Integrare un indice di calore nel software di pianificazione è possibile?

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Una fila di edifici urbani di fronte a nuvole drammatiche - Foto di Wolfgang Weiser

Chiunque progetti città nel 21° secolo non può più evitare lo stress da caldo. Ma come si possono integrare dati climatici complessi come l’indice di calore nei software di pianificazione standard? Una rivoluzione o un’impossibilità? L’integrazione dell’indice di calore non solo scuote la tecnologia, ma anche l’immagine di sé di pianificatori, architetti e amministrazioni cittadine. Benvenuti nella nuova disciplina: la gestione del calore attraverso la progettazione!

  • Definizione: cos’è l’indice di calore e perché è importante nella pianificazione urbana?
  • Sfide tecniche: Perché i software di pianificazione standard hanno finora raggiunto i loro limiti quando si tratta di stress da calore.
  • Approcci risolutivi: Come le interfacce innovative, le piattaforme di dati aperti e le nuove architetture software consentono l’integrazione.
  • Esempi pratici: Città e progetti che stanno già incorporando l’indice di calore nei processi di pianificazione
  • Ostacoli: Qualità dei dati, incertezze legali e l’eterno problema dell’interoperabilità.
  • Opportunità: come le analisi termiche digitali possono trasformare la qualità della pianificazione, la resilienza climatica e la partecipazione
  • Rischi: Eccessiva ingegnerizzazione, pregiudizio algoritmico e perdita di sovranità della pianificazione
  • Prospettive: Perché l’indice di calore non è l’obiettivo, ma il punto di partenza di una nuova cultura della pianificazione

L’indice di calore nella pianificazione urbana: rilevanza e sfida

Tutti parlano dell’indice di calore, e non solo dopo le temperature record delle ultime estati. Ma cosa significa in realtà questo termine e perché sta diventando il nuovo gold standard per urbanisti, architetti del paesaggio e autorità locali? L’indice di calore, noto anche come humidex, descrive la temperatura percepita, composta dalla temperatura dell’aria e dall’umidità relativa. A differenza della temperatura pura, l’indice di calore indica quindi quanto il clima sia effettivamente stressante per l’organismo umano, un fattore chiave per la qualità della vita nelle città densamente popolate.

Nel contesto della pianificazione urbana, l’indice di calore assume un nuovo significato. Le città formano le cosiddette isole di calore, in cui le temperature sono spesso di diversi gradi Celsius superiori a quelle dell’area circostante. Le superfici impermeabilizzate, i quartieri densamente edificati e la mancanza di ventilazione aggravano il problema. Il risultato: stress da caldo per i residenti, aumento dei rischi per i gruppi vulnerabili come gli anziani e i bambini e un onere per le infrastrutture, dalla fornitura di energia al verde. Chiunque progetti quartieri o spazi aperti oggi deve tenere conto delle dinamiche del calore. Ma è proprio questo il problema: la maggior parte dei software di pianificazione è stata originariamente sviluppata per la geometria, il calcolo delle aree e la pianificazione del traffico, ma non per la mappatura delle complesse interazioni microclimatiche.

L’integrazione dell’indice di calore nei software di pianificazione non è quindi cosa da poco. Richiede un nuovo database, interfacce con i modelli meteorologici, la considerazione della vegetazione, dei parametri dei materiali e degli effetti di ombreggiamento – e tutto questo preferibilmente in tempo reale o almeno in brevi cicli di simulazione. Mentre le simulazioni climatiche sono ormai uno standard nei progetti su larga scala, come i piani regolatori o i concorsi internazionali, la loro integrazione nella pratica quotidiana della pianificazione rimane una rarità. È qui che i classici sistemi CAD e GIS si scontrano con i limiti della loro architettura: spesso hanno una struttura monolitica, sono poco aperti a fonti di dati esterne e si concentrano sui classici parametri di pianificazione come altezza, superficie e uso.

C’è anche un problema culturale: gestire dati climatici incerti e dinamici contraddice la concezione tradizionale della pianificazione, che si basa su cifre fisse e specifiche chiare. L’indice di calore non è un valore statico, ma il risultato di molte variabili – e quindi un fattore di disturbo per la logica lineare di molti processi di pianificazione. Chiunque prenda sul serio l’indice di calore deve accettare che la pianificazione diventi un processo permanente di negoziazione con le forze dell’atmosfera. È scomodo, ma inevitabile.

La rilevanza dell’argomento diventerà evidente al più tardi quando le prime ondate di calore paralizzeranno non solo i residenti ma anche gli uffici di pianificazione. Sempre più autorità locali richiedono prove di adattamento al clima e anche i politici lo hanno riconosciuto: La protezione dal calore non è un optional, ma un dovere. L’unica domanda da porsi è come questi requisiti possano essere implementati tecnicamente – e se il software di pianificazione odierno sia attrezzato per questo.

Dai dati rigidi ai modelli dinamici: Ostacoli tecnici e metodologici

L’integrazione dell’indice di calore nel software di pianificazione sembra più facile sulla carta che nella realtà. Il diavolo sta nei dettagli e nel modello di dati. I programmi CAD classici come AutoCAD, Allplan o ArchiCAD sono progettati principalmente per la gestione della geometria e delle aree, ma mancano di interfacce per le fonti di dati meteorologici, i sensori e i modelli di simulazione. Sebbene i sistemi GIS come ArcGIS o QGIS offrano opzioni per collegare i geodati con i dati climatici esterni, l’integrazione dei dati meteorologici e di umidità attuali, necessari per calcolare l’indice di calore, rimane una sfida importante. Di conseguenza, le analisi termiche vengono spesso effettuate al di fuori del processo di pianificazione vero e proprio, sotto forma di relazioni separate di esperti o di complesse simulazioni individuali che hanno poco a che fare con le attività quotidiane dei pianificatori.

Un altro problema è la mancanza di standardizzazione. Esistono diversi modelli per il calcolo dell’indice di calore, da semplici formule a complesse simulazioni CFD (Computational Fluid Dynamics) che tengono conto dei flussi di vento, dell’ombreggiamento, dei materiali di superficie e del raffreddamento della vegetazione. Qual è il metodo giusto e come può essere integrato in uno strumento di pianificazione universalmente utilizzabile? Inoltre, molte autorità locali lavorano con i propri dati climatici, che non sempre sono compatibili con i formati dei fornitori di software. L’interoperabilità rimane un problema irrisolto, ulteriormente aggravato dal gran numero di sistemi proprietari.

Esistono anche cantieri in termini di disponibilità dei dati. Mentre i servizi meteorologici nazionali e alcune autorità locali hanno lanciato iniziative di open data, i dati climatici ad alta risoluzione a livello di quartiere sono ancora scarsi. Senza dati precisi, l’integrazione dell’indice di calore rimane frammentaria e il rischio di distorsioni algoritmiche aumenta. Se si inseriscono i dati sbagliati, si finisce per ottenere simulazioni fuorvianti che aggravano il problema invece di risolverlo.

La sfida metodologica risiede anche nella natura dinamica dell’indice di calore. A differenza di parametri statici come la percentuale di spazio verde o il grado di impermeabilizzazione, l’indice di calore cambia massicciamente nel corso della giornata e dell’anno. Un calcolo una tantum non è sufficiente; occorre invece simulare progressioni temporali, eventi estremi e scenari. Ciò richiede nuove architetture software in grado di gestire flussi di dati dinamici e cicli di feedback – e preferibilmente in una forma che rimanga comprensibile e utilizzabile per i pianificatori.

Infine, non bisogna sottovalutare il fattore umano. Molti uffici di pianificazione non hanno ancora le competenze necessarie per interpretare complesse simulazioni climatiche o addirittura per eseguirle in prima persona. Ciò significa che è necessario non solo un software migliore, ma anche una formazione mirata, nuovi ruoli di interfaccia e una più forte rete tra la ricerca sul clima, lo sviluppo informatico e la pratica della pianificazione. Solo quando queste discipline lavoreranno insieme, l’indice di calore potrà diventare parte integrante della pianificazione urbana e degli spazi aperti.

Approcci innovativi ed esempi pratici: Come l’integrazione può avere successo

Ma c’è speranza: negli ultimi anni sono stati sviluppati numerosi approcci per integrare l’indice di calore nei software di pianificazione e alcune città stanno dimostrando come sia possibile farlo. Un pioniere è Vienna, dove il gemello digitale della città include non solo dati sul traffico e sulle infrastrutture, ma anche simulazioni microclimatiche. Qui le isole di calore vengono riconosciute fin dalle prime fasi e le diverse varianti progettuali vengono simulate in termini di impatto sul clima urbano. Ciò è possibile grazie al collegamento tra modelli di città in 3D, tecnologia dei sensori e modelli climatici avanzati, che vengono integrati direttamente nei processi di pianificazione.

L’indice di calore viene utilizzato da tempo anche a Zurigo, ad esempio per lo sviluppo di nuovi quartieri in un contesto urbano. La città si affida a piattaforme di dati aperti che consentono di integrare i dati climatici attuali nella pianificazione in tempo reale. Ciò consente ai pianificatori di analizzare vari scenari e di valutare direttamente l’impatto di misure quali la piantumazione di alberi, l’ombreggiatura o l’impermeabilizzazione. I risultati non vengono utilizzati solo internamente, ma vengono anche pubblicati nel sistema informativo della città – un passo importante verso la trasparenza e la partecipazione.

A livello tecnico, i fornitori di software stanno sperimentando architetture modulari che consentono l’importazione di dati climatici esterni e la connessione di strumenti di simulazione specializzati. Ad esempio, i modelli CFD o le piattaforme di simulazione climatica urbana come ENVI-met possono essere collegati ai software di pianificazione standard. I dati meteo attuali, i valori di umidità e le previsioni possono essere importati automaticamente tramite interfacce aperte (API) e utilizzati per calcolare l’indice di calore. Alcune start-up offrono anche plug-in che possono essere integrati direttamente nei programmi CAD o GIS e generare automaticamente mappe di calore, indicatori di carico o suggerimenti per l’ottimizzazione.

Anche l’approccio di incorporare i dati dei cittadini e il crowdsourcing nelle analisi del calore è interessante. In progetti come Smart City Cologne o il Piano d’azione per il calore di Berlino, vengono utilizzati sensori mobili e app per raccogliere dati sulla temperatura e l’umidità locali. Questi vengono inseriti direttamente nei database di pianificazione e aumentano l’accuratezza delle simulazioni. L’integrazione dell’indice di calore diventa così un processo partecipativo che incorpora non solo le conoscenze degli esperti ma anche l’esperienza della popolazione urbana.

Nonostante i progressi compiuti, l’integrazione dell’indice di calore nei software di pianificazione rimane un campo dinamico. I migliori risultati si ottengono con progetti che si basano su interfacce aperte, architettura software modulare e collaborazione interdisciplinare. Una cosa è chiara: se si vuole che l’indice di calore diventi parte integrante della pianificazione, è necessario combinare innovazioni tecniche, metodologiche e culturali ed essere pronti a reinventare costantemente il proprio processo di pianificazione.

Rischi, opportunità e futuro della gestione del calore nella pianificazione

L’integrazione dell’indice di calore nel software di pianificazione è un’arma a doppio taglio. Da un lato, apre enormi opportunità: migliori previsioni consentono di adottare misure di protezione dal caldo mirate, di aumentare la qualità della vita negli spazi pubblici e di ridurre i rischi per la salute e le infrastrutture. Le mappe di calore digitali rendono visibili i problemi, promuovono la consapevolezza e creano una nuova trasparenza nel processo decisionale. Le città possono analizzare gli scenari, testare le misure e rafforzare così la loro resilienza ai cambiamenti climatici, il tutto su una base di dati.

D’altro canto, si profilano nuovi rischi. La complessità tecnologica dell’integrazione comporta il rischio che i processi di pianificazione diventino troppo ingegnerizzati e si trasformino in scatole nere i cui risultati sono difficili da comprendere. Le distorsioni algoritmiche, dovute ad esempio a dati di input non chiari o a modelli non equilibrati, possono portare a decisioni sbagliate che, nel peggiore dei casi, possono addirittura aumentare il carico termico. C’è anche il rischio che l’autorità di pianificazione venga esternalizzata a fornitori di software o di servizi specializzati, mentre le autorità locali perdono le loro competenze.

Ci sono anche molte questioni legali senza risposta. Chi è responsabile se le simulazioni forniscono risultati errati? Come vengono protetti i dati climatici personali se provengono dalla tecnologia dei sensori o dalle app dei cittadini? E come si può garantire che l’integrazione dell’indice di calore non porti a un’ulteriore commercializzazione della pianificazione urbana, con solo comuni ricchi o investitori che beneficiano delle nuove opportunità? Queste domande richiedono strutture di governance chiare, standard aperti e un esame critico dell’equilibrio di potere nel sistema di pianificazione digitale.

Allo stesso tempo, la digitalizzazione dei dati termici offre l’opportunità di rendere i processi di pianificazione più democratici e partecipativi. Se le simulazioni e le mappe di calore sono accessibili al pubblico, i cittadini, i politici e gli amministratori possono decidere insieme le misure da adottare e le conoscenze sui punti caldi locali o sui gruppi particolarmente vulnerabili confluiscono direttamente nel processo di pianificazione. Il prerequisito: i sistemi devono rimanere comprensibili, aperti e flessibili, in modo da non diventare strumenti di un’élite tecnocratica.

Il futuro della gestione del calore nella pianificazione risiede quindi nell’equilibrio: tra automazione e giudizio umano, tra potenza dei dati e controllo democratico, tra precisione tecnica e creatività della pianificazione. L’indice di calore non è tanto un obiettivo finale quanto un punto di partenza per una nuova cultura della pianificazione che vede se stessa come un sistema adattabile e in grado di apprendere – e riconosce la complessità del clima urbano come una sfida e un’opportunità.

Conclusione: l’integrazione dell’indice di calore – non è un gioco da ragazzi, ma un cambiamento culturale

L’integrazione dell’indice di calore nei software di pianificazione non è né un’aggiunta tecnica né una tendenza di breve durata. Segna l’inizio di una nuova era nella pianificazione urbana e degli spazi aperti, in cui la resilienza climatica, la competenza dei dati e la partecipazione sono al centro. Dal punto di vista tecnico, l’integrazione è impegnativa e richiede interfacce innovative, nuove architetture software e una stretta interconnessione tra ricerca sul clima, informatica e pratica di pianificazione. Dal punto di vista metodologico, richiede l’abbandono di modelli statici e l’introduzione di processi dinamici e basati sulla simulazione. Infine, dal punto di vista culturale, sfida l’immagine che i pianificatori hanno di sé stessi e apre l’opportunità di organizzare la pianificazione come un processo aperto, di apprendimento e partecipativo.

Chiunque oggi prenda sul serio l’indice di calore e lo integri con coraggio nei propri strumenti di pianificazione non solo investe in quartieri migliori, ma anche nella sostenibilità futura della propria città. Le sfide sono grandi: dalla disponibilità e interoperabilità dei dati alle questioni legali e organizzative. Ma le opportunità sono superiori: Più trasparenza, decisioni migliori e un nuovo dialogo tra città, tecnologia e società. L’indice di calore non è la fine, ma l’inizio di una cultura della pianificazione intelligente dal punto di vista climatico che renderà le nostre città adatte ai decenni caldi che ci attendono.

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Brucia la vecchia borsa di Copenaghen

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La Vecchia Borsa prima dell'incendio. Foto: Mahlum via Wikimedia Commons (pubblico dominio)

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La Vecchia Borsa, la Børshuset, fu completata nel 1625 e fu il primo edificio in Danimarca a essere classificato come monumento storico. Il punto di riferimento dell’edificio e della città, la Torre del Drago, è crollata alle 8.30 del mattino e poco dopo anche parti del tetto hanno ceduto. Molti abitanti di Copenaghen, che si stavano recando al lavoro, hanno filmato l’incendio e quando la torre è crollata si è levato un grido di protesta tra la folla. Il ministro danese della Cultura, Jakob Engel-Schmidt, ha scritto su X „400 anni di patrimonio culturale danese in fiamme“. L’edificio ospita molte opere d’arte, che sono state portate in salvo dai vigili del fuoco e dal personale semplicemente trasportandole dall’altra parte della strada e portandole negli edifici vicini. I dipinti sono stati portati a Christiansborg, al Parlamento, alla Corte Suprema, all’ufficio del Primo Ministro e alla Casa Reale dei Rappresentanti. L’isola di Slotsholmen è stata chiusa al traffico e alcuni edifici sono stati evacuati.

L’edificio, commissionato dal re Cristiano IV, avrebbe dovuto essere riaperto l’anno prossimo in occasione del suo 400° compleanno dopo i lavori di ristrutturazione. Le impalcature stanno rendendo difficile il lavoro dei vigili del fuoco. L’incendio si è propagato rapidamente attraverso i vari vani degli ascensori. All’interno dell’edificio ci sono molte strutture in legno che accelerano l’incendio e il tetto in rame impedisce al calore di fuoriuscire. I vigili del fuoco non sono ancora riusciti a domare le fiamme e anche la causa dell’incendio non è chiara. In riferimento all’incendio di Notre Dame del 2019, il quotidiano danese Berlingske ha titolato „La nostra Notre Dame“.

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Facciata esterna di un edificio moderno dal design geometrico, fotografata da Bruno Brikmanis-Jurjans.

Lo storicismo è tornato – o se n’è mai andato? Mentre il mondo dell’architettura riflette sulla sostenibilità, sull’intelligenza artificiale e sulle facciate parametriche, la vecchia tradizione torna prepotentemente alla ribalta. Tutto allo stesso tempo, tutto citato, tutto permesso. E a volte, sì a volte, è anche molto bello. Ma cosa c’è dietro tutto questo? Si tratta solo di un revival modaiolo o c’è dell’altro? Un’analisi tra discorso, dissonanza e ragion d’essere.

  • Lo storicismo è più di un semplice stile: è un principio architettonico che non è mai scomparso del tutto.
  • In Germania, Austria e Svizzera sta vivendo un nuovo boom, spesso come consapevole controreazione al modernismo sterile e agli esperimenti di forma guidati dal digitale.
  • Le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale stanno dando allo storicismo nuove forme di espressione e strumenti di pianificazione.
  • Il dibattito sulla sostenibilità costringe lo storicismo a occuparsi di questioni materiali, conservazione delle risorse ed economia circolare.
  • Le competenze tecniche spaziano dall’artigianato tradizionale alla scansione digitale 3D e alla progettazione algoritmica delle facciate.
  • Lo storicismo polarizza le opinioni: Per alcuni è un ritorno al passato, per altri una rifrazione ironica o una contestualizzazione deliberata.
  • Nel discorso globale, lo storicismo viene rivalutato come parte di una ricerca postmoderna di identità.
  • Opportunità e rischi si trovano a stretto contatto: tra autenticità, pericolo del kitsch e tracotanza digitale.

Lo storicismo: un principio tra nostalgia e necessità

Chi crede che lo storicismo sia solo un’emanazione del XIX secolo non ha sentito il colpo. In realtà, la tendenza a citare, rimescolare e ricontestualizzare il passato è un principio fondamentale della storia dell’architettura che attraversa i secoli a ondate. Dal Rinascimento, che celebrava l’antichità, al postmodernismo, che ironizzava su tutto, gli architetti hanno sempre attinto a forme storiche per commentare o stabilizzare il proprio tempo. Tuttavia, lo storicismo contemporaneo si differenzia fondamentalmente dai suoi predecessori. L’attenzione non è più rivolta alla mera imitazione, ma alla selezione e alla combinazione deliberata di motivi, spesso in un accostamento quasi anarchico. Questo porta a un’architettura che vuole essere tutto allo stesso tempo e che quindi a volte raggiunge proprio quello che a molti mancava da tempo: il carattere.

Questo nuovo storicismo è particolarmente evidente in Germania, Austria e Svizzera. Che si tratti di una reazione all’efficienza raffreddata del modernismo del dopoguerra, di un gioco ironico sulla storia dell’architettura o di un tentativo di recuperare l’identità perduta nello spazio urbano, i motivi sono diversi e spesso contraddittori. Lo dimostrano progetti come il City Palace di Berlino, l’Heumühle di Vienna o le innumerevoli ricostruzioni di facciate a Zurigo: Il desiderio di continuità storica è ininterrotto. Tuttavia, a differenza delle epoche precedenti, gli argomenti di oggi sono meno dogmatici. Lo storicismo è diventato una cassetta degli attrezzi da cui i progettisti attingono quando si tratta di contesto, orientamento o semplicemente accettazione da parte del pubblico.

Il confine tra citazione, parodia e ricostruzione seria è sempre più labile. Il nuovo storicismo flirta con il kitsch e l’esagerazione, con la precisione digitale e l’opulenza artigianale. Non è un’espressione di debolezza, ma di fiducia in se stessi: Chi cita il passato deve conoscerlo, comprenderlo ed essere in grado di commentarlo. Questo rende lo storicismo impegnativo e, per molti contemporanei, scomodo. Perché pone domande che l’architettura non ha osato porre per molto tempo: Cosa caratterizza davvero le nostre città? Quanta storia può tollerare il presente? E quanto del passato è il futuro?

In pratica, lo storicismo oggi è una strategia contro l’intercambiabilità. Mentre il modernismo si è spesso concentrato su principi universali, lo storicismo cerca il particolare, il locale, la narrazione. Questo può portare a grandi risultati o a un’imbarazzante arbitrarietà. Il fattore decisivo è la sicurezza con cui si gioca con gli elementi storici. Se ci si limita a copiare, si finisce rapidamente per ottenere una caricatura. Ma se si conoscono le regole, si possono infrangere e creare qualcosa di nuovo.

Lo storicismo contemporaneo è quindi molto più di un revival. È una reazione alle eccessive esigenze del sempre nuovo, al desiderio di localizzazione in un mondo complesso. E a volte, sì a volte, è semplicemente bello – in un modo che sfida l’ottimizzazione algoritmica.

Digitalizzazione e IA: tra ricostruzione e remix

È un’ironia della storia: la digitalizzazione, tra tutte le cose, che è stata a lungo considerata la forza trainante di nuovi formati radicali, ha portato a una rinascita dello storicismo. Ciò che un tempo doveva essere faticosamente disegnato, mattonato e modellato a mano, oggi può essere riprodotto o ricomposto a tempo di record grazie a scansioni 3D, algoritmi e frese CNC. Gli ornamenti storici possono essere digitalizzati, scalati e variati, per poi essere materializzati in pietra, stucco o persino fibra di carbonio grazie a una tecnologia di produzione all’avanguardia. Questo apre ad architetti e progettisti possibilità inimmaginabili di giocare con la storia senza ricorrere a ricostruzioni museali.

In Germania, Austria e Svizzera, sempre più studi utilizzano strumenti digitali per catturare e ripristinare la sostanza storica o adattarla a nuovi progetti. Si va dalle ricostruzioni dettagliate delle facciate e dalle modanature decorative generate parametricamente alle analisi basate sull’intelligenza artificiale delle piante degli edifici storici. Il confine tra originale e simulazione sta diventando sempre più labile. Ciò che è considerato „autentico“ sta diventando una questione di qualità dei dati, risoluzione delle scansioni e plausibilità degli algoritmi. Lo storicismo sta diventando una strategia digitale che reinterpreta il passato e il futuro.

Ma la digitalizzazione solleva anche nuove questioni. Chi è il vero proprietario delle facciate scansionate? Quanto sono trasparenti gli algoritmi che decidono quali motivi ricostruire? E quanta libertà artistica rimane una volta che l’intelligenza artificiale ha calcolato la distanza ottimale tra le colonne? La comunità architettonica è divisa: Per alcuni, la tecnologia apre nuove possibilità di creatività e contestualizzazione. Per altri, lo storicismo rischia di diventare una facciata per l’arbitrarietà digitale. Una cosa è certa: il discorso sulla digitalizzazione e sullo storicismo è tutt’altro che concluso.

Un altro settore alimentato dall’IA e dalla digitalizzazione è la partecipazione pubblica. Oggi i cittadini possono camminare attraverso ricostruzioni virtuali con la realtà aumentata, valutare alternative e quindi influenzare direttamente le decisioni di pianificazione. Questo rende lo storicismo più trasparente e democratico, ma anche più suscettibile alle tendenze populiste. Chi decide cosa è „bello“? E come si possono distinguere le verità storiche dai falsi digitali? La tecnologia da sola non fornisce la risposta. È ancora necessario un giudizio architettonico e la volontà di impegnarsi in dibattiti scomodi.

Nel complesso, è chiaro che lo storicismo digitale non è una tendenza retrò, ma un laboratorio per affrontare la storia in una società guidata dai dati. Costringe gli architetti a confrontarsi con il passato, il presente e il futuro allo stesso tempo e a prendere posizione nel processo. Che questo abbia sempre successo è un’altra questione. Ma raramente il discorso è stato più appassionante.

Sostenibilità e storicità: una contraddizione o una grande opportunità?

Quasi nessun altro tema dell’architettura è attualmente discusso con la stessa passione della sostenibilità. E quasi nessun altro campo è così controverso come lo storicismo. Alcuni lo accusano di essere uno spreco di risorse, una battaglia di materiali e pura cosmesi di facciata. Altri vedono nel riutilizzo del tessuto edilizio storico, nella coltivazione dell’artigianato e della regionalità un contributo all’economia circolare. Chi ha ragione? Come spesso accade, la verità sta nel mezzo.

In Germania, Austria e Svizzera esistono numerosi esempi di come lo storicismo possa essere conciliato con gli obiettivi di sostenibilità. Il restauro delle vecchie facciate, l’integrazione attenta nei quartieri storici, il riutilizzo dei materiali: tutto ciò può preservare le risorse e risparmiare energia grigia. Allo stesso tempo, lo storicismo ci costringe a riflettere sulla durata di vita degli edifici. Ciò che è durato per secoli merita di essere conservato o sviluppato ulteriormente. Ma questo è possibile solo se la sostanza tecnica è corretta e se i vecchi metodi di costruzione sono compatibili con i nuovi requisiti di efficienza energetica, accessibilità e comfort.

Le sfide maggiori risiedono nei dettagli. I profili delle finestre, gli elementi in stucco o i tetti storici non possono essere semplicemente portati allo standard di casa passiva. Sono necessarie competenze tecniche, sensibilità e il coraggio di scendere a compromessi. Sempre più progettisti lavorano quindi su base interdisciplinare: restauratori, conservatori, consulenti energetici ed esperti digitali collaborano per trovare l’equilibrio tra conservazione e ristrutturazione. La digitalizzazione aiuta in questo senso, ad esempio attraverso un inventario preciso, la simulazione dei flussi energetici o lo sviluppo di concetti di ristrutturazione personalizzati.

Tuttavia, non si possono trascurare gli aspetti negativi. Troppo spesso l'“aspetto storico“ è solo una facciata, dietro la quale si nascondono cemento a basso costo e materiali isolanti di dubbia qualità. Lo storicismo diventa così un mero sfondo che non ha nulla a che vedere con l’edilizia sostenibile. Chi prende sul serio lo storicismo deve quindi assumersi anche la responsabilità della scelta dei materiali, della cultura edilizia e degli aspetti sociali. Non basta copiare l’antico, bisogna pensare al futuro.

Il dibattito su storicismo e sostenibilità è quindi esemplare per il cambiamento della cultura edilizia nel suo complesso. Dimostra che non esistono risposte facili, ma ci sono molti modi per conciliare storia e futuro. Gli esempi migliori nascono quando tecnologia, artigianato e innovazione digitale vanno di pari passo. E dove il risultato è più della somma delle sue parti.

Conoscenze, competenze, atteggiamento: ciò che i professionisti devono sapere sullo storicismo oggi

Affrontare lo storicismo richiede un’ampia gamma di competenze da parte di architetti, progettisti e ingegneri. Non è più sufficiente conoscere a memoria qualche storia dell’architettura o cogliere dettagli dal libro degli ornamenti. Chiunque affronti l’argomento ha bisogno di competenze tecniche, progettuali e discorsive, e della volontà di affrontare le contraddizioni della propria disciplina.

Tecnicamente, lo spettro va dall’artigianato classico alla simulazione digitale. L’analisi precisa del tessuto edilizio storico è importante quanto la capacità di leggere e valutare scansioni 3D e progetti parametrici. La fisica degli edifici, la scienza dei materiali e la conservazione del patrimonio sono indispensabili quando si tratta di combinare vecchio e nuovo. Allo stesso tempo, i professionisti devono essere in grado di comunicare con i cittadini, le autorità e gli investitori, moderando le aspettative spesso molto diverse.

È necessario un istinto sicuro in termini di progettazione. Il nuovo storicismo non è una licenza di citazione, ma richiede un approccio sicuro alla forma, alle proporzioni e al contesto. Chiunque lavori in ambito storico deve decidere cosa ricostruire, cosa interpretare e cosa ironizzare. Ciò richiede la conoscenza della storia architettonica locale e la capacità di riflettere criticamente sul proprio progetto. I progetti migliori si riconoscono dal fatto che continuano a scrivere la storia, non semplicemente a ripeterla.

Infine, lo storicismo è un campo minato in termini di discorso. Quasi nessun altro argomento polarizza così tanto. Tra le accuse di essere retrogradi e le richieste di contestualizzazione, gli architetti di oggi si muovono su un terreno sottile. Se si vuole sopravvivere qui, occorrono argomenti, persuasività e la volontà di mettere costantemente in discussione le proprie posizioni. Dopo tutto, lo storicismo non è una ricetta, ma uno strumento. E come ogni strumento, può essere usato saggiamente o stupidamente.

Per la professione, ciò significa che lo storicismo non è solo una questione di stile, ma una pietra di paragone per il proprio atteggiamento. Coloro che lo padroneggiano possono offrire molto di più che belle facciate. Possono avviare dibattiti, creare identità e creare spazi che durano nel tempo. È una sfida – e più che mai necessaria.

Lo storicismo nel discorso globale: identità, ironia, innovazione

Lo storicismo non è un fenomeno esclusivamente tedesco, austriaco o svizzero. Giocare con la storia, la citazione e il contesto sta vivendo un notevole boom in tutto il mondo. Dai progetti di ricostruzione di Varsavia e Mosca al postmodernismo di Londra e alla cultura edilizia ibrida in Cina, i motivi storici vengono sperimentati, combinati e interrotti ovunque. Il discorso globale sullo storicismo è a più livelli: va dalla ricerca di identità e dalla critica dell’architettura di scambio globalizzata alla deliberata ironizzazione del proprio patrimonio.

In molti Paesi, lo storicismo è celebrato come un contro-modello del modernismo internazionale. È visto come un modo per preservare le tradizioni locali, raccontare narrazioni culturali e promuovere la partecipazione sociale. Allo stesso tempo, è una superficie di proiezione per dibattiti politici, sociali ed estetici. Ciò che è considerato un’espressione di autenticità in un contesto viene bollato come kitsch o nazionalismo altrove. L’architettura deve affrontare queste tensioni e trovare soluzioni che non scivolino nella nostalgia o nell’arbitrarietà.

Allo stesso tempo, lo storicismo globale è un laboratorio di innovazione. Le tecnologie digitali, i nuovi materiali e i metodi di costruzione ibridi consentono di reinterpretare gli elementi storici e di combinarli con le esigenze contemporanee. Gli esempi migliori nascono quando passato e futuro non sono visti come opposti, ma come risorse. Architetti come David Chipperfield, Herzog & de Meuron e Caruso St John dimostrano quanto possa essere sottile e stratificato lo storicismo oggi, senza cadere nell’eclettismo o nella copia.

Tuttavia, anche le critiche sono presenti a livello globale. La critica è che lo storicismo è spesso comodo, piacevole e facile da collegare, ma raramente veramente innovativo. Soddisfa le aspettative invece di metterle in discussione. Fornisce identità su ordinazione invece di sviluppare nuove narrazioni. Chiunque lo prenda sul serio deve quindi sempre porsi la domanda sul proprio contributo. Che cosa può realizzare oggi lo storicismo – e dove diventa un mero sfondo?

Il dialogo internazionale dimostra che lo storicismo è più stimolante quando ammette le contraddizioni. Quando non si considera una risposta, ma una domanda. E quando utilizza le possibilità della digitalizzazione per aprire nuove prospettive sul vecchio. Allora lo storicismo non è un regresso, ma un progresso – e a volte anche bello.

Conclusione: lo storicismo – più di uno stile, meno di una soluzione, ma sempre una sfida

Lo storicismo non può essere ridotto a questioni di stile o di moda. È un principio architettonico complesso che crea identità, provoca dibattiti e sfida costantemente. Che si tratti di una rottura deliberata, di una rifrazione ironica o di una ricostruzione seria, lo storicismo richiede competenza tecnica, intelligenza creativa e fermezza discorsiva. La digitalizzazione e la sostenibilità conferiscono al vecchio principio una nuova urgenza e nuove possibilità. L’architettura del futuro dovrà confrontarsi con lo storicismo, non per copiare il passato, ma per plasmare il futuro. Chi lo capirà sarà in vantaggio. E a volte, sì a volte, il risultato è qualcosa di veramente bello, proprio perché è tutto allo stesso tempo.

Teste di personaggi di Monaco

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Questo fine settimana, oltre 90 siti culturali di Monaco invitano i visitatori alla Notte dei Musei Aperti. Anche la Gliptoteca partecipa all’iniziativa, esponendo teste di marmo greche e romane dal 500 a.C. al 500 d.C..

STEIN ha parlato con il direttore Florian S. Knauß e con i due restauratori di pietre Alfons Neubauer e Olaf Herzog del lungo lavoro di preparazione della mostra speciale: Numerose sculture sono state recuperate dal deposito e per alcune di esse sono state reinstallate le aggiunte marmoree barocche e neoclassiche che erano state rimosse negli anni Sessanta.

„Poiché la Gliptoteca di Monaco possiede una collezione di ritratti di dimensioni impressionanti e di qualità eccezionale, una mostra sui ritratti nell’antichità era una scelta ovvia“, spiega il dottor Florian S. Knauß, direttore dell’istituzione monacense. „Li abbiamo chiamati ‚teste di personaggi‘. Oggi il ritratto è associato principalmente al volto, ma nell’antichità l’immagine di una persona poteva essere ridotta alla testa solo in una fase relativamente avanzata. Per i Greci, il ritratto di una persona includeva naturalmente anche il corpo, che conteneva importanti informazioni sulla persona raffigurata. Tuttavia, queste statue, spesso a grandezza naturale e a volte colossali, sono raramente conservate, soprattutto gli originali, solitamente in bronzo. I visitatori della mostra incontreranno quindi soprattutto busti e teste di marmo. Essi fanno rivivere i viri illustres, i generali e i filosofi, i poeti e gli oratori che molti riconoscono ancora dai testi antichi“.

Il dottor Christian Gliwitzky, vicedirettore della Gliptoteca, ha ideato e curato la mostra, per la quale sono state recuperate 40 teste dal deposito. Il ricco tesoro del museo, integrato da 30 prestiti di prim’ordine provenienti da importanti collezioni archeologiche di tutto il mondo e da collezioni private, potrà essere ammirato fino a metà gennaio 2018. La mostra offre ora un tour attraverso 1.000 anni di storia del ritratto.

La mostra ha richiesto tre anni di progettazione. I restauratori Alfons Neubauer e Olaf Herzog hanno trascorso una buona metà di questo tempo nel lavoro preparatorio. „La Alexander Hall è stata completamente riallestita per la mostra speciale“, spiega Alfons Neubauer. „È stato uno sforzo enorme per la mostra. Abbiamo spostato ogni pezzo. Le grandi sculture e i rilievi non sono attualmente esposti“, aggiunge Olaf Herzog. „Di 140 ritratti, solo uno ha mantenuto il suo posto“, aggiunge il direttore Florian Knauß.

Aggiunte in marmo reinstallate

Non solo sono stati creati nuovi gruppi di ritratti, ma anche le aggiunte in marmo barocche e neoclassiche che erano state rimosse negli anni Sessanta sono state reinstallate su alcuni oggetti. „Fino alla fine del XVIII e all’inizio del XIX secolo si pensava ancora che aggiungere sculture fosse un miglioramento“, spiega il direttore della Glyptothek Florian S. Knauß. „Da Winkelmann in poi, ci si è convinti che si dovesse presentare la sostanza originale e non aggiungere nulla. In passato, erano scultori di spicco a creare le aggiunte. A Monaco di Baviera, abbiamo il caso particolare del re Ludwig I che, nel 1811/12, insistette affinché venissero aggiunte le aeginette recentemente acquistate. Per questo motivo, qui a Monaco abbiamo ancora ricostruzioni relativamente tardive degli oggetti. Un forte movimento di contrasto si è avuto dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando sono stati effettuati massicci interventi di restauro. A quel tempo, tutte le aggiunte furono rimosse, e questo vale non solo per la pietra, ma anche per la ceramica. Oggi siamo convinti che questo restauro radicale non sia la soluzione ideale. In parte, abbiamo invertito la rotta. Perché ovviamente non riconosce che il visitatore del museo non è un archeologo che può aggiungere tutto, ma ha bisogno di supporti visivi. Non esiste un approccio standardizzato. Ma siamo dell’idea che un’integrazione moderata sia utile. Oggi consideriamo anche il restauro come un importante contributo alla storia dell’arte e della cultura“.

I restauratori hanno trovato molte delle aggiunte storiche nel deposito. „Il grande valore è che quasi tutte le aggiunte rimosse negli anni ’60 non sono state accantonate, ma conservate“, afferma felice Alfons Neubauer. „Questo è un enorme tesoro che può essere utilizzato per ricreare le condizioni originali. Il restauro raggiunge spesso un punto critico quando si rimuove il naso dal volto, ad esempio. Quando abbiamo fatto le aggiunte, abbiamo discusso di ogni singolo pezzo come un team – restauratori e conservatori. Cosa possiamo fare? E che senso ha dal punto di vista tecnico?“. Oggi i restauratori hanno una mentalità più aperta in questo senso. „Negli anni ’70/’80 si faceva un calco di un’aggiunta storica in gesso e poi lo si applicava. Nel frattempo, ci siamo così allontanati dal restauro che osiamo rimettere un naso di pietra, naturalmente in modo reversibile“, spiega Alfons Neubauer.

La mostra inizia con un professionista della politica ateniese, uno stratega del tipo Pastoret. In questo cosiddetto Konon, solo la base dell’erma, il collo e la parte inferiore del viso fino agli occhi sono antichi. Sono stati aggiunti la parte superiore della testa e il naso in marmo, alcuni riccioli in gesso. „Poiché gran parte della sostanza antica della testa è andata perduta, l’aggiunta storica è un guadagno. Ora abbiamo un’immagine complessiva“, spiega Olaf Herzog.

Gli studenti dell‘August Everding Theatre Academy mettono in scena le teste

Gli studenti dell’August Everding Theatre Academy stanno attualmente creando un quadro d’insieme ancora migliore. Per accompagnare l’attuale mostra speciale nella Glyptothek, hanno realizzato il loro progetto di teste. Utilizzando ritratti realistici in silicone, hanno mostrato l’aspetto reale delle persone rappresentate dai busti di marmo nella Glyptothek.


Informazioni sulla Gliptoteca

„Il fatto che Monaco di Baviera possieda una così grande collezione di ritratti greci e romani è innanzitutto merito di Ludwig I e dei suoi collaboratori Martin von Wagner e Leo von Klenze“, afferma il dottor Florian S. Knauß, direttore della Gliptoteca di Monaco. Il museo fu costruito tra il 1816 e il 1830 secondo i progetti di Leo von Klenze. Le opere principali sono il Fauno Barberino e le figure del frontone del Tempio di Aphaia ad Egina, le Eginetes, acquisite nel 1813. L’attuale mostra speciale è stata sponsorizzata, tra gli altri, dalla Ernst von Siemens Kunststiftung e dalla Kulturstiftung der Länder.

La mostra speciale nella Glyptothek „Teste di personaggi. Greci e romani in ritratto“ durerà fino al 14 gennaio 2018.

Il Reno come collegamento transfrontaliero

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Il gruppo di progetto argine del Reno dell’IBA Basilea 2020 si è posto l’obiettivo di progettare un parco fluviale transfrontaliero lungo il paesaggio fluviale del Reno. La base di questa visione, composta da molti progetti individuali, è uno studio che crea immagini comuni per la regione.

Ulteriori informazioni sono disponibili nel numero 08/2015 a pagina 35.

Allianz Arena di Monaco – Calcio, NFL e altro…

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Allianz Arena Monaco di Baviera Arcobaleno

L'Allianz Arena di Monaco di Baviera con i colori dell'arcobaleno. Foto di Sinnbildner - Wikipedia CC BY-SA 4.0

È un’istituzione del calcio tedesco e internazionale e per molti è lo stadio più bello del mondo: l’Allianz Arena della capitale bavarese. L’FC Bayern Monaco gioca le sue partite casalinghe all’Allianz Arena davanti a 75.000 spettatori. La finale di UEFA Champions League del 2012 (FC Bayern Monaco contro Chelsea FC) e le numerose partite dei Mondiali di calcio del 2006 sono difficili da dimenticare. Il contratto per questo colosseo calcistico è stato assegnato al consorzio Alpine Bau Deutschland GmbH come appaltatore generale insieme agli architetti Jacques Herzog e Pierre de Meuron e al progettista generale HVB Immobilien AG.

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Aggiornamento: 11 novembre 2022
Domenica 13 novembre 2022, nel pomeriggio, si terrà la prima partita di football americano nella storia dell’Allianz Arena. I Seattle Seahawks affronteranno i Tampa Bay Buccaneers con la loro superstar Tom Brady. I preparativi sono in corso da settimane per garantire che una partita di NFL possa svolgersi all’Allianz Arena. Dopo che le regolari operazioni di gioco dell’FC Bayern Monaco sono state mantenute fino alla pausa invernale, le fondamenta dei pali delle porte, ad esempio, sono state gettate già molti mesi fa. Pochi giorni prima della partita della NFL, sono stati poi eretti i pali corrispondenti per i field goal e gli extra point.

Poiché l’Allianz Arena non è stata progettata per il football americano, è stato necessario apportare molte modifiche. Ad esempio, un campo da calcio è più corto ma più largo di un campo da football. Inoltre, è stato necessario apportare numerosi aggiustamenti per quanto riguarda la sicurezza e anche il design degli interni. Gli amici dello sport parlano anche di storia dello sport e l’Allianz Arena è in attesa di un altro sport appassionato. Tra l’altro, il contratto di locazione della città di Monaco prevede che per 90 anni (per lo più) nell’arena si possa giocare solo a calcio. Tuttavia, dopo che non è stato possibile garantire che anche una partita di NFL potesse svolgersi lì a causa degli imminenti lavori di ristrutturazione del vecchio Stadio Olimpico, tutte le parti si sono accordate sull’Allianz Arena. È stato detto che si voleva assolutamente portare la NFL a Monaco.

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Quando si parla di Allianz Arena, si sentono quasi solo grandi nomi. L’Allianz Arena di Monaco di Baviera sembra essere lo stadio perfetto per una delle migliori squadre di calcio del mondo. L’FC Bayern Monaco regala ai suoi tifosi innumerevoli emozioni stagione dopo stagione e anche la nazionale tedesca ha ottenuto grandi successi a Monaco. Ma cosa c’è dietro questa arena e perché non vediamo l’ora di assistere alle partite dell’Allianz Arena di Monaco di Baviera per gli Europei del 2021?

La costruzione dell’Allianz Arena è iniziata nel 2002 e la prima pietra è stata posata il 21 ottobre 2002. Qualche anno dopo, nell’aprile 2005, i lavori di costruzione sono stati completati. La prima partita di prova nell’arena si è svolta tra l’FC Bayern Monaco e il TSV 1860 Monaco il 19 maggio 2005 davanti a circa 30.000 spettatori. La partita inaugurale ufficiale è stata l’amichevole tra i Lions e l’1. FC Nürnberg il 30 maggio 2005. Un giorno dopo si è svolta la partita inaugurale II tra l’FC Bayern Monaco e la nazionale tedesca nell’ambito di un’amichevole non ufficiale, vinta dal Bayern per 4 a 3.

Il motivo della presenza dei due grandi club di Monaco all’Allianz Arena è la struttura proprietaria. L’arena è di proprietà e costruita dall’Allianz Arena München Stadion GmbH, che oggi è interamente di proprietà dell’FC Bayern München AG, ma all’epoca era posseduta in parti uguali dalla suddetta AG dei campioni tedeschi e dal TSV München von 1860 GmbH & Co KGaA. Il 27 aprile 2006, tuttavia, l’azionista TSV München von 1860 GmbH & Co. KGaA ha dovuto vendere le proprie azioni all’FC Bayern München AG per 11 milioni di euro. Il motivo è da ricercarsi in problemi finanziari. Poco tempo dopo, tuttavia, il club ha rinunciato all’opzione di riacquisto delle azioni.

I costi totali di costruzione dell’Allianz Arena ammontano a 286 milioni di euro. I costi totali, che comprendono anche i costi di finanziamento, ammontavano a 340 milioni di euro. Inoltre, circa 210 milioni di euro sono stati investiti dal settore pubblico per lo sviluppo e le infrastrutture.

I punti salienti dell’Allianz Arena

L’arena offre numerosi punti di forza. Il primo e più importante è probabilmente la capacità, che nel corso degli anni è stata aumentata fino a 75.000 posti. Naturalmente non sono compresi solo gli spalti, ma anche i posti in piedi e i palchi. Questo sarebbe stato un fattore importante anche per la candidatura alle finali dei Campionati Europei UEFA del 2021, se Monaco non avesse deciso di non candidarsi a favore di Londra. Tra l’altro, la candidatura di Berlino per ospitare le finali è stata respinta.

Ufficialmente, l’Allianz Arena ha una capacità di 70.000 posti. Questo lo rende il terzo stadio più grande di questo Campionato Europeo. Solo Wembley a Londra e lo Stadio Olimpico di Roma sono più grandi. Ma non è solo la capacità dell’Arena di Monaco a essere sorprendentemente grande. Anche il parcheggio multipiano e la spianata sono enormi. Con 9.800 posti auto, il parcheggio multipiano è il più grande parcheggio di uno stadio in Europa.

La facciata dell’Allianz Arena – una dichiarazione

Stiamo parlando di una delle facciate a LED più grandi del mondo. Un’area totale di 26.000 metri quadrati è illuminata da più di 300.000 LED, teoricamente in più di 16 milioni di colori. Questo fa dell’Allianz Arena una delle più grandi facciate a LED del pianeta, insieme al Burj Khalifa di Abu Dhabi e al T-Centre di Vienna.

Un po‘ troppo per la funzione. L’Allianz Arena deve i suoi soprannomi meno lusinghieri di gommone, pneumatico o cuscino d’aria in parte alla sua forma e in parte ai cuscini in lamina (che compongono la facciata). 2.760 nidi d’ape di fogli di etilene tetrafluoroetilene dello spessore di 0,2 mm occupano una superficie totale di 66.000 metri quadrati e conferiscono all’arena il suo aspetto caratteristico.

Il lettore attento starà pensando: „Aspetta, perché improvvisamente 66.000 e non più 26.000 metri quadrati?“.
Questo perché l’area del tetto, anch’essa coperta da cuscini di pellicola, non è illuminata.

Chi conosce l’Allianz Arena dal passato ricorderà che all’epoca era possibile illuminare solo con i colori rosso, blu e bianco. Fino ad agosto 2015 sono stati utilizzati tubi fluorescenti, prima di passare alla tecnologia LED. Secondo l’FC Bayern, la conversione degli 8.000 tubi fluorescenti in LED ha consentito un risparmio energetico del 60%. La conversione è durata quasi un anno e ora consente di realizzare concetti di illuminazione tematici per molti eventi, come il Christopher Street Day (colori dell’arcobaleno) e il Natale. Dal 2019 è in uso un concetto di illuminazione del tetto adattato e suggestivo di Zumtobel.

I LED nei colori RGB e bianco sono illuminati sull’anello terminale interno del tetto e nelle giunzioni radiali nell’area del tetto. Quando è illuminata di rosso, sembra quasi che la tribuna si fondesse con l’area del tetto appena illuminata. Quando la squadra del Monaco segna un gol, l’effetto luminoso pulsa per far venire ancora di più la pelle d’oca. Zumtobel ha anche modernizzato l’illuminazione della scalinata a cascata e ha installato nuovi apparecchi a palloncino sulla spianata esterna all’arena nel 2020.

Il verde dell’Arena di Monaco

Se inizialmente era stato utilizzato un manto erboso a rotoli, nella stagione 2014/15 è stato utilizzato un manto erboso ibrido. La decisione è stata presa a favore del concetto di manto erboso ibrido a causa dell’elevato carico e della complessa procedura di sostituzione del manto erboso. Si trattava di un manto erboso naturale con fibre di erba artificiale integrate.

A causa di un’infestazione fungina, si sono formate ampie chiazze marroni e la giocabilità è stata fortemente limitata. Di conseguenza, nel 2016 si è deciso di sostituire nuovamente il manto ibrido con quello naturale. Da allora, i calciatori giocano solo su erba naturale all’Allianz Arena.

Poiché gli spettatori dell’arena devono essere protetti dai raggi solari da un sottofondo tessile che contribuisce anche a migliorare l’acustica, il campo è illuminato artificialmente. Per quanto riguarda l’illuminazione di base, nel 2017 l’illuminazione alogena è stata sostituita da proiettori a LED. L’Allianz Arena dispone anche di due schermi video di 200 metri quadrati, che fino al 2017 erano gli schermi più grandi d’Europa.

Le partite del Campionato europeo 2021 all’Allianz Arena

L’Allianz Arena ospiterà quattro partite del Campionato europeo 2021.

Francia – Germania il 15 giugno 2021 alle 21:00
Portogallo – Germania il 19 giugno 2021 alle 18:00
Germania – Ungheria il 23 giugno 2021 alle 21:00
Quarto di finale: vincitrice degli ottavi di finale 4 – vincitrice degli ottavi di finale 2 il 2 luglio 2021 alle 21:00.

Poiché la Germania ospiterà il Campionato Europeo UEFA 2023, le migliori squadre d’Europa torneranno a giocare all’Allianz Arena tra due anni. C’è anche la possibilità che la finale del Campionato europeo 2023 si svolga a Monaco. Ma questa decisione è ancora in sospeso.

Monaco! Calcio! Passione.

Che siate appassionati di calcio o meno. L’Allianz Arena è senza dubbio uno degli stadi di calcio più emozionanti del mondo. Chiunque sia un appassionato di calcio e sia mai stato all’Allianz Arena sa bene quanto il concetto di arena funzioni e quanto fantastica sia l’atmosfera che si respira durante una partita di calcio ad alto punteggio ed eccitante a Monaco. Non vediamo l’ora di assistere alle prossime partite a Monaco e, soprattutto, di vivere un periodo di tempo dopo la pandemia che consentirà nuovamente di avere uno stadio pieno con oltre 70.000 tifosi.

Clicca qui per maggiori informazioni e foto dell’Allianz Arena.

Per saperne di più sullo stadio di Wembley a Londra, cliccare qui. Qui potete trovare la panoramica degli stadi di EURO 2021.

Aggiornamento: 24.06.2021

L’Allianz Arena è stata la sede della partita finale del girone tra Germania e Ungheria. Dopo che il governo ungherese ha approvato una legge che limita fortemente l’educazione all’omosessualità nelle scuole, la città di Monaco di Baviera ha voluto dare l’esempio e far risplendere l’Allianz Arena con i colori dell’arcobaleno. La UEFA ha rifiutato questa proposta. La ragione addotta è che non è possibile fare dichiarazioni politiche durante i Campionati Europei. In precedenza, la UEFA aveva indagato sul portiere della nazionale tedesca Manuel Neuer, che indossava una fascia da capitano color arcobaleno come capitano della nazionale. L’indagine è stata archiviata.

Poiché la città non era in grado di illuminare l’arena di conseguenza, si è deciso di illuminare con i colori dell’arcobaleno la vicina turbina eolica, il municipio e la torre televisiva di Monaco. Varie iniziative hanno anche distribuito maschere arcobaleno e piccole bandiere arcobaleno davanti allo stadio. Molti tifosi hanno anche portato il proprio equipaggiamento color arcobaleno. Tuttavia, questo non ha cambiato il risultato della partita, che è terminata 2:2 e ha garantito alla Germania il secondo posto nel girone e quindi la qualificazione diretta alla prima fase finale. L’Ungheria ha concluso il torneo con un pareggio per 2-2 e non si è qualificata per il turno successivo.

Risultati del concorso a dicembre 2020

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Siete interessati agli ultimi risultati dei concorsi di architettura del paesaggio, ma non avete il tempo di guardarli bene? Nella panoramica dei concorsi G+L, Heike Vossen fornisce aggiornamenti mensili sui concorsi più interessanti. Ecco i risultati dei concorsi di dicembre 2020.

La città di Bedburg è alla ricerca di un progetto complessivo per il parco che circonda il castello con fossato del XII secolo nel centro della città. L’obiettivo è quello di aumentare il valore di amenità e l’impatto esterno del parco e di collegarlo con gli edifici circostanti. Il progetto vincitore di A24 Landschaft ha colpito per le sue innovazioni attente e appropriate e per la chiara zonizzazione spaziale e i collegamenti. L’area centrale del parco forma un sistema a sé stante, come un parco paesaggistico romantico con percorsi curvilinei e piccoli rifugi in riva al mare. I percorsi lineari completano il sistema all’esterno. L’asse della passeggiata del parco funge da collegamento diretto tra il centro città occidentale e il quartiere residenziale orientale. Nel parco, i progettisti riprendono l’elemento centrale dell’acqua e ne mettono in scena l’esperienza, assottigliando le sponde lungo i corsi d’acqua e creando aree ricreative in riva all’acqua. L’area del parco a sud dello stagno dei pesci sarà molto più diradata rispetto all’isola centrale del parco, che rimarrà fiancheggiata dagli alberi esistenti.

I risultati del concorso di novembre sono disponibili qui e qui.

Il sito dell’ex fabbrica di cavi Theisen a Duisburg sarà trasformato in un quartiere residenziale con circa 200 appartamenti. Secondo la giuria, il progetto vincitore del concorso a più fasi tiene conto molto bene delle strutture di utilizzo pubblico e privato. Il nuovo spazio urbano colpisce per la piazza pubblica centrale tra l’ex villa del direttore, la struttura del padiglione da conservare e il nuovo sviluppo del blocco perimetrale e si inserisce armoniosamente nella struttura di sviluppo circostante. I progettisti hanno suddiviso il sito in un quartiere urbano con una struttura chiusa e un campus verde intervallato da singoli edifici solitari. Il Campus Theisen offre aree ombreggiate per l’apprendimento e il gioco per scuole, asili e caffè. Il quartiere urbano è privo di auto e si basa su sequenze flessibili di percorsi e piazze, nonché su spazi verdi protetti nei cortili interni, destinati all’uso privato o pubblico.

I risultati del concorso di novembre sono disponibili qui e qui.

Un approccio progettuale sorprendente ha aiutato TGP Landschaftsarchitekten a vincere il concorso di realizzazione: i progettisti hanno eliminato i filari di alberi esistenti che in precedenza costituivano i bordi della piazza Münsterplatz, creando così il contesto urbano perduto tra la piazza e gli edifici storici circostanti. Al suo posto, una piazza alberata della chiesa costituisce il nuovo leitmotiv. Gli assi visivi esistenti si liberano e nuove destinazioni diventano chiaramente visibili: la piazza stessa può così tornare a ricoprire la sua importante posizione nella struttura storica del centro storico. La disposizione libera degli alberi nelle nuove posizioni consente un’elevata qualità di soggiorno e un uso differenziato della piazza. In futuro, la piazza stessa si estenderà fino alle facciate con una pavimentazione uniforme ma finemente differenziata, unendo i precedenti sottospazi in un’unica area complessiva. La pianta dell’ex chiesa cattedrale può essere letta come un'“ombra“ del passato con una pavimentazione più scura.

I risultati del concorso di novembre sono disponibili qui e qui.

Copenaghen integra gli indicatori sociali nelle infrastrutture verde-blu

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Scatto urbano ad alta angolazione incentrato sullo sviluppo urbano sostenibile, fotografato da Markus Spiske

A Copenaghen non si concentrano solo sulla bellezza di parchi e canali, ma misurano come questi cambiano realmente la vita delle persone. La capitale danese è un pioniere nell’integrazione degli indicatori sociali nelle infrastrutture verdi e blu, creando un modello di pianificazione che definisce gli standard a livello mondiale. Chiunque voglia sapere come viene realmente progettata e misurata la qualità della vita nelle città non può più ignorare Copenaghen.

  • Perché Copenaghen sta integrando gli indicatori sociali nelle infrastrutture verde-blu – e perché questa non è solo una tendenza.
  • Come la pianificazione urbana, l’architettura del paesaggio e i processi partecipativi sono intelligentemente interconnessi in Danimarca.
  • Quali indicatori sociali vengono effettivamente utilizzati nella pratica e come vengono raccolti.
  • Come le infrastrutture verdi e blu influenzano la resilienza sociale, la salute e la partecipazione.
  • Il ruolo della digitalizzazione e della raccolta dei dati – dai satelliti e dai sondaggi tra i cittadini alla tecnologia dei sensori.
  • Come collaborano i team multiprofessionali dell’amministrazione, della scienza e della pratica.
  • Quali sono le sfide e le insidie nella misurazione degli effetti sociali e come Copenaghen le affronta.
  • Quali lezioni si possono trarre per le città tedesche, austriache e svizzere.

La nuova urbanità di Copenaghen: perché gli indicatori sociali contano nella città verde

Se si va alla ricerca del segreto della qualità della vita urbana a Copenaghen, si finisce subito con le famose piste ciclabili ad alta velocità, le vivaci passeggiate sul lungomare e gli ampi parchi. Ma la vera innovazione è più profonda, o meglio: è invisibile finché non la si misura. Da alcuni anni la città persegue una strategia che va ben oltre la tradizionale cura del verde urbano e dei lungomari. Copenaghen integra specificamente gli indicatori sociali nella pianificazione, nell’attuazione e nella valutazione delle infrastrutture verdi e blu. Non si tratta di un esercizio accademico o di un altro progetto faro nella competizione sulla sostenibilità tra le metropoli europee. Qui la città diventa un laboratorio: per capire come natura e società interagiscono nella trasformazione urbana.

A Copenaghen, il termine infrastruttura verde-blu non è sinonimo di alcuni bei parchi e canali. Si riferisce piuttosto a un sistema a rete di spazi verdi, corsi d’acqua, aree di ritenzione, tetti verdi e spazi aperti che non svolgono solo funzioni ecologiche, ma anche sociali e sanitarie. L’amministrazione cittadina vede in queste strutture la chiave per la resilienza climatica, la salute pubblica, la coesione sociale e, non da ultimo, una maggiore soddisfazione della vita. Tuttavia, mentre in molti luoghi le prove di questi effetti rimangono vaghe, Copenaghen si basa su prove misurabili. L’integrazione degli indicatori sociali non è fine a se stessa, ma diventa uno strumento di gestione per la pianificazione e il funzionamento.

Cosa sono gli indicatori sociali? Nel contesto delle infrastrutture verde-blu, lo spettro va dall’accessibilità e dall’intensità d’uso alle sensazioni soggettive di sicurezza, ai contatti sociali, alle esperienze di inclusione e ai parametri di salute. Questi dati non vengono raccolti una volta sola, ma continuamente, analizzati e inseriti nei processi decisionali. Questo sposta il ruolo dell’architettura del paesaggio: diventa un laboratorio sociale, un campo per l’innovazione sociale. Chi progetta un’infrastruttura verde-blu a Copenaghen non deve quindi occuparsi solo di elenchi di piante e gestione delle acque, ma anche di sociologia, psicologia e scienza dei dati in egual misura.

Il collegamento strategico tra indicatori sociali e infrastrutture urbane è anche una risposta alle nuove sfide. Gli estremi climatici, le migrazioni, i cambiamenti demografici e le crescenti disuguaglianze sociali costringono le città ad adottare nuovi approcci di gestione. Copenaghen lo ha capito: La qualità dello spazio pubblico determina l’integrazione, la salute e la soddisfazione degli abitanti della città. L’obiettivo non è solo più verde, ma anche quartieri più tangibili, più equi, più resilienti e più vitali, sulla base di dati comprensibili e trasparenti.

Copenaghen offre quindi un campo di sperimentazione unico per gli esperti di pianificazione, amministrazione e scienza. Qui si sta testando come gli obiettivi sociali e le funzioni ecologiche non solo si sommino, ma si rafforzino a vicenda. L’integrazione degli indicatori sociali nelle infrastrutture verde-blu è quindi emblematica di una nuova concezione dello sviluppo urbano: lontano dalla pura ottimizzazione del territorio e verso un’urbanistica basata sull’evidenza, partecipativa e socialmente sostenibile.

Dalla teoria alla pratica: come Copenaghen raccoglie e utilizza gli indicatori sociali

Sembra ambizioso? Lo è. Ma come vengono esattamente raccolti, analizzati e inseriti nella pianificazione gli indicatori sociali a Copenaghen? Il processo inizia con un chiaro obiettivo politico: la città definisce obiettivi sociali chiave misurabili per la sua infrastruttura verde-blu, dall’aumento del benessere soggettivo alla promozione dell’interazione di quartiere. Questi obiettivi chiave sono tradotti in indicatori concreti che si basano su standard internazionali come gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) e le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma sono adattati alle caratteristiche locali di Copenhagen.

La raccolta dei dati è multiprospettica. Verranno utilizzati strumenti tradizionali come le indagini sulle famiglie, le interviste e i focus group, ma anche metodi digitali come i panel online, le app mobili e la tecnologia dei sensori. Ad esempio, i dati sugli spostamenti vengono analizzati in forma anonima per comprendere i modelli di utilizzo degli spazi aperti. Inoltre, vengono regolarmente rilevati indicatori soggettivi come la sensazione di sicurezza, la coesione sociale o la soddisfazione per le infrastrutture. L’integrazione di approcci di citizen science – ad esempio attraverso la mappatura partecipativa o le piattaforme di feedback – garantisce un ampio coinvolgimento della società urbana.

Un elemento centrale è il collegamento dei dati spaziali e sociali. Copenaghen lavora con sistemi informativi geografici (GIS) che non solo mappano gli spazi verdi o i corsi d’acqua, ma li collegano anche a dati socio-demografici e sanitari. Ne derivano mappe della disuguaglianza sociale, mappe di calore dell’uso degli spazi aperti e analisi dell’accesso alle aree ricreative. I risultati sono incorporati in un’analisi d’impatto continua: Cosa cambia quando vengono creati nuovi parchi? I gruppi svantaggiati vengono raggiunti meglio? Come si sviluppa l’interazione sociale nel quartiere?

I risultati di queste analisi non sono gestiti in una torre d’avorio, ma vengono inseriti attivamente nel processo di pianificazione. I team di progetto dell’amministrazione comunale, della scienza, della pratica e della società civile utilizzano i dati per stabilire le priorità di pianificazione, adeguare le misure e avviare nuovi progetti proprio dove il valore aggiunto sociale è maggiore. In pratica, ciò significa che gli spazi verdi non vengono semplicemente „costruiti dove c’è spazio“, ma dove danno il maggior contributo alla resilienza sociale. La pianificazione diventa un processo iterativo e di apprendimento, nello spirito della governance adattiva.

Naturalmente, questo approccio è impegnativo. La raccolta e l’interpretazione degli indicatori sociali è complessa, richiede attenzione metodologica e un alto livello di sensibilità alla protezione dei dati e alle questioni etiche. Ma l’esperienza lo dimostra: Quando gli indicatori sociali vengono integrati nella governance delle infrastrutture verdi e blu, non solo aumenta l’accettazione dei nuovi progetti, ma anche i loro effettivi benefici sociali. Copenaghen sta quindi definendo uno standard con cui altre città devono misurarsi.

Impatto sociale delle infrastrutture verdi-blu: tra resilienza, salute e partecipazione

Perché vale la pena fare questo sforzo? L’integrazione degli indicatori sociali mostra quanto siano complessi gli effetti delle infrastrutture verdi-blu. Parchi, aree acquatiche, strade verdi e corsi fluviali rinaturalizzati sono molto più che semplici „polmoni verdi“ o protezioni dalle inondazioni. Sono arene sociali, risorse sanitarie e spazi di integrazione. A Copenaghen, tutto ciò è documentato con meticolosità scientifica: L’uso degli spazi aperti aumenta in modo dimostrabile quando sono progettati per essere accessibili, sicuri e socialmente diversificati. In particolare, i bambini, gli anziani e le persone socialmente svantaggiate traggono beneficio da spazi verdi di alta qualità e facilmente accessibili.

Un obiettivo centrale della strategia di Copenaghen è promuovere la resilienza sociale, ovvero la capacità delle società urbane di reagire in modo flessibile alle crisi. Le infrastrutture verdi e blu fungono da „cuscinetto sociale“, consentendo incontri, attività ricreative e sostegno nei momenti di crisi. La pandemia COVID-19 ha confermato in modo impressionante questa funzione: Parchi e lungomari sono diventati salotti all’aperto, luoghi di incontro e spazi ricreativi che hanno rafforzato la salute mentale e fisica in egual misura. La città ha analizzato sistematicamente questi sviluppi e li ha incorporati nell’ulteriore sviluppo dei suoi concetti infrastrutturali.

Un’altra area di attività chiave è la promozione della salute. Numerosi studi hanno dimostrato che trascorrere regolarmente del tempo in spazi aperti naturali e ben progettati riduce i livelli di stress, aumenta l’attività fisica e promuove la salute mentale. A Copenaghen, questi effetti sono rafforzati dal collegamento mirato tra pianificazione delle infrastrutture, promozione della salute e lavoro sociale. I programmi di promozione dell’attività fisica, i progetti di integrazione sociale e le iniziative sanitarie di quartiere sono direttamente collegati alle infrastrutture verdi e blu e il loro impatto è a sua volta misurabile attraverso indicatori sociali.

Anche il tema della partecipazione viene ripensato a Copenaghen. La raccolta sistematica di indicatori sociali rivela chi beneficia delle nuove infrastrutture e chi no. La città utilizza questi dati per rispondere in modo specifico alle lacune dell’offerta e migliorare l’accesso dei gruppi svantaggiati. L’attenzione si concentra sui principi di progettazione inclusiva, sui processi di pianificazione partecipata e sull’accesso senza barriere. L’impatto sociale delle infrastrutture verde-blu non è quindi un prodotto del caso, ma il risultato di una gestione consapevole e di una valutazione continua.

Infine, l’ampiezza degli indicatori utilizzati è notevole: lo spettro va dal numero di contatti sociali e dalla frequenza delle attività comunitarie ai dati oggettivi sulla salute. La città non considera l’infrastruttura verde-blu come un fine in sé, ma come una leva per una maggiore coesione sociale, pari opportunità e qualità della vita. Questo fa di Copenaghen un modello di pianificazione urbana che intreccia sistematicamente obiettivi ecologici e sociali.

Tecnologia, governance e ostacoli: Cosa rende Copenaghen diversa e cosa possono imparare le altre città

La forza innovativa di Copenaghen è dovuta non da ultimo allo stretto intreccio tra tecnologia, governance e partecipazione. Dal punto di vista tecnologico, la città si affida a un’ampia banca dati: oltre ai tradizionali strumenti statistici, vengono utilizzati sistemi di geoinformazione, tecnologia dei sensori mobili e piattaforme di partecipazione digitale. La raccolta e la valutazione continua degli indicatori sociali è coordinata da una piattaforma centrale di dati urbani. Questo sistema consente l’integrazione di un’ampia varietà di fonti di dati e permette un adattamento continuo e flessibile delle misure di pianificazione.

Ma la vera differenza sta nella struttura di governance. Copenaghen persegue un approccio cooperativo e multiprofessionale. L’amministrazione comunale, il mondo accademico, gli uffici di pianificazione indipendenti, i servizi sociali e le iniziative dei cittadini lavorano insieme in team interdisciplinari. La gestione non è dall’alto verso il basso, ma è un processo di dialogo in cui vengono sistematicamente incluse diverse prospettive. Il coinvolgimento degli attori della società civile garantisce che gli indicatori sociali non ignorino la realtà della vita, ma riflettano effettivamente le esigenze della popolazione urbana.

Naturalmente, anche a Copenaghen non è tutto oro quel che luccica. La raccolta degli indicatori sociali richiede molto tempo, un’elevata quantità di dati e un notevole impegno metodologico. La protezione dei dati, la rappresentatività e il rischio di interpretazioni errate sono sfide costanti. La città affronta queste insidie attraverso la trasparenza, la comunicazione aperta dei dati e il continuo sviluppo degli indicatori. Gli errori non vengono nascosti, ma sistematicamente analizzati e utilizzati per i processi di apprendimento.

C’è una chiara lezione per le città di lingua tedesca: l’integrazione degli indicatori sociali nelle infrastrutture verde-blu non è un successo sicuro, ma richiede un cambiamento di paradigma nella pianificazione, nell’amministrazione e nella politica. Non è sufficiente valutare i singoli progetti: è necessaria una gestione sistematica, sostenibile e adattiva. Team multi-professionali, piattaforme di dati aperti e processi partecipativi sono fattori chiave di successo. Chi integra gli indicatori sociali nella pianificazione e nel funzionamento fin dall’inizio non solo acquisisce conoscenza, ma anche accettazione e qualità.

Uno sguardo a Copenaghen lo dimostra: Lo sforzo vale la pena. Integrando gli indicatori sociali nelle infrastrutture verdi e blu, le città non solo diventano più resistenti al clima, ma anche più giuste, più sane e più vivibili. Lo sviluppo urbano tedesco, austriaco e svizzero può trarre enormi benefici da questo approccio, se ha il coraggio di adottare nuovi modi di pensare e lavorare.

Conclusione: la strategia sociale verde-blu di Copenaghen come modello per la città di domani

Copenaghen ha dimostrato come le infrastrutture verde-blu e gli indicatori sociali possano fondersi sinergicamente. La città non si limita a misurare quanta pioggia assorbe un parco o quanti uccelli si riproducono lungo un canale. Esamina come le persone vivono questi spazi, come i quartieri crescono insieme, come la salute e la partecipazione sono promosse dal verde urbano. L’integrazione degli indicatori sociali non è un’aggiunta, ma una componente fondamentale di una nuova urbanistica dell’apprendimento.

Per la pratica della pianificazione, ciò significa che l’infrastruttura verde-blu deve essere compresa e progettata come un processo sociale. La raccolta e l’uso sistematico di indicatori sociali consente di indirizzare i progetti verso i punti in cui il valore aggiunto sociale è maggiore. Allo stesso tempo, consente di riconoscere precocemente gli sviluppi indesiderati e di adottare contromisure. Copenaghen dimostra che questo approccio non funziona solo in teoria, ma anche in pratica, se è politicamente voluto, metodologicamente valido e attuato in modo partecipativo.

Le città di lingua tedesca devono affrontare la sfida di questo cambiamento di paradigma. Non è più sufficiente creare più verde. Il fattore decisivo è come funziona questo verde, chi lo usa e come contribuisce alla resilienza sociale. L’integrazione di indicatori sociali nelle infrastrutture verdi e blu apre l’opportunità di ripensare l’urbanità: più equa, più sana, più comunitaria – e con un successo misurabile.

Il futuro della città non sta solo nei metri quadrati di verde, ma nella qualità delle relazioni sociali che questo verde rende possibili. Copenaghen fornisce il modello per questo – e l’invito a fare lo stesso. Chi inizierà a integrare gli indicatori sociali nella pianificazione e nella valutazione delle infrastrutture verdi e blu creerà città non solo belle, ma anche veramente degne di essere vissute.

In sintesi: L’approccio di Copenaghen è la prova che lo sviluppo urbano basato sui dati e socialmente integrato non è utopico, ma fattibile, e che può effettivamente migliorare la qualità della vita di tutti gli abitanti delle città. La palla è ora nel campo di altre città. Quelle che la raccoglieranno giocheranno nella serie A dell’innovazione urbana.

Notte di cazzate a Monaco: ARCHITORTUR L’edificio fa schifo

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Il prossimo evento FuckupNights® si terrà a Monaco il 27 giugno. Foto: FuckupNights®

Il prossimo evento FuckupNights® si terrà a Monaco il 27 giugno. Foto: FuckupNights®

Il prossimo evento FuckupNights® a Monaco di Baviera si terrà il 27 giugno. Per saperne di più sul concetto alla base del movimento e sull’evento di Monaco di Baviera con il motto „Architortur. Costruire fa schifo“.

FuckupNights® è un movimento globale lanciato in Messico nel 2012. L’idea alla base degli eventi è nata da cinque amici che si sono resi conto che era più facile parlare dei loro fallimenti professionali personali davanti a qualche drink. Da allora, il movimento è stato organizzato in 321 città di 90 Paesi. Gli imprenditori raccontano le loro storie di progetti falliti e di fallimenti professionali alle FuckupNights®. Il progetto offre una nuova prospettiva sul fallimento e contribuisce a destigmatizzarlo. Questo funziona grazie al dialogo rilassato in un’atmosfera informale. Il prossimo evento, la Fuckup Night Munich, si terrà il 27 giugno nella capitale bavarese e sarà anche l’ultima FuckupNight® prima della pausa estiva.

Florian Öttl

La storia dell’imprenditore Florian Öttl dimostra che il fallimento non deve avvenire per forza da un momento all’altro. Il suo progetto di realizzare uno showroom esperienziale a Dubai insieme al suo team si è rivelato non così facile come si pensava inizialmente. In occasione dell’evento, Florian Öttl spiega cosa ne è stato del suo progetto.

Kay Mantzel

Kay Mantzel parla del ruolo del luogo di lavoro e si chiede se anche i luoghi possano avere dei problemi. Parla di come il nuovo modo di lavorare con lo spazio, la cultura e la tecnologia sia adatto a persone con ADHD, autismo, Asperger, dipendenti in sedia a rotelle o con altre disabilità.

Kelly Kelch

Il caporedattore Kelly Kelch parla di quanto sia essenziale il partner giusto per realizzare obiettivi e progetti professionali. La realizzazione di una nuova rivista online per architetti ha portato al fallimento della partnership, che alla fine si è rivelata una felice coincidenza.

Tobias Hager

Tobias Hager, Chief Content Officer di BAUMEISTER, racconta gli ostacoli del rilancio di un sito web e fornisce una panoramica delle sue carenze professionali.

Quando: Martedì 27 giugno 2023, dalle 18.30 alle 21.00 circa, ingresso alle 18.00.
Dove: Designwerkschau, Gotzinger Str. 52 b, 2° cortile interno, 2° piano, Monaco di Baviera

Ulteriori informazioni e aggiornamenti sull’evento Fuckup Night Munich sono disponibili qui.

Preservare i beni culturali – Restauro 03/24

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Nel nostro terzo numero di quest’anno, ci concentriamo sulla questione del modo migliore per preservare i beni culturali. Presentiamo diverse tecnologie. Ad esempio, il murale „Lebensfreude“ di Gerhard Richter è stato recentemente scoperto a Dresda, dove l’analisi dei materiali è stata di grande importanza. Un altro progetto presente nella rivista è molto più vecchio ed è stato utilizzato un materiale completamente diverso. Durante il restauro della chiesa del monastero di Magdeburgo, diamo uno sguardo dettagliato alla pietra naturale. Inoltre, esaminiamo la carta da parati in pelle d’oro del XVIII secolo e vi portiamo in viaggio nella camera funeraria di Neferhotep. Sempre con un occhio di riguardo per gli approcci innovativi al restauro dei manufatti culturali.

Il nostro terzo RESTAURO del 2024 è incentrato sui beni culturali. Più precisamente, come si possono preservare i beni culturali. Naturalmente, guardiamo sempre alle tecnologie e ai servizi più recenti nel nostro settore. Tuttavia, ci concentriamo anche sugli approcci innovativi e sui metodi più recenti e guardiamo alla conservazione e alla protezione dei beni culturali.

A Dresda, ad esempio, è in corso il restauro del murale „Lebensfreude“ di Gerhard Richter. È stato ridipinto di bianco nel 1979. Abbiamo anche parlato con Juliane Schuster, che ha lavorato al restauro della pietra naturale all’interno dell’ex chiesa del monastero „Unser Lieben Frauen“ nel centro storico di Magdeburgo. Ci rallegriamo anche della nuova edizione del „Libro dei colori“ di Alataverlag e, in occasione del 75° anniversario della morte di James Ensor, Anversa, Bruxelles e Ostenda dedicano quest’anno numerose mostre ed eventi al pittore belga. Noi eravamo lì per voi.

Come già detto, apprezziamo le nuove conquiste tecnologiche e grazie allo strumento di intelligenza artificiale basato sul web xCurator, chiunque può diventare artista e curatore. Abbiamo fatto il punto della situazione. Abbiamo anche raccontato del rilevamento precoce degli incendi basato su sensori e siamo entrati in una casa nella tenuta Horseshoe, patrimonio mondiale dell’UNESCO, dove è stato creato un museo affittabile.

Come potete vedere, abbiamo viaggiato molto per questo numero. Spero che vi piaccia e che potremo anche servirvi uno o due progetti sorprendenti.

Se non siete ancora visitatori abituali del nostro sito www.restauro.de, vorrei cogliere l’occasione per invitarvi a dare un’occhiata. Garantendo la gratuità (che non è più scontata nell’era dei paywall), vi forniamo settimana dopo settimana storie e notizie entusiasmanti che non vorrete perdervi. Per ovviare a questo problema, potete semplicemente iscrivervi alla nostra newsletter periodica.

La rivista è disponibile qui in negozio!

Vi auguriamo di scoprire questo numero con piacere.

Leggete nel nostro numero di marzo come la digitalizzazione sta progredendo nella scena artistica.

Ripensare il ciclo dell’acqua nell’architettura e nella pianificazione urbana

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Paesaggio fluviale urbano con un fiume che scorre attraverso un parco e un edificio - Foto di Marek Lumi.

Acqua in marcia? Niente affatto. La gestione del ciclo dell’acqua nell’architettura e nella pianificazione urbana non è più una questione marginale, ma la pietra di paragone per gli spazi sostenibili. Con l’accelerazione dei cambiamenti climatici, è chiaro che chi continua a considerare la gestione dell’acqua come una questione secondaria sta pianificando senza realtà. È tempo di ripensare il ciclo – tecnicamente, culturalmente e digitalmente. Chi non agisce ora sarà travolto dalla prossima alluvione o siccità più velocemente di un bacino di ritenzione dell’acqua piovana mal progettato.

  • Questo articolo analizza lo stato attuale del ciclo dell’acqua nell’architettura e nella pianificazione urbana della regione DACH.
  • Evidenzia gli approcci innovativi, dai principi delle città spugna ai sistemi di gestione dell’acqua basati sull’intelligenza artificiale.
  • Gli strumenti digitali e i gemelli digitali urbani stanno rivoluzionando la previsione e la gestione dei flussi idrici.
  • La sostenibilità e la scarsità di risorse impongono nuove soluzioni architettoniche e urbanistiche.
  • Le competenze professionali nei campi dell’idrologia, della simulazione e dell’analisi dei dati stanno diventando sempre più importanti.
  • Il testo analizza gli obiettivi contrastanti, i miti e gli ostacoli politici che circondano l’acqua in città.
  • Riflette su come le città tedesche, austriache e svizzere si confrontano a livello internazionale.
  • Vengono affrontate idee visionarie e dibattiti critici, nonché i limiti tecnologici e culturali.

Ciclo dell’acqua: dalla teoria grigia alla realtà blu

In Germania, Austria e Svizzera persiste il mito dell’acqua come risorsa inesauribile. Dopo tutto, in qualche modo piove sempre, giusto? Ma la realtà è diversa. Siccità estiva, piogge abbondanti, abbassamento dei livelli delle falde acquifere e sistemi fognari sovraccarichi dimostrano ogni anno che l’approccio tradizionale al ciclo dell’acqua sta raggiungendo i suoi limiti. Le città sono alle prese con le inondazioni e con lo stress da siccità. Le regioni rurali temono la perdita di fonti d’acqua dolce. Sia nelle aree rurali che in quelle urbane, chi vede l’acqua non come un sistema circolante ma come un prodotto lineare e usa e getta rischia di mettere a repentaglio infrastrutture, qualità della vita e creazione di valore.

Nella regione DACH si sta lentamente ma inesorabilmente verificando un ripensamento. A Zurigo, la gestione delle acque piovane e il verde urbano sono stati a lungo considerati un’unità inscindibile. Vienna sta investendo nella modernizzazione della rete fognaria e si sta concentrando sulle aree di ritenzione multifunzionali. A Berlino si stanno costruendo nuovi quartieri secondo il principio della città spugna. Ma la realtà rimane frammentata: Mentre alcuni comuni stanno lanciando progetti pilota innovativi, altri non riescono ancora ad affrontare il primo ciclo di adattamento al clima. E l’industria delle costruzioni? Spesso pensa ancora in termini di norme DIN di ieri.

Eppure è chiaro che il ciclo dell’acqua non è una disciplina puramente tecnica. È un crogiolo di governance, sociologia urbana, cultura edilizia, scienza dei materiali e volontà politica. Le sfide più grandi spesso non sono di natura tecnica, ma strutturale. Chi è responsabile quando l’acqua arriva – o non arriva? Chi paga i nuovi serbatoi, i bacini di infiltrazione e i bacini di ritenzione? E come si possono riunire le numerose parti interessate della pianificazione, della gestione e della società civile per sviluppare soluzioni che vadano oltre i confini dell’area locale?

In un confronto globale, il mondo di lingua tedesca ottiene risultati mediocri. I Paesi Bassi, Singapore e Copenaghen sono considerati pionieri dello sviluppo urbano sensibile all’acqua, con strategie ambiziose che vanno ben oltre il consueto. Sebbene la regione DACH ottenga ottimi risultati in termini di competenze ingegneristiche, troppo spesso perde slancio nell’interazione tra amministrazione, innovazione e dibattito pubblico. Manca non solo il coraggio, ma anche la volontà di intendere l’acqua come una risorsa centrale dello sviluppo urbano, e non come una fonte di pericolo a valle o come un raccoglitore di polvere per gli ingegneri.

In conclusione, una piccola città spugna qui, qualche tetto di ritenzione là – ma la grande trasformazione deve ancora arrivare. Il disastro dell’alluvione del 2021 e la siccità degli ultimi anni sono stati un campanello d’allarme, ma l’attuazione è in fase di stallo. Il ciclo dell’acqua rimarrà un paziente a lungo termine non amato della pianificazione urbana finché non verrà riconosciuto come parte integrante di tutta l’architettura e la pianificazione urbana. Chi si accontenta di questo sta pianificando per ieri, non per domani.

L’innovazione incontra la realtà: sponge city, acque grigie e rivoluzione digitale

Quali sono le nuove tendenze nella gestione dell’acqua? La parola d’ordine è „città spugna“. Descrive il principio di trattenere l’acqua piovana dove cade e farla circolare nel sistema urbano il più a lungo possibile. Tetti verdi, aree di infiltrazione, corsi d’acqua aperti invece di canalizzazioni: sono tutti elementi costitutivi di una nuova architettura dell’acqua. Tuttavia, il principio della città spugna non è una panacea, ma un pezzo del puzzle nel grande gioco dell’utilizzo delle risorse. Chiunque creda che qualche tetto piantumato possa attutire gli effetti del cambiamento climatico sta sottovalutando la complessità del problema.

L’uso delle acque grigie e il riciclo dell’acqua piovana stanno diventando sempre più importanti. A Zurigo si stanno costruendo edifici residenziali in cui l’acqua delle docce viene utilizzata per gli sciacquoni dei bagni. A Vienna le cisterne per l’acqua piovana stanno diventando obbligatorie e a Basilea i progettisti stanno sperimentando cicli idrici decentralizzati. Molte cose sono tecnicamente possibili, ma dal punto di vista economico e legale rimane spesso un gioco di equilibri. I programmi di finanziamento, le procedure di approvazione e la famosa meticolosità tedesca rallentano le cose più che accelerarle.

Tuttavia, la vera rivoluzione sta avvenendo a livello digitale. I gemelli digitali urbani, ovvero le immagini digitali di intere città, consentono per la prima volta di analizzare e controllare i flussi d’acqua in tempo reale. I sensori forniscono dati in tempo reale sulle precipitazioni, sull’umidità del suolo e sui livelli delle fognature. I modelli di intelligenza artificiale prevedono il rischio di inondazioni o periodi di siccità e suggeriscono contromisure mirate. A Vienna, il modello di città digitale controlla già alcune parti del sistema di gestione delle acque piovane. Ad Amburgo e Monaco sono in corso progetti pilota in cui la tecnologia dei sensori e la simulazione vengono integrate nello sviluppo dei quartieri.

Sembra fantascienza, ma è da tempo lo stato dell’arte, almeno dove è consentito. Il fascino di questi sistemi sta nel fatto che non solo portano i pianificatori, ma anche gli amministratori, i politici e i cittadini a un livello comune di conoscenza. Di conseguenza, gli scenari non vengono più simulati in una torre d’avorio, ma negoziati in un discorso pubblico. Trasparenza, partecipazione e una nuova comprensione della responsabilità sono i sottoprodotti della gestione digitale del ciclo dell’acqua.

Tuttavia, lo scetticismo rimane appropriato. Chi lascia il controllo dell’infrastruttura idrica agli algoritmi rischia nuove dipendenze. Dati errati, modelli a scatola nera e interessi commerciali ostacolano un uso veramente democratico della tecnologia. La sfida consiste nel combinare tecnologia e governance. Solo allora l’espediente digitale diventerà uno strumento che aumenta effettivamente la resilienza delle città.

Dilemma della sostenibilità: tra conservazione delle risorse e zona di comfort

La grande promessa della nuova architettura del ciclo dell’acqua è la sostenibilità. Ma cosa significa in realtà? Il termine è abusato e spesso frainteso. Una gestione sostenibile dell’acqua non significa solo utilizzarne il meno possibile, ma anche chiudere i cicli e mantenere le risorse a livello locale. L’acqua piovana non rimane più un rifiuto, ma diventa una risorsa. Le acque grigie vengono riciclate, i serbatoi di stoccaggio sono decentralizzati e le infrastrutture si adattano alle condizioni meteorologiche in tempo reale.

In pratica, è più facile a dirsi che a farsi. Molte autorità locali sono riluttanti a investire in nuovi serbatoi di stoccaggio, filtri e bacini di ritenzione. I proprietari degli edifici devono far fronte a costi aggiuntivi, gli architetti a incertezze tecniche e legali. Il comfort degli utenti è spesso in conflitto con la protezione delle risorse. Chi vuole fare a meno della vasca da bagno o allagare il seminterrato durante le piogge?

Un altro problema: la giustizia distributiva. Nei quartieri benestanti si costruiscono progetti vetrina con tetti verdi e cisterne high-tech. Nei quartieri socialmente più deboli, lo standard minimo rimane. La sostenibilità diventa così una questione di reddito e di potere politico. Se si vuole davvero chiudere i cicli, bisogna fare in modo che le innovazioni non diventino una trappola per i privilegi, ma uno standard per tutti.

Il cambiamento climatico sta esacerbando il dilemma. Periodi prolungati di siccità si alternano a piogge torrenziali. Le previsioni sono chiare, ma l’attuazione è in ritardo. Mentre le autorità locali e i promotori immobiliari aspettano il prossimo periodo di finanziamento, le città rischiano di essere letteralmente lasciate sotto la pioggia. La sostenibilità richiede un cambiamento di paradigma: dalla massimizzazione del comfort alla minimizzazione dei rischi e alla massimizzazione della resilienza.

Architetti, pianificatori e ingegneri sono chiamati a combinare l’innovazione tecnica con l’intelligenza sociale. Non è sufficiente progettare la soluzione più ecologica se poi non funziona nella vita di tutti i giorni. La sostenibilità del ciclo dell’acqua non è un lusso, ma un dovere. Chi non lo riconosce si troverà a fare i conti con la realtà prima di quanto vorrebbe.

Competenze digitali e tecniche: il nuovo programma obbligatorio

La professione di architetto e urbanista si trova di fronte a un salto di competenze. Chiunque voglia progettare l’acqua in città oggi ha bisogno di qualcosa di più di qualche semestre di fisica edilizia. L’idrologia, la modellazione dei dati, le capacità di simulazione e una conoscenza di base dell’intelligenza artificiale fanno da tempo parte degli strumenti del mestiere. Le interfacce tra architettura, informatica e ingegneria si stanno confondendo. Se si vuole essere all’avanguardia, non bisogna solo disegnare e calcolare, ma anche modellare, simulare e interpretare.

Questo si nota anche nei programmi di formazione. Mentre l’ingegneria civile e l’ingegneria ambientale si affidano da tempo agli strumenti digitali, molti corsi di laurea in architettura sono ancora in ritardo rispetto allo stato dell’arte. L’interdisciplinarità viene predicata, ma raramente praticata. Una cosa è chiara: solo chi parla la lingua degli idrologi, degli scienziati dei dati e dei sociologi urbani può sviluppare soluzioni in grado di superare la prova del tempo.

In pratica, ciò significa che i pianificatori devono avere familiarità con la tecnologia dei sensori, l’architettura dei dati e la visualizzazione. Devono capire come funzionano i modelli basati sull’intelligenza artificiale, dove si trovano i loro limiti e come possono essere arricchiti con le conoscenze locali. Sono finiti i tempi in cui l’architetto presentava il progetto e poi si sedeva. La nuova routine quotidiana consiste nel monitoraggio, nella valutazione e nell’adattamento iterativo, in tempo reale.

Questo comporta nuove sfide per la pratica professionale. Le questioni di responsabilità, la protezione dei dati e il controllo dei gemelli digitali sono problemi irrisolti. A ciò si aggiunge la crescente influenza di attori esterni: fornitori di software, piattaforme di dati e operatori di infrastrutture digitali rivendicano sempre più potere decisionale. Se si vuole mantenere la sovranità sul ciclo dell’acqua, è necessario essere aggiornati sia tecnicamente che politicamente.

Conclusione: la competenza tecnica non è più un bene da avere, ma una strategia di sopravvivenza. Coloro che si rifiutano di abbracciare la digitalizzazione saranno sopraffatti dalle richieste del prossimo lavoro di costruzione. Il ciclo dell’acqua è il laboratorio in cui si deciderà chi potrà sopravvivere nella nuova era dell’architettura e chi rimarrà bloccato in un arretrato di dati.

Visioni, critiche e prospettive globali: Il ciclo dell’acqua come parco giochi del futuro

Naturalmente ci sono visionari che vedono nel ciclo dell’acqua la chiave per la città di domani. Sognano città in cui nemmeno una goccia d’acqua viene sprecata, in cui ogni superficie del tetto diventa una risorsa e in cui la simulazione digitale e la pianificazione partecipativa vanno di pari passo. Da Singapore a Copenhagen, gli esempi dimostrano che le visioni possono diventare realtà, se c’è la volontà politica.

Ma ci sono anche dei critici. Essi mettono in guardia contro la tecnocratizzazione della gestione dell’acqua e la perdita di controllo da parte di algoritmi e operatori di piattaforme. Temono che le soluzioni digitali possano spostare le dimensioni sociali e culturali dello sviluppo urbano. La domanda è: quanta automazione può tollerare il ciclo dell’acqua prima di diventare una scatola nera? E come possiamo evitare che i sistemi intelligenti portino a nuove forme di esclusione?

Il dibattito internazionale dimostra che la tecnologia da sola non basta. Senza una cultura di apertura, partecipazione e trasparenza, anche i migliori strumenti diventano una facciata. In Paesi come l’Olanda, la gestione dell’acqua è una questione pubblica che viene co-progettata dalla società civile. Germania, Austria e Svizzera devono recuperare un po‘ di terreno. L’eccellenza tecnica c’è, quello che manca è il supporto sociale.

Sarebbe visionaria un’architettura che non solo risolva tecnicamente il ciclo dell’acqua, ma che lo riconosca anche come compito culturale. Una città che non solo gestisce l’acqua, ma la celebra. Una città che crea nuovi spazi d’acqua, piscine urbane, canali aperti, laghi temporanei come parte dello spazio pubblico. La visione: l’acqua come elemento di connessione, non come sostanza problematica.

In definitiva, il futuro del ciclo dell’acqua sarà deciso dalla nostra disponibilità a mettere in discussione le vecchie abitudini e a creare nuove alleanze. Il dibattito su tecnologia, sostenibilità e partecipazione non è fine a se stesso. È la pietra di paragone per la forza innovativa dell’architettura e della pianificazione urbana del XXI secolo.

Conclusione: l’acqua come motore della rivoluzione architettonica

Ripensare il ciclo dell’acqua significa ripensare l’architettura. I tempi della pianificazione lineare sono finiti: chi progetta città ed edifici oggi deve tenere d’occhio in egual misura cicli, dati e persone. Le sfide principali non risiedono solo nella tecnologia, ma anche nella capacità di ridistribuire conoscenze, potere e responsabilità. Chi ignora il ciclo dell’acqua sta pianificando il passato. Coloro che lo comprendono stanno plasmando il futuro – in modo resiliente, intelligente e forse un po‘ meno secco.