La più famosa raffigurazione di una lepre nell'arte è probabilmente "La lepre bruna" di Albrecht Dürer. Foto: Pubblico dominio, via: Wikimedia Commons
La più famosa raffigurazione di una lepre nell'arte è probabilmente "La lepre bruna" di Albrecht Dürer. Foto: Pubblico dominio, via: Wikimedia Commons

Un piccolo animale dal grande potere simbolico: la lepre è uno dei motivi pittorici più complessi della storia dell’arte europea. Dalle vetrate medievali ai capolavori fiamminghi e alle installazioni contemporanee, questo animale ha impegnato generazioni di artisti. Entra nella coscienza collettiva soprattutto nel periodo pasquale, ma la profondità del significato del suo programma pittorico va ben oltre gli stampi per cioccolatini e le decorazioni primaverili.

Se osservando la volta di una vecchia chiesa vi imbattete in tre lunghe orecchie intrecciate che formano un triangolo, vi imbatterete in uno dei misteri più strani e più belli dell’iconografia europea. La cosiddetta finestra a tre orecchie – che si trova ad esempio nella chiesa parrocchiale di San Pietro a Paderborn o in numerose chiese della Germania meridionale e dell’Inghilterra del Medioevo – mostra tre animali, ognuno dei quali appare completo nonostante condivida solo tre orecchie. Questa raffigurazione non è un ornamento giocoso, ma l’espressione di un sistema simbolico profondamente radicato che collegava il piccolo roditore a concetti come la Trinità, l’eternità e il ciclo divino.

Tra antichità e cristianesimo: i primi strati di significato

Molto prima che il cristianesimo plasmasse l’Europa, l’animale era un simbolo di fertilità, velocità e trasformazione. Nella mitologia greco-romana era considerato appartenente al dio dell’amore Eros o Cupido, ma compariva anche come attributo di Afrodite/Venere. Nella tarda antichità, la lepre simboleggiava anche la vita dopo la morte.
Nel cristianesimo, la lepre ha avuto un ruolo ambivalente; in origine era considerata impura nell’Antico Testamento e il Levitico, tra l’altro, scriveva che era proibito mangiare una lepre. Nelle rappresentazioni cristiane, la lepre può assumere diversi ruoli: Può essere un simbolo di vigilanza e per questo veniva spesso usata come segno dei catecumeni, ma può anche simboleggiare i cristiani deboli perseguitati dal demonio. A volte, però, può essere letta anche come simbolo di Cristo, in particolare una lepre bianca si riferisce alla resurrezione di Cristo, una rappresentazione del genere si trova ad esempio ne La resurrezione di Gesù Cristo di Giovanni Bellini. Una lepre che corre, invece, ha spesso una connotazione negativa, simboleggiando qualcuno che corre dietro ai propri desideri – ma allo stesso tempo può anche essere interpretata positivamente, in quanto sta correndo dietro a Cristo; in questo caso dipende dalla direzione in cui la lepre sta correndo, se sta correndo in salita, di solito è da interpretare come un simbolo positivo.
I conigli sono anche un simbolo di fertilità e sono quindi spesso associati alla lussuria (luxuria). Per questo motivo si trovano spesso nelle raffigurazioni della caduta dell’uomo, come nell’incisione Adamo ed Eva di Albrecht Dürer. Nelle raffigurazioni della Vergine Maria, invece, la lepre può essere interpretata positivamente, come ad esempio nella Visitazione della Vergine di Hans Baldung Grien . Una piccola lepre bianca ai piedi di Maria o di un santo è anche considerata un simbolo di vittoria sulla carnalità.

Albrecht Dürer e la pittura fiamminga: l’animale come capolavoro

Probabilmente la più famosa rappresentazione singola di una lepre dalle grandi orecchie nella storia dell’arte occidentale è opera di Albrecht Dürer: il suo acquerello Giovane lepre del 1502, oggi conservato all’Albertina di Vienna, è considerato l’epitome della precisione scientifica e della maestria artistica. Dürer cattura l’animale non come simbolo, ma come individuo: ogni pelo, ogni riflesso di luce negli occhi è raffigurato con notevole cura. Allo stesso tempo, questa rappresentazione iperrealistica risuona con l’idea contemporanea che lo studio preciso della natura riveli il piano divino della creazione.
Nelle nature morte e nei dipinti di caccia fiamminghi del XVII secolo, invece, la lepre appare come una selvaggina cacciata: appesa e presentata in una luce soffusa, diventa il soggetto di un’elegiaca contemplazione della vanitas. Artisti come Frans Snyders e Jan Weenix la integrarono in sontuose composizioni di selvaggina da penna morta, frutta e attrezzature da caccia. Qui l’animale simboleggia la vita transitoria, il trionfo dell’uomo sulla natura e allo stesso tempo, nel contesto del memento mori di quest’epoca, l’inevitabilità della morte.

Il coniglio di Pasqua: folclore, simbolismo e ricezione artistica

L’associazione dell’animale con la Pasqua è più recente di quanto si creda e non ha alcuna base biblica, come molti credono. Il primo riferimento scritto al coniglio pasquale risale al XVII secolo, nel trattato De ovis paschalibus di Georg Franck von Franckenau del 1682. Il folklore e la storia religiosa discutono ancora oggi se si tratti di una reinterpretazione di riti primaverili precristiani o di una costruzione culturale relativamente tardiva. È indiscutibile che il motivo della lepre nel contesto cristiano della primavera sia presente nelle arti visive fin dal tardo Medioevo. Il legame tra resurrezione, fertilità e promessa di rinnovamento primaverile ne faceva il compagno ideale per la massima festa cristiana. Sui dipinti votivi, nell’oreficeria sacra e nei libri d’ore illustrati, l’animale compare ripetutamente nel contesto delle rappresentazioni della Passione e della Pasqua, di solito come discreta nota a margine, raramente come motivo principale. La popolarizzazione ha poi avuto luogo nel XIX e all’inizio del XX secolo: il coniglietto pasquale è diventato iconografia di massa attraverso cartoline, litografie e infine design pubblicitario. Artisti contemporanei come Jeff Koons hanno fatto proprio questo processo di commercializzazione: il coniglio in acciaio inossidabile lucidato di Koons del 1986, battuto all’asta per oltre 91 milioni di dollari nel 2019, è una riflessione sul kitsch, sul mondo delle merci e sulla storia della scultura.
Ciò che rende questo animale un motivo così duraturo nella storia dell’arte è la sua flessibilità semantica: può incarnare l’innocenza e l’astuzia, la fertilità e la caducità, la divinità e la banalità – spesso contemporaneamente. Dal magistrale acquerello di Dürer alle vetrate delle chiese gotiche e alla superficie lucida di Koons, uno stesso animale attraversa i secoli, riflettendo sempre i valori, le paure e i desideri dell’epoca in cui è stato creato. Chiunque veda un’immagine di lepre in questi giorni di primavera si trova di fronte a una delle più lunghe tradizioni pittoriche d’Europa – e a un simbolo che è ancora lontano dall’essere interpretato.

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Ripensare la casa: l’architettura tra tradizione e futuro

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Un imponente grattacielo verde a Osaka, fotografato da Buddy AN.

La casa non è un luogo, ma un processo. Mentre architetti e urbanisti oscillano tra il romanticismo a graticcio e l’urbanistica digitale, ci si chiede: di quanta tradizione ha bisogno il futuro? E quanto futuro può tollerare la tradizione? Chiunque pensi a gnomi da giardino e case a capanna quando sente la parola „Heimat“ sta sottovalutando il dinamismo con cui il discorso architettonico oscilla tra identità, trasformazione e innovazione. È tempo di ripensare la casa in modo radicale, digitale e sostenibile.

  • La concezione della casa in architettura è sotto pressione: globalizzazione, migrazione e digitalizzazione richiedono nuove risposte.
  • Germania, Austria e Svizzera stanno sperimentando modelli ibridi tra tradizione edilizia regionale e alta tecnologia.
  • Gli strumenti digitali, l’intelligenza artificiale e la progettazione parametrica aprono nuove strade per coniugare identità e futuro.
  • La richiesta di sostenibilità sta portando a una rinascita dei materiali locali, ma non senza obiettivi contrastanti.
  • Il dibattito sulla casa è politicamente, socialmente ed esteticamente carico, tra kitsch e avanguardia.
  • La competenza tecnica non è più sufficiente: la competenza contestuale, le capacità comunicative e la sovranità digitale stanno diventando indispensabili.
  • Gli architetti devono essere mediatori tra passato e visione, tra artigianato e algoritmi.
  • Il dibattito internazionale sulla casa riflette gli sconvolgimenti sociali: cosa rimane? Cosa può andare?
  • La Neue Heimat è aperta, adattabile e radicalmente imperfetta e si chiede: chi è il proprietario della città?

Heimat come cantiere: a che punto sono Germania, Austria e Svizzera?

Heimat è un termine che scatena reazioni allergiche in molti studi di architettura. Troppo spesso è stato appropriato politicamente, troppo spesso è stato usato come scusa per i peccati edilizi, troppo facilmente è stato portato in giro come foglia di fico nostalgica per una pianificazione di quartiere ostile all’innovazione. Ma da quando la globalizzazione ha apparentemente livellato tutto, il locale ha riacquistato importanza, e non solo nelle brochure di marketing, ma nella vita architettonica di tutti i giorni. In Germania, Austria e Svizzera la casa viene attualmente rinegoziata in termini architettonici. Mentre in Baviera i fienili si trasformano in location per eventi, nel Vorarlberg le segherie gemono con le commesse e a Zurigo i quartieri di vecchi edifici tutelati sono improvvisamente alla moda, la professione sta lottando per trovare un equilibrio tra la conservazione della tradizione e la consapevolezza della contemporaneità.

La realtà è più complessa di quanto i luoghi comuni suggeriscano. Mentre la casa colonica della Foresta Nera deve servire come epitome della cultura edilizia regionale, in Svizzera sta emergendo forse la concezione più progressista della casa: aperta, sperimentale, caratterizzata da una società in gran parte migrante in cui l’identità non cresce dal passato, ma dalla negoziazione del presente. L’Austria, invece, privilegia la regionalità come motore dell’innovazione, dalla cultura delle costruzioni in legno del Vorarlberg al remix delle facciate urbane di Vienna. In Germania, invece, la casa è spesso ancora un regolamento edilizio, ma sempre più spesso anche un’occasione progettuale per tradurre nello spazio la domanda „Chi siamo?“.

Ciò che accomuna la regione DACH è la ricerca di un proprio linguaggio architettonico. Tra standard energetici, criteri ESG e digitalizzazione, c’è una crescente pressione a intendere la casa non come folklore, ma come risorsa. Nelle zone rurali, l’attenzione si concentra sulla riqualificazione e sulla conservazione degli edifici esistenti, mentre nelle città si tratta di integrare il nuovo nel vecchio. Il dibattito è acceso, i fronti attraversano tutta la disciplina. Cosa è autentico, cosa è messo in scena? Chi decide cosa è „nativo“?

La pratica attuale è ambivalente. Da un lato, i motivi della casa vengono degradati per fattori di rendimento del mercato immobiliare – parola chiave: aspetto del legno antico nei loft di lusso. Dall’altro lato, stanno emergendo nuovi concetti spaziali ibridi che combinano metodi di costruzione regionali con influenze globali. L’architettura sta diventando un palcoscenico per i processi di trasformazione sociale. Chi vede la casa come un’entità statica ha già perso. La casa è un esperimento, non uno stato.

La conclusione è questa: La casa in architettura è diventata una questione aperta. Non è più solo costruita, ma negoziata, tra tradizione, migrazione, digitalizzazione e sostenibilità. E questo è un bene. Perché solo una casa che si muove rimane viva.

Innovazioni, tendenze e ruolo della digitalizzazione: tra AI e facciate in mattoni

La vera forza esplosiva nel discorso sulla casa non sta nel ripiegamento sul noto, ma nell’avere il coraggio di trasformarsi. È proprio qui che la digitalizzazione entra in gioco e scuote le fondamenta della produzione di identità architettonica. Mentre alcuni discutono ancora sull’autenticità delle intelaiature in legno a vista, altri sperimentano da tempo facciate generate dall’intelligenza artificiale, strutture parametriche in legno e processi di partecipazione digitale. Heimat sta diventando un progetto open source. Gli algoritmi analizzano le tradizioni edilizie regionali, ricostruiscono gli ornamenti e suggeriscono mix di materiali iperlocali. L’intelligenza artificiale sta diventando un curatore di identità passate e future.

Gli strumenti digitali permettono di documentare, simulare e reinterpretare i metodi di costruzione locali. Che si tratti di modellazione delle informazioni edilizie, di laboratori di realtà virtuale con i cittadini o di database di materiali digitali, non è mai stato così facile fondere tradizione e innovazione. A Vienna, i rilievi delle facciate sono conservati grazie alla scansione 3D e utilizzati come modello per i nuovi edifici. A Monaco di Baviera si stanno creando paesaggi di tetti ottimizzati parametricamente, la cui geometria si basa sul paesaggio storico della città, ma che sono all’avanguardia in termini di efficienza energetica e di costruzione. In Svizzera si utilizzano algoritmi per simulare in anticipo l’effetto dei nuovi quartieri sul tessuto sociale – la casa come campo di sperimentazione digitale.

Ma non tutto ciò che brilla in digitale è oro per la casa. Il pericolo dell’arbitrarietà, del regionalismo copia-incolla, è reale. L’intelligenza artificiale può analizzare, ma non può creare significato. La vera sfida rimane: Come tradurre la tradizione in un linguaggio aperto al nuovo? Questo dimostra che la digitalizzazione non sostituisce la competenza contestuale, ma ne è un amplificatore. Rende la casa leggibile, ma non automaticamente degna di essere vissuta. I progetti migliori nascono quando gli strumenti digitali vengono utilizzati per rendere visibile e utilizzabile nel discorso la diversità delle identità regionali, non come sfondo, ma come risorsa.

Le grandi tendenze? Il riuso adattivo, la selezione dei materiali controllata da algoritmi, i processi di progettazione partecipata e la fusione di low-tech e high-tech. Le case sono meno costruite che programmate, meno citate che interpretate. Il risultato è una nuova fiducia in se stessi nel gestire l’identità locale e una nuova apertura alle influenze globali. Il futuro della casa è ibrido, collegato in rete e radicalmente aperto al cambiamento.

Ma la digitalizzazione non è una panacea. Esaspera i conflitti di interesse esistenti: chi controlla le narrazioni digitali della Heimat? Chi beneficia delle proposte progettuali basate sull’intelligenza artificiale e chi ne rimane escluso? Il dibattito sulla sovranità dei dati, sulla trasparenza e sulla parzialità degli algoritmi sta diventando una questione politica. La casa del futuro non è solo una questione di forma e materiale, ma anche di codice e governance.

Sostenibilità e materialità: tra romanticismo regionale e crisi climatica

Chi dice „casa“ deve dire anche „sostenibilità“, almeno se vuole essere preso sul serio oggi. La rinascita dei materiali locali non è un caso, ma una reazione alle crisi ecologiche ed economiche del presente. Il legno, l’argilla, il mattone e la pietra naturale stanno celebrando un ritorno nella regione DACH che architetti e proprietari di edifici difficilmente avrebbero ritenuto possibile per decenni. Il Vorarlberg ha fatto da apripista: le costruzioni in legno sono diventate un successo nelle esportazioni, le catene di valore regionali stanno diventando un modello di resilienza e identità al di là dell’architettura. In Baviera, interi quartieri vengono costruiti in terra battuta, mentre in Svizzera le facciate in pietra naturale vengono attivate termicamente. La sostenibilità sta diventando la nuova estetica della casa.

Tuttavia, questa tendenza non è priva di obiettivi contrastanti. I materiali locali non sono automaticamente rispettosi del clima, i metodi di costruzione regionali non sono di per sé sostenibili. Il ritorno al familiare nasconde il pericolo della glorificazione e, nel peggiore dei casi, può portare a un regionalismo reazionario che blocca l’innovazione. Chiunque intenda la casa come risorsa per la sostenibilità deve essere pronto a sviluppare ulteriormente i metodi di costruzione tradizionali sia dal punto di vista tecnico che funzionale. Solo così si può trasformare il desiderio di permanenza in una vera prospettiva per il futuro. Ciò significa: l’alta tecnologia incontra la casa. La tecnologia dei sensori, la produzione digitale, l’economia circolare e la tecnologia degli edifici intelligenti diventeranno parte integrante della cultura edilizia regionale.

Le sfide principali sono ovvie. Come integrare i materiali locali nei processi di costruzione industriale? Come sviluppare ulteriormente le tecniche artigianali tradizionali in modo digitale? Come si può raggiungere l’equilibrio tra efficienza economica, protezione del clima e identità regionale? Le risposte emergono quando la progettazione viene intesa come un processo di cooperazione tra architetti, artigiani, ricerca e digitalizzazione. A Vienna, i metodi di costruzione ibridi fanno da tempo parte della vita quotidiana: le strutture in legno incontrano le anime in cemento, l’intonaco di argilla incontra la tecnologia edilizia controllata digitalmente. Il futuro della casa è un ibrido di memoria analogica e innovazione digitale.

Il ruolo degli architetti sta cambiando: stanno diventando mediatori tra la storia materiale e la tecnologia futura. Chiunque voglia progettare case oggi deve essere in grado non solo di progettare, ma anche di sviluppare. Ciò richiede competenze tecniche e sociali e la capacità di tradurre tra le discipline. Il risultato è una nuova cultura materiale che pensa alla casa non come a un dogma, ma come a uno spazio di possibilità. La crisi climatica sta imponendo questo cambiamento, rendendo la casa una risorsa per l’innovazione sostenibile.

Il successo di questo cambiamento si deciderà nella vita di tutti i giorni: in cantiere, nel quartiere, nel dialogo con gli utenti. La casa non è un prodotto finito, ma un processo aperto a errori, esperimenti e contraddizioni. La casa sostenibile del futuro è radicalmente imperfetta, e proprio per questo è adatta al futuro.

Conoscenze tecniche, nuove competenze e professione in evoluzione

Ripensare la casa non è una questione di feeling con l’edilizia, ma di professionalizzazione. Le esigenze di architetti, progettisti e sviluppatori sono in rapido aumento. Chiunque voglia partecipare al discorso sulla casa oggi ha bisogno di molto più della sensibilità progettuale. Competenza tecnica, sovranità digitale, forza comunicativa e consapevolezza del contesto stanno diventando qualifiche fondamentali. Modellazione delle informazioni sull’edificio, progettazione parametrica, simulazione dei materiali, analisi progettuale supportata dall’intelligenza artificiale: senza questi strumenti, il discorso sulla casa rimarrà un concerto romantico e velleitario. La professione deve riposizionarsi se non vuole annegare nel concerto di tradizione e innovazione.

Ma le conoscenze tecniche da sole non bastano. Manca la capacità di mediare tra passato e futuro, tra partecipazione dei cittadini e algoritmi, tra artigianato e cloud. Gli architetti stanno diventando moderatori, traduttori delle aspirazioni sociali in realtà costruite. Ciò richiede non solo esperienza progettuale, ma anche una nuova forma di responsabilità: chi progetta una casa dà forma all’identità. Chi dà forma all’identità dà forma alla società. La professione si trova di fronte al compito di non conservare una casa, ma di reinventarla costantemente.

La digitalizzazione sta intensificando questa sfida. L’alfabetizzazione ai dati sta diventando un prerequisito per plasmare attivamente il discorso sulla casa. Coloro che perdono il controllo delle narrazioni digitali diventano comparse nella loro stessa professione. I progetti migliori nascono quando i pianificatori utilizzano gli strumenti digitali come mezzo per esplorare ed espandere l’identità regionale, non come fine a se stessa, ma come risorsa per nuove narrazioni. La casa diventa così una piattaforma per l’innovazione collaborativa.

I giovani talenti lo hanno capito da tempo. Nelle università e negli uffici della regione DACH stanno emergendo metodi di lavoro ibridi che combinano ricerca materiale, simulazione digitale e processi partecipativi. La professione si sta differenziando e sta acquistando spessore. Chi costruisce una casa oggi deve essere pronto a imparare radicalmente. Ciò richiede il coraggio di rischiare, il desiderio di contraddire e la disponibilità ad accettare gli errori come parte del processo. Il futuro della professione è aperto, sperimentale e basato sul dialogo.

Il risultato è una nuova immagine di sé: la casa non è la meta, ma il percorso. Se si vuole percorrere questa strada, bisogna essere disposti a sottoporsi a un costante esame di coscienza, dal punto di vista tecnico, estetico e sociale. La professione è chiamata a non difendere la Heimat come un interesse personale, ma a comprenderla come un esperimento. Solo in questo modo potrà rimanere rilevante e rendere il concetto di Heimat adatto al futuro.

Prospettive, dibattiti e visioni globali: La patria come sistema aperto

Il discorso sulla patria è da tempo globalizzato. Ciò che ieri era considerato una caratteristica regionale unica, oggi viene negoziato a livello internazionale. Migrazioni, cambiamenti climatici e digitalizzazione non si fermano ai confini nazionali e pongono nuovamente la questione dell’identità. A Copenaghen stanno nascendo quartieri che fondono le tradizioni edilizie locali con gli standard internazionali. A Tokyo, il concetto di „machizukuri“ viene reinterpretato come un processo partecipativo. In Sud America, la cultura costruttiva indigena viene ulteriormente sviluppata con metodi altamente tecnologici. La casa globale è una rete di storie, tecnologie e identità.

Questo dibattito si sta svolgendo anche nella regione DACH, ma spesso sotto diversi auspici. La paura di perdere l’identità incontra il desiderio di apertura. Il sospetto del kitsch aleggia su ogni tentativo di attualizzare la Heimat. I progetti migliori evitano questo dualismo: utilizzano le risorse locali, si aprono alle influenze globali e creano spazi che comprendono l’identità come un processo dinamico. La visione: la casa come sistema aperto che si reinventa continuamente. Non come luogo di ritiro, ma come piattaforma di negoziazione sociale.

Le critiche al discorso sulla patria sono giustificate. Troppo spesso viene usato impropriamente come copertura per l’esclusione o per interessi economici. Il compito dell’architettura è comprendere la casa come risorsa per l’integrazione, l’innovazione e la resilienza. Ciò presuppone che la casa non sia intesa come un interesse acquisito, ma come un’offerta – aperta alla diversità, al cambiamento e alla contraddizione. Le sfide globali richiedono risposte locali, ma non compartimentazioni. La nuova patria è adattabile, collegata in rete e deliberatamente imperfetta.

Le idee visionarie spesso emergono dove i confini tra discipline, culture e tecnologie si confondono. La patria diventa un laboratorio del possibile, tra tradizione e futuro. Piattaforme digitali, processi partecipativi e culture materiali ibride creano spazi che concepiscono l’identità come un’impresa collettiva. L’architettura del futuro non è un monumento, ma un processo. La casa non è l’obiettivo, ma la domanda che tiene tutto in movimento.

Il discorso globale dimostra che la casa rimane un concetto contestato. Ma è proprio in questo che risiede la sua forza. Chi ripensa la Heimat apre spazi per l’innovazione, per il cambiamento sociale e per un’architettura che è più della somma delle sue parti. Il futuro della Heimat è aperto, e questa è la sua più grande opportunità.

Conclusione: Heimat rimane un cantiere – e questo è un bene

Ripensare Heimat significa dire addio al mito del prodotto finito. L’architettura tra tradizione e futuro è un processo di negoziazione permanente, dal punto di vista tecnico, sociale e culturale. La digitalizzazione, la sostenibilità e i cambiamenti sociali rendono la casa un cantiere aperto. Chiunque voglia darle forma ha bisogno di coraggio, competenza e disponibilità al dialogo. La regione DACH ha il potenziale per trasformare il dibattito sulla Heimat in un motore di innovazione, se è disposta ad ammettere errori e tollerare contraddizioni. L’Heimat rimane un cantiere, un laboratorio e uno spazio di opportunità allo stesso tempo. E non è questo il problema, ma la soluzione.

L’occhio volante

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I droni hanno già dimostrato più volte il loro valore nella ristrutturazione e nella conservazione degli edifici esistenti. Foto: Geospector

I droni hanno già dimostrato più volte il loro valore nella ristrutturazione e nella conservazione degli edifici esistenti. Foto: Geospector

Nella nostra nuova serie STEIN „Cogliere le opportunità“, condividiamo le nostre conoscenze sugli approcci che le aziende possono utilizzare per raggiungere il successo a lungo termine. La prima puntata è dedicata alla vista dall’alto. I droni consentono di effettuare ispezioni, misurazioni e documentazioni di cave o facciate.

I sistemi aerei senza pilota o i veicoli aerei senza pilota (UAS, UAV), conosciuti popolarmente come „droni“ o „multicotteri“, sono oggi utilizzati in numerosi settori dell’edilizia, della ristrutturazione e della conservazione degli edifici esistenti. Dotati di una telecamera digitale o termica o di uno scanner laser 3D, i droni telecomandati possono ispezionare o registrare geometricamente cave, facciate o tetti, localizzare e documentare danni, rilevare perdite di energia e molto altro ancora.

Per avere successo, gli interventi di costruzione, ristrutturazione o rimodellamento devono essere preparati e pianificati con cura. Dati aggiornati e affidabili sullo stato di fatto sono la base più importante per una pianificazione prudente. I metodi di rilievo terrestre come la tachimetria, la scansione laser o la fotogrammetria registrano solo le aree accessibili e visibili dal terreno o dagli edifici circostanti. Le superfici dei tetti e altre aree inaccessibili della facciata dell’edificio non possono essere rilevate geometricamente o fotograficamente, o solo in modo insufficiente.

I droni possono utilizzare la fotogrammetria aerea o i laser scanner 3D per misurare la geometria degli edifici e di altri oggetti senza lacune e quindi vengono talvolta utilizzati in parallelo: Le immagini aeree rettificate in prospettiva possono essere utilizzate per creare viste dei tetti o delle facciate precise al centimetro e fedeli alla scala. Se le immagini aeree vengono analizzate fotogrammetricamente, è possibile creare piante 2D o modelli tridimensionali dell’involucro dell’edificio. Questi possono essere utilizzati come base per la pianificazione, il calcolo dei costi, le offerte o le visualizzazioni.

I droni dotati di speciali scanner laser 3D possono scansionare l’ambiente circostante in una griglia in pochi secondi e generare milioni di punti di misura 3D, le cosiddette „nuvole di punti“. Questi memorizzano i dati geometrici di tutti gli oggetti circostanti come valori di coordinate spaziali. Una fotocamera digitale integrata genera anche panorami fotografici a 360 gradi e cattura gli involucri degli edifici quasi senza soluzione di continuità. I droni di misurazione sono anche in grado di generare foto ortogonali o scansioni laser 3D di depositi, cave di ghiaia e zavorra, discariche o cave e di utilizzarle per generare planimetrie 2D del sito, modelli 3D del terreno, masse e volumi senza interrompere le operazioni in corso o mettere in pericolo le persone.

Maggiori informazioni in STEIN 8/2020.

Muro portante: definizione e significato in sintesi

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Un dettaglio architettonico esemplificativo sul tema “architrave – muro portante”
Architettura in cemento vista dall’alto – una prospettiva che mette in risalto volume e struttura. Foto: Florian Krumm / Unsplash

Quando si apre un’apertura in una parete, il carico deve essere trasferito. L’architrave in una parete portante è l’elemento costruttivo che svolge questo compito apparentemente semplice, risolvendo al contempo una delle sfide fondamentali dell’ingegneria strutturale: come rendere possibile un’apertura in un elemento portante senza compromettere l’integrità strutturale dell’intero sistema. Chi comprende il funzionamento dell’architrave in un muro portante, comprende un punto di snodo centrale tra struttura portante, costruzione edile e architettura.

  • Che cos’è un architrave in una parete portante e in che modo si differenzia da altre strutture di architrave
  • Quali principi statici stanno alla base dell’architrave e come vengono deviate le cariche
  • Quali materiali e forme costruttive vengono utilizzati per gli architravi nelle pareti portanti
  • Come vengono dimensionati e realizzati i travetti secondo le norme vigenti
  • Quale ruolo rivestono nella pratica la profondità di appoggio, i ponti termici e l’armatura
  • Quando un architrave viene realizzato come elemento prefabbricato, come elemento in calcestruzzo gettato in opera o come profilo in acciaio
  • Quali sono gli errori tipici di progettazione e realizzazione e come evitarli
  • Come valutare l’architrave nella parete portante nel contesto di ristrutturazioni, risanamenti e tutela dei beni culturali

Definizione: che cos’è un architrave in un muro portante?

Un architrave è un elemento strutturale orizzontale posizionato immediatamente sopra un’apertura in una parete e ha la funzione di trasferire i carichi sovrastanti su entrambi i lati dell’apertura alle pareti portanti. Il termine deriva dal medio alto tedesco «sturz» e nel settore edile indica da secoli questo elemento di collegamento. In una parete divisoria non portante, il carico statico richiesto all’architrave è relativamente modesto; esso deve essenzialmente sostenere solo il peso proprio della muratura al di sopra dell’apertura. In una parete portante, invece, la situazione è fondamentalmente diversa: qui si aggiungono i carichi del solaio, quelli del tetto, i carichi provenienti da altri piani e, eventualmente, i carichi del vento, che devono essere tutti trasferiti dall’elemento strutturale dell’architrave ai pilastri della parete rimanenti accanto all’apertura.

La parete portante stessa è un elemento strutturale che assorbe i carichi verticali provenienti dall’edificio e li trasferisce al terreno di fondazione o agli elementi strutturali sottostanti. Essa fa quindi parte del sistema portante primario di un edificio, a differenza dell’interstato non portante o del rivestimento. L’architrave in una parete portante non è quindi un semplice dettaglio estetico, bensì un elemento strutturale rilevante dal punto di vista statico, il cui dimensionamento, realizzazione e integrazione nella struttura portante complessiva devono avvenire secondo le regole tecniche riconosciute e le norme vigenti. Eventuali errori in questo punto possono avere conseguenze di vasta portata, dalla formazione di crepe nella muratura fino al cedimento della struttura portante.

Nell’area di lingua tedesca, l’architrave viene talvolta denominato anche «architrave della porta» o «architrave della finestra», a seconda del tipo di apertura che sormonta. Questa differenziazione colloquiale non ha alcun significato dal punto di vista costruttivo; i requisiti statici dipendono dalla larghezza dell’apertura, dallo spessore della parete, dal materiale della parete e dai carichi agenti, non dalla destinazione d’uso dell’apertura. L’unico fattore determinante è se la parete in cui si trova l’apertura fa parte del sistema portante dell’edificio.

Nozioni di base di statica: come l’architrave distribuisce i carichi

Il principio statico dell’architrave si basa sull’effetto di trave flessibile. L’architrave agisce come una trave a campata unica, che poggia su entrambi i lati dell’apertura sulla muratura restante. I carichi applicati generano momenti flettenti e forze trasversali che l’elemento costruttivo deve assorbire e trasmettere agli appoggi. Maggiore è la larghezza dell’apertura e più elevati sono i carichi applicati, maggiori saranno le sezioni trasversali richieste e la capacità portante necessaria del materiale dell’architrave. Questo principio fondamentale vale indipendentemente dal fatto che l’architrave sia in cemento armato, acciaio, legno o altro materiale.

Nella muratura, al di sopra di un’apertura, in determinate condizioni si sviluppa il cosiddetto effetto di volta a compressione. La muratura, se si trova a un’altezza sufficiente sopra l’apertura ed è sostenuta lateralmente da pareti, forma un arco naturale a compressione che devia una parte dei carichi attorno all’apertura. Questo effetto a volta alleggerisce notevolmente il carico sull’architrave ed è il motivo per cui nelle costruzioni storiche in muratura spesso erano sufficienti elementi di architrave sorprendentemente esili. Le condizioni per l’attivazione di questo effetto a volta sono disciplinate dalla norma DIN EN 1996 (Eurocodice 6) relativa alla muratura: deve essere presente una quantità sufficiente di muratura al di sopra dell’apertura e le sezioni laterali della parete devono essere in grado di assorbire le forze orizzontali che si generano. Se queste condizioni non sono soddisfatte, l’architrave deve sostenere l’intero carico senza il supporto dell’effetto a volta.

Oltre alla sollecitazione di flessione, per l’architrave nella parete portante sono rilevanti anche le deformazioni. Un architrave che si flette eccessivamente sotto carico può danneggiare la muratura sovrastante, poiché la muratura è difficilmente in grado di assorbire le sollecitazioni di trazione dovute alla flessione e, se si superano le deformazioni ammissibili, inizia a rompersi. La limitazione della flessione è quindi, oltre alla pura capacità portante, un obiettivo di dimensionamento a sé stante. Per gli architravi in cemento armato, l’Eurocodice 2 prevede valori limite di flessione che, di norma, si basano sulle campate e sui requisiti degli elementi costruttivi adiacenti.

Materiali e forme costruttive: dall’architrave in cemento armato al profilo in acciaio

L’architrave in cemento armato è oggi la forma costruttiva più comunemente utilizzata per gli architravi nelle pareti portanti. Viene realizzato in cantiere come elemento in calcestruzzo gettato in opera oppure fornito e installato come elemento prefabbricato proveniente da uno stabilimento di prefabbricati in calcestruzzo. Gli architravi prefabbricati offrono il vantaggio del controllo di qualità in fabbrica, della portata definita e del montaggio rapido. Sono disponibili in larghezze e portate standard e coprono la maggior parte dei casi d’uso comuni nell’edilizia residenziale. Per larghezze di apertura insolite, configurazioni di carico particolari o esigenze progettuali specifiche, l’architrave viene progettato e calcolato come elemento in calcestruzzo gettato in opera.

Gli architravi in profilati d’acciaio, spesso realizzati nella pratica come travi a I o profilati HEB in acciaio da costruzione, vengono utilizzati soprattutto quando sono richieste grandi larghezze di apertura con un’altezza di costruzione ridotta. A parità di capacità portante, un profilo in acciaio può essere realizzato in modo notevolmente più snello rispetto a una sezione in cemento armato, il che può essere determinante in caso di ristrutturazioni o in presenza di spazi di installazione ristretti. Uno svantaggio è la suscettibilità alla corrosione, che richiede una protezione anticorrosiva permanente, nonché lo scarso isolamento termico dell’acciaio, che, essendo un eccellente conduttore di calore, costituisce un marcato ponte termico nella struttura della parete.

Gli edifici storici presentano spesso architravi in pietra naturale, mattoni pieni cotti o legno. Gli architravi in pietra naturale, realizzati in arenaria dura o granito, si trovano in edifici massicci del XIX secolo e precedenti; questi agiscono prevalentemente a compressione e, se la qualità della pietra è adeguata e l’incasso corretto, garantiscono una portata duratura. Gli architravi in legno, come quelli presenti nelle costruzioni a traliccio e nei vecchi edifici in legno massiccio, sono sottoposti a sollecitazioni di flessione e richiedono particolare attenzione per quanto riguarda l’umidità e gli attacchi biologici. Nella moderna edilizia in legno, gli architravi nelle pareti portanti sono realizzati in legno lamellare, legno lamellare impiallacciato o pannelli a strati incrociati, che consentono un dimensionamento preciso e un’elevata capacità portante a fronte di un peso proprio ridotto.

Una forma speciale è il cosiddetto architrave per tapparelle o architrave con cassonetto, che oltre alla funzione statica funge anche da supporto per il cassonetto della tapparella. Questi elementi combinati sono molto diffusi nell’edilizia residenziale, ma rappresentano una sfida costruttiva poiché il cassonetto della tapparella crea un punto debole dal punto di vista termico: l’apertura nel cassonetto per la tapparella interrompe lo strato isolante e crea un ponte termico marcato che, se realizzato in modo inadeguato, può portare alla formazione di condensa e muffa. I moderni architravi per tapparelle con inserto isolante riducono questo problema, ma non lo eliminano completamente.

Dimensionamento e normazione: requisiti secondo l’Eurocodice e la norma DIN

In Germania, il dimensionamento delle travi nei muri portanti è regolato dagli Eurocodici, integrati dai documenti applicativi nazionali. Per le travi in cemento armato si applica l’Eurocodice 2 (DIN EN 1992) in combinato disposto con l’allegato nazionale; per la muratura e l’integrazione dell’architrave nella struttura muraria fa fede l’Eurocodice 6 (DIN EN 1996). Gli architravi in acciaio vengono dimensionati secondo l’Eurocodice 3 (DIN EN 1993). Per le costruzioni in legno si applica l’Eurocodice 5 (DIN EN 1995). Queste norme stabiliscono i casi di carico da considerare, i coefficienti di sicurezza, le deformazioni ammissibili e i requisiti costruttivi minimi.

Un parametro strutturale fondamentale è la profondità di appoggio, ovvero la lunghezza con cui l’architrave poggia sulla muratura laterale. Una profondità di appoggio insufficiente provoca tensioni di compressione locali nella muratura, che possono superare la sua capacità portante, oppure lo slittamento dell’architrave fuori dall’appoggio. Come profondità minima di appoggio nella muratura si applicano di norma almeno 115 millimetri su ciascun lato; in caso di campate maggiori e carichi più elevati sono necessarie profondità di appoggio maggiori, che l’ingegnere strutturale stabilisce caso per caso. La trasmissione del carico dall’architrave alla muratura deve avvenire in modo uniforme e senza vincoli; a tal fine possono essere utili strati di compensazione in malta o blocchi di appoggio in cemento armato.

Per gli architravi prefabbricati in cemento armato, in Germania esistono omologazioni e calcoli statici di tipo forniti dai produttori, che dimostrano la capacità portante per casi di carico e campate definiti. L’architetto progettista o il progettista strutturale deve garantire che i carichi effettivamente esercitati non superino i valori indicati nella statica di tipo. In caso di scostamenti, ad esempio dovuti a campate del solaio insolite, carichi del tetto o carichi provenienti da altri piani, è necessario un calcolo statico individuale. La responsabilità della corretta scelta e della verifica spetta al progettista strutturale, non al produttore dell’elemento prefabbricato.

Ponti termici e requisiti di fisica delle costruzioni relativi all’architrave

Dal punto di vista della fisica delle costruzioni, l’architrave nella parete portante rappresenta uno dei ponti termici più frequenti e problematici all’interno dell’edificio. Il cemento armato e l’acciaio conducono il calore in modo notevolmente migliore rispetto alla muratura circostante o all’isolamento termico. Nel punto in cui si trova l’architrave, lo strato di isolamento termico della parete esterna viene interrotto o indebolito, il che comporta un aumento del flusso termico dall’interno verso l’esterno. La conseguenza è una temperatura superficiale ridotta sul lato interno dell’architrave, che, a seconda della struttura e della temperatura esterna, può scendere al di sotto della temperatura del punto di rugiada dell’aria interna. In questi punti si condensa l’acqua e, se la temperatura rimane costantemente al di sotto del punto di rugiada, si forma la muffa.

I requisiti normativi relativi alla temperatura superficiale minima sul lato interno degli elementi costruttivi esterni sono stabiliti nella norma DIN 4108-2. Il fattore di temperatura fRsi ivi definito descrive quanto la superficie della parete interna rimanga vicina alla temperatura ambiente, in relazione alla differenza di temperatura complessiva tra interno ed esterno. Per gli edifici residenziali, un valore minimo di 0,70 è considerato un requisito generale; nei punti di ponte termico, come l’architrave, questo valore deve essere verificato con particolare attenzione. Le misure costruttive volte a migliorare il valore fRsi sull’architrave comprendono l’utilizzo di blocchi isolanti per architravi, la posa di un isolamento termico a vista nella zona dell’architrave o l’integrazione dell’architrave in un sistema composito di isolamento termico.

I blocchi isolanti per architravi, noti anche come architravi termoisolanti, sono elementi prefabbricati che combinano un’anima portante in cemento armato con uno strato isolante termico esterno. Consentono di mantenere in larga misura il livello di isolamento termico della parete esterna anche nella zona dell’architrave e di ridurre al minimo l’effetto ponte termico. Nelle nuove costruzioni tali soluzioni sono oggi ampiamente diffuse; nella ristrutturazione, invece, l’installazione a posteriori di un isolamento termico nella zona dell’architrave richiede spesso soluzioni costruttive creative, poiché l’intervento sulla struttura muraria esistente è limitato.

Architrave nella parete portante in caso di ristrutturazione, risanamento e restauro di edifici storici

L’inserimento di un nuovo architrave in una parete portante esistente, ad esempio per ampliare un’apertura o crearne una nuova, è uno degli interventi più impegnativi nell’edilizia esistente. Prima di poter installare l’architrave, è necessario puntellare temporaneamente la parete per assorbire in modo sicuro i carichi durante la fase di costruzione. A tal fine vengono utilizzate strutture di sostegno costituite da travi in acciaio, travi in legno o puntelli speciali, che deviano i carichi lateralmente attorno all’apertura in fase di realizzazione. Questa fase di lavoro richiede un’attenta progettazione da parte di un ingegnere strutturale e un’esecuzione a regola d’arte da parte di artigiani esperti.

Nel campo della conservazione dei monumenti, l’architrave nel muro portante pone requisiti particolari. Gli architravi storici in pietra naturale, mattoni pieni o legno fanno spesso parte dell’aspetto storico di un edificio degno di tutela e non possono essere sostituiti o modificati senza ulteriori indugi. Allo stesso tempo, spesso non soddisfano i requisiti statici o energetici odierni. La soluzione risiede di norma in un rafforzamento delicato: i profili in acciaio possono essere disposti in modo invisibile dietro l’architrave storico per aumentare la capacità portante senza alterarne l’aspetto. Gli interventi di isolamento termico devono essere progettati in modo tale da non danneggiare la sostanza storica e da rimanere reversibili.

Un errore frequente nelle ristrutturazioni di edifici esistenti è la sottovalutazione dei carichi effettivamente esercitati. In un edificio a più piani, una parete al piano terra non sostiene solo i carichi del primo piano, ma anche quelli di tutti i piani sovrastanti, del tetto e, se del caso, i carichi di neve e vento. Chi progetta un’apertura in una parete di questo tipo senza determinare con precisione i carichi, rischia di realizzare un architrave sottodimensionato. Le possibili conseguenze sono la comparsa di crepe nella muratura adiacente all’apertura, deformazioni dell’architrave o addirittura cedimenti dell’edificio. Un calcolo statico completo effettuato da un ingegnere strutturale abilitato è assolutamente necessario in caso di qualsiasi intervento su una parete portante.

Errori tipici di progettazione e di esecuzione

Oltre al sottodimensionamento dell’architrave, tra gli errori di esecuzione più frequenti figurano le profondità di appoggio insufficienti. Se l’architrave non poggia a una profondità sufficiente sulla muratura laterale, le forze di compressione si concentrano su un’area troppo piccola, causando scheggiature o crepe nella muratura. Ciò è particolarmente critico nel caso di tipi di muratura morbidi o porosi, come il calcestruzzo cellulare o i mattoni leggeri forati, che presentano una resistenza alla compressione inferiore rispetto ai mattoni pieni o ai mattoni in calcare e sabbia.

Un altro errore diffuso è l’installazione errata degli architravi prefabbricati. Gli architravi in cemento armato sono solitamente armati su un solo lato e devono essere installati con l’armatura rivolta verso il basso, poiché la zona di trazione della trave flessa si trova sul lato inferiore. Un architrave installato accidentalmente al contrario presenta l’armatura nella parte superiore e la zona di compressione non armata nella parte inferiore; non è in grado di assorbire le forze di trazione necessarie e cede sotto carico. I produttori di elementi prefabbricati indicano la posizione di posa dei loro prodotti, ma nella frenesia del cantiere tali indicazioni vengono talvolta trascurate.

L’assenza o l’insufficienza dell’isolamento termico nella zona dell’architrave costituisce un errore di progettazione che si manifesta solo dopo l’installazione, sotto forma di formazione di muffa o aumento dei costi di riscaldamento. Chi rinuncia a un architrave isolante in un edificio di nuova costruzione o, in fase di ristrutturazione, esclude la zona dell’architrave dall’intervento di isolamento termico, crea un punto debole permanente nell’involucro dell’edificio. I costi aggiuntivi per una struttura dell’architrave ottimizzata contro i ponti termici sono minimi rispetto ai costi conseguenti a lungo termine.

L’architrave nella parete portante come elemento strutturale fondamentale

L’architrave nella parete portante non è un elemento costruttivo che si contraddistingue per la libertà progettuale. I suoi requisiti sono chiaramente definiti: deve sostenere, deve isolare, deve essere durevole e deve integrarsi nella struttura portante complessiva. È proprio questa chiarezza a renderlo un esempio istruttivo dell’essenza dell’edilizia strutturale: ogni decisione, dal materiale alle dimensioni fino all’integrazione nella parete, ha conseguenze fisiche e statiche che non possono essere ignorate dalle intenzioni progettuali.

I crescenti requisiti energetici per l’involucro edilizio hanno notevolmente accresciuto, negli ultimi decenni, l’importanza dell’architrave come ponte termico. Ciò che in passato era considerato un semplice dettaglio costruttivo, oggi è un fattore rilevante nel bilancio energetico di un edificio. Lo sviluppo di blocchi isolanti per architravi e di architravi prefabbricati a basso ponte termico rappresenta una risposta diretta a questi requisiti più stringenti. Allo stesso tempo, la pratica dimostra che anche gli architravi ben progettati non riescono a svolgere appieno la loro funzione a causa di errori di esecuzione o di un coordinamento insufficiente tra la progettazione strutturale e la fisica delle costruzioni.

Per architetti, progettisti strutturali e artigiani esecutori, l’architrave nella parete portante rimane un elemento costruttivo che richiede una progettazione accurata, un dimensionamento conforme alle norme e precisione artigianale. Chi riesce a conciliare questi tre aspetti realizza una costruzione che funziona in modo affidabile per decenni, senza crepe, senza muffa e senza debolezze strutturali. Non si tratta di un risultato spettacolare, ma di un elemento fondamentale su cui si basa ogni edificio ben costruito.

La Mediateca James Baldwin insieme alla casa per i rifugiati a Parigi dell'atelier associer. Pierre-Yves Brunaud

Nel 19° arrondissement di Parigi, lo studio di architettura associer ha ristrutturato l’ex scuola professionale Jean Quarré degli anni Settanta. Il sito, isolato tra condomini e palazzi, è stato trasformato in un complesso multifunzionale che ospita un centro multimediale e un luogo di incontro per i rifugiati.

La programmazione dell’edificio combina due usi socialmente rilevanti: La Mediateca James Baldwin funge da istituzione culturale per il quartiere ed è anche una delle quattro mediateche parigine con un „Centro per sordi“ per gli utenti della lingua dei segni. Il centro per i rifugiati riunisce tutti gli aspetti dell’integrazione dei rifugiati in un unico luogo, creando un punto di contatto centrale all’interno della città.

James Baldwin (1924-1987) è stato uno scrittore, saggista e attivista politico americano, una delle voci letterarie più importanti del XX secolo. Come uomo nero e omosessuale, Baldwin ha scritto con una chiarezza e una pregnanza uniche su razza, sessualità e identità in America.

L’approccio architettonico si basa sulla decostruzione selettiva e sulla massima conservazione della struttura esistente. Gli elementi prefabbricati – colonne, travi, soffitti e pannelli di facciata in cemento armato – sono stati ristrutturati e l’amianto è stato rimosso. Alcuni pavimenti, pareti ed elementi di facciata in calcestruzzo sono stati decostruiti in modo selettivo e gli elementi rimossi sono stati conservati in loco per essere riutilizzati. Questo approccio ha permesso di ripristinare la regolarità della struttura e di migliorare la qualità del calcestruzzo a vista.

Il progetto segue un approccio di progettazione bioclimatica che sfrutta le risorse naturali dell’area circostante per un funzionamento efficiente dell’edificio. La struttura esistente a vista permette di migliorare l’utilizzo della luce diurna. Il calcestruzzo grezzo a vista non solo offre qualità tattili grazie alla sua texture superficiale, ma contribuisce anche a migliorare la regolazione della temperatura interna grazie alla sua massa termica. Un sofisticato concetto di ventilazione con aperture a doppio piano all’interno e un pozzo d’aria verso il giardino nel patio garantisce una ventilazione naturale e igienica.

I due edifici principali – il centro multimediale quadrato e la casa dei rifugiati allungata – sono collegati da un volume verticale, il cosiddetto elemento „link“. Questa costruzione in legno non riscaldata, con pareti in terra battuta prefabbricata, garantisce l’inerzia termica e regola l’umidità. Una facciata in legno avvolge questo elemento di collegamento e funge anche da efficace schermatura solare.

La generosa struttura a colonne del centro profughi crea spazi invitanti con atmosfere diverse. Rifugiati e residenti locali troveranno aree per bere, imparare il francese e cucinare. Il design acustico è stato appositamente studiato per il comfort di tutti i gruppi di utenti. Un’ampia terrazza esposta a sud offre opportunità di svago e accesso al giardino comune.

Il trattamento delle aree esterne è un aspetto fondamentale del progetto. Circa il 70% delle superfici impermeabilizzate è stato reso non impermeabilizzato. Il terreno aperto si trova nel patio centrale del centro multimediale, nel piazzale, nel giardino ombreggiato, nel giardino comune e sulla terrazza della casa dei rifugiati. Il concetto di lotta all’effetto isola di calore urbana prevede l’ampliamento degli spazi verdi, l’uso di pavimentazioni chiare (lastre di cemento riciclato e sabbia stabilizzata) e un bacino d’acqua poco profondo tra il giardino comune e il giardino ombreggiato.

Dati tecnici

  • Luogo: 12bis rue Henri Ribière, 75019 Parigi
  • Committente: Dcpa/Samo, DAC, DSOL (Ville de Paris)
  • Utenti: DAC (Ville de Paris), Emmaüs e Singa
  • Architetti: associer (ex atelierPhilippeMadec), architetto principale: Philippe Madec
  • Specialisti in costruzioni in laterizio: Nicolas Miessner architecte, Amàco, BETerre
  • Architetto del paesaggio: Mutabilis
  • Superficie utile: 4.406 m²
  • Superficie del lotto: 6.467 m²
  • Aree verdi comuni: 1.887 m²
  • Costi: 17,5 milioni di euro (IVA esclusa)
  • Programma: Concorso 2018, periodo di costruzione 5 anni, completamento: giugno 2024 / aprile 2025

La James Baldwin Media Library & Refugee House combina la conservazione con la progettazione bioclimatica e l’integrazione di materiali biologici come il legno e la terra. L’apertura e la creazione di spazi verdi hanno un impatto sul microclima dell’area urbana. Il progetto è stato completato in due fasi, nel giugno 2024 e nell’aprile 2025.

500 anni di Fuggerei – con MVRDV

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Vista di un padiglione in legno allungato e curvilineo davanti a un edificio di Augusta in occasione del festival "500 anni di Fuggerei". MVRDV, Padiglione NEXT500, Augusta, Foto: © Saskia Wehler

Foto: © Saskia Wehler

Lo studio di architettura olandese MVRDV ha progettato un padiglione in legno per il festival „500 anni della Fuggerei“ di Augusta. Ha attirato numerosi visitatori per cinque settimane, ma ora sarà riciclato e trasferito a Groningen. Tuttavia, le idee dell’ufficio della mostra del padiglione „Fuggerei of the Future“ rimarranno.

Il più antico complesso di edilizia popolare esistente al mondo

Chi si reca ad Augusta in treno non può non vedere i Fugger: Il treno regionale proveniente da Monaco si chiama Fugger Express. Alla stazione centrale di Augsburg si viene accolti nella città dei Fugger. I Fugger, un’antica famiglia di mercanti che nella prima metà del XVI secolo rappresentava il commercio, il potere e il denaro come nessun’altra famiglia, hanno lasciato il loro segno su Augusta fino ad oggi.

L’eredità più famosa è probabilmente la Fuggerei, il più antico complesso di case popolari esistente al mondo. Jakob Fugger, noto anche come l’Uomo Ricco, fondò la Fuggerei per la propria salvezza e per umanità. Con essa, Jakob Fugger stabilì degli standard che esistono ancora oggi: „A fronte di un corrispettivo minimo in termini spirituali e monetari, la fondazione consente alle persone bisognose della regione di condurre una vita autodeterminata e dignitosa“, come afferma la Fondazione Fugger in occasione del 500° anniversario nel 2021.

Centro sociale precoce

Questo significa che gli abitanti di Augusta bisognosi e cattolici possono trovare una casa nel centro di Augusta, nella Fuggerei, per 88 centesimi all’anno di affitto e tre preghiere al giorno. Inimmaginabile in una città dove gli affitti sono quasi raddoppiati negli ultimi dieci anni. Nel 2022, un appartamento di tre stanze costerà in media circa 13.000 euro di affitto annuale. Come in molte città tedesche, anche ad Augusta vivere è sempre più costoso. Se ne stanno rendendo conto anche le Fondazioni Fugger, che gestiscono il complesso di case popolari e continuano a gestirlo nello spirito del fondatore.

Astrid Gabler, dipendente delle Fuggerische Stiftungen, durante una visita al quartiere di 15.000 metri quadrati, riferisce che la domanda è aumentata, soprattutto negli ultimi due anni. Sempre più abitanti di Augusta sperano di acquistare uno dei 142 appartamenti. Questo desiderio è facilmente comprensibile se si trascorre qualche ora nella proprietà. Non sono solo gli affitti ad essere rimasti fermi qui. In generale, il mondo sembra girare più lentamente nella Fuggerei. Le strade non sono intasate da automobili. Le viti selvatiche si arrampicano sulle case. I vicini chiacchierano per strada. Il prete saluta il bambino all’angolo.

Nella Fuggerei le persone si prendono cura l’una dell’altra, dice una residente. Lei stessa ha lavorato nel settore della ristorazione per tutta la vita. Ma la sua pensione non è sufficiente per la costosa vita in città. La Fuggerei le permette di vivere una vita urbana nella comunità. E in effetti la Fuggerei è come un villaggio nella città, un rifugio per biografie molto diverse, a volte spezzate.

„L’Europa ha bisogno di più Fuggerei“

La Presidente della Commissione Ursula von der Leyen potrebbe aver avuto ragione quando, in occasione del 500° anniversario dei Fuggeri all’inizio di maggio 2022, ha detto: „L’Europa ha bisogno di più Fuggerei“. Le Fondazioni Fugger condividono questa opinione. In collaborazione con alcuni partner come MVRDV, hanno quindi sviluppato il cosiddetto Codice Fuggerei, che riassume il „segreto“ della Fuggerei in dieci punti. Su questa base, le „Fuggerie del futuro“ possono essere create in tutto il mondo. In definitiva, il codice è un appello ai ricchi e ai potenti come i Fugger: create fondazioni residenziali nello spirito della Fuggerei!

Il padiglione fisso di MVRDV è costituito da pannelli prefabbricati in legno a strati incrociati, il cui legno proviene dalle foreste della Fuggerei. L’edificio, lungo, stretto e a capanna, si ispira alle case a schiera della tenuta. Ora si trova davanti al Municipio di Augusta per cinque settimane. Ha ospitato una mostra che esponeva lo studio MVRDV sulla „Fuggerei del futuro“. Erano esposti il codice e tre proposte di nuovi complessi Fuggerei in tutto il mondo.

La Fuggerei del futuro: gli stessi principi dell’originale

La prima delle tre proposte è destinata alla città natale di Augusta e si differenzia dalla Fuggerei originale per il suo obiettivo educativo, che mira a consentire l’autodeterminazione e a ridurre il divario di ricchezza nella città attraverso l’istruzione. La seconda Fuggerei del futuro è destinata a una comunità della Lituania rurale e si concentra sulla povertà in età avanzata e sulla crisi dell’assistenza sociale dovuta all’invecchiamento della popolazione. La terza Fuggerei si concentra su Rothumba, un remoto villaggio di pescatori in Sierra Leone, con una strategia volta a responsabilizzare la comunità e a creare un ambiente sicuro per donne e bambini. Sulla base del Codice Fuggerei e dei blocchi costruttivi sviluppati nello studio, l’aspetto di questi futuri edifici Fuggerei dipenderà dal loro scopo e dalla loro ubicazione, ma i principi sono gli stessi dell’originale di 500 anni fa.

In un mondo in cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, l’idea di ispirare donatori per le Fuggerei del futuro è ovvia. Dopo tutto, dovrebbero esserci sia i soldi che il bisogno di fondazioni edilizie. I prossimi 500 anni di storia della Fuggerei mostreranno l’effetto di questo appello.

Partecipanti: architetti (MVRDV), appaltatori (Züblin) e illuminotecnici (Delta Light)

Ancora più costruzioni in legno: Luo Studio ha costruito un ponte in legnoin un resort ecoturistico nel sud-est della Cina .

Cerimonia di premiazione: Bayerische Denkmalpflege

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Giovedì 15 settembre 2016, i vincitori di quest’anno del Premio bavarese per la conservazione dei monumenti saranno premiati in una serata di festa. L’evento si svolge ogni due anni e quest’anno il Palazzo Schleißheim di Oberschleißheim, vicino a Monaco, farà da cornice. Il Premio bavarese per la conservazione dei monumenti premia i proprietari di edifici che si impegnano per la conservazione degli edifici tutelati. Inoltre, il rispettivo edificio e gli ingegneri coinvolti vengono premiati nelle categorie „Edifici pubblici“ e „Edifici privati“. Quest’ultimo è dotato di un totale di 10.000 euro. RESTAURO parteciperà all’evento per voi e ne riferirà.

Giovedì 15 settembre 2016, ore 18:30

Palazzo Nuovo di Schleißheim

Sala Grande

Max-Emmanuel-Platz 1

85764 Oberschleissheim

Martedì dell’architettura: Wolfgang Meisenheimer

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Il ciclo di conferenze „Architectural Tuesday“ di questo semestre presso la Facoltà di Architettura di Colonia è dedicato a un tema interdisciplinare fondamentale per l’architettura. Sono stati invitati sei docenti i cui contributi interdisciplinari hanno avuto un’influenza decisiva sul discorso internazionale sullo spazio.

Il Prof. Dr. Wolfgang Meisenheimer sarà nostro ospite il 16 giugno. Con il titolo „Il corpo come elemento comunicativo“, illustrerà il tema della „logica sociale dello spazio“.

Architetto, teorico dell’architettura, docente universitario, artista e filosofo, Wolfgang Meisenheimer è stato per 20 anni professore all’Università di Scienze Applicate di Düsseldorf, dove ha insegnato i fondamenti della progettazione, e per nove anni è stato decano del Dipartimento di Architettura. Wolfgang Meisenheimer attraversa questo mondo in modo diverso da molti suoi contemporanei. Egli guarda il mondo, percepisce ciò che lo circonda, lo divide in „cose ordinate e disordinate“ e così unisce architettura e arte.

Il Martedì dell’architettura si terrà alle 19.30 nella Karl-Schüssler-Saal, nel vecchio edificio della Facoltà di Architettura del campus di Deutz, Betzdorfer Straße 2.

Baumeister è media partner

Biennale di Architettura 2021: nel padiglione del Bahrain

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Padiglione Bahrain

Il caporedattore Fabian Peters è attualmente a Venezia. Vi accompagna in un tour dei padiglioni, come qui nel padiglione del Bahrein.

La pesca delle perle è stata un’industria importante nello Stato insulare del Bahrein, nel Golfo Persico, fino agli anni Trenta. Poi le perle coltivate provenienti dal Giappone hanno portato al declino di questo commercio. Fortunatamente, quasi nello stesso periodo, in Bahrein è stato scoperto il petrolio, che da allora ha aiutato il Paese a raggiungere un’enorme prosperità. Oggi il Bahrein si sta impegnando per garantire che la cultura della pesca delle perle non scompaia completamente. Le testimonianze della pesca delle perle nella città portuale di Al-Muharraq sono state addirittura dichiarate Patrimonio dell’Umanità. Tuttavia, il Paese non si limita a preservare il patrimonio tangibile, ma cerca anche di preservare il patrimonio immateriale dei pescatori di perle con l’aiuto di nuovi edifici culturali. Ad esempio, qualche tempo fa ha fatto scalpore un centro per la musica dei pescatori di perle realizzato da Office Kersten Geers David van Severen. Nel padiglione del Bahrain sono esposti i mock-up a parete del nuovo museo delle perle dello Studio Anne Holtrop, realizzati in pietra corallina modellata in cemento e argentata. Anche l’imponente centro visitatori del cosiddetto „Pearl Trail“ di Valerio Olgiati è esposto qui con l’aiuto di progetti, foto e un modello di uno dei pilastri dell’edificio, simile a un obelisco. A prescindere dal successo della presentazione, è urgente chiedersi fino a che punto tali progetti siano destinati a legittimare strutture di potere assolutistiche e a fungere da cemento per una fragile pace sociale.

Dopo il rinvio di un anno della Biennale di Architettura, la mostra si terrà dal 22 maggio al 21 novembre 2021 con il titolo „How will we live together“. Per saperne di più, consultate l’approfondimento digitale sui progetti della Biennale di Architettura 2021.

Tutte le foto: Fabian Peters

L’azienda olandese Mosa presenta la nuova serie di piastrelle „Canvas“. Piastrelle in ceramica caratterizzate da un design naturale e sobrio.

Mosa, con sede a Maastricht, produce piastrelle con i materiali più puri del design olandese da oltre 135 anni. Le piastrelle Mosa sono adatte a rivestimenti, pavimenti, facciate e terrazze in aree interne ed esterne private, commerciali e pubbliche. L’azienda tradizionale presenta ora la nuova serie di piastrelle „Canvas“ – piastrelle in ceramica versatili e delicate con un leggero effetto glitter. La combinazione di una superficie tattile senza direzione di fiamma, di un design a rilievo e di una finitura unica dà come risultato una superficie di facile manutenzione e antiscivolo.

L’obiettivo dell’azienda era quello di progettare una piastrella flessibile che si armonizzasse con gli altri colori e gli elementi di design presenti nell’ambiente e che non dettasse una direzione di vista specifica attraverso i motivi. Queste caratteristiche rendono le piastrelle Canvas ideali per le aree ad alto traffico e per gli spazi polifunzionali nelle aree pubbliche. Tutte le piastrelle di questa serie sono caratterizzate da un mix di granuli e scaglie di ceramica in vari formati e colori di pigmento.

Le piastrelle sono disponibili in due formati – 30 x 60 cm e 60 x 60 cm – e in nove colori diversi. La gamma di colori offre un’ampia scelta, dal bianco freddo al nero avorio. Canvas è stato appositamente progettato in modo che lo sguardo dell’utente non sia diretto in una direzione particolare. Se un progettista lo richiede, Mosa consiglia la variante di formato 30 x 60 cm. La collezione comprende anche pedate e battiscopa.

L’azienda olandese Mosa presenta la nuova serie di piastrelle „Canvas“. Piastrelle in ceramica caratterizzate da un design naturale e sobrio. Mosa, con sede a Maastricht, produce piastrelle con i materiali più puri del design olandese da oltre 135 anni. Le piastrelle Mosa sono adatte per pareti, pavimenti, facciate e terrazze in ambienti privati, commerciali e pubblici […]

Contro l’oblio

Casa-mia

„Heroes Green“ trasforma Pershing Park in un giardino con sentieri tortuosi. Diverse aree dividono il parco. Qui, 116 alberi di ginkgo commemorano i caduti, mentre altrove l’area è caratterizzata da foto su pareti d’acciaio curve.

Heroes Green
Maria Counts, Counts Studio

Continua a:

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Brian Johnsen, AIA; Sebastian Schmaling, AIA, LEEP AP; Andrew Cesarz
Concetto di Memoriale della Prima Guerra Mondiale
Devin Kimmel, Kimmel Studio LLC
Il peso del sacrificio
Joseph Weishaar
Un ritratto di famiglia americana
STL Architects

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