Resilienza low-tech – strategie edilizie e urbane senza tecnologie di alto livello

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Due case moderne come esempio di resilienza low-tech in architettura e pianificazione urbana.
Due edifici residenziali contemporanei mostrano come l'edilizia sostenibile possa funzionare anche senza tecnologie di alto livello.

La resilienza low-tech sembra inizialmente una contraddizione in un mondo che si aggrappa avidamente alla digitalizzazione di alto livello e alle innovazioni intelligenti. Ma soprattutto oggi, quando le città si trovano ad affrontare crisi climatiche, mancanza di risorse e sovraccarico dei sistemi, sta diventando chiaro che il futuro della resilienza non risiede solo nel cloud, ma spesso in soluzioni concrete, analogiche, semplici e robustamente pragmatiche. Come possiamo pensare agli insediamenti, ai quartieri e agli spazi pubblici in modo che funzionino anche quando la promessa dell’alta tecnologia raggiunge i suoi limiti?

  • Che cos’è la resilienza low-tech e perché sta diventando sempre più importante in un contesto urbano.
  • Strategie concrete di pianificazione urbana e architettura che funzionano senza tecnologie di alto livello.
  • Esempi da Germania, Austria e Svizzera: progetti e fari di successo
  • Il ruolo della selezione dei materiali, dei metodi di costruzione e delle tecniche tradizionali nel contesto della sostenibilità
  • Come gli approcci low-tech rafforzano la resilienza sistemica alle crisi
  • L’interazione tra principi low-tech e sviluppo urbano partecipativo
  • Rischi e sfide: Quando la bassa tecnologia raggiunge i suoi limiti
  • Consigli pratici di attuazione per pianificatori, comuni e architetti
  • Perché la resilienza low-tech non è un passo indietro, ma un motore dell’innovazione
  • Conclusione: la città del futuro come simbiosi tra high-tech e low-tech, con una chiara attenzione all’essenziale.

Resilienza low-tech: termine, significato e rilevanza in un contesto urbano

La resilienza low-tech è un termine che a prima vista può sembrare antiquato o addirittura romantico. Ma sotto la superficie si nasconde un approccio esplosivo e di grande attualità per urbanisti, architetti e autorità locali. In questo contesto, low-tech non significa rinunciare al progresso, ma piuttosto una riduzione intelligente all’essenziale. Si tratta di semplicità tecnologica, di sistemi che funzionano anche senza controllo digitale e infrastrutture altamente complesse. La resilienza, invece, descrive la capacità di resistere alle interruzioni, siano esse condizioni meteorologiche estreme, crisi energetiche o guasti ai sistemi. La combinazione di entrambi i termini descrive quindi le strategie per rendere le città e gli edifici più robusti e indipendenti, basandosi su principi semplici e collaudati.

La rilevanza della resilienza low-tech è aumentata notevolmente negli ultimi anni. Mentre le grandi città vantano concetti di smart city e controllo dei dati in tempo reale, crisi come interruzioni di corrente, siccità o problemi alla catena di approvvigionamento dimostrano che le soluzioni di alto livello non sono sempre l’ultima risorsa. Al contrario, i pianificatori e le autorità locali devono creare sistemi che funzionino anche se il controllo digitale fallisce o le risorse scarseggiano. La resilienza low-tech offre una solida alternativa alla tecnologizzazione esclusiva.

Nel contesto urbano, la resilienza low-tech copre un ampio spettro: dalla pianificazione degli edifici alla scelta dei materiali, dalla progettazione degli spazi aperti alla mobilità. Si tratta di strategie climatiche passive, ventilazione naturale, ombreggiamento e gestione dell’acqua piovana, ma anche di processi partecipativi e creazione di valore locale. In particolare, le città di Germania, Austria e Svizzera stanno riscoprendo il potenziale dei metodi di costruzione tradizionali e della solidità urbana, non come nostalgia, ma come risposta intelligente alle sfide del presente.

Da un punto di vista tecnico, la resilienza low-tech si concentra sulla riduzione della complessità. Ciò non significa che le tecnologie moderne vengano categoricamente rifiutate, ma che il loro uso viene esaminato criticamente e limitato allo stretto necessario. Ad esempio, un edificio che si basa sulla circolazione naturale dell’aria, su muri spessi e su una pianta intelligente è meno dipendente dalla tecnologia di ventilazione, dai sensori e dai controlli digitali, e quindi è più resistente a guasti e interruzioni. Lo stesso vale per la città: i sistemi basati sulla gestione del riciclo locale, sull’infiltrazione dell’acqua piovana e sulle strutture verdi multifunzionali sono meno suscettibili agli shock di sistema.

L’importanza della resilienza low-tech diventa particolarmente chiara se si considerano i rischi di concentrarsi esclusivamente sull’high-tech. I sistemi di controllo digitali possono essere violati, il software può diventare obsoleto e possono mancare i pezzi di ricambio. Chi si affida esclusivamente ai sistemi intelligenti sta creando delle vulnerabilità. La resilienza low-tech, invece, significa mantenere le funzioni di base della vita urbana anche se la tecnologia si guasta, e questo è in definitiva il prerequisito per uno sviluppo urbano veramente sostenibile.

Strategie, principi e metodi di costruzione per uno sviluppo urbano low-tech resiliente

Un’efficace resilienza low-tech nello sviluppo urbano si basa su una serie di approcci strategici che possono essere applicati sia agli edifici che allo spazio urbano. Un principio centrale è la passivazione delle funzioni. Ciò significa che gli edifici e gli spazi aperti sono progettati in modo da svolgere il maggior numero possibile di funzioni senza l’ausilio di tecnologie attive. Un esempio classico è il raffrescamento passivo: pareti spesse in legno massiccio o in argilla, ombreggiatura intelligente attraverso sporgenze del tetto o pergole e una disposizione mirata delle aperture fanno sì che gli spazi interni rimangano a una temperatura piacevole anche nelle giornate più calde, senza bisogno di aria condizionata. L’effetto è un risparmio energetico, una minore dipendenza dalle forniture esterne e una maggiore affidabilità.

Anche la scelta dei materiali gioca un ruolo fondamentale. Materiali robusti, durevoli e disponibili localmente come il legno, il mattone, la pietra naturale o l’argilla non sono solo ecologicamente favorevoli, ma anche imbattibili in termini di resistenza. Invecchiano con grazia, possono essere riparati e non richiedono artigiani altamente specializzati o pezzi di ricambio provenienti da Paesi lontani. I metodi di costruzione tradizionali stanno vivendo una rinascita, soprattutto nelle aree rurali, ma sempre più anche nei contesti urbani. Non si tratta di un ritorno ai bei tempi andati, ma di una sintesi intelligente tra le vecchie esperienze e le esigenze attuali.

Un’altra chiave della resilienza low-tech risiede nella multifunzionalità delle strutture urbane. Le aree che svolgono diverse funzioni – ad esempio gli spazi verdi che fungono da serbatoi per l’acqua piovana, aree ricreative e hotspot per la biodiversità – aumentano la robustezza del sistema complessivo. Lo stesso vale per gli edifici: piante flessibili, strutture retrofittabili e metodi di costruzione modulari consentono di adattarsi ai cambiamenti di utilizzo o alle condizioni climatiche senza dover ricorrere a costosi aggiornamenti tecnici. Questo dimostra che il low-tech non è affatto rigido o regressivo, ma crea piuttosto una base per l’adattabilità.

La resilienza low-tech entra in gioco anche nel settore dell’approvvigionamento e dell’utilizzo dell’energia. L’orientamento solare degli edifici, l’accumulo termico, la fornitura decentrata di energia e semplici soluzioni eoliche possono rendere i quartieri urbani meno dipendenti dalle reti centralizzate e dalle fluttuazioni dei prezzi. L’abbinamento con l’uso comune, ad esempio sotto forma di cooperative energetiche, crea una resilienza non solo tecnica ma anche sociale. In questo modo si confondono i confini tra tecnologia, architettura e società urbana.

Infine, il ritorno al low-tech è spesso anche un invito alla partecipazione. I sistemi che possono essere compresi, utilizzati e mantenuti dai residenti favoriscono l’identificazione con il proprio ambiente di vita. Quando un progetto di orto urbano non è solo controllato digitalmente, ma anche gestito dai vicini, si crea un rapporto completamente diverso con i cicli delle risorse e l’ecologia urbana. Il low-tech non promuove quindi solo la resilienza in senso tecnico, ma anche nel tessuto sociale della città.

Buone pratiche: progetti ed esempi dai Paesi di lingua tedesca

Uno sguardo a progetti specifici nei Paesi di lingua tedesca mostra come la resilienza low-tech sia oggi interpretata e attuata in modo diverso e innovativo. Un esempio significativo è la casa a schiera „Korkenzieher“ a Zurigo, che privilegia in modo coerente le strategie energetiche passive, la ventilazione naturale e la costruzione in legno massiccio. Gli architetti hanno deliberatamente rinunciato a complessi servizi edilizi, progettando invece muri esterni spessi, aperture flessibili delle finestre e un sofisticato concetto di ventilazione. L’edificio rimane fresco anche durante le ondate di calore, senza dover ricorrere a sistemi di condizionamento o a controlli intelligenti. Allo stesso tempo, l’edificio è estremamente resistente e richiede poca manutenzione: un ottimo esempio di resilienza low-tech in azione.

Ci sono anche esempi notevoli a livello di pianificazione urbana. Il complesso residenziale cooperativo „Kalkbreite“ di Zurigo si basa su una combinazione di metodi di costruzione semplici, infrastrutture comuni e un intelligente mix di spazi abitativi, lavorativi e pubblici. Il cortile centrale funge da riserva di acqua piovana e da cuscinetto microclimatico, mentre gli involucri degli edifici possono fare a meno della climatizzazione tecnica grazie all’ombreggiamento e alla ventilazione naturale. L’edificio è progettato per essere autosufficiente, anche se la rete pubblica dovesse mai venire meno.

In Germania, il pluripremiato progetto „Holzhaus Linse“ di Berlino mostra come la resilienza low-tech possa funzionare nell’edilizia sociale. Qui sono stati combinati elementi prefabbricati in legno, piante semplici e concetti di stanze flessibili. Si è rinunciato a costose infrastrutture per case intelligenti a favore di investimenti in materiali robusti e tecnologie costruttive comprensibili. I residenti possono eseguire da soli molte operazioni di manutenzione e riparazione, il che è prezioso, soprattutto in tempi di crisi.

Un altro esempio illuminante è il quartiere „Seestadt Aspern“, vicino a Vienna. Qui, un intero quartiere urbano è stato progettato secondo i principi della bassa tecnologia: Ampie aree verdi e acquatiche non vengono utilizzate solo per la ricreazione, ma anche come aree di ritenzione in caso di forti precipitazioni. Gli edifici sono costruiti secondo lo standard della casa passiva e la mobilità si basa su distanze ridotte e sull’uso della bicicletta. Particolarmente degno di nota: la città di Vienna ha deliberatamente rinunciato a un sistema di controllo „intelligente“ centralizzato, affidandosi invece a infrastrutture robuste e a bassa manutenzione. Seestadt è quindi un modello per quartieri resilienti e sostenibili, senza tecnologie di alto livello.

Anche i comuni più piccoli sono all’avanguardia: nel Vorarlberg, sempre più edifici pubblici vengono costruiti utilizzando materiali da costruzione locali, artigianato tradizionale e la tecnologia edilizia più semplice possibile. La combinazione di valore aggiunto regionale, percorsi di consegna brevi e tecnologia comprensibile rende questi edifici particolarmente resistenti e garantisce che saranno ancora facili da usare e da mantenere tra venti o cinquant’anni. L’approccio low-tech non solo promuove l’equilibrio ambientale, ma anche l’artigianato locale e la sostenibilità sociale.

Resilienza sistemica attraverso il low-tech: vantaggi, limiti e interazioni

La resilienza low-tech offre numerosi vantaggi sistemici alle città e ai quartieri. Forse il più importante è che riduce la dipendenza da risorse esterne e da sistemi altamente specializzati. Quando la ventilazione, l’ombreggiamento, l’approvvigionamento energetico e la gestione dell’acqua si basano su principi semplici e robusti, le città sono meno vulnerabili a guasti, crisi e incertezze. Allo stesso tempo, si ottengono notevoli vantaggi in termini di costi – nella costruzione, nel funzionamento e nella manutenzione. Tutto ciò che non è digitalizzato non può essere violato, programmato in modo errato o reso inutilizzabile dagli aggiornamenti del software.

Un altro vantaggio è la facilità di riparazione. Le soluzioni a bassa tecnologia possono essere mantenute da artigiani locali, custodi o dagli stessi residenti. Questo non solo favorisce l’identificazione con il proprio ambiente di vita, ma rafforza anche l’economia locale e la conoscenza delle tecniche di base di costruzione e fornitura. Questo aspetto sta diventando sempre più importante, soprattutto nel contesto dell’economia circolare: chi sa come riparare una finestra o fare la manutenzione di una cisterna per l’acqua piovana è indipendente dalle catene di fornitura globali e dai cartelli di produzione.

Tuttavia, anche la resilienza low-tech ha i suoi limiti. Non tutte le sfide urbane possono essere risolte con mezzi semplici. Le grandi città ad alta densità raggiungono i limiti fisici delle strategie passive. Anche l’integrazione delle energie rinnovabili o il controllo di complessi sistemi di trasporto beneficiano del supporto digitale. Il trucco è trovare il giusto equilibrio: utilizzare le tecnologie di alto livello dove sono veramente necessarie e ancorare i principi low-tech come spina dorsale dei servizi di interesse generale.

Esiste anche un’interazione chiave tra la resilienza low-tech e lo sviluppo urbano partecipativo. Sistemi comprensibili e accessibili promuovono la partecipazione della società urbana. I cittadini possono essere coinvolti direttamente, assumersi responsabilità e sviluppare le proprie iniziative. Questo non solo rafforza il tessuto sociale, ma anche la capacità della città di adattarsi ai cambiamenti. Il low-tech diventa così un motore per l’innovazione urbana che cresce dal basso, non imposto dall’alto.

Infine, la resilienza low-tech fornisce un importante contributo all’adattamento climatico. Molte strategie passive mirano a mitigare il calore, la siccità o le forti precipitazioni, senza bisogno di tecnologie complesse. I tetti verdi, i sistemi di ombreggiamento, le aree di infiltrazione aperte e le piantumazioni adattive rendono le città più resistenti alle condizioni climatiche estreme. L’esperienza lo dimostra: Più le soluzioni sono semplici e robuste, meglio funzionano nella pratica, soprattutto quando serve.

La resilienza low-tech come motore dell’innovazione: prospettive e raccomandazioni per l’azione

Chiunque pensi che la resilienza low-tech sia solo un fenomeno di nicchia romantico per i tradizionalisti si sbaglia di grosso. In realtà, l’argomento sta diventando un motore di innovazione per uno sviluppo urbano sostenibile e a prova di futuro. L’abile combinazione di tecnologie collaudate e nuovi requisiti apre un enorme potenziale di soluzioni creative, ben lontane dal culto della tecnologia e dal clamore delle smart city. Ora più che mai, gli urbanisti, gli architetti e le autorità locali devono considerare il low-tech non come un passo indietro, ma come una risorsa strategica.

Il primo passo consiste nell’esaminare nelle prime fasi di progettazione quali funzioni di un edificio o di un quartiere possono essere risolte in modo passivo, robusto e con poca manutenzione. Questo va dall’orientamento della struttura dell’edificio e dalla scelta dei materiali alla progettazione degli spazi aperti e delle infrastrutture. Quanto prima i principi low-tech vengono incorporati nel processo di pianificazione, tanto più efficacemente possono essere realizzati i loro benefici.

In secondo luogo, vale la pena di considerare la creazione di valore locale: i materiali da costruzione regionali, i percorsi di consegna brevi e le tecniche artigianali tradizionali non solo rendono i progetti più resistenti, ma incoraggiano anche gli utenti a identificarsi con l’ambiente circostante. Non si tratta di una richiesta di un approccio museale retrospettivo, ma di una cultura dell’edilizia sostenibile che combina in modo intelligente il futuro e il passato.

In terzo luogo, si raccomanda un ripensamento della comunicazione del progetto. La resilienza a bassa tecnologia funziona meglio quando è sostenuta e compresa dalle persone. L’architettura e lo sviluppo urbano non devono quindi essere solo costruiti, ma anche spiegati. Programmi informativi, attività pratiche e workshop aperti possono contribuire a radicare la conoscenza dei principi low-tech nella società urbana.

Infine, è importante avere il coraggio di fare a meno, di tanto in tanto, della tecnologia di alto livello. I pianificatori e le autorità locali dovrebbero chiedersi regolarmente: cosa succede se salta la corrente, se il software entra in sciopero o se la catena di fornitura si rompe? La risposta dovrebbe essere: Le funzioni di base del quartiere e degli edifici vengono mantenute. Solo così si ottiene una vera resilienza e la città è davvero pronta per il futuro.

Conclusione: il futuro della città risiede nella solida coesistenza di low-tech e high-tech.

La resilienza low-tech è molto più di un nostalgico desiderio di semplicità. È un concetto strategico per le città che vogliono armarsi contro le incertezze del presente e del futuro. Gli esempi dei Paesi di lingua tedesca lo dimostrano: Non si tratta di fare a meno, ma di ridurre in modo intelligente, di concentrarsi sull’essenziale. Le strategie low-tech aumentano la solidità, riducono i costi, promuovono la partecipazione e rendono le città e gli edifici adatti alle sfide del cambiamento climatico, della scarsità di risorse e delle crisi di sistema.

Allo stesso tempo, è chiaro che l’alta tecnologia continuerà a svolgere un ruolo importante, ma non come unica soluzione, bensì come complemento di sistemi robusti, comprensibili e a bassa manutenzione. Il futuro della città risiede nella simbiosi tra alta e bassa tecnologia, tra intelligenza digitale e resilienza analogica. Per i pianificatori, gli architetti e le autorità locali, questo significa avere il coraggio di essere semplici, il coraggio di sperimentare e il coraggio di lavorare insieme alla popolazione locale. Perché la vera resilienza inizia sempre dove la tecnologia incontra le persone, lo spazio e la comunità.

Chi vede la resilienza low-tech come un’opportunità di innovazione può creare non solo città più sostenibili, ma anche più vivibili. I prossimi anni mostreranno quanto riusciremo a combinare i principi intelligenti del passato con le sfide del presente – e quindi a inventare la città di domani: robusta, adattabile e piena di qualità della vita, anche se la promessa di alto livello non mantiene le sue promesse.

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„La strada invisibile“ dello studio Vogt Landscape Architects

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Inaugurazione della mostra il 5 maggio

Inaugurazione della mostra il 5 maggio (Foto: © Till Budde)

Vogt Landscape Architects curano una mostra a Berlino: la mostra „The Invisible Street“ è in corso presso la Architektur Galerie di Berlino fino all’11 giugno. La grande domanda della mostra è: che cos’è una strada? La mostra presenta i risultati di una ricerca esplorativa condotta a Parigi, Berlino, Londra e Zurigo.

La strada è uno spazio pubblico quotidiano. Ogni giorno, migliaia di persone la usano in vari modi. Eppure la strada è molto più di una semplice linea di collegamento da A a B. Anche se può assumere questa funzione di transito nel tragitto quotidiano verso il lavoro, soprattutto nel traffico stradale motorizzato. L’importanza della strada per il paesaggio urbano e quindi anche per il tessuto sociale di una città è sottovalutata a molti livelli. Lo studio Vogt Landscape Architects vuole cambiare questa situazione con la mostra „The Invisible Street“. In essa riuniscono registrazioni di telecamere e suoni che costituiscono la complessità del sistema stradale. Il rapporto reciproco tra vari fattori come flora, fauna, rumore e odore viene messo in luce. L’inaugurazione della collezione ha avuto luogo giovedì 5 maggio, con un’introduzione del sociologo e ricercatore urbano del Politecnico di Zurigo, Christian Schmid. La mostra rimarrà allestita presso l’Architektur Galerie di Berlino fino a sabato 11 giugno.

Per affrontare l’argomento, lo studio Vogt Landscape Architects ha selezionato quattro aree di studio esemplari, che ha poi cercato di registrare nei minimi dettagli. I luoghi si trovano nelle capitali di Francia, Gran Bretagna, Svizzera e Germania. La scelta non è casuale. Vogt Landscape Architects ha uffici in tutte queste città. Sul posto hanno selezionato strade molto conosciute, che hanno documentato con una lente d’ingrandimento, un telescopio, una macchina fotografica e un microfono, nello stile di un viaggio sul campo. Vogt Landscape Architects parla di un’esplorazione provocatoria dello spazio stradale. Inoltre, i visitatori della mostra potranno sperimentare in modo insolito l’Avenue des Champs-Élysées a Parigi, Whitechapel Road a Londra, Bahnhofstrasse a Zurigo e Karl-Marx-Allee a Berlino. Nel vero senso della parola, l’obiettivo è che il pubblico dia un’occhiata dietro il sipario per scoprire da solo ciò che è principalmente invisibile. L’approccio e la struttura della mostra illustrano l’atteggiamento e i metodi di lavoro di Vogt Landscape Architects.

Lo scambio tra diverse discipline è importante quanto un processo di progettazione basato sulla conoscenza. Günther Vogt insegna e fa ricerca al Politecnico di Zurigo dal 2005. L’incontro tra scienza e pratica in ufficio conferisce ai progetti una profondità significativa. Nel Vogt Case Studio, ricerca ed esposizione si fondono. In passato sono già state curate altre mostre interessanti. La nuova mostra mira a far luce sul cambiamento di paradigma nella percezione dello spazio stradale. Sebbene un tempo la strada fosse considerata una rappresentazione della diversità e dell’intensità della vita urbana, essa è stata poco riconosciuta nella pianificazione contemporanea. Dopo il 1945, l’attenzione si è concentrata sulla ricostruzione, seguita dal paradigma della città a misura di automobile. La progettazione e la fruibilità per le persone al di fuori dell’automobile erano una questione secondaria. Ora è giunto il momento di rivalutare lo spazio. In quanto elemento essenziale della città, il suo potenziale intrinseco deve essere sfruttato molto di più in futuro.

La strada dovrebbe essere nuovamente riconosciuta come spazio sociale. Dopo tutto, la struttura dello spazio aperto della città non è costituita solo da parchi, spazi verdi e piazze. La rete di sentieri che collega tutte queste componenti è altrettanto importante. La mostra cerca di rendere i visitatori consapevoli di questo significato. Per Vogt Landschaftsarchitekten la pianificazione adattata al clima è una parola chiave. L’obiettivo di una città sostenibile e vivibile può essere raggiunto solo attraverso un cambiamento nella progettazione dello spazio stradale. Günther Vogt rappresenterà la posizione dello studio in un dibattito in loco giovedì 9 giugno, insieme all’architetto Silvia Malcovati dell’Università di Scienze Applicate di Potsdam e all’editore Lars Müller. La mostra è visitabile dal martedì al venerdì dalle 14.00 alle 19.00 e il sabato dalle 12.00 alle 18.00. È il momento di farsi un’idea e di ampliare la strada invisibile nella propria percezione per includere l’invisibile in primo luogo.

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Tempodrom Berlin: architettura tra tenda e arte concreta

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vista aerea di una città attraverso un fiume che scorre-GLnZNGNCqj4
Atmosfera della città vista dall'alto con il corso del fiume, fotografata da Emmanuel Appiah

Il Tempodrom di Berlino incarna il desiderio di superare i confini architettonici come quasi nessun altro edificio: una tenda di cemento, un’icona tra fiera e alta cultura, la prova che l’architettura tedesca ogni tanto ha ancora il coraggio di essere eccentrica. Chi vede il Tempodrom solo come un luogo di eventi, trascura la vera provocazione – e il grande esperimento architettonico che si trova qui nella capitale come un’astronave atterrata nella terra di nessuno urbana.

  • Analisi della creazione e del significato del Tempodrom di Berlino, in un’ottica di architettura e sviluppo urbano
  • Categorizzazione dell’edificio nel contesto di Germania, Austria e Svizzera.
  • Innovazioni: Come le frontiere tecniche, la scelta dei materiali e la progettazione digitale hanno reso possibile il Tempodrom
  • Sostenibilità: sfide e soluzioni nel campo del cemento, dell’energia e dell’utilizzo
  • Trasformazione digitale: quale ruolo giocano BIM, simulazione e AI in progetti analoghi?
  • Requisiti specialistici: Cosa devono sapere gli architetti e gli ingegneri per realizzare una grande architettura in calcestruzzo
  • Dibattiti critici: Tra status di culto, protezione dei monumenti e ambivalenza urbanistica
  • Visioni: Il Tempodrom come parte del discorso globale sull’architettura ibrida e sui punti di riferimento urbani

Tempodrom di Berlino: da idea circense a icona concreta

Chiunque entri oggi nel Tempodrom di Anhalter Bahnhof si rende immediatamente conto che qui non c’è nulla di ordinario. La storia non inizia con concorsi di architettura e investitori, ma con un direttore di circo che all’inizio degli anni Ottanta ha semplicemente eretto un tendone. L’idea era tanto ingenua quanto radicale: l’architettura temporanea come protesta, come campo di sperimentazione e come dichiarazione contro la grigia serietà della cultura edilizia tedesca. Ci sono voluti decenni prima che questa struttura improvvisata al limite del possibile diventasse un edificio permanente – e che edificio. Se oggi si cammina sulle superfici di cemento, si può ancora vedere la tenda, ma si percepisce l’ambizione di rendere permanente l’impossibile. A Berlino, una città che dopo la riunificazione ha lottato con l’identità e i grandi progetti, il Tempodrom è un raro colpo di fortuna: un edificio che non si vergogna della sua storia, ma la celebra. È proprio in questo che risiede la sua forza architettonica.

Il Tempodrom non ha eguali nel mondo di lingua tedesca. La Svizzera ama le strutture spettacolari, ma raramente così giocose. In Austria domina spesso una rigida praticità, che lascia poco spazio alle fantasie dei tendoni. Il Tempodrom è quindi più di una semplice curiosità berlinese. È una dichiarazione a favore della libertà di progettazione, dell’imperfezione e del coraggio di pensare all’architettura come a uno spazio di esperienza e non come a uno status symbol. Proprio per questo il Tempodrom è ancora un progetto di riferimento per tutti coloro che credono che l’architettura non possa raccontare storie.

La realizzazione è stata un tour de force: Tecnicamente, finanziariamente, emotivamente. Il salto da un tendone da circo improvvisato a un grande edificio utilizzabile in modo permanente ha richiesto creatività progettuale, forza di volontà e una dose di megalomania. Gli architetti di Gerkan Marg and Partners hanno optato per il cemento a vista, che non solo imita la forma del tendone, ma la ibrida: Qui il materiale diventa pietra e viceversa. Il risultato è uno spazio che sfida qualsiasi tipologia chiara. A volte sala da concerto, a volte centro congressi, a volte cattedrale spirituale, il Tempodrom rimane sempre un po‘ una tenda. Ed è proprio questa la sua provocazione architettonica.

Ma non è tutto. La sua posizione ad Anhalter Bahnhof, uno dei luoghi più complicati di Berlino, costringe l’edificio a mediare la pianificazione urbana. Situato tra binari ferroviari, assi di traffico e vuota terra di nessuno, il Tempodrom è un fattore di disturbo, un agitatore – ma anche un riconciliatore. Unisce gli opposti senza dissolverli. Questo è diventato raro in un’epoca in cui lo sviluppo urbano funziona spesso secondo il principio di evitare al massimo i conflitti. Chiunque visiti il Tempodrom percepisce che non è stato costruito per piacere, ma per sfidare. E questo è un fatto rinfrescante.

Nel dibattito architettonico mondiale, il Tempodrom rappresenta un approccio raro: la trasformazione di un’architettura temporanea ed effimera in un edificio permanente che forma un’identità. Mentre la forma spettacolare è spesso al centro dell’attenzione in tutto il mondo, qui si raggiunge un equilibrio tra gesto iconico e vita quotidiana funzionale. Il Tempodrom non è un oggetto architettonico stellare in senso classico, ma un’esortazione alla rottura produttiva. E forse proprio per questo è uno degli edifici più importanti di Berlino.

Innovazione tra romanticismo della tenda e realtà concreta

Tecnicamente parlando, il Tempodrom è una meraviglia di ibridazione. La sfida: come creare una sensazione di leggerezza e un’atmosfera da tendone – e con il cemento, un materiale che è sinonimo di pesantezza, durata e solidità? La risposta sta nella geometria e nella costruzione. La struttura del tetto è costituita da 16 gusci ripiegati che si estendono verso l’alto come le cime di una tenda. Questa forma non è fine a se stessa, ma è il risultato di elaborate simulazioni e sperimentazioni strutturali. I modelli digitali sono stati utilizzati già nella fase di progettazione, allora pionieri del CAD. Oggi, l’intera opera sarebbe gestita in BIM, con parametrici statici e processi di ottimizzazione supportati dall’intelligenza artificiale. Allora era come buttarsi a capofitto.

La costruzione del tetto a conchiglia non è solo una dichiarazione visiva, ma anche funzionale: consente grandi luci, crea un interno senza colonne e garantisce un’acustica impressionante. L’interazione tra struttura portante, forma e funzione nel Tempodrom non è un caso, ma il risultato di mesi di test e calcoli. Chiunque stia pianificando un progetto simile oggi non può più evitare la progettazione digitale. Simulazioni, modelli parametrici e ottimizzazioni basate sull’intelligenza artificiale sono da tempo uno standard. Il Tempodrom ha precorso i tempi in questo senso, anche se non del tutto per scelta. La complessità del progetto ha imposto l’innovazione.

Il calcestruzzo come materiale non è solo un mezzo per raggiungere un fine al Tempodrom, ma un leitmotiv del design. Le superfici di cemento a vista non sono nascoste, ma celebrate. Le superfici sono volutamente ruvide, quasi brutaliste, e conferiscono all’edificio una materialità in netto contrasto con l’idea della tenda. È proprio questa contraddizione che rende il Tempodrom così eccitante. È un edificio che sfida ogni categorizzazione: troppo giocoso per il modernismo, troppo grezzo per il classicismo, troppo permanente per il circo. Eppure tutto si unisce per formare una composizione complessiva coerente.

Anche l’utilizzo è innovativo. Il Tempodrom è un edificio multifunzionale che può essere utilizzato per qualsiasi cosa, dai concerti ai circhi, alle fiere. La flessibilità dello spazio fa parte del concetto architettonico. Oggi le moderne strutture per eventi si basano su interni modulari, tecnologie edilizie intelligenti e controllo digitale. Il Tempodrom è stato un pioniere in questo senso, almeno per quanto riguarda il suo approccio. L’illuminazione, l’acustica e la tecnologia dei media sono state integrate fin dall’inizio con l’obiettivo di massimizzare l’adattabilità. Chi progetta l’architettura di un evento oggi deve pensare non solo in termini di metri quadrati, ma anche di scenari di utilizzo. Il Tempodrom ha anticipato questo cambiamento di paradigma.

Nel confronto internazionale, il Tempodrom rappresenta un percorso europeo di innovazione: non una pura battaglia tecnologica come in Asia, non una pura esplosione di forme come a Dubai, ma un’intelligente ibridazione di materiali, uso e identità. In Austria e in Svizzera esistono approcci simili, ad esempio nelle moderne arene sportive o negli edifici culturali, ma raramente con questa coerenza. Il Tempodrom rimane un solitario – e un modello per tutti coloro che vedono l’architettura come un campo di sperimentazione e non come un kit da costruzione.

La sostenibilità prima di tutto? Sostenibilità tra aspirazione e realtà

Chiunque osservi oggi il Tempodrom dal punto di vista della sostenibilità troverà un quadro ambivalente. Il calcestruzzo come materiale non è esattamente il non plus ultra dell’ecologia. La produzione è ad alta intensità energetica e l’impronta di carbonio è problematica. Tuttavia, ci sono buone ragioni per considerare il Tempodrom un edificio sostenibile, almeno in senso lato. La durata è un fattore di sostenibilità sottovalutato. Il Tempodrom è in piedi da oltre 20 anni e sta andando bene. La flessibilità d’uso impedisce che si liberino spazi e la costruzione robusta consente di risparmiare sui costi di ristrutturazione. In un periodo in cui molti edifici per eventi vengono demoliti dopo pochi decenni, il Tempodrom è un appello a favore della longevità.

Tuttavia, oggi molte cose andrebbero fatte in modo diverso. La formula del calcestruzzo potrebbe essere resa più sostenibile utilizzando calcestruzzo riciclato o aggregati innovativi. L’efficienza energetica e la tecnologia edilizia sono oggi di tutt’altro livello. Fotovoltaico, energia geotermica, controllo intelligente: tutto questo fa ormai parte del repertorio standard. Al Tempodrom, tutto questo era ancora un sogno del futuro. Oggi, la ristrutturazione o l’ampliamento di questi edifici pone requisiti elevati ad architetti e ingegneri. Sono necessarie competenze nell’analisi dello stato di fatto, nella scienza dei materiali e nel monitoraggio digitale degli edifici. Chi non è aggiornato in questi settori commette rapidamente errori costosi.

Un’altra questione di sostenibilità è l’integrazione nel quartiere. Il Tempodrom è riuscito a trasformare un’area di sviluppo urbano abbandonata in un luogo che crea un senso di identità. I collegamenti di trasporto, l’integrazione nella vita pubblica e l’apertura a diversi gruppi di utenti fanno parte del concetto di sostenibilità, anche se all’epoca non si chiamava così. Oggi parleremmo di „sostenibilità sociale“. Il Tempodrom è un buon esempio di come l’architettura sostenibile non si limiti al risparmio energetico e alla riduzione delle emissioni di CO₂.

La digitalizzazione apre nuove opportunità per la costruzione e il funzionamento sostenibili. La modellazione delle informazioni sugli edifici può essere utilizzata per pianificare con precisione le ristrutturazioni, ottimizzare i flussi energetici e ridurre l’uso dei materiali. L’intelligenza artificiale può controllare in modo più efficiente il funzionamento degli edifici, la manutenzione e la gestione degli eventi. Tali strumenti sono stati integrati nel Tempodrom in un secondo momento, a riprova del fatto che anche gli edifici esistenti possono beneficiare della digitalizzazione. Questi concetti sono ormai standard in Austria e Svizzera, mentre la Germania sta lentamente recuperando terreno. Le sfide rimangono: Gli edifici esistenti sono complessi, la situazione dei dati è spesso incompleta e le competenze degli operatori devono essere ampliate.

Al Tempodrom la sostenibilità non è un progetto finito, ma un processo continuo. Il costante adattamento ai nuovi requisiti, l’apertura alle innovazioni tecniche e la disponibilità a percorrere strade scomode: questo è il vero contributo alla sostenibilità di questo edificio. Chi etichetta il Tempodrom come „insostenibile“ perché è fatto di cemento non riconosce la complessità dell’architettura moderna. Durata, flessibilità e integrazione sociale sono importanti almeno quanto l’impronta di carbonio e i certificati.

Trasformazione digitale e competenze tecniche: cosa può imparare il settore

La progettazione e la gestione di edifici complessi come il Tempodrom sono oggi impensabili senza strumenti digitali. Il progetto è stato fin dall’inizio un banco di prova per i processi di progettazione supportati da CAD. Oggi ci spingiamo ancora più in là: BIM, modellazione parametrica, simulazione dei processi di costruzione, logistica di cantiere digitale. Tutto questo è lo stato dell’arte e un prerequisito per realizzare queste strutture ibride nei tempi e nei costi previsti. Il settore ha compiuto enormi progressi negli ultimi anni, non da ultimo a causa della pressione dei concorrenti internazionali e della crescente complessità delle attività di costruzione.

Oggi, architetti e ingegneri devono essere in grado di fare molto di più che disegnare e calcolare. Devono conoscere gli strumenti digitali, la gestione dei dati, la simulazione e l’intelligenza artificiale. Chiunque voglia costruire un Tempodrom del XXI secolo deve pensare per scenari, simulare varianti e calcolare cicli di vita. La formazione è spesso in ritardo rispetto a questi requisiti. Mentre in Svizzera e in Austria i processi digitali sono integrati nella pianificazione in una fase precoce, la Germania sta ancora lottando con un panorama software frammentato e appalti analogici. La nuova generazione sta spingendo, ma le strutture rallentano le cose.

Tuttavia, la trasformazione digitale non significa solo tecnologia, ma anche cambiamento culturale. La collaborazione tra i team, la comunicazione con i clienti e gli utenti, il coinvolgimento di progettisti specializzati: tutto questo viene radicalmente modificato dagli strumenti digitali. Chi non lo abbraccia è destinato a soccombere. Il Tempodrom dimostra che i grandi progetti hanno sempre bisogno di pensatori laterali, di una volontà di sperimentare e di curiosità tecnica. Oggi queste qualità sono più importanti che mai. Il futuro del settore risiede nell’interazione tra creatività e digitalizzazione, tra artigianato e alta tecnologia.

Anche l’utilizzo trae vantaggio dalla digitalizzazione. Gestione degli eventi, sicurezza, efficienza energetica: tutto può essere controllato, valutato e ottimizzato in tempo reale. L’intelligenza artificiale può prevedere i flussi di visitatori, controllare i cicli di manutenzione e rendere le operazioni più sostenibili. Il Tempodrom è un terreno di prova ideale per tutto questo. Il retrofit con sistemi digitali dimostra che anche l’architettura esistente può beneficiare della rivoluzione digitale, se si ha il coraggio di abbandonare le vecchie abitudini.

Il discorso globale sulla digitalizzazione in architettura si è acceso da tempo. Città come Singapore, Rotterdam e Vienna stanno utilizzando i gemelli digitali, la pianificazione urbana supportata dall’intelligenza artificiale e i processi di costruzione intelligenti per rendere la loro cultura edilizia adatta al futuro. Germania, Austria e Svizzera non sono sempre pionieri nel confronto internazionale, ma stanno recuperando terreno. Il Tempodrom è un esempio del coraggio di innovare e della consapevolezza che la tecnologia e la creatività non sono in contraddizione, ma anzi si avvantaggiano a vicenda.

Critiche, visioni e il suo posto nel canone architettonico

Il Tempodrom non è esente da critiche. L’esplosione dei costi durante la costruzione, le difficoltà di finanziamento e le controversie sull’utilizzo sono leggendarie. I critici accusano l’edificio di essere un costoso progetto di prestigio difficile da inserire nel tessuto urbano. Altri lo celebrano come un’icona coraggiosa di cui Berlino aveva urgente bisogno. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo. Il fatto è che il Tempodrom ha riacceso il dibattito sull’architettura temporanea e permanente. Simboleggia la questione di quanta sperimentazione una città può e vuole permettersi.

Tra gli esperti ci sono discussioni controverse sul ruolo del Tempodrom come punto di riferimento. È un solitario che rifiuta il suo contesto? O un pioniere che indica nuove strade? La risposta dipende dal punto di vista. Nei circoli architettonici internazionali, il Tempodrom è discusso come un esempio di trasformazione riuscita di un tipo di edificio temporaneo in un monumento permanente. Dimostra che l’identità non deve sempre nascere dal vecchio edificio, ma può essere alimentata anche da forme radicalmente nuove.

Ci sono molte idee visionarie intorno al Tempodrom. Alcuni sostengono una maggiore apertura allo spazio urbano, altri chiedono un uso più intensivo delle tecnologie digitali per trasformare l’edificio in uno spazio interattivo. Il futuro del Tempodrom dipenderà dal coraggio con cui Berlino affronterà il suo patrimonio architettonico. Il dibattito sulla protezione dei monumenti, sulla ridensificazione e sull’utilizzo culturale è in pieno svolgimento. Il Tempodrom non è solo un oggetto, ma un attore – e questo è raro nella cultura edilizia tedesca.

In un contesto globale, il Tempodrom rappresenta una nuova generazione di architettura ibrida: edifici che si muovono tra il temporaneo e il permanente, tra lo spettacolo e la vita quotidiana. Mentre altrove domina la forma, a Berlino riesce la sintesi tra funzione, identità e innovazione. Il Tempodrom è quindi parte di un discorso internazionale sul futuro dell’architettura, e un concetto alternativo alla pura architettura degli investitori e allo sviluppo urbano razionalizzato.

Forse la più grande provocazione del Tempodrom sta nel fatto che sfida qualsiasi interpretazione univoca. È tenda e cemento, esperimento e monumento, outsider e beniamino del pubblico allo stesso tempo. Chiunque comprenda la cultura edilizia come processo troverà nel Tempodrom un laboratorio affascinante. Chi cerca risposte semplici, qui fallirà. E questo è un bene.

Conclusione: il Tempodrom – un edificio come esperimento di pensiero

Il Tempodrom dimostra che la grande architettura non è il risultato di compromessi, ma di audacia. È una dichiarazione di coraggio, di innovazione tecnica e di accettazione delle contraddizioni. L’interazione tra tenda e cemento, tradizione e avanguardia, durata e cambiamento rivela la vera forza di questo edificio. Chiunque parli oggi di architettura sostenibile, digitale e creatrice di identità non può ignorare il Tempodrom. Rimane una lezione per tutti coloro che credono che l’architettura debba essere sempre inequivocabile, sempre adattata e sempre piacevole.

Uzin Utz presenta il suo database BIM per l’edilizia a Digitalbau

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Con il plug-in di progettazione per ArchiCAD e Revit, i progettisti possono integrare i sistemi del fornitore di prodotti chimici per l’edilizia nei loro processi digitali.

Uzin Utz ha presentato la sua applicazione BIM per la progettazione dei pavimenti alla nuova fiera Digitalbau, tenutasi a Colonia dall’11 al 13 febbraio 2020. Presso lo stand congiunto con Heinze, i visitatori hanno potuto testare il plug-in con ArchiCAD e Revit.

Gli utenti possono utilizzarlo per selezionare i componenti di sistema desiderati tramite un’interrogazione sui materiali e caricarli in base al progetto. Soffitti in calcestruzzo, costruzioni di massetti per carichi diversi, costruzioni di piastrelle e così via – per un totale di circa 3.000 componenti – vengono emessi tramite query online strutturate. Con l’aiuto del plug-in, tutti i componenti possono essere aggiornati automaticamente e collettivamente. „Il BIM continuerà ad acquisire importanza grazie ai suoi vantaggi, come la sicurezza dei costi e dell’esecuzione, per i proprietari di edifici, gli investitori, gli architetti e i progettisti, l’industria dei materiali da costruzione, il commercio dei materiali da costruzione, le imprese edili e gli artigiani specializzati“, ha dichiarato Philipp Utz sulla strategia di digitalizzazione dell’azienda.

BIM per la pianificazione dei piani

Con il plug-in di progettazione per ArchiCAD e Revit, i progettisti possono integrare i sistemi del fornitore di prodotti chimici per l’edilizia nei loro processi digitali. Uzin Utz ha presentato la sua applicazione BIM per la progettazione dei pavimenti alla nuova fiera Digitalbau, tenutasi a Colonia dall’11 al 13 febbraio 2020. Presso lo stand congiunto con Heinze, i visitatori hanno potuto testare il plug-in con ArchiCAD e Revit. BIM […]

„Audioarchiv Kunst“: un progetto di storia orale dalla Renania

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L'"Audio Archive Art" di Sabine Oelze (a sinistra) e Marion Ritter è online da quattro anni. Foto: privato

L'"Audio Archive Art" di Sabine Oelze (a sinistra) e Marion Ritter è online da quattro anni. Foto: privato

Negli anni Sessanta Colonia e Düsseldorf erano alla pari con New York nel mondo dell’arte. Come è stato possibile? Le storiche dell’arte e giornaliste Sabine Oelze e Marion Ritter hanno incontrato testimoni contemporanei 50 anni dopo e hanno chiesto loro di raccontare le loro storie. Il loro „Audio Archive Art“ è online da quattro anni. Un’intervista sulle interviste – e sul futuro del progetto di storia orale

RESTAURO: Come è nata l’idea dell'“Audio Archive Art“?

Sabine Oelze: L’idea dell'“Audio Archive Art“ è nata durante una visita allo studio del pittore Gotthard Graubner, che ha parlato degli anni ’60, quei primi anni a Düsseldorf che sono stati così importanti per lui, quasi senza che gli venisse chiesto. Sono venuti fuori molti nomi che oggi sono poco conosciuti. Questo ci ha incuriosito e ci ha fatto venire l’idea di incontrare il maggior numero possibile di queste persone prima che le loro opinioni andassero perse. Dal punto di vista metodologico, abbiamo proceduto sulla base della storia orale, ossia il tentativo di registrare la storia nel modo più vivido possibile utilizzando i ricordi dei testimoni contemporanei.

RESTAURO: Finora la storia orale è stata l’eccezione piuttosto che la regola nella storia dell’arte. Questa forma ha funzionato bene? Quanta disponibilità c’era? È stato necessario porre domande specifiche?

Marion Ritter: Il gran numero di interviste che abbiamo condotto ci ha fornito un quadro molto ampio e vivace della scena artistica della Renania dalla fine degli anni Cinquanta all’inizio degli anni Novanta. I testimoni contemporanei sono molto disponibili a partecipare e molti di loro sono felici che registriamo i loro ricordi per renderli accessibili a un vasto pubblico gratuitamente e senza complicazioni. A differenza delle interviste davanti a una telecamera, le interviste audio sono moltopiù dirette e anche più facili da condurre. Gli anziani sono spesso riluttanti a sedersi davanti a una telecamera, ma parlare in un microfono, che grazie alla tecnologia odierna è molto piccolo, non li disturba più di tanto. Poiché l’ascolto sta vivendo una rinascita generale, i nostri file audio si adattano molto bene ai tempi e possono essere sottoscritti come podcast. Sul sito web audioarchivkunst.de è inoltre possibile ricercare le connessioni tra i testimoni contemporanei. Ad esempio, quando Rudolf Zwirner parla di Kasper König, si può anche ascoltare quello che dice del suo periodo di apprendistato presso Zwirner nel file di Kasper König. A volte i ricordi sono diversi. È allora che ci si rende conto che la storia è fatta dalle persone. Da tutti, artisti, collezionisti, galleristi, critici…

RESTAURO: E naturalmente anche dalle donne. Qual è la loro quota nell'“Audioarchiv Kunst“?

Sabine Oelze: Purtroppo la percentuale è troppo bassa. Alcune donne non si sentono abbastanza competenti per parlare del loro passato. Altre, invece, sono molto disponibili a farlo. Rissa, per esempio, artista e moglie dell’artista dell’Art Informel K.O. Goetz, morta nel 2017, che frequentava la stessa classe dell’Accademia d’Arte di Düsseldorf di Richter e Polke. O Ulrike Rosenbach! Descrivono con dovizia di particolari quanto hanno dovuto lottare perché non venivano presi sul serio dai ranghi ufficiali. Siamo molto contenti di aver potuto parlare anche con la compianta artista Erinna König e con la moglie del decano della fotografia L. Fritz Gruber, Renate Gruber, scomparsa nell’ottobre di quest’anno. In questo modo, le loro voci esistono ancora al di là del ricordo ufficiale e si conserva qualcosa di simile alla loro memoria personale.

RESTAURO: Perché l'“Audioarchiv Kunst“ si concentra sulla Renania?

Marion Ritter: All’inizio del nostro lavoro, ci siamo chiesti come mai la scena internazionale si fosse già scatenata qui tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta. Perché qui vivevano così tanti artisti di spicco? Perché la prima fiera d’arte al mondo si è svolta a Colonia? Perché così tante gallerie si sono insediate qui? Le conversazioni che abbiamo avuto dimostrano in modo impressionante che c’è stata una serie di persone che hanno avuto un effetto di traino sull’intera scena artistica. Joseph Beuys, ad esempio, è stato una forza trainante che ha attirato molti artisti in Renania. Nello studio di Mary Bauermeister, la musica d’avanguardia internazionale incontrava gli artisti locali e aveva un impatto duraturo sulla scena. Un responsabile degli affari culturali di Colonia amante dell’arte come Kurt Hackenberg ha aperto la strada alla creazione di gallerie e al mercato dell’arte che è poi diventato Art Cologne. A influenzaregli sviluppi sono stati innanzitutto molti fattori personali.

L’intervista è stata condotta da Alexandra Wach.

Maggiori informazioni sull’iniziativa privata „Audioarchiv Kunst“ in RESTAURO 8/2022.

Nel numero di novembre di Garten + Landschaft presentiamo il giovane studio di architettura del paesaggio KRAFT.RAUM. Attirano l’attenzione con i loro progetti dimostrativi ma funzionali, e il loro capo ha persino costruito modelli con frutta e cioccolato: il team di 13 persone di KRAFT.RAUM di Krefeld non ha paura dei metodi poco ortodossi. Date un’occhiata al loro ufficio e al loro lavoro con noi!

„Fallo e basta, potrebbe venir fuori un bel risultato…“. Così René Reims descrive la filosofia dello studio di architettura del paesaggio e sviluppo urbano che ha fondato nel 2011. Suona impavido, divertente, impavido, coraggioso e giovane. Invece, l’ufficio è ospitato ai piani superiori di una prestigiosa villa in stile guglielmino a Krefeld: nella casa dei suoi genitori. È qui che tutto è cominciato. Anche suo padre era un architetto del paesaggio…

Sfida dell’Accademia: scoprire Vienna in bicicletta

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La nostra nuova vincitrice dell’Accademia Baumeister Theresa Wunder è appena arrivata a Vienna e ha iniziato il suo stage presso lo studio Querkraft Architekten. Per familiarizzare con la nuova città, ha prima fatto un giro in bicicletta per Vienna. Theresa presenta qui i punti salienti dell’architettura che ha scoperto.

Primo giorno nella nuova città. Una domenica mattina (ancora) soleggiata. Un abitante della Sesta vende online la sua vecchia bicicletta. L’annuncio dice che è „arrugginita in alcuni punti“, ma funziona e ha un lucchetto in omaggio. La metropolitana mi porta a incontrare il mio futuro lipizzano. Apro la pesante porta d’ingresso, faccio due chiacchiere, salgo una volta e va bene. Pompo le gomme sgonfie e inizia il tour esplorativo. Non devo guidare molto prima di scoprire il primo panorama. Mi fermo un attimo sulla bici e mi stupisco della Casa del Mare, che si trova in una torre antiaerea della Seconda Guerra Mondiale.

Continuo a pedalare, scendo due volte e all’improvviso mi imbatto nella Casa Majolika, probabilmente l’architetto più importante dell’Austria. E improvvisamente vedo Otto Wagner ovunque. Passo accanto alle ringhiere verdi della ferrovia urbana Wagner, tipiche di Vienna. Queste ringhiere, originariamente di colore beige chiaro, sono state colorate – erroneamente chiamate „verde Otto Wagner“ – solo durante i lavori di restauro dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ancora qualche metro e mi trovo davanti alla stazione della Stadtbahn Wagner di Karlsplatz. Spingo la bicicletta e saluto felicemente i miei vicini: la Karlskirche, l’edificio della Facoltà di Architettura dell’Università di Tecnologia di Vienna e l’edificio della Secessione sul lato opposto della strada. Proseguo in bicicletta fino alla circonvallazione che circonda il primo distretto. Qui c’è un percorso alberato dedicato ai pedoni e ai ciclisti. Scendo all’altezza del Teatro dell’Opera e mi trovo improvvisamente davanti alla scala mobile che porta all’ingresso dell’Albertina. In questo museo d’arte nel primo distretto si può vedere il meglio della storia dell’arte. Mi stupisco di quanto siano brevi le distanze in questa città e continuo il mio cammino.

Il nudo scandaloso

Le carrozze trainate da cavalli mi vengono incontro. Sono poco prima dell’Hofburg. Prima di raggiungere la mia destinazione, la Cattedrale di Santo Stefano nel cuore della città, mi inginocchio – come ogni buon studente di architettura – davanti alla casa di Adolf Loos in Michaelerplatz. Questa casa, scandalosamente nuda per il 1909, proprio di fronte alla Hofburg imperiale, fu una spina nel fianco dell’imperatore e una grande conquista del modernismo viennese. Inizia a piovere. Fortunatamente, la Michaelerplatz non è lontana dalla cattedrale. Pedalo brevemente e la chiesa gotica appare davanti a me. Da qui pedalo fino al mio appartamento nel terzo distretto. Inzuppata, ma soddisfatta della mia esperienza, parcheggio la bici e mi rallegro di pedalare fino all’ufficio domani.

Comprendere il piano di sviluppo: Usare saggiamente le regole per i professionisti

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Vista aerea di edifici contemporanei dipinti di bianco e sviluppo urbano, fotografati da CHUTTERSNAP.

I piani di sviluppo: per alcuni la kryptonite burocratica dello sviluppo urbano, per altri la chiave per una gestione intelligente e sostenibile degli spazi urbani. Ma chi pensa che i piani di sviluppo siano importanti solo per gli avvocati con un’inclinazione per la scrittura di paragrafi si sbaglia. Sono il campo di gioco su cui architetti, sviluppatori e autorità locali lottano per il futuro delle nostre città – e hanno più spazio di manovra di quanto molti pensino.

  • Questo articolo fa luce sulle pratiche attuali e sul margine di manovra dei piani di sviluppo in Germania, Austria e Svizzera.
  • Spiega perché i piani di sviluppo sono molto più di una rigida normativa e come i professionisti possono utilizzarli in modo strategico.
  • Innovazioni e tendenze come la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la pianificazione parametrica stanno cambiando radicalmente l’interpretazione dei piani di sviluppo.
  • Sostenibilità, ridensificazione e trasformazione dei quartieri esistenti sono le sfide principali.
  • Le competenze tecniche, l’acume giuridico e le abilità digitali stanno diventando requisiti obbligatori per i pianificatori moderni.
  • Il discorso sulla flessibilità rispetto all’impegno, sulla partecipazione pubblica e sulla trasparenza sta prendendo piede.
  • Influenze globali e peculiarità locali caratterizzano lo sviluppo della pianificazione territoriale urbana nella regione DACH.
  • Questo articolo mostra come i piani di sviluppo possano diventare la forza trainante di uno sviluppo urbano innovativo e sostenibile in futuro – se i professionisti li leggono e li usano correttamente.

Piano di sviluppo: Regole del gioco, ostacolo o pendenza?

Chiunque abbia pianificato un progetto edilizio in Germania, Austria o Svizzera negli ultimi anni li conosce bene: si tratta di fascicoli densi di clausole testuali, grafici e giustificazioni. Il piano di sviluppo – in breve B-Plan – è spesso l’inizio e talvolta la fine di qualsiasi libertà di progettazione architettonica. Ma per quanto sia visto come una necessità per un ordinato sviluppo urbano, è anche criticato come un freno all’innovazione. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo. Il piano di sviluppo non è né un fine in sé né un puro strumento di amministrazione. È uno strumento che deve essere usato con saggezza. E chi sa leggerlo non solo ne riconosce i limiti, ma anche la sorprendente portata.

In pratica, il piano regolatore è il legame giuridico tra il piano di utilizzo del territorio e la realtà costruita. Il suo compito è quello di definire lottizzazioni, destinazioni d’uso, masse edilizie, distanze, altezze, gradi di impermeabilizzazione e molto altro ancora – in un insieme di regole destinate a durare per decenni. Ma quanto si adatta una griglia così statica a una città dinamica, in crescita e in trasformazione? Le critiche sono giustificate: Troppo spesso i piani di sviluppo sono percepiti come rigidi corsetti che rallentano l’innovazione e rendono più difficile lo sviluppo urbano sostenibile. Ma è davvero così? O semplicemente mancano il coraggio e le competenze per sfruttare il margine di manovra?

È interessante notare che le regole del gioco variano notevolmente nella regione DACH. Mentre in Germania i piani di sviluppo regolano ogni minimo dettaglio, dalla direzione del colmo all’inclinazione del tetto, l’Austria e la Svizzera sono spesso più flessibili. Qui l’attenzione si concentra maggiormente sui piani quadro e sul controllo qualitativo. Questo apre delle opportunità, ma nasconde anche delle incertezze. Per i professionisti, questo significa che chi conosce le particolarità locali può sfruttarle in modo mirato. Ed è qui che si separa il grano dalla pula.

Negli ultimi anni è cresciuta la pressione per intendere i piani di sviluppo come uno strumento di controllo dinamico. Il cambiamento climatico, la ridensificazione, la svolta della mobilità, i cambiamenti sociali: tutto ciò richiede qualcosa di più di una semplice compilazione di paragrafi. Occorre leggere tra le righe, esplorare il margine di discrezionalità e interpretare in modo creativo i regolamenti. E chi pensa che tutto questo sia solo teoria si sbaglia di grosso. Perché nella pratica, un’argomentazione intelligente spesso determina la qualità di un progetto.

Il piano di sviluppo può essere legalmente vincolante. Ma non è una legge della natura. Se lo si comprende e si usano le leve giuste, è possibile sviluppare qualità architettoniche reali a partire da specifiche formali. L’unica domanda è: chi osa uscire dalla zona di comfort delle interpretazioni standard e vedere il piano di sviluppo come un punto di partenza, non come un freno?

Digitalizzazione e IA: la nuova interpretazione del piano di sviluppo

Se un tempo era la matita rossa lo strumento più importante nella revisione del piano B, oggi sono gli algoritmi, i gemelli digitali e la modellazione parametrica. La digitalizzazione sta stravolgendo la pianificazione territoriale urbana, con opportunità, rischi e una curva di apprendimento ripida per tutti i soggetti coinvolti. Le città stanno sperimentando sistemi di geoinformazione, modelli di città in 3D e piattaforme interattive che mirano a migliorare non solo la leggibilità ma anche la qualità dei piani.

Particolarmente interessante: le analisi supportate dall’intelligenza artificiale consentono di confrontare i piani di sviluppo con i dati attuali sulla mobilità, sul clima o sulla demografia. In questo modo è possibile simulare scenari, riconoscere tempestivamente i conflitti d’uso e testare le alternative, molto prima della presentazione della prima domanda. Le piattaforme digitali di pianificazione sono già in uso in Svizzera, mentre in Austria si sta discutendo di controlli automatizzati delle domande di pianificazione. Anche in Germania si stanno sviluppando i primi progetti pilota per rendere i piani B leggibili a macchina e creare così l’interfaccia con la pianificazione digitale.

Per gli architetti e i progettisti, ciò significa che coloro che padroneggiano gli strumenti digitali possono trasformare le specifiche rigide in strumenti vivi. L’interpretazione parametrica delle specifiche di altezza e superficie consente di testare varianti, visualizzare il potenziale di ridensificazione e sviluppare soluzioni sostenibili. Allo stesso tempo, le responsabilità aumentano: la competenza sui dati, la protezione dei dati e la capacità di esaminare criticamente le decisioni algoritmiche stanno diventando qualifiche fondamentali.

Naturalmente, lo scetticismo rimane appropriato. I sistemi digitali sono validi solo quanto il loro database e la loro programmazione. Se i piani di sviluppo vengono interpretati automaticamente, c’è il rischio di „garbage in, garbage out“. La qualità della pianificazione non dipende quindi tanto dalla tecnologia quanto dalla competenza di chi la utilizza. Rimane la domanda: chi controlla effettivamente la lettura digitale dei piani B? L’amministrazione, i fornitori di software o il pubblico?

Una cosa è certa: La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale non rendono superfluo il piano di sviluppo. Ma lo rendono più trasparente, più flessibile e, idealmente, più democratico. I professionisti che vogliono lavorare all’avanguardia non solo devono conoscere i nuovi strumenti, ma anche saperli usare in modo critico. Coloro che non riescono a fare il salto di qualità saranno travolti dalla gestione del cambiamento delle città.

Sostenibilità, trasformazione e il piano di sviluppo come leva

Il cambiamento climatico sta scuotendo le fondamenta della pianificazione urbana. Energia grigia, consumo di suolo, impermeabilizzazione, transizione della mobilità: tutte queste parole d’ordine si trovano oggi nei testi di molti piani di sviluppo. Ma quanta sostanza c’è dietro? E come si possono realizzare gli obiettivi di sostenibilità nel quadro delle normative vigenti?

Innanzitutto, il piano di sviluppo non è un certificato di sostenibilità. Può stabilire standard ecologici, liberare aree, garantire corridoi verdi, promuovere concetti di mobilità o stabilire requisiti energetici. Ma non può togliere la responsabilità di costruire in modo sostenibile. Questo rimane un compito dei pianificatori, degli sviluppatori e dei proprietari degli edifici, in collaborazione con le autorità locali. Quindi, se si vuole realizzare un’architettura sostenibile, è necessario comprendere le specifiche del piano B come standard minimo e integrarle in modo creativo.

Una delle sfide più grandi è la trasformazione dei quartieri esistenti. In questo caso, i piani di sviluppo sono spesso relitti di un’epoca in cui la ridensificazione era una parolaccia e la città a misura di auto era la misura di tutto. Oggi l’obiettivo è trovare spazio di manovra: Consentire la ridensificazione, promuovere un mix di usi, garantire spazi aperti, rafforzare le infrastrutture sociali. Chi legge e interpreta con saggezza i piani di sviluppo può spesso ottenere più di quanto non appaia a prima vista.

I pianificatori tecnicamente esperti si affidano sempre più a strumenti digitali per visualizzare il potenziale di sostenibilità. Che si tratti del catasto delle aree solari, della simulazione dei tetti verdi o dell’analisi della mobilità, l’integrazione di geodati e simulazioni permette di intersecare le specifiche dei piani B con gli obiettivi di sostenibilità. Tuttavia, ciò richiede non solo competenze tecniche, ma anche una sensibilità per le aree grigie legali e i processi politici.

L’obiettivo deve essere quello di utilizzare il piano regolatore come leva per lo sviluppo sostenibile, non come scusa per la stagnazione. Coloro che discutono con coraggio, pensano in modo innovativo e usano saggiamente gli strumenti digitali possono sviluppare soluzioni sorprendentemente flessibili a partire da specifiche apparentemente rigide. Le città della regione DACH sono solo all’inizio, ma la pressione al cambiamento cresce di giorno in giorno.

Flessibilità nelle controversie: tra certezza del diritto, innovazione e partecipazione

Quasi nessun altro argomento genera tante discussioni nel panorama dell’edilizia e della pianificazione quanto la tensione tra certezza del diritto e flessibilità. Il piano di sviluppo garantisce la sicurezza degli investimenti, protegge gli interessi dei residenti e stabilisce regole chiare. Allo stesso tempo, però, più le norme sono dettagliate, meno spazio c’è per concetti innovativi e adattamenti sostenibili. Il dibattito sui piani di sviluppo flessibili è in pieno svolgimento ed è tutt’altro che accademico.

In Germania si fa sempre più forte la richiesta di piani di sviluppo qualificati che non regolamentino tutto nei minimi dettagli, ma specifichino piuttosto obiettivi qualitativi e principi guida. La Svizzera e l’Austria sono spesso pioniere in questo campo, con piani quadro e contratti di sviluppo urbano che lasciano più spazio di manovra alle soluzioni individuali. Questo apre opportunità per l’architettura sperimentale, ma può anche portare a incertezze e zone d’ombra legali.

Un altro punto di scontro: la partecipazione pubblica. Se da un lato le piattaforme di partecipazione digitale e le visualizzazioni in 3D aumentano la trasparenza e la comprensibilità dei piani di sviluppo, dall’altro ci si chiede quanto sia effettivamente possibile la co-determinazione. Se i piani di sviluppo sono troppo tecnici, diventano una scatola nera per i non addetti ai lavori. Se sono troppo generici, c’è il rischio che gli obiettivi urbanistici vengano annacquati. In questo caso sono necessari tatto e capacità di comunicazione, due doti che non sono necessariamente la disciplina principale dell’amministrazione edilizia tradizionale.

In termini di tecnologia, la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale stanno aprendo nuove opportunità di partecipazione e sviluppo di scenari. Visite virtuali, mappe interattive e simulazioni creano trasparenza e invitano alla discussione. Tuttavia, non possono sostituire le discussioni politiche su obiettivi e priorità contrastanti. I professionisti che si impegnano in questo ambito possono dare forma al discorso, a patto che conoscano bene le norme e i regolamenti e gli equilibri di potere locali.

In conclusione, la domanda cruciale rimane: quanta flessibilità può tollerare il piano di sviluppo senza perdere la sua funzione di indirizzo? La risposta viene rinegoziata in ogni comune e dipende in larga misura dal coraggio e dalla competenza degli stakeholder nel trattare il piano di sviluppo.

Tendenze globali, peculiarità locali: Il piano di sviluppo nel contesto internazionale

I piani di sviluppo sono figli del diritto di pianificazione dell’Europa centrale, ma da tempo fanno parte di un discorso globale. Le sfide sono simili in tutto il mondo: urbanizzazione, cambiamento climatico, digitalizzazione, disuguaglianza sociale. E lo stesso vale ovunque: il controllo delle aree, degli usi e delle densità è fondamentale per il futuro degli spazi urbani. Tuttavia, mentre città come Copenaghen e Singapore si affidano da tempo a strumenti di pianificazione dinamici e basati sui dati, molti comuni dei Paesi di lingua tedesca si aggrappano ancora alla tradizionale pianificazione del territorio urbano.

Ciò è dovuto non da ultimo a fattori legali e culturali. In Germania, il piano regolatore è un simbolo di certezza giuridica e di controllo. In altri Paesi si punta su una maggiore flessibilità, sullo sviluppo sperimentale dei quartieri e sui processi partecipativi. Ma anche qui sta iniziando un ripensamento. L’integrazione dei gemelli digitali urbani, il collegamento dei piani B con i dati in tempo reale e l’apertura alle simulazioni algoritmiche non sono più sogni del futuro, ma pratica concreta in progetti pilota.

Per i professionisti della regione DACH, ciò significa che le tendenze internazionali forniscono ispirazione, ma non progetti. Se si vogliono adattare le innovazioni globali, è necessario conoscere le condizioni quadro locali e analizzare criticamente i propri piani B. Ciò richiede apertura, disponibilità e volontà di adattamento. Ciò richiede apertura, volontà di imparare e talvolta il coraggio di lavorare contro la cultura amministrativa.

Il confronto internazionale lo dimostra: Quando i piani di sviluppo sono intesi come un processo e non come un prodotto, nascono città innovative, resilienti e vivibili. La digitalizzazione sta accelerando questo cambiamento e innalzando il livello del dibattito. Tuttavia, non esime nessuno dall’obbligo di valutare attentamente le questioni tecniche, legali e sociali. Chi ignora il discorso globale corre il rischio che le proprie città perdano terreno nella competizione internazionale.

In conclusione, resta da dire che: Il piano di sviluppo non è un modello obsoleto né una panacea. È uno strumento che deve essere reinterpretato in un contesto globale – e sarà efficace solo se i professionisti saranno pronti a vederlo come un’opportunità piuttosto che come un ostacolo.

Conclusione: chi comprende il piano di sviluppo costruisce il futuro – non il passato

Il piano di sviluppo rimane lo strumento centrale di indirizzo dello sviluppo urbano – in Germania, Austria e Svizzera. Ma la sua natura sta cambiando: da una normativa rigida a un insieme di regole dinamiche e supportate dalla tecnologia digitale. I professionisti che lo vedono solo come un ostacolo stanno sprecando opportunità. Coloro che la leggono come una cassetta degli attrezzi per città sostenibili, innovative e vivibili, invece, possono massimizzare la loro portata creativa. Il futuro appartiene a coloro che combinano competenze giuridiche, tecniche e digitali e hanno il coraggio di vedere il piano di sviluppo come un punto di partenza per qualcosa di nuovo. Perché non si costruisce in una foresta di norme, ma nella vita urbana di tutti i giorni.

Il Masterplan, Reinier de Graaf

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Il Masterplan

Il libro „Quattro muri e un tetto“ era la raccolta di saggi di Reinier de Graaf, The Masterplan“ è il suo primo romanzo. Il caporedattore Fabian Peters riassume ilcontenutodel nuovo libro del partner OMA .

Nella sua raccolta di saggi„Four Walls and a Roof„, il partner di OMA Reinier de Graaf ha già raccontato le assurdità della vita quotidiana di un architetto attivo a livello internazionale. Ora si è ispirato alle proprie esperienze e alle storie dei suoi colleghi per scrivere il suo primo romanzo. In esso racconta una storia di ambizioni sbagliate, di sete di fama e di una profonda caduta. Rodrigo, architetto e figlio di un eroe postmoderno, soffre sotto l’ombra opprimente del padre famoso. Quando gli viene offerta l’opportunità di progettare la capitale di una regione africana sull’orlo dell’indipendenza, decide di recarvisi. Contro ogni ragione, si imbarca nel progetto, spinto dall’avidità di riconoscimento.

Finisce in una situazione kafkiana dopo l’altra. Non riesce mai a capire i ruoli degli uomini che gli fanno offerte e gli danno ordini. Diventa sempre più chiaro che è solo un burattino in un gioco di cui non conosce le regole. Alla fine, deve rendersi conto che sta pagando il prezzo di un patto faustiano che altri hanno fatto decenni fa.

Reinier de Graaf: Il piano regolatore
318 p., inglese, brossura
Amsterdam: Archis 2021
ISBN 9789077966914
19,90 euro

Un’altra raccomandazione è il terzo libro dello studio di architettura BIG di Copenaghen, intitolato „Formgiving“. Qui si può avere una prima impressione.

Landesgartenschau Beelitz: piante perenni al posto degli asparagi

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Il Brandenburg State Garden Show 2022 si terrà a Beelitz dal 14 aprile al 31 ottobre. Con 201 giorni di esposizione, è la più lunga mostra di giardini del Brandeburgo. Foto: LAGA Beelitz gGmbH

Il Brandenburg State Garden Show 2022 si terrà a Beelitz dal 14 aprile al 31 ottobre. Con 201 giorni di esposizione, è la più lunga mostra di giardini del Brandeburgo. Foto: LAGA Beelitz gGmbH, Sebastian Gabsch

Nell’aprile del 2022, a Beelitz, nota come la città degli asparagi, si è aperta la Mostra dell’Orticoltura dello Stato di Brandeburgo. Tuttavia, gli asparagi sono solo in disparte. L’attenzione si concentra su giardini con 160.000 piante a fioritura precoce e 57.000 piante perenni, oltre che su un bacino di depurazione delle acque reflue trasformato in uno specchio d’acqua.

Beelitz, nel Brandeburgo, si è emancipata dagli asparagi. Naturalmente sono disponibili al mercato regionale intorno alla chiesa parrocchiale: bianchi, viola, biologici, spessi e sottili. Anche le stele di asparagi in legno con le teste dipinte a colori sono un must. Per il resto, però, il Brandenburg State Garden Show, che si terrà a Beelitz nel 2022, è in gran parte privo di asparagi. Il che è una fortuna.

Perché Beelitz ha molto altro da offrire oltre agli asparagi di Beelitz. Come se si trovasse nell’immensità della Marca e non nel bacino di Potsdam, la cittadina di 13.000 abitanti nel distretto di Potsdam-Mittelmark è circondata da numerosi prati. Alcuni di essi sono stati aggiunti a sud della città, a destra e a sinistra del Nieplitz. Fanno parte delle aree dello State Garden Show.

Beelitz: un nuovo tipo di città giardino

La città ha speso sei milioni di euro per lo State Garden Show e altri 16 milioni sono stati stanziati dal Land Brandeburgo. Le aspettative sono di conseguenza elevate. Quando Knuth, insieme al Ministro Presidente Dietmar Woidke (SPD) e al Ministro dell’Ambiente Axel Vogel (Verdi), ha inaugurato il 14 aprile il Salone del Giardino di Stato, si è parlato di 425.000 visitatori attesi sui 15 ettari di terreno entro il 31 ottobre.

Non solo un mare di fiori, per i quali sono stati piantati 160.000 fiori precoci e 57.000 piante perenni e 1,2 milioni di bulbi, ma anche una nuova esperienza della città e del giardino. Perché così come il giardino privato e quello pubblico vanno di pari passo, anche i confini tra il centro storico medievale e l’area espositiva dei giardini stanno scomparendo. L’ingresso al centro della città in Poststrasse è spettacolare perché nascosto a prima vista. Attraversando il cancello dell’Alte Posthalterei o il centro informazioni turistiche, si entra in un ampio cortile con un ristorante-giardino. All’improvviso non si sa più se si tratta di un caffè della città vecchia o di un caffè con giardino. Il termine „città giardino“ assume improvvisamente un significato del tutto nuovo a Beelitz.

Tuttavia, anche qui non si può fare a meno degli asparagi. Il Museo degli asparagi di Beelitz si trova proprio accanto al caffè. Numerose ricette a base di asparagi sono riportate nel libretto del programma.

Per saperne di più sul Beelitz 2022 State Garden Show , cliccate qui.

Interessante anche la futura sede della Mostra Statale dei Giardini della Baviera.

Beelitz: un giardino per tutti i sensi

„Giardino per tutti i sensi“ è il motto della mostra di giardinaggio, che suona un po‘ arbitrario alla luce di ciò che la mostra ha da offrire. I progettisti di Plancontext Landschaftsarchitektur, insieme a BBS di Berlino e Polyplan Kreikenbaum, sono riusciti a progettare un sito espositivo vario. Il sito si estende sui prati a sud del centro storico della città fino al Nieplitz e copre un’area di 15 ettari. Parte dell’esposizione di giardini è, ad esempio, l’ex acquedotto degli anni Venti, in disuso dagli anni Settanta. Nell’ambito dello State Garden Show, è stato ridisegnato in uno spazio d’acqua aperto, con un’area festival adiacente, per un costo di 3,6 milioni di euro da RMP Stephan Lenzen Landschaftsarchitekten.

Il bacino del depuratore diventa un’attrazione

La cosiddetta area del festival è la più grande misura infrastrutturale del garden show. „Nell’ex impianto di depurazione c’erano due bacini di decantazione, uno dei quali è stato conservato“, spiega l’architetto paesaggista Annette Kastka, che ha supervisionato il progetto. „Volevamo che fosse un ricordo del suo uso precedente“. Tuttavia, non sarebbe stato possibile conservare entrambi i bacini. „Avrebbe occupato troppo spazio“. Così una delle due vasche è stata ristrutturata e riempita d’acqua. „C’è anche una fontana illuminata“, dice Kastka.

La tribuna per il teatro all’aperto è una nuova costruzione, che comprende anche un edificio con spogliatoi. Ha una capacità di 1.400 spettatori ed è stata inaugurata con l’apertura del garden show il 14 aprile. In futuro, qui si terranno concerti e grandi eventi. Durante lo State Garden Show si esibiranno sul palco, tra gli altri, Vicky Leandros e Chris de Burgh. „Il parco acquatico e la tribuna sono i due punti più alti dello State Garden Show“, afferma Annette Kastka.

RMP Stephan Lenzen Landschaftsarchitekten ha vinto la gara d’appalto indetta dalla città di Beelitz con un progetto incentrato sulla messa in scena del bacino dell’impianto di depurazione come elemento acquatico. Secondo il concetto di pianificazione degli spazi aperti dello studio: „L’ex bacino dell’impianto di depurazione diventerà l’attrazione del parco ricreativo nel luogo del festival. Una rampa a spirale, priva di barriere architettoniche, conduce al bacino, da cui si possono osservare piante acquatiche uniche e anfibi autoctoni“. E ancora: „L’ampia area del parco a forma di mezzaluna è interrotta dall’alternanza della flora. Qui ci sono grandi panchine curve che si fondono con la flora alternata riccamente piantata. Gruppi di alberi sciolti corrispondono alle vaste aree prative del parco e si integrano nel paesaggio culturale di Beelitz“.

Frutteti al posto dei parchi commerciali al Salone del Giardino di Stato

Il paesaggio culturale di Beelitz comprendeva anche l’ex Mühlenfließ, un affluente serpeggiante del Nieplitz ai margini del centro storico. Il Mühlenfließ stesso, riempito negli anni ’60, non è stato rivitalizzato. Tuttavia, uno stretto canale segna ora il percorso precedente e, insieme al sentiero parallelo, diventa la passeggiata più bella della mostra dei giardini. Il canale è una „interpretazione moderna“ del vecchio fiume. Il progetto originario di rivitalizzazione del fiume è stato abbandonato a causa dei costi elevati.

Al contrario, l’ex mulino ad acqua è stato ricostruito. Secondo Bernd Güldner della Landesgartenschau-GmbH, sono stati stanziati quasi 1,94 milioni di euro, di cui oltre 1,4 milioni sovvenzionati, per l’intero progetto Mühlenfließ, che comprende non solo il nuovo corso d’acqua, ma anche la costruzione completa del sentiero e la progettazione delle aree limitrofe, come il giardino del mulino di fronte.

Lo State Garden Show di Beelitz non è quindi uno spettacolo di rivitalizzazione come il Finow Canal di Eberswalde nel 2002, con la sua eredità industriale. È piuttosto una mostra in cui la città ha guadagnato molto verde. I resti di garage e di ex industrie nella parte meridionale della città sono stati semplicemente rimossi. Beelitz non mostra una nuova vita tra vecchie mura, ma un’ampia area caratterizzata soprattutto da giardini tematici, frutteti, giardini d’arca e un vasto parco giochi e un’area fiabesca.

Un albero da frutto per ogni bambino

La cosa interessante è che se si cammina attraverso gli Archegärten, che prendono il nome dall’ex Archeinsel sul Nieplitz, o si passeggia lungo la passeggiata che costeggia il Mühlenkanal, non solo si incontrano i giardini del garden show, ma si può anche guardare oltre la recinzione i giardinieri privati. Ogni tanto bisogna deviare e un discreto cartello „privato“ indica che c’è un confine tra quello che è sempre stato un giardino e il nuovo giardino – eppure questo confine è fluido.

Nessuno di questi giardinieri privati si è trincerato dietro le siepi; tutti si lasciano guardare al lavoro. Senza essere messi in scena, fanno parte di questo tessuto urbano e paesaggistico che racconta soprattutto una cosa: L’orgoglio dei giardinieri e l’apertura verso un evento che potrebbe suscitare domande altrove.

Ma il sindaco non di parte Bernhard Knuth ha già preso delle precauzioni. Da anni viene piantato un albero da frutto per ogni bambino nato a Beelitz. E il sindaco è sempre presente. Di conseguenza, non solo i frutteti degli Archegärten sono cresciuti nel tempo, ma anche l’attaccamento dei residenti alla loro città.

Più pratica!

Casa-mia

Il forum del Bundesverband der Hochschulabsolventen / Ingenieure Gartenbau und Landschaftsarchitektur e.V. (BHGL) ha cercato soluzioni alla mancanza di esperienza pratica nelle università. La tavola rotonda „Arrivare alla professione“ si è svolta il 7 giugno a Dresda.

Periodi di studio più brevi, programmi di studio compressi, esperienza pratica ridotta prima di iniziare l’università, poco tempo per guardare a destra e a sinistra e fare esperienza. È questa la situazione dei giovani che studiano paesaggistica, architettura del paesaggio e orticoltura. La situazione si fa sentire anche in seguito: Anche se solo il 30% di tutti i laureati trascorre più di tre mesi alla ricerca del primo lavoro, lo shock pratico è grande da tutte le parti. I laureati devono poi „reimparare“ sul posto di lavoro. Già nel dicembre 2016, le associazioni professionali hanno chiesto una maggiore rilevanza pratica nella formazione universitaria. Le attuali analisi del settore occupazionale sono alla base di questo approccio.

Ma qual è la soluzione? Al forum di quest’anno, organizzato a maggio dall’Associazione federale dei laureati/ingegneri in orticoltura e architettura del paesaggio (BHGL), l’intera questione è stata discussa in modo orientato alla soluzione – con rappresentanti di università e aziende: Il buon vecchio apprendistato prima degli studi o il tirocinio di un anno hanno ancora più senso nelle attuali condizioni di studio. Tuttavia, gli studenti possono anche compensare con stage durante il periodo libero da lezioni, anche all’estero. D’altra parte, ci sono approcci costruttivi nelle università, che hanno reintrodotto progetti di esperienza lavorativa più pratici o sviluppato un programma di studio duale. Interessante: al forum si è discusso anche di un programma di tirocini. Un’altra buona notizia: secondo le analisi, la maggior parte dei laureati studierebbe di nuovo esattamente la stessa cosa.