „Teatro del Reno“.

Tutte le immagini: © STUDIO-MRA

Per integrare il punto di riferimento di Stolberg, alto 80 metri, la cosiddetta ciminiera ZINCOLI, in un concetto di sviluppo urbano, la città ha invitato team di architetti, artisti e architetti del paesaggio a presentare un progetto comune. Il team vincitore ha integrato il punto di riferimento in una chiara struttura urbana con edifici dal design semplice. Un nastro verde di parco tiene insieme lo sviluppo puntiforme, con la ciminiera Zincoli al centro. Il nuovo quartiere si integra con gli edifici esistenti, mentre la disposizione libera consente viste e riferimenti visivi al sito e alla ciminiera. Lo spazio aperto lineare collega il nuovo quartiere; i punti d’incontro circolari, situati sia vicino alla ciminiera sia distribuiti nel parco, completano gli spazi esistenti. Solo piccoli interventi danno alla ciminiera una nuova interpretazione: quattro nuove finestre illuminano di notte ciascuno dei punti cardinali. All’interno, ulteriori spazi luminosi enfatizzano l’esperienza spaziale del camino.

Questi sono stati i risultati più importanti del concorso di marzo 2021. Qui potete trovare i risultati del concorso di febbraio.

Che cos’è una sequenza spaziale? Le stanze come sequenza drammaturgica

Casa-mia
piante verdi su recinzione in cemento bianco-8GU1bDusKUk
Piante verdi su una recinzione di cemento bianco in un contesto urbano, fotografate da Danist Soh

Sequenza spaziale. Un termine che spesso viene servito con grandeur accademica nei discorsi di architettura, ma che spesso cade miseramente nella realtà costruita tra corridoio, atrio e ripostiglio delle scope. Cosa c’è dietro a tutto questo quando si parla di drammaturgia spaziale? La sequenza spaziale è l’ultimo rifugio dei poeti dell’architettura o è stata a lungo uno strumento tangibile per strategie di progettazione a prova di futuro, sostenibili e guidate dal digitale? È tempo di sfatare i miti e di mostrare la sequenza spaziale per quello che è: la spina dorsale della buona architettura e l’interfaccia sottovalutata tra analogico e digitale.

  • La sequenza spaziale come sequenza drammaturgica determina il modo in cui gli utenti vivono l’architettura e come si muovono al suo interno.
  • Storicamente evolute, ma oggi di grande attualità: le sequenze spaziali sono la chiave per concetti edilizi sostenibili e flessibili.
  • Gli strumenti di pianificazione digitale e l’intelligenza artificiale stanno aprendo nuove strade per analizzare e simulare scenari d’uso e flussi di movimento.
  • Germania, Austria e Svizzera stanno sperimentando metodi innovativi, tra tradizione e trasformazione digitale.
  • La sostenibilità e l’efficienza energetica dipendono sempre più da un’organizzazione spaziale intelligente.
  • Gli architetti devono conoscere a fondo la psicologia della percezione, la logica costruttiva e la simulazione digitale.
  • Il dibattito sulle sequenze spaziali riflette la lotta per l’identità, la funzione e la sensualità nella corsa all’architettura globale.
  • Idee visionarie e posizioni controverse si scontrano: la sequenza spaziale è ancora arte o da tempo è un algoritmo?

Che cos’è in realtà una sequenza spaziale? Sulle definizioni, i fraintendimenti e la grande domanda sul „come“.

Chiunque nomini la parola „sequenza spaziale“ nei forum di architettura o nelle giurie dei concorsi riceve di solito un cenno di approvazione – e qualche sguardo scettico. Il termine suona come architettura e filosofia, Le Corbusier e John Soane, regia della luce e coreografia spaziale. Ma cosa significa in termini pratici? La sequenza spaziale descrive la successione deliberata di spazi collegati tra loro da transizioni, soglie, assi visivi, illuminazione e materialità. È la controparte spaziale della struttura drammaturgica di una narrazione: inizio, climax, culmine, risoluzione. Gli spazi non sono visti in modo isolato, ma come un percorso di esperienza, come un viaggio spaziale.

Sembra una torre d’avorio, ma è tutt’altro che teorica. Nei musei, nei teatri, negli edifici residenziali o nei complessi di uffici, le sequenze spaziali determinano se gli utenti riescono a orientarsi, se si sentono invitati o esclusi e se comprendono intuitivamente l’ambiente circostante. In passato, le sequenze spaziali erano spesso il risultato dell’artigianato e dell’intuizione architettonica. Oggi, nell’era della digitalizzazione e del dibattito sulla sostenibilità, sono uno strumento di progettazione fondamentale, che va ben oltre l’estetica.

Ma ci sono ancora molti malintesi. Molti confondono la sequenza degli ambienti con la semplice giustapposizione delle stanze, come se la sequenza dall’anticamera al corridoio al soggiorno fosse un pezzo di genio architettonico. In realtà, c’è molto di più: la messa in scena del movimento, il controllo delle viste e delle atmosfere, la sottile guida degli utenti attraverso le soglie, i cambiamenti di luce e la densificazione spaziale. Il corridoio come spazio di soglia, la scala come cesura spaziale, l’atrio come climax drammatico: sono questi i tasselli con cui gli architetti scrivono le storie.

In tempi di uffici open space, piante flessibili e desiderio di massima diversità di utilizzo, sorge spontanea la domanda: la classica sequenza di stanze è un modello in disuso? Oppure sta vivendo un ritorno come manifesto anti-digitale, come concetto alternativo all’infinito continuum spaziale? Come spesso accade, la verità sta nel mezzo. La sequenza spaziale intelligente è oggi più importante che mai, ma deve essere ripensata, riprogettata e comunicata in modo nuovo. E questo richiede competenze tecniche, psicologiche e progettuali.

Chiunque riduca la sequenza di stanze a una banale sequenza di corridoi non ne riconosce il potenziale. È lo strumento con cui gli architetti possono controllare in egual misura atmosfera, orientamento, identità e sostenibilità. È il ponte tra architettura analogica e simulazione digitale, tra intuizione e algoritmo.

Sequenze spaziali in Germania, Austria e Svizzera: tra tradizione, innovazione e trasformazione digitale

Uno sguardo alla Germania, all’Austria e alla Svizzera lo dimostra: La sequenza spaziale è profondamente radicata nella cultura edilizia dell’Europa centrale, dai complessi di palazzi barocchi e ville in stile guglielmino ai capolavori del modernismo. Tuttavia, il modo in cui le sequenze spaziali vengono progettate, costruite e vissute oggi è cambiato radicalmente. Nell’architettura classica, la sequenza degli ambienti faceva parte di una teoria compositiva basata su regole. Oggi gli architetti lottano per trovare il giusto equilibrio tra efficienza funzionale, libertà creativa e processi di pianificazione digitale.

Nelle principali città tedesche, come Berlino, Monaco e Francoforte, si assiste a una tendenza all’ibridazione: le sequenze di stanze classiche sono combinate con piante aperte, gli assi visivi con concetti di arredamento flessibili, il controllo dell’illuminazione con la tecnologia adattiva degli edifici. Gli architetti austriaci sono noti per i loro progetti spaziali sperimentali, dai loft della Scuola Viennese agli edifici museali accuratamente coreografati di Graz o Linz. In Svizzera, invece, domina una drammaturgia spaziale precisa, quasi chirurgica, che guida l’utente attraverso sottili soglie, cambi di luce e contrasti di materiali.

Ma la digitalizzazione non si ferma alla sequenza spaziale. Modelli BIM, strumenti di progettazione parametrica e analisi basate sull’intelligenza artificiale consentono di simulare scenari d’uso, flussi di movimento e sequenze di luce diurna già in fase di progettazione. A Zurigo, ad esempio, gli strumenti digitali vengono utilizzati per analizzare e ottimizzare i percorsi dei visitatori attraverso mostre o edifici pubblici. A Vienna e Graz, i progettisti utilizzano la tecnologia dei sensori e i dati di utilizzo per adattare le sequenze di stanze alle mutevoli esigenze, ad esempio per ambienti di lavoro temporanei o edifici didattici multifunzionali.

Tuttavia, le sfide restano enormi. In Germania, le rigide normative edilizie, gli standard spaziali obsoleti e la mancanza di consapevolezza della qualità degli spazi spesso ostacolano lo sviluppo di sequenze spaziali innovative. In Austria e Svizzera c’è una maggiore disponibilità a sperimentare, ma anche qui gli architetti sono alle prese con budget ridotti, crescenti requisiti di sostenibilità e le insidie della trasformazione digitale. La domanda chiave è: come si può tradurre la qualità drammaturgica della sequenza spaziale nel linguaggio dei dati, della sostenibilità e della partecipazione degli utenti?

Una cosa è certa: La sequenza spaziale non è una reliquia da museo nei Paesi di lingua tedesca, ma un laboratorio vivente per il futuro dell’edilizia. Chi la ignora spreca il proprio potenziale, chi la padroneggia crea un’architettura che dura nel tempo.

Sequenze di stanze intelligenti: Digitalizzazione, intelligenza artificiale e nuova drammaturgia dell’architettura

La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale stanno trasformando la nostra concezione delle sequenze spaziali. Se un tempo le sequenze spaziali erano il risultato dell’intuizione e dell’esperienza soggettiva, oggi sono sempre più basate sui dati, simulate e ottimizzate. I modelli BIM, la progettazione generativa e le simulazioni in tempo reale consentono di testare diverse sequenze di ambienti per verificarne l’effetto, l’efficienza e la sostenibilità, anche prima della posa del primo mattone. L’architettura diventa un laboratorio di prova, l’utente un soggetto da testare, la sequenza di stanze un algoritmo.

Sembra una distopia, ma in molti casi è una benedizione. Gli strumenti digitali aiutano infatti a evitare errori, a riconoscere tempestivamente i conflitti d’uso e a distribuire le risorse in modo mirato. In progetti pilota in Svizzera e in Austria, le analisi supportate dall’intelligenza artificiale vengono già utilizzate per simulare i flussi di visitatori nei musei, nelle università o nelle stazioni ferroviarie e quindi sviluppare sequenze di sale ottimali. In Germania, alcuni uffici di pianificazione utilizzano strumenti parametrici per analizzare vari scenari e trovare la soluzione drammaturgica migliore, tenendo conto di energia, luce, acustica e persino dell’impatto emotivo.

Ma la digitalizzazione solleva anche nuove questioni. La sequenza spaziale sta diventando una disciplina puramente tecnica, un prodotto di algoritmi e big data? O rimarrà un processo creativo e sensoriale che richiede esperienza, istinto e conoscenza culturale? La risposta è tanto semplice quanto scomoda: entrambe le cose sono necessarie. Senza simulazione digitale, la sequenza spaziale rimane un gioco d’azzardo in un’epoca di requisiti e gruppi di utenti complessi. Senza intuizione architettonica, degenera in una coreografia senz’anima di vie di fuga.

I progetti migliori dimostrano che digitalizzazione e drammaturgia non sono necessariamente una contraddizione in termini. Al contrario: gli strumenti digitali possono aiutare ad affinare le idee architettoniche, a testare le varianti, a coinvolgere gli utenti e a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità. Tuttavia, non possono sostituire l’arte della messa in scena, il senso delle proporzioni, della luce e dell’atmosfera. La sequenza di stanze rimane un prodotto ibrido, fatto di dati, intuizione ed esperienza.

Chi la padroneggia può creare un’architettura che non solo funziona, ma che commuove. Chi la lascia all’algoritmo rischia l’uniformità e il disorientamento. La nuova drammaturgia dell’architettura è digitale, ma rimane umana.

Sostenibilità, flessibilità e identità: la sequenza spaziale come chiave del futuro

La sostenibilità è la parola d’ordine del nostro tempo e la sequenza spaziale gioca un ruolo più importante di quanto si pensi. Un percorso efficiente, un’illuminazione intelligente, opzioni di utilizzo adattive e una scelta intelligente dei materiali dipendono direttamente dalla sequenza ben studiata degli ambienti. Accorciare i flussi di movimento, sfruttare al meglio la luce diurna e creare sequenze di stanze flessibili non solo fa risparmiare energia, ma aumenta anche la qualità della vita degli utenti e la longevità dell’edificio.

In pratica, è stato dimostrato che gli edifici che si basano su un’attenta drammaturgia spaziale sono più adattabili, più versatili e più sostenibili nel funzionamento. Le scuole che combinano paesaggi aperti per l’apprendimento con chiare aree di ritiro, gli ospedali che controllano i flussi di visitatori e i processi con pause spaziali, o gli uffici che consentono la concentrazione, il dialogo e il relax attraverso sequenze graduali di stanze: tutti traggono vantaggio da una deliberata sequenzialità. In Austria e Svizzera esistono numerosi esempi di architettura sostenibile in cui la sequenza degli spazi è il principio centrale della progettazione.

Tuttavia, una sequenza spaziale sostenibile non è un successo sicuro. Richiede una conoscenza approfondita del comportamento degli utenti, della fisica degli edifici, della luce diurna, dell’acustica, del flusso d’aria e dell’energia. Richiede la capacità di combinare simulazioni digitali e conoscenze empiriche e di tradurre requisiti complessi. Chi è in grado di padroneggiare questa disciplina può progettare edifici che non solo brillano nelle brochure, ma resistono anche alla prova del tempo, per decenni.

La flessibilità è il concetto chiave. La sequenza spaziale del futuro non è più statica, ma adattiva. Le stanze possono essere spostate, divise o collegate a seconda delle esigenze. Gli strumenti digitali aiutano a pianificare questa flessibilità fin dalla fase di progettazione e a reagire ai cambiamenti, sia nella conversione di edifici esistenti che nella costruzione di strutture modulari. L’architettura diventa un sistema aperto, la sequenza degli ambienti un processo dinamico.

E infine: l’identità. Le buone sequenze spaziali creano orientamento, senso di appartenenza e atmosfera. Trasformano edifici anonimi in luoghi di carattere. Sono ciò che gli utenti ricordano quando parlano di una „bella casa“. In un mondo edilizio globalizzato e standardizzato, l’accurata messa in scena delle sequenze spaziali è uno degli ultimi baluardi della firma architettonica e un contributo decisivo alla cultura edilizia.

Critica, dibattito e visione: le sequenze spaziali tra arte e algoritmo

Naturalmente, la discussione sulle sequenze spaziali non è esente da controversie. Alcuni vedono nella digitalizzazione una minaccia all’autonomia architettonica. Se sono gli algoritmi a decidere la sequenza degli spazi, non c’è il rischio che il progetto si banalizzi e l’esperienza spaziale diventi uniforme? I critici mettono in guardia dalla perdita di sensualità e sorpresa, da un’architettura tagliata solo per l’efficienza e il flusso di dati.

D’altro canto, ci sono visionari che vedono la grande promessa della sequenza spaziale intelligente: Più inclusione, più partecipazione, più sostenibilità. Sostengono che gli strumenti digitali aiutano a comprendere meglio le esigenze degli utenti, a rendere i processi più trasparenti e a migliorare la qualità dell’ambiente costruito. Il dibattito si sta muovendo tra questi poli ed è più vivace che mai.

La sequenza spaziale è da tempo un argomento chiave nel discorso globale. In Asia si costruiscono mega-edifici le cui sequenze spaziali sono ottimizzate dall’intelligenza artificiale. In Scandinavia, gli obiettivi sociali ed ecologici vengono combinati con la raffinatezza drammaturgica. Negli Stati Uniti, gli architetti stanno sperimentando la realtà virtuale per guidare gli utenti attraverso le sequenze di stanze pianificate ancora prima dell’inizio della costruzione. La Germania, l’Austria e la Svizzera stanno ottenendo buoni risultati nel confronto internazionale, ma solo se sono disposti a sperimentare con coraggio e a riflettere criticamente.

La sfida più grande rimane la gestione dell’equilibrio tra arte e tecnologia, tra intuizione e simulazione. Chiunque creda che la sequenza spaziale perfetta possa essere generata solo dai dati si sbaglia come chi rifiuta gli strumenti digitali come opera del diavolo. Il futuro appartiene alla sintesi e alla capacità di combinare entrambi i mondi in modo produttivo.

Forse è proprio il dibattito a mantenere viva la sequenza spaziale: come campo aperto, come luogo di discussione, come punto focale dell’innovazione architettonica. Se si vuole avere voce in capitolo, è necessario avere conoscenze tecniche, sensibilità creativa e il coraggio di aprire nuove strade. La sequenza spaziale rimane il campo di sperimentazione più eccitante dell’architettura, e questo non cambierà presto.

Conclusione: la sequenza spaziale – la spina dorsale sottovalutata dell’architettura

La sequenza spaziale è molto più di un lusso estetico o di un concetto accademico. È la spina dorsale invisibile di una buona architettura che crea connessioni, stabilisce identità, consente la sostenibilità e tocca gli utenti. In un momento in cui la digitalizzazione, la flessibilità e la conservazione delle risorse dominano il discorso, la sequenza spaziale drammaturgica è più importante che mai. Richiede competenze tecniche, immaginazione creativa e disponibilità ad abbracciare nuovi processi. Chi la padroneggia non crea solo spazi, ma anche esperienze, atmosfere e ricordi. La sequenza spaziale è ciò che rende l’architettura un’arte del costruire. Ed è ciò che rimane quando tutto il clamore digitale è svanito.

Scultura del mese: Cylon

Casa-mia

FOTOCAMERA DIGITALE OLYMPUS

„Inaspettatamente, nel 1991, la grande parola STEIN mi è arrivata da un piccolo annuncio sul Tagesanzeiger. È stato l’inizio di un’amicizia con il Ticino, con la gente di Peccia, con il marmo Cristallina e il ferro merlettato“, racconta la scultrice Ursula Rutishauser, descrivendo i suoi inizi con la scultura. L’opera „Cylon“ – la nostra Scultura del mese di maggio – fa parte della sua mostra presso la Scuola di Scultura Infocentro nel cortile del Museo di Valmaggia , visitabile fino al 16 agosto 2017.

La Scuola di Scultura di Peccia è una scuola di scultura in Svizzera dove principianti, studenti avanzati e professionisti possono sviluppare la loro creatività e il loro impegno artistico. Oltre ai corsi di scultura in marmo, legno e metallo, la scuola offre anche corsi di modellazione e disegno, nonché seminari di storia dell’arte tenuti da vari artisti.
„L’infrastruttura della Scuola di Scultura di Peccia offre tutto ciò che uno scultore desidera. Tutto si integra a meraviglia: la cava, il laboratorio di marmo e la scuola di scultura. Una vera simbiosi, un luogo di energia, forza e contemplazione“, afferma Rutishauser. La Scuola ha celebrato il suo 30° anniversario nel 2014. Dalla sua fondazione nel 1984, si è sviluppata come luogo di incontro e centro per la scultura.

La scultura Cylon

Di origine svizzera, Ursula Rutishauser è scultrice libera professionista presso la Scuola di Scultura di Peccia in Valle Maggia dal 1991. Dopo numerose mostre collettive in Ticino, a Weesen e a Männedorf, oltre a lavori su commissione e a una mostra personale a Peccia in occasione del 20° anniversario della scuola di scultura, si sta organizzando un’ulteriore mostra con tutte le opere in marmo Cristallina che l’artista ha realizzato durante i suoi 26 anni di attività presso la Scuola di Scultura.

Per Rutishauser, la Scuola di Scultura era il luogo di vacanza più importante. „Quasi senza eccezioni, mi recavo in Valle Maggia almeno due volte l’anno per dedicarmi alla lavorazione della pietra“, spiega l’artista, „influenzata dalla mia professione di designer decorativa, all’inizio lavoravo in modo molto orientato agli obiettivi e ai prodotti. Creavo le mie forme e sculture con un concetto e un’idea fissa in mente“.
Anche la sua scultura „Cylon“ risale a questo periodo. Deriva dalla parola Zyklon, che però suona troppo dura per Ursula Rutishauser, che ha quindi deciso di omettere la lettera K. „Quando l’ho chiamato così, mi interessava soprattutto la dinamica potente, il sollevamento verso il cielo e l’espressione dell’energia“, spiega l’artista. Il Cylon è un’opera alta 170 centimetri, realizzata in marmo con una struttura in ferro, che fa anche parte della mostra d’arte. Il lavoro ha richiesto una grande disciplina e precisione. „Sono state tre opere in successione, in cui ho sciolto la base della pietra e ho cercato leggerezza, mobilità e dinamismo in combinazione con un supporto in ferro. Ero affascinato dall’interazione tra i due materiali pesanti“, dice Rutishauser.

Il fascino del marmo e delle forme chiare

L’artista è stata a lungo colpita dal mondo del marmo: i cristalli scintillano alla luce del sole, mentre il colore e la struttura del materiale si esprimono al meglio quando è bagnato. La scultrice si è orientata fin dall’inizio verso forme ridotte. „Amo la semplicità, l’essenzialità, la chiarezza e mi sento in armonia con le forme di base come rettangoli, quadrati e cerchi“, spiega. Il suo lavoro è anche influenzato dalla varietà di forme presenti in natura. Nel tempo, tuttavia, il suo approccio alla pietra è cambiato: Nelle sue opere, Rutishauser pone sempre più l’accento sul conferimento di maggiore leggerezza al pesante materiale.

Per saperne di più sulla scultrice Ursula Rutishauser e sulle sue opere.

Qui potete vedere le sculture degli ultimi mesi:

Pianificazione urbana: tutto quello che c’è da sapere sui compiti degli urbanisti

Casa-mia
La diversità e l'importanza della pianificazione urbana non smette mai di stupire. Foto © shawnanggg su Unsplash

La diversità e l'importanza della pianificazione urbana non smette mai di stupire. Foto © shawnanggg su Unsplash

Due terzi delle persone vivono in città. È chiaro che questi luoghi richiedono pianificazione e progettazione. La varietà e l’importanza del campo della pianificazione urbana sono una sorpresa costante.

Nel mondo esiste un gran numero di città e di tipi di città. Tutte si muovono in modo diverso. Mentre alcune crescono, diventano più dense e più ampie, altre diventano più alte o scompaiono. Solo raramente le città scompaiono completamente. Solo in Europa esiste un’ampia gamma di città diverse, anche se spesso si parla di „città europea“.

Molte persone associano l’idea di città europea a immagini di centri storici, di un trambusto colorato, di edifici magnifici e di spazi aperti verdi. Ma comprende anche un mix creativo di usi e gruppi di popolazione diversi. Ed è proprio questo che deve essere bilanciato: è questo il compito della pianificazione urbana. L’Ordine degli Architetti è d’accordo. La professione ha il compito di creare un buon equilibrio per la coesistenza e la giustapposizione di diverse esigenze e necessità. Si tratta di un processo dinamico: il compito della pianificazione urbana, in cui continuità e cambiamento si manifestano in egual misura.

Oltre alle intere città e regioni, negli ultimi anni il quartiere è diventato sempre più importante come livello di azione nel campo della pianificazione urbana. Per questo motivo gli urbanisti lavorano sempre più spesso nella gestione dei quartieri, dove riuniscono tutti gli attori attivi nei vari settori dell’amministrazione, della politica locale, del settore privato, delle associazioni locali e dei residenti non organizzati. Gli urbanisti sviluppano piani d’azione integrati con l’obiettivo di valorizzare il rispettivo quartiere con uno sviluppo positivo.

In Germania, la pianificazione urbana si basa su un insieme fisso di leggi e regolamenti che consentono una pianificazione affidabile e a lungo termine. Tuttavia, sempre più spesso i processi di sviluppo urbano si svolgono in edifici esistenti. Ciò richiede creatività nella ristrutturazione e nel rinnovamento degli edifici esistenti. Allo stesso tempo, gli adeguamenti della pianificazione alle sfide sociali sono sempre importanti. La pianificazione urbana assomiglia quindi sempre più a un laboratorio. Inoltre, i cittadini sono sempre più coinvolti. Ciò significa che i responsabili della pianificazione urbana devono sviluppare compromessi e sperimentare soluzioni non ortodosse. Tuttavia, devono anche organizzare processi comunicativi e agire da moderatori.

Per quanto diversi siano i campi d’azione della pianificazione urbana, lo sviluppo e la conservazione della qualità della vita nella città sono altrettanto centrali. In molti casi, gli aspetti progettuali e qualitativi devono essere combattuti nel campo della tensione tra considerazioni finanziarie e politiche. Questa è una delle grandi sfide della pianificazione urbana. L’urbanistica ha il mandato sociale di lottare per la qualità. Molte persone impegnate svolgono questo compito negli organismi politici e della società civile, per conto delle autorità locali, negli uffici e nelle associazioni. Questo è e rimane importante. Dopo tutto, la lotta per la qualità della vita nella città è il compito centrale della pianificazione urbana.

Se siete interessati a studiare urbanistica, potete trovare maggiori informazioni qui.

Le sfide odierne nell’affrontare le città sono enormi. Per quanto diversi siano gli spazi urbani, essi riuniscono sempre diversi ambienti sociali che richiedono spazi adeguati. Ma i cambiamenti demografici e l’afflusso di persone richiedono anche un adeguamento degli alloggi e delle infrastrutture. La creazione di spazi abitativi a prezzi accessibili è attualmente di grande importanza. Ma anche la protezione del clima e delle risorse e i nuovi approcci alla mobilità sono all’ordine del giorno della pianificazione urbana. In definitiva, questi temi non possono essere affrontati solo dalle amministrazioni o dagli esperti. È invece essenziale la partecipazione dei cittadini. Il campo di lavoro degli urbanisti assomiglia a un laboratorio. Attualmente sono in corso ricerche in particolare sugli sviluppi necessari per mantenere strutture sostenibili, sane e vivibili.

Sebbene ci sia sempre bisogno di approcci sperimentali e nuovi nella progettazione delle città, la pianificazione urbana è un campo di attività orientato al futuro. È impegnata in valori sociali e societari che hanno un impatto sullo sviluppo regionale, urbano e rurale. In questo contesto, il settore della pianificazione urbana ha una grande responsabilità sociale. Gli urbanisti creano il quadro creativo, funzionale ed ecologico in cui le persone, i cittadini e le società urbane possono svilupparsi a prova di futuro.

L’urbanistica è quindi una disciplina impegnata nei confronti del pubblico. Stabilisce quadri di riferimento, soppesa questioni tecniche ed elabora piani di sviluppo urbano per orientare il futuro spaziale, sociale ed economico di regioni, città, villaggi, quartieri e distretti. Poiché questi processi si protraggono spesso per lunghi periodi di tempo, gli urbanisti hanno bisogno non solo di competenze tecniche e progettuali, ma anche di persuasione, impegno e perseveranza.

La gamma di compiti svolti dagli urbanisti è tanto varia quanto le città stesse. Questa è una caratteristica importante della professione, che è in continua evoluzione. Di recente, ad esempio, le procedure di partecipazione dei cittadini e lo sviluppo di progetti sono diventati sempre più parte del campo di attività degli urbanisti. Inoltre, le seguenti domande stanno attualmente preoccupando la pianificazione urbana: come vivranno e lavoreranno le persone in futuro? Come devono cambiare le città per rimanere socialmente ed ecologicamente vivibili e per essere un luogo di vita per le generazioni future? Queste domande non possono essere affrontate solo dagli uffici di pianificazione urbana. Devono piuttosto essere oggetto di un discorso sociale continuo. Per questo motivo la pianificazione urbana ha bisogno di continui dibattiti e discussioni per discutere le questioni chiave insieme alla società.

Un tema centrale della pianificazione urbana è la progettazione e la messa in rete degli spazi urbani e aperti. Gli urbanisti lottano costantemente per mantenere e progettare in modo attraente spazi pubblici, piazze e strade. Ma anche le strutture urbane che formano l’identità e la loro esistenza sono importanti per le città. Ogni città ha bisogno di memorie costruite che fanno parte della sua identità e costituiscono la base per plasmare il suo futuro.

Nel campo della pianificazione urbana, tuttavia, si tiene conto anche del potenziale di sviluppo economico e delle questioni commerciali. Dopo tutto, una città vivibile non è attraente solo per le persone, ma anche per le aziende. Inoltre, l’attrattiva delle città dipende sempre più dalle opzioni di trasporto. La funzionalità e la pianificazione della mobilità danno un forte impulso al futuro sviluppo urbano e regionale. Oggi la pianificazione dei trasporti deve essere considerata in modo intermodale e rappresenta un importante campo di attività nella pianificazione urbana.

Inoltre, negli ultimi anni i cambiamenti climatici sono diventati un’importante area di intervento per la pianificazione urbana. Non si tratta solo di adattare le città alle nuove condizioni climatiche. Anche la protezione preventiva del clima rimane un compito che richiede soluzioni concrete a livello di città e di quartiere. Un altro tema importante è quello delle infrastrutture digitali. Nelle città si raccolgono sempre più informazioni e presto tutti i sistemi di scambio e comunicazione saranno digitali. Ciò solleva nuove questioni per la pianificazione urbana.

Pavillon de la Tunisie. Immagine: 11h45

Un padiglione tunisino nel Bois de Vincennes è un’eredità dell’Esposizione coloniale di Parigi del 1907. Ora il cimelio coloniale è stato convertito per un’istituzione dedicata allo sviluppo.

Le mostre coloniali ed etnologiche erano un fenomeno tipico dell’imperialismo europeo. Vi si esponevano manufatti, architetture e prodotti, per lo più provenienti dai rispettivi territori coloniali di uno Stato europeo. Non era raro che i membri dei gruppi etnici colonizzati presentassero al pubblico stralci della propria cultura. Questo tipo di esposizione ci appare oggi strano e offensivo, ma godeva invece di grande popolarità nel periodo precedente la Seconda guerra mondiale.

Nel 1907, la Société Française de Colonisation organizzò una mostra coloniale di questo tipo nel Bois de Vincennes a Parigi, con un padiglione tunisino. La società aveva già fondato lì il „Giardino dell’agricoltura tropicale“ nel 1899. L’obiettivo della mostra era quello di far conoscere al pubblico la diversità delle colonie francesi. Padiglioni e „villaggi“ erano dedicati alle regioni coloniali più importanti e ne imitavano l’architettura. Attori reclutati dai rispettivi Paesi „animavano“ la scenografia.

Dopo la fine dell’esposizione, la vita è tornata nei padiglioni. Durante la Prima guerra mondiale, gli edifici servirono da ospedale militare per i soldati francesi delle colonie. Un memoriale nel giardino ricorda ancora oggi i caduti dell’impero coloniale francese. Dopo la chiusura dell’ospedale militare, il giardino cadde gradualmente in un sonno profondo. Gli edifici eretti per l’esposizione coloniale caddero gradualmente in rovina.

Nel 2003, la città di Parigi ha rilevato il sito dallo Stato francese e ha riaperto al pubblico il padiglione tunisino. A differenza dell’esposizione coloniale, molto più grande, che si tenne dall’altra parte del Bois de Vincennes nel 1931, la maggior parte dei padiglioni si è conservata fino ad oggi. Sono una straordinaria testimonianza del colonialismo europeo. Lo studio di architettura Atelier Aconcept di Évry-Courcouronnes ha ora restaurato e ampliato il padiglione tunisino dell’esposizione coloniale del 1907.

Il padiglione tunisino è costituito da un edificio centrale originale a pianta quadrata. Ognuno dei quattro lati è adiacente a un’ala dell’edificio. Si tratta di tre ali rettangolari longitudinali e di un breve ampliamento. Quest’ultimo ha una superficie inferiore alla metà di quella degli altri tre annessi. Nell’ambito dei lavori di costruzione è stato ampliato fino a raggiungere le dimensioni delle tre grandi ali.

L’edificio, ora bianco e splendente, è un ibrido tra l’architettura espositiva europea e le scenografie tunisine. Oltre alle piastrelle ornamentali applicate alla facciata, la piccola cupola finestrata che corona l’edificio centrale è un riferimento alla tradizione architettonica islamica. Al contrario, l’Atelier Aconcept ha chiaramente distinto il progetto del nuovo ampliamento. Ha creato un’intercapedine di vetro tra l’edificio esistente e l’ampliamento. Inoltre, un traliccio di legno sull’ampliamento stesso ombreggia le grandi aperture delle finestre.

All’interno, il padiglione ospita un nuovo ristorante e uffici, oltre a una sala polivalente e ai necessari locali accessori. Il padiglione tunisino è ora utilizzato dal „Centro internazionale di ricerca agricola per la cooperazione allo sviluppo“, che si trova accanto al Giardino dell’agricoltura tropicale. Questa istituzione, fondata nel 1984, ha l’obiettivo di continuare lo scambio su questioni agricole con il Sud del mondo senza le premesse del colonialismo.

Sempre in colore chiaro e a Parigi, l’architetto Jean-Christophe Quinton ha costruito un edificio residenziale con una facciata in pietra arenaria dal design elaborato. Per saperne di più su questi appartamenti popolari a Parigi, cliccate qui.