Photoshop ha cambiato la fotografia artistica, come molti artisti hanno potuto constatare negli ultimi anni. Mentre una parte della scena fotografica torna alla fotografia analogica come controreazione, altri fotografi cercano di sfruttare sempre di più le nuove possibilità: da Anton Repponen a Filip Dujardin e Matthias Jung, il cui lavoro è già stato presentato in Baumeister.
A loro si aggiunge ora una giovane fotografa di Lione, Zacharie Gaudrillot-Roy. Il suo obiettivo è quello di combinare la fotografia architettonica e urbana con i temi del passeggio e della vita di strada che sono radicati nella letteratura e nella cultura francese.
Uno dei rituali urbani essenziali – secondo la tesi del fotografo – è l’indovinare i luoghi. Le facciate di un edificio offrono quindi l’opportunità di stimolare questo processo, non attraverso le loro aperture, ma proprio grazie alla loro natura chiusa. Uno sguardo dietro una persiana semichiusa, una risata dietro una porta socchiusa: tutte queste interazioni nascoste alimentano l’immaginazione del passante. Le facciate degli edifici sono il nostro primo contatto visivo e sensoriale con una nuova città. Raccontano una possibile storia che si svolge dietro di loro.
E se questo primo contatto fosse l’unico? Quando il quotidiano è solo una superficie senza contenuto? La serie di immagini „Façades“ esplora questa domanda: Come sarebbe una città senza gli sguardi, i suoni e le risate?
Nella loro semplicità, le immagini del giovane fotografo creano una „non-città“, un luogo opprimente che mette a disagio lo spettatore perché tutto è visibile e nulla può essere interpretato. In questo luogo, l’anonimato della grande città si perde e con esso l’individualità del singolo.
A differenza delle poesie di Charles Baudlaire, in cui l’osservazione distanziata della vita cittadina è un innesco per la propria immaginazione, qui non c’è possibilità di interpretazione individuale. Non rimane molto. Proprio per questo il progetto fotografico stimola la riflessione sulla natura della città. È un’ode al nascosto, all’anonimato e all’immaginazione del flâneur urbano.













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