L’architettura come set di dati di addestramento: l’ufficio come fabbrica di IA

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Foto in bianco e nero di un edificio moderno vicino a uno specchio d'acqua, scattata da Mihai Surdu

L’architettura come set di dati di addestramento? Benvenuti nell’era in cui l’ufficio classico non produce solo progetti edilizi, ma anche algoritmi. La fabbrica dell’IA ha ormai preso piede da tempo – e mette in discussione tutto ciò che gli architetti credevano finora di sapere sulla creatività, il diritto d’autore e la rilevanza. Perché oggi gli studi non costruiscono più solo edifici, ma anche set di dati, perché l’IA apre un nuovo capitolo nella professione e come Germania, Austria e Svizzera si dibattono tra innovazione e tutela dei dati: lo chiariremo qui. Chi ora smette di seguire, in futuro verrà superato dalle macchine. Chi continua a leggere, resta in gioco.

  • L’architettura è ormai da tempo materiale di addestramento per l’intelligenza artificiale – e lo studio sta diventando una fabbrica digitale.
  • L’IA sta rivoluzionando la progettazione, la pianificazione, la simulazione e la scelta dei materiali – ma anche le strutture degli studi e i modelli di business.
  • Germania, Austria e Svizzera sono tecnicamente ambiziose, ma culturalmente e giuridicamente frenano il progresso.
  • Sostenibilità fin dalla progettazione: l’IA può ridurre al minimo l’impronta ecologica, se i dati giusti circolano.
  • Competenze digitali, etica dei dati e questioni relative al diritto d’autore diventano letture obbligatorie per gli architetti.
  • Il dibattito è caratterizzato dal conflitto tra creatività, controllo e commercializzazione.
  • Le tendenze globali lo dimostrano: l’IA non è una trovata pubblicitaria, ma il nuovo standard – cambia solo il modo in cui viene gestita.
  • I rischi maggiori: monopoli dei dati, distorsione algoritmica, perdita dell’autodeterminazione progettuale.
  • Opportunità visionarie: democratizzazione della conoscenza, nuovi formati di partecipazione, progettazione più sostenibile.

Lo studio come miniera di dati – Come i dati architettonici diventano carburante per l’IA

L’idea è incredibilmente semplice: milioni di progetti, varianti di bozza, rendering e modelli BIM sono archiviati in sale server, su cloud e nelle profondità degli archivi digitali. Eppure questo presunto sottoprodotto della quotidianità dello studio è molto ambito – non dai committenti o dalle autorità, ma dagli algoritmi. L’intelligenza artificiale vive di dati: più sono diversificati e precisi, meglio è. E cosa offre maggiore varietà architettonica, contesto, materialità e competenza nella ricerca di soluzioni se non l’ambiente costruito e progettato? Con ogni progetto completato, ogni proposta di concorso, ogni schizzo, cresce il materiale di alimentazione per le reti neurali. Ciò che un tempo veniva custodito come proprietà intellettuale, oggi è un potenziale set di dati di addestramento – a condizione che i diritti di accesso siano chiariti.

Soprattutto in Germania, Austria e Svizzera, questo sviluppo viene guardato con sospetto. La preoccupazione: e se i propri progetti comparissero improvvisamente nei set di addestramento delle grandi aziende tecnologiche? Chi garantisce che la paternità intellettuale, la cultura architettonica locale o gli esperimenti guidati dall’innovazione non vengano semplicemente sfruttati come materia prima? La realtà: molti studi forniscono inconsapevolmente dati già da tempo – tramite standard BIM aperti, partecipando a concorsi con presentazioni digitali o utilizzando strumenti di collaborazione basati sul cloud. Allo stesso tempo cresce la pressione di gestire attivamente, curare e, se necessario, monetizzare i propri archivi di dati. Chi non lo fa, perde il controllo sul proprio DNA digitale.

Studi innovativi a Zurigo, Vienna e Monaco di Baviera stanno quindi sperimentando strategie di gestione dei dati proprie. Anonimizzano, categorizzano e proteggono i propri progetti – non solo per autoprotezione, ma anche per utilizzarli in modo mirato come base di addestramento per i propri strumenti di intelligenza artificiale. Perché una cosa è chiara: chi addestra i propri progetti, in definitiva continua ad affinare il proprio approccio. La domanda quindi non è se digitalizzare la propria architettura, ma come trattarla come risorsa strategica. Lo studio diventa una miniera di dati, e il futuro del settore si gioca nelle farm di server e nel codice.

Questo attira nuovi attori: le start-up sviluppano piattaforme che raggruppano le conoscenze architettoniche e le elaborano per l’apprendimento automatico. I grandi studi di progettazione investono in team interni di data science, mentre le università conducono ricerche sulle interfacce tra la teoria della progettazione e l’IA. Ma il mercato è frammentato, mancano standard e molti continuano ad affidarsi all’istinto piuttosto che alla competenza in materia di dati. La conseguenza: tra spirito pionieristico e paranoia, lo studio spesso rimane bloccato da qualche parte nel limbo digitale.

Una cosa è certa: l’architettura come set di dati di addestramento non è un sogno lontano, ma realtà. Chi perde il controllo diventa un semplice fornitore di algoritmi altrui. Chi si posiziona con sicurezza può imprimere la propria impronta nel mondo dell’IA e aprire così nuove catene del valore. È ora che si gettino le basi – e saranno proprio queste a decidere chi avrà voce in capitolo domani.

L’IA nella progettazione – tra automazione, creatività e perdita di controllo

Quando l’intelligenza artificiale progetta l’architettura, non si tratta più da tempo di uno scenario da fantascienza. Progettazione generativa, progettazione parametrica, generazione automatizzata di varianti: tutto questo esiste già oggi. Ma la grande differenza è che l’IA non opera più secondo regole fisse, bensì apprende dai dati. Ciò significa che la logica progettuale si nutre del passato collettivo dell’architettura. La macchina riconosce schemi, ottimizza le planimetrie, simula la luce naturale o suggerisce materiali – e tutto questo in frazioni di secondo. La velocità con cui nascono così nuovi progetti supera ogni immaginazione umana.

Ma cosa significa questo per la professione? Il processo creativo diventa un dialogo tra uomo e macchina. Gli architetti verificano, curano, regolano – ma cedono una parte della loro autonomia. Chi decide di abbracciare questa svolta può trarre dall’IA un’ispirazione infinita, sperimentare combinazioni finora inimmaginabili e reagire in tempo reale a requisiti complessi. Chi invece si rifiuta, corre il rischio di essere superato da concorrenti più efficienti. In Germania, Austria e Svizzera, la disponibilità a utilizzare l’IA nella progettazione è finora stata piuttosto variegata. Il timore di una perdita di qualità, di uniformità e di controllo è grande – ma la pratica dimostra che i risultati migliori si ottengono laddove l’IA viene utilizzata come sparring partner collettivo, non come sostituto della volontà creativa.

Da un punto di vista tecnico, ciò richiede ben più di un semplice computer con un plugin per Blender. Sono necessari set di dati strutturati, modelli semantici, interoperabilità tra soluzioni software e una profonda comprensione della logica algoritmica. La capacità di leggere, interpretare e mettere in discussione criticamente i dati diventerà la competenza fondamentale della prossima generazione di architetti. Chi progetta solo seguendo l’istinto finirà presto per lavorare in una nicchia. Chi invece alimenta, addestra e interpreta l’IA in modo mirato potrà affermare la propria autorità progettuale e aprire la strada a nuove forme di collaborazione.

Allo stesso tempo, il dibattito sull’IA nella progettazione è altamente politico. Chi determina quali dati sono rilevanti? Chi decide quali approcci progettuali sono «sufficientemente buoni» per l’addestramento? E cosa ne sarà delle peculiarità regionali quando i pool di dati globali domineranno? Il pericolo: l’architettura perde il suo radicamento locale e degenera in una massa omogenea. L’opportunità: l’IA può contribuire a democratizzare la conoscenza, a trovare soluzioni migliori in materia di sostenibilità e ad aprire i processi di partecipazione. Una cosa è chiara: senza una riflessione critica si rischia la perdita di controllo – e questa, alla fine, costa più di qualsiasi investimento nelle competenze digitali.

Ciò che resta è la sfida di concepire l’IA non come una panacea, ma come uno strumento. Gli studi migliori saranno quelli che uniranno tecnologia, creatività e distanza critica in un nuovo profilo professionale. Chi non lo capirà, verrà semplicemente travolto dalla prossima ondata di concorrenti digitali.

Sostenibilità? Solo con l’IA – ma non senza etica dei dati

Le promesse sono grandi: l’IA dovrebbe rendere il settore edile più sostenibile, ridurre al minimo lo spreco di risorse e ottimizzare i bilanci energetici. E in effetti: con i dati di addestramento giusti, le macchine possono proporre varianti progettuali migliori, simulare i consumi di materiali, calcolare i cicli di vita e anticipare i rischi climatici – il tutto in modo più rapido e preciso di qualsiasi gruppo di lavoro umano. Il problema: senza set di dati di alta qualità, diversificati e aggiornati, l’IA rimane una tigre di carta. La qualità dei dati di addestramento determina la qualità delle soluzioni di sostenibilità.

In Germania, Austria e Svizzera esistono progetti decisamente ambiziosi. Iniziative di ricerca combinano simulazioni basate sull’IA con dati di monitoraggio reali, gruppi edili investono in passaporti digitali dei materiali, i comuni sperimentano la pianificazione dei quartieri basata sui dati. Ma la realtà è spesso deludente: i dati sono decentralizzati, incompatibili o non disponibili dal punto di vista legale. La conseguenza: l’IA simula sulla base di informazioni incomplete – e produce, nel migliore dei casi, risultati mediocri. Chi prende sul serio la sostenibilità deve rendere accessibili i flussi di dati, garantirne la qualità e stabilire linee guida etiche. Altrimenti si rischia il greenwashing e la distorsione algoritmica.

Un altro dilemma: chi decide quali obiettivi di sostenibilità – riduzione delle emissioni di CO₂, economia circolare, biodiversità – devono essere considerati prioritari nell’addestramento dell’IA? Il rischio che gli interessi economici prevalgano sugli obiettivi ecologici è reale. In questo ambito sono necessari trasparenza, controllo democratico e un dibattito sulle regole della produzione architettonica digitale. Altrimenti l’IA diventerà una scatola nera che illude sulla sostenibilità, ma non la garantisce.

Da un punto di vista tecnico, è richiesto un know-how specifico: gli architetti devono comprendere come funzionano i modelli di dati, come apprendono gli algoritmi e dove si trovano le insidie. Chi si aggiorna in questo campo può rendere visibile la propria impronta personale in soluzioni sostenibili – e rimane rilevante per i committenti e la società. Chi invece resta indietro, diventa un semplice esecutore di logiche di ottimizzazione estranee.

In definitiva, la sostenibilità e l’IA non sono una contraddizione, ma una condizione imprescindibile. Ma solo se il settore ha il coraggio di fare della sovranità sui dati, della trasparenza e dell’etica una priorità assoluta. Chi, come studio di architettura, ignora tutto ciò, perde non solo commesse, ma anche la legittimazione sociale.

Prospettive globali, sfide locali – Come l’IA sta cambiando il dibattito sull’architettura

Mentre negli Stati Uniti e in Asia l’IA è ormai da tempo parte integrante della cultura della progettazione e della pianificazione, i paesi di lingua tedesca discutono ancora di protezione dei dati, diritto d’autore e identità culturale. Singapore, Shanghai o New York puntano su piattaforme di dati aperte, processi di approvazione automatizzati e sviluppo urbano supportato dall’IA. Lì lo studio è diventato da tempo una fabbrica digitale – con data scientist, ingegneri di machine learning e strateghi di piattaforma come nuovi ruoli chiave. Nell’Europa centrale, invece, regna lo scetticismo: il timore dei monopoli dei dati, della perdita della propria impronta distintiva e della svendita della cultura architettonica è onnipresente.

Ma il treno globale è già partito. Chi non sta al passo, diventa un semplice fornitore. L’intelligenza artificiale, infatti, non conosce confini nazionali: i suoi modelli vengono addestrati a livello globale, le sue applicazioni commercializzate a livello internazionale. L’architettura, in quanto set di dati di addestramento, è ormai da tempo una merce. Chi non protegge attivamente i propri dati e non li utilizza in modo strategico, verrà travolto dalle piattaforme internazionali. Allo stesso tempo, però, ci sono anche delle opportunità: le conoscenze locali, le tecniche costruttive regionali e gli obiettivi specifici di sostenibilità possono essere integrati nei set di addestramento dell’IA – a condizione che il settore si apra a nuove alleanze e trasformi lo studio in una vera e propria fabbrica di conoscenza.

Il dibattito sul controllo e sulla commercializzazione è antico quanto la digitalizzazione stessa. I fornitori di piattaforme e i giganti del software fiutano un grande affare: chi possiede i dati architettonici migliori e più diversificati può stabilire standard globali, monopolizzare i mercati e dettare i cicli di innovazione. Il pericolo: gli studi di piccole e medie dimensioni perdono la loro autonomia, diventano semplici fornitori di dati e perdono l’accesso alla propria storia. La risposta a tutto ciò non può che essere: cooperazione anziché isolamento, standard aperti anziché silos e una riflessione critica sulle regole del gioco nel mondo dell’IA.

Voci visionarie vedono invece nell’IA un’opportunità di democratizzazione: la conoscenza diventa accessibile, i processi di progettazione più trasparenti, la partecipazione può essere ripensata in chiave digitale. Ma per questo occorre una cultura dell’apertura, il coraggio di cambiare e la disponibilità a mettere in discussione il proprio profilo professionale. Chi continua ad aggrapparsi alle vecchie gerarchie e ai vecchi modelli di business verrà semplicemente travolto dalla dinamica dell’IA.

Il fatto è questo: il dibattito globale sull’architettura ruota ormai da tempo attorno a dati, algoritmi e piattaforme. Chi vuole dire la propria deve parlare in termini digitali – ed essere pronto a concepire il proprio studio come una «fabbrica di IA». Il futuro non è analogico, ma algoritmico. E inizia adesso.

Conclusione: l’architettura come set di dati di addestramento – opportunità o perdita di controllo?

L’architettura si trova a un punto di svolta. Lo studio come «fabbrica di IA» è una realtà – e porta con sé cambiamenti radicali. Chi guida questa trasformazione può sviluppare nuovi modelli di business, promuovere la sostenibilità e affermare la propria impronta in un settore globalizzato. Chi si oppone, perde il controllo, la rilevanza e, in ultima analisi, la capacità di affrontare il futuro. Le sfide più grandi non risiedono nella tecnologia, ma nell’atteggiamento: competenza nei dati, trasparenza ed etica sono i nuovi pilastri fondamentali della professione. Chi lo comprende può trasformare l’architettura da semplice set di dati di addestramento a qualcosa di più di una semplice materia prima per algoritmi estranei – ovvero un vero e proprio motore di valore per la società. La fabbrica di IA è aperta. La domanda è: chi vuole contribuire a costruirla?

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Roger Diener – Conferenza a Monaco

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Museo di Storia Naturale

Roger Diener dello studio Diener & Diener Architekten terrà una conferenza sul tema „L’architettura come ‚agente provocatore‘ della memoria“ presso il Forum Oskar von Miller giovedì alle 18:30.

Le diverse opere dello studio di Basilea hanno tutte qualcosa in comune: l’architettura di Diener & Diener si collega al luogo, fondendosi con gli strati storici del sito. Il risultato è una griglia temporale e spaziale.

Il ruolo speciale della memoria si esprime al meglio nei progetti di ampliamento di edifici esistenti. Le opere di Diener & Diener affrontano i meccanismi inerenti alla memoria umana. Raccontano una storia e toccano lo spettatore a livello inconscio.

I primi edifici residenziali di Diener & Diener sono stati realizzati a Basilea, seguiti da edifici residenziali nei Paesi Bassi, in Francia e in Italia. Questi edifici sono stati spesso preceduti da piani regolatori elaborati da Diener & Diener.

Tra gli edifici pubblici più importanti figurano l’Ambasciata svizzera a Berlino, il Centre Pasqu’Art di Bienne, l’edificio universitario di Malmö e la Collezione Rosengart a Lucerna.

Diener & Diener si è fatto un nome anche per gli edifici per uffici. Lo studio ha completato il progetto del campus per Novartis a Basilea nel 2005 e sta attualmente realizzando la sede della compagnia di assicurazioni pensionistiche Swiss Re a Mythenquai.

Roger Diener è nato a Basilea nel 1950 e ha studiato al Politecnico di Zurigo e Losanna sotto la guida, tra gli altri, di Aldo Rossi e Luigi Snozzi, che lo hanno fortemente influenzato. Nel 1980 ha rilevato l’ufficio del padre, Marcus Diener, che da allora ha diretto con successo.

Dal 1999 al 2015, Roger Diener ha ricoperto una cattedra al Politecnico di Zurigo. Ha insegnato allo Studio Basel insieme a Marcel Meili, Jacques Herzog e Pierre de Meuron. Roger Diener ha ricevuto numerosi premi per il suo lavoro, tra cui la Grande Médaille d’Or francese, il Prix Meret Oppenheim e la Medaglia Heinrich Tessenow.

„L’architettura come ‚agente provocatore‘ della memoria“.
Roger Diener
Diener & Diener Architetti Basilea
03 dicembre 2015, 18:30
Forum Oskar von Miller, Monaco di Baviera

Risultati del concorso a ottobre 2020

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Siete interessati agli ultimi risultati dei concorsi di architettura del paesaggio, ma non avete il tempo di guardarli bene? Nella panoramica dei concorsi G+L, Heike Vossen fornisce aggiornamenti mensili sui concorsi più interessanti. Ecco i primi risultati dei concorsi di ottobre 2020.

Tutte le immagini: © SINAI con Holzer Kobler

Il vecchio cimitero di Judensand a Magonza è uno dei più antichi cimiteri ebraici d’Europa: i progettisti dovevano procedere con la stessa sensibilità nella sua riqualificazione. Con il suo design chiaro, il progetto vincitore raggiunge un alto valore di riconoscimento per il sito precedentemente poco appariscente: una siepe di tasso circostante rafforza la natura speciale del sito; all’esterno crea un involucro protettivo e all’interno crea una densità atmosferica. Le aperture sono utilizzate di proposito come collegamenti visivi dall’esterno all’interno e hanno lo scopo di incoraggiare le persone a entrare in contatto con il luogo della memoria e della fede. L’involucro del muro di siepe, dello zoccolo e delle aperture consente una presenza visibile nello spazio urbano e ancorano il sito all’eterogenea struttura circostante in modo spazialmente efficace. Allo stesso tempo, il recinto di siepi riprende il recinto storico della Judensand del 1779, continuando così simbolicamente l’eredità della comunità ebraica. In termini di programma e design, i nuovi edifici proposti completano l’involucro appena creato intorno al vecchio cimitero come strutture protettive.

Le sponde della Fulda a Rotenburg si affermano come spazio aperto identitario per la città. bbz landschaftsarchitekten attiva lo spazio fluviale con strutture per il tempo libero e l’avventura e crea due sponde di forma diversa in un gesto su larga scala: a nord, un bordo urbano con una geometria chiara che estende lo spazio urbano alla Fulda; a sud, la controparte come ampio spazio golenale con un bordo curvo della sponda che riprende il flusso della Fulda. Per rafforzare l’area fluviale, gli architetti paesaggisti hanno riposizionato il traffico stazionario e ripulito la vegetazione, in parte su piccola scala. In questo modo si apre la vista sulla suggestiva silhouette a graticcio della città vecchia. La riva urbana sul lato opposto funge da spazio quadrato strutturato con un’area eventi in pietra e un rifugio verde. Adiacente alla piazza in pietra si trova la balconata panoramica, che si estende verso il fiume con ampie gradinate e termina con una piattaforma sull’acqua.

Tutte le immagini: © bbz bern / Joos & Mathys / Plangrün

Un altro successo al concorso per bbz landschaftsarchitekten: Insieme ai partner di pianificazione, bbz bern si è aggiudicata l’appalto per lo studio di una nuova località lacustre, comprensiva di impianti sportivi e progettazione della linea di riva, da realizzarsi negli orizzonti di pianificazione del 2022 e del 2035. La visione vincente vede l’uso del tempo libero e dello sport in armonia con la valorizzazione ecologica del sito. Di conseguenza, verrà creato un parco multiuso, le cui aree di utilizzo saranno inserite nel paesaggio e accompagnate da una varietà di nicchie ecologiche. Il nuovo parco funge da collegamento tra l’area dell’insediamento e il lago. Il progetto elimina gli argini artificiali esistenti e ripristina la topografia pianeggiante originale. In questo modo si crea un’apertura visiva dal margine dell’insediamento attraverso il parco e la riva del lago. La sapiente disposizione dei campi da gioco e il loro uso multiplo lasciano uno spazio ecologico sufficiente per l’area incontaminata della riva e i canneti. I progettisti hanno prolungato la passerella esistente fino alla riva del lago e l’hanno fatta passare sopra il laghetto pubblico appena creato.

Tutte le immagini: ©relais landscape architects

In linea con il motto „Ellwangen an die Jagst“ (Ellwangen verso lo Jagst), il fiume deve essere ridisegnato in modo naturale, riqualificato ecologicamente e trasformato in un’esperienza per lo State Garden Show del 2026. Il progetto vincente di relais Landschaftsarchitekten ha colpito per l’immagine spaziale continua della valle del fiume: nella parte occidentale, lo spazio fluviale si allarga in un ampio corridoio all’interno del quale il corso d’acqua può svilupparsi in modo dinamico. L’area vicina al centro città, invece, viene progettata in modo intensivo con un’ampia gamma di usi e una spiaggia cittadina accessibile. Una striscia funzionale a nord raggruppa le strutture necessarie per il garden show. Le aree di parco adiacenti al centro cittadino continueranno a essere utilizzate per eventi e ora si presentano come ampie terrazze fluviali che si estendono fino alla riva. Un ponte pedonale collega gli spazi aperti della Jagstaue con il centro storico di Ellwangen e conduce in modo suggestivo all’area golenale progettata in modo intensivo, il parco del ponte con le sue aree sportive e di attività.

Cliccare qui per la panoramica del concorso a settembre 2020.

L’IBA Turingia nel suo ultimo anno di vita

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Un edificio allungato di quattro piani con una facciata a lamelle e un cortile interno parzialmente verde di fronte. L'edificio Eiermann di Apolda è il centro organizzativo dell'IBA Turingia. Immagine: © IBA Turingia, Foto: Thomas Müller, Weimar

L'Eiermannbau di Apolda è il centro organizzativo dell'IBA Turingia. Immagine: © IBA Turingia, Foto: Thomas Müller, Weimar

L’Esposizione Internazionale dell’Edilizia (IBA) in Turingia è giunta alla sua ultima edizione. Dal 2012, l’IBA ha indagato su come le regioni rurali e urbane possano essere riqualificate sotto il tema „StadtLand“. A questo scopo sono stati lanciati numerosi progetti attenti alle risorse. Qui vi sveliamo quali sono, quali sono i risultati dell’IBA Turingia e cosa potete aspettarvi alla presentazione finale dal 5 maggio al 29 ottobre 2023.

Dal 2012 al 2023, la Mostra Internazionale dell’Edilizia (IBA) della Turingia si impegna a realizzare progetti attenti alle risorse con valori orientati al bene comune in e per la Turingia. Questi progetti, realizzati con i partner, devono essere innovativi e sperimentali e ispirare l’imitazione. Il tema dell’IBA è „StadtLand“. Descrive la struttura degli insediamenti su piccola scala nello Stato Libero della Turingia e le interazioni tra aree urbane e rurali.

L’IBA Turingia si è concentrato su queste tre aree:

  • Costruire SelbstLand: Sostenere nuove forme di cooperazione tra amministrazione, imprese e società civile.
  • ProvinciaModernità ricostruita: Realizzazione di nuovi edifici sperimentali da parte dell’IBA per fare della cultura edilizia il segno distintivo della Turingia.
  • LeerGut umbauen: Attivazione di immobili sfitti nello Stato

Dal 2012, l’IBA Turingia ha messo in rete, consigliato e motivato gli organizzatori di progetti. Ha sostenuto processi cooperativi e perseguito l’obiettivo di riposizionare la Turingia come luogo di progresso e laboratorio sperimentale per il futuro.

L’azionista di IBA Thüringen GmbH è lo Stato Libero di Turingia, il cui governo ha fondato la società nel 2012. L’IBA è finanziata principalmente dai fondi di bilancio dello Stato Libero. I progetti IBA godono di finanziamenti prioritari in Turingia. Marta Doehler-Behzadi è direttore generale dell’IBA Thüringen dal 2014.

Dal 2018, l’IBA Turingia ha sede nella città turingia di Apolda, vicino a Jena. Nell’edificio Eiermann, che è stato sottoposto a vincolo, sviluppa di propria iniziativa la Open Factory e organizza un campus annuale, conferenze, saloni e pubblica anche riviste. Nel 2019 ha esposto un risultato intermedio nell’edificio – potete leggere qui maggiori informazioni. I risultati e gli approfondimenti ottenuti dal processo saranno presentati al pubblico in occasione della finale del 2023. L’IBA Turingia mira a ispirare l’azione della politica e dell’amministrazione, nonché della società civile e delle imprese.

Nei prossimi mesi, l’IBA Turingia desidera fare un bilancio dettagliato. A partire da maggio 2023, sarà allestita una grande mostra sugli ultimi dieci anni nell’Eiermannbau. Nell’estate del 2023 è previsto anche un formato di dibattito chiamato „Stadtland Forum“ presso l’Eiermannbau. Si terranno anche altri eventi, mostre a Nordhausen e presso l’ufficio ecclesiastico regionale di Erfurt, nonché escursioni nei siti IBA.

I progetti dell’IBA Turingia, attenti alle risorse, hanno valori orientati al bene comune in e per la Turingia. Il termine „StadtLand“ indica il mutato rapporto tra individui e natura, insediamento e paesaggio, nonché tra società e risorse. Con i suoi progetti, l’IBA mira a riaggregare contesti naturali, paesaggistici, materiali e di risorse che sono stati scollegati l’uno dall’altro per secoli. L’obiettivo è creare un nuovo „metabolismo“ sociale. Allo stesso tempo, gli organizzatori sperano che l’IBA Turingia possa ispirare altre regioni in Europa e nel mondo.

I progetti dell’IBA comprendono, ad esempio, la creazione di chioschi sanitari nel nord della Turingia. Gli Empties Agents sono una rete per la rivitalizzazione delle proprietà vuote, mentre il progetto Sommerfrische sostiene la rivitalizzazione della Schwarzatal. L’IBA ha trovato i suoi progetti in modi diversi. Nel 2014 è stato indetto un bando per progetti a livello statale dal titolo „Future STADTLAND!“. L’IBA Turingia ha anche formulato indirizzi di ricerca e aree di aspettativa. Ha creato bandi mirati e ha anche avviato progetti in prima persona, come l’Eiermannbau Apolda.

Tutti i progetti dell’IBA dovevano soddisfare standard elevati: Dovevano essere radicali, di tendenza e creativi, offrire un ancoraggio regionale e allo stesso tempo un’ispirazione internazionale. Allo stesso tempo, dovevano essere esemplari di una buona pianificazione e costruzione, per diventare casi modello e prototipi. Queste esperienze sono „open source“ e vengono messe a disposizione degli interessati.

Lo sapevate già? Nel 2020, su Baumeister abbiamo raccontato di come lo sponsor del progetto IBA, l’Associazione sportiva statale della Turingia, fosse alla ricerca di un progetto per il centro di educazione agli sport lacustri e all’avventura di Kloster, vicino a Saalburg-Ebersdorf.

Secondo l’IBA Turingia, lo Stato Libero è uno Stato urbano in transizione con una grande ricchezza culturale. „Le opportunità di un futuro di successo e vivibilità per lo Stato Libero risiedono nella diversità delle città e dei villaggi e nelle qualità del paesaggio“, si legge sul sito web. I risultati del processo ultradecennale saranno presentati dal 5 maggio al 29 ottobre 2023 nell’ambito della presentazione finale. L’obiettivo è quello di ispirare la riflessione e invitare le persone a imparare dalla Turingia.

Nell’Eiermannbau Apolda sarà possibile conoscere i progetti dell’IBA Turingia, sempre orientati alla pratica, a partire da maggio. Il vernissage della mostra „StadtLand – imparare dalla Turingia“, che presenta la nuova cultura edilizia „Made in Thuringia“, si terrà il 4 maggio 2023 a partire dalle ore 16.00. L’ingresso alla mostra è gratuito. Il Ministro Presidente della Turingia, Bodo Ramelow, e il Ministro federale per l’edilizia abitativa, lo sviluppo urbano e le costruzioni, Klara Geywitz, inaugureranno la mostra. Saranno presenti anche Philipp Misselwitz della Bauhaus Erde gGmbH e Remy Sietchiping di UN Habitat. Chi desidera partecipare al vernissage può registrarsi qui.

A proposito: nell’agosto 2021 abbiamo dedicato un intero numero allo Stato libero di Turingia. In quell’occasione abbiamo presentato anche i progetti IBA e molto altro ancora. Se volete rileggerlo, potete trovare la rivista qui nel nostro negozio.

Un’altra grande IBA che si è conclusa negli ultimi anni è stata l’IBA Basilea 2020, che si è conclusa ufficialmente all’inizio di giugno 2021 con l’IBA Basel Expo. Si è trattato di fatto della prima Esposizione Internazionale dell’Edilizia nel triangolo di confine tra Germania, Francia e Svizzera. Noi di G+L non ci siamo limitati a fornire informazioni online su IBA Basilea 2020 i progetti, i loro ideatori e gli obiettivi. Sulla base dei risultati ottenuti, abbiamo collaborato con gli organizzatori per sviluppare la pubblicazione specializzata „IBA Basel 2020. Crossing borders together“ in tedesco e francese, che vale la pena leggere. Un piacere da leggere!

Il cubismo come stile architettonico

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Icona del cubismo praghese: la Casa della Madonna Nera. Foto: Thomas Ledl - Opera propria, CC BY-SA 4.0, via: Wikimedia Commons
Icona del cubismo praghese: la Casa della Madonna Nera. Foto: Thomas Ledl - Opera propria, CC BY-SA 4.0, via: Wikimedia Commons

Quando si parla di cubismo, la maggior parte delle persone pensa alla tela, ai ritratti spigolosi di Picasso o alle nature morte frammentate di Braque. Ma il movimento andò ben oltre la pittura: a Praga divenne un principio costruttivo. Ancora oggi, la capitale ceca è il luogo in cui le idee cubiste sono state più coerentemente tradotte in realtà edilizia: In nessun altro luogo lo stile è condensato in un’architettura così densa e stilisticamente omogenea come qui.

Il Cubismo come movimento artistico è emerso tra il 1907 e il 1910 negli studi parigini di Pablo Picasso e Georges Braque. Il suo fulcro: la classica prospettiva centrale viene spezzata, gli oggetti vengono rappresentati da più angolazioni contemporaneamente e assemblati in una nuova composizione geometricamente astratta. Il termine stesso risale a un’osservazione aneddotica: si dice che Henri Matisse abbia parlato di „piccoli cubi“ guardando un paesaggio di Braque; il critico Louis Vauxcelles lo riprese e nacque il nome dello stile. Ciò che in Francia rimaneva per lo più una questione di tela, a Praga subì una trasformazione epocale. Gli architetti cechi hanno trasformato un linguaggio visivo in un linguaggio edilizio, creando così un fenomeno globale eccezionale.

Il fatto che Praga, tra tutti i luoghi, sia diventata il centro dell’architettura cubista è storicamente notevole. La città si trovava lontano dai principali centri d’avanguardia dell’Europa occidentale; fu proprio questo approccio fuori dai sentieri battuti a consentire una forma di sperimentazione che raramente si trova in forma così concentrata altrove. Mentre i pittori e gli scultori cubisti erano attivi soprattutto in Francia e lo stile appariva più come effetto collaterale in altri Paesi, gli artisti boemi, insieme ad architetti e artigiani, svilupparono il cubismo in uno stile di vita completo.
Le prime tracce architettoniche del cubismo praghese emersero intorno al 1911, due anni dopo lo stile era nel suo periodo di massimo splendore; con l’inizio della Prima guerra mondiale nel 1914, i segni del suo declino erano già evidenti. Questo periodo d’oro compresso fa del Cubismo di Praga uno degli esperimenti più intensi, ma anche di breve durata, della storia dell’architettura. In meno di un decennio fu creato un paesaggio urbano stilisticamente coerente, un insieme che si è conservato nel paesaggio urbano di Praga fino ad oggi.
Architetti praghesi come Josef Chochol, Pavel Janák e Josef Gočár trasferirono i principi della pittura cubista nello spazio tridimensionale. Crearono facciate e forme di edifici con spigoli, sfaccettature e ornamenti geometrici di grande effetto, che si possono vedere ancora oggi nel paesaggio urbano. Nonostante il loro linguaggio progettuale radicale, questi edifici si inseriscono in modo sorprendentemente armonioso nello scenario storico della metropoli Moldava – una rottura che rimane al contempo un dialogo con la tradizione.

I capolavori e i loro creatori

Tra gli architetti cubisti di Praga spicca la „Casa della Madonna Nera“ di Josef Gočár. Costruita tra il 1911 e il 1912 come grande magazzino, è considerata uno dei primi e più importanti edifici cubisti di Praga. La dominanza della superficie crea una struttura cubista chiaramente strutturata; sia la precisa formulazione dei bordi che le decorazioni altamente semplificate composte da forme geometriche le conferiscono una presenza sorprendente. L’edificio prende il nome da una statuetta posta all’angolo dell’edificio, che era già il simbolo del suo predecessore barocco – una continuità che ammorbidisce ed enfatizza la rottura con la tradizione. Oggi è uno dei monumenti culturali nazionali della Repubblica Ceca.
Josef Chochol radicalizzò il programma cubista in modo ancora più coerente. Rappresentante di un cubismo particolarmente rigoroso, rinunciò in larga misura all’ornamentazione piatta, privilegiando invece forme strutturali cristalline e diamantate. Il suo capolavoro, la Villa Kovařovic a Libušina 49, direttamente sulla Moldava, fu costruita tra il 1912 e il 1913. Chochol, che aveva studiato a Vienna sotto la guida di Otto Wagner, progettò anche gli interni: un’opera d’arte totale che portava coerentemente l’idea cubista nello spazio abitativo.
Pavel Janák non fu solo un architetto, ma anche una figura teorica centrale del movimento. Nel 1912, insieme a Josef Gočár e Vlastislav Hofmann, fu co-fondatore dei „Laboratori d’arte di Praga“, dove vennero sviluppate idee per la progettazione di mobili e oggetti d’arte in ceramica, vetro e metallo. Fondata nel 1908, la cooperativa di artisti Artěl vendeva oggetti d’artigianato cubista di uso quotidiano, dalla carta da parati alle ceramiche, ai mobili. La scatola di ceramica di Janák del 1911 a forma di cristallo divenne l’epitome di questa dimensione applicata dello stile: un sistema di angoli, bordi e superfici le cui linee nere enfatizzano la dinamica spaziale della superficie.

Dallo Stile Nazionale al Decostruttivismo: gli strascichi di un’epoca breve

Dopo la prima guerra mondiale, il cubismo praghese perde il suo carattere d’avanguardia. Nei ruggenti anni Venti aveva perso in gran parte la sua purezza originaria e la sua forza rivoluzionaria, ma in una forma modificata divenne espressione della cultura nazionale e statale cecoslovacca. Janák e Gočár lo trasformarono nel cosiddetto Rondocubismo, che combinava i principi formali cubisti con elementi folkloristici. La testimonianza più visibile di questa trasformazione è il Palazzo Adria di Praga, costruito tra il 1923 e il 1924: Cariatidi e pilastri decorati trasformano l’ex avanguardia in un’architettura statale rappresentativa.
Tuttavia, le idee del Cubismo praghese continuarono ad avere un effetto profondo e sorprendente. Wolf D. Prix, fondatore dello studio di architettura viennese Coop Himmelb(l)au, lo considerava un diretto precursore del decostruttivismo: il cubismo ceco era rivoluzionario con la sua concezione spaziale e anticipava le tendenze successive nella sua scissione e ricostruzione della superficie e del corpo. Dal 1983 al 1988, Coop Himmelb(l)au ha realizzato una delle prime architetture decostruttiviste al mondo, con il famoso ampliamento del tetto di Falkestraße 6 a Vienna – una linea che corre, anche se indirettamente, dalle facciate angolari delle rive praghesi della Moldava alla fine del XX secolo. Ciò che è emerso in una piccola enclave tra il 1910 e il 1914 è quindi molto più di una curiosità locale. La Repubblica Ceca rimane l’unico Paese in cui il Cubismo si è sviluppato come cultura architettonica e di design indipendente e completa, e gli edifici sopravvissuti non sono reliquie da museo, ma un’architettura urbana viva che ancora oggi affascina appassionati, architetti e storici dell’arte.

Friedensschule Münster: riprogettazione delle aree esterne e sportive

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Progettando sapientemente un impianto sportivo compatto, è stato possibile creare generose aree di vegetazione. Foto: f[R]p

Gli impianti sportivi e all’aperto della Friedensschule Münster sono stati riprogettati da frei[RAUM]planung. Il concetto dei progettisti si è basato su un linguaggio progettuale funzionale ma interessante. Nella loro presentazione del progetto, i progettisti di fRp descrivono come hanno disegnato l’area d’ingresso della scuola, che cosa rappresenta il bosco degli alunni e come hanno integrato la sostenibilità e l’educazione ambientale nel progetto.

La Friedensschule di Münster è situata in posizione centrale a sud-ovest del centro città. Come scuola cattolica comprensiva con un ginnasio, attualmente offre a circa 1.500 alunni un luogo dove imparare e svilupparsi in modo adeguato all’età. Oltre a questi due aspetti, il concorso per la pianificazione degli spazi aperti organizzato dalla Diocesi di Münster nel 2015 ha posto anche requisiti sportivi agli spazi aperti da progettare.

Una sfida che lo studio fRp di Münster ha affrontato con un linguaggio progettuale funzionale ma interessante. Percorsi chiari e spazi generosi per il movimento ricevono qualità di permanenza e struttura dalle aree verdi adiacenti con ricche piante perenni. I percorsi e le aree per l’esercizio fisico sono definiti per quello che sono da una selezione sobria di materiali diversi: Aree per lo sport, il gioco, il divertimento e la ricreazione.

Le aree di ingresso della scuola e del palazzetto dello sport sono raggruppate su un altopiano. Le isole verdi offrono spazio per rilassarsi e fungono da punti di incontro. Una spaziosa scalinata con posti a sedere, gradini e una rampa integrata collega l’altopiano con le aree ricreative e sportive più basse. Il cambiamento di livello è messo in scena piuttosto che ritoccato.
L’accessibilità si rivela un aspetto centrale di qualsiasi progetto di cortile scolastico. Questo non significa solo passaggi a livello senza gradini e superfici piane: gli ingressi devono ovviamente essere accessibili senza gradini. Si riflette anche in un buon orientamento e in un’organizzazione logica delle singole aree funzionali. Alla Friedensschule Münster, ad esempio, le aule si fondono con gli spazi aperti in base alle materie di studio: Il giardino della scuola e la serra si trovano in continuità con l’area scientifica; le aree sportive sono allineate accanto al palazzetto dello sport e alla piscina.

Le esigenze ortogonali delle singole aree sportive possono essere concentrate e posizionate sinergicamente nella „scia“ dell’edificio sportivo, seguendo la sua cubatura. La vicina strada di accesso con i posti auto non interferisce con lo sport. Il campo sportivo funge anche da efficace cuscinetto tra il traffico e gli spazi verdi.

Il gioco richiede spazi e strutture che stimolino e consentano una varietà di attività. Durante le pause, c’è una costante alternanza tra partecipazione attiva e osservazione interessata. Nello spazio esterno della Friedensschule Münster, le aree di gioco e di seduta si intrecciano senza interferire l’una con l’altra. Gli elementi sono a volte aree di gioco e a volte aree di seduta, in modo che le strutture esterne nel loro complesso offrano un rapporto generoso ed equilibrato tra spazi aperti costruiti e naturali.

L’intero parco della Friedensschule Münster è circondato da una cintura verde. Isole verdi e gruppi di alberi si staccano da questa frangia per entrare negli spazi aperti come gruppi di studenti che passeggiano. Singoli alberi si muovono in libera successione tra gli edifici e sulle aree pavimentate. L’impianto arboreo può essere continuamente ampliato come una foresta studentesca. In questo modo, gli alberi riflettono le fasi di sviluppo degli alunni e segnano figurativamente i loro progressi educativi nella scuola: a ogni anno scolastico completato con successo, anche l’albero è cresciuto un po‘. I filari allineati di alberi garantiscono il collegamento visivo tra gli edifici e lo spazio aperto, da un lato, e l’organizzazione spaziale delle singole aree funzionali, dall’altro. Aprendo il giardino della scuola, la scuola è anche collegata al cortile della scuola in modo più tangibile.

Per equiparare il traffico automobilistico, ciclistico e pedonale, ai ciclisti è stato riservato un nuovo collegamento separato al sito. Per raggiungere il parcheggio per le biciclette, le aree di sosta e sportive vengono ora solo sfiorate e non più attraversate. Il traffico automobilistico è stato volutamente lasciato nella periferia nord-occidentale, poiché il traffico di approvvigionamento e di smaltimento dei rifiuti è determinato anche dalla posizione del cantiere di servizio. La zonizzazione e l’inverdimento favoriscono la decelerazione del corridoio.

Sia la scelta dei materiali che il linguaggio progettuale dei singoli elementi sono soggetti a uno stile di design ridotto. La pavimentazione, i gradini, i blocchi di seduta e i bordi delle piattaforme sono in cemento a vista. Le aree di percorso subordinate sono realizzate con pavimentazione a base d’acqua. Gli elementi di arredo (come cestini per rifiuti, parcheggi per biciclette e dissuasori) sono stati realizzati con una famiglia di prodotti dall’espressione semplice e lineare e dall’elevata resistenza all’usura.

Un estratto del verbale della giuria del 2015 riassume l’idea progettuale alla base del concept per la Friedensschule Münster: „Il lavoro riesce a creare un valore aggiunto funzionale e di design per la situazione generale con mezzi semplici. Il canone di materiali proposto convince grazie alla riduzione e al contenimento“.

Un altro aspetto fondamentale nella riprogettazione del sito è la sostenibilità e la promozione dell’educazione ambientale. Le superfici permeabili all’acqua contribuiscono alla ricarica delle falde acquifere e alleggeriscono il carico del sistema fognario. Insieme agli alunni sono state piantate piante perenni miste. Nelle aree periferiche sono state piantate piccole e dense foreste urbane, le cosiddette Tiny Forests. Le piccole aree sono piantate con un’alta densità (tre piante per metro quadro) di alberi e arbusti adatti al sito. La rapida crescita dovuta alla pressione competitiva reciproca porta alla selezione naturale. La comunità scolastica stessa può diventare attiva e integrare il „bosco scolastico“ nelle lezioni di scienze. Inoltre, la consapevolezza del clima viene rafforzata grazie alla creazione di un biotopo dedicato. L’area sportiva sarà coperta da una griglia di alberi adatti al luogo. È stata scelta una piantagione mista invece di una piantagione singola. Ciò è consigliato dal punto di vista della biodiversità e della salute delle piante. La griglia di alberi è abbastanza robusta da creare ordine. I dischi di alberi sono costituiti da prati di fiori selvatici per promuovere la biodiversità.

Il progetto è stato realizzato in due fasi di costruzione. La prima fase comprendeva l’area centrale della scuola ed è stata consegnata agli alunni nel 2022. A questa fase è seguito il completamento delle aree sportive esterne, inaugurate ufficialmente nell’agosto 2024.

Il profilo dell’ufficio frei[RAUM]planung ha uffici a Hilter, Osnabrück e Münster ed è attivo in tutti i settori dell’architettura del paesaggio. L’azienda si rivolge a clienti pubblici e privati, che si occupano in egual misura della pianificazione concreta degli oggetti, di tutti i servizi di progettazione creativa, della pianificazione dettagliata della realizzazione, della supervisione della costruzione e della gestione dei costi e dei tempi.
Dalla sua fondazione nel 1998 da parte di Uwe Gernemann, f[R]p si è sviluppata costantemente e dal 2021, quando Jochen Schmitz è entrato a far parte del team di gestione, opera come società in partnership mbB.
In qualità di membro degli Ordini degli Architetti della Bassa Sassonia e della Renania Settentrionale-Vestfalia e dell’Associazione degli Architetti Paesaggisti Tedeschi (bdla), tutti i dipendenti sono sempre attivamente coinvolti in un’ampia gamma di sviluppi tecnici e professionali.
Oltre agli aspetti della funzionalità e dell’estetica, i temi della sostenibilità e della protezione del clima sono parametri chiave di tutta la pianificazione e valori centrali dell’ufficio.

Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web dell’ufficio.

Il numero di marzo di G+L è dedicato al tema delle scuole: Scoprite come dovrebbe essere il parco giochi di una scuola nel 2025, quali sono i desideri di alunni e insegnanti e come sta andando l’educazione digitale nelle scuole tedesche nelle presentazioni dei progetti, nelle interviste e nei commenti del numero di marzo. La rivista è disponibile qui nel negozio.

Oltre alla rivista, è possibile scoprire altri progetti di cortili scolastici sul sito web di G+L.

Il bagliore del silenzio

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Dove un tempo svettavano le Torri Gemelle del World Trade Centre, oggi si affollano soprattutto i turisti. Il paesaggio commemorativo con il museo e le piscine riflettenti rende in qualche modo tangibile l’orrore dell’11 settembre, ma con i numerosi nuovi edifici nelle immediate vicinanze, tra cui il centro commerciale Oculus, rimane un corpo estraneo per molti newyorkesi.

Dove un tempo si trovavano i piani terra delle Torri Gemelle, ora ci sono due specchi d’acqua quadrati incorniciati da metallo nero con incisi i nomi di tutte le vittime. Le „Reflecting Pools“ dell’architetto israeliano Michael Arad sembrano avere un’impronta più piccola rispetto alle torri cadute di Minoru Yamasaki. Le stesse Torri Gemelle erano opprimenti. Guardare in alto tra di esse dava le vertigini. Questo ricordo ritorna immediatamente quando si guarda la grande foto illuminata all’ingresso del Museo dell’11 settembre. Mostra le Torri Gemelle dal basso, alla luce del sole. Ecco le suddette piscine con l’acqua che scorre all’interno. In un buco nero che sembra arrivare all’infinito nel sottosuolo. Accanto c’è la Freedom Tower, più alta e più larga delle torri di Yamasaki e fiore all’occhiello del nuovo World Trade Centre.

Tuttavia, poiché nell’ultimo decennio e mezzo Lower Manhattan è cresciuta notevolmente in altezza, la Freedom Tower non sembra più così enorme. Anche perché il paesaggio in cui è inserita è morbido: alberi disposti in modo geometrico e aiuole di edera. Un paesaggio urbano piacevole, anche se vietato alla musica e ai rumori forti, ben diverso dalla giungla di cemento di un tempo.

I numerosi turisti la pensano ovviamente allo stesso modo. Si scattano selfie al „Survivor Tree“, l’albero sopravvissuto all’attacco, o si meravigliano dell’Oculus, la controversa stazione ferroviaria progettata dall’architetto svizzero Santiago Calatrava, che si trova come un gigantesco uccello bianco tra il 3 World Trade Center e il cantiere del 2 World Trade Center. Il paesaggio commemorativo intorno al World Trade Center è la principale attrazione per i visitatori di New York. Sembra un set cinematografico. E naturalmente nel museo vengono proiettati film che hanno come protagonista il World Trade Center, da „King Kong“ a „Ghostbusters“.

Padiglione di vetro di Snøhetta

Il National September 11 Memorial & Museum – associazione presieduta dall’ex sindaco di New York Michael Bloomberg – aveva un compito difficile: mantenere viva la memoria del World Trade Center e dell’attacco dell’11 settembre 2001, che fu anche un attacco all’orgoglio nazionale americano, e riflettere sulle cause senza pestare i piedi a nessuno. Il fulcro del memoriale è il museo. Attraverso le misure di sicurezza, si entra in un padiglione di vetro, inclinato come una nave che affonda e progettato dallo studio norvegese Snøhetta, che scende sotto i bacini d’acqua. L’atmosfera da bunker, combinata con l’oscurità, riporta alla sensazione di oppressione che si provava quando si attraversava il passaggio sotto le torri e ci si sentiva sovrastare da 80 piani.

Il museo presenta un’impressionante ricchezza di reperti: caschi della polizia ammaccati, cartelli stradali piegati, travi d’acciaio malconce e autopompe schiacciate, una sezione della scala usata dai sopravvissuti per fuggire, una statua di una donna che cade dalla finestra di un ufficio, pezzi di carta con fotocopie di perquisizioni, una simulazione del cielo blu dell’11 settembre e una mostra di poster con le copertine del „New Yorker“ con le torri gemelle. Anche una vecchia fila di negozi con felpe, completamente ricoperte di polvere di amianto, è conservata dietro un vetro. In una stanza, ognuna delle quasi 3.000 persone uccise l’11 settembre è commemorata con una foto, poche righe, un ciclo infinito dell’ultima telefonata: „l’equivalente di un servizio commemorativo eterno“, come ha scritto il New York Times, mentre il New Yorker lo ha trovato „macabro“.

Anche Apple è rappresentata

C’è una sala separata per i parenti, ma i visitatori sembrano venire da lontano. Il museo termina con l’ex muro di contenimento delle lamiere, che si estende su più livelli. Il muro di cemento ha impedito che l’Hudson inondasse il sito l’11 settembre. Da allora è conosciuto come il „muro degli eroi“. Anche gli eroici vigili del fuoco e gli agenti di polizia sono spesso commemorati. Trasformare una sconfitta in una vittoria è molto americano. L’attacco vero e proprio viene affrontato con molta più cautela. Sì, ci sono stati i Talebani in Afghanistan, che sono riusciti a cacciare i sovietici con l’aiuto americano. La cellula di Amburgo si è in qualche modo sviluppata in seguito. Più spazio, invece, è dedicato alla costruzione del World Trade Centre. Qui si trovava Radio Row, piccoli negozi di elettronica sul porto (molti gestiti da immigrati siriani). Oggi c’è uno scintillante Apple Store nell’Oculus.

Potete leggere il resto dell’articolo qui come PFD.

Questo articolo sul tema della libertà politica proviene dal nostro archivio. In G+L 09/2017 ci siamo concentrati sui siti commemorativi. Tra cui il progetto per il memoriale di Utøya e la conversione delle chiese.

Sfida dell’Accademia: scoprire Vienna in bicicletta

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La nostra nuova vincitrice dell’Accademia Baumeister Theresa Wunder è appena arrivata a Vienna e ha iniziato il suo stage presso lo studio Querkraft Architekten. Per familiarizzare con la nuova città, ha prima fatto un giro in bicicletta per Vienna. Theresa presenta qui i punti salienti dell’architettura che ha scoperto.

Primo giorno nella nuova città. Una domenica mattina (ancora) soleggiata. Un abitante della Sesta vende online la sua vecchia bicicletta. L’annuncio dice che è „arrugginita in alcuni punti“, ma funziona e ha un lucchetto in omaggio. La metropolitana mi porta a incontrare il mio futuro lipizzano. Apro la pesante porta d’ingresso, faccio due chiacchiere, salgo una volta e va bene. Pompo le gomme sgonfie e inizia il tour esplorativo. Non devo guidare molto prima di scoprire il primo panorama. Mi fermo un attimo sulla bici e mi stupisco della Casa del Mare, che si trova in una torre antiaerea della Seconda Guerra Mondiale.

Continuo a pedalare, scendo due volte e all’improvviso mi imbatto nella Casa Majolika, probabilmente l’architetto più importante dell’Austria. E improvvisamente vedo Otto Wagner ovunque. Passo accanto alle ringhiere verdi della ferrovia urbana Wagner, tipiche di Vienna. Queste ringhiere, originariamente di colore beige chiaro, sono state colorate – erroneamente chiamate „verde Otto Wagner“ – solo durante i lavori di restauro dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ancora qualche metro e mi trovo davanti alla stazione della Stadtbahn Wagner di Karlsplatz. Spingo la bicicletta e saluto felicemente i miei vicini: la Karlskirche, l’edificio della Facoltà di Architettura dell’Università di Tecnologia di Vienna e l’edificio della Secessione sul lato opposto della strada. Proseguo in bicicletta fino alla circonvallazione che circonda il primo distretto. Qui c’è un percorso alberato dedicato ai pedoni e ai ciclisti. Scendo all’altezza del Teatro dell’Opera e mi trovo improvvisamente davanti alla scala mobile che porta all’ingresso dell’Albertina. In questo museo d’arte nel primo distretto si può vedere il meglio della storia dell’arte. Mi stupisco di quanto siano brevi le distanze in questa città e continuo il mio cammino.

Il nudo scandaloso

Le carrozze trainate da cavalli mi vengono incontro. Sono poco prima dell’Hofburg. Prima di raggiungere la mia destinazione, la Cattedrale di Santo Stefano nel cuore della città, mi inginocchio – come ogni buon studente di architettura – davanti alla casa di Adolf Loos in Michaelerplatz. Questa casa, scandalosamente nuda per il 1909, proprio di fronte alla Hofburg imperiale, fu una spina nel fianco dell’imperatore e una grande conquista del modernismo viennese. Inizia a piovere. Fortunatamente, la Michaelerplatz non è lontana dalla cattedrale. Pedalo brevemente e la chiesa gotica appare davanti a me. Da qui pedalo fino al mio appartamento nel terzo distretto. Inzuppata, ma soddisfatta della mia esperienza, parcheggio la bici e mi rallegro di pedalare fino all’ufficio domani.

„IBA Basilea 2020 dimostra l’importanza dei progetti sostenibili“.

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Il progetto IBA Regio Grüngürtel riassume 100 siti naturali straordinari della regione di Basilea sul sito web www.gruenguertel.ch. L’obiettivo dei promotori: Ispirare un vasto pubblico per la natura della regione al di là delle frontiere. Abbiamo parlato del progetto con il responsabile Manuel Friesecke, amministratore delegato della Regio Basiliensis, chiedendogli in che misura l’IBA Basilea 2020 stia generando un valore aggiunto per il progetto.

„… e nel fine settimana volevamo fare una bella passeggiata“. Tutti conoscono questa mezza frase. La passeggiata in questione? Di solito finisce con il percorso che si fa sempre. È quello che si conosce ed è molto bello. È un peccato, perché in ogni regione ci sono tanti sentieri che vale la pena scoprire. La regione di Basilea non fa eccezione. Tra i paesi della Germania, della Francia e della Svizzera si trova un’area naturale molto varia. Basta conoscere i sentieri giusti. Per facilitare questo compito a residenti e visitatori, il progetto IBA „Regio Grüngürtel“ ha sviluppato il sito web www.gruenguertel.ch.

Il sito – accessibile anche tramite un’app – presenta oltre 100 siti naturali eccezionali nella regione tri-nazionale di Basilea: 45 in Svizzera, 30 in Germania e 25 in Francia. Vi si trovano anche consigli utili per escursioni e passeggiate e tutte le informazioni utili per prepararle: come arrivare, quanto tempo occorre, dove mangiare e molto altro. Una mappa panoramica supporta la pianificazione e aiuta a trovare le destinazioni e gli itinerari da scoprire. Le informazioni sono disponibili in tedesco, francese e inglese e vengono aggiornate costantemente.

Fondato dalla Fondazione TRINUM e successivamente etichettato dall’IBA di Basilea, il progetto è stato trasferito all’associazione Regio Basiliensis nel 2016. Da allora, l’associazione è responsabile della manutenzione del sito web e dell’app, nonché dei canali di social media, e garantisce che le informazioni sui percorsi escursionistici e sulle destinazioni per le escursioni siano costantemente aggiornate e integrate con nuovi suggerimenti. Abbiamo incontrato Manuel Friesecke, direttore generale della Regio Basiliensis, e abbiamo parlato con lui del progetto.

„È stato difficile selezionare le 100 aree naturali e poi renderle tecnicamente accessibili in tre lingue“.

Manuel Friesecke, il sito gruenguertel.ch presenta oltre 100 siti naturali della regione di Basilea. Qual è il suo luogo preferito?

Sicuramente il Tüllinger Hügel. [N.d.T.: in Germania, il Tüllinger Hügel è conosciuto come Tüllinger Berg]. Nella regione di Basilea si uniscono aree gestite in modo diverso, ma funzionalmente collegate. Il fatto che la regione sia cresciuta insieme al di là dei confini può essere visto molto chiaramente qui nel villaggio di Ötlingen. Sul Tüllinger Hügel, la regione sembra non avere confini.

Come è nata l’idea del progetto e del sito web gruenguertel.ch?

Fin dall’inizio, l’obiettivo è stato quello di avvicinare le bellezze naturali della nostra regione alla popolazione della regione tri-frontaliera di Basilea, per ispirarla e sensibilizzarla sull’importanza di proteggere la natura. Il progetto Green Belt, con il suo sito web e la sua app, fa proprio questo.

Non va mai tutto liscio. Quali sono state le maggiori sfide del progetto Regio Grüngürtel?

Quando il progetto è iniziato nel 2005, l’obiettivo era quello di fare una selezione rappresentativa dei siti naturali nei tre Paesi e di preparare le informazioni su di essi in tre lingue. Queste 100 aree naturali sono state selezionate e curate insieme agli esperti. È stato tutt’altro che facile. E poi rendere questi spazi accessibili in tre lingue – tedesco, francese e inglese – è stata una sfida dal punto di vista tecnico e linguistico.

„Il marchio IBA è un riconoscimento per il progetto Regio Grüngürtel e funge da motore per il suo ulteriore sviluppo“.

Come vengono accolti dal pubblico il sito web e l’app?

Non sono molti i progetti che offrono informazioni sulla regione dei tre Paesi. I dati relativi agli utenti mostrano che il progetto Greenbelt è ben utilizzato in tutti e tre i Paesi. È importante fornire informazioni continue e pubblicizzare il sito web.

Un’IBA agisce come un catalizzatore che porta avanti i progetti. È stato così per il progetto Greenbelt?

Sì, assolutamente. La natura e il paesaggio sono beni importanti della regione tri-nazionale di Basilea e gli spazi naturali sono importanti per attenuare i contrasti tra città e paesaggio. Il marchio IBA è un riconoscimento per il progetto della cintura verde e funge da motore per il suo ulteriore sviluppo.

L’obiettivo specifico dell’IBA Basilea 2020 era quello di rafforzare la cooperazione transfrontaliera tra i comuni della regione. Cosa ne pensate? Ha avuto successo?

Con i suoi progetti e le sue misure, l’IBA Basilea riunisce la popolazione dei tre Paesi e le parti interessate attorno a una visione comune. Così facendo, ha rafforzato l’identificazione e il senso di appartenenza allo spazio vitale trinazionale. A mio avviso, l’esposizione di edifici è un processo per sviluppare i problemi e discutere le possibili soluzioni. L’IBA ha dimostrato quanto sia importante creare benefici concreti e valore aggiunto con progetti sostenibili. Tuttavia, vedo ancora un potenziale nell’IBA di Basilea come piattaforma per mobilitare gli investimenti privati nella regione dei tre Paesi.

L’associazione Regio Basiliensis

La Regio Basiliensis è il partner svizzero per la cooperazione dell’Alto Reno e il centro di competenza di riferimento per la promozione della cooperazione transfrontaliera nella regione dell’Alto Reno. È al servizio della politica, delle autorità, dell’economia, della scienza, delle organizzazioni e della popolazione. Il suo scopo è quello di dare impulso, da parte svizzera, allo sviluppo della regione dell’Alto Reno in una regione di confine europea coesa e di contribuire alla sua realizzazione.

Perché abbiamo avviato una serie IBA di Basilea? Potete leggerlo qui.

Tutti gli articoli sull’IBA Basilea 2020 sono disponibili qui.

Lettere al direttore: Elogio di Franz Xaver Kroetz

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Tre volte Kroetz: nel libro

A volte un articolo di una rivista spinge i lettori a scrivere alla redazione. Queste lettere alla redazione possono contenere critiche, richieste di correzioni o anche elogi. Esse esprimono anche un obbligo che noi autori abbiamo nei confronti dei nostri lettori: scrivere testi che valgano la pena di essere letti al meglio delle nostre conoscenze e convinzioni e che contribuiscano al discorso architettonico nel senso migliore del termine. Ora si è verificato un caso molto raro: Non solo abbiamo ricevuto una cartolina molto bella. È arrivata anche da un lettore che è anche il soggetto di un articolo. Il testo di questa cartolina è stato scritto con una macchina da scrivere meccanica.

La firma autografa sulla cartolina recita „Franz Xaver Kroetz“. L’autore teatrale e attore bavarese ci ha scritto per dirci cosa pensa del nostro articolo su di lui, sulla sua opera e su una possibile comprensione culturale dell’architettura bavarese. Per la gioia di tutti i membri della redazione, Kroetz scrive: „L’articolo mi è piaciuto molto, c’è molto lavoro da fare se si vuole realizzare una cosa del genere con tanta facilità – come è giusto che sia“. Ricevere la scheda dai colleghi raggianti e leggere le righe del maestro è stato quasi come essere abbracciati da Elvis, o da Mies, e in ogni caso profondamente impressionante.

La storia di questa vicenda, che sembrava conclusa dopo un breve scambio di email, è la seguente: Verso la fine del 2017, mi sono procurato i suoi libri antiquari su Ebay, tra cui diverse prime edizioni Suhrkamp delle sue opere teatrali. Questi sono stati tutti letti e sono serviti come lavoro preparatorio per un articolo* apparso nel numero di aprile di Baumeister con un focus su „Architettura in Baviera“. In realtà, c’è un errore da segnalare: Contrariamente a quanto si crede, Kroetz NON ha trascorso la sua giovinezza in Bassa Baviera. Per questo ha trovato le parole giuste: „Accidenti, sono cresciuto a Monaco. Ma anche la Bassa Baviera è piuttosto bella“. E aggiunge un „Esattamente!“ scritto a mano. La reazione del nostro stimato lettore è una piccola opera d’arte e diventa così parte di una bella storia che l’autore di queste righe sarà orgoglioso di raccontare ai suoi nipoti.

*“Ricerca letteraria di tracce. Franz Xaver Kroetz“. (S. 10-11.)

Informatica spaziale per architetti: Oltre il mouse

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un uomo in piedi davanti a uno specchio in una stanza-UxYeclj0vc8
Un uomo posa pensieroso davanti a uno specchio in una stanza elegante, fotografato da Ya Feng

Il futuro dell’edilizia è al di là del mouse: l’informatica spaziale sta rivoluzionando la professione dell’architetto. Chi continua a cliccare su uno schermo mentre i colleghi progettano da tempo nello spazio digitale rischia di essere superato dal proprio software. Ma cosa c’è dietro questo clamore? Chi usa davvero il calcolo spaziale? E perché la Germania è ancora un paese di mouse pusher?

  • Lo spatial computing va ben oltre le tradizionali applicazioni CAD e BIM: l’interazione nello spazio sostituisce il click dettato alla scrivania.
  • La tecnologia consente esperienze di progettazione coinvolgenti, collaborazione in tempo reale e simulazioni basate sui dati nel mezzo di un modello virtuale.
  • Germania, Austria e Svizzera ne stanno scoprendo il potenziale, ma la pratica rimane spesso sperimentale e frammentata.
  • Innovazioni come la realtà mista, le analisi supportate dall’intelligenza artificiale e le piattaforme basate sul cloud stanno cambiando radicalmente i metodi di lavoro e le esigenze degli architetti.
  • Gli approcci alla sostenibilità traggono vantaggio dalla possibilità di sperimentare e ottimizzare i flussi di materiali, le influenze climatiche e i dati sul ciclo di vita direttamente nello spazio 3D.
  • Le competenze professionali si stanno spostando: chi comprende l’informatica spaziale può ripensare la pianificazione, la simulazione e la comunicazione.
  • Il dibattito sulla sovranità dei dati, sulla partecipazione e sugli interessi commerciali è iniziato – ed è acceso.
  • A livello internazionale, i pionieri come Copenaghen, Singapore e New York stanno definendo gli standard; i Paesi di lingua tedesca osservano con attenzione, ma spesso sono ancora scettici.
  • Le mansioni stanno cambiando: da progettista a direttore spaziale, da disegnatore ad analista di dati, da mouse a mentalità.

Spatial computing: dai click del mouse all’intelligenza spaziale

La professione di architetto è sempre stata caratterizzata da cambiamenti di strumenti, dal tavolo da disegno allo schermo, dal modello cartaceo al cloud BIM. Ora il prossimo strumento è all’orizzonte, nel vero senso della parola. Lo spatial computing descrive una nuova era di lavoro in cui l’interazione con i modelli digitali non è più legata a monitor e mouse. Al contrario, i progetti vengono manipolati nello spazio utilizzando gesti, parole e movimenti. Quello che era nato come un simpatico espediente nel settore dei giochi si sta trasformando in uno strumento serio per la progettazione professionale. Indossando gli occhiali, l’edificio cresce al centro dell’ufficio, il progetto diventa un modello da calpestare e le simulazioni si svolgono proprio davanti ai vostri occhi. Non si tratta solo di un nuovo „render porn“, come lo chiamerebbero i cinici. È la trasformazione degli spazi di riflessione architettonica.

Ma la strada da percorrere è impervia. Mentre gli studi di architettura internazionali di New York o Copenaghen lavorano da tempo con occhiali AR e strumenti di mappatura spaziale, nei Paesi di lingua tedesca il mouse è ancora spesso l’unica opzione. Le ragioni sono molteplici: costi, scetticismo, mancanza di standard e, non ultimo, il timore di perdere il controllo a favore degli algoritmi. Tuttavia, la tendenza è inarrestabile. Le grandi aziende di software stanno portando avanti lo sviluppo, le start-up offrono costantemente nuovi dispositivi e piattaforme e le università sperimentano laboratori di realtà mista per gli studenti di design. Chiunque sia ancora convinto che il calcolo spaziale sia solo un’illazione dovrebbe dare un’occhiata ai bilanci delle aziende tecnologiche e alle aspettative della prossima generazione di costruttori.

I vantaggi sono evidenti. Gli ambienti possono essere vissuti in scala 1:1, le modifiche ai materiali possono essere visualizzate immediatamente, l’incidenza della luce e l’acustica possono essere simulate in tempo reale. Il progetto esce dal corsetto bidimensionale e diventa uno scenario da vivere. Questo non cambia solo la progettazione, ma anche la comunicazione con i clienti, le autorità e gli utenti. Improvvisamente, i volumi astratti diventano decisioni tangibili e le fonti di errore possono essere riconosciute in una fase iniziale. In questo modo non si risparmiano solo i costi, ma anche i nervi, e la qualità sale a un nuovo livello.

Tuttavia, lo scetticismo rimane appropriato. Dopo tutto, non tutte le innovazioni sono un progresso e il nuovo mondo degli spazi immersivi nasconde anche dei rischi. Chi controlla i dati? Chi garantisce l’interoperabilità? E cosa succede quando l’algoritmo diventa il capo della progettazione? Il dibattito è iniziato e non è solo tecnico, ma anche fondamentalmente politico. Una cosa è chiara: il classico schiacciatore di mouse ha fatto il suo tempo, e chi non si muove sarà sopraffatto dal suo stesso modello.

Nel confronto internazionale, Germania, Austria e Svizzera si trovano a un bivio. Da un lato ci sono ricerche eccellenti, progetti pilota ambiziosi e una scena di innovatori in crescita. Dall’altro, il salto verso una pratica diffusa non si è concretizzato. Uno dei motivi è che il rispetto culturale per l’ambiente costruito viene spesso usato come scusa per rimandare la trasformazione digitale. Eppure è proprio questo l’errore più grande. Perché la prossima generazione di architetti non ragiona più per piani, ma per scenari. E questi sono già stati creati da tempo al di là del mouse.

Innovazioni tecnologiche: Realtà mista, IA e cloud nella pianificazione quotidiana

L’informatica spaziale non è una singola disciplina, ma un ecosistema di tecnologie. La realtà mista, ovvero la fusione tra mondo fisico e digitale, è al centro di tutto questo. Dispositivi come Hololens o Magic Leap consentono agli architetti di proiettare nello spazio progetti di edifici sotto forma di ologrammi, di controllare i dettagli di costruzione e di lavorare sullo stesso modello contemporaneamente a colleghi che si trovano dall’altra parte del mondo. Ciò che sembra fantascienza fa da tempo parte della vita quotidiana nei laboratori dei grandi uffici. La tecnologia si sta espandendo e sta diventando sempre più economica. Ciò che oggi è ancora considerato un investimento, domani sarà un’attrezzatura standard.

Ma la realtà mista è solo l’inizio. L’intelligenza artificiale interviene sempre più spesso nel processo di progettazione. Gli algoritmi analizzano le superfici, simulano le influenze climatiche, ottimizzano l’uso dei materiali e suggeriscono autonomamente le varianti. Gli architetti diventano così curatori di un flusso costante di dati che devono selezionare le proposte migliori tra innumerevoli altre. Sembra un sollievo, ma soprattutto significa responsabilità. Dopotutto, l’intelligenza artificiale è buona solo quanto i dati che riceve. Dati errati o set di formazione distorti portano a risultati distorti e, nel peggiore dei casi, possono compromettere interi progetti di costruzione.

Il terzo pilastro: le piattaforme basate sul cloud. I team di progettazione non lavorano più localmente sullo stesso modello, ma sono distribuiti a livello globale. La collaborazione sta diventando un principio fondamentale e i silos di dati stanno scomparendo. Questo apre nuove possibilità, ad esempio per la pianificazione integrata di sostenibilità, costi e gestione del ciclo di vita. Basta un clic e l’intero team può vedere gli effetti di un cambio di formato delle finestre sul fabbisogno energetico, in tempo reale, nella stanza, al centro del modello. Il cloud sta diventando il motore dell’intelligenza progettuale, ma anche un punto debole se la protezione dei dati e la sicurezza informatica non sono all’altezza.

Le innovazioni tecnologiche pongono nuove esigenze alla professione. Chiunque voglia sopravvivere come architetto in futuro avrà bisogno di qualcosa di più del semplice talento creativo. Le competenze informatiche, la comprensione dei dati, la riflessione critica sugli algoritmi e la capacità di lavorare nel team del futuro stanno diventando competenze chiave. L’industria delle costruzioni sta affrontando una rivoluzione e il cambiamento è inevitabile. Coloro che non si accorgeranno di nulla diventeranno agenti vicari del software, anziché progettisti dello spazio.

Naturalmente c’è resistenza. La paura di perdere il controllo, di commercializzare la conoscenza della progettazione, della superiorità delle grandi piattaforme è giustificata. Ma le opportunità superano i rischi se la tecnologia può essere usata in modo controllato e responsabile. La descrizione del lavoro sta cambiando e con essa il ruolo dell’architetto come direttore di un’orchestra digitale capace di fare molto di più che disegnare linee.

Sostenibilità e simulazione: come l’informatica spaziale sta accelerando la transizione verde

L’industria delle costruzioni è sottoposta a una forte pressione per diventare più sostenibile. L’informatica spaziale non offre solo nuovi strumenti, ma anche un approccio completamente nuovo. La sostenibilità non può più essere vista come un ripensamento, ma deve diventare parte integrante del processo di progettazione. Con le tecnologie di calcolo spaziale, gli architetti possono simulare i flussi di materiali, i dati climatici e i cicli di vita direttamente nel modello 3D. Invece di alimentare i centri di calcolo con i dati, i progettisti possono sperimentare le conseguenze delle loro decisioni nello spazio virtuale e prendere contromisure immediate.

Questo cambia radicalmente la pratica. Se prima erano le tabelle Excel e gli studi statici a dettare il tono, ora le simulazioni interattive sono all’ordine del giorno. Come cambia il microclima di un quartiere se si piantano più alberi? In che modo la scelta di un particolare materiale per le facciate influisce sul bilancio energetico? L’informatica spaziale fornisce risposte a queste domande in tempo reale, rendendo la sostenibilità un fattore tangibile. Questo non solo aumenta la qualità della progettazione, ma anche l’accettazione da parte dei proprietari e degli utenti degli edifici. Perché ciò che viene compreso ha maggiori probabilità di essere attuato.

In Germania, Austria e Svizzera, in particolare, si registra un numero crescente di progetti che utilizzano l’informatica spaziale per obiettivi di sostenibilità. Le università collaborano con i fornitori di software, le start-up sviluppano piattaforme di simulazione specializzate e le città sperimentano l’integrazione dei dati in tempo reale nel processo di pianificazione. Ma le sfide principali rimangono: la mancanza di standard, la frammentazione dei dati e le diverse normative sulla protezione dei dati. La tecnologia c’è, ma la volontà politica è in ritardo.

A livello internazionale, il vantaggio è notevole. In Scandinavia, negli Stati Uniti e in Asia, i gemelli digitali non vengono utilizzati solo per progetti di trasporto e infrastrutture, ma anche per la pianificazione della biodiversità, l’adattamento al clima e l’economia circolare. Se si vuole tenere il passo come architetto, bisogna imparare a pensare in termini di sistemi e a confrontarsi con nuove discipline. La transizione verde passa per il digitale e l’informatica spaziale ne è il catalizzatore.

Ma il percorso verso la pianificazione sostenibile non è un successo sicuro. Richiede nuove competenze, team interdisciplinari e una cultura della sperimentazione. Chi lo abbraccia può trasformare lo strumento digitale in una vera e propria leva per la sostenibilità. Chi non lo fa rischia di essere superato dal proprio modello, e questo sarebbe davvero imbarazzante.

Dibattiti, critiche e visioni: Chi darà forma al futuro dello spazio digitale?

L’informatica spaziale polarizza le opinioni. Alcuni lo vedono come la grande liberazione del design, mentre altri temono la commercializzazione totale e l’alienazione dalla realtà costruita. Come sempre, la verità sta nel mezzo. La tecnologia apre possibilità inimmaginabili, ma esaspera anche vecchi conflitti. Chi controlla i dati? Chi beneficia del nuovo potere di modellare e simulare gli spazi? E come possono le persone rimanere al centro della pianificazione?

La sovranità dei dati è una questione importante. Se progetti, simulazioni e feedback degli utenti vengono elaborati in tempo reale nel cloud, c’è il rischio che siano le piattaforme private a dettare il ritmo. Sono necessari standard pubblici, soluzioni open source e algoritmi trasparenti. Tuttavia, la costruzione di un’infrastruttura digitale che renda giustizia a tutte le parti interessate è complessa – e politicamente controversa. La battaglia per la città digitale è iniziata e gli architetti sono in prima linea.

Le visioni sono grandi. I gemelli digitali potrebbero aprire le porte alla partecipazione democratica, le simulazioni potrebbero trasformare sviluppatori e utenti in partecipanti attivi. Ma ci sono anche preoccupazioni legittime: pregiudizi algoritmici, pregiudizi tecnocratici e il rischio che la pianificazione degeneri in una scatola nera. Se non si sta attenti, si perde l’accesso ai propri progetti e si diventa una comparsa nel teatro digitale.

Il dibattito è internazionale. Mentre in Paesi come la Danimarca e gli Stati Uniti la cultura della discussione è aperta, in Germania si negozia ancora molto a porte chiuse. Ma la pressione sta aumentando. I proprietari degli edifici chiedono maggiore trasparenza, gli utenti vogliono essere coinvolti e i politici sono alla ricerca di soluzioni per le sfide del XXI secolo. L’informatica spaziale non è solo uno strumento, ma anche un centro di potere e di ideologia.

In definitiva, non si tratta solo di tecnologia. Si tratta della questione di come organizzeremo le città, gli edifici e gli spazi abitativi in futuro. Chi mantiene il controllo, chi si assume la responsabilità e chi stabilisce le regole deciderà se il potenziale dell’informatica spaziale diventerà una benedizione o una maledizione. Il tempo delle scuse è finito: ora è il momento di costruire, simulare e discutere. Speriamo con più coraggio di un mouse.

Conclusione: il nuovo spazio inizia oltre il mouse

Lo spatial computing non è solo un altro gadget della digitalizzazione, ma l’alba di una nuova era dell’architettura. Chiunque salga a bordo ora può ripensare radicalmente il design, la pianificazione e la comunicazione. La tecnologia ci sfida, richiede nuove competenze e un nuovo atteggiamento. Chi la abbraccia diventerà parte di un movimento globale che libera l’architettura dal click del mouse e la conduce nello spazio del futuro. Coloro che esiteranno rimarranno indietro e saranno superati dal loro stesso modello. Benvenuti nell’era oltre il mouse. Chi clicca ora ha già perso.