Fiumi che tornano a serpeggiare. Paludi che si riempiono d’acqua. Pianure alluvionali che, dopo decenni di bonifica, vengono nuovamente inondate. Gli interventi di rinaturalizzazione sono tra gli strumenti più efficaci di cui dispongono congiuntamente l’architettura del paesaggio, la gestione delle risorse idriche e la pianificazione della tutela ambientale: ripristinano le funzioni ecologiche andate perdute a causa della rettificazione, del drenaggio e dell’impermeabilizzazione del suolo, fornendo al contempo un contributo misurabile alla protezione dalle inondazioni, all’adattamento climatico e alla biodiversità. Chi comprende la rinaturalizzazione, comprende come funziona il paesaggio.
- Cosa definisce le misure di rinaturalizzazione e in che modo si distinguono dalla manutenzione, dalla progettazione e dall’inverdimento
- Quali funzioni ecologiche, idrologiche e climatiche vengono ripristinate attraverso la rinaturalizzazione
- Quali tipi di rinaturalizzazione esistono per corsi d’acqua, torbiere, pianure alluvionali e foreste e in che modo si differenziano nella fase di progettazione
- Quali sono i principi di progettazione, il quadro normativo e gli standard tecnici applicabili
- Come si svolge la rinaturalizzazione nella pratica: dall’analisi al controllo dei risultati
- Quali errori e malintesi si verificano frequentemente nella pratica
- Come integrare gli interventi di rinaturalizzazione nei contesti urbani e extraurbani
- Perché la rinaturalizzazione, in quanto attività di pianificazione, sta assumendo un ruolo sempre più centrale nello sviluppo urbano e nella pianificazione delle infrastrutture
Cosa sono le misure di rinaturalizzazione: definizione, delimitazione e concetti fondamentali
Per misure di rinaturalizzazione si intendono interventi mirati di progettazione e costruzione volti a riportare ecosistemi degradati o distrutti a uno stato naturale e funzionale. Il termine deriva dal latino «natura» e indica essenzialmente il ripristino di strutture, processi e comunità biologiche naturali o simili alla natura. Nel linguaggio tecnico si distingue tra rinaturalizzazione in senso stretto, ovvero il ripristino attivo, e la successione passiva, in cui un ecosistema, una volta eliminati i fattori di disturbo, viene lasciato a se stesso e si rigenera autonomamente.
Gli interventi di rinaturalizzazione devono essere chiaramente distinti da concetti affini. La cura del paesaggio preserva gli stati esistenti senza apportare modifiche strutturali. La rivegetazione crea una copertura vegetale, ma non ripristina le interazioni funzionali ecologiche. La progettazione, intesa come pianificazione degli spazi aperti, persegue principalmente obiettivi estetici e legati all’utilizzo. La rinaturalizzazione, invece, si orienta verso uno stato di riferimento, ovvero uno stato naturale o quasi naturale che funge da obiettivo o modello, e punta al ripristino delle funzioni del sistema: bilancio idrico, cicli dei nutrienti, strutture degli habitat, comunità di specie. Questo riferimento funzionale è la caratteristica determinante.
A livello internazionale si è affermato il termine «ecological restoration», così come definito dalla Society for Ecological Restoration (SER) nei suoi documenti programmatici. La legislazione europea, in particolare il regolamento UE sul ripristino della natura (Nature Restoration Law), che funge da quadro vincolante per gli Stati membri, utilizza il termine «ripristino» e ad esso associa obiettivi quantitativi per diversi tipi di ecosistemi. In Germania, la legge federale sulla protezione della natura (BNatSchG) e la direttiva quadro sulle acque (WRRL) costituiscono le basi giuridiche fondamentali per le misure di rinaturalizzazione, integrate dalla legislazione regionale, dai programmi di finanziamento e dalle linee guida tecniche dei Länder.
Funzioni ecologiche, idrologiche e climatiche della rinaturalizzazione
Il fulcro di ogni misura di rinaturalizzazione è il ripristino delle funzioni ecosistemiche, ovvero quei processi che un ecosistema intatto svolge e che sono stati disturbati o interrotti dagli interventi umani. Queste funzioni possono essere suddivise in tre grandi categorie: funzioni di regolazione, funzioni di habitat e funzioni di produzione. Per la pratica progettuale sono rilevanti soprattutto le funzioni di regolazione, poiché esercitano effetti diretti sul bilancio idrico, sull’equilibrio climatico e sulla degradazione delle sostanze inquinanti.
Nel campo del bilancio idrico, le misure di rinaturalizzazione apportano un contributo fondamentale. La rettificazione dei corsi d’acqua accorcia il percorso di scorrimento, accelera il deflusso e riduce la capacità di ritenzione della pianura alluvionale. Un tratto di corso d’acqua rinaturalizzato, con meandri ripristinati, vegetazione ripariale simile a quella naturale e zona alluvionale collegata, rallenta il deflusso, aumenta la ricarica delle falde acquifere e attenua i picchi di piena. Questo effetto non è marginale: studi condotti su corsi d’acqua rinaturalizzati dimostrano che l’effetto di ritenzione di una pianura alluvionale progettata in modo naturale può superare di molte volte quello di un corso d’acqua rettificato. Proprio nel contesto del cambiamento climatico, che rende le precipitazioni estreme più frequenti e intense, questa funzione acquista un’importanza notevole.
Le torbiere sono i serbatoi terrestri di carbonio più efficienti del pianeta. Una torbiera alta intatta immagazzina, per unità di superficie, una quantità di carbonio nettamente superiore rispetto a una foresta delle stesse dimensioni. Le torbiere bonificate e private della torba, invece, diventano fonti di carbonio: l’aerazione del corpo torboso provoca, attraverso la decomposizione microbica, il rilascio di anidride carbonica e protossido di azoto, entrambi gas che incidono sul clima. La rinaturalizzazione delle torbiere, ovvero la riumidificazione ottenuta tramite la chiusura dei canali di drenaggio e la ritenzione idrica, arresta questo processo e consente, nel lungo periodo, la ripresa della formazione della torba. L’effetto di protezione del clima derivante dalla rinaturalizzazione delle torbiere è quindi scientificamente ben documentato e trova riscontro nei programmi nazionali di protezione del clima.
Le aree rinaturalizzate rivestono particolare importanza per la biodiversità, poiché creano habitat per specie che dipendono da strutture naturali e che difficilmente trovano spazio vitale nei paesaggi coltivati intensivamente. Rive ricche di strutture, legno morto nei corsi d’acqua, zone di acque basse, canneti e pianure alluvionali con vegetazione di legno tenero offrono habitat a specie ittiche, anfibi, libellule, uccelli acquatici e comunità vegetali specializzate. Gli interventi di rinaturalizzazione possono quindi fungere da biotopi-ponte all’interno di una rete di biotopi di livello superiore, che garantisce l’interconnessione degli habitat nel paesaggio.
Tipi di misure di rinaturalizzazione: corsi d’acqua, torbiere, pianure alluvionali, foreste
Le misure di rinaturalizzazione non costituiscono uno strumento unico, bensì un ampio spettro di interventi molto diversi tra loro, che variano a seconda del tipo di ecosistema, dello stato iniziale e dello stato desiderato. I tipi più importanti nella pratica di pianificazione dell’Europa centrale sono la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, delle torbiere, delle pianure alluvionali e dei boschi.
Rinaturalizzazione dei corsi d’acqua
La rinaturalizzazione dei corsi d’acqua è la forma di rinaturalizzazione più comunemente attuata in Germania. Tra i fattori scatenanti vi è stata la Direttiva quadro sulle acque dell’UE, che fissa l’obiettivo del «buono stato ecologico» per tutte le acque superficiali e obbliga gli Stati membri a elaborare programmi di misure. La rinaturalizzazione dei corsi d’acqua comprende il ripristino del corso meandrante di tratti di corso d’acqua che sono stati rettificati, la rimozione delle opere di consolidamento delle sponde in calcestruzzo o in pietrame, la creazione di fasce ripariali, il ripristino della passabilità tramite la rimozione di opere trasversali quali dighe e soglie di fondo, nonché l’inserimento di legno morto e substrati di ghiaia come strutture di habitat.
Un principio fondamentale di progettazione nella rinaturalizzazione dei corsi d’acqua è l’orientamento al modello di riferimento specifico per ciascun tipo di corso d’acqua. Ogni tipo di corso d’acqua, che si tratti di un torrente di media montagna, di un fiume di pianura o di un torrente sabbioso, presenta una morfologia, una distribuzione del substrato e una biocenosi caratteristiche. Gli interventi di rinaturalizzazione che si basano su questo modello sono più stabili nel lungo periodo rispetto a quelli che appaiono solo visivamente simili alla natura, ma che dal punto di vista idraulico e sedimentologico non corrispondono al tipo di corso d’acqua. La tipologia dei corsi d’acqua secondo la LAWA (Länderarbeitsgemeinschaft Wasser) costituisce a tal fine la base tecnica in Germania.
Rinaturalizzazione delle torbiere
La rinaturalizzazione delle torbiere, detta anche riumidificazione delle torbiere o preparazione alla paludicoltura, mira al ripristino del bilancio idrico caratteristico delle torbiere. Nel corso del XIX e del XX secolo, le torbiere drenate sono state prosciugate su vasta scala per l’agricoltura e l’estrazione della torba. La rinaturalizzazione avviene attraverso la chiusura dei canali di drenaggio, la costruzione di dighe e sbarramenti e, in alcuni casi, tramite l’impianto attivo di muschi torbosi (Sphagnum) che favoriscono la formazione della torba. È fondamentale che il livello dell’acqua venga mantenuto costantemente elevato, poiché le torbiere dipendono da condizioni di saturazione idrica permanente.
Rinaturalizzazione delle pianure alluvionali
Le pianure alluvionali sono gli elementi paesaggistici più dinamici nei bacini fluviali. A causa della costruzione di dighe, dell’ampliamento dei corsi d’acqua e dello sfruttamento agricolo, la maggior parte delle pianure alluvionali tedesche è stata separata dai propri corsi d’acqua. La rinaturalizzazione delle pianure alluvionali comporta il ripristino delle dinamiche di inondazione, ovvero il ricollegamento della pianura alluvionale al corso d’acqua tramite lo spostamento arretrato degli argini, lo smantellamento degli stessi o la creazione di bacini di esondazione. Si tratta di un processo complesso, poiché spesso comporta conflitti di destinazione d’uso: i terreni agricoli presenti nella pianura alluvionale devono essere destinati ad altro uso o oggetto di indennizzo, mentre le infrastrutture devono essere spostate o protette. Tuttavia, i progetti di rinaturalizzazione delle pianure alluvionali portati a termine con successo, come quelli documentati ad esempio sul Reno, sull’Elba o sull’Isar, dimostrano che è possibile conciliare la protezione dalle piene, la tutela della natura e l’utilizzo ricreativo.
Rinaturalizzazione dei boschi
La rinaturalizzazione forestale indica la trasformazione di boschi poveri di struttura, spesso monocolture di abete rosso, in boschi misti ricchi di struttura e adeguati al sito, oppure lo sviluppo di relitti di foresta primitiva attraverso la rinuncia allo sfruttamento. Gli interventi comprendono l’introduzione di specie arboree autoctone, la promozione del legno morto e degli alberi che fungono da habitat, nonché il ripristino delle condizioni idriche naturali nel bosco. La rinaturalizzazione forestale è un processo a lungo termine, che dura da decenni a secoli, e che spesso viene combinato con la successione passiva.
Pianificazione, metodologia e monitoraggio dei risultati delle misure di rinaturalizzazione
Le misure di rinaturalizzazione seguono un processo di pianificazione strutturato che ha inizio con un’analisi dello stato attuale. Questa comprende la rilevazione delle condizioni attuali dell’ecosistema, l’identificazione dei principali fattori di degrado e la definizione di uno stato obiettivo realistico. Gli stati di riferimento vengono ricavati da fonti storiche, aree di confronto e modelli tipologici degli ecosistemi. Senza questo quadro di riferimento, la misura di rinaturalizzazione manca di un obiettivo e il monitoraggio dei risultati diventa impossibile.
Nella fase di pianificazione, la modellizzazione idrologica, i rilievi sul campo, le analisi del suolo e la mappatura delle specie costituiscono le basi fondamentali. Nel caso della rinaturalizzazione dei corsi d’acqua si aggiungono i calcoli idraulici, che garantiscono che la morfologia del corso d’acqua prevista sia stabile nelle condizioni di deflusso date. Un errore frequente nella pratica è la sottovalutazione della dinamica intrinseca: i corsi d’acqua rinaturalizzati non si sviluppano in modo statico secondo il progetto di pianificazione, ma reagiscono agli eventi di deflusso e modificano la loro morfologia. Questo potenziale di dinamica intrinseca deve essere preso in considerazione nella progettazione, il che richiede uno spazio sufficiente per gli spostamenti laterali e le franature delle sponde.
Il monitoraggio dei risultati è parte integrante di ogni intervento professionale di rinaturalizzazione. Esso comprende la verifica del raggiungimento degli obiettivi prefissati e l’adeguamento delle misure in caso di scostamenti. Gli indicatori variano a seconda del tipo di ecosistema: nel caso della rinaturalizzazione dei corsi d’acqua si prendono in considerazione il macrozoobenthos (invertebrati del fondo), la fauna ittica, la morfologia del corso d’acqua e la chimica dell’acqua. Nel caso della rinaturalizzazione delle torbiere, i parametri rilevanti sono il livello dell’acqua, lo sviluppo del muschio di torba e i flussi di gas serra. La Direttiva sulle acque (WRRL) prescrive per i corsi d’acqua un monitoraggio biologico standardizzato, basato su procedure di valutazione validate.
Gli interventi di rinaturalizzazione richiedono spesso un’autorizzazione ai sensi della normativa sulle acque, della normativa sulla tutela della natura o della normativa edilizia, a seconda della natura e dell’entità dell’intervento. L’autorizzazione ai sensi della legge sul regime idrico (WHG) è obbligatoria in caso di interventi sui corsi d’acqua e nelle zone soggette a inondazione. Possono essere necessarie deroghe o eccezioni ai sensi della normativa sulla protezione della natura qualora gli interventi vengano realizzati in aree protette. Il coordinamento tempestivo con le autorità preposte al rilascio delle autorizzazioni costituisce quindi una fase essenziale della pianificazione.
Rinaturalizzazione in contesti urbani e periurbani
Gli interventi di rinaturalizzazione non si limitano alle aree rurali. Proprio nelle città stanno acquisendo sempre maggiore importanza come strumento di adattamento ai cambiamenti climatici e di miglioramento della qualità della vita. La rinaturalizzazione dei corsi d’acqua urbani, la deimpermeabilizzazione delle superfici, la realizzazione di bacini di ritenzione e il ripristino di aree verdi seminaturali sono componenti di un’infrastruttura blu-verde che rende le città più resilienti alle piogge intense, alle ondate di calore e alle inondazioni.
I torrenti urbani, che nel XX secolo sono stati incanalati in canali di cemento o convogliati in condotte, vengono rinaturalizzati in molte città tedesche ed europee. La rimessa a cielo aperto e la rinaturalizzazione dei torrenti urbani non solo migliorano lo stato ecologico del corso d’acqua, ma creano anche spazi aperti attraenti con un elevato valore ricreativo e di svago. Esempi noti provenienti dall’area di lingua tedesca dimostrano che i torrenti urbani rinaturalizzati possono diventare luoghi di identificazione, valorizzare i quartieri e migliorare il clima urbano grazie al raffreddamento per evaporazione. L’Isar a Monaco di Baviera, la cui riorganizzazione in chiave naturale è stata attuata negli anni 2000, è considerato un progetto di riferimento molto citato per la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua urbani.
Nel contesto dello sviluppo urbano, le misure di rinaturalizzazione sono spesso in competizione con altre esigenze di spazio: l’edilizia residenziale, le infrastrutture di trasporto e l’uso commerciale richiedono le stesse aree necessarie per la rinaturalizzazione. Gli architetti paesaggisti e gli urbanisti sono chiamati a integrare gli obiettivi di rinaturalizzazione nei piani di assetto territoriali di livello superiore, quali i piani di occupazione del suolo, i piani paesaggistici e i programmi di sviluppo urbano, e a considerarli come infrastrutture di pari importanza. Le infrastrutture verdi e blu non sono un elemento residuo che rimane una volta distribuiti gli altri utilizzi, ma una base fondamentale per il funzionamento della città.
Errori e malintesi frequenti nella pratica della pianificazione
Un malinteso diffuso consiste nell’equiparare la rinaturalizzazione alla semplice piantumazione. La semplice introduzione di canneti o arbusti non costituisce di per sé una rinaturalizzazione se non vengono creati i presupposti strutturali e idrologici. Le piante possono prosperare e svolgere funzioni ecologiche solo se le condizioni abiotiche, ovvero il bilancio idrico, il substrato e i livelli di nutrienti, corrispondono allo stato desiderato. Una piantumazione senza la previa creazione delle condizioni del sito non è di norma sostenibile e richiede un impegno di manutenzione costante, il che contraddice il principio della rinaturalizzazione.
Un altro errore consiste nel sopravvalutare la capacità di autoregolazione degli ecosistemi in contesti fortemente degradati. La successione passiva funziona bene solo se i fattori di degrado vengono eliminati e se nell’area circostante è presente un inventario di specie sufficiente in grado di colonizzare l’area. Nei paesaggi agricoli intensivamente sfruttati o negli ambienti urbani questi presupposti spesso mancano. In questi casi sono necessarie misure attive come la semina di specie autoctone, l’introduzione di elementi strutturali o una cura mirata nella fase di insediamento.
Le misure di rinaturalizzazione vengono talvolta interpretate come interventi edilizi una tantum che, una volta conclusa la fase di costruzione, non richiedono ulteriore attenzione. Si tratta di un errore fondamentale. La rinaturalizzazione è un processo che deve essere accompagnato, monitorato e, se necessario, rettificato. Soprattutto nei primi anni successivi all’intervento, il monitoraggio e gli adeguamenti adattivi sono determinanti per il successo. I progetti che, una volta terminata la fase di costruzione, vengono lasciati a se stessi senza un controllo dei risultati, spesso non raggiungono i propri obiettivi o si sviluppano in direzioni indesiderate.
La rinaturalizzazione come compito centrale dell’architettura del paesaggio e della pianificazione contemporanee
Gli interventi di rinaturalizzazione si sono evoluti da attività di nicchia nell’ambito della tutela della natura a strumento centrale di pianificazione che coniuga architettura del paesaggio, gestione delle risorse idriche, adattamento climatico e sviluppo urbano. Le ragioni sono molteplici: la progressiva perdita di biodiversità, l’aumento degli eventi meteorologici estremi, gli obiettivi di protezione del clima in materia di riduzione dei gas serra e i requisiti normativi del regolamento UE sulla rinaturalizzazione creano un quadro in cui la rinaturalizzazione non è più facoltativa, ma diventa un compito obbligatorio.
Per gli architetti paesaggisti ciò comporta un ampliamento della gamma di compiti: i progetti di rinaturalizzazione richiedono competenze ecologiche, conoscenze idrologiche, familiarità con il diritto urbanistico e in materia di autorizzazioni, nonché la capacità di mediare complessi conflitti di interesse tra tutela della natura, agricoltura, gestione delle risorse idriche e sviluppo urbano, traducendoli in progetti sostenibili. La collaborazione in team interdisciplinari composti da architetti paesaggisti, idrologi, ecologi, ingegneri ed esperti di diritto urbanistico non è un’eccezione, ma la regola.
L’importanza sociale degli interventi di rinaturalizzazione risiede, in ultima analisi, nel fatto che essi ripristinano i servizi ecosistemici da cui le città e le società dipendono direttamente: acqua pulita, protezione dalle inondazioni, regolazione del clima, fertilità del suolo e biodiversità. Questi servizi non possono essere sostituiti da infrastrutture tecniche, almeno non a costi ragionevoli. La rinaturalizzazione è quindi anche un investimento economicamente razionale che, a lungo termine, riduce i costi della protezione tecnica contro le inondazioni, del trattamento delle acque e dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Chi considera le misure di rinaturalizzazione un lusso della tutela ambientale sottovaluta la loro importanza sistemica per il funzionamento dei paesaggi e delle città.




















