Comunicazione della resilienza: come le città rendono comprensibili i rischi

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Veduta aerea di una città svizzera incentrata sulla pianificazione urbana sostenibile, ripresa da Chundy Tanz.

La comunicazione della resilienza suona come un ingombrante vocabolario governativo, ma in realtà è la bussola comunicativa che guida le città attraverso crisi, disastri e cambiamenti climatici. Se non rendete comprensibili i rischi, sarete soli nella tempesta – ma come trasformare paragrafi e livelli in un linguaggio che raggiunga, attivi e protegga le persone? Benvenuti nell’arena della comunicazione del rischio urbano, dove l’informazione diventa una questione di sopravvivenza e dove la pianificazione urbana incontra la psicologia, la tecnologia e l’empatia.

  • Definizione e importanza della comunicazione della resilienza nello sviluppo urbano
  • I rischi tipici degli spazi urbani: cambiamenti climatici, fenomeni meteorologici estremi, interruzioni tecniche e crisi sociali.
  • Strategie di comunicazione: dalle frasi ufficiali a un linguaggio comprensibile e partecipativo.
  • Migliori pratiche da Germania, Austria e Svizzera
  • Strumenti tecnici: App di allarme, gemelli digitali e piattaforme di dati aperti
  • Aspetti psicologici: Fiducia, superamento della paura e attivazione della popolazione
  • Comunicazione interna tra amministrazione, politica e servizi di emergenza
  • Sfide: Fake news, sovraccarico di informazioni e barriere socio-culturali
  • Opportunità: formati innovativi e partecipazione
  • Prospettive: Come la comunicazione della resilienza sta diventando il DNA delle città sostenibili

Comunicazione della resilienza: cosa le città hanno davvero bisogno di comunicare

La comunicazione della resilienza è la spina dorsale della sicurezza e dello sviluppo urbano. Il termine sembra inizialmente astratto, ma non significa altro che la capacità di una città di comunicare rischi e pericoli in modo trasparente, comprensibile e mirato. Ciò rende la comunicazione della resilienza una disciplina centrale all’interfaccia tra pianificazione urbana, prevenzione dei disastri e servizi ai cittadini. L’obiettivo non è solo quello di reagire a eventi meteorologici estremi o a interruzioni tecniche, ma anche di creare fiducia, competenza d’azione e consapevolezza dei rischi condivisi in anticipo. Chiunque consideri la comunicazione sulla resilienza come un’attività di PR a valle non riconosce l’enorme potenziale che risiede in una comunicazione proattiva, multilivello ed empatica.

Oggi il panorama del rischio urbano è più complesso che mai. Le città devono affrontare una moltitudine di sfide: Ondate di calore, piogge intense, inondazioni, interruzioni di corrente, pandemie, attacchi informatici e disordini sociali. Ognuno di questi pericoli pone le proprie sfide in termini di informazione, coordinamento e prevenzione. Comunicare la resilienza non significa quindi suscitare paura con immagini shock, ma piuttosto fornire un orientamento con testi chiari, visualizzazioni e istruzioni comprensibili per l’azione. Il trucco è comunicare non solo come un avvertimento, ma anche come un’attivazione: dopo tutto, le persone non devono essere solo informate, ma anche autorizzate a proteggere se stesse e gli altri.

Un altro elemento chiave è garantire che il messaggio sia appropriato per il gruppo target. In un contesto urbano si incontrano ambienti, gruppi di età e contesti culturali diversi. La comunicazione sulla resilienza deve quindi essere qualcosa di più di una semplice newsletter del municipio. Deve scegliere canali, linguaggi e formati in modo che il messaggio arrivi a tutti, dai pensionati nei vecchi appartamenti ai fondatori di start-up nei loft. In questo caso sono necessarie creatività e sensibilità: un video su Instagram che spiega un’emergenza raggiungerà persone diverse rispetto a un volantino nell’ufficio del Comune. La diversità nella comunicazione non è un lusso, ma una strategia di sopravvivenza.

Tuttavia, anche la comunicazione interna è spesso sottovalutata. L’amministrazione, i servizi di emergenza, i politici e le aziende municipalizzate devono parlare con una sola voce in caso di emergenza. Problemi di coordinamento o dichiarazioni contraddittorie possono essere disastrosi, soprattutto se la situazione è già tesa. Per questo motivo, esercitazioni regolari, responsabilità chiare e una dichiarazione comune della missione di comunicazione sono tra le basi della moderna comunicazione di resilienza. Se si crea chiarezza all’interno, si può agire con sicurezza all’esterno e creare fiducia.

Dopo tutto, la comunicazione della resilienza è un processo iterativo. Ciò che funziona oggi potrebbe essere superato domani. Nuovi rischi, innovazioni tecniche e cambiamenti sociali richiedono un adattamento e una riflessione costanti. Le città di successo utilizzano il feedback, valutano le loro strategie e imparano dagli errori – in linea con il motto: chi sa cambiare diventa resiliente. E questo vale non solo per le infrastrutture, ma anche per le parole e le immagini.

Riconoscere i paesaggi del rischio: L’arena urbana delle incertezze

Le città sono punti caldi di vulnerabilità. Ciò è dovuto non solo alla loro densità di popolazione, ma anche alla loro complessità infrastrutturale e sociale. I cambiamenti climatici comportano nuovi rischi spesso difficili da calcolare: inondazioni improvvise, ondate di calore, tempeste, periodi di siccità. Interruzioni tecniche come interruzioni di corrente, attacchi informatici o strozzature nelle forniture minacciano le funzioni di base della vita urbana quotidiana. Ci sono anche rischi sociali, come disordini in occasione di grandi eventi, pandemie o sconvolgimenti sociali in quartieri tesi. Questa varietà di pericoli richiede concetti di comunicazione su misura che non promuovano il panico o l’apatia, ma che forniscano informazioni e mobilitazioni mirate.

La sfida più grande per la comunicazione della resilienza nelle aree urbane è l’invisibilità di molti rischi. Gli impatti climatici o le debolezze delle infrastrutture sono spesso astratti, si concretizzano raramente o sembrano lontani. È qui che entra in gioco il cosiddetto „gap di percezione del rischio“: Mentre gli esperti parlano dei rischi di alluvione, molti residenti vedono solo il fiume tranquillo sulla soglia di casa. Per questo è ancora più importante rendere visibile l’invisibile, ad esempio attraverso mappe chiare, simulazioni o resoconti di esperienze di altre città. I gemelli digitali, come quelli utilizzati a Vienna o Zurigo, offrono enormi opportunità in questo senso: traducono scenari complessi in immagini comprensibili e rendono tangibili pericoli astratti.

Tuttavia, anche gli strumenti tecnici non sono una cura miracolosa. Le app di allarme, le notifiche via SMS e i messaggi push richiedono che le persone siano raggiunte – e che si fidino delle informazioni. Soprattutto nelle città socialmente eterogenee, ci sono sempre gruppi che risentono delle barriere digitali o linguistiche. Una strategia di comunicazione resiliente deve quindi pensare in modo analogico: sirene, annunci con altoparlanti, media tradizionali e contatti personali rimangono indispensabili. La coesistenza di vecchi e nuovi canali non è un anacronismo, ma un’espressione di responsabilità.

Un’altra area problematica è il flusso di informazioni. In tempi di crisi, gli avvisi ufficiali competono con le voci, le notizie false e le opinioni espresse sui social network. Chi non comunica in modo chiaro e proattivo rischia di essere sopraffatto dal proprio messaggio. Ecco perché sempre più città si affidano a team di comunicazione di crisi, formazione e monitoraggio dei media, per poter reagire in modo rapido, preciso e credibile in caso di emergenza. Una comunicazione di resilienza professionale significa far sentire la propria voce anche in una tempesta digitale.

Dopo tutto, i rischi urbani non sono mai statici. Nuove tecnologie, tendenze sociali o sviluppi politici possono cambiare radicalmente il profilo di rischio di una città. Le città intelligenti con infrastrutture digitalizzate, ad esempio, sono suscettibili di attacchi informatici, un problema che nessuno aveva in mente fino a pochi anni fa. Chiunque prenda sul serio la comunicazione della resilienza deve quindi non solo affidarsi a ciò che è già stato sperimentato, ma anche pensare costantemente al futuro, sviluppare scenari e anticipare i nuovi rischi.

Strategie per una comunicazione del rischio comprensibile ed efficace

Il compito centrale della comunicazione della resilienza è quello di trasformare informazioni complesse in conoscenze rilevanti per l’azione. Questo inizia con la selezione dei messaggi. Cosa devono sapere le persone per proteggere se stesse e gli altri? Qual è la differenza tra „pericolo“ e „allarme“? Quali sono le possibilità di azione? Un linguaggio chiaro, conciso e stimolante è la chiave. Termini scientifici, dettagli tecnici e frasi legali devono essere tradotti in un linguaggio quotidiano, in immagini e raccomandazioni concrete. Un’alluvione non è un „evento idrometeorologico estremo“, ma una minaccia di alluvione. Chiunque parli in questo modo sarà capito.

Un fattore di successo è la visualizzazione. Mappe, infografiche, animazioni o simulazioni digitali rendono i rischi tangibili e riducono le barriere cognitive. Ad Amburgo, ad esempio, la città utilizza portali cartografici interattivi per visualizzare le zone soggette a inondazioni o a stress termico. A Zurigo, i gemelli digitali vengono utilizzati per simulare vari scenari e facilitare così le discussioni tra l’amministrazione, gli esperti e la popolazione. La visualizzazione non è solo uno strumento tecnico, ma anche comunicativo: allontana la paura e fornisce un orientamento.

La partecipazione è un altro elemento chiave. Il coinvolgimento della popolazione nello sviluppo delle strategie di comunicazione promuove la fiducia e l’accettazione. A Vienna, ad esempio, i forum dei cittadini vengono utilizzati per raccogliere esperienze e aspettative sui rischi. A Monaco, ci sono attori di quartiere che agiscono come moltiplicatori e trasmettono le informazioni nelle loro reti. La partecipazione genera identificazione e l’identificazione è la migliore forma di prevenzione. La moderna comunicazione sulla resilienza è quindi sempre un dialogo, non un monologo.

La comunicazione necessita anche di una chiara tabella di marcia. Chi informa su cosa e quando? Chi parla in caso di crisi? Quali canali sono disponibili? Piani di emergenza, linee guida per la comunicazione ed esercitazioni regolari sono essenziali per poter reagire rapidamente e coerentemente in caso di emergenza. Molte città dispongono di team di crisi e uffici stampa appositamente formati per le emergenze. L’obiettivo non è solo quello di reagire agli eventi, ma anche di fornire informazioni in modo proattivo, affrontare le incertezze e individuare soluzioni.

Infine, non va sottovalutato l’aspetto psicologico. La comunicazione sulla resilienza deve creare fiducia, ridurre la paura e incoraggiare l’autoefficacia. Gli studi dimostrano che le persone sono più propense ad agire se sentono di essere prese sul serio e informate con competenza. Per questo motivo molte città si concentrano sulla comunicazione empatica, sulla narrazione e sugli esempi positivi. Il messaggio è: siamo preparati e voi potete essere parte della soluzione. Questo non solo rafforza la resilienza della città, ma anche il senso di comunità.

Tecnologia, strumenti e insidie: I moderni media nella comunicazione della resilienza

La digitalizzazione ha rivoluzionato la comunicazione della resilienza. App di allarme come NINA in Germania, KATWARN o Alertswiss in Svizzera permettono di raggiungere milioni di persone in pochi secondi. Messaggi push, geofencing e traduzioni automatiche aiutano a informare grandi gruppi di destinatari con breve preavviso. Ma la tecnologia da sola non garantisce l’impatto. L’accettazione di questi strumenti dipende in larga misura dalla fiducia, dalla protezione dei dati e dalla facilità d’uso. Chi riceve un falso avviso o si trova di fronte a messaggi criptici si distaccherà la volta successiva. Per questo motivo molte città stanno investendo in test di usabilità, meccanismi di feedback e comunicazione trasparente sul funzionamento della tecnologia e sui suoi limiti.

I gemelli digitali, sempre più utilizzati nella pianificazione urbana, offrono un enorme potenziale non solo per i pianificatori ma anche per la comunicazione della resilienza. Permettono di simulare in modo vivido vari scenari di rischio e catastrofe, di visualizzare gli effetti delle misure e di rendere comprensibili i processi decisionali. A Rotterdam, ad esempio, questi sistemi vengono utilizzati per visualizzare i rischi di alluvione e coinvolgere la popolazione nel processo di pianificazione. A Zurigo, invece, aiutano a collegare la resilienza dei trasporti, del clima e delle infrastrutture e a sviluppare le relative strategie di comunicazione.

I dati aperti e le piattaforme aperte sono un’altra tendenza. Sempre più città pubblicano informazioni sui rischi, sui livelli dell’acqua, sui dati meteorologici e sui guasti alle infrastrutture in tempo reale. Questo non solo consente la trasparenza, ma anche lo sviluppo di servizi innovativi da parte di start-up, organizzazioni di ricerca o iniziative dei cittadini. Allo stesso tempo, aumenta la responsabilità di presentare questi dati in modo comprensibile, aggiornato e affidabile. I dati aperti non sono fini a se stessi: devono essere tradotti in informazioni concrete e rilevanti per l’azione.

Allo stesso tempo, nuove insidie si nascondono nel mondo digitale. Fake news, disinformazione mirata o difetti tecnici possono compromettere la comunicazione sulla resilienza. Ecco perché sempre più città si affidano a team di monitoraggio, verifiche dei fatti e collaborazione con i media e la scienza. Se si perde il controllo della propria comunicazione, si perde anche la fiducia della popolazione. Pertanto: essere veloci è importante, essere corretti è essenziale. La qualità batte la velocità, soprattutto in caso di crisi.

Infine, ma non meno importante, rimane la questione dell’accessibilità. Gli strumenti digitali non devono escludere nessuno. Le persone con disabilità, gli anziani o le persone che non hanno accesso alle moderne tecnologie devono avere a disposizione modi alternativi per essere informati e protetti. L’accessibilità, il multilinguismo e un approccio personalizzato sono quindi obbligatori, non opzionali. Una città resiliente è forte quanto il suo anello più debole, e questo vale anche per la comunicazione.

Prospettive: La comunicazione della resilienza come leitmotiv per le città sostenibili

La comunicazione della resilienza non è una moda, ma sta diventando il leitmotiv dello sviluppo urbano. Le sfide del XXI secolo – cambiamenti climatici, digitalizzazione, sconvolgimenti sociali – richiedono città non solo costruite in modo resiliente, ma anche comunicate in modo resiliente. Ciò significa che i rischi non vengono nascosti o banalizzati, ma affrontati apertamente e superati insieme. Il modo per raggiungere questo obiettivo è attraverso un linguaggio comprensibile, processi partecipativi, tecnologie innovative e una parte di coraggio nell’essere aperti.

Le città di successo mostrano come si fa. Combinano canali tradizionali e digitali, si affidano alla visualizzazione e alla narrazione, coinvolgono la popolazione e investono in istruzione, formazione e valutazione. Considerano la comunicazione non come un esercizio obbligatorio, ma come uno strumento strategico di sviluppo urbano. Chi sa spiegare i rischi può anche gestirli meglio. Chi crea fiducia costruisce ponti di dialogo laddove altri si limitano ad apporre segnali di pericolo.

Il futuro della comunicazione sulla resilienza è ibrido, multimediale e basato sul dialogo. Le città diventeranno piattaforme di dialogo in cui amministrazione, esperti, media e società civile lavoreranno insieme per trovare soluzioni. Le nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale, la realtà aumentata e i gemelli digitali aprono possibilità inimmaginabili, a patto che vengano utilizzate in modo responsabile, trasparente e inclusivo. Tuttavia, la più grande innovazione rimane la volontà di ascoltare, imparare e sviluppare.

La città di domani non diventerà resiliente solo grazie al cemento, agli alberi o ai bit, ma soprattutto grazie a una comunicazione intelligente, empatica e partecipativa. La comunicazione della resilienza è l’infrastruttura invisibile che può salvare vite umane, proteggere i mezzi di sussistenza e creare comunità in caso di emergenza. Non è un compito da svolgere in tempi di crisi, ma un compito permanente per tutti coloro che danno forma alle città, oggi e in futuro.

Chi fa della comunicazione sulla resilienza una priorità assoluta non solo dà forma alla città, ma anche alla fiducia in se stessi. E questo, nonostante la tecnologia e la pianificazione, è forse il fattore più importante per una città veramente resiliente e vivibile.

In sintesi: la comunicazione della resilienza è il fondamento comunicativo di una città sostenibile. Traduce i rischi complessi in messaggi comprensibili e rilevanti per l’azione, crea fiducia e mobilita la popolazione. Gli esempi di successo dei Paesi di lingua tedesca dimostrano che tecnologia, creatività e partecipazione non sono opposti, ma insieme costituiscono la base della resilienza urbana. Le sfide restano grandi, ma coloro che comprendono la comunicazione come disciplina centrale dello sviluppo urbano trasformeranno l’incertezza in nuova forza e i rischi in opportunità per una società urbana vibrante e resiliente.

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Il motto „Le pietre come merce di scambio e segno della prosperità della Lega Anseatica“ si addice a Lubecca come sede del 13° convegno „Stones in the City“. L’omonima rete „Stones in the City“, insieme al GeoPark Nordic Stone Kingdom, vi invita a esplorare il mondo della pietra nella regione del Mar Baltico dal 13 al 15 aprile 2018 e a parlare con altri professionisti della pietra. Le iscrizioni sono in corso di accettazione.

La pietra nelle aree urbane è un argomento per scalpellini e architetti, ma anche per restauratori, geologi, archeologi, storici e mediatori culturali. Nella storica città anseatica di Lubecca, le conferenze si concentreranno sulla pietra naturale come merce e segno di prosperità nel Medioevo. L’attenzione si concentrerà quindi sulle pietre scandinave e sulle loro vie di trasporto storiche e naturali, che sono sia geograficamente che culturalmente appropriate. La pietra calcarea di Öland e Gotland, ad esempio, veniva esportata già in epoca vichinga e, a partire dal XIII secolo, lastre per pavimenti, fonti battesimali, lastre tombali, epitaffi e inserti venivano commercializzati su larga scala nella regione baltica.

Allo stesso tempo, il 13° workshop „Pietre in città“ affronterà il tema della pietra anche da altre direzioni. Che si tratti di scalpellini o di geoscienziati, ognuno ha un approccio particolare a questo materiale e alla sua storia. L’elemento emozionante è che tutte queste prospettive diverse si uniscono e i partecipanti si scambiano idee tra le varie discipline. Un concetto interessante che fornirà nuove idee per il vostro lavoro.

Il programma prevede discorsi chiave ed escursioni comuni. Saranno visitati gli edifici storici del centro di Lubecca, la fabbrica di pietra naturale Wolf e la chiesa in pietra di Ratekau del XII secolo, una delle ultime chiese vicentine della regione. Infine, ci sarà una deviazione verso il Mar Baltico per un tour geologico del Brodtener Steilufer, vicino a Travemünde.

Per chi decide in fretta, la quota di iscrizione è di soli 50 euro a persona fino al 15 dicembre 2017 (tariffa ridotta per studenti e disoccupati: 25 euro). Successivamente, la partecipazione costa 60 euro (tariffa ridotta 30 euro). La quota comprende gli atti della conferenza. Cliccare qui per la pagina dell’evento con il modulo di registrazione online.

Agli organizzatori:
La rete „Stones in the City“ si propone di riunire gli esperti di pietra naturale di tutta la regione.
Il GeoPark Nordic Stone Kingdom, il GeoPark più settentrionale della Germania, persegue l’obiettivo di avvicinare i non addetti ai lavori all’affascinante mondo delle rocce.

Storicismo II: pittura e scultura

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Il ritratto di Anna (Nanna) Risi è del tutto in linea con il gusto dello storicismo. Foto: Anselm Feuerbach, Kunsthalle Karlsruhe, pubblico dominio, via: Wikimedia Commons
Il ritratto di Anna (Nanna) Risi è del tutto in linea con il gusto dello storicismo. Foto: Anselm Feuerbach, Kunsthalle Karlsruhe, pubblico dominio, via: Wikimedia Commons

Nel XIX secolo lo storicismo ha avuto un’influenza decisiva non solo sull’architettura, ma anche sulla pittura e sulla scultura. Gli artisti si ispirarono consapevolmente a modelli storici per creare opere che combinavano tradizione, simbolismo e forme moderne di espressione. Nelle arti visive, lo storicismo ha aperto un’affascinante gamma di possibilità tra fedeltà ai dettagli e interpretazione creativa.

Come stile dell’arte visiva del XIX secolo, lo storicismo ha abbracciato il periodo che va dal 1848 al 1910 circa ed è stato caratterizzato da riferimenti concettuali a epoche passate, che includevano sia imitazioni che nuove creazioni. Viene spesso definito eclettismo, ovvero la combinazione deliberata di diversi stili storici in un’unica opera. Gli stili più importanti includono il neogotico, il neorinascimentale, il neobarocco, il neorococò e uno storicismo orientaleggiante.
In un’epoca di profondi sconvolgimenti sociali – l’industrializzazione, la formazione dello Stato nazionale e l’ascesa di una classe media istruita – gli artisti cercavano forme di espressione che collegassero il passato e il presente. Temi storici, stili d’epoca e composizioni classiche sono stati ripresi consapevolmente, non come copie esatte, ma come punto di partenza per reinterpretazioni creative. Un’altra caratteristica è il crescente interesse per la propria storia nazionale, che si riflette in particolare nelle opere degli artisti tedeschi, britannici e francesi. Oltre alla Scuola di Monaco, i preraffaelliti britannici, orientati verso gli ideali del primo Rinascimento e alla ricerca di una nuova veridicità nella composizione pittorica e nel colore, sono tra i gruppi che possono essere assegnati allo storicismo.

Lo storicismo in pittura: temi storici reinterpretati

La pittura storicista era dominata da rappresentazioni di soggetti storici, letterari o mitologici. Artisti come Anselm Feuerbach e Wilhelm von Kaulbach usarono il passato come palcoscenico per scene drammatiche ed esteticamente composte. Il „Ritratto di Nanna Risi“ (1861-1865) di Feuerbach, ad esempio, si ispira all’antichità classica e interpreta gli ideali di bellezza, armonia e malinconia in una forma contemporanea. Va menzionato anche Wilhelm von Kaulbach, che realizzò diversi dipinti raffiguranti, tra l’altro, i meriti di Ludwig I di Baviera.
Lo storicismo era caratterizzato da un’attenzione meticolosa ai dettagli, alla chiarezza narrativa e all’abilità tecnica. I pittori si orientarono ai modelli rinascimentali e barocchi senza copiarne sconsideratamente lo stile. Il risultato è una tensione tra l’ammirazione del passato e lo stile individuale. La composizione cromatica, l’illuminazione e la prospettiva furono utilizzate in modo mirato per trasmettere i soggetti storici in modo vivace ed esteticamente convincente. Oltre ai dipinti di storia eroica, lo Storicismo produsse anche scene di genere che riprendevano motivi medievali o della prima età moderna. Artisti come Ferdinand Georg Waldmüller o Franz von Defregger tematizzarono scene di vita quotidiana del passato, che potevano essere intese come immagini ideali di un mondo ordinato e moralmente plasmato. Lo storicismo combinava così l’interesse documentario con la messa in scena artistica. In questo contesto, la pittura di storia era considerata il genere artistico più elevato, mentre il paesaggio e la natura morta erano visti come subordinati. L’intensa ricerca accademica sull’arte antica – dal romanico al gotico, al rinascimento, al barocco e al rococò – permise agli artisti di riferirsi a modelli stilisticamente precisi e di reinterpretarli.

Lo storicismo nella scultura: tra tradizione e monumentalità

Anche la scultura storicista si rifà a modelli storici, in particolare all’antichità, al Rinascimento e al Barocco. Scultori come Christian Daniel Rauch, Reinhold Begas e Ludwig Schwanthaler svilupparono opere raffiguranti personaggi storici, figure mitologiche o temi allegorici. Un esempio significativo è la „Baviera“ di Schwanthaler (1857-1864) a Monaco, che combina forme classiciste con il simbolismo nazionale e unisce la presenza monumentale con il riferimento storico-artistico. Rauch realizzò numerosi ritratti e sculture monumentali, come i generali prussiani nella Zeughaus di Berlino, che visualizzavano lo spirito storico in forma politica ed estetica. Anche in questo caso, la fedeltà al modello si combina con l’adattamento creativo: l’antichità e il Rinascimento servono da modello per le proporzioni, il panneggio e l’espressione, ma le opere vengono adattate alle aspettative del pubblico contemporaneo. Le sculture storiciste non avevano quindi solo una funzione estetica ma anche sociale: trasmettevano messaggi morali, identità nazionale e virtuosismo artistico, soprattutto negli spazi pubblici, dove potevano essere vissute direttamente.

Ricezione e impatto: dibattiti critici e eredità duratura

La critica contemporanea è stata talvolta ambivalente nei confronti dello storicismo. Ne lodavano la maestria artigianale, ma spesso ne criticavano l’eclettica combinazione di stili storici e la presunta mancanza di originalità. L’intenso orientamento verso i modelli è stato considerato da alcuni un sovraccarico o un’intellettualizzazione. Nonostante queste critiche, lo storicismo ha avuto un’influenza duratura sulla comprensione dell’arte nel XIX secolo. I dipinti e le sculture storiche venivano utilizzati per l’educazione, l’orientamento morale e l’autostima nazionale. Oggi, opere come la „Nanna“ di Feuerbach o la „Baviera“ di Schwanthaler non sono solo la testimonianza di uno stile, ma anche il riflesso di aspettative sociali, identità culturale e innovazione artistica.
Con l’affermarsi dell’Impressionismo in Francia, si affermò finalmente uno stile pittorico che poneva l’accento sulla contemporaneità, la quotidianità e l’effimero. Temi come la luce, l’atmosfera e la percezione soggettiva sostituiscono sempre più i soggetti storici e morali dello storicismo.

Lo storicismo tra tradizione e ricezione contemporanea

Nelle arti visive, lo storicismo può essere descritto come un campo di tensione tra conservazione e nuova creazione. La pittura e la scultura hanno utilizzato i modelli storici non solo come elemento decorativo, ma anche come mezzo per trasmettere messaggi sociali, morali ed estetici. Gli artisti interpretavano il passato per avere un impatto sul presente e per facilitare il dialogo tra tradizione ed estetica moderna.
Oggi le opere dello storicismo non sono solo oggetto di ricerca storica dell’arte, ma anche fonte di ispirazione per restauratori, curatori e artisti contemporanei. L’esame dello stile, della composizione e della narrazione storica apre nuove prospettive sulla gestione del patrimonio culturale. La pittura e la scultura storiciste rimangono quindi testimonianze vive di un’epoca in cui il passato veniva riflesso artisticamente e trasformato creativamente.

Per saperne di più: L’architettura dello storicismo.

Il capo restauratore Wolfgang Maßmann e la „dea di Berlino“.

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Gli americani non li volevano. Nemmeno gli inglesi. I danesi offrivano troppo poco. Le collezioni d’arte di Berlino non erano la prima scelta per la vendita di un’antica statua tombale in marmo, oggi conosciuta e famosa come la „Dea di Berlino“ (circa 600 a.C.). Ma la Collezione di Antichità Classiche di Berlino alla fine se la aggiudicò, anche se nel 1925 un milione di Reichsmark appena creato era una somma entusiasmante – sotto ogni punto di vista – per molti osservatori. Non mancarono le critiche, tra cui l’accusa che la figura femminile in marmo rinvenuta nei pressi della città attica meridionale di Olympos fosse un falso. Il direttore della collezione Theodor Weigand non dubitava della sua autenticità, ma a volte dubitava di essere in grado di raccogliere il denaro. Dovette raccogliere il milione da donatori privati.

Forse non era il momento migliore per acquistare la statua, ma lo era ancora di più per la sua esposizione e ricerca. Già nel 1939 dovette essere messa in cantina per paura dei raid aerei e dopo il 1945 fu trasportata in Russia come bottino di guerra. Tornò nel 1958 e fu esposto. Tuttavia, non fu restaurato. Sono state documentate due precedenti pulizie (dopo il ritrovamento in Grecia e dopo la restituzione alla DDR da parte della Russia), di cui però non si hanno notizie.

Solo nel 2009 il restauratore di collezioni di sculture Wolfgang Maßmann se ne è occupato. Ora è stato pubblicato il suo libro sul terzo restauro della statua. È stato scritto insieme all’ex direttore della Collezione di antichità classiche dei Musei nazionali di Berlino, Wolf-Dieter Heilmeyer.

Gli scultori non avevano intenzione di dividere la statua in quattro parti come avviene oggi. La statua fu segata per il trasporto solo nel XX secolo. Probabilmente anche la testa si è staccata durante il processo, per cui oggi è composta da quattro parti che sono state riassemblate utilizzando tasselli e stucchi. Wolfgang Maßmann spiega di aver deciso di non smontare le parti a causa del grande peso dei singoli pezzi e della fragilità del legante dei colori antichi. „Questi interventi rischiosi sarebbero stati giustificabili solo nel caso di giunti adesivi staticamente instabili e/o di tasselli fortemente corrosi“, scrive Maßmann, sottolineando anche che non è stato possibile rimuovere nemmeno gli strati compatti sinterizzati perché il colore è più fortemente legato agli strati sinterizzati che al marmo. Per questo motivo, è stato rimosso lo sporco e una parte del vecchio stucco è stata rimossa e sostituita.

Il libro di Maßmann e Heilmeyer descrive e illustra queste misure in dettaglio. Ma il libro è molto più di una semplice relazione di restauro. È piuttosto la prima pubblicazione completa sulla „Dea di Berlino“, che contiene sia una descrizione storico-artistica e una classificazione comparativa, sia la documentazione delle indagini scientifiche complete sui segni degli utensili, sui colori e sulla classificazione nel contesto storico-artistico.

Wolf-Dieter Heilmeyer, Wolfgang Maßmann „La dea di Berlino. Il destino di una statua femminile arcaica nell’antichità e in epoca moderna“, Josef Fink Verlag, 48 euro

Mario Cucinella Architects e il produttore di stampanti 3D WASP hanno unito le forze per un progetto. Il risultato è WASP Tecla

Foto: Iago Corazza. Mario Cucinella Architects e il produttore di stampanti 3D WASP hanno unito le forze per un progetto. Il risultato è WASP Tecla

Mario Cucinella Architects e il produttore di stampanti 3D WASP hanno unito le forze per un progetto. Il risultato è WASP Tecla, una casa in argilla stampata che potrebbe essere una risposta alla domanda: Come possiamo ricostruire in modo sostenibile?

WASP Tecla è costituita da due sezioni di edificio collegate, le cui forme rotonde si assottigliano verso l’alto per formare un lucernario rotondo. La casa ha una superficie abitabile di circa 60 metri quadrati ed è composta da una zona giorno con cucina e una zona notte con servizi igienici. Anche alcuni mobili sono realizzati in argilla e integrati nella costruzione. Ciò significa che l’intera casa e alcuni arredi possono essere riciclati se necessario. Secondo WASP, l’edificio è stato costruito in 200 ore di stampa, con 150 chilometri di estrusione di argilla e 60 metri cubi di argilla con un consumo energetico medio molto basso. (Red)

Potete trovare altri progetti e risposte sull’argomento nel nostro B11/2021 „Sustainable new building“, il primo numero della serie in tre parti „sustainable building“.

Committente: Comune di Massa Lombarda, Ravenna, Italia

Architetti: WASP insieme a MCA Mario Cucinella Architects

Data di completamento: 2021

Luogo: Massa Lombarda, vicino a Ravenna

Un altro progetto realizzato in argilla è la Waldhaus di Rosenheim. Leggi l’intervista ad Anna Heringer e Martin Rauch.

L’edificio WASP assomiglia effettivamente a un nido di vespe. Ma non ha nulla a che fare con la parola inglese che indica le vespe, perché l’abbreviazione WASP sta per „World’s Advanced Saving Project“. Dietro c’è un produttore italiano di stampanti 3D. Lo studio di architettura di Mario Cucinella ha collaborato con questa azienda per sviluppare un concetto di edificio sostenibile. Il risultato è WASP Tecla, una casa in argilla stampata in 3D.

La costruzione della casa in argilla WASP Tecla nel video, fonte: YouTube

Lo studio di Mario Cucinella è stato fondato nel 1992 e da allora si è affermato a livello internazionale con progetti tecnicamente impegnativi a Milano e Bologna. Da molti anni combina una progettazione attenta all’ambiente ed efficiente dal punto di vista energetico con soluzioni tecniche e BIM e può contare anche sull’esperienza del suo dipartimento di ricerca composto da sei persone. Il progetto di earth building è stato supportato anche dal centro di formazione sulla sostenibilità per studenti post-laurea che Cucinella ha fondato nel 2015, la SOS – School of Sustainability di Milano.

È così che Mario Cucinella Architects, in stretta collaborazione con WASP, ha creato la prima casa in argilla con una stampante 3D. Il progetto combina la forma originale delle tradizioni edilizie tradizionali con una tecnica di costruzione del XXI secolo. Aggiunge i fattori climatici alla conoscenza del materiale da costruzione locale, l’argilla. Per questo il nome Tecla è una combinazione di tecnologia e argilla. Il fondatore della società WASP Massimo Moretti nutre grandi speranze per il progetto. Per lui, il progetto è una possibile risposta alla carenza di alloggi a livello mondiale. „WASP Tecla dimostra che una casa bella, sana e sostenibile può essere costruita da una macchina che riceve le informazioni necessarie sulla materia prima regionale“.

Per Mario Cucinella, WASP Tecla segna anche l’inizio di una nuova storia (edilizia). Questo perché la tecnologia e il materiale da costruzione creano i propri parametri e quindi la propria estetica. La forma non è „progettata, ma nasce – ed è quindi una forma onesta e seria“, come dice lui.

La casa rotonda in argilla WASP Tecla si trova a Massa Lombarda, vicino a Ravenna, in Italia. Con l’aiuto di due bracci di stampa sincronizzati e di un software che evita le collisioni e garantisce un processo di costruzione regolare. Ogni stampante ha un’area di stampa di circa 50 metri quadrati, rendendo possibile la costruzione di diverse unità abitative separate in pochi giorni. Gli architetti hanno ottimizzato parametricamente il progetto di costruzione per Ravenna, per adattare la massa termica, l’isolamento e la ventilazione al clima del luogo.

Belgrado, Hotel Old Mill

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Hotel Radisson Blu Old Mill Belgrado Innesto

Un colore chiaro

Belgrado – antica e moderna allo stesso tempo. La capitale serba si riscopre costantemente, anche nei suoi edifici. Graft racconta una nuova storia con la ristrutturazione dell’Old Mill.

Quando Jeanine Platz entra nelle suite di questo mondo, è emozionata come una bambina. Non vede l’ora di scorgere il panorama dalle finestre. Per lei conta solo la vista, perché il titolo del suo progetto artistico è: „Suite View Worldwide“. L’artista di Amburgo è affascinata dallo spazio infinito, dall’orizzonte senza fine. Dal 2015 cattura sulla sua tela gli skyline del mondo e oggi dipinge il panorama di Belgrado. Prima di ogni viaggio, si chiede: cosa mi aspetta? Un quartiere d’affari scintillante o un quartiere degradato?

Nella Suite 1017, al decimo piano dell’Old Mill Belgrade Hotel, ha scoperto entrambe le cose dietro le vetrate: le facciate degradate incontrano brutali blocchi di cemento, la grigia area industriale incontra il centro storico mediterraneo. La „città bianca“ è caratterizzata da contrasti: Da un lato, sulle rive del fiume Sava, si trova la vecchia Belgrado, mentre a meno di due chilometri, dall’altro lato del nastro blu, si trova Novi Beograd, costruita dopo il 1948. L’elemento unificante: la Sava, che media tra il vecchio e il nuovo, dove si concentra la vita colorata della capitale serba.

Anche l’Hotel Old Mill Belgrade, a quattro stelle, ha un aspetto contrastante: vecchio e nuovo, industriale e moderno si incontrano qui. Nel 2014, Graft Architekten ha trasformato l’edificio tutelato del „Vecchio Mulino“ nel primo hotel di design di Belgrado. Il progetto prevedeva l’ampliamento delle strutture esistenti con nuovi materiali, colori e forme e l’attivazione delle qualità originali del monumento culturale „Old Mill“. L’atrio, con il bancone della reception ricavato da vecchi macchinari e le aree di seduta, li ha accolti con un’atmosfera aperta e invitante.

Lo storico rivestimento esterno del mulino è stato conservato – i mattoni sono stati puliti, riparati e reinstallati in modo fedele all’originale – e crea un fascino industriale. In netto contrasto con questo aspetto è la struttura chiara, ammassata a strati su un lato dell’atrio. L’architettura moderna traballa e ondeggia letteralmente all’interno del complesso alberghiero.

L’ingresso, la reception, il bar e il ristorante sono ospitati nella parte storica dell’edificio. Mentre i blocchi di torri di nuova costruzione ospitano le camere e le suite, nonché le aree benessere e fitness. L’aspetto pubblico e grezzo del complesso del Vecchio Mulino si trasforma gradualmente in un ambiente privato e accogliente nelle camere degli ospiti: I materiali metallici e lapidei sono sostituiti da legno e tessuti. Le 236 camere hanno grandi finestre, divani e bagni aperti e luminosi. Le pareti sono decorate con dipinti individuali che testimoniano il passato industriale del luogo.

Dopo soli due giorni di pittura, tamponamento e stesura, Jeanine Platz ha terminato la sua opera d’arte „Mare di luci“ e il risultato è impressionante: La tela allungata, come il concetto generale degli architetti, racconta la storia della città che cambia, del prima e del dopo del mulino: lo spirito del vecchio impianto industriale rivive in una nuova veste.

Per saperne di più, consultare Baumeister 9/2016

Caffè Orijins a Dubai di VSHD-Design

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L'Orijins Café di Dubai porta l'atmosfera del deserto in città. Foto: Progetto Oculis

L'Orijins Café di Dubai porta l'atmosfera del deserto in città. Foto: Progetto Oculis

Forme organiche e design minimalista formano un’unità convincente nell’Orijins Café di VSHD-Design. Il distretto finanziario di Dubai guadagna così un’oasi di pace che porta l’atmosfera del deserto in città.

Il Wabi Sabi è l’idea giapponese che la bellezza possa essere trovata in ogni aspetto delle imperfezioni della natura. Forse a Dubai, la terra dei grattacieli di vetro, non ci si aspetterebbe un legame particolarmente forte con la natura. Per gli interior designer di VSHD-Design, invece, una cosa è certa: la natura è divina.

La natura come ispirazione nell’Orijins café

L’imperfezione della natura fornisce quindi ai premiati interior designer l’ispirazione per la caffetteria „Orijins“. La natura prende il sopravvento. Il nuovo caffè, per il quale i visitatori sono già in coda, si trova al livello della strada nel Dubai International Financial Centre. A prima vista, colpisce la sua semplicità. La luce del giorno crea diverse ombre nei circa 100 metri quadrati del caffè. I toni naturali calmi e morbidi permettono all’occhio di scorrere sulle forme curve e organiche, di fermarsi, di soffermarsi. Era proprio questo l’obiettivo della progettista Rania M. Hamed: trovare la bellezza nella vita quotidiana, anche se non è perfetta.

Calma attraverso i contrasti

Anche l’Orijins Café combina molti contrasti. Entrando, i grandi blocchi di marmo irregolari catturano l’attenzione. I sottili mobili in metallo chiaro creano un contrasto con il soffitto sottilmente curvo. L’alluminio spazzolato contrasta con i colori tenui. I designer di VSHD sono noti per lo stile e la funzionalità, oltre che per la qualità e l’attenzione ai dettagli. Anche le forme semplici e i materiali lussuosi sono combinati armoniosamente. I contrasti, in particolare, creano un’atmosfera generale tranquilla.

Una manciata di pietre del Mar Rosso

Per esempio, il design degli interni è volutamente minimalista per dare spazio agli elementi naturali e ai colori tenui. Per i designer di VSHD-Design è fondamentale tornare alle origini delle cose. L’obiettivo è creare un ambiente il più possibile vicino alla natura. Una manciata di pietre provenienti dalla spiaggia del Mar Rosso ha fornito l’ispirazione per il progetto. I visitatori devono sentire la serenità e la tranquillità di sedersi su una pietra in riva al mare o sulla sabbia del deserto.

Ma Dubai non può essere immaginata senza innovazione: i sette blocchi di marmo che compongono il bar sono stati prima disegnati a mano, poi convertiti in modelli 3D e quindi inseriti in una macchina CNC. In questo modo si sono create forme astratte. In questo modo, l’uomo e la macchina creano rocce artificiali che sembrano essere state modellate dalla natura stessa.

Orijins-Café: giocare con la luce

La luce naturale cade delicatamente sulle pareti chiare. L’incidenza mutevole della luce nel corso della giornata enfatizza sottilmente la loro struttura. La luce naturale è supportata anche da quella artificiale. Ad esempio, una sottile striscia LED sottolinea delicatamente le linee curve del soffitto.

Il bar in marmo è illuminato da un discreto faretto che si fonde con il soffitto come una stella. Anche le altre fonti di luce sono state selezionate con cura. Il team guidato dalla lead designer Rania M. Hamed ha creato una nuova applique appositamente per questo caffè. L’apparecchio, realizzato in alluminio spazzolato, ricorda le canne nelle sue forme astratte.

Lusso sottile

Con tutta la sua maestria, nessun elemento di Orijins attira troppo l’attenzione su di sé. La lampada da parete è discretamente decorativa. I metalli utilizzati sono sottili. I contrasti creati dal mix di materiali diversi sono bilanciati da una palette di colori uniforme. Tessuti delicati e morbidi come la pelliccia, il boucle e i tessuti a trama grossa fanno da contraltare alla ruvidità della pietra o alla freddezza del metallo. Ancora una volta, le tonalità naturali opache e morbide, con un contrasto cromatico minimo, fungono da supporto. Il lusso sottile irradia calma e sobria eleganza.

Anche l’arredamento di un ristorante di Stoccarda è stato reinterpretato. Una speciale sedia da pub svolge un ruolo decisivo.

Suggerimento per il podcast: intervista al botanico edile Ferdinand Ludwig

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Che ne dite di un podcast intermedio? Dato che ormai ce ne sono un’infinità e la scelta è spesso difficile, noi della redazione di Garten + Landschaft vogliamo fornirvi regolarmente dei suggerimenti. Ascoltiamo podcast rilevanti, interessanti e divertenti e vi presentiamo i migliori. Oggi: una conversazione con il botanico edile Ferdinand Ludwig.

Iniziamo con una conversazione con il botanico edile. L’architetto si era già specializzato nella costruzione con gli alberi durante gli studi e, in qualità di professore di tecnologie verdi nell’architettura del paesaggio , si muove tra le tre discipline dell’architettura, dell’architettura del paesaggio e della botanica. In un’intervista con Tanja Gallenmüller, spiega perché si è avventurato in un territorio sconosciuto e dove ora si sente più a casa, e se il tempo e i clienti sono pronti per i suoi progetti di edilizia botanica.

Prendetevi mezz’ora del vostro tempo e ascoltate.

Interessante in questo contesto anche il progetto di ricerca INTERESS-I di Ferdinand Ludwig.

Macchine per facciate 2D e 3D

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Bamberg
2018: Il nuovo edificio del Museo storico di

Gli involucri edilizi in pietra naturale accompagnano l’uomo praticamente da quando si è insediato. Con l’avvento della meccanizzazione, non solo sono diventate possibili costruzioni di facciate sempre più sofisticate, ma sempre più macchine che producono geometrie di facciate in 2D e 3D sono entrate nelle officine delle aziende.

Premiato con il German Natural Stone Award 2018: il nuovo edificio del Museo Storico di Francoforte a.M. in pietra arenaria dura della Valle del Neckar proveniente dalla fabbrica di pietra naturale di Bamberg. Foto: Torsten Zech/Bamberger Natursteinwerk Hermann Graser GmbH, Bamberg

Le facciate non determinano solo l’aspetto di un edificio, ma la loro forma influenza anche una serie di aspetti tecnici, economici ed ecologici. La scelta della facciata è quindi particolarmente importante nel processo di pianificazione della costruzione. Se in passato si utilizzavano prevalentemente sistemi monolitici e murature massicce in pietra naturale, i requisiti energetici sempre più elevati degli edifici hanno reso necessario un adeguamento delle pareti esterne.

Allo stesso tempo, lo sviluppo della tecnologia di lavorazione ha ampliato notevolmente le possibilità di applicazione. Ad esempio, da tempo esiste un processo standard per il rivestimento di facciate con pannelli di spessore compreso tra i tre e i cinque centimetri, per la progettazione estetica di edifici anche di grandi dimensioni. Gli ultimi sviluppi tecnologici consentono di produrre pannelli per facciate con spessori ancora più sottili o addirittura pannelli a film sottile dello spessore di pochi millimetri. A seguito di questi cambiamenti dinamici dovuti allo sviluppo di tecniche di produzione sempre nuove, oggi si utilizzano sempre più spesso sistemi di pareti in cui la funzione di protezione termica e dagli agenti atmosferici è assunta da una costruzione di facciata aggiuntiva.

Oltre alla forma più favorevole di rivestimento di facciata, la facciata a sistema composito termoisolante, si sono affermate le facciate continue con e senza ventilazione posteriore. In queste costruzioni, i sistemi di facciata autonomi sono appesi davanti o di fronte all’involucro dell’edificio; il carico morto della costruzione viene trasferito nelle fondamenta o nell’involucro dell’edificio. In ogni caso, il sistema di facciata è collegato meccanicamente alla struttura portante.

Sebbene la pietra naturale come materiale di rivestimento sia in concorrenza con altri materiali (come il vetro, i pannelli in HPL e in fibrocemento e la ceramica) per i rivestimenti ventilati per la pioggia, ha un ottimo punteggio in termini di naturalezza, bassa manutenzione, durata e basso consumo energetico. Poiché la protezione dagli agenti atmosferici è fornita dal rivestimento a cortina e lo strato d’aria retrostante è freddo, si parla anche di facciata fredda.

Nel mercato globale delle facciate, altamente competitivo, un gran numero di sistemi di facciata è in competizione tra loro. Ogni sistema presenta vantaggi e svantaggi. Questi possono essere in termini di aspetto e design, prezzo o durata. Anche i valori ambientali e gli aspetti energetici giocano un ruolo importante. Infine, anche il riciclaggio di una facciata – misurato in termini di costi e smaltimento – può essere un criterio per i proprietari e i progettisti di edifici nel decidere quale sistema utilizzare.

Maggiori informazioni in STEIN 1/2021.

Gli involucri edilizi in pietra naturale accompagnano l’uomo praticamente da quando si è insediato. Con l’avvento della meccanizzazione, non solo sono diventate possibili costruzioni di facciate sempre più sofisticate, ma sempre più macchine che producono geometrie di facciate in 2D e 3D sono entrate nelle officine delle aziende. Le facciate non solo determinano l’aspetto di un edificio, ma la forma della facciata […]

Impressioni sul Cimetière Saint-Pierre a Marsiglia

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STEIN mostra le lapidi storiche del terzo cimitero più grande della Francia in una galleria di immagini.

Il Cimetière Saint-Pierre è uno dei più giovani nel suo genere: fu allestito nel 1855 e inaugurato ufficialmente otto anni dopo. In precedenza i marsigliesi avevano seppellito i loro cari in piccoli cimiteri parrocchiali, di monastero o di ospedale, oppure nel cimitero centrale di Saint-Charles. Quest’ultimo, situato nel centro della città, ebbe presto problemi di capienza e fu chiuso nel 1876. Il cimitero di Saint-Pierre lo sostituì, coprendo un’area di 63 ettari.

All’inizio sembra ingestibile. Tuttavia, i visitatori si orientano rapidamente grazie al verde: dove i pini crescono su piccoli pendii, sono sicuri di trovare le tombe storiche. Qui sono sepolti decine di noti imprenditori e artisti francesi, tra cui pittori, scultori e cantanti. Tra questi c’è il compositore Vincent Scotto. Egli desiderava il seguente epitaffio: „Per tutta la vita ho composto, oggi sto decadendo“. Tuttavia, non se ne fece nulla: queste ultime volontà sembravano inappropriate alla moglie di Scotto.

Saint-Pierre è un’impressionante testimonianza contemporanea del cambiamento della cultura funeraria nel nostro paese vicino. Un numero straordinario di mausolei, sculture e monumenti funebri ricorda il periodo di massimo splendore del cimitero, anche se alcuni di essi stanno invecchiando verso il degrado in uno stato deplorevole. Enormi loculi con urne formano la loro controparte moderna in fondo alla collina.

Un totale di circa 150 dipendenti lavora al cimitero con le sue 100.000 lapidi. Ciò che è insolito per gli occhi dei tedeschi sono le automobili che, sebbene non siano numerose, attraversano regolarmente la strada. Saint-Pierre ha una rete stradale totale di 15 chilometri. Anche l’amministrazione di Marsiglia sta cercando di trovare soluzioni per la trasformazione del cimitero. Tra le altre cose, sta avviando sponsorizzazioni di tombe e sta cercando di inventariare il maggior numero possibile di tombe in un database online. Nel cimitero (e negli altri 20 sparsi per la città) è presente un terminale interattivo. Chiunque sia interessato può usarlo per cercare le tombe di personaggi famosi – o trovare quella di un parente nell’enorme sito.

La redazione continuerà la serie „Impressioni del cimitero“ a intervalli irregolari – e sarà lieta di ricevere suggerimenti e richieste via e-mail a redaktion@stein-magazin.de.

1° premio del Premio Sckell per studenti)

„(…) un impulso dal passato, sia in forma di design che di associazioni storiche, spinge quel sito verso il proprio futuro. (…) la storia riguarda sempre l'“ora“ (…)“ (John Dixon Hunt, 2014)

Con questa citazione del vincitore dello Sckell Ring of Honour di quest’anno, John Dixon Hunt, la studentessa di master Bernadette Brandl dell’Università Tecnica di Monaco ha conquistato la giuria del corrispondente Sckell Student Award. Il 19 ottobre 2017, l’Accademia bavarese di Belle Arti ha conferito a John Dixon Hunt l’Anello d’onore Sckell per il suo eccezionale lavoro di una vita. Di conseguenza, la domanda del premio Sckell per studenti si è concentrata sul significato delle teorie di John Dixon Hunt per l’architettura del paesaggio contemporanea, a cui si doveva rispondere con parole e immagini.

Sedici studenti hanno partecipato al concorso. I giurati Peter Latz, Winfried Nerdinger e Udo Weilacher hanno riconosciuto l’esplorazione di Bernadette Brandl sulla lettura del paesaggio come palinsesto. In questo modo, ha riconosciuto uno degli approcci più importanti delle teorie di Hunt: Geologia, topografia, storia e cultura forniscono al progettista una base per riconoscere il paesaggio come una sovrapposizione strutturalista delle storie di un luogo e per riscriverle costantemente. Collegando, aggrovigliando o ricucendo insieme vecchio e nuovo, si crea un mosaico di paesaggio (storia) in costante cambiamento. La partecipazione della società al paesaggio fa parte di una riorganizzazione processuale di riscritture. Percependo il luogo, interpretandolo e decidendo del suo futuro, le persone diventano parte del palinsesto.

Il giardino: tra oggetto fisico e percezione soggettiva

Il secondo e il terzo premio sono stati assegnati a Theresa Finkel e Calvin Valentino Nisse, entrambi impegnati in un Master in Architettura del Paesaggio presso l’Università Tecnica di Monaco. Theresa Finkel tematizza l’ambivalenza del luogo, che esiste sia come oggetto fisico sia come esperienza del destinatario, come idea centrale delle teorie di Hunt. Per Theresa Finkel, l’arte dell’architetto del paesaggio consiste nel comprendere gli utenti di un luogo, nel pensare a loro e nell’integrarli nel progetto.

L’Eden in terra

Il terzo classificato, Calvin Nisse, si è ispirato alla seguente citazione di Hunt: „Un giardino non è nulla se non ci seduce“. Di conseguenza, i giardini devono possedere qualità aptiche che stimolino i nostri sensi. Uno dei compiti di un architetto del paesaggio è quindi quello di rendere percepibile lo scricchiolio sotto le suole delle scarpe e udibile il cinguettio degli uccelli. Il Giardino dell’Eden, che esiste solo come immaginazione nella mente umana, rappresenterebbe il massimo di un tale giardino.

L’Anello d’Onore Sckell, che prende il nome dall’artista del giardino e urbanista Friedrich Ludwig von Sckell, è uno dei premi più prestigiosi per le personalità della storia dell’architettura del paesaggio e dell’arte dei giardini. Tra i precedenti vincitori figurano famosi architetti del paesaggio come Günther Grzimek (1973), Herta Hammerbacher (1985) e, più recentemente, Peter Latz (2014). Organizzatore: Accademia Bavarese di Belle Arti in collaborazione con la Cattedra di Architettura del Paesaggio e Paesaggio Industriale dell’Università Tecnica di Monaco.