Cosa hanno in comune la Via Appia in Italia, le miniere d’oro in Giappone e un complesso di grotte in Malesia? Sono stati tutti designati dall’UNESCO come nuovi siti del Patrimonio Mondiale. Dal 21 al 31 luglio si è riunito a Nuova Delhi il Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Durante la 46ª sessione, oltre alle deliberazioni sull’inserimento di nuovi siti nel Patrimonio Mondiale, si è discusso anche della conservazione e della tutela del patrimonio dell’umanità e dell’ulteriore sviluppo del programma. Anche la Germania può rallegrarsi per due nuove iscrizioni nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.
Durante la sessione di quest’anno del Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, l’organismo ha inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale un totale di 13 nuovi siti. Oltre a due candidature tedesche, una delle quali come patrimonio mondiale transnazionale con la Danimarca, gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, sono stati inseriti anche siti in Europa, Asia e Africa. Italia, Burkina Faso, India, Giordania, Territori palestinesi, Etiopia, Francia, Cina, Iran, Giappone, Kenya, Malesia, Romania, Federazione Russa, Arabia Saudita, Sudafrica e Thailandia fanno parte della cerchia dei fortunati. L’UNESCO mostra nella sua selezione un ampio spettro: oltre a luoghi famosi come la Via Appia, nota anche come la «regina delle strade» e che conduce da Roma a Brindisi, nella lista figurano anche luoghi meno conosciuti come le miniere d’oro dell’isola di Sado in Giappone. Le miniere d’oro sono testimonianze significative della storia dell’estrazione dell’oro al largo della costa occidentale del Giappone. Già nel XII secolo sono state documentate le prime miniere per l’estrazione dell’ambito oro, ma anche dell’argento. Il miglioramento delle tecnologie di estrazione, mutuate dalla Cina e dalla Corea, rese il Giappone nel XVII secolo uno dei principali produttori mondiali di oro. Lo sviluppo avvenne essenzialmente in due fasi e può essere ricostruito ancora oggi a Sado grazie a pozzi storici, impianti di lavorazione ed edifici residenziali. La storia delle miniere d’oro presenta però anche aspetti oscuri: dal 1910 al 1945, centinaia di migliaia di coreani vi lavorarono duramente, spesso in condizioni drammatiche e sotto costrizione. In occasione della riunione del Comitato del Patrimonio Mondiale, il Giappone si è impegnato a fare luce su questa storia.
Nel complesso di grotte del Parco Nazionale di Niah, nel Borneo, si possono trovare preziosi resti di insediamenti umani. I reperti preistorici risalgono a ben 50.000 anni fa e testimoniano il passaggio dalle culture di cacciatori-raccoglitori a quelle dedite all’agricoltura. I primi agricoltori del Sud-Est asiatico coltivavano qui, oltre al riso, anche ortaggi. I reperti rinvenuti nel complesso di grotte ne sono ancora oggi testimonianza e consentono così agli scienziati di approfondire la storia antica della regione.
Omaggio a un capolavoro del XX secolo
Oltre alla Germania, anche il Sudafrica e la Romania hanno potuto festeggiare due nuovi titoli di Patrimonio dell’Umanità ciascuno. In Sudafrica, i siti di grande rilevanza archeologica Diepkloof Rock Shelter, Pinnacle Point e la Grotta di Sibudu hanno ottenuto il riconoscimento e insieme costituiscono il sito del Patrimonio Mondiale «L’origine dell’uomo moderno: i siti di insediamento pleistocenici del Sudafrica». Un altro sito, composto da diverse località, è «Diritti umani, liberazione e riconciliazione: i luoghi dell’eredità di Nelson Mandela», dedicato alla vita e all’eredità di Nelson Mandela.
Anche la Romania può rallegrarsi per due nuovi siti del Patrimonio Mondiale: i confini dell’Impero Romano, che si estendono per oltre 1000 chilometri, testimoniano la presenza dei Romani nell’Europa sud-orientale. La provincia della Dacia era l’unica provincia romana situata interamente a nord del Danubio. Era protetta da un complesso sistema di strutture militari e insediamenti civili. I resti ancora oggi conservati offrono importanti spunti sulla storia della sfera d’influenza romana e testimoniano la potenza di Roma. A Târgu Jiu, un monumentale complesso scultoreo ricorda la difesa della città durante la Prima guerra mondiale da parte di una milizia cittadina. Lo scultore Constantin Brâncuși progettò i tre elementi del complesso, che furono eretti tra il 1937 e il 1938. Le opere «Il tavolo del silenzio», «La porta del bacio» e «La colonna infinita» rappresentano pietre miliari dell’arte moderna nello spazio pubblico. Questo capolavoro artistico affascina per la sua semplicità astratta ed è armoniosamente integrato nel paesaggio.
Patrimonio mondiale transnazionale dell’UNESCO
Già dal 2015 l’insediamento della Comunità dei Fratelli Moravi a Christiansfeld, nello Jutland danese, figura nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Quest’anno l’UNESCO ha inserito nella lista anche gli insediamenti di Bethlehem in Pennsylvania, Gracehill nell’Irlanda del Nord e Herrnhut in Sassonia, anch’essi fondati dalla stessa comunità religiosa. È proprio in Sassonia che ha avuto inizio la storia degli insediamenti della Comunità dei Fratelli di Herrnhut, nota anche come Unitas Fratrum o Chiesa Morava. È nota in tutto il mondo per la sua opera missionaria, lo stile di vita semplice e le «Losungen». Le «Losungen» sono una raccolta interconfessionale di testi biblici e altri testi cristiani pensati per la vita quotidiana. La dottrina di questa chiesa protestante libera comprende l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio, la pietà pratica nella vita quotidiana, lo zelo missionario, la tolleranza religiosa e la semplicità nelle funzioni religiose, che sono orientate alla comunità. Inoltre, ha sviluppato uno stile architettonico particolare, che sottolinea anch’esso la semplicità. Esiste anche una propria unità di misura: in questo modo, le porte del castello di Berthelsdorf si adattano perfettamente anche agli edifici delle comunità di Herrnhut negli Stati Uniti o nell’Irlanda del Nord. Il castello di Berthelsdorf fu ristrutturato in stile barocco dal conte Nikolaus Ludwig von Zinzendorf, fondatore della Chiesa Libera. L’edificio, che Zinzendorf fece ricostruire nel 1721, anticipa tuttavia anche lo stile architettonico sobrio della Comunità dei Fratelli di Herrnhut. Uno sguardo alla chiesa, o meglio alla sala di culto, lo rende ancora una volta evidente: un’eleganza sobria, caratterizzata dal predominio del colore bianco, da stucchi discreti e da semplici panche bianche. Una grande stella di Herrnhut e un lampadario in ottone completano l’arredamento interno. Di particolare importanza è il grande organo. Il pastore Peter Vogt della comunità di Herrnhut afferma a questo proposito: «Abbiamo una spiritualità dell’ascolto: una devozione che attribuisce grande importanza all’ascolto, alla parola pronunciata, al canto e alla musica». Colpisce anche il fatto che il pastore o la pastora non parlino, come nelle chiese luterane, da un pulpito o da un altare, ma siano seduti a un semplice tavolo. In questo modo si vuole evitare una predica dall’alto, continua il pastore. La semplicità è la parola d’ordine anche nel cimitero. La comunità di Herrnhut definisce il luogo dell’ultima dimora dei propri defunti «Gottesacker» (campo di Dio). Questa denominazione si ispira alla fede della Chiesa libera, secondo cui i defunti, come semi in un campo, attendono il giorno della risurrezione. Le semplici lapidi sono incassate a filo nel terreno e simboleggiano che tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio. Anche nel «Gottesacker» regna la semplicità: non si trovano né fiori, né candele, né immagini dei defunti. Le tombe degli uomini e quelle delle donne sono rigorosamente separate da un asse centrale che attraversa il cimitero.
L’UNESCO ha ritenuto che il sito soddisfacesse i criteri iii: «rappresentare una testimonianza unica o almeno eccezionale di una tradizione culturale o di una cultura esistente o scomparsa» e iv: «rappresentare un esempio eccezionale di un tipo di edificio, di complesso architettonico o tecnologico o di paesaggio che incarna una o più fasi significative della storia dell’umanità».
Decisione sui castelli di Ludovico II nel 2025
Anche il complesso residenziale di Schwerin può fregiarsi del titolo di Patrimonio dell’Umanità. Ciò è avvenuto grazie alla coraggiosa decisione di Federico Francesco II, all’epoca appena diciannovenne. Nel 1842 assunse la guida della Casa di Meclemburgo-Schwerin e, dopo la morte del padre, divenne Granduca di Meclemburgo. Suo padre, Paolo Federico, aveva disposto la costruzione di un palazzo per la famiglia nell’«Alten Garten» di Schwerin, dopo che la famiglia aveva deciso di tornare da Ludwigslust alla sede del governo a Schwerin. Federico Francesco II interruppe i lavori e decise di trasformare il castello di Schwerin, ormai vetusto e che necessitava di un profondo restauro, nella residenza di famiglia. Il castello, tuttavia, non doveva servire solo come residenza di famiglia, ma anche a sottolineare l’importanza dinastica della famiglia. La storia della famiglia risaliva al Medioevo e costituiva il capitale più importante della dinastia regnante. Nel XIX secolo la casata non disponeva né di un potere economico, né militare, né politico di rilievo. Ma la lunga e ininterrotta discendenza e la tradizione di governo erano un asso nella manica da sfruttare. Attraverso matrimoni con altre dinastie sorsero stretti legami di parentela, come quelli con la casa reale prussiana e con la corte zarista russa.
Un’attenta messa in scena assicurava che l’importanza della famiglia fosse messa in risalto. Il cosiddetto «appartamento del trono», una sequenza di stanze tipica del XIX secolo composta da tre ambienti sovrapposti e coordinati tra loro, ne offre un ottimo esempio. I visitatori che entravano nel castello attraversavano dapprima la «Galleria dei Castelli», dall’aspetto ancora relativamente sobrio, in cui erano raffigurati i numerosi castelli di famiglia, prima di giungere alla Galleria degli Antenati. Lì erano presentati, in ritratti a grandezza naturale, tutti i duchi regnanti e capostipiti della Casa di Meclemburgo-Schwerin – e questo fin dal Medioevo. Appositamente per questo scopo, nel XIX secolo furono commissionati dipinti degli antenati del XIII e XIV secolo, poiché non erano disponibili ritratti dell’epoca. Per orientarsi si ricorreva a raffigurazioni di tombe e a pitture sacre. Dopo aver attraversato questa sala rivestita di pannelli di legno, si entrava infine nella sala del trono per presentarsi al granduca. Lì veniva applicata la «strategia dello sbalordimento», come la definisce Ralf Weingart, direttore del Museo del Castello di Schwerin. La sala, riccamente decorata con dettagli dorati, stemmi, colonne di marmo, sculture e dipinti, si estende su un’altezza di un piano e mezzo. Il trono è messo in scena in modo magnifico: coronato da un baldacchino, troneggia in una sala adornata da affreschi che raffigurano l’autorità divina e temporale della dinastia. Il parquet in legno della sala è costellato di intarsi in madreperla e, a destra e a sinistra del trono, si trovano ritratti a grandezza naturale del Granduca e di sua moglie. L’intera messa in scena ha il solo scopo di dimostrare che la casata dei Meclemburgo-Schwerin è eccezionale sia nella storia che nel presente. Come complesso in stile storicista, qui si affiancano stili molto diversi tra loro, fusi in un insieme armonioso. Gli edifici, che oltre al castello comprendono un teatro, tre chiese, edifici militari, una stazione ferroviaria, un’ex scuola per funzionari di corte, vari palazzi e abitazioni, nonché una scuderia per cavalli malati, da un complesso di giardini progettato da Peter Joseph Lenné nello stile di un giardino paesaggistico inglese. Una particolarità del complesso è la sua destinazione d’uso: oltre a fungere da sala museale per la Sala del Trono, ospita anche il Parlamento del Meclemburgo-Pomerania Anteriore.
La prossima riunione del Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO si terrà dal 6 al 16 luglio 2025 in Bulgaria, dove verrà presa una decisione anche sulla candidatura presentata dall’Amministrazione dei Castelli Bavaresi con i castelli reali di Ludovico II. Per saperne di più, leggete l’ultimo numero di Restauro 5/24.