Imparare a leggere i bozzetti: dalla scala all’idea

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Una matita e un righello si trovano su un disegno dettagliato della pianta.
Dalla scala all'idea architettonica. Foto di Sven Mieke.

Imparare a leggere gli schizzi? Sembra una scuola elementare per architetti, ma è la differenza cruciale tra l’architettura e un kit di costruzione. Chiunque capisca i disegni in pianta solo come schemi di linee, non ha capito la cosa più importante: Scala, idea e contesto si fondono in una lettura sapiente per formare l’intelligenza architettonica vera e propria. Ma come fanno le linee e le figure a diventare realtà costruita – e perché oggi è più impegnativo che mai?

  • Gli schizzi in pianta sono il linguaggio preciso dell’edilizia e la spina dorsale della comunicazione architettonica.
  • La capacità di decifrare scala, proiezione e idee spaziali è indispensabile per i professionisti.
  • Gli strumenti digitali e l’intelligenza artificiale stanno cambiando radicalmente il modo di leggere e interpretare i progetti.
  • La sostenibilità e i nuovi materiali stanno mettendo alla prova la comprensione tradizionale dei progetti.
  • In Germania, Austria e Svizzera, nuovi standard, ma anche incertezze, si stanno facendo strada nella vita quotidiana dei progettisti.
  • Le competenze tecniche e il pensiero creativo si intrecciano sempre di più.
  • Il dibattito sui metodi di presentazione digitali e analogici è più vivo che mai.
  • Tendenze globali come il BIM, la progettazione parametrica e gli open data stanno influenzando la pratica della pianificazione.
  • Chiunque impari a leggere davvero gli schizzi di pianificazione riconosce non solo le forme, ma anche le visioni, i conflitti e le possibilità.

Dalle linee ai concetti: le basi della lettura degli schizzi

Chi inizia una laurea in architettura oggi si confronta molto rapidamente con uno strumento apparentemente semplice: lo schizzo planimetrico. Ma non è così semplice come la carta potrebbe far pensare. Lo schizzo planimetrico è l’esperanto del mondo dell’edilizia, il mezzo di collegamento tra progettazione, esecuzione e utilizzo. È pieno di codici, scale, piani sezionali e proiezioni che rivelano il loro vero significato solo agli iniziati. Non si limita a rappresentare, ma interpreta, astrae e comunica. Chiunque legga un progetto schizzato deve sempre chiedersi: che cosa vuole effettivamente mostrare questo disegno – e che cosa forse sta deliberatamente nascondendo?

La scala è tutt’altro che un banale numero in basso. Determina quante informazioni diventano visibili, quanto l’idea viene condensata o espansa. Un piano di cantiere in scala 1:5000 parla un linguaggio diverso da una sezione di costruzione in scala 1:20. Per il professionista, questo significa che la scala non è solo tecnica, ma concettuale. Gli errori di comprensione portano rapidamente a fraintendimenti che possono essere costosi, dalla mancanza di maniglie delle porte alla collisione di sistemi di tubature.

L’arte della lettura sta anche nel riconoscere l’invisibile. Un progetto abbozzato è sempre una riduzione, mai completo. Nasconde ciò che non sembra importante per il rispettivo scopo. Ma questo significa il contrario: Chi lo legge deve sapere cosa manca. È qui che inizia la vera realizzazione architettonica. La combinazione di geometria, funzione e atmosfera si materializza nella mente del lettore, non sulla pagina. È proprio questa capacità che viene insegnata troppo raramente nella pratica, ma che è richiesta quotidianamente.

Soprattutto nei Paesi di lingua tedesca, la lettura degli schizzi è un bene culturale che si tramanda di generazione in generazione, eppure è soggetta a continui cambiamenti. Nuove norme, cambiamenti nei regolamenti edilizi e il boom degli strumenti digitali mettono in discussione la concezione tradizionale. Chi progetta a Vienna, Zurigo o Berlino oggi deve padroneggiare l’interfaccia tra carta e schermo più che mai. Ciò significa anche bilanciare la conformità alle norme e la libertà creativa senza perdere di vista il quadro generale.

In definitiva, la capacità di leggere gli schizzi non determina solo la correttezza tecnica, ma anche la qualità della comunicazione architettonica. È la misura di tutte le cose – e allo stesso tempo la porta d’accesso all’innovazione, all’incomprensione e alla visione. Chi fallisce in questo campo rimane intrappolato nelle minuzie della costruzione quotidiana. Chi la padroneggia dà forma al futuro.

La digitalizzazione, il BIM e la nuova cultura della lettura dei progetti

La digitalizzazione non ha reso più semplice la lettura dei piani. L’ha resa più complessa, più dinamica e, va detto, più spietata. Una volta si poteva interpretare un disegno a mano con un po‘ di immaginazione e di esperienza. Oggi il modello BIM fornisce dati che possono cambiare in tempo reale. Scala, sezione, dettaglio: tutto è a portata di clic, ma è proprio questo che rende la lettura una sfida. Perché il modello non è più un piano, ma un sistema di dati vivo. Se non si tiene il passo, si viene sopraffatti dalla marea di informazioni.

Il Building Information Modelling (BIM) ha cambiato radicalmente la pratica della pianificazione in Germania, Austria e Svizzera, almeno per quanto riguarda i progetti di punta, ma piuttosto timidamente in generale. Oggi, la capacità di leggere i piani digitali non richiede solo immaginazione spaziale, ma anche competenze software e comprensione dei dati. La vera abilità sta nel passare da un livello all’altro: dalla struttura complessiva al livello di dettaglio, dall’involucro all’estensione, dalla prospettiva longitudinale alla nuvola di dati parametrici. Gli errori di interpretazione vengono smascherati senza pietà dalla logica di monitoraggio digitale.

Un altro cambiamento di paradigma: il ruolo dell’intelligenza artificiale nel processo di progettazione. Mentre alcuni giurano sull’ottimizzazione dei piani supportata dall’intelligenza artificiale e sul controllo automatico degli errori, altri si chiedono: Siamo ancora in grado di capire cosa sta facendo la macchina? Il piano diventa il risultato di decisioni algoritmiche e la sua lettura diventa un lavoro da detective. Se non si riesce a vedere attraverso la scatola nera, si è alla sua mercé. Ciò richiede un nuovo tipo di professionalità: competenza tecnica, distanza critica e costante messa in discussione della propria lettura.

Il risultato è che sta emergendo una nuova cultura della lettura dei piani, tra schizzi analogici disegnati a mano e gemelli digitali. Gli studi di architettura della regione DACH stanno discutendo animatamente su ciò che conta come informazioni vincolanti per i piani. Tutti i piani devono essere firmati digitalmente? Quali interfacce sono vincolanti? E come può l’idea rimanere riconoscibile nel caos dei dati? Non si tratta di questioni accademiche, ma di problemi pratici tangibili che determinano il successo o il fallimento di un progetto.

Chi vuole leggere i progetti oggi non deve solo padroneggiare le scorciatoie del CAD, ma anche sviluppare la capacità di mediare tra i mondi. Non si tratta di un desiderio retrò, ma del prerequisito per un’architettura sostenibile, robusta e innovativa. La digitalizzazione non è un fine in sé, ma uno strumento e, come per ogni strumento, il fattore decisivo è chi lo usa e come.

Sostenibilità, materiali e il benchmark del futuro

La sostenibilità è il nuovo leitmotiv del discorso sulla pianificazione, almeno sulla carta. Ma chiunque legga un piano deve guardarlo con attenzione: Dov’è la valutazione del ciclo di vita? Cosa rivela l’uso dei materiali? Come si rendono visibili in scala i cicli di vita, la decostruibilità o i flussi energetici? I piani di schizzo tradizionali hanno difficoltà in questo senso. Mostrano ciò che verrà costruito, ma raramente come si comporterà nel corso degli anni. La scala del futuro non misura solo i metri quadrati, ma anche le emissioni di CO₂, di energia e di gas.

Uffici di pianificazione innovativi in Germania, Austria e Svizzera stanno cercando di tradurre la sostenibilità nel linguaggio della pianificazione. Improvvisamente compaiono strati per la decostruzione, il riciclaggio o la biodiversità. I passaporti dei materiali migrano nel mondo della pianificazione digitale, le simulazioni calcolano l’impronta ecologica già nella fase di progettazione. Ma se si vogliono leggere gli schizzi dei progetti, bisogna decifrare nuovi codici. Il colore di una linea può indicare la differenza tra cemento primario e materiale riciclato. Un simbolo poco appariscente può indicare il fotovoltaico o l’utilizzo dell’acqua piovana. Solo il lettore informato riconosce il potenziale – o l’imballaggio ingannevole.

La sfida più grande è gestire la complessità senza perdere in chiarezza. Se si vuole mostrare tutto, si finisce per non mostrare nulla. Ciò richiede conoscenze tecniche, chiarezza creativa e capacità di separare l’essenziale dal secondario. È proprio questo che distingue il pianificatore esperto dal dilettante digitale. Non si tratta di maggiori informazioni, ma di una migliore leggibilità, un requisito che spesso si perde nel dibattito sulla sostenibilità.

Il grande cambiamento dei materiali – dal cemento al legno, dall’acciaio all’argilla – si riflette anche nei progetti di massima. I nuovi metodi di costruzione richiedono nuove visualizzazioni. Chi progetta una costruzione in legno, ad esempio, deve disegnare e leggere dettagli completamente diversi rispetto a un edificio in cemento armato a vista. La suscettibilità agli errori aumenta se manca la competenza. Questo vale non solo per la progettazione, ma anche per l’esecuzione: i cantieri di Vienna, Zurigo e Stoccarda riferiscono regolarmente di incomprensioni perché il linguaggio della progettazione non tiene il passo con il cambiamento dei materiali.

Il metro di misura del futuro è quindi diverso: misura la forza innovativa, la sostenibilità e la competenza digitale. Se si vuole imparare a leggere gli schizzi di pianificazione, bisogna essere aperti a nuovi simboli, nuovi standard e nuovi modi di pensare. Solo così si potrà garantire che il linguaggio delle costruzioni rimanga comprensibile e adatto al futuro.

I nuovi professionisti: tra tecnologia, idee e responsabilità

La lettura degli schizzi non è più una disciplina specialistica, ma un requisito fondamentale per tutti coloro che partecipano al processo di costruzione. Architetti, ingegneri, direttori dei lavori, investitori: tutti devono parlare la stessa lingua per realizzare progetti sicuri, efficienti e innovativi. Ma i requisiti sono in aumento. Gli standard tecnici, le nuove soluzioni software e le norme internazionali rendono la lettura dei progetti un campo minato per chi non ha la minima idea. Chi legge gli schizzi di pianificazione in modo errato rischia non solo di incorrere in costi aggiuntivi, ma anche in gravi errori di pianificazione che si ripercuotono sull’intera catena del valore.

Gli sviluppi in Germania, Austria e Svizzera sono particolarmente interessanti: mentre in Germania il BIM e la verifica digitale dei piani vengono introdotti ancora con una certa riluttanza, in Svizzera e Austria molti grandi progetti sono già da tempo collegati in rete in modo digitale. La sfida: non tutti i membri del team possono o vogliono utilizzare i nuovi sistemi. Questo comporta lacune di conoscenza che possono essere costose. L’aggiornamento e la formazione diventano un compito permanente. Chi non continua a formarsi rimane indietro.

Allo stesso tempo, crescono le aspettative nei confronti dell’idea progettuale. Il piano non è più solo un documento tecnico, ma anche un mezzo di comunicazione, uno strumento di marketing e una dichiarazione politica. Chiunque sia in grado di leggere uno schizzo di piano riconosce non solo la funzione, ma anche la visione che lo sottende. Ma questo significa anche: responsabilità. Un programma territoriale troppo ottimistico, un concetto energetico troppo ottimistico: tutto questo può essere facilmente nascosto nel piano. Solo un lettore critico può scoprire i punti deboli ed evitare brutte sorprese.

Il discorso globale aggrava la situazione: progetti internazionali, team multinazionali e standard globali come IFC o OpenBIM rendono la lettura dei piani un linguaggio globale. Chi non sta al gioco viene lasciato ai margini. Allo stesso tempo, emergono nuovi dibattiti: Quanta responsabilità ha l’algoritmo? Quanto controllo rimane al progettista? E cosa succede se l’IA „ottimizza“ il piano, ma nessuno capisce come?

I nuovi professionisti devono quindi essere in grado di fare di più rispetto al passato: padroneggiare la tecnologia, riconoscere le idee, assumersi le responsabilità. Chi impara davvero a leggere i piani di schizzo non è solo un artigiano della linea, ma anche un traduttore tra visione, tecnologia e società. È proprio questo che fa la differenza tra la mediocrità e la maestria.

Gli schizzi dei piani in un contesto globale: visione, critica e futuro

L’arte di leggere gli schizzi di progetto fa parte da tempo di un discorso globale. L’architettura è internazionale e il linguaggio dei piani è parlato ovunque, con accenti regionali ma regole universali. Negli Stati Uniti dominano norme diverse, in Giappone forme di presentazione diverse, in Scandinavia codici di sostenibilità diversi. Ma la stessa cosa vale ovunque: se non si sanno leggere i progetti, non si può costruire. La digitalizzazione sta rafforzando questa tendenza. Piattaforme basate sul cloud, analisi AI e dati aperti fanno sì che i piani possano essere condivisi, controllati e discussi in tutto il mondo in una frazione di secondo. La sfida: uniformità e diversità devono essere armonizzate.

Le innovazioni più importanti nascono quando i confini tra progetto, simulazione e spazio costruito diventano labili. La progettazione parametrica, le planimetrie generate in modo algoritmico, i controlli automatici degli errori: tutto questo sta cambiando radicalmente il ruolo del progetto di massima. Diventa l’interfaccia tra idea e realtà, la pietra di paragone per la visione e la fattibilità. Chiunque sappia leggere gli schizzi di progettazione ne riconosce le possibilità e i rischi. La critica globale è rivolta soprattutto all’alienazione causata dalla tecnologia: l’architettura perde la sua anima se il piano è solo un insieme di dati?

Nei Paesi di lingua tedesca, i progettisti si stanno confrontando con questa domanda in modo particolarmente intenso. La paura di perdere il controllo attraverso gli algoritmi, la preoccupazione per la commercializzazione della conoscenza della pianificazione, il dibattito sulla paternità e la responsabilità: tutto questo si riflette nel modo in cui i piani vengono letti e interpretati. Allo stesso tempo, stanno emergendo delle visioni: I piani come piattaforme aperte e collaborative, come strumenti democratici per la partecipazione dei cittadini, come strumenti per una maggiore trasparenza e qualità del processo di costruzione.

La comunità architettonica mondiale concorda sul fatto che la capacità di leggere i piani di schizzo determinerà il futuro della professione. Solo coloro che padroneggiano questo linguaggio possono avere voce in capitolo, contribuire a dare forma e assumersi responsabilità. La lettura sta diventando un’abilità fondamentale e, nonostante la tecnologia, rimane un’abilità profondamente umana. La macchina può supportarla, ma non sostituirla. Alla fine, abbiamo ancora bisogno di un occhio allenato, di un pensiero critico, di esperienza e di una sensibilità per ciò che si nasconde tra le righe.

Il futuro del piano di schizzo è aperto. Forse diventerà un’interfaccia nel metaverso, forse rimarrà il familiare foglio di carta sulla scrivania. Una cosa è certa: se non si legge, non si costruisce. E chi non capisce resterà spettatore nel cantiere del futuro.

Conclusione: la lettura dei piani di schizzo non è solo tecnologia, è atteggiamento

La lettura degli schizzi rimane la disciplina suprema dell’architettura, sia essa su carta, su schermo o nello spazio virtuale. Richiede precisione, curiosità e il coraggio di criticare. Le sfide sono molteplici: digitalizzazione, sostenibilità, nuovi materiali e standard globali richiedono un modo di pensare che va ben oltre la linea. Chi impara a leggere davvero gli schizzi non solo riconosce gli spazi, ma anche le idee, il potenziale e i rischi. Non si tratta di un esercizio nostalgico, ma della chiave per l’architettura del futuro. In un’epoca in cui algoritmi, dati e complessità dettano legge, la comprensione umana rimane insostituibile. La lettura è un’attitudine – e l’unica che conta.

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Buona lettura!

Che cos’è un sistema di progettazione ortogonale?

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Progettazione di edifici su schermo in un ufficio moderno - sistema di progettazione ortogonale nella pianificazione architettonica digitale.
Cosa significa un sistema di progettazione ortogonale per la progettazione di edifici sullo schermo. Foto di Evgeniy Surzhan su Unsplash.

Sistemi di progettazione ortogonali: sembra una reliquia di una lezione di matematica, ma in realtà è uno dei fondamenti sottovalutati dell’architettura moderna. Tra il dogma della griglia e la libertà digitale, tra la precisione e la rigidità creativa: chi progetta oggi difficilmente può evitare di chiedersi di quanto ordine abbia bisogno il caos. È giunto il momento di liberare il sistema di progettazione ortogonale dalla sua polvere e di analizzarne il significato per il presente e il futuro dell’edilizia.

  • Un sistema di progettazione ortogonale organizza il processo di progettazione architettonica sulla base di assi e griglie ortogonali.
  • Questo metodo continua ad avere un’influenza significativa sulla pianificazione urbana in Europa centrale, in particolare nei Paesi di lingua tedesca.
  • La digitalizzazione, il BIM e gli strumenti parametrici stanno dando nuova vita al reticolo, spingendone al contempo i confini
  • I dibattiti sulla sostenibilità e l’economia circolare richiedono sistemi modulari e personalizzabili che reinterpretino la griglia ortogonale.
  • I progettisti che padroneggiano i sistemi ortogonali si assicurano competenze tecniche e progettuali per compiti edilizi impegnativi
  • Le polemiche sulla monotonia, la standardizzazione e la limitazione creativa si accendono da decenni, ma la griglia rimane sorprendentemente resistente.
  • Tendenze globali come l’urban mining, le piante flessibili e la fabbricazione digitale stanno mettendo in discussione la griglia classica
  • Il sistema di progettazione ortogonale è più di uno strumento: è il riflesso di paradigmi sociali, tecnologici ed ecologici.

Sistemi di progettazione ortogonale: dalla città antica al componente BIM

Se non volete solo consumare la storia dell’architettura su Instagram, ma volete comprenderla seriamente, non potete evitare il sistema di progettazione ortogonale. L’idea di base è tanto banale quanto rivoluzionaria: gli spazi, le strutture e le città sono organizzati secondo assi ortogonali. Sembra un accampamento romano, un’urbanistica barocca e la griglia americana. In realtà, il sistema è più antico della maggior parte degli stili architettonici. Già i Greci prediligevano l’ortogonale. I Romani lo perfezionarono tracciando le loro città con assi rettilinei di cardo e decumano. Nei Paesi di lingua tedesca, il principio dell’ortogonalità divenne standard con l’ondata di fondazioni di città pianificate, al più tardi nel Medioevo. Chi oggi cammina per le strade di Norimberga, Mannheim o del centro di Berlino si muove attraverso griglie le cui origini risalgono a secoli fa.

Ma il sistema di progettazione ortogonale non è solo urbanistica. È alla base dell’architettura moderna: dal Modulor di Le Corbusier al Bauhaus, dal modernismo del dopoguerra all’attuale ondata di costruzioni modulari. La griglia è onnipresente. Struttura piante, facciate, strutture portanti e persino arredi. Ed è sia uno strumento di disciplina che un campo di gioco creativo. Chi progetta con la griglia può creare ordine, ma anche rompere i confini. Il sistema ortogonale offre stabilità nella complessità, rende l’architettura prevedibile, ripetibile e ottimizzabile. Ma nasconde anche il pericolo della monotonia, dell’uniformità e della noia creativa. Un dilemma su cui si sono affannate generazioni di progettisti.

Oggi stiamo vivendo una sorprendente rinascita della griglia. In tempi di digitalizzazione e di Building Information Modelling (BIM), il sistema ortogonale non è più la carta a scacchi analogica, ma il codice digitale. Programmi di progettazione come Revit, ArchiCAD e altri ragionano per griglie, assi e moduli. Il progetto diventa parametrico, la griglia diventa una struttura di dati. Gli spazi non sono più solo costruiti, ma programmati. Il sistema ortogonale diventa così l’interfaccia tra architettura, tecnologia e gestione dei dati. Le sfide? Sono note e di grande attualità.

Il sistema di progettazione ortogonale è ben radicato nei Paesi di lingua tedesca. Germania, Austria e Svizzera hanno tradizionalmente privilegiato strutture chiare nella pianificazione urbana. La griglia è sinonimo di razionalità, efficienza e leggibilità. Ma è proprio qui che si moltiplicano le critiche: la griglia è un corsetto che impedisce l’innovazione? Oppure è un trampolino di lancio per nuovi metodi di costruzione sostenibili? Il dibattito è più che mai attuale. Chi progetta oggi deve padroneggiare la griglia – e allo stesso tempo esaminarla.

Da una prospettiva globale, il sistema di progettazione ortogonale fa da tempo parte del vocabolario architettonico. Da New York a Tokyo, da Dubai a Oslo, la griglia è universalmente applicabile. Ma la digitalizzazione la sta rendendo più fluida, più flessibile e più adattabile. La domanda chiave è: quanta ortogonalità può tollerare la città del futuro? E di quanto caos ha bisogno il sistema per rimanere in vita?

Digitalizzazione, BIM e progettazione algoritmica: la griglia nell’era dei dati

Da quando l’architettura ha scoperto il suo amore per la digitalizzazione, il sistema di progettazione ortogonale non è più solo una struttura statica. È diventato uno strumento dinamico nel processo di progettazione digitale. I modelli BIM, gli strumenti parametrici e la progettazione supportata dall’intelligenza artificiale si basano su griglie, assi e moduli, non per nostalgia, ma per necessità. Perché nell’era dei dati sono necessarie strutture che rendano gestibile la complessità. La griglia è il database dell’architettura. Permette di collegare geometrie, componenti, funzioni e processi. Chiunque lavori con il BIM organizza il proprio progetto secondo griglie, livelli e coordinate. Il sistema ortogonale diventa l’interfaccia tra progettazione, esecuzione e gestione.

Tuttavia, la digitalizzazione sta mettendo sotto pressione anche la griglia. Gli algoritmi non sono solo eccellenti padroni delle griglie, ma sono anche in grado di gestire irregolarità, interruzioni e curve. Il design parametrico rompe la classica griglia ortogonale. Architettura a forma libera, strutture organiche, facciate adattive: improvvisamente la griglia diventa flessibile, pieghevole, persino indisciplinata. Gli architetti che hanno imparato solo a pensare in modo rigido a 90 gradi sono rimasti indietro. Il nuovo requisito è: competenza nella griglia e sperimentazione digitale. Chi è in grado di fare entrambe le cose è a prova di futuro.

Nei Paesi di lingua tedesca, la griglia digitale fa da tempo parte della vita quotidiana, almeno in teoria. La pratica è spesso in ritardo. Mentre i grandi progetti a Monaco, Vienna e Zurigo vengono pianificati sempre più spesso con modelli di griglia digitale, gli uffici più piccoli sono alle prese con i costi del software, i problemi di interfaccia e la mancanza di competenze. La digitalizzazione non è un successo sicuro. Richiede competenze tecniche, investimenti e una nuova cultura della pianificazione. Chiunque liquidi la griglia come un mero strumento si perde la vera rivoluzione: progettare in tempo reale, simulare scenari, ottimizzare la sostenibilità e l’efficacia dei costi – tutto basato su una griglia digitale intelligente.

Tuttavia, il trionfo digitale del sistema di progettazione ortogonale non è privo di effetti collaterali. I critici lamentano che la logica a griglia del software porta a una nuova standardizzazione. Chi progetta solo in base all’algoritmo finisce per produrre edifici come in una catena di montaggio. Il pericolo della monotonia rimane, anche in digitale. La sfida consiste nel comprendere la griglia come strumento creativo e non come dogma. I progetti migliori nascono quando il sistema lascia spazio di manovra, quando il progettista usa la griglia come palcoscenico per l’innovazione.

Da un punto di vista internazionale, i Paesi di lingua tedesca non sono né pionieri né ritardatari quando si parla di rete digitale. Singapore, Copenaghen e Londra mostrano come i sistemi di rete digitale controllino interi quartieri. Germania, Austria e Svizzera stanno sperimentando, ma con il freno a mano tirato. Il dibattito sugli standard dei dati, sulle interfacce e sull’Open BIM caratterizza la scena. Ma il potenziale è enorme: chi pensa in modo digitale alla rete può accelerare i processi, ridurre al minimo gli errori, ottimizzare la sostenibilità e, in definitiva, creare un’architettura migliore.

Sostenibilità, decostruzione e ciclo: Il sistema ortogonale come strumento ecologico?

Chiunque parli di sostenibilità oggi deve rivalutare il sistema di progettazione ortogonale. Modularità, decostruibilità e riciclabilità sono le parole magiche del settore. Ed è proprio qui che la griglia mostra la sua maggiore forza. Un sistema ortogonale consente componenti standardizzati, moduli ripetibili e piante flessibili. Gli edifici diventano sistemi modulari che possono essere adattati a usi diversi. Non si tratta di una coincidenza, ma di un metodo. Se si pensa in termini di griglia, si possono risparmiare risorse, razionalizzare i processi di costruzione e semplificare lo smontaggio. L’economia circolare ha bisogno di competenze di rete.

Ma la rete non è una panacea. Il dibattito sulla sostenibilità mostra i limiti del sistema. Un’eccessiva standardizzazione può portare a uno spreco di materiali se i componenti non si adattano alla fine. Troppa flessibilità trasforma gli edifici in prodotti usa e getta. Il trucco è progettare la rete come un sistema flessibile. Moduli adattabili, connessioni reversibili, passaggi di materiali digitali: tutto questo richiede competenze tecniche. I progettisti devono padroneggiare il sistema ortogonale, ma anche conoscere le possibilità di rottura del sistema. Solo così si può creare un’architettura sostenibile.

Nei Paesi di lingua tedesca, il sistema ortogonale è lo standard per i progetti di edilizia sostenibile, dagli edifici in legno agli elementi prefabbricati in calcestruzzo, fino alla ridensificazione urbana. A Vienna, i quartieri residenziali vengono costruiti secondo una griglia che può essere riutilizzata in 20 anni. A Zurigo, gli edifici scolastici sono progettati in modo da poter essere riconvertiti in uffici o appartamenti. La grande sfida è che il sistema deve crescere con esso. Le esigenze degli utenti cambiano e i requisiti in termini di energia, clima e mobilità aumentano. La rete non deve essere un corsetto rigido, ma deve diventare un organismo vivente.

La digitalizzazione aiuta a sfruttare il potenziale ecologico del sistema ortogonale. I modelli BIM rendono visibili i flussi di materiali, calcolabili i cicli di vita e pianificabili gli scenari di decostruzione. Gli strumenti supportati dall’intelligenza artificiale ottimizzano le varianti planimetriche, minimizzano il consumo di spazio e riducono le emissioni. Anche in questo caso, però, la tecnologia è valida solo quanto il sistema che rappresenta. Se si vuole costruire in modo sostenibile, bisogna intendere la rete come uno strumento per i processi di risparmio delle risorse, e non come un dogma per l’architettura standardizzata.

A livello internazionale, il sistema ortogonale fa parte del movimento dell’economia circolare. Nei Paesi Bassi, in Scandinavia e in Giappone si stanno creando edifici progettati secondo una griglia che possono essere smantellati decenni dopo. Germania, Austria e Svizzera sono sulla buona strada, ma non hanno ancora raggiunto l’obiettivo. La grande domanda rimane: La griglia è la chiave per un’architettura sostenibile? O abbiamo bisogno di un cambiamento radicale del sistema per raggiungere gli obiettivi climatici?

Critica, visione e pratica: il XXI secolo ha ancora bisogno dell’ortogonalità?

Le critiche al sistema di progettazione ortogonale sono vecchie quanto il sistema stesso. Persino il modernismo è stato criticato per la sua monotonia della griglia. Gli edifici del dopoguerra nel formato prefabbricato a lastre sono considerati un esempio deterrente. Oggi il dibattito è più sfumato. I favorevoli lodano l’ordine, l’economia e la chiarezza. Gli oppositori mettono in guardia dalla semplicità, dalla standardizzazione e dalla perdita di identità. Come sempre, la verità sta nel mezzo. Il sistema ortogonale è uno strumento, non una visione del mondo. È adatto per la chiarezza, la riutilizzabilità e l’affidabilità del processo, ma non per tutti i compiti edilizi.

Nella pratica, la griglia è onnipresente. Dalla pianificazione strutturale alla progettazione delle facciate e all’allestimento degli interni, poco è possibile senza sistemi ortogonali. Tuttavia, i progetti migliori nascono laddove la griglia viene interrotta, variata o compromessa. Il mondo della progettazione digitale apre nuove possibilità: facciate algoritmiche, forme libere parametriche, moduli ibridi. Il XXI secolo ha bisogno di entrambe le cose: la competenza in materia di griglia e il coraggio di deviare. Chi vive la griglia solo come un vincolo perde l’opportunità di innovare. Chi la usa in modo creativo può ridefinire gli standard.

Nei Paesi di lingua tedesca, il dibattito sull’ortogonalità è di grande attualità. La svolta edilizia richiede nuovi modelli planimetrici, soluzioni spaziali flessibili e metodi di costruzione sostenibili. La griglia può aiutare, ma deve essere portata avanti. Nella ricerca, stanno emergendo sistemi ibridi che combinano l’ortogonalità con i principi organici. Nella didattica, gli strumenti digitali vengono utilizzati non solo per disegnare la griglia, ma anche per simularla, variarla e ottimizzarla. Il futuro del sistema di progettazione è aperto, ma non arbitrario.

I progettisti visionari chiedono da tempo un’architettura „post-griglia“. Vogliono il meglio dei due mondi: L’ordine della griglia e la libertà della forma. I sistemi di progettazione supportati dall’intelligenza artificiale potrebbero aiutare a interpretare la griglia come una rete dinamica, non più come una struttura rigida, ma come un campo flessibile di relazioni, dati e possibilità. La sfida: come può il sistema rimanere gestibile, comprensibile e controllabile? Come evitare che l’architettura sprofondi nell’arbitrarietà digitale?

Il sistema di progettazione ortogonale è ancora di grande attualità nel discorso internazionale. In Cina si costruiscono megalopoli a griglia; in California le aziende tecnologiche sperimentano sistemi modulari adattivi. La grande domanda rimane: Di quanta ortogonalità ha bisogno l’architettura e quanta anarchia può tollerare? La risposta non si troverà nella torre d’avorio, ma in cantiere, nel modello BIM, nel dialogo tra progettista, utente e macchina.

Conclusione: i sistemi di progettazione ortogonali – tra dogma, strumento e laboratorio del futuro

Il sistema di progettazione ortogonale è morto – lunga vita alla griglia. Rimane la spina dorsale dell’architettura, anche se è sottoposta a pressioni digitali, ecologiche e sociali. Chi conosce le regole può infrangerle. Chi le ignora perde la visione d’insieme. Il futuro appartiene ai progettisti che pensano insieme griglia e forma libera, standard e innovazione, digitalizzazione e sostenibilità. Il sistema ortogonale non è un dogma, ma una cassetta degli attrezzi – e quanto meglio sarà riempita, tanto più emozionante sarà l’architettura di domani.

Trasferimento: Cultura Suisse 2026 a Zurigo

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Cultura Suisse si trasferisce e dal 2026 sarà a Zurigo. ©Cultura Suisse
Cultura Suisse si trasferisce e dal 2026 sarà a Zurigo. ©Cultura Suisse

La principale fiera svizzera per la conservazione dei beni culturali, la tutela dei monumenti e la museologia apre un nuovo capitolo: La quinta edizione di CULTURA SUISSE si terrà per la prima volta a Zurigo-Oerlikon dal 25 al 27 marzo 2026, e non più a Berna come in precedenza.

Il trasferimento al padiglione 550 della Messe Zürich, un moderno monumento industriale con oltre 100 anni di storia, è la risposta degli organizzatori alle ampie valutazioni e ai feedback della comunità degli operatori del settore. Secondo gli organizzatori, la nuova sede non solo offre un’atmosfera stimolante e un’infrastruttura ottimale, ma anche un raggio d’azione più ampio, una maggiore presenza dei media e la vicinanza a importanti istituzioni specializzate, musei e autorità dell’area di Zurigo.
La sede di Zurigo rafforza il carattere nazionale dell’evento. La fiera rimarrà facilmente accessibile per i visitatori provenienti da tutta la Svizzera, compresa la Svizzera francese. Le condizioni generali, i prezzi e i servizi rimangono invariati, così come l’assistenza personale fornita dall’esperto team organizzativo.

Le iscrizioni sono già possibili

Con il trasferimento, CULTURA SUISSE sottolinea la sua pretesa di essere la piattaforma centrale per lo scambio interdisciplinare nel campo della conservazione del patrimonio culturale – ora con un ulteriore impulso dall’ambiente urbano di Zurigo.

Gli espositori interessati possono già registrarsi qui.

Per saperne di più: Colonia ospita una chiesa che funge anche da museo.

Westpark Augsburg

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Augsburg ha guadagnato 60 ettari di parco con la riconversione del sito della sua ex caserma. Il Westpark ha aperto a tutti i cittadini un’area militare che per molti anni era inaccessibile e sta riscuotendo un grande successo.

Le due parti principali del nuovo Westpark sono Sheridanpark e Reesepark, collegate da un sentiero d’asfalto che attraversa il quartiere. Il progetto è stato realizzato dagli architetti paesaggisti di Hannover Lohaus + Carl. La loro idea ha vinto il concorso per la pianificazione degli spazi aperti nel 2004. Particolarmente convincente è stata la flessibilità del percorso serpeggiante, in grado di reagire ai vecchi alberi lungo il suo percorso. Questa flessibilità è evidente anche nella realizzazione del progetto: la lunga durata del progetto richiede una reazione alle nuove tendenze e l’inclusione di usi intermedi che si sono affermati durante il periodo di pianificazione.

Qua e là, il percorso si allontana e forma delle isole, che gli architetti paesaggisti hanno riempito con insolite strutture ludiche e sportive e con piante da prateria. Rocce per arrampicarsi, un labirinto di siepi, un parco giochi acquatico, piste da skate e campi da beach volley sono utilizzati dagli abitanti dei quartieri vicini, vecchi e nuovi. A sinistra e a destra del percorso principale, ampie zone di prato, in parte estese, ricordano la vastità del paesaggio americano. Il Westpark realizza ciò che per molto tempo non è stato possibile: collegare quartieri precedentemente separati tra loro e con la campagna circostante come un corridoio verde continuo dal design uniforme. Conversione di successo.

Museo del Sesso, Miami

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Snøhetta ha progettato il Museum of Sex di Miami. Foto: Cortesia del Museo del Sesso e di Snøhetta

Snøhetta ha progettato il Museum of Sex di Miami. Foto: Cortesia del Museo del Sesso e di Snøhetta

Una filiale del New York Museum of Sex aprirà a Miami nel 2023. Snøhetta è stata incaricata dell’architettura dell’edificio, con il supporto di Bompas & Parr.

Il Museum of Sex è un’istituzione permanente sulla 5th Avenue di New York dal 2002. Ora è prevista l’apertura di una succursale anche a Miami. Sarà situata in un magazzino riconvertito nel quartiere di Allapattah, nella zona nord-occidentale della città. La progettazione dell’edificio è stata affidata a Snøhetta.

Il museo, progettato da Snøhetta, avrà un totale di tre grandi sale espositive per i reperti. Ci saranno anche un negozio e un bar del museo. La superficie utile del nuovo edificio museale di Miami è di quasi 3.000 metri quadrati. Ciò significa che l’edificio supera nettamente lo spazio del museo principale di New York, con i suoi circa 2.000 metri quadrati. Bompas & Parr è coinvolto anche nel nuovo Museo del Sesso di Miami. Lo studio di design è noto, tra l’altro, per una palestra di arrampicata a Londra in cui le prese e i gradini hanno la forma di genitali.

Il museo dispone di oltre 20.000 reperti sul tema del sesso, tra cui fotografie, abiti e costumi, oltre a invenzioni tecnologiche, ephemera storici e altri reperti che non sono esposti in altri musei a causa della loro natura sessuale. „La collaborazione di Snøhetta con il Museo del Sesso è radicata nella positività e nella gioia“, afferma Anne-Rachel Schiffmann, responsabile dell’Interior Design di Snøhetta. „Poiché vogliamo creare spazi che riuniscano le persone, il nostro team ha abbracciato la leggerezza che caratterizza il Museum of Sex e ha lavorato per tradurre questa prospettiva in una collezione di interni che promuovono il divertimento, le risate e l’unione.“

In occasione dell’apertura del museo saranno allestite in totale due mostre. „Hajime Sorayama: Desire Machines“ sarà la prima mostra dell’illustratore e artista giapponese Hajime Soraama negli Stati Uniti. Oltre ai suoi „sexy robot“, figure robotiche alte circa tre metri, saranno esposti anche 20 dipinti erotici inediti dell’artista. La mostra „Sesso moderno: 100 anni di design e decenza“, invece, tratta dell’influenza culturale e sociale delle restrizioni nella progettazione, commercializzazione e distribuzione dei prodotti sessuali dagli anni Venti a oggi.

Daniel Gluck, fondatore e direttore del Museum of Sex, spiega il suo obiettivo. „Siamo entusiasti di raggiungere questa pietra miliare nella nostra storia e di portare la nostra visione nel vibrante panorama culturale di Miami. Il nostro programma inaugurale incarna perfettamente la nostra ambizione di essere un forum di riflessione sul sesso e la sessualità e di portare a Miami un’offerta culturale unica, amata dal pubblico e acclamata dalla critica“.

A Miami si trovano anche queste piccole attrazioni architettoniche: Le torri dei bagnini di Miami Beach.

Progetto abitativo per lesbiche RuT in Berolinastrasse

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Rendering del progetto residenziale in Berolinastrasse .credit: GSAI, WBM

Dopo una serie di battute d’arresto, il momento è finalmente arrivato. Il progetto abitativo dell’iniziativa femminile lesbica Rad und Tat sta per essere realizzato. La prima pietra è stata posata di recente sul sito non lontano da Alexanderplatz.

Per dieci anni, l‘ iniziativa delle donne lesbiche Rad und Tat ha lottato duramente. L’inizio dei lavori per la costruzione di una casa per lesbiche adatte alla loro età sembrava sempre a portata di mano. Poi il progetto è stato rimandato ancora e ancora. Le ragioni sono state diverse. Nel 2014, ad esempio, quando era in programma la realizzazione di un edificio in Richardplatz a Neukölln, l’investitore si è tirato indietro. Qualche anno dopo, nel 2018, l’iniziativa ha fatto un altro tentativo su un terreno non lontano dalla stazione di Südkreuz a Schöneberg. Tuttavia, al termine della disputa legale sul terreno edificabile, Rad und Tat è stato sconfitto dal suo concorrente. Questi sono solo due esempi che illustrano i continui alti e bassi del passato; la rinnovata speranza e l’amara battuta d’arresto.

Ma ora la perseveranza dell’iniziativa femminile lesbica Rad und Tat ha dato i suoi frutti. Questa volta, il nuovo progetto abitativo sta finalmente sorgendo vicino ad Alexanderplatz, nella Berolinastrasse. La costruzione è iniziata di recente. Ciò significa che presto saranno costruiti 72 appartamenti in affitto in una posizione privilegiata del centro città. La maggior parte di essi è stata progettata per essere priva di barriere architettoniche e garantire così spazi abitativi intergenerazionali. Inoltre, metà degli appartamenti previsti saranno sovvenzionati. Una comunità di appartamenti in condivisione completa l’offerta residenziale. Inoltre, sale per eventi e consulenze e un caffè di quartiere serviranno non solo i residenti ma anche il quartiere come punto di contatto. Per Jutta Brambach, direttrice dell’iniziativa Rad und Tat, si tratta di un progetto in cui lesbiche e donne queer „possono condurre una buona vita e godersi la vecchiaia in un ambiente non discriminatorio e vicino a loro“.

L’inizio della costruzione è un grande successo per l’iniziativa. Per loro, il progetto abitativo è un’impresa pionieristica. Rappresenta una maggiore visibilità per la comunità lesbica e queer ed è un simbolo a livello europeo per una maggiore uguaglianza di genere. Elogi vengono anche da altri livelli di governo. Ad esempio, dall’associazione statale per l’edilizia residenziale Berlin-Mitte (WBM), che sta costruendo il progetto. È il futuro proprietario del terreno e dell’edificio, mentre l’iniziativa Rad und Tat è registrata come „utente generale“ per 25 anni come affittuario . Steffen Helbig, amministratore delegato di WBM, parla di un„intenso processo di sviluppo“, dal quale sta emergendo un progetto abitativo inclusivo, che l’azienda non vede l’ora di realizzare. Ephraim Gothe (SPD) dell’ufficio urbanistico di Mitte aggiunge che il progetto è il risultato di una „cooperazione di successo tra istituzioni pubbliche e non profit nella realizzazione di concetti abitativi innovativi e lungimiranti“.

Dopo un decennio pieno di sfide e battute d’arresto, l’inizio effettivo della costruzione dovrebbe sollevare un enorme fardello dalle spalle di tutte le persone coinvolte. Alcune divergenze sono state risolte solo alla fine. Nel linguaggio architettonico, ad esempio. L’iniziativa voleva balconi per tutti gli appartamenti. E una pianta del piano terra più aperta. E una facciata colorata. L’ufficio urbanistico di Mitte non ha approvato il primo progetto. Ora i balconi compaiono solo sporadicamente. La reazione al progetto di facciata è stata ancora più drastica: „I colori dell’arcobaleno o le sfumature graduali del viola non sono ammessi“, è stata la risposta di due anni fa. Alla fine, però, i compromessi hanno reso possibile l’inizio della costruzione. Nel prossimo futuro, l’intero quartiere beneficerà del progetto: „La casa […] sarà un luogo d’incontro per lo scambio e la vita comunitaria: per la comunità della casa, per il quartiere, per le comunità LGBTIQ+ di Berlino e per gli attivisti artistici e culturali regionali e sovraregionali“.

Progetti abitativi inclusivi e innovativi stanno nascendo anche altrove a Berlino, come il LOVO di Ostkreuz.

Danimarca – il G+L nel febbraio 2021

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Da BIG a Gehl ad Adept: la Danimarca è la patria di alcuni dei più grandi progettisti del nostro tempo e anche del piano climatico di maggior successo al mondo. Cosa significano questi successi per il Paese? Quali sfide di pianificazione territoriale deve affrontare? Nel numero di febbraio di G+L, chiediamo informazioni, mostriamo progetti straordinari e discutiamo degli obiettivi della capitale danese di essere neutrale dal punto di vista climatico entro il 2025 con l'“architetto della città“ di Copenaghen ed ex partner di Gehl, Camilla van Deurs. La caporedattrice Theresa Ramisch spiega perché è il momento giusto per guardare all’architettura del paesaggio danese nell’editoriale di G+L 02/21.

„Bjarke Ingels: la rockstar danese“ titolava l’Handelsblatt lo scorso novembre. E in qualche modo è impressionante, Bjarke. La rivista Time lo ha inserito tra le „100 persone più influenti al mondo“ e ha fatto un’apparizione in „Game of Thrones“. La gente conosce lui, i suoi progetti, i suoi premi, il suo stile di vita. Il suo account Instagram è difficile da battere in termini di hippicità. Ma l’autopromozione è anche fastidiosa. (Per saperne di più sul nuovo progetto BIG: la fabbrica di mobili più ambiziosa del mondo).

Ingels polarizza, ma allo stesso tempo è indiscutibilmente uno dei designer più importanti del nostro tempo e rappresenta l’architettura danese contemporanea come nessun altro. Ma è la sua luce a definire il panorama della progettazione danese? No, naturalmente. Il Paese ha prodotto molti grandi progettisti negli ultimi anni. E non ci riferiamo solo a Jan Gehl e all’idea di „Città per le persone“, ma anche ad Adept, COBE, GHB e così via.

Tuttavia, Ingels e il suo Paese condividono obiettivi ambiziosi ed entrambi segnano il passo a livello internazionale. Nessun altro Paese sta portando avanti un piano climatico così aggressivo e di successo come la Danimarca. A differenza degli obiettivi ufficiali della Commissione europea, i nostri vicini danesi di vogliono ridurre le loro emissioni del 70% entro il 2030, anziché del 55%. E stanno facendo bene: la Danimarca è attualmente al 6° posto nell’Indice di performance del cambiamento climatico. Dal 1° al 3° posto? Non sono nemmeno occupati.

Architettura del paesaggio danese: abile e ben comunicata

La Danimarca sembra essere la prima della classe in Europa quando si tratta di obiettivi climatici, ma il fatto è che, con un’altezza media di 30 metri sul livello del mare, il cambiamento climatico colpirà il Paese in modo particolarmente duro. Gli studi dell’istituto geologico GEUS indicano un innalzamento di 51 centimetri per Copenaghen entro il 2100, e Camilla van Deurs conferma le sfide in un’intervista. La risposta della capitale danese: vuole essere neutrale dal punto di vista delle emissioni di anidride carbonica entro il 2025 e sta perseguendo con determinazione il „Cloudburst Management Plan“, un piano di gestione delle tempeste di nubi di fama internazionale.

L’architettura del paesaggio danese dimostra costantemente estetica e qualità di fronte al cambiamento climatico. I colleghi danesi non solo progettano con competenza, ma comunicano anche correttamente. Noi in Germania possiamo solo imparare da loro. Soprattutto ora. In occasione della riunione del consiglio di fabbrica all’inizio dell’anno, il bdla ha adottato il concetto „We shape the climate“, che mira a rafforzare la professione stessa e la sua accettazione sociale a lungo termine.

Punto di forza della redazione: Piazza Karen Blixen

Per noi della redazione, questo è il momento perfetto per dedicare un intero numero alla progettazione danese e per illustrare, attraverso una selezione di progetti unici, come l’architettura del paesaggio integrativa e interdisciplinare lavori con una voce forte. È interessante notare che il progetto che gli stessi danesi hanno premiato con il loro premio nazionale di architettura del paesaggio è il meno spettacolare della nostra redazione. Il nostro fiore all’occhiello, invece: La piazza Karen Blixen di COBE. Quale progetto pensate sia il migliore? Fateci sapere cosa ne pensate.

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Il calcare di Gotland è la pietra svedese dell’anno

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La pietra calcarea ricca di fossili, che può essere lucidata ma è sensibile agli acidi, è utilizzata in Germania, ad esempio nell’ambasciata svedese di Berlino e nella cattedrale di Lubecca.

Una delle 17 stazioni del nuovo anello della metropolitana di Copenaghen è rivestita in pietra calcarea di Gotland. Foto: Naturstein Wolf

Naturstein Wolf è l’importatore generale di calcare in Germania. Foto: Naturstein Wolf

È adatto sia per gli interni che per gli esterni ed è relativamente duro per essere una pietra calcarea. Foto: Naturstein Wolf.

La pietra calcarea di Gotland fa parte del patrimonio culturale dell’intera regione del Mar Baltico. L’Associazione svedese dell’industria lapidea l’ha quindi nominata pietra dell’anno 2020. „L’idea alla base della nomina è quella di riconoscere un fantastico materiale da costruzione e di collocare la pietra in un contesto storico“, afferma Kai Marklin, presidente dell’Associazione svedese dell’industria della pietra.

La Svezia era vicina all’equatore 400 milioni di anni fa: l’attuale isola di Gotland era una barriera corallina con conchiglie, fauna e spugne. Si possono trovare come impronte fossili nel calcare. Nell’Alto Medioevo, la posizione strategica di Gotland e l’unicità del calcare ne fecero il centro del commercio della pietra nella regione del Mar Baltico.

In Germania, Naturstein Wolf è l‘importatore generale della roccia sedimentaria (e su richiesta invia le schede tecniche esatte). Il calcare di Gotland è lucidabile, sensibile agli acidi e si presenta in tre varietà: „Norrvange“, „Södervange“ e „Kappelshamn“. Il colore varia dal crema al grigio e sono ben visibili fossili come conchiglie e coralli. Nella regione del Mar Baltico si trova, ad esempio, sulla chiesa di San Pietro, sulla banca SEB, sulla chiesa di Santa Maria, sulla cattedrale e sul cortile del municipio di Lubecca, sulla Zeughaus e sulla Schnabbelhaus di Wismar, sul municipio e sulla chiesa di Nicolai a Rostock.

Ricco di fossili, da crema a grigio, lucidabile

La pietra calcarea ricca di fossili, che può essere lucidata ma è sensibile agli acidi, è utilizzata in Germania, ad esempio nell’ambasciata svedese di Berlino e nella cattedrale di Lubecca. La pietra calcarea di Gotland fa parte del patrimonio culturale dell’intera regione del Mar Baltico. L’Associazione svedese dell’industria lapidea l’ha quindi nominata pietra dell’anno 2020. „L’idea alla base della nomina è di riconoscere sia un fantastico materiale da costruzione […]

La ruota panoramica torna allo Spreepark

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Un vecchio simbolo torna a Berlino: la ruota panoramica dello Spreepark. In una nuova veste, l’icona unisce la storia e il futuro dello Spreepark. Come struttura portante galleggiante, la ruota panoramica viaggerà presto direttamente sopra il livello dell’acqua.

Berlino ha presentato i piani per la reinstallazione della ruota panoramica nel nuovo Spreepark. In una conferenza stampa digitale, ilSegretario di Stato di Berlino per l’Ambiente e la Protezione del Clima e l’amministratore delegato di Grün Berlin hanno presentato il progetto della nuova ruota panoramica dello Spreepark. Questa segue il nuovo approccio alla sostenibilità, così come il futuro sviluppo dell’intero Spreepark. La città ha sviluppato un nuovo concetto per lo Spreepark Berlininsieme ai cittadini. Questo prevede che il vecchio parco divertimenti diventi un parco moderno ed ecologico per l’arte e la cultura. Nonostante questa nuova direzione, lo Spreepark con la sua ruota panoramica rimarrà un luogo per tutti i berlinesi.

Così come l’intero Spreepark cambierà, anche la ruota panoramica subirà un ulteriore sviluppo. Molte parti della vecchia costruzione saranno ristrutturate e riutilizzate. Ne verranno aggiunte di nuove, come una struttura di supporto sospesa in diagonale. In futuro, la nuova costruzione del punto di riferimento Spreepark si librerà direttamente sopra lo specchio di un bacino d’acqua di 3.000 metri quadrati.

Tuttavia, i visitatori siederanno presto in nuove gondole durante questo viaggio sull’acqua. Questo perché le vecchie non possono essere rinnovate. La forma delle nuove gondole si basa su quelle che hanno caratterizzato la prima ruota panoramica tra il 1969 e il 1989. Anche il bacino d’acqua sarà ridisegnato. Sarà circolare e avrà un accesso senza barriere. In questo modo la ruota panoramica dello Spreepark sarà accessibile a tutte le persone senza limitazioni. Il nuovo specchio d’acqua servirà anche come area di ritenzione e serbatoio per l’acqua piovana. In seguito potrà essere utilizzato per irrigare le aree verdi dello Spreepark e allo stesso tempo il corpo idrico contribuirà a creare un microclima fresco nel sito.

Uno Spreepark sostenibile e incentrato sui cittadini

Il ritorno della ruota panoramica non solo darà al nuovo Spreepark un nuovo punto di riferimento. La sua forma nuova e rivista si adatta perfettamente all’idea di base di un parco artistico e culturale sostenibile e incentrato sui cittadini di Berlino. Da un lato, la costruzione itinerante in acciaio riflette la storia dello Spreepark. Dall’altro, il nuovo design punta al futuro. Qui sono importanti una gestione innovativa dell’acqua, spazi aperti creativi e molto verde. La ruota panoramica dello Spreepark riporta alla mente ricordi d’infanzia, e non solo per il Senatore per l’Ambiente. Momenti romantici, divertimento e contemplazione potranno essere vissuti anche nel prossimo futuro su questo giro d’aria.

Nuova costruzione della vasca d’acqua

La nuova costruzione della vasca d’acqua con terrazza, gradini e una zona d’acqua bassa accessibile è direttamente collegata alla ristrutturazione della ruota panoramica. L’impianto idrico viene costruito direttamente ai piedi della ruota panoramica, per così dire, e offre un’attraente area ricreativa e di avventura. Inoltre, l’acqua piovana raccolta qui, in questo bacino e in altre cisterne distribuite nel parco, non ha solo uno scopo decorativo. Al contrario, viene utilizzata per irrigare circa 10.200 metri quadrati di vegetazione. La superficie d’acqua aperta può anche contribuire a raffreddare l’ambiente circostante. I bordi delle sponde del vecchio bacino d’acqua avevano pareti dure e, per così dire, morte e ripide. Ora la situazione sta cambiando. I bordi del nuovo bacino saranno utilizzabili come habitat. Sulle superfici non impermeabilizzate e nelle zone parzialmente pianeggianti delle sponde verranno creati nuovi habitat di alta qualità per un’ampia varietà di piante e animali.

Apertura nel 2025

La costruzione della nuova ruota panoramica di Spreepark avrà luogo nei prossimi anni. La ruota panoramica e il bacino d’acqua dovrebbero essere pronti per la fine del 2024. L’inizio dell’attività è previsto per la primavera del 2025. Il team interdisciplinare di schlaich bergermann e realities:unitedsta attualmente lavorando alla pianificazione . L’aggiudicazione dell’appalto a livello europeo per la progettazione, la ristrutturazione e infine la trasformazione della ruota panoramica è prevista per la fine del 2022. Oltre ai preparativi per l’aggiudicazione dell’appalto, l’adozione del piano di sviluppo del quartiere per la ricostruzione e lo sviluppo del nuovo Spreepark rappresenta un’importante pietra miliare. Questo perché il piano di sviluppo costituirà la base per la realizzazione di tutte le misure di costruzione.

Tutti i documenti saranno esposti e resi disponibili al pubblico nel quartiere berlinese di Treptow-Köpenick. Il completamento del processo del piano di sviluppo è previsto per il 2023. Finora, i progettisti responsabili hanno stimato che la ristrutturazione e la riprogettazione della ruota panoramica e la costruzione del bacino idrico costeranno 6,4 milioni di euro. Gran parte dei fondi, circa 2,88 milioni di euro, proverranno dal programma federale per il rinnovamento delle strutture comunali nei settori dello sport, della gioventù e della cultura. L’altra parte della somma richiesta, pari a circa 3,52 milioni di euro, sarà fornita dallo Stato di Berlino.

Per saperne di più sul nuovo concetto di utilizzo dello Spreepark, cliccate qui.

Massetto fluido: struttura efficiente per pavimenti per professionisti e progettisti

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Moderno grattacielo con un'imponente struttura di facciata e molte finestre contro un cielo blu, fotografato da Artist Istanbul

Massetto autolivellante: il materiale che ogni cantiere ama e che ogni progettista dovrebbe almeno conoscere, ma che quasi nessuno capisce veramente. Tra la rapida lavorazione in cantiere, la progettazione digitale e il dibattito sulla sostenibilità, il massetto autolivellante è da tempo più di un semplice prodotto proveniente da un camion silo. È ora di dare un’occhiata più da vicino al pavimento sotto i piedi del settore, e forse di portarlo a un livello completamente nuovo.

  • Il massetto fluido sta rivoluzionando la costruzione di pavimenti in Germania, Austria e Svizzera, e non solo da ieri.
  • La massima efficienza soddisfa i requisiti più esigenti in termini di pianificazione, esecuzione e sostenibilità.
  • Gli strumenti digitali e il BIM stanno cambiando il modo in cui i massetti vengono progettati, appaltati e monitorati.
  • Sostenibilità? Sì, ma non senza obiettivi contrastanti in termini di selezione dei materiali, consumo energetico e ciclo di vita.
  • La competenza tecnica rimane obbligatoria: umidità, comportamento al ritiro, capacità portante, norme – se si sbaglia qui, si paga due volte.
  • Il massetto fluido fa da tempo parte della cultura internazionale dei cantieri, con innovazioni che vanno dalle formulazioni alla logistica di cantiere.
  • Discussioni molto accese: Percentuali di riciclaggio, garanzia di qualità digitale, automazione e il mito della „pavimentazione veloce“.
  • Il futuro? Massetti intelligenti, monitoraggio supportato dall’intelligenza artificiale, manutenzione basata sui dati e una visione chiara dei costi climatici effettivi.

Il massetto fluido nella regione DACH: uno status quo tra tradizione e rivoluzione edilizia digitale

In Germania, Austria e Svizzera, il massetto fluido è da tempo lo standard, almeno nei cantieri che privilegiano velocità, uniformità ed economicità. Le differenze principali non risiedono nel materiale, ma nella mentalità di progettisti e artigiani: mentre in Austria i massetti fluidi cementizi in combinazione con il riscaldamento a pavimento sono diventati uno standard da anni, in Germania c’è ancora un certo scetticismo verso le nuove formulazioni o addirittura la prefabbricazione industriale. La Svizzera, invece, privilegia la precisione per principio, e quindi il controllo della qualità, che spesso i cantieri tedeschi e austriaci conoscono solo per via teorica.

Chi crede che il massetto autolivellante sia un materiale banale si sbaglia di grosso. La varietà di leganti – dal solfato di calcio e cemento alle miscele speciali – comporta diverse proprietà fisiche di costruzione, requisiti di lavorazione e anche diverse approvazioni da parte delle autorità edilizie. Non esiste una soluzione unica per tutti, ma piuttosto un mosaico di norme, dichiarazioni di prestazione e regole dettagliate che rendono la pianificazione quotidiana tutt’altro che banale.

La digitalizzazione? Sta arrivando lentamente, ma sta arrivando. In Austria e Svizzera, gli strumenti digitali per le gare d’appalto e il monitoraggio del settore dei massetti non sono più esotici. In Germania, invece, il fax regna ancora spesso sovrano, ma anche qui le cose si stanno muovendo: l’integrazione dei dettagli dei massetti galleggianti nei modelli BIM e il prelievo automatico delle quantità sono in aumento. Tuttavia, la vera rivoluzione deve ancora arrivare: un gemello digitale dell’intera struttura del pavimento, compreso il monitoraggio dell’asciugatura e la previsione della manutenzione.

E che dire della realtà del cantiere? Qui il processo di costruzione determina ancora il successo o il fallimento. Ritardi nella posa, formulazioni errate del massetto o substrati non puliti portano a costose rilavorazioni. Il problema: l’interfaccia tra pianificazione, esecuzione e monitoraggio è spesso mal definita, le responsabilità vengono spostate da una parte all’altra e alla fine a pagare è sempre il cliente.

Chi crede che il massetto fluido sia un successo sicuro in DACH dovrebbe dare un’occhiata più da vicino ai rapporti di cantiere. Esiste un divario tra le aspirazioni e la realtà, che può essere colmato solo con la competenza tecnica, il monitoraggio digitale e una vera e propria cultura edilizia. Altrimenti, il pavimento rimarrà letteralmente quello che spesso è nell’edilizia: il figliastro della pianificazione.

Tecnologia, insidie e tendenze: perché il massetto fluido è più di un semplice liquido

I requisiti tecnici del massetto autolivellante sono elevati e stanno diventando sempre più complessi a causa dei nuovi profili di utilizzo e dei nuovi metodi di costruzione. L’idea classica di „posa, asciugatura, finitura“ è una reliquia dell’età della pietra dell’edilizia. L’equilibrio dell’umidità, il comportamento al ritiro, gli spessori dei massetti e i dettagli dei collegamenti determinano da tempo la durata e l’assenza di danni di un pavimento. Particolarmente critica è l’interfaccia con il riscaldamento a pavimento. È qui che il coordinamento preciso della formulazione del massetto, della posizione dei tubi e del tempo di installazione determina il successivo comfort termico e l’efficienza energetica.

Le innovazioni sono molte, ma non tutte sono un passo avanti. I massetti cementizi rapidi promettono tempi di realizzazione più brevi, ma spesso comportano nuovi rischi in termini di post-trattamento e asciugatura. I sistemi autolivellanti facilitano l’installazione, ma aumentano i requisiti di preparazione del substrato e la logistica del cantiere. Per quanto riguarda il riciclaggio, l’industria sta guadagnando terreno solo lentamente: i riciclati nei massetti autolivellanti sono fattibili, ma non sono ancora universalmente approvati dalle autorità edilizie e nella pratica incontrano spesso le riserve di progettisti e proprietari di edifici.

Gli strumenti digitali stanno cambiando il modo in cui i massetti vengono progettati e monitorati: I sensori nel massetto misurano l’umidità, la temperatura e la resistenza in tempo reale. I dati confluiscono nel modello BIM, dove controllano i processi di costruzione, generano avvisi e prevedono gli intervalli di manutenzione. Sembra fantascienza, ma fa già parte della vita quotidiana nei cantieri pilota in Svizzera e Austria. In Germania, invece, la digitalizzazione si trova spesso a metà strada, tra la protezione dei dati, i ritardi negli investimenti e una certa cultura edilizia del „abbiamo sempre fatto così“.

Cosa significa questo per i professionisti? In primo luogo, nulla funziona senza una solida conoscenza tecnica della composizione, dell’installazione e del post-trattamento. In secondo luogo, chi non sfrutta le opportunità offerte dalla digitalizzazione spreca il potenziale di efficienza e rischia di subire costosi danni strutturali. In terzo luogo, le richieste di documentazione sono in aumento. Ogni massetto sta diventando un vettore di dati, ogni cantiere una scatola nera digitale. Se si perde la visione d’insieme, ci si ritrova rapidamente su un terreno traballante.

E i temi di tendenza? Automazione, massetti intelligenti, installazione robotizzata: molte cose sono in fase di sviluppo, alcune sono già in fase di sperimentazione. Il cantiere del futuro non sarà solo più veloce, ma anche più orientato ai dati. La grande domanda è: chi controllerà la tecnologia e chi sarà controllato da essa? Un discorso che continuerà a occupare il settore nei prossimi anni.

Sostenibilità e massetto autolivellante: tra una mano di vernice verde e un vero progresso

Sostenibilità è la parola d’ordine, anche per il massetto autolivellante. Ma cosa significa in termini concreti? I massetti a base di cemento causano elevate emissioni di CO₂, le varianti a base di solfato di calcio guadagnano punti con una migliore efficienza energetica durante la produzione, ma sono più sensibili all’umidità e non possono essere utilizzati ovunque. L’industria è alla ricerca di alternative: materiali riciclati, leganti a bassa emissione di CO₂, materie prime regionali. Tuttavia, il percorso dal campione di laboratorio alla soluzione pronta per la produzione è lungo e pieno di obiettivi contrastanti.

Un vero dilemma: chi punta senza compromessi sulla sostenibilità spesso deve accettare tempi di asciugatura più lunghi, processi di installazione più complicati o resistenze inferiori. Questo non è un’opzione per molti costruttori e investitori, a meno che gli obiettivi di sostenibilità non siano stabiliti per contratto o ricompensati da programmi di sovvenzione. Il problema è che dimostrare la sostenibilità è complesso, la situazione delle certificazioni è confusa e i metodi di misurazione sono tutt’altro che standardizzati.

Tuttavia, esistono soluzioni innovative: in Svizzera, ad esempio, i massetti con aggregati riciclati e leganti alternativi sono già utilizzati in progetti pilota pubblici. In Austria sono in corso progetti di ricerca sul bilancio di CO₂ dei massetti durante il loro ciclo di vita. E in Germania? Qui si discute intensamente del potenziale dei cosiddetti „massetti verdi“, ma la penetrazione del mercato è ancora bassa. Mancano linee guida chiare, dati affidabili e, come spesso accade, il coraggio di innovare.

Anche la digitalizzazione può aiutare: Le analisi del ciclo di vita, i passaporti dei materiali e la tracciabilità digitale dei flussi di materiali da costruzione rendono visibile l’impronta ecologica dei massetti. Tuttavia, spesso passa troppo tempo prima che i dati confluiscano effettivamente nei tavoli decisionali dei progettisti. Il risultato è che la sostenibilità rimane un servizio a parole, finché non diventa parte integrante del processo di appalto e della supervisione dei lavori.

Se si vogliono ottenere punti in questo ambito come professionisti, non è necessaria solo la competenza tecnica, ma anche la capacità di gestire obiettivi contrastanti. Dopo tutto, il massetto autolivellante sostenibile non è fine a se stesso, ma fa parte di una complessa strategia globale per un’edilizia efficiente dal punto di vista energetico e a prova di futuro. Chi non si accorge di questo finirà per essere sopraffatto dall’impronta di carbonio e dalle richieste dei clienti.

Digitalizzazione, IA e il futuro del massetto: dal mito del cantiere alla realtà guidata dai dati

La digitalizzazione sta cambiando il pavimento, nel vero senso della parola. Il massetto prodotto in cantiere sta diventando un elemento digitale dell’edificio in rete. I modelli BIM integrano i massetti con tutti i parametri rilevanti: spessore, formulazione, tempi di asciugatura, interfacce con il riscaldamento e l’isolamento, cicli di manutenzione. La pianificazione diventa più trasparente, le gare d’appalto più precise e il monitoraggio continuo. Le fonti di errore che un tempo si manifestavano solo anni dopo, oggi vengono riconosciute durante la posa in opera o addirittura simulate in anticipo.

L’intelligenza artificiale non è una gag fantascientifica, ma è da tempo una realtà di sviluppo: le prime start-up stanno lavorando su controlli di qualità supportati dall’intelligenza artificiale che utilizzano i dati dei sensori e gli algoritmi per prevedere i danni al massetto, ottimizzare i processi di asciugatura e prevedere i requisiti di manutenzione. Il cantiere diventa un silo di dati e il massetto un campo di sensori digitali. Per i progettisti e i direttori dei lavori, questo significa meno istinto e più decisioni basate sui dati. Un cambiamento di paradigma che non piace a tutti, ma che è inevitabile.

Il potenziale maggiore risiede nell’integrazione di tutti i processi di cantiere: Dall’ordine della ricetta alla logistica e al collaudo finale, i flussi di dati convergono. Si possono ridurre al minimo gli errori, i ritardi e le interruzioni di comunicazione, l’installazione diventa più prevedibile e il cantiere più efficiente. Tuttavia, chi perde il controllo della sovranità dei dati rischia nuove dipendenze – da fornitori di software, integratori di sistemi e piattaforme digitali. La questione di chi controlla i dati sta diventando la nuova questione di potere nell’edilizia.

Cosa significa questo per gli architetti? La classica planimetria dettagliata non è più sufficiente. Chiunque sia responsabile dello scorrimento dei massetti deve comprendere le interfacce digitali, analizzare i dati dei sensori, gestire i modelli BIM ed essere in grado di gestire le nuove possibilità dell’intelligenza artificiale. Ciò richiede una maggiore formazione, apertura e la volontà di buttare a mare le vecchie routine. Il futuro del massetto appartiene a coloro che hanno la stessa confidenza con i dati e la tecnologia che hanno con un regolo pieghevole e una livella.

A livello internazionale, l’evoluzione è già in atto da tempo: in Scandinavia, nei Paesi Bassi e in Svizzera i processi di stesura digitale dei massetti sono ormai uno standard. La Germania e l’Austria devono recuperare terreno, ma hanno anche un enorme potenziale. La grande domanda rimane: Il pavimento del cantiere guidato dai dati prevarrà o il massetto rimarrà l’eterno figliastro dell’informatica per l’edilizia? La risposta determinerà la competitività dell’intero settore.

Conclusione: il massetto fluido – più di una massa, meno di un mito

Il massetto fluido è molto più di un prodotto di massa che può essere installato rapidamente. È un riflesso delle sfide e delle opportunità che l’intero settore delle costruzioni deve affrontare. Efficienza, digitalizzazione, sostenibilità, competenza tecnica: tutto si riunisce qui. Chi abbraccia le nuove possibilità può accelerare i processi di costruzione, migliorare la qualità e raggiungere obiettivi ecologici. Chi non coglie questa evoluzione rischia di subire danni costosi, di scontentare i clienti e di finire sul banco degli imputati dell’edilizia digitale. Il futuro delle pavimentazioni è fluido, nel senso migliore del termine.