Pavimenti in calcestruzzo a vista: caratteristiche, tipologie e impieghi

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Un’immagine dettagliata dei materiali e della struttura relativa al tema del pavimento in calcestruzzo a vista
Parete di cemento grigio con crepe: un segno lasciato dal materiale e dal tempo. Foto: bluzninja / Unsplash

Il calcestruzzo è uno dei materiali da costruzione più antichi e più utilizzati dall’umanità, ma quando rimane a vista come pavimento, rivela una qualità estetica e tecnica tutta sua. Il pavimento in calcestruzzo a vista coniuga l’autenticità grezza del materiale con i requisiti di un rivestimento resistente, di facile manutenzione ed esteticamente accattivante. Chi progetta, realizza o valuta questo tipo di pavimento deve avere una comprensione precisa delle sue proprietà, dei metodi di produzione e dei limiti strutturali.

  • Che cos’è il pavimento in calcestruzzo a vista e in che modo si differenzia dagli altri pavimenti in calcestruzzo
  • Quali sono i metodi di realizzazione e i trattamenti superficiali disponibili
  • Quali sono le caratteristiche tecniche che contraddistinguono i pavimenti in calcestruzzo a vista e quali requisiti richiedono
  • Come si progetta, si miscela e si lavora il pavimento in calcestruzzo a vista
  • Quali norme e classificazioni sono rilevanti per il calcestruzzo a vista
  • Dove è opportuno utilizzare i pavimenti in calcestruzzo a vista e quali sono i loro limiti
  • Come si curano, si sigillano e si mantengono i pavimenti in calcestruzzo a vista
  • Quali sono le possibilità creative e i tipici malintesi

Che cos’è il pavimento in calcestruzzo a vista? Definizione e distinzioni

Per pavimento in calcestruzzo a vista si intende un pavimento in calcestruzzo la cui superficie rimane visibile dopo la posa e non viene coperta da un ulteriore rivestimento come piastrelle, parquet o moquette. In questo caso il calcestruzzo non è solo un elemento strutturale portante o di livellamento, ma costituisce al contempo la superficie utile finita. Questa doppia funzione pone requisiti più elevati in termini di composizione della miscela, lavorazione, trattamento successivo e qualità della superficie, poiché ogni irregolarità rimane visibile e non può essere mascherata da un rivestimento successivo.

È importante distinguere questo concetto da termini affini. Anche un pavimento industriale in calcestruzzo è una superficie in calcestruzzo a vista, ma viene valutato principalmente in base a criteri funzionali quali la resistenza alla compressione, all’abrasione e agli agenti chimici, mentre gli aspetti estetici passano in secondo piano. Un massetto, invece, è di norma un sottofondo preparato per un rivestimento successivo, anche se nella pratica le cosiddette soluzioni di massetto a vista vengono sempre più spesso utilizzate come superficie finita. Il pavimento in calcestruzzo a vista in senso stretto è un pavimento in calcestruzzo progettato consapevolmente come elemento di design, che soddisfa requisiti di qualità sia estetici che tecnici.

Nel linguaggio tecnico, il calcestruzzo a vista è definito e classificato dalle schede tecniche DBV/VDZ dell’Associazione tedesca per il calcestruzzo e la tecnica delle costruzioni. Queste schede distinguono le classi di calcestruzzo a vista, che descrivono il livello dei requisiti relativi a texture, porosità, uniformità cromatica e aspetto della superficie della cassaforma. Per i pavimenti si applicano regole specifiche, che differiscono dai requisiti previsti per le pareti verticali o le intradossi dei soffitti, poiché la realizzazione di un pavimento orizzontale in calcestruzzo a vista richiede fasi di lavorazione diverse rispetto alla casseratura e alla getta di elementi costruttivi verticali.

Tipi di realizzazione: calcestruzzo gettato in opera, calcestruzzo prefabbricato e microcemento

La forma più comune di pavimento in calcestruzzo a vista è il calcestruzzo gettato in opera, che dopo la posa, la compattazione e la lisciatura viene trattato direttamente come superficie calpestabile. In questo caso viene posata una miscela di calcestruzzo con un rapporto acqua-cemento accuratamente calibrato, una granulometria adeguata e, se necessario, additivi fluidificanti, che viene poi compattata mediante vibrazione o costipazione. La superficie viene poi livellata, lisciata e rifinita a macchina o a mano a seconda della texture desiderata. Il risultato è una superficie monolitica che, in termini di omogeneità e dimensioni, è difficilmente eguagliabile da altri rivestimenti.

La lisciatura meccanica con le cosiddette lisciatrici a pale, denominate in gergo tecnico anche “elicotteri”, produce una superficie molto compatta, liscia e dura con elevata resistenza all’abrasione. Questo procedimento è particolarmente diffuso nell’edilizia industriale, nei magazzini e nelle aree commerciali di grandi dimensioni. Per gli spazi abitativi e gli interni di rappresentanza si ricorre spesso alla levigatura manuale o all’uso di dischi in feltro, che creano una texture più morbida e leggermente irregolare, conferendo al materiale una qualità artigianale. La scelta del metodo di levigatura influenza non solo l’aspetto estetico, ma anche la porosità e, di conseguenza, l’idoneità all’uso di determinati sistemi di sigillatura.

Il calcestruzzo prefabbricato è una categoria affine ma distinta: in questo caso vengono prodotte lastre prefabbricate in malta di cemento con aggregati definiti quali graniglia di marmo, granulato o pigmenti colorati, che dopo la posa vengono levigate e lucidate. Il terrazzo è la variante più nota di questo principio, con una lunga tradizione artigianale che risale all’antichità. I pavimenti in terrazzo appartengono, in senso lato, alla famiglia dei pavimenti in calcestruzzo a vista, ma si differenziano notevolmente dal calcestruzzo monolitico gettato in opera per quanto riguarda la produzione, l’aspetto e le esigenze di manutenzione.

Il microcemento, noto anche come microtopping o rivestimento effetto calcestruzzo, non è, in senso stretto, un calcestruzzo, bensì un rivestimento a base cementizia che viene applicato in strati molto sottili, da due a cinque millimetri, su sottofondi esistenti. Imitano l’aspetto del calcestruzzo a vista, senza però possederne le caratteristiche strutturali. Il microcemento è adatto per ristrutturazioni e per aree in cui, per motivi strutturali o statici, non è possibile realizzare un pavimento interamente in calcestruzzo. Gli esperti dovrebbero tuttavia chiarire che, nonostante l’aspetto simile, il microcemento e il vero pavimento in calcestruzzo a vista sono materiali fondamentalmente diversi, con caratteristiche e requisiti differenti.

Caratteristiche tecniche: resistenza, comportamento termico, umidità e ritiro

Il calcestruzzo è un materiale da costruzione minerale con un’elevata resistenza alla compressione, ma una resistenza alla trazione relativamente bassa. Nel settore dei pavimenti, la resistenza alla compressione è generalmente sufficiente, purché la composizione del calcestruzzo e la preparazione del sottofondo siano corrette. Per i pavimenti in calcestruzzo a vista si utilizzano spesso calcestruzzi delle classi di resistenza da C25/30 a C35/45, dove la denominazione indica la resistenza alla compressione caratteristica in Newton per millimetro quadrato. Le classi di resistenza più elevate migliorano la resistenza all’abrasione e la durezza superficiale, ma richiedono anche una lavorazione più accurata, poiché induriscono più rapidamente e lasciano meno tempo per la lavorazione.

Il comportamento di ritiro rappresenta una delle maggiori sfide tecniche nei pavimenti in calcestruzzo a vista. Il calcestruzzo si ritira durante l’indurimento e l’essiccazione, poiché l’acqua di impasto in eccesso evapora e il gel di cemento riduce il proprio volume. Questo ritiro genera tensioni di trazione nella soletta che, se l’espansione non viene ostacolata, provocano fessurazioni. Le fessure da ritiro sono praticamente inevitabili nei pavimenti in calcestruzzo se non vengono adottate misure adeguate. Tra queste misure figurano l’inserimento di reti di armatura o fibre (in acciaio, vetro o plastica), l’incisione di giunti fittizi a intervalli regolari e l’uso di additivi per calcestruzzo che riducono il ritiro. I giunti fittizi sono linee di indebolimento praticate con sega o inserite che inducono la fessura in un punto definito e controllabile visivamente, anziché lasciarla formarsi in modo incontrollato.

La conducibilità termica del calcestruzzo, a seconda della composizione, è compresa tra circa 1,5 e 2,5 watt per metro e kelvin, il che lo rende un buon conduttore di calore. Questo rappresenta un vantaggio per i sistemi di riscaldamento a pavimento, poiché il calore viene ceduto all’aria dell’ambiente in modo uniforme ed efficiente. Allo stesso tempo, molti utenti percepiscono un pavimento in calcestruzzo senza riscaldamento come freddo, poiché l’elevata conducibilità termica sottrae rapidamente calore al piede. La combinazione di pavimento in calcestruzzo a vista con un sistema di riscaldamento a pavimento è quindi particolarmente diffusa negli ambienti abitativi e sensata dal punto di vista della fisica delle costruzioni. Tuttavia, il riscaldamento deve essere azionato in modo lento e uniforme, poiché rapidi sbalzi di temperatura influenzano negativamente il comportamento di ritiro e possono favorire la formazione di crepe.

Il calcestruzzo è per sua natura poroso e capillare. Senza un trattamento superficiale, un pavimento in calcestruzzo a vista assorbe acqua, olio e altri liquidi, il che può causare macchie, efflorescenze e, in casi estremi, danni da gelo nelle applicazioni esterne. Le efflorescenze si formano quando i composti solubili di calcio vengono trasportati in superficie dall’acqua capillare e lì reagiscono con l’anidride carbonica presente nell’aria formando carbonato di calcio, che si manifesta come una patina biancastra. Questo fenomeno è frequente nei pavimenti in calcestruzzo fresco e si attenua con il tempo, ma può essere in gran parte prevenuto mediante un’adeguata sigillatura.

Progettazione, norme e classi di calcestruzzo a vista per pavimentazioni

La progettazione di un pavimento in calcestruzzo a vista inizia con la definizione dei requisiti relativi all’aspetto, all’uso e alla costruzione. La scheda tecnica DBV sul calcestruzzo a vista distingue quattro classi di calcestruzzo a vista (da SB1 a SB4), che vanno da requisiti minimi a requisiti molto elevati in termini di qualità della superficie. La classe SB1 prevede requisiti minimi e ammette evidenti differenze di colore, pori e impronte, mentre la classe SB4 richiede una superficie molto uniforme, quasi impeccabile, ottenibile solo con il massimo impegno artigianale. Per i pavimenti la classificazione deve essere adattata, poiché molti dei criteri relativi alle impronte delle casseforme non sono direttamente applicabili alle superfici orizzontali.

Per i pavimenti in calcestruzzo in ambienti interni è rilevante anche la norma DIN 18560, che disciplina i massetti nell’edilizia, nonché la norma DIN EN 13813, che classifica le malte e le miscele per massetti. Sebbene un pavimento in calcestruzzo a vista gettato in opera non sia, in senso stretto, un massetto ai sensi di queste norme, molti progettisti ed esecutori si attengono ai requisiti ivi definiti in materia di planarità, resistenza alla compressione e resistenza alla trazione a flessione. Le tolleranze di planarità per i pavimenti in calcestruzzo a vista sono di norma più strette rispetto a quelle per i pavimenti sotto un rivestimento successivo, poiché le irregolarità sono direttamente visibili e possono comprometterne l’utilizzo.

Un elemento centrale della progettazione è il sistema di giunti. Oltre ai giunti fittizi già menzionati, devono essere previsti giunti di dilatazione in grado di assorbire le deformazioni dovute agli sbalzi termici, al ritiro e agli assestamenti. Questi giunti devono essere riempiti con profili di giunzione adeguati o con sigillanti elastici che mantengano una capacità di dilatazione permanente. La disposizione e la configurazione dei giunti non è solo una scelta tecnica, ma anche estetica, che dovrebbe essere definita in una fase precoce della progettazione, poiché le modifiche successive sono praticamente impossibili.

Per la miscela del calcestruzzo sono determinanti i seguenti parametri:

  • tipo e contenuto di cemento (influisce sul colore, sulla resistenza e sul comportamento al ritiro)
  • Rapporto acqua-cemento (un valore basso migliora la resistenza e la tenuta, ma aumenta la difficoltà di lavorazione)
  • Distribuzione granulometrica degli inerti (influisce sulla texture superficiale e sulla lavorabilità)
  • Pigmenti coloranti (i pigmenti minerali a base di ossido di ferro sono resistenti alla luce e durevoli)
  • Additivi per calcestruzzo quali fluidificanti, riduttori di ritiro o aeranti

Il trattamento post-gettata del calcestruzzo fresco è determinante per la qualità del pavimento in calcestruzzo a vista. Dopo la posa, il calcestruzzo deve essere mantenuto umido per un periodo di tempo sufficiente affinché il cemento si idrati completamente. Un’essiccazione troppo rapida provoca fessurazioni da ritiro e un indebolimento dello strato superficiale. Gli esperti raccomandano un periodo di cura di almeno tre-sette giorni, a seconda della temperatura e del tipo di cemento, coprendo la superficie con teli umidi, pellicole o prodotti specifici per la cura.

Trattamento superficiale e sigillatura: protezione e design

Un pavimento in calcestruzzo a vista non trattato è sensibile alle macchie, all’abrasione e all’umidità. La scelta del giusto trattamento superficiale è quindi un passo fondamentale nella realizzazione di un pavimento in calcestruzzo a vista durevole e di facile manutenzione. In linea di principio si distingue tra sistemi impregnanti, sigillanti e di rivestimento, che differiscono per modalità d’azione, aspetto e durata.

Gli agenti impregnanti, spesso a base di silano o silossano, penetrano nei pori capillari del calcestruzzo e rendono idrofobiche le superfici dei pori, senza alterarne in modo significativo l’aspetto. Il calcestruzzo rimane permeabile alla diffusione, ma non assorbe più liquidi per capillarità. Questo trattamento è particolarmente indicato per gli ambienti esterni e per i pavimenti in cui si desidera preservare l’aspetto naturale del calcestruzzo senza effetti lucidi. La protezione contro le macchie d’olio e le sostanze aggressive è tuttavia limitata nel caso dei prodotti puramente impregnanti.

I sigillanti a base epossidica, poliuretanica o acrilica formano una pellicola chiusa sulla superficie del calcestruzzo. Proteggono in modo molto efficace da liquidi, oli, sostanze chimiche e abrasione meccanica. A seconda del prodotto e della quantità applicata, si ottengono superfici opache, satinate o lucide. I sigillanti epossidici sono particolarmente duri e resistenti agli agenti chimici, ma tendono a ingiallire sotto l’esposizione ai raggi UV e sono quindi meno adatti agli ambienti esterni. I sigillanti poliuretanici sono più stabili ai raggi UV e più elastici, il che li rende ideali per pavimenti con riscaldamento a pavimento o soggetti a lievi movimenti. Lo spessore dello strato di sigillante influisce sul fatto che la texture naturale del calcestruzzo rimanga percepibile e visibile oppure che si crei un effetto visivo proprio del rivestimento.

I pavimenti in calcestruzzo oliati o cerati rappresentano un’alternativa più tradizionale, che conferisce una sensazione al tatto e un aspetto più naturali. Gli oli a base di cera dura o gli oli per calcestruzzo penetrano nella superficie e non formano una pellicola sigillante, ma rinforzano il materiale dall’interno. Queste superfici richiedono una manutenzione più impegnativa rispetto ai pavimenti sigillati, ma possono essere riparate localmente con maggiore facilità, senza che si notino giunture. Negli ambienti abitativi di pregio e nei progetti di design, questo trattamento è apprezzato per la sua patina vivace, che cambia nel tempo.

Campi di applicazione: dove il pavimento in calcestruzzo a vista convince

Il pavimento in calcestruzzo a vista è presente in un’ampia gamma di tipologie di edifici e destinazioni d’uso. Nell’edilizia industriale e nei centri logistici è ormai da decenni uno standard, poiché, se realizzato a regola d’arte, è in grado di sopportare elevati carichi superficiali, il traffico di carrelli elevatori e le sollecitazioni chimiche. In questo contesto la funzione è chiaramente in primo piano, mentre le questioni estetiche assumono un ruolo secondario.

Nell’architettura contemporanea, il pavimento in calcestruzzo a vista è diventato uno strumento progettuale privilegiato in musei, gallerie, biblioteche, edifici adibiti a uffici ed edifici residenziali di pregio. L’autenticità del calcestruzzo, la sua capacità di riflettere la luce in modo caratteristico e la sua compatibilità con altri materiali grezzi o industriali come l’acciaio, il vetro e il legno lo rendono un elemento progettuale versatile. Architetti come Le Corbusier, Louis Kahn e Tadao Ando hanno affermato il calcestruzzo come materiale a vista nell’architettura del XX secolo, fondando così una tradizione estetica che continua a essere determinante ancora oggi.

Nell’edilizia residenziale, il pavimento in calcestruzzo a vista viene utilizzato soprattutto in planimetrie aperte, dove crea superfici ampie e prive di giunti che uniscono visivamente gli spazi. La combinazione con un sistema di riscaldamento a pavimento è, come già accennato, quasi obbligatoria per garantire il comfort. Il calcestruzzo a vista è in linea di principio adatto per i bagni e le zone umide, ma richiede un’impermeabilizzazione particolarmente accurata del sottofondo e una sigillatura resistente all’acqua della superficie, poiché senza protezione il calcestruzzo può essere danneggiato dall’umidità e possono formarsi aloni di calcare e macchie.

Sono possibili anche aree esterne come terrazze, vialetti e marciapiedi in calcestruzzo a vista, ma questi richiedono requisiti più elevati in termini di resistenza al gelo, assorbimento d’acqua e antiscivolosità. Per i pavimenti in calcestruzzo all’esterno, la miscela deve essere progettata per resistere al ciclo gelo-disgelo e la superficie deve presentare una rugosità sufficiente oppure essere trattata con un impregnante antiscivolo. La norma DIN EN 1338 relativa ai cubetti di calcestruzzo e le normative correlate forniscono indicazioni sui requisiti rilevanti.

Cura, manutenzione ed errori comuni

Un pavimento in calcestruzzo a vista sigillato è relativamente facile da pulire nella vita quotidiana: di norma sono sufficienti spazzare, passare un panno umido e rinnovare occasionalmente la sigillatura. I detergenti aggressivi, in particolare i prodotti acidi, possono intaccare la sigillatura e danneggiare la superficie del calcestruzzo. Per la pulizia, gli esperti raccomandano detergenti a pH neutro. Graffi e segni di usura nel rivestimento possono essere eliminati mediante una nuova sigillatura localizzata, anche se in caso di rivestimenti lucidi i punti di giunzione potrebbero rimanere visibili.

Tra gli errori più comuni nella realizzazione di pavimenti in calcestruzzo a vista figurano un eccesso di acqua aggiunta per migliorare la lavorabilità, una compattazione insufficiente, il calpestio prematuro della superficie di calcestruzzo fresco e un tempo di curing troppo breve. Tutti questi errori comportano un indebolimento dello strato superficiale, una maggiore porosità e un rischio accresciuto di ritiro. Un altro errore diffuso è la mancanza di un progetto ben studiato per le fughe: i pavimenti privi di fughe decorative sufficienti si crepano in modo incontrollato, compromettendo in modo permanente l’aspetto estetico.

Un malinteso che si riscontra spesso nella pratica riguarda l’aspettativa di uniformità dei pavimenti in calcestruzzo a vista. Il calcestruzzo è un prodotto naturale con variazioni intrinseche di colore, consistenza e distribuzione dei pori. Anche con la massima cura nella realizzazione, due zone di un pavimento non appariranno mai identiche, e il calcestruzzo fresco assume un aspetto diverso dopo anni di utilizzo rispetto al giorno del completamento. Questa vivacità e mutevolezza sono una caratteristica intrinseca del materiale, non un difetto. Chi si aspetta un pavimento assolutamente omogeneo e uniforme dovrebbe ricorrere alla pietra di cemento o alle lastre di calcestruzzo prodotte industrialmente, che offrono una maggiore riproducibilità.

Il pavimento in calcestruzzo a vista nel contesto dell’architettura contemporanea

Il pavimento in calcestruzzo a vista è molto più di un semplice rivestimento: è una dichiarazione di fedeltà alla verità del materiale, all’onestà della costruzione e all’accettazione dell’imperfezione come qualità progettuale. In un’epoca in cui molte superfici imitano materiali che non sono, il calcestruzzo a vista rappresenta un rapporto diretto e senza veli tra materia e forma. Questo approccio vanta una lunga tradizione nella teoria architettonica, dai principi del brutalismo all’estetica giapponese del wabi-sabi, che concepisce l’imperfezione e la transitorietà come bellezza.

Allo stesso tempo, il calcestruzzo a vista non è un materiale privo di responsabilità. La sua produzione è ad alto consumo energetico, poiché la produzione di cemento rilascia notevoli quantità di CO₂. L’utilizzo di aggregati riciclati, scorie di fonderia o ceneri volanti come sostituti del cemento può ridurre l’impronta ecologica senza compromettere in modo significativo le proprietà tecniche. Gli esperti che progettano pavimenti in calcestruzzo a vista hanno quindi anche la responsabilità di scegliere la formulazione più adeguata e di ridurre al minimo l’impiego di materiale attraverso un accurato dimensionamento.

La padronanza tecnica del pavimento in calcestruzzo a vista richiede una collaborazione interdisciplinare: gli architetti definiscono gli obiettivi progettuali e il sistema di giunti, i fisici edili verificano i requisiti in materia di isolamento termico, umidità e isolamento acustico, i progettisti strutturali dimensionano la soletta e l’armatura, mentre i costruttori esperti di calcestruzzo realizzano il progetto con maestria artigianale. Quando questa collaborazione ha successo, nasce un pavimento che dura decenni, sviluppa nel tempo una patina ricca di carattere e caratterizza la qualità di uno spazio in un modo che nessun altro rivestimento riesce a eguagliare. Chi comprende il pavimento in calcestruzzo a vista, comprende una parte essenziale di ciò che caratterizza il calcestruzzo come materiale da costruzione: la sua forza, i suoi limiti e la sua bellezza inconfondibile.

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Museum Folkwang: un’esperienza nuova di incontro tra architettura e arte

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Due persone passano davanti a un edificio di notte. Foto di Kouji Tsuru.

Museum Folkwang: una nuova esperienza di architettura incontra il piacere dell’arte – o quanto futuro c’è nello spazio museale quando vecchio e nuovo non solo si incontrano, ma si sfidano? Tra un involucro spettacolare, una trasformazione digitale e un’architettura sostenibile, l’edificio simbolo di Essen è sinonimo di un’architettura museale che non vuole limitarsi a mostrare l’arte. Vuole portare il rapporto tra spazio, opera e visitatore a un nuovo livello, ma ci riesce davvero?

  • Il Museum Folkwang di Essen è considerato un ottimo esempio di simbiosi tra architettura contemporanea e standard museali.
  • L’ultima ristrutturazione di David Chipperfield punta su una chiarezza radicale, sulla luce naturale e su una nuova concezione dello spazio.
  • La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale stanno cambiando la progettazione delle mostre, la guida dei visitatori e l’educazione all’arte, anche al Folkwang.
  • La sostenibilità non è solo una parola d’ordine: la valutazione del ciclo di vita, la scelta dei materiali e l’energia di esercizio sono oggetto di un esame critico.
  • Le competenze professionali spaziano dalla conservazione del patrimonio alla progettazione con supporto BIM, e mettono alla prova sia gli architetti che i professionisti del museo.
  • L’architettura del museo ha un’influenza significativa sulla qualità dell’esperienza, sulla percezione dell’arte e sui dibattiti sociali.
  • La discussione spazia dai cubi bianchi puristi agli spazi digitali immersivi, con una visione globale delle tendenze e delle controversie.
  • Quanta partecipazione, quanta sperimentazione può tollerare lo spazio museale tra tradizione e futuro?

Il Museo Folkwang: tra architettura e fruizione dell’arte

Il Museum Folkwang non è solo un altro centro d’arte nel panorama museale tedesco. È una dichiarazione – architettonica, culturale e sociale. Dopo l’ampio ampliamento realizzato da David Chipperfield, il museo è stato un esempio di rinascita dell’edilizia museale nel mondo di lingua tedesca. A Essen, l’austerità del modernismo incontra il desiderio di apertura e di luce. Chiunque attraversi il foyer sperimenta una nuova generosità che rompe con la nozione classica di museo come deposito sacro. Qui le cose non sono più raccolte e accatastate, ma messe in scena, rese permeabili e messe in discussione.

Cosa distingue il Museum Folkwang dai suoi vicini di Monaco, Vienna o Zurigo? È la radicale riduzione all’essenziale: una chiara struttura spaziale che non si pone di fronte all’arte, ma la mette in scena. Inondazioni di luce naturale, pareti flessibili, un bianco quasi da laboratorio: la firma di Chipperfield è inconfondibile, ma mai invadente. Invece di una rappresentazione barocca, c’è un invito al dialogo. Il visitatore non viene sopraffatto, ma attivato. Non è una cosa scontata in un’epoca in cui molti musei si aggrappano ancora ai loro pavimenti in moquette e alla mancanza di orientamento.

Ma per quanto l’architettura appaia contemporanea, è anche oggetto di un dibattito controverso. Per alcuni, il Folkwang è un manifesto di moderazione, per altri è un laboratorio troppo freddo. La qualità effettiva dell’edificio si sviluppa tra questi poli: offre una superficie di proiezione per il dibattito sul museo del futuro. Di quanta neutralità ha bisogno l’arte? Quanta messa in scena può tollerare il visitatore? Al Folkwang questo dibattito non viene solo condotto, ma anche costruito.

Un confronto con altri musei della regione DACH mostra che mentre molte istituzioni stanno ancora lottando con l’eredità dei loro gusci in stile guglielmino, il Folkwang ha osato dare un taglio radicale. Il rinnovamento architettonico è il segno visibile di un profondo cambiamento culturale, che si ripercuote anche sul lavoro del museo stesso. Qui non solo vengono esposte nuove opere, ma il museo viene inteso come un processo, come un esperimento spaziale.

Il successo? Il numero di visitatori, la percezione internazionale e una nuova apertura alla sperimentazione. Il Folkwang non è solo una casa dell’arte, ma un laboratorio che si interroga su come architettura e cultura possano interagire in una società caratterizzata dalla trasformazione. Chiunque cerchi ispirazione per il futuro dell’edilizia museale non può ignorare Essen. Ma il percorso è stato accidentato e non è ancora finito.

La digitalizzazione nei musei: tra clamore, speranza e realtà

Quasi nessun altro argomento sta occupando il mondo dei musei quanto la digitalizzazione. Anche il Museum Folkwang è nel pieno della trasformazione digitale. Dove un tempo l’audioguida era il massimo delle emozioni, oggi si sperimentano la realtà aumentata, l’analisi dei visitatori e l’educazione artistica controllata dall’intelligenza artificiale. L’architettura dell’edificio non è solo uno sfondo, ma parte attiva della trasformazione digitale. Layout open space, infrastrutture informatiche ad alte prestazioni e spazi espositivi flessibili consentono non solo di integrare le nuove tecnologie, ma anche di renderle parte integrante dell’offerta museale.

Ma a che punto è il Folkwang? Anche a Essen c’è un divario tra gli annunci visionari e la realizzazione effettiva. Gemelli digitali delle sale espositive, visite virtuali, flussi di visitatori basati sull’intelligenza artificiale: molte cose sono in fase pilota, alcune restano ambiziose folklore di PowerPoint. Tuttavia, il museo dimostra che la digitalizzazione è molto più di un semplice espediente tecnologico. Sta cambiando radicalmente il modo in cui ci rapportiamo all’arte. Il visitatore si trasforma da osservatore passivo a partecipante attivo, lo spazio diventa un’interfaccia, la collezione un bacino di dati.

Le opportunità? Enormi. Gli strumenti digitali possono essere utilizzati per raggiungere nuovi gruppi target, abbattere le barriere e personalizzare l’educazione all’arte. L’analisi delle immagini supportata dall’intelligenza artificiale può riconoscere gli interessi dei visitatori e fornire raccomandazioni individuali. La tecnologia dei sensori intelligenti controlla l’illuminazione e il clima, risparmiando energia e proteggendo allo stesso tempo l’opera. Gli aspetti negativi? Non sono da sottovalutare. La protezione dei dati, l’eccesso di tecnologia, il pericolo che il digitale prenda il sopravvento sul cuore dell’esperienza artistica. Per questo motivo il Folkwang adotta consapevolmente un approccio misurato: Digitale sì, ma non a qualsiasi prezzo.

Un confronto internazionale mostra che istituzioni come la Kunsthaus Zürich o il Belvedere di Vienna adottano un approccio simile, ma si concentrano maggiormente su spazi digitali immersivi e formati di mediazione sperimentali. Il Folkwang rimane cauto e non vuole contrapporre architettura e tecnologia, ma piuttosto armonizzarle. La tendenza è chiaramente quella di un’esperienza museale ibrida, con l’architettura come piattaforma e non come reliquia.

Per gli architetti, i progettisti e gli operatori museali, questo significa che la comprensione tecnica sta diventando un requisito fondamentale. Chiunque progetti o gestisca un edificio museale oggi deve essere altrettanto esperto di reti, interfacce e sicurezza dei dati quanto di planimetrie, materiali e illuminazione. Il futuro del museo è digitale, ma rimane costruito.

Sostenibilità nella costruzione di musei: aspirazioni, realtà e cantieri aperti

Facciate verdi e qualche modulo fotovoltaico sul tetto: la sostenibilità nella costruzione dei musei è un campo minato di obiettivi contrastanti, economia operativa e richieste politiche. Il Museum Folkwang è un esempio emblematico delle sfide che l’architettura museale deve affrontare oggi. Da un lato, il settore dell’arte richiede le migliori condizioni climatiche possibili, standard di sicurezza e flessibilità; dall’altro, vi è una crescente pressione per risparmiare risorse, ridurre le emissioni e costruire in modo circolare. Come si concilia tutto questo?

L’ampliamento di Folkwang privilegia la luce del giorno, la ventilazione naturale e materiali durevoli come il cemento a vista, il vetro e il rovere. Ma non è esente da critiche. Il bilancio energetico di un museo rimane problematico finché le opere d’arte richiedono temperatura e umidità costanti. Gli standard delle case passive sono difficili da raggiungere, la neutralità della CO₂ è un obiettivo ambizioso a lungo termine. Tuttavia, il Folkwang mostra come sia possibile raggiungere l’equilibrio: La tecnologia intelligente dell’edificio, i sistemi di controllo adattivi e l’uso di fonti di energia rinnovabili sono ormai standard, non più optional.

I miglioramenti vengono apportati anche durante il funzionamento. La tecnologia di climatizzazione a sensori, l’illuminazione a LED e i sistemi espositivi modulari riducono il consumo energetico e i costi dei materiali. La digitalizzazione aiuta a registrare i dati operativi in tempo reale e a ottimizzare i processi. Per i progettisti e gli operatori, ciò significa che la sostenibilità non è più un optional, ma fa parte del DNA di ogni nuovo edificio museale. Chi non è al passo con i tempi rischia non solo una perdita di immagine, ma anche rischi operativi tangibili.

Nei Paesi di lingua tedesca, la situazione rimane ambivalente. Importanti attori come il Kunsthistorisches Museum di Vienna e il Kunsthaus Zürich stanno investendo massicciamente in ristrutturazioni efficienti dal punto di vista energetico e in nuove costruzioni sostenibili – ma gli edifici esistenti rimangono un cantiere. Il Folkwang stabilisce degli standard, ma la strada verso musei veramente sostenibili è ancora lunga. Molto è tecnicamente possibile, ma culturalmente e politicamente c’è ancora da recuperare. Il dibattito sul giusto equilibrio tra conservazione dell’arte e protezione del clima è tutt’altro che concluso.

Chiunque voglia progettare un’architettura museale sostenibile ha bisogno di competenze in fisica dell’edificio, tecnologia edilizia, gestione del ciclo di vita – e della capacità di moderare i compromessi. Il Museum Folkwang dimostra che la sostenibilità non è uno stato, ma un processo. Un processo che non sarà mai completamente concluso, ma che sta diventando sempre più urgente.

L’architettura come spazio per l’esperienza: tra white cube, partecipazione e visione

L’architettura museale non è solo un involucro per l’arte. È uno spazio per l’esperienza, il palcoscenico e il discorso allo stesso tempo. Il Museum Folkwang dimostra come l’architettura possa mettere in scena l’arte in modo nuovo e come i dogmi classici vengano messi alla prova nel processo. Il cubo bianco, per lungo tempo misura di tutte le cose, è improvvisamente sospettato: troppo neutro, troppo sterile, troppo poco stimolante. L’attenzione si sposta invece su formati partecipativi, spazi flessibili e allestimenti immersivi. L’architettura sta diventando uno strumento di mediazione, non più solo una cornice.

Al Folkwang, questo significa trasparenza, panorami e sequenze di stanze variabili. Il visitatore non rimane più all’esterno, ma diventa parte dell’azione. La soglia tra arte e vita quotidiana è deliberatamente sfumata. L’architettura invita i visitatori a soffermarsi, offrendo luoghi di ritiro e zone comunicative allo stesso tempo. Non si tratta di una coincidenza, ma del risultato di un nuovo atteggiamento: musei come case aperte, non come torri d’avorio. Se volete avere successo come progettisti o curatori, dovete capire e plasmare questa dinamica.

Ma c’è una fregatura. Più lo spazio è aperto e flessibile, maggiore è la sfida per l’allestimento, la sicurezza e la protezione dell’arte. Non tutte le collezioni possono tollerare la luce del giorno, non tutte le opere d’arte possono essere spontaneamente riutilizzate. Al Folkwang, l’equilibrio è raggiunto grazie a sistemi di pareti modulari, illuminazione intelligente e stretta collaborazione tra architetti, curatori e tecnici. Lo spazio diventa un co-attore, non un dittatore.

A livello internazionale, il tema è oggetto di un dibattito altrettanto controverso. I musei, da Shanghai a New York, stanno sperimentando spazi digitali immersivi, mostre pop-up e formati partecipativi. L’architettura si sta trasformando da tempio a laboratorio, da magazzino a mercato. Il Folkwang è esemplare dell’approccio europeo: non troppa spettacolarità, ma anche nessuna paura dell’innovazione. Il dibattito su quanta esperienza e quanta messa in scena debba avere un museo è aperto – ed è proprio questo che lo rende eccitante.

Per il settore, ciò significa che la sola conoscenza tecnica non è sufficiente. Chi progetta l’architettura di un museo oggi deve avere un’idea della drammaturgia, della psicologia del visitatore e del discorso sociale. Il Folkwang dimostra come l’architettura e la fruizione dell’arte possano reinventarsi, ma anche come le tendenze diventino rapidamente obsolete e come sia importante pensare fuori dagli schemi.

Il futuro del museo: visioni, dibattiti e impulsi globali

Cosa rimane dopo tutti i dibattiti, le innovazioni e i cantieri? Il Museum Folkwang è un riflesso delle grandi domande che stanno guidando l’architettura museale in tutto il mondo. Quanta tecnologia può tollerare l’arte? Dove finisce la sostenibilità e dove inizia il pragmatismo? Come può la partecipazione avere successo senza perdere il carattere dell’edificio? Le risposte sono diverse come i musei stessi, e questo è un bene. Nel discorso globale, il Folkwang rappresenta un approccio specificamente europeo: esperto di tecnologia ma non tecnocratico, aperto al cambiamento ma radicato nella tradizione.

Il ruolo dell’architettura sta cambiando radicalmente. Sta diventando un moderatore tra arte, pubblico e società. Le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, ma sollevano anche questioni di controllo, trasparenza e partecipazione. L’opportunità: i musei stanno diventando piattaforme per lo scambio, il discorso e l’apprendimento collettivo. Il pericolo: commercializzazione, eccessiva messa in scena, alienazione dall’esperienza artistica vera e propria. Il Folkwang sta navigando in questo campo di tensione, a volte con coraggio, a volte con cautela, ma sempre con ambizione.

Per gli architetti, i progettisti e i professionisti dei musei, questo significa che non è più sufficiente costruire un bell’edificio. È necessaria la capacità di pensare in sistemi complessi, di integrare processi digitali e analogici e di bilanciare conflitti di interesse economici, ecologici e culturali. L’architettura museale di domani è un campo di gioco multidisciplinare. Se si vuole sopravvivere qui, bisogna essere pronti a mettere in discussione le vecchie certezze e ad aprire nuovi orizzonti.

Un confronto internazionale mostra che mentre alcuni musei si concentrano sulla digitalizzazione radicale o sulla spettacolarità delle forme, il Folkwang rimane una casa di innovazione silenziosa ma sostenibile. Esemplifica la tendenza a non mettere in contrapposizione l’architettura e la fruizione dell’arte, ma a pensarle come un’unità. La competizione globale per l’attenzione è dura, ma alla fine è la qualità dell’esperienza sul posto che conta.

La domanda rimane: quanto futuro c’è nel museo? Il Folkwang fornisce la risposta, giorno dopo giorno, mostra dopo mostra, esperimento dopo esperimento. Chiunque voglia sapere dove sta andando il viaggio dovrebbe dare un’occhiata a Essen. E si prepari a pensare con la propria testa.

In sintesi: il Museum Folkwang è sinonimo di un’architettura museale che non vuole essere solo un involucro per l’arte. Tra cambiamento digitale, architettura sostenibile e mediazione sperimentale, il museo mostra come architettura, tecnologia e società possano interagire – se si ha il coraggio di farlo. Le sfide restano, il dibattito è aperto. Una cosa è certa: se volete sperimentare il futuro del museo, non c’è modo di evitare il Folkwang.

Andreas Mecky: visionario tra architettura e urbanistica

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Vista aerea di edifici contemporanei dipinti di bianco e sviluppo urbano, fotografati da CHUTTERSNAP.

Andreas Mecky è un nome tanto polarizzante quanto stimolante nel panorama architettonico di lingua tedesca. Tra visione e pragmatismo, tra teoria urbana e realtà costruita, Mecky si muove con l’eleganza di un funambolo, lasciando segni profondi. Ma cosa rappresenta in realtà questo visionario? Come si configura l’interfaccia tra architettura e urbanistica in un momento in cui la digitalizzazione, la sostenibilità e i cambiamenti sociali stanno ridefinendo la professione? È il momento di fare un bilancio approfondito – e di dire alcune scomode verità.

  • Andreas Mecky come forza trainante all’intersezione tra architettura, sviluppo urbano e digitalizzazione
  • La situazione attuale nei Paesi di lingua tedesca: progresso, stagnazione e richiesta di visioni
  • Trasformazione digitale: come Mecky pensa agli strumenti digitali e ai sistemi urbani
  • La sostenibilità come leitmotiv e sfida – oltre il greenwashing
  • Competenza tecnica e competenza culturale: cosa possono imparare i professionisti da Mecky
  • Il futuro della disciplina: l’architettura come arte del processo urbano
  • Critica, polemica e discorso globale: dove Mecky offende e dove ispira
  • Perché l’architettura senza urbanità è solo metà della storia

Andreas Mecky: tra utopia e realtà

Quando si incontra Andreas Mecky, raramente ci si trova di fronte a un architetto snello che recita regolamenti edilizi come fossero mantra. È molto più probabile incontrare un pensatore laterale le cui idee non rimangono mai nella zona di comfort. I suoi progetti oscillano tra spettacolari concetti urbanistici e precisi interventi architettonici, sempre con la convinzione che il singolo edificio non esista più nel vuoto. Per Mecky, l’urbanistica non è un’aggiunta, ma una condizione di base di ogni processo architettonico. In Germania, Austria e Svizzera – i cosiddetti Paesi DACH – questo modo di pensare è raramente mainstream, ma sempre più richiesto. Esiste ancora una separazione tra architettura e urbanistica, come se le due discipline fossero due pianeti lontani. Mecky, invece, è favorevole ad avvicinare le due discipline, persino a fonderle, sconvolgendo così molti orientamenti professionali.

Ciò che lo caratterizza è il suo senso del quadro generale. Mentre molti suoi colleghi si perdono nei dettagli progettuali, Mecky si concentra sulle metastrutture dei sistemi urbani. Per lui le città sono organismi viventi in cui architettura, infrastrutture, dinamiche sociali e informazioni digitali si fondono in un tessuto. Negli ultimi anni, in particolare, ha attirato ripetutamente l’attenzione con progetti e pubblicazioni che si collocano all’interfaccia tra spazi costruiti e trasformazioni urbane. Così facendo, ha toccato un nervo scoperto: le sfide del cambiamento climatico, della digitalizzazione e della frammentazione sociale richiedono nuove risposte. Mecky le fornisce, a volte per la gioia e a volte per l’orrore dei suoi critici.

Tuttavia, la realtà nei Paesi di lingua tedesca è meno affascinante. Mentre metropoli internazionali come Copenaghen, Singapore e Toronto lavorano da tempo alla città del futuro, la regione DACH rimane spesso bloccata nei piccoli dettagli. Regolamenti edilizi, interessi acquisiti ed esitazioni politiche frenano l’innovazione. Ma Mecky non sarebbe Mecky se lasciasse che questo lo scoraggi. Egli sfrutta le lacune del sistema, il potenziale creativo dell’incompiuto e il potere della provocazione per portare avanti il discorso. Il suo lavoro non è mai di consenso, ma sempre di impulso – e quindi forse è esattamente ciò di cui la disciplina ha bisogno in questo momento.

Un elemento centrale della sua metodologia è la combinazione di teoria e pratica. Mecky non è un architetto che si limita ai dibattiti accademici. Si trova a suo agio sia nella realtà costruita che nei centri di ricerca. Questo lo rende un modello di comportamento per molti colleghi, ma anche un piantagrane per alcuni. Perché chi pensa in modo radicalmente urbano deve mettere in discussione le certezze più care. Mecky lo fa con un misto di acutezza analitica e umorismo sovversivo: qualità che non piacciono a tutti, ma che tutti notano.

Alla fine, la domanda rimane: Mecky è un visionario utopico o un realista che mette il dito nella piaga? Probabilmente è entrambe le cose. È proprio per questo che vale la pena dare un’occhiata più da vicino al suo lavoro e a ciò che la disciplina può imparare da lui.

Trasformazione digitale: strumenti, sistemi e gemelli urbani

Per Mecky, la digitalizzazione non è un fine in sé, ma un mezzo per raggiungere la rilevanza urbana. Mentre molti studi di architettura stanno ancora discutendo i pro e i contro del BIM, Mecky pensa da tempo in termini di ecosistemi digitali. Per lui gli strumenti digitali non sono espedienti, ma catalizzatori di una nuova cultura della progettazione. È particolarmente affascinato dai gemelli digitali urbani, immagini digitali di intere città. Essi aprono la possibilità di comprendere lo sviluppo urbano come un processo continuo e guidato dai dati. Analisi in tempo reale dei flussi di traffico, dei dati climatici, dei flussi energetici: Per Mecky non si tratta di fantascienza, ma di innovazione urbana quotidiana. Egli invita gli architetti e gli urbanisti ad abbandonare il pensiero progettuale statico per abbracciare sistemi dinamici e adattivi.

In Germania, Austria e Svizzera, questi approcci non sono ancora arrivati ovunque. Mentre città come Zurigo e Vienna hanno lanciato progetti pilota iniziali per modelli di città digitali, in molti luoghi prevale lo scetticismo. La protezione dei dati, le responsabilità complesse e la paura di perdere il controllo rallentano lo sviluppo. Tuttavia, Mecky non vede alcun motivo di rassegnazione. Al contrario: vede nella digitalizzazione un’opportunità per superare l’inerzia del sistema. Per lui il futuro è nelle piattaforme aperte, nelle interfacce interoperabili e in una governance trasparente che coinvolga cittadini, amministrazione ed esperti.

Non va dimenticata l’influenza dell’intelligenza artificiale sulla disciplina. Mecky sta sperimentando l’apprendimento automatico per riconoscere i modelli dei flussi di movimento urbano, ottimizzare le simulazioni climatiche e supportare i processi partecipativi. Mette in guardia dalla fiducia cieca nella tecnologia. Per lui, la città digitale rimane una costruzione sociale e gli algoritmi sono validi solo quanto i dati con cui vengono alimentati. È ben consapevole del pericolo della distorsione algoritmica, dell’esagerazione tecnocratica dei modelli urbani. La sua risposta: i sistemi digitali devono rimanere spiegabili e controllabili. Per Mecky la trasparenza non è un’opzione, ma un requisito fondamentale per l’innovazione urbana.

La realizzazione pratica di questa visione è tutt’altro che banale. Gli standard tecnici sono carenti, la formazione degli specialisti è in ritardo e i budget per la trasformazione digitale sono spesso ridicolmente bassi. Mecky chiede quindi un riorientamento radicale: l’architettura deve considerarsi un sistema operativo urbano, un’interfaccia tra tecnologia, società e spazio. Chiunque ignori questo aspetto diventerà una comparsa in un mondo che da tempo è stato plasmato da altre discipline.

Mecky non è quindi un outsider nel discorso globale. Piuttosto, si unisce alla schiera di pensatori all’avanguardia che stanno ridefinendo l’urbanità come progetto digitale, sociale ed ecologico. La sua voce è scomoda, ma necessaria, soprattutto in un ambiente che spesso confonde l’innovazione con il rischio.

Sostenibilità al di là delle frasi vuote: Il realismo radicale di Mecky

Quasi nessun altro termine in architettura è così logoro come sostenibilità, e quasi nessun architetto se ne rende conto in modo così intransigente come Andreas Mecky. Per lui la sostenibilità non è un’etichetta, ma un atteggiamento. Non inizia con la scelta del materiale isolante, ma con la domanda su come le città funzionino come sistemi resilienti e adattivi. Mecky chiede che il ciclo di vita degli edifici e dei quartieri sia inteso come un processo dinamico: Dalla scelta dei materiali e dei flussi energetici all’uso successivo e al metabolismo urbano. Tutto è interconnesso, tutto si influenza a vicenda. L’obiettivo: una città che non solo funziona meno male, ma fondamentalmente meglio.

Soprattutto nei Paesi di lingua tedesca, questo modo di pensare ha i suoi limiti. Sebbene esistano innumerevoli certificati, standard e programmi di finanziamento, l’attuazione si ferma spesso a metà strada. Mecky critica la tendenza al greenwashing, in cui la sostenibilità diventa una foglia di fico per metodi di costruzione tecnicamente superati. Chiede un esame onesto degli obiettivi contrastanti della disciplina: quanto è realistica la conservazione delle risorse? Quali sono le conseguenze sociali dello sviluppo urbano sostenibile? E come può la digitalizzazione aiutare a ottenere guadagni di efficienza reali, invece di produrre solo belle relazioni?

Mecky vede un problema centrale nella mancanza di interdisciplinarità. Per lui, l’architettura sostenibile non è il risultato di decisioni individuali, ma un processo collettivo. Ingegneri, urbanisti, scienziati sociali, esperti di informatica: tutti devono collaborare. Questa cooperazione è spesso carente nella pratica della pianificazione, soprattutto nella regione DACH. Mecky si affida quindi a workshop aperti, piattaforme di collaborazione digitale e nuovi formati di partecipazione per far uscire la disciplina dalla sua zona di comfort.

Tecnicamente, l’approccio richiede molto ai professionisti. Chiunque voglia costruire in modo sostenibile nel senso di Mecky deve avere familiarità con le analisi del ciclo di vita, i passaporti digitali dei materiali, la gestione dell’energia urbana e i processi partecipativi. Le richieste alla professione sono in aumento, e questo è un bene. Per Mecky, il tempo degli specialisti è finito. Servono generalisti di spessore, che abbiano in mente il quadro generale e combinino l’eccellenza operativa con il pensiero visionario.

In definitiva, per Mecky la sostenibilità rimane un’imposizione radicale. Costringe la disciplina a reinventarsi, al di là dei certificati e delle campagne di immagine. Se non vi piace, fareste meglio a cercare un’altra professione. La città del futuro non sarà costruita, ma sviluppata come sintesi ecologica, sociale e tecnologica delle arti.

L’architettura come arte del processo urbano: nuove competenze, nuova etica

Quando Andreas Mecky parla del futuro dell’architettura, sembra che non si tratti tanto di architettura quanto di gestione dei processi urbani. Per lui, l’architetto di domani non è più un progettista solitario, ma un moderatore, un mediatore, un codificatore, uno scienziato sociale e un imprenditore. Considera superata l’idea classica del geniale lupo solitario. Chiede invece una nuova generazione di professionisti che combinino competenze digitali, intelligenza sociale e conoscenze tecniche dettagliate. Sembra un po‘ troppo, ma secondo Mecky si tratta di un’idea attesa da tempo. La realtà urbana è troppo complessa per essere gestita con gli strumenti del XX secolo.

La competenza tecnica è solo metà della battaglia. Chiunque sviluppi città oggi deve anche negoziare questioni culturali ed etiche. Chi possiede il gemello digitale? Chi controlla i dati? Come si può garantire la giustizia algoritmica? Mecky chiede che architetti e urbanisti non diventino solo tecnici, ma anche etici. Devono assumersi la responsabilità delle conseguenze sociali dei loro progetti e dei rischi associati alla digitalizzazione. Ciò richiede coraggio, volontà di imparare e capacità di avventurarsi in un territorio sconosciuto.

In pratica, questo significa un cambio di paradigma. Invece di processi di pianificazione lineari, sono necessari metodi agili, piattaforme aperte e partecipazione iterativa. Mecky si affida al design thinking, ai laboratori urbani e alle simulazioni partecipative per mantenere agile la disciplina. Per alcuni tradizionalisti questo potrebbe essere un aspetto troppo positivo. Ma le esigenze dell’architettura e dello sviluppo urbano stanno crescendo rapidamente e chi non le affronta sarà superato. Mecky non vede questo come una minaccia, ma come una liberazione: la disciplina può finalmente fare ciò per cui è sempre stata pensata: creare spazi che non solo resistono al cambiamento, ma lo modellano.

I critici accusano Mecky di pretendere troppo e di mostrare scarsa considerazione per i vincoli della pratica. Ma è proprio qui che risiede la sua forza. Egli ricorda alla disciplina la sua responsabilità e che la vera innovazione non è mai conveniente. Chiunque si confronti con il pensiero di Mecky conosce l’architettura come arte del processo: aperta, adattabile, imprevedibile e sempre all’avanguardia.

Nel confronto internazionale, questo approccio è da tempo all’avanguardia. Uffici, start-up e amministrazioni cittadine attive a livello globale si affidano a team ibridi, processi decisionali basati sui dati e nuove forme di collaborazione. La regione DACH ha un certo ritardo da recuperare, ma anche un enorme potenziale. Mecky mostra come si può fare. L’unica domanda è se la disciplina sia pronta a seguirne l’esempio.

Critiche e controversie: Mecky nel discorso globale

Nessun visionario è privo di contraddizioni: questo vale anche per Andreas Mecky. Il suo appello all’urbanità radicale, alla trasformazione digitale e alla responsabilità sociale non è accolto con entusiasmo ovunque. Soprattutto in Germania, dove le tradizioni di pianificazione sono profondamente radicate e il cambiamento è spesso visto con sospetto, Mecky è considerato un enfant terrible. Polarizza con le sue teorie, provoca con i suoi progetti e fa uscire gli esperti dal loro guscio. Alcuni lo accusano di mettere a repentaglio il consenso sociale, altri considerano le sue visioni elitarie o irrealistiche. Ma Mecky prende tutto con buon umore. Per lui, ogni controversia è un indicatore di quanto sia urgente rinnovare il discorso.

Un confronto internazionale, in particolare, mostra quanto siano importanti questi impulsi. Mentre città come Singapore, Toronto ed Helsinki lavorano da tempo su modelli di città partecipative e basate sui dati, la regione DACH fatica ad aprirsi. Mecky utilizza il discorso globale come catalizzatore: porta le best practice internazionali nel contesto di lingua tedesca, traduce le tendenze in soluzioni locali e sfida il settore a ripensarsi. I suoi progetti non sono mai copie, ma risposte indipendenti alle domande del nostro tempo.

Il ruolo della digitalizzazione rimane un particolare punto di discussione. Mecky mette in guardia dalla commercializzazione dei modelli urbani, dalla logica della scatola nera degli algoritmi e dal rischio che gli spazi pubblici siano controllati dai fornitori di software. Sostiene la necessità di piattaforme urbane aperte, la sovranità dei dati e il controllo democratico delle infrastrutture digitali. In questo modo, tocca un nervo scoperto, perché la fiducia nei sistemi digitali è ancora spaventosamente bassa nella regione DACH.

Nonostante le critiche, Mecky rimane ottimista. Non vede le polemiche come un ostacolo, ma come un motore. La sua visione: un’architettura che pensa urbano, agisce digitale e si assume la responsabilità sociale. Sembra molto, ma forse è l’unica risposta alle sfide del presente.

Alla fine, non resta che dirlo: Mecky non è un guru, ma una fonte di ispirazione. Sta costringendo la disciplina a posizionarsi – e in tempi di sconvolgimenti globali, questo è forse il compito più importante di tutti.

Conclusione: Mecky e il futuro dell’architettura – l’urbanità come imperativo

Andreas Mecky è il portavoce di un’architettura che non si accontenta più di belle facciate e di piani intelligenti. Egli sfida la disciplina a pensare al quadro generale: urbanità, digitalizzazione, sostenibilità e responsabilità sociale come unità inscindibili. La sua visione è scomoda, il suo approccio radicale – e proprio per questo è indispensabile. Nei Paesi di lingua tedesca, la sua voce è un campanello d’allarme per un settore che rischia di rimanere indietro. Chiunque segua Mecky impara che il futuro dell’architettura non sta nel ripiegamento su singoli edifici, ma nel passaggio all’arte del processo urbano. E chi pensa ancora che questo sia utopico, dovrebbe urgentemente aggiornarsi o riqualificarsi subito.

«Terzo luogo sociale»: l’Espace Ambroise Croizat a Montpellier

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Foto: © Luc Boegly.
Foto: © Luc Boegly.

Tra i quartieri di Arceaux e Figuerolles, TAUTEM Architecture ha trasformato l’ex Centre d’Expérimentations et d’Innovation Sociale (CEIS) in un nuovo “terzo luogo” sociale: l’Espace Ambroise Croizat. Il progetto dimostra come una trasformazione attenta del patrimonio edilizio esistente possa portare a un’architettura all’insegna della solidarietà, dell’inclusione e della resilienza climatica mediterranea, ponendo così un punto di riferimento per lo sviluppo urbano sociale in Francia.

Un nuovo «terzo luogo» sociale per Montpellier

L’Espace Ambroise Croizat è concepito come un «tiers-lieu sociale et numérique» aperto, inclusivo e sereno. Riunisce offerte per l’inclusione sociale, professionale e digitale: spazi di consulenza, un digitale, spazi comuni per l’incontro e lo scambio.

  • «Chez Ambroise»: emporio solidale con prodotti locali a prezzi differenziati, per promuovere la diversità sociale e contrastare la stigmatizzazione.
  • Cucina didattica per laboratori di cucina partecipativi.
  • «Sophie Lagrèze»: orto comunitario come luogo di diversità sociale, alimentazione sostenibile e contatto con la natura.
  • Superficie utile: 1.370 m²; giardino: 1.205 m².
  • Costi di costruzione: 3,6 milioni di euro più IVA.
  • Team di progetto: TAUTEM Architecture (direzione, architettura d’interni, arredamento, segnaletica).archdaily+1
  • Concorso: 2021; Costruzione: Fase 1 (2022) bonifica dall’amianto e demolizione; Fase 2 (2023–2026); Completamento: 2026.
  • Perché questo progetto è importante per la pratica professionale

    L’Espace Ambroise Croizat dimostra come un «terzo luogo» sociale possa conferire dignità attraverso precisi mezzi architettonici: preservando la memoria legata al luogo, utilizzando materiali sostenibili dal punto di vista climatico e creando un ordine spaziale che favorisca l’incontro senza esporre. Per i progettisti, i comuni e gli enti promotori, il progetto rappresenta un caso di riferimento su come sia possibile coniugare la logica del patrimonio esistente, le infrastrutture sociali e gli obiettivi BEPOS in una città mediterranea – senza pathos, ma con un approccio chiaro.

    HOAI 2013: riduzione delle tariffe

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    I piani di tutela del paesaggio per gli interventi nel paesaggio spesso non sono adeguatamente remunerati ai sensi dell'HOAI 2013.

    Meno anziché più per gli onorari dei piani di tutela del paesaggio: in seguito alla nuova regolamentazione degli onorari dei piani di tutela del paesaggio nell’ambito dell’HOAI 2013, i progettisti si trovano spesso ad affrontare riduzioni significative degli onorari. Gesa Loschwitz ha chiesto a Peter Hermanns quali sono i problemi legati al regolamento sugli onorari e come affrontarli in qualità di parte interessata. Hermanns è socio dello studio Trüper Gondesen Partner Landschaftsarchitekten di Lubecca. È anche capo della commissione di esperti per la pianificazione del paesaggio presso l’AHO (Comitato degli Ordini e delle Camere degli Ingegneri e degli Architetti per la struttura degli onorari).

    La HOAI 2013 contiene per la prima volta una disposizione relativa alle tasse per i piani di tutela del paesaggio (LBP). Tuttavia, la sua applicazione comporta dei problemi. Perché?
    Se il regolamento sulle tariffe viene applicato secondo la HOAI 2013, spesso si verificano perdite di tariffe rispetto alla procedura prevista dalla HOAI 2009. Nella HOAI 2013, infatti, sarebbe stato necessario aumentare significativamente le tariffe per i LBP rispetto alla HOAI 2009.

    Come è nata la nuova tabella delle tariffe della HOAI 2013?
    Quando la HOAI è stata modificata, la necessità di adeguare le tariffe per la LBP è stata dapprima determinata da esperti ed è stata elaborata una tabella tariffaria separata basata sul calcolo delle tariffe in base alle unità di fatturazione. La tabella dei canoni doveva poi essere convertita nel calcolo dei canoni in base alla superficie in ettari. Tuttavia, gli esperti del Ministero federale dell’Economia e dell’Energia (BMWi) si sono occupati di questo passaggio solo molto tardi. C’era ancora molto da discutere tra gli esperti, i rappresentanti dei committenti e degli appaltatori su quale fattore fosse appropriato per il passaggio. La bozza di gabinetto del 25 aprile 2013 conteneva sorprendentemente una versione della tabella dei corrispettivi che differiva di un fattore 4 dalla proposta degli esperti, che si basava su una conversione delle unità di fatturazione in superficie utilizzando un fattore di 1:1.000. I compensi sono stati quindi ridotti del 75% nella bozza del Gabinetto.

    Cosa significa in pratica?
    La nuova tabella degli onorari è quindi al di sotto dell’indiscutibile necessità di adeguamento degli onorari per la LBP, in alcuni casi in misura drastica. In molti casi, l’applicazione di questa tabella comporta addirittura una perdita di onorari rispetto alla HOAI 2009. D’altra parte, l’applicazione della nuova tabella degli onorari comporterà onorari inappropriati ed eccessivi per alcuni progetti.

    La BDLA vi ha commissionato uno studio sulle tariffe per la LBP al fine di determinare con esattezza i problemi. Quali sono stati i risultati?
    In molti casi, una delimitazione appropriata delle aree di pianificazione, basata su questioni rilevanti per la pianificazione, non si traduce in tariffe adeguate. Considerata l’indiscutibile necessità di adeguare gli onorari, ciò comporta perdite di onorari di gran lunga superiori al 40-60%. In questo modo, nella maggior parte dei casi non è possibile determinare compensi adeguati.

    La maggior parte delle LBP per i progetti di costruzione di strade veniva assegnata in precedenza alla zona tariffaria I (livello normale), e anche in questo caso quasi esclusivamente all’aliquota minima. A quanto pare, le caratteristiche e i punti di valutazione per la determinazione della zona e dell’aliquota sono stati completamente ignorati.Il confronto delle tariffe mostra chiaramente che la tabella delle tariffe per la LBP occupa una posizione particolare. Per quanto riguarda i diversi tipi di progetti, si tratta di una tabella „tuttofare“. Il nuovo regolamento per il calcolo delle tariffe non rende giustizia a questo aspetto.

    I risultati dettagliati dello studio di Heike Aust e Peter Hermanns sono disponibili in formato pdf presso la BDLA.

    Secondo lei, cosa dovrebbe essere cambiato e quando potrebbe accadere?
    Una soluzione al problema è possibile solo attraverso una „modifica riparatrice“ dell’articolo 31 HOAI, ma non è prevedibile a breve termine.La Commissione di esperti in pianificazione paesaggistica dell’AHO ritiene che si debba utilizzare la tabella delle tariffe contenuta nella bozza del rapporto BMWi. A differenza del regolamento attuale, questo renderebbe giustizia ai piani di tutela del paesaggio per gli interventi non lineari, ad esempio nel caso dell’estrazione di suolo e dello sviluppo in aree esterne. Se i costi di pianificazione per gli interventi di grande lunghezza sono sproporzionati rispetto alla tassa LBP determinata di conseguenza, una clausola di apertura corrispondente potrebbe anche consentire un accordo di tassa libera, ad esempio per i progetti nella costruzione di strade statali. Il legislatore ha già ritenuto possibile una regolamentazione derogatoria in ambiti analoghi. La Sezione 44 (7), ad esempio, consente un onorario inferiore a quello minimo in casi eccezionali analoghi per le opere di ingegneria civile.

    Come potrebbero procedere ora appaltatori e committenti?
    Può essere deprimente, ma nel „corsetto stretto“ delle attuali disposizioni della Sezione 31 HOAI, non è possibile individuare una soluzione conforme alla HOAI. I committenti e gli appaltatori dovrebbero concordare congiuntamente un calcolo adeguato degli onorari, individualmente o tramite convenzioni delle rispettive amministrazioni contrattuali, al fine di ottenere la remunerazione più adeguata possibile. Ciò include anche chiare specifiche per la categorizzazione nella rispettiva zona di onorario e le relative aliquote nella procedura di aggiudicazione. Ciò può essere determinato oggettivamente in base alle caratteristiche e ai punti di valutazione di cui all’art. 31 (3) e (4) HOAI e non è soggetto alla categorizzazione competitiva dei partecipanti al mercato. Nel definire l’area di pianificazione in base agli aspetti rilevanti per la pianificazione, sarà importante tenere d’occhio anche l’adeguatezza, per non mettere a rischio la necessaria qualità della fornitura di servizi in questo senso.

    Pavillon de la Tunisie. Immagine: 11h45

    Un padiglione tunisino nel Bois de Vincennes è un’eredità dell’Esposizione coloniale di Parigi del 1907. Ora il cimelio coloniale è stato convertito per un’istituzione dedicata allo sviluppo.

    Le mostre coloniali ed etnologiche erano un fenomeno tipico dell’imperialismo europeo. Vi si esponevano manufatti, architetture e prodotti, per lo più provenienti dai rispettivi territori coloniali di uno Stato europeo. Non era raro che i membri dei gruppi etnici colonizzati presentassero al pubblico stralci della propria cultura. Questo tipo di esposizione ci appare oggi strano e offensivo, ma godeva invece di grande popolarità nel periodo precedente la Seconda guerra mondiale.

    Nel 1907, la Société Française de Colonisation organizzò una mostra coloniale di questo tipo nel Bois de Vincennes a Parigi, con un padiglione tunisino. La società aveva già fondato lì il „Giardino dell’agricoltura tropicale“ nel 1899. L’obiettivo della mostra era quello di far conoscere al pubblico la diversità delle colonie francesi. Padiglioni e „villaggi“ erano dedicati alle regioni coloniali più importanti e ne imitavano l’architettura. Attori reclutati dai rispettivi Paesi „animavano“ la scenografia.

    Dopo la fine dell’esposizione, la vita è tornata nei padiglioni. Durante la Prima guerra mondiale, gli edifici servirono da ospedale militare per i soldati francesi delle colonie. Un memoriale nel giardino ricorda ancora oggi i caduti dell’impero coloniale francese. Dopo la chiusura dell’ospedale militare, il giardino cadde gradualmente in un sonno profondo. Gli edifici eretti per l’esposizione coloniale caddero gradualmente in rovina.

    Nel 2003, la città di Parigi ha rilevato il sito dallo Stato francese e ha riaperto al pubblico il padiglione tunisino. A differenza dell’esposizione coloniale, molto più grande, che si tenne dall’altra parte del Bois de Vincennes nel 1931, la maggior parte dei padiglioni si è conservata fino ad oggi. Sono una straordinaria testimonianza del colonialismo europeo. Lo studio di architettura Atelier Aconcept di Évry-Courcouronnes ha ora restaurato e ampliato il padiglione tunisino dell’esposizione coloniale del 1907.

    Il padiglione tunisino è costituito da un edificio centrale originale a pianta quadrata. Ognuno dei quattro lati è adiacente a un’ala dell’edificio. Si tratta di tre ali rettangolari longitudinali e di un breve ampliamento. Quest’ultimo ha una superficie inferiore alla metà di quella degli altri tre annessi. Nell’ambito dei lavori di costruzione è stato ampliato fino a raggiungere le dimensioni delle tre grandi ali.

    L’edificio, ora bianco e splendente, è un ibrido tra l’architettura espositiva europea e le scenografie tunisine. Oltre alle piastrelle ornamentali applicate alla facciata, la piccola cupola finestrata che corona l’edificio centrale è un riferimento alla tradizione architettonica islamica. Al contrario, l’Atelier Aconcept ha chiaramente distinto il progetto del nuovo ampliamento. Ha creato un’intercapedine di vetro tra l’edificio esistente e l’ampliamento. Inoltre, un traliccio di legno sull’ampliamento stesso ombreggia le grandi aperture delle finestre.

    All’interno, il padiglione ospita un nuovo ristorante e uffici, oltre a una sala polivalente e ai necessari locali accessori. Il padiglione tunisino è ora utilizzato dal „Centro internazionale di ricerca agricola per la cooperazione allo sviluppo“, che si trova accanto al Giardino dell’agricoltura tropicale. Questa istituzione, fondata nel 1984, ha l’obiettivo di continuare lo scambio su questioni agricole con il Sud del mondo senza le premesse del colonialismo.

    Sempre in colore chiaro e a Parigi, l’architetto Jean-Christophe Quinton ha costruito un edificio residenziale con una facciata in pietra arenaria dal design elaborato. Per saperne di più su questi appartamenti popolari a Parigi, cliccate qui.

    La concorrenza tra le università australiane è feroce. Si contendono i ricchi studenti stranieri, un’importante fonte di reddito. La Monash University di Melbourne vuole guadagnare punti con i suoi spazi universitari e ha riprogettato il suo campus a Caulfield. L’aspetto interessante è che i progettisti della T.C.L, che hanno sviluppato il campus, si sono messi in gioco.

    Questo perché la T.C.L. riteneva che il progetto dei progettisti attuali non rendesse abbastanza onore allo spazio aperto. L’università si è trovata d’accordo con loro e li ha incaricati di sviluppare un masterplan dello spazio aperto. E così la trasformazione è proseguita:

    Un nuovo territorio di pianificazione

    Con il masterplan, l’università ha aperto un nuovo terreno di pianificazione. Tradizionalmente, in Australia le università possiedono solo gli edifici: i terreni circostanti sono visti come aree esterne associate, il che porta inevitabilmente a spazi aperti pubblici poco attraenti e scollegati. „In qualità di consulenti dell’università, abbiamo raccomandato che ogni nuovo edificio da costruire fosse considerato nel contesto del masterplan, ovvero che fossero gli spazi aperti accessibili al pubblico a determinare la posizione dell’edificio e il suo collegamento con l’area circostante, e non il contrario“, afferma Lethlean, uno dei tre fondatori di T.C.L. Il risultato è stato un campus convincente.

    Il Campus Green, il grande prato al centro, funge da principio organizzatore. L’area è intersecata da due assi pedonali. Nell’ombreggiata sezione settentrionale, i progettisti hanno integrato campi da basket, reti da pallavolo e tavoli da ping pong in un’opera d’arte di grandi dimensioni: scritte bianche su una superficie di plastica blu. TCL l’ha sviluppata insieme all’artista Agatha Gothe-Snape, raccomandata dalla Monash University School of Art Design and Architecture (MADA). L’opera d’arte non solo permette a studenti e docenti di fare attività fisica, ma stimola anche risposte psicologiche grazie a scritte e linee grafiche posizionate in modo mirato. Tuttavia, è praticamente impossibile per una persona in piedi sul pavimento riconoscere i segni come un’opera d’arte. L’opera d’arte può essere meglio compresa se osservata dall’alto, dai grattacieli circostanti.

    È possibile leggere l’articolo completo sul progetto del campus nel numero di dicembre 2017 di Garten + Landschaft.

    BAU 2023 – I nostri punti di forza

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    Lo stand Solarlux progettato secondo il principio delle "4R", Malik Pahlmann per Solarlux.

    A BAU 2023 tutto ruotava intorno all'edilizia sostenibile e orientata al futuro, come qui allo stand Solarlux. Foto: Malik Pahlmann per Solarlux

    Si è svolta a metà aprile l’edizione di quest’anno di BAU 2023, la fiera leader a livello mondiale per l’architettura, i materiali e i sistemi. In anticipo, abbiamo raccontato qui i temi chiave della fiera, le condizioni generali e l’offerta di BAU. Ora guardiamo indietro all’evento e riveliamo i nostri punti salienti.

    Dopo una pausa di oltre quattro anni dovuta alla pandemia, BAU 2023, la fiera leader mondiale per l’architettura, i materiali e i sistemi, ha aperto i battenti ad aprile. L’evento ha attirato circa 190.000 visitatori nel centro espositivo a est di Monaco. Si tratta di circa il 20% in meno rispetto a BAU 2019 e gli scioperi dei trasporti pubblici potrebbero essere responsabili del fatto che l’ambizioso obiettivo di 200.000 visitatori è stato mancato di poco. Le sfide poste dalla crisi energetica, dalla guerra e dalla catastrofe climatica sono stati argomenti di conversazione onnipresenti nel 2023. Questo dimostra quanto Messe München abbia scelto i temi chiave della fiera BAU 2023, che ruotano attorno alla questione più esplosiva e attuale del nostro tempo: come realizzare un’edilizia rispettosa del clima e orientata al futuro? Per questo è stato ancora più piacevole e importante trovare soluzioni di sostenibilità in quasi tutti gli stand degli espositori. Abbiamo dato un’occhiata in giro e abbiamo riassunto qui i nostri punti salienti.

    Allo stand dello specialista di maniglie per porte FSB, l’attenzione era rivolta al colore. Per essere più precisi: il sistema di colori che Le Corbusier ha sviluppato per la sua architettura a partire dagli anni Trenta. La particolarità è che tutte le 63 tonalità di colore possono essere utilizzate insieme e ogni combinazione risulta armoniosa. Poiché la rete del marchio, che utilizza la tavolozza dei colori „Les Couleurs Le Corbusier“ su licenza, comprende anche aziende come il produttore di interruttori Jung e il produttore di finestre e porte Heroal, le combinazioni possibili nella progettazione degli interni sono ormai innumerevoli.

    Uno stand che si è distinto è stato quello di Südtirol.Stein. L’azienda estrae il granato gneiss della Passiria e l’arenaria del Möltner dalle proprie cave. Ma Südtirol.Stein lavora anche il materiale naturale proveniente da altre cave attive in Alto Adige. E l’attenzione è sempre rivolta a questo materiale. L’unicità, la diversità e la bellezza del colore e della struttura, il fascino della composizione geologica del materiale e quindi anche del nostro ambiente colpiscono l’azienda e risvegliano in noi una passione continua.

    Un’enorme pigna calpestabile adornava lo stand di Fundermax. Mentre all’esterno si poteva ammirare l’ampia gamma di prodotti dell’azienda austriaca, l’interno fungeva da padiglione informativo. Oltre alla grande pigna, era facile non notare un secondo elemento di spicco, anche perché veniva costantemente sollevata dal suo accattivante piedistallo illuminato: In collaborazione con lo studio di architettura Snøhetta, attivo a livello internazionale, Fundermax ha sviluppato delle innovative scatole di presentazione per la linea di prodotti Exterieur 2.3, che sono state ben accolte al Bau.

    Il prossimo BAU si terrà dal 13 al 18 gennaio 2025 a Monaco. Fino ad allora, ci saranno opportunità per scambiare idee e scoprire soluzioni e prodotti digitali nel settore delle costruzioni alla conferenza digitalBAU + networking 2023 (dal 4 al 6 luglio 2023, Monaco di Baviera) e digitalBAU 2024 (dal 20 al 22 febbraio 2024, Colonia).

    Se tutto questo è troppo tecnico per voi, potete leggere qui tutte le informazioni sulla Biennale di Architettura 2023 a Venezia sul tema „Future Lab“.

    La fabbrica di mattoni Hagemeister di Münsterland ha presentato al BAU 23 un nuovo sistema di rivestimento in mattoni. La particolarità: Il sistema funziona senza malta. Ciò significa che la muratura può essere completamente smontata senza essere distrutta. I mattoni utilizzati possono essere riutilizzati senza ulteriori lavorazioni. Per lo sviluppo, Hagemeister ha collaborato con Drystack dei Paesi Bassi, che ha fornito un elemento di collegamento non adesivo in vinile. Gli incavi del mattone si adattano esattamente alle borchie della rete vinilica. In un’ulteriore collaborazione, Hagemeister ha sviluppato ulteriormente il sistema in una „parete di circolazione“. La parete di circolazione è una parete esterna a tutti gli effetti, completamente riciclabile. L’azienda TRIQBRIQ produce una parete portante in legno massiccio, il cui materiale proviene da case smantellate dall’azienda Concular. La muratura fornisce protezione dagli agenti atmosferici all’esterno, mentre l’interno è rivestito con pannelli di argilla.

    I parcheggi che aumentano la densità, i parcheggi verticali o i parcheggi per biciclette sono argomenti che tendono a svolgere un ruolo subordinato e spesso secondario quando si parla di edilizia sostenibile. Almeno tra gli architetti. G+L 2023 dimostra che le cose stanno cambiando sempre di più – e in modo pionieristico – per gli architetti che si occupano di pianificazione urbana con due numeri. Il numero di febbraio si occupa della città ciclabile, mentre il numero di maggio, in uscita in questi giorni, cerca idee per i parcheggi – soprattutto per le auto – in città. Se vogliamo realizzare un’edilizia rispettosa del clima e orientata al futuro, come suggerito da BAU 2023, qualcosa deve cambiare per quanto riguarda i parcheggi. Wöhr, azienda specializzata in sistemi di parcheggio, ha già soluzioni per questo nella sua gamma di prodotti. Wöhr vuole plasmare la „città del futuro“ con i suoi prodotti e concetti – e sta facendo un passo avanti nel processo.

    55 anni fa, Arne Jacobsen progettò i primi rubinetti VOLA – il rubinetto HV1 e il miscelatore 111 – per la Banca Nazionale Danese. La particolarità non è solo il design funzionalista e il fatto che le parti meccaniche del miscelatore modulare potevano essere nascoste nella parete, ma anche il colore. È stata la ciliegina sulla torta del design. E oggi? Questo colore vintage è (ancora/di nuovo) attuale. Allo stand VOLA, l’installazione per l’anniversario era altrettanto affascinante delle versioni colorate e metalliche.

    L’azienda danese bg byggros punta in alto con il suo nuovo prodotto, anche lontano dalla fiera. Green-it Vertical è la facciata verde vivente del futuro – secondo quanto dichiarato. Il nuovo sistema di facciata consiste in un „elemento di crescita“ modellato e appositamente sviluppato in materiali naturali, che può essere interamente o parzialmente piantumato. I singoli elementi sono coordinati tra loro in modo che, da un lato, agiscano come una superficie continua che conduce acqua e sostanze nutritive, consentendo una crescita ottimale delle piante e, dall’altro, rispondendo alle caratteristiche strutturali dell’architettura. All’esterno, un materiale frontale – dove visibile – personalizza il design finale della facciata. L’aspetto rilevante per il futuro, o meglio per il presente, è che questa facciata può essere utilizzata sia per i nuovi edifici che per le aggiunte agli edifici esistenti. bg byggros ha sviluppato il concetto con gli architetti di Henning Larsen, tra gli altri.

    Solarlux di Melle ha presentato al Bau una serie di interessanti innovazioni. Ad esempio, l’azienda ha reinterpretato la tradizionale finestra a cassonetto. Il motivo era un progetto in cui si doveva trovare una soluzione nell’ambito di una ristrutturazione della facciata in cui le vecchie finestre in vetro isolante esistenti dovevano essere mantenute, pur ottenendo miglioramenti termici. La soluzione: una struttura metallica è stata posizionata davanti alla finestra esistente per ospitare una finestra pieghevole in tre parti.

    Lo stand Solarlux è stato entusiasmante almeno quanto i nuovi prodotti. Seguiva completamente il concetto delle „4R“: Riutilizzare, Rifiutare, Ridurre, Riciclare. Gran parte dello stand, interamente in legno, sarà riutilizzato nelle prossime fiere. Si è rinunciato alla moquette e ai rivestimenti per pavimenti non riutilizzabili, così come alle vernici e agli intonaci. Le strutture in legno sono unite tra loro con il minimo di connettori necessari e possono essere ripiegate in modo compatto. Invece di 10 camion come in precedenza, lo stand espositivo può essere trasportato con 3 camion. Parte del legno utilizzato per realizzare lo stand è legno di scarto della produzione. Al contrario, le parti dello stand che non sono più necessarie possono essere reinserite nella produzione.

    Cimitero di Luisenstädt

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    Un cimitero non è solo un luogo di sepoltura. Molti sono anche spazi per passeggiate contemplative nel contesto di manufatti culturali e di uno specifico scenario naturale ad alto valore ecologico. Poiché oggi molti cimiteri sono sottoposti a una forte pressione economica, ci si chiede se il potenziale di questi usi e qualità „secondari“ possa contribuire a formulare una nuova attrattiva come luogo di sepoltura.

    Nel cimitero Luisenstädtischer Friedhof di Berlino-Kreuzberg, su una superficie totale di 2,6 ettari, ci sono attualmente solo poche tombe in custodia. Negli ultimi anni non c’è stata alcuna richiesta di nuove sepolture. Al contrario, il cimitero è al centro di diversi interessi sociali. Deve essere conservato come monumento-giardino ed è di grande importanza ecologica per la sua ricchezza di strutture. Molti abitanti della zona apprezzano il cimitero come spazio aperto con un’atmosfera speciale caratterizzata da natura, cultura, tranquillità e transitorietà.

    L’obiettivo del progetto di relais Landschaftsarchitekten è formulare il significato urbano del cimitero Luisenstädtischer Friedhof in termini culturali, ecologici e sociali attraverso una valorizzazione creativa. A tal fine, relais ha specificato i motivi esistenti e ha definito un programma di gestione della manutenzione. I siti tombali senza protezione del monumento e senza diritti di utilizzo della tomba sono stati ripuliti. Un obiettivo fondamentale è stato quello di rafforzare la struttura della vegetazione come elemento di organizzazione spaziale. È stata rimossa la vegetazione legnosa per esporre le strutture dei viali e i gruppi di alberi più importanti ed è stata ripristinata la struttura chiusa delle piante dei viali. Oltre alla struttura regolare dei viali principali, è stato creato un sistema di sentieri erbosi e radure falciate in linea con la topografia, riprendendo i precedenti percorsi informali attraverso i quartieri del cimitero. Questa gestione differenziata della manutenzione contribuisce alla conservazione e allo sviluppo delle aree prative ricche di specie.

    Rafforzare il cimitero come spazio aperto

    Questi prati definiscono anche aree ricreative all’aperto. Le offerte differenziate sono costituite da posti a sedere liberi, che possono essere utilizzati per la ricreazione, le funzioni funebri all’aperto e gli eventi. Per intensificare l’atmosfera, relais ha installato un bacino per l’acqua piovana in uno degli spazi del prato. Il bacino mette in scena i processi atmosferici, offre prospettive visivamente attraenti con la sua superficie riflettente e ha un effetto favorevole sul microclima. Queste misure progettuali sono considerate un quadro di riferimento per varie forme di nuove opzioni di sepoltura.

    In questo modo si rafforza il profilo del cimitero come spazio aperto. Ciò può contribuire alla continuazione dell’uso del cimitero o fornire un impulso iniziale per futuri processi di conversione.

    Committente: Associazione cimiteriale evangelica del centro di Berlino
    Architetto paesaggista: relais Landschaftsarchitekten
    Pianificazione: fase di servizio 1-9 secondo il § 39 HOAI
    Completamento: 2019
    Superficie: 26.000 metri quadrati

    Maggiori informazioni sulla progettazione dei cimiteri in G+L 03/2020.

    Londra vuole migliorare la qualità dell'aria e della vita in città con l'aiuto della Low Emission Zone e della Congestion Charge. Foto: David Hawgood, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia

    Londra vuole migliorare la qualità dell'aria e della vita in città con l'aiuto della Low Emission Zone e della Congestion Charge. Foto: David Hawgood, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia

    La capitale britannica ha esteso la sua Ultra Low Emission Zone a tutti i distretti. Ciò significa che in futuro quasi 700.000 veicoli che attualmente viaggiano a Londra non potranno più entrare in città se non rispettano rigorosi standard ambientali. Per saperne di più sull’estensione della zona e sulle critiche ad essa associate.

    Dal 28 agosto 2023, l’intera città di Londra è una zona a bassissime emissioni (ULEZ). Ciò significa che solo i veicoli che soddisfano determinati standard di emissione possono entrare gratuitamente nella capitale. Circa 690.000 veicoli che circolano regolarmente sulle strade di Londra non soddisfano questi requisiti e devono pagare 12,5 sterline al giorno (circa 14,5 euro). La multa ammonta a 180 sterline. Queste regole si applicano anche ai turisti, ed è per questo che è importante utilizzare il verificatore ULEZ online quando ci si reca a Londra.

    Quando Londra ha introdotto la sua Ultra Low Emission Zone nel 2019, è stata la prima città a farlo. Inizialmente, la zona copriva circa 21 chilometri quadrati nel centro di Londra. Nell’ottobre 2021 è stata ampliata a quasi 400 chilometri quadrati e ora copre l’intera Greater London. L’obiettivo principale della ULEZ è quello di ridurre le emissioni prodotte dal trasporto privato motorizzato, come le automobili. Con questa misura, il sindaco di Londra spera di incentivare le persone a passare ad auto meno inquinanti e ad altre modalità di trasporto.

    Sono esenti dalla tassa ULEZ le auto che rimangono parcheggiate per tutto il giorno, i veicoli a emissioni zero, i veicoli elettrici e ibridi, alcuni veicoli storici e speciali e i londinesi disabili.

    In risposta alle critiche sull’espansione dell’ULEZ, il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dichiarato che tutti i londinesi hanno diritto all’aria pulita, non solo quelli che vivono nei centri urbani. Il sindaco è un membro del partito socialdemocratico laburista. In un’intervista alla BBC, Khan ha spiegato che la ULEZ non è una politica anti-auto. Secondo Khan, circa il 90% di tutti i veicoli a Londra sono già conformi alle normative sulle emissioni, il che significa che possono circolare gratuitamente sulle strade della città. Ha anche promesso di mettere a disposizione 160 milioni di sterline per l’adeguamento delle auto.

    Numerosi studi hanno dimostrato gli effetti positivi e l’efficacia delle zone a basse emissioni. Queste zone riducono l’inquinamento da biossido di azoto e particolato nell’aria. Hanno anche il potenziale di ridurre la congestione del traffico e le emissioni complessive dei trasporti, incoraggiando al contempo il passaggio a modalità di trasporto pubbliche e attive, come gli spostamenti a piedi e in bicicletta.

    I dati del governo mostrano che l’inquinamento atmosferico causa ogni anno fino a 36.000 morti premature nel Regno Unito, di cui circa 4.000 a Londra. Le zone a traffico limitato (Clean Air Zones) sono uno degli strumenti più efficaci per combattere l’inquinamento atmosferico. L’ULEZ ha già migliorato in modo significativo la qualità dell’aria nella sua area: secondo un rapporto, finora ha ridotto di quasi la metà l’inquinamento atmosferico tossico nel centro di Londra.

    Il ministro dei Trasporti Mark Harper del partito conservatore Tory ha accusato Khan di usare l’ULEZ per fare soldi per affrontare il consistente debito di Londra. Altri membri del partito conservatore hanno criticato l’impatto finanziario del programma sugli automobilisti, soprattutto alla luce della crisi del costo della vita.

    Tuttavia, la Low Emission Zone è stata un’idea dell’ex sindaco conservatore di Londra Boris Johnson. È stato lui a decidere di introdurre la ULEZ. Quando Khan è diventato sindaco nel 2016, ha iniziato a implementare la zona. Gli osservatori ipotizzano che i conservatori stiano criticando l’espansione della ULEZ come parte della loro strategia per ottenere i voti degli automobilisti per le prossime elezioni generali, previste per il 2024. Secondo recenti sondaggi, i laburisti sono in vantaggio nei sondaggi.

    Finora, i residenti locali hanno ripetutamente protestato contro l’espansione della ULEZ. Negli ultimi mesi sono state vandalizzate o rubate circa 300 telecamere. „È chiaro che l’ossessione dei conservatori per l’ULEZ di Londra non ha nulla a che fare con i meriti o i demeriti del sistema, ma con i loro disperati tentativi di aggrapparsi al potere cercando di strumentalizzare le questioni ecologiche“, ha dichiarato Khan al Guardian.

    Si stima che circa cinque milioni di londinesi respireranno aria più pulita. Inoltre, la ULEZ contribuirà a contrastare i cambiamenti climatici e la congestione del traffico. Londra è anche una delle città con i migliori trasporti pubblici d’Europa. Tuttavia, la città lotta anche contro la congestione del traffico, come mostra la Global Traffic Scorecard. Sadiq Khan spera che la ULEZ, in combinazione con la Congestion Charge (15 sterline al giorno per viaggiare in determinate zone durante le ore di punta), possa alleviare questi problemi.

    Le zone a basse emissioni stanno diventando sempre più popolari. Entro il 2025, potrebbero esserci più di 500 zone di questo tipo in Europa, dato che sempre più città si impegnano a raggiungere le emissioni nette zero e a migliorare la qualità dell’aria. Attualmente esistono almeno 320 zone a basse emissioni, più della metà delle quali in Italia. Anche la Germania ha un gran numero di zone di questo tipo, mentre Spagna e Francia non sono ancora pronte ma hanno piani ambiziosi per introdurle entro il 2025.

    Il rigore delle zone a basse emissioni varia, ma l’esperienza dimostra che funzionano. Le zone sono particolarmente efficaci nel ridurre il particolato PM2,5, dannoso per i polmoni. Città in Francia, Danimarca, Norvegia e Paesi Bassi si sono impegnate a istituire zone a emissioni zero nei prossimi anni e anche Londra sta flirtando con l’idea.

    Per saperne di più: Londra è nota, tra le altre cose, per l’ottimo trasporto pubblico: la Oystercard ha ormai 20 anni.