Rivestimento stradale legato: caratteristiche, posa e impiego

Casa-mia
Un dettaglio del rivestimento e del materiale di riempimento relativo al tema del manto stradale legato
Un cuore disegnato sulla sabbia in una giornata di sole: un gesto semplice e ricco di simbolismo nella natura. Foto: pretzelman/Unsplash

I percorsi negli spazi esterni sono più che semplici linee di collegamento tra due punti. Essi strutturano gli spazi aperti, guidano il movimento, caratterizzano l’aspetto di parchi, piazze e aree verdi e influenzano in modo significativo il bilancio idrico di un sito. Il manto stradale legato rappresenta una tecnica costruttiva che coniuga stabilità, qualità progettuale e durata nel tempo: i granuli minerali vengono tenuti insieme in modo permanente da un legante, creando così una superficie solida, calpestabile e percorribile, che si distingue sia dai rivestimenti in ghiaia sfusa sia dalla pavimentazione in calcestruzzo completamente sigillata. Chi conosce questo metodo di costruzione capisce perché da decenni occupa un posto fisso nell’architettura del paesaggio e nel verde urbano.

  • Cosa caratterizza un rivestimento legato e in che modo si differenzia dai sistemi non legati e da quelli completamente impermeabilizzati
  • Quali leganti e materiali vengono utilizzati e quali sono le loro rispettive proprietà
  • Come si progetta e si realizza a regola d’arte la struttura di una pavimentazione legata
  • Quali requisiti devono essere soddisfatti in termini di sottofondo, drenaggio e portanza
  • In quali tipi di spazi aperti e contesti di utilizzo questa tecnica costruttiva è particolarmente indicata
  • Quali qualità progettuali ed ecologiche offrono i manti stradali legati
  • Come organizzare a regola d’arte la cura e la manutenzione
  • Quali errori tipici si verificano nella progettazione e nell’esecuzione e come evitarli

Definizione e delimitazione: che cos’è un manto stradale legato?

Un rivestimento stradale legato è un tipo di pavimentazione in cui i componenti minerali dello strato di copertura sono legati tra loro in modo permanente da un legante. Il legante può indurirsi idraulicamente, ovvero indurirsi per reazione con l’acqua, come nel caso del cemento o della calce, oppure può agire sulla base di resine sintetiche o sostanze bituminose. Il risultato è una superficie coesiva e dimensionalmente stabile che, sotto carico, non cede lasciando tracce e non rilascia granuli sciolti. Questa caratteristica distingue nettamente il rivestimento legato da quello non legato, in cui le miscele minerali come pietrisco, ghiaia o sabbia frantumata vengono mantenute in posizione solo grazie alla compattazione e all’attrito interno.

Rispetto alle pavimentazioni completamente impermeabili come la pavimentazione in calcestruzzo, quella in pietra naturale su letto di malta o l’asfalto, la pavimentazione legata offre, in molte delle sue varianti, una certa permeabilità all’acqua che riduce il deflusso superficiale e consente, almeno in parte, l’infiltrazione. Se e in che misura tale permeabilità all’acqua sia effettivamente presente dipende in modo determinante dalla composizione della miscela, dalla compattazione e dallo stato della sottostruttura. Gli esperti distinguono pertanto tra rivestimenti stradali legati permeabili all’acqua e impermeabili all’acqua, dove i primi sono preferiti nella progettazione degli spazi aperti per motivi ecologici e di normativa sulle acque.

Nella normativa tedesca, il manto stradale legato è trattato principalmente nelle Condizioni tecniche contrattuali aggiuntive e nelle Linee guida per la costruzione di superfici di traffico (ZTV Wegebau), nonché nelle relative schede tecniche della Società di ricerca per lo sviluppo e la realizzazione del paesaggio (FLL). Le linee guida FLL per la progettazione, la realizzazione e la manutenzione dei percorsi negli spazi aperti costituiscono la base tecnica fondamentale per gli architetti paesaggisti e le imprese esecutrici. I progettisti dovrebbero conoscere queste normative, poiché descrivono in modo vincolante i requisiti relativi ai materiali, agli spessori degli strati, alle verifiche di portanza e alla qualità esecutiva.

Materiali e leganti: quali sistemi esistono?

La gamma dei rivestimenti legati per sentieri è notevolmente più ampia di quanto sembri a prima vista. La realizzazione classica nell’architettura del paesaggio è il manto stradale legato ad acqua con polvere di calcare o polvere di mattoni come legante, che, in senso stretto, si colloca al limite della tecnica di costruzione non legata e nel linguaggio tecnico non viene sempre classificato in modo univoco. Da questi vanno distinti i veri e propri sistemi legati, in cui viene impiegato un legante attivo.

Sistemi a legante idraulico

Nei rivestimenti stradali a legante idraulico, alla miscela minerale viene aggiunto cemento o un legante simile al cemento. Dopo la posa, il legante reagisce con l’acqua aggiunta e indurisce formando una matrice solida. Il risultato è una superficie con elevata resistenza alla compressione e buona stabilità dimensionale, che non forma quasi mai solchi anche in caso di utilizzo intensivo. La permeabilità all’acqua in questi sistemi è generalmente bassa o inesistente, a meno che non venga scelta consapevolmente una miscela a pori aperti. I rivestimenti stradali legati con cemento si trovano soprattutto in aree molto trafficate, nei cortili delle scuole, nelle zone industriali o come sottofondo per ulteriori rivestimenti.

Una forma speciale di sistemi a legante idraulico è rappresentata dai rivestimenti stradali con calce come legante, utilizzati nei parchi storici e nei giardini monumentali per preservare o ricostruire il carattere delle superfici stradali storiche. I rivestimenti legati con calce sono meno resistenti alla compressione rispetto a quelli legati con cemento, ma sono più permeabili alla diffusione e più compatibili con il terreno circostante. Per la conservazione dei monumenti questa proprietà è spesso determinante.

Sistemi legati con resine sintetiche

I rivestimenti per sentieri legati con resina sintetica, spesso denominati anche sistemi a resina reattiva o rivestimenti per sentieri arricchiti con materiale plastico, utilizzano resine epossidiche, resine poliuretaniche o resine acriliche come leganti. La miscela minerale, solitamente costituita da quarzite, granito, basalto o pietre naturali colorate di granulometria definita, viene mescolata con la resina liquida e posata sul sottofondo preparato. Una volta indurita, si ottiene una superficie straordinariamente stabile nella forma, resistente all’abrasione ed esteticamente gradevole. A seconda del rapporto di miscelazione e della granulometria, questi sistemi possono essere realizzati in modo da consentire il passaggio dell’acqua, evitando intenzionalmente l’uso di granuli fini che potrebbero ostruire i pori.

I rivestimenti per sentieri legati con resina sintetica sono diffusi nel segmento di alto livello degli spazi all’aperto: nelle piazze cittadine, nelle zone pedonali, nei parchi di pregio e davanti agli edifici pubblici. La loro qualità estetica è elevata, poiché il colore, la granulometria e la trama della superficie sono controllabili con precisione. Il prezzo è nettamente superiore a quello delle pavimentazioni convenzionali in miscela minerale, motivo per cui vengono impiegate soprattutto laddove l’aspetto estetico e la durata nel tempo rivestono particolare importanza. Va tenuto presente che i sistemi legati con resina sintetica, al termine del loro ciclo di vita, non possono essere riciclati facilmente, il che rappresenta uno svantaggio dal punto di vista della sostenibilità.

Sistemi bituminosi e forme speciali

Anche i manti stradali legati con asfalto, ovvero asfalto caldo o asfalto a freddo, sono tecnicamente manti legati, ma nell’ambito degli spazi aperti sono considerati piuttosto un caso particolare, poiché dal punto di vista estetico ed ecologico sono difficilmente compatibili con il carattere degli spazi verdi naturali. Sono tuttavia ampiamente diffusi nelle piste ciclabili, nelle strade agricole e nelle aree di accesso. L’asfalto a pori aperti (OPA), noto anche come asfalto fonoassorbente, consente una certa permeabilità all’acqua e riduce il rumore, ma richiede un’attenta manutenzione, poiché i pori possono ostruirsi a causa delle polveri sottili e del materiale organico.

Struttura ed esecuzione: come si realizza a regola d’arte un manto stradale legato?

La struttura di un manto stradale legato segue un sistema stratificato chiaramente articolato, costituito, dal basso verso l’alto, da piano di posa, strato antigelo, strato portante e strato di copertura. Il piano di posa è la superficie livellata e compattata del terreno naturale o di riporto su cui poggia l’intera struttura stradale. La sua portanza, misurata come modulo di deformazione Ev2 nella prova di compressione con piastra di carico, costituisce la base per il dimensionamento di tutti gli strati sovrastanti. I terreni morbidi, organici o soggetti a cedimenti devono essere sostituiti o stabilizzati prima della costruzione della strada.

Lo strato antigelo è costituito da una miscela di granuli minerali resistente al gelo e ben gradata e protegge la struttura della strada dai danni causati dal gelo dovuti all’acqua che sale per capillarità. Il suo spessore dipende dalla profondità locale di azione del gelo e dalla portanza del sottosuolo. In Europa centrale sono comuni strati antigelo di spessore compreso tra trenta e cinquanta centimetri, sebbene il dimensionamento esatto debba essere effettuato secondo le norme tecniche pertinenti. Uno strato antigelo insufficiente è una delle cause più frequenti di danni da gelo alle pavimentazioni stradali legate, che si manifestano sotto forma di crepe, spaccature o cedimenti.

Sopra lo strato antigelo si trova lo strato portante, che distribuisce uniformemente nel sottofondo i carichi derivanti dall’utilizzo. Nel caso di manti stradali legati, lo stesso strato portante può essere già legato, ovvero realizzato come strato portante a legante idraulico (HGT), il che aumenta la rigidità complessiva della struttura. In alternativa, si utilizza uno strato portante in ghiaia non legata, che è più economico ma ha un minore effetto di distribuzione del carico. La scelta dipende dal carico previsto, dall’intensità di utilizzo e dai fondi disponibili.

Lo strato di finitura legato vero e proprio viene posato sulla sottostruttura preparata. Nei sistemi legati con resina sintetica, ciò avviene di norma mescolando la resina alla miscela minerale e successivamente stendendola con una spatola lisciante o una lama livellatrice. Nei sistemi legati con cemento, la miscela viene posata e compattata meccanicamente o a mano. In ogni caso, è fondamentale garantire uno spessore uniforme dello strato, una compattazione completa senza vuoti e una cura particolare nella finitura dei bordi, che impedisca allo strato di copertura di rompersi o sollevarsi ai bordi.

Drenaggio e pendenza

Anche i rivestimenti stradali legati permeabili all’acqua necessitano di una pendenza trasversale sufficiente che convogli lateralmente l’acqua superficiale e impedisca la formazione di pozzanghere. Una pendenza trasversale compresa tra il due e il due e mezzo per cento è considerata il valore minimo per la maggior parte delle applicazioni. Nel caso di sistemi completamente permeabili all’acqua, anche la sottobase deve essere permeabile e in grado di assorbire l’acqua che filtra. Se il sottosuolo è poco permeabile, è necessario prevedere uno strato drenante o un sistema di drenaggio che convogli l’acqua lateralmente. Errori nella progettazione del drenaggio causano ristagni d’acqua nella struttura, il che, nei sistemi legati, può portare al distacco del legante e a danni da gelo.

Campi di applicazione: dove è particolarmente indicato il rivestimento stradale legato?

La pavimentazione legata trova la sua applicazione ovunque sia richiesta una superficie solida, di facile manutenzione e dal design raffinato, che tuttavia non debba avere le caratteristiche di una superficie completamente impermeabilizzata. Nei parchi pubblici e nelle aree verdi è uno dei tipi di pavimentazione più utilizzati, poiché soddisfa i requisiti di accessibilità, percorribilità con sedie a rotelle e idoneità al transito di passeggini, senza compromettere il carattere naturale dello spazio. I percorsi accessibili alle sedie a rotelle richiedono, secondo la norma DIN 18040-3, una superficie solida e antiscivolo priva di granuli sciolti, il che esclude i rivestimenti non legati e rende i sistemi legati la scelta preferibile.

Nei parchi storici e nei giardini di interesse storico-artistico, il rivestimento legato è spesso l’unica possibilità per preservare o ripristinare il carattere storico di un percorso senza dover ricorrere a moderne pavimentazioni. In questi casi, la tutela dei beni culturali richiede spesso materiali e superfici che si avvicinino al modello storico, obiettivo che può essere raggiunto mediante miscele minerali accuratamente selezionate e leganti adeguati. I sistemi legati con resina sintetica e pietre naturali colorate possono rappresentare un’approssimazione visivamente convincente delle superfici storiche dei percorsi.

Nei cortili delle scuole, negli asili nido e nelle aree giochi, la pavimentazione legata è apprezzata per la sua sicurezza antiscivolo, la ridotta produzione di polvere e la facilità di pulizia. I rivestimenti in ghiaia sciolta sono problematici in tali contesti di utilizzo, poiché il materiale si disperde, si creano rischi di lesioni e la superficie diventa rapidamente irregolare. I sistemi legati mantengono la loro forma anche in caso di uso intensivo. Per le aree gioco con requisiti elevati di protezione anticaduta, tuttavia, sono da preferire altri rivestimenti, come le piastrelle anticaduta o il pacciame di corteccia.

Nel campo dello sviluppo urbano e dell’adattamento climatico, le pavimentazioni legate permeabili all’acqua stanno acquisendo importanza, poiché contribuiscono a ridurre il deflusso superficiale e sostengono così il principio della “città spugna”. Molti comuni hanno sancito nei propri statuti e piani regolatori i requisiti relativi alla permeabilità all’acqua delle pavimentazioni stradali. I sistemi legati con resina sintetica a pori aperti sono in grado di soddisfare tali requisiti e, al contempo, rispondere alle esigenze progettuali degli spazi pubblici.

Cura e manutenzione: cosa mantiene efficienti nel lungo periodo le pavimentazioni legate

Una pavimentazione legata non è un sistema esente da manutenzione. La sua durata dipende in modo determinante dal fatto che la cura e la manutenzione vengano effettuate regolarmente e a regola d’arte. La misura di manutenzione più importante è il controllo e la pulizia della superficie. Il materiale organico, come foglie, muschio e alghe, si deposita nei pori e nelle fessure, trattiene l’umidità e favorisce la crescita biologica, che ammorbidisce la superficie e riduce la resistenza allo scivolamento. La spazzatura regolare e, se necessario, il lavaggio ad alta pressione mantengono la superficie pulita e funzionante.

Nel caso di sistemi legati con resina sintetica, è importante assicurarsi che la pulizia non venga effettuata con prodotti chimici aggressivi che potrebbero danneggiare la resina. I produttori forniscono di norma raccomandazioni specifiche per la manutenzione, che devono essere rispettate per non compromettere i diritti di garanzia. Le pavimentazioni a base di cemento sono più resistenti alla pulizia meccanica, ma possono subire danni superficiali a causa degli acidi contenuti nelle foglie e negli aghi.

Crepe e distacchi devono essere riparati tempestivamente, prima che l’acqua penetri nella struttura causando danni da gelo. Nei sistemi legati con resina sintetica, la riparazione con il materiale originale è di norma possibile, ma richiede un’accurata preparazione della zona danneggiata e il rispetto delle temperature di lavorazione. I manti legati al cemento possono essere riparati con una malta di riparazione adeguata, prestando attenzione all’uniformità del colore e all’adesione. I danni estesi, riconducibili a difetti nel sottofondo, richiedono un rifacimento completo dell’area interessata, compresa l’eliminazione delle cause.

Il controllo della vegetazione è un altro compito ricorrente. Anche nei manti stradali leganti germogliano le piante, in particolare ai bordi, nelle fughe e nelle zone con apporto di materiale organico. La rimozione meccanica è preferibile al controllo chimico, poiché gli erbicidi sulle superfici pavimentate sono problematici dal punto di vista della normativa sulle acque e in molti comuni non sono più ammessi. La spazzatura regolare e una cura accurata dei bordi, che rende più difficile l’infiltrazione dei semi, riducono notevolmente l’impegno di manutenzione.

Errori tipici e come evitarli

L’errore più comune nella progettazione di pavimentazioni di vie con legante è un’analisi insufficiente del sottosuolo. Se non viene fornita la verifica della portanza del piano di posa o se le zone di terreno soffice non vengono individuate e sostituite, si verificano cedimenti e crepe nello strato di copertura, la cui riparazione risulta economicamente poco conveniente. Un’accurata indagine geotecnica prima dell’inizio della progettazione non è quindi un servizio facoltativo, ma un requisito fondamentale per una costruzione duratura.

Un altro errore comune è la sottovalutazione dei requisiti di drenaggio. I progettisti a volte partono dal presupposto che un sistema di strato di copertura permeabile risolva tutti i problemi di drenaggio, senza verificare la capacità di assorbimento della sottostruttura e del sottosuolo. Se il sottosuolo è poco permeabile e non è previsto alcun sistema di drenaggio, l’acqua ristagna nella struttura causando danni da gelo, distacchi e deformazioni. La permeabilità dell’intero sistema è sempre pari a quella del punto più permeabile.

Durante la posa, gli errori derivano spesso da temperature di lavorazione errate, in particolare nei sistemi legati con resine sintetiche. Temperature troppo basse rallentano l’indurimento e possono causare un legame incompleto; temperature troppo elevate accelerano la reazione a tal punto che il materiale non può più essere steso in modo uniforme. I produttori specificano intervalli di lavorazione che devono essere rigorosamente rispettati. Altrettanto fondamentale è il rispetto dei rapporti di miscelazione: una quantità insufficiente di legante porta a una superficie friabile e sensibile all’abrasione; una quantità eccessiva di legante chiude i pori e impedisce la permeabilità all’acqua.

Infine, la realizzazione dei bordi viene spesso sottovalutata. Senza una bordatura stabile, che si tratti di cordoli profondi, bordi in calcestruzzo o altre finiture, lo strato di copertura si stacca ai bordi e il materiale si sposta lateralmente. Una realizzazione accurata dei bordi non è un dettaglio secondario dal punto di vista progettuale, ma una necessità strutturale che influisce in modo determinante sulla durata dell’intero manto stradale.

Pavimentazioni legate nel contesto della progettazione sostenibile degli spazi aperti

Il manto stradale legato non è una panacea universale per tutte le situazioni di costruzione di percorsi, ma occupa un’importante nicchia tra il manto sciolto e naturale e il rivestimento completamente impermeabile. I suoi punti di forza risiedono nella combinazione di stabilità dimensionale, qualità progettuale e, se realizzata correttamente, permeabilità all’acqua. Queste caratteristiche la rendono uno strumento prezioso nella progettazione degli spazi aperti, in grado di soddisfare sia i requisiti funzionali che quelli ecologici.

La crescente importanza dell’adattamento climatico nelle città, la richiesta di progetti di “città spugna” e i requisiti sempre più severi della normativa sulle acque in materia di impermeabilizzazione del suolo rafforzano la posizione dei sistemi legati permeabili nella pratica quotidiana della progettazione. Allo stesso tempo, il loro impiego richiede una maggiore attenzione progettuale rispetto a tecniche costruttive più semplici: l’analisi del sottosuolo, il progetto di drenaggio, la scelta dei materiali e la qualità esecutiva devono essere coordinati tra loro affinché l’investimento sia redditizio nel lungo periodo.

Per gli architetti paesaggisti e i progettisti di spazi aperti ciò significa non considerare il manto stradale come una soluzione standard, ma decidere, in base al contesto specifico, quale sistema soddisfi al meglio i requisiti specifici. La conoscenza dei sistemi disponibili, delle loro caratteristiche e dei loro limiti è altrettanto necessaria quanto la comprensione dei rapporti di fisica delle costruzioni e idrologia, che determinano il successo o il fallimento della pavimentazione di un percorso. I percorsi ben progettati, realizzati a regola d’arte e sottoposti a una manutenzione costante caratterizzano gli spazi aperti per decenni e danno un contributo silenzioso ma essenziale alla qualità dello spazio pubblico.

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE

Con la nuova Prestige University Indore, Sanjay Puri Architects ha realizzato un edificio universitario che combina architettura, paesaggio e interazione sociale per creare un’esperienza spaziale coerente. L’edificio universitario nello stato indiano del Madhya Pradesh non è inteso come un singolo edificio monumentale, ma come una topografia aperta e accessibile per l’apprendimento, l’incontro e l’uso pubblico.

In un campus di 32 ettari a Indore è stato creato un complesso edilizio con amministrazione, biblioteca, auditorium, aree per seminari e caffetteria, che combina le tipologie edilizie tradizionali indiane con l’architettura sostenibile contemporanea.

Architettura come paesaggio percorribile

Invece di creare un edificio universitario dominante, la Prestige University Indore si sviluppa nel paesaggio come una terrazza. L’edificio di cinque piani si innalza in diagonale e forma un tetto accessibile al pubblico con numerose aree comuni.

I livelli a gradoni fungono anche da

  • spazi aperti per l’apprendimento
  • spazi per eventi
  • luoghi di incontro sociale
  • auditorium all’aperto

In totale, le piattaforme terrazzate offrono spazio a 9.000 studenti durante gli eventi, creando uno spazio pubblico multifunzionale all’interno del campus.

Ispirato alle tradizionali fontane a gradoni indiane

Il linguaggio progettuale dell’edificio si ispira agli storici pozzi a gradoni indiani, che per secoli sono stati luoghi di acqua, di equalizzazione climatica e di incontro sociale.

Sanjay Puri Architects traduce questo principio nell’architettura educativa contemporanea: l’edificio stesso diventa un’infrastruttura sociale e promuove lo scambio, la comunicazione e le attività comunitarie.

Le 463 piattaforme terrazzate formano un giardino pensile di circa 9.000 metri quadrati, parzialmente privo di barriere.

Un’architettura rispettosa del clima per temperature estreme

La Prestige University Indore è una risposta mirata al clima caldo della regione, dove le temperature oscillano tra i 30 e i 40 gradi Celsius per molti mesi.

Il concetto di edificio sostenibile comprende

  • cortili interni illuminati naturalmente
  • flussi d’aria diagonali
  • cortili aperti per la
  • sistemi di ombreggiamento passivo
  • uso ridotto al minimo dei sistemi di condizionamento dell’aria

La disposizione delle luci a nord e i cortili interni si basano sui principi architettonici tradizionali indiani e riducono notevolmente la necessità di illuminazione artificiale.

Inoltre, gli elementi di facciata in GFRC ventilati posteriormente proteggono le facciate est, ovest e sud dal calore diretto.

Spazi interni aperti e rete sociale

Una strada interna diagonale attraversa il centro dell’edificio, collegando tutte le funzioni e creando situazioni spaziali diverse.

L’organizzazione degli usi segue un principio chiaro:

  • Piano terra: auditorium, amministrazione e area ristoro.
  • Primo piano: aree della biblioteca
  • Primo piano: aule
  • Terzo piano: aule didattiche
  • Quarto piano: facoltà e aree amministrative

Tra le aree sono stati creati cortili aperti e aree ricreative, che combinano l’apprendimento e l’interazione sociale.

Architettura universitaria sostenibile a carattere pubblico

La Prestige University Indore dimostra come l’architettura educativa possa diventare un’esperienza pubblica e scenografica. L’edificio combina un design orientato al clima con l’apertura sociale e crea una nuova tipologia di edifici universitari sostenibili in India.

Con il suo tetto calpestabile, gli spazi aperti per le riunioni e la costruzione ad alta efficienza energetica, il progetto è un esempio di come l’architettura universitaria contemporanea possa combinare in modo intelligente comunità, clima e utilizzo.

La Prestige University Indore di Sanjay Puri Architects vede l’architettura non solo come edificio, ma anche come infrastruttura sociale e climatica.

La combinazione di paesaggio, istruzione e spazio pubblico crea un’università che reinterpreta l’apprendimento, lo scambio e la comunità in una forma architettonica sostenibile.

Museum Folkwang: un’esperienza nuova di incontro tra architettura e arte

Casa-mia
due persone che camminano di notte prima di un edificio-Lx_6eyYGUGs
Due persone passano davanti a un edificio di notte. Foto di Kouji Tsuru.

Museum Folkwang: una nuova esperienza di architettura incontra il piacere dell’arte – o quanto futuro c’è nello spazio museale quando vecchio e nuovo non solo si incontrano, ma si sfidano? Tra un involucro spettacolare, una trasformazione digitale e un’architettura sostenibile, l’edificio simbolo di Essen è sinonimo di un’architettura museale che non vuole limitarsi a mostrare l’arte. Vuole portare il rapporto tra spazio, opera e visitatore a un nuovo livello, ma ci riesce davvero?

  • Il Museum Folkwang di Essen è considerato un ottimo esempio di simbiosi tra architettura contemporanea e standard museali.
  • L’ultima ristrutturazione di David Chipperfield punta su una chiarezza radicale, sulla luce naturale e su una nuova concezione dello spazio.
  • La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale stanno cambiando la progettazione delle mostre, la guida dei visitatori e l’educazione all’arte, anche al Folkwang.
  • La sostenibilità non è solo una parola d’ordine: la valutazione del ciclo di vita, la scelta dei materiali e l’energia di esercizio sono oggetto di un esame critico.
  • Le competenze professionali spaziano dalla conservazione del patrimonio alla progettazione con supporto BIM, e mettono alla prova sia gli architetti che i professionisti del museo.
  • L’architettura del museo ha un’influenza significativa sulla qualità dell’esperienza, sulla percezione dell’arte e sui dibattiti sociali.
  • La discussione spazia dai cubi bianchi puristi agli spazi digitali immersivi, con una visione globale delle tendenze e delle controversie.
  • Quanta partecipazione, quanta sperimentazione può tollerare lo spazio museale tra tradizione e futuro?

Il Museo Folkwang: tra architettura e fruizione dell’arte

Il Museum Folkwang non è solo un altro centro d’arte nel panorama museale tedesco. È una dichiarazione – architettonica, culturale e sociale. Dopo l’ampio ampliamento realizzato da David Chipperfield, il museo è stato un esempio di rinascita dell’edilizia museale nel mondo di lingua tedesca. A Essen, l’austerità del modernismo incontra il desiderio di apertura e di luce. Chiunque attraversi il foyer sperimenta una nuova generosità che rompe con la nozione classica di museo come deposito sacro. Qui le cose non sono più raccolte e accatastate, ma messe in scena, rese permeabili e messe in discussione.

Cosa distingue il Museum Folkwang dai suoi vicini di Monaco, Vienna o Zurigo? È la radicale riduzione all’essenziale: una chiara struttura spaziale che non si pone di fronte all’arte, ma la mette in scena. Inondazioni di luce naturale, pareti flessibili, un bianco quasi da laboratorio: la firma di Chipperfield è inconfondibile, ma mai invadente. Invece di una rappresentazione barocca, c’è un invito al dialogo. Il visitatore non viene sopraffatto, ma attivato. Non è una cosa scontata in un’epoca in cui molti musei si aggrappano ancora ai loro pavimenti in moquette e alla mancanza di orientamento.

Ma per quanto l’architettura appaia contemporanea, è anche oggetto di un dibattito controverso. Per alcuni, il Folkwang è un manifesto di moderazione, per altri è un laboratorio troppo freddo. La qualità effettiva dell’edificio si sviluppa tra questi poli: offre una superficie di proiezione per il dibattito sul museo del futuro. Di quanta neutralità ha bisogno l’arte? Quanta messa in scena può tollerare il visitatore? Al Folkwang questo dibattito non viene solo condotto, ma anche costruito.

Un confronto con altri musei della regione DACH mostra che mentre molte istituzioni stanno ancora lottando con l’eredità dei loro gusci in stile guglielmino, il Folkwang ha osato dare un taglio radicale. Il rinnovamento architettonico è il segno visibile di un profondo cambiamento culturale, che si ripercuote anche sul lavoro del museo stesso. Qui non solo vengono esposte nuove opere, ma il museo viene inteso come un processo, come un esperimento spaziale.

Il successo? Il numero di visitatori, la percezione internazionale e una nuova apertura alla sperimentazione. Il Folkwang non è solo una casa dell’arte, ma un laboratorio che si interroga su come architettura e cultura possano interagire in una società caratterizzata dalla trasformazione. Chiunque cerchi ispirazione per il futuro dell’edilizia museale non può ignorare Essen. Ma il percorso è stato accidentato e non è ancora finito.

La digitalizzazione nei musei: tra clamore, speranza e realtà

Quasi nessun altro argomento sta occupando il mondo dei musei quanto la digitalizzazione. Anche il Museum Folkwang è nel pieno della trasformazione digitale. Dove un tempo l’audioguida era il massimo delle emozioni, oggi si sperimentano la realtà aumentata, l’analisi dei visitatori e l’educazione artistica controllata dall’intelligenza artificiale. L’architettura dell’edificio non è solo uno sfondo, ma parte attiva della trasformazione digitale. Layout open space, infrastrutture informatiche ad alte prestazioni e spazi espositivi flessibili consentono non solo di integrare le nuove tecnologie, ma anche di renderle parte integrante dell’offerta museale.

Ma a che punto è il Folkwang? Anche a Essen c’è un divario tra gli annunci visionari e la realizzazione effettiva. Gemelli digitali delle sale espositive, visite virtuali, flussi di visitatori basati sull’intelligenza artificiale: molte cose sono in fase pilota, alcune restano ambiziose folklore di PowerPoint. Tuttavia, il museo dimostra che la digitalizzazione è molto più di un semplice espediente tecnologico. Sta cambiando radicalmente il modo in cui ci rapportiamo all’arte. Il visitatore si trasforma da osservatore passivo a partecipante attivo, lo spazio diventa un’interfaccia, la collezione un bacino di dati.

Le opportunità? Enormi. Gli strumenti digitali possono essere utilizzati per raggiungere nuovi gruppi target, abbattere le barriere e personalizzare l’educazione all’arte. L’analisi delle immagini supportata dall’intelligenza artificiale può riconoscere gli interessi dei visitatori e fornire raccomandazioni individuali. La tecnologia dei sensori intelligenti controlla l’illuminazione e il clima, risparmiando energia e proteggendo allo stesso tempo l’opera. Gli aspetti negativi? Non sono da sottovalutare. La protezione dei dati, l’eccesso di tecnologia, il pericolo che il digitale prenda il sopravvento sul cuore dell’esperienza artistica. Per questo motivo il Folkwang adotta consapevolmente un approccio misurato: Digitale sì, ma non a qualsiasi prezzo.

Un confronto internazionale mostra che istituzioni come la Kunsthaus Zürich o il Belvedere di Vienna adottano un approccio simile, ma si concentrano maggiormente su spazi digitali immersivi e formati di mediazione sperimentali. Il Folkwang rimane cauto e non vuole contrapporre architettura e tecnologia, ma piuttosto armonizzarle. La tendenza è chiaramente quella di un’esperienza museale ibrida, con l’architettura come piattaforma e non come reliquia.

Per gli architetti, i progettisti e gli operatori museali, questo significa che la comprensione tecnica sta diventando un requisito fondamentale. Chiunque progetti o gestisca un edificio museale oggi deve essere altrettanto esperto di reti, interfacce e sicurezza dei dati quanto di planimetrie, materiali e illuminazione. Il futuro del museo è digitale, ma rimane costruito.

Sostenibilità nella costruzione di musei: aspirazioni, realtà e cantieri aperti

Facciate verdi e qualche modulo fotovoltaico sul tetto: la sostenibilità nella costruzione dei musei è un campo minato di obiettivi contrastanti, economia operativa e richieste politiche. Il Museum Folkwang è un esempio emblematico delle sfide che l’architettura museale deve affrontare oggi. Da un lato, il settore dell’arte richiede le migliori condizioni climatiche possibili, standard di sicurezza e flessibilità; dall’altro, vi è una crescente pressione per risparmiare risorse, ridurre le emissioni e costruire in modo circolare. Come si concilia tutto questo?

L’ampliamento di Folkwang privilegia la luce del giorno, la ventilazione naturale e materiali durevoli come il cemento a vista, il vetro e il rovere. Ma non è esente da critiche. Il bilancio energetico di un museo rimane problematico finché le opere d’arte richiedono temperatura e umidità costanti. Gli standard delle case passive sono difficili da raggiungere, la neutralità della CO₂ è un obiettivo ambizioso a lungo termine. Tuttavia, il Folkwang mostra come sia possibile raggiungere l’equilibrio: La tecnologia intelligente dell’edificio, i sistemi di controllo adattivi e l’uso di fonti di energia rinnovabili sono ormai standard, non più optional.

I miglioramenti vengono apportati anche durante il funzionamento. La tecnologia di climatizzazione a sensori, l’illuminazione a LED e i sistemi espositivi modulari riducono il consumo energetico e i costi dei materiali. La digitalizzazione aiuta a registrare i dati operativi in tempo reale e a ottimizzare i processi. Per i progettisti e gli operatori, ciò significa che la sostenibilità non è più un optional, ma fa parte del DNA di ogni nuovo edificio museale. Chi non è al passo con i tempi rischia non solo una perdita di immagine, ma anche rischi operativi tangibili.

Nei Paesi di lingua tedesca, la situazione rimane ambivalente. Importanti attori come il Kunsthistorisches Museum di Vienna e il Kunsthaus Zürich stanno investendo massicciamente in ristrutturazioni efficienti dal punto di vista energetico e in nuove costruzioni sostenibili – ma gli edifici esistenti rimangono un cantiere. Il Folkwang stabilisce degli standard, ma la strada verso musei veramente sostenibili è ancora lunga. Molto è tecnicamente possibile, ma culturalmente e politicamente c’è ancora da recuperare. Il dibattito sul giusto equilibrio tra conservazione dell’arte e protezione del clima è tutt’altro che concluso.

Chiunque voglia progettare un’architettura museale sostenibile ha bisogno di competenze in fisica dell’edificio, tecnologia edilizia, gestione del ciclo di vita – e della capacità di moderare i compromessi. Il Museum Folkwang dimostra che la sostenibilità non è uno stato, ma un processo. Un processo che non sarà mai completamente concluso, ma che sta diventando sempre più urgente.

L’architettura come spazio per l’esperienza: tra white cube, partecipazione e visione

L’architettura museale non è solo un involucro per l’arte. È uno spazio per l’esperienza, il palcoscenico e il discorso allo stesso tempo. Il Museum Folkwang dimostra come l’architettura possa mettere in scena l’arte in modo nuovo e come i dogmi classici vengano messi alla prova nel processo. Il cubo bianco, per lungo tempo misura di tutte le cose, è improvvisamente sospettato: troppo neutro, troppo sterile, troppo poco stimolante. L’attenzione si sposta invece su formati partecipativi, spazi flessibili e allestimenti immersivi. L’architettura sta diventando uno strumento di mediazione, non più solo una cornice.

Al Folkwang, questo significa trasparenza, panorami e sequenze di stanze variabili. Il visitatore non rimane più all’esterno, ma diventa parte dell’azione. La soglia tra arte e vita quotidiana è deliberatamente sfumata. L’architettura invita i visitatori a soffermarsi, offrendo luoghi di ritiro e zone comunicative allo stesso tempo. Non si tratta di una coincidenza, ma del risultato di un nuovo atteggiamento: musei come case aperte, non come torri d’avorio. Se volete avere successo come progettisti o curatori, dovete capire e plasmare questa dinamica.

Ma c’è una fregatura. Più lo spazio è aperto e flessibile, maggiore è la sfida per l’allestimento, la sicurezza e la protezione dell’arte. Non tutte le collezioni possono tollerare la luce del giorno, non tutte le opere d’arte possono essere spontaneamente riutilizzate. Al Folkwang, l’equilibrio è raggiunto grazie a sistemi di pareti modulari, illuminazione intelligente e stretta collaborazione tra architetti, curatori e tecnici. Lo spazio diventa un co-attore, non un dittatore.

A livello internazionale, il tema è oggetto di un dibattito altrettanto controverso. I musei, da Shanghai a New York, stanno sperimentando spazi digitali immersivi, mostre pop-up e formati partecipativi. L’architettura si sta trasformando da tempio a laboratorio, da magazzino a mercato. Il Folkwang è esemplare dell’approccio europeo: non troppa spettacolarità, ma anche nessuna paura dell’innovazione. Il dibattito su quanta esperienza e quanta messa in scena debba avere un museo è aperto – ed è proprio questo che lo rende eccitante.

Per il settore, ciò significa che la sola conoscenza tecnica non è sufficiente. Chi progetta l’architettura di un museo oggi deve avere un’idea della drammaturgia, della psicologia del visitatore e del discorso sociale. Il Folkwang dimostra come l’architettura e la fruizione dell’arte possano reinventarsi, ma anche come le tendenze diventino rapidamente obsolete e come sia importante pensare fuori dagli schemi.

Il futuro del museo: visioni, dibattiti e impulsi globali

Cosa rimane dopo tutti i dibattiti, le innovazioni e i cantieri? Il Museum Folkwang è un riflesso delle grandi domande che stanno guidando l’architettura museale in tutto il mondo. Quanta tecnologia può tollerare l’arte? Dove finisce la sostenibilità e dove inizia il pragmatismo? Come può la partecipazione avere successo senza perdere il carattere dell’edificio? Le risposte sono diverse come i musei stessi, e questo è un bene. Nel discorso globale, il Folkwang rappresenta un approccio specificamente europeo: esperto di tecnologia ma non tecnocratico, aperto al cambiamento ma radicato nella tradizione.

Il ruolo dell’architettura sta cambiando radicalmente. Sta diventando un moderatore tra arte, pubblico e società. Le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, ma sollevano anche questioni di controllo, trasparenza e partecipazione. L’opportunità: i musei stanno diventando piattaforme per lo scambio, il discorso e l’apprendimento collettivo. Il pericolo: commercializzazione, eccessiva messa in scena, alienazione dall’esperienza artistica vera e propria. Il Folkwang sta navigando in questo campo di tensione, a volte con coraggio, a volte con cautela, ma sempre con ambizione.

Per gli architetti, i progettisti e i professionisti dei musei, questo significa che non è più sufficiente costruire un bell’edificio. È necessaria la capacità di pensare in sistemi complessi, di integrare processi digitali e analogici e di bilanciare conflitti di interesse economici, ecologici e culturali. L’architettura museale di domani è un campo di gioco multidisciplinare. Se si vuole sopravvivere qui, bisogna essere pronti a mettere in discussione le vecchie certezze e ad aprire nuovi orizzonti.

Un confronto internazionale mostra che mentre alcuni musei si concentrano sulla digitalizzazione radicale o sulla spettacolarità delle forme, il Folkwang rimane una casa di innovazione silenziosa ma sostenibile. Esemplifica la tendenza a non mettere in contrapposizione l’architettura e la fruizione dell’arte, ma a pensarle come un’unità. La competizione globale per l’attenzione è dura, ma alla fine è la qualità dell’esperienza sul posto che conta.

La domanda rimane: quanto futuro c’è nel museo? Il Folkwang fornisce la risposta, giorno dopo giorno, mostra dopo mostra, esperimento dopo esperimento. Chiunque voglia sapere dove sta andando il viaggio dovrebbe dare un’occhiata a Essen. E si prepari a pensare con la propria testa.

In sintesi: il Museum Folkwang è sinonimo di un’architettura museale che non vuole essere solo un involucro per l’arte. Tra cambiamento digitale, architettura sostenibile e mediazione sperimentale, il museo mostra come architettura, tecnologia e società possano interagire – se si ha il coraggio di farlo. Le sfide restano, il dibattito è aperto. Una cosa è certa: se volete sperimentare il futuro del museo, non c’è modo di evitare il Folkwang.

Andreas Mecky: visionario tra architettura e urbanistica

Casa-mia
fotografia-dalla-vista-dell'uccello-di-edifici-bianchi-iZsI201-0ls
Vista aerea di edifici contemporanei dipinti di bianco e sviluppo urbano, fotografati da CHUTTERSNAP.

Andreas Mecky è un nome tanto polarizzante quanto stimolante nel panorama architettonico di lingua tedesca. Tra visione e pragmatismo, tra teoria urbana e realtà costruita, Mecky si muove con l’eleganza di un funambolo, lasciando segni profondi. Ma cosa rappresenta in realtà questo visionario? Come si configura l’interfaccia tra architettura e urbanistica in un momento in cui la digitalizzazione, la sostenibilità e i cambiamenti sociali stanno ridefinendo la professione? È il momento di fare un bilancio approfondito – e di dire alcune scomode verità.

  • Andreas Mecky come forza trainante all’intersezione tra architettura, sviluppo urbano e digitalizzazione
  • La situazione attuale nei Paesi di lingua tedesca: progresso, stagnazione e richiesta di visioni
  • Trasformazione digitale: come Mecky pensa agli strumenti digitali e ai sistemi urbani
  • La sostenibilità come leitmotiv e sfida – oltre il greenwashing
  • Competenza tecnica e competenza culturale: cosa possono imparare i professionisti da Mecky
  • Il futuro della disciplina: l’architettura come arte del processo urbano
  • Critica, polemica e discorso globale: dove Mecky offende e dove ispira
  • Perché l’architettura senza urbanità è solo metà della storia

Andreas Mecky: tra utopia e realtà

Quando si incontra Andreas Mecky, raramente ci si trova di fronte a un architetto snello che recita regolamenti edilizi come fossero mantra. È molto più probabile incontrare un pensatore laterale le cui idee non rimangono mai nella zona di comfort. I suoi progetti oscillano tra spettacolari concetti urbanistici e precisi interventi architettonici, sempre con la convinzione che il singolo edificio non esista più nel vuoto. Per Mecky, l’urbanistica non è un’aggiunta, ma una condizione di base di ogni processo architettonico. In Germania, Austria e Svizzera – i cosiddetti Paesi DACH – questo modo di pensare è raramente mainstream, ma sempre più richiesto. Esiste ancora una separazione tra architettura e urbanistica, come se le due discipline fossero due pianeti lontani. Mecky, invece, è favorevole ad avvicinare le due discipline, persino a fonderle, sconvolgendo così molti orientamenti professionali.

Ciò che lo caratterizza è il suo senso del quadro generale. Mentre molti suoi colleghi si perdono nei dettagli progettuali, Mecky si concentra sulle metastrutture dei sistemi urbani. Per lui le città sono organismi viventi in cui architettura, infrastrutture, dinamiche sociali e informazioni digitali si fondono in un tessuto. Negli ultimi anni, in particolare, ha attirato ripetutamente l’attenzione con progetti e pubblicazioni che si collocano all’interfaccia tra spazi costruiti e trasformazioni urbane. Così facendo, ha toccato un nervo scoperto: le sfide del cambiamento climatico, della digitalizzazione e della frammentazione sociale richiedono nuove risposte. Mecky le fornisce, a volte per la gioia e a volte per l’orrore dei suoi critici.

Tuttavia, la realtà nei Paesi di lingua tedesca è meno affascinante. Mentre metropoli internazionali come Copenaghen, Singapore e Toronto lavorano da tempo alla città del futuro, la regione DACH rimane spesso bloccata nei piccoli dettagli. Regolamenti edilizi, interessi acquisiti ed esitazioni politiche frenano l’innovazione. Ma Mecky non sarebbe Mecky se lasciasse che questo lo scoraggi. Egli sfrutta le lacune del sistema, il potenziale creativo dell’incompiuto e il potere della provocazione per portare avanti il discorso. Il suo lavoro non è mai di consenso, ma sempre di impulso – e quindi forse è esattamente ciò di cui la disciplina ha bisogno in questo momento.

Un elemento centrale della sua metodologia è la combinazione di teoria e pratica. Mecky non è un architetto che si limita ai dibattiti accademici. Si trova a suo agio sia nella realtà costruita che nei centri di ricerca. Questo lo rende un modello di comportamento per molti colleghi, ma anche un piantagrane per alcuni. Perché chi pensa in modo radicalmente urbano deve mettere in discussione le certezze più care. Mecky lo fa con un misto di acutezza analitica e umorismo sovversivo: qualità che non piacciono a tutti, ma che tutti notano.

Alla fine, la domanda rimane: Mecky è un visionario utopico o un realista che mette il dito nella piaga? Probabilmente è entrambe le cose. È proprio per questo che vale la pena dare un’occhiata più da vicino al suo lavoro e a ciò che la disciplina può imparare da lui.

Trasformazione digitale: strumenti, sistemi e gemelli urbani

Per Mecky, la digitalizzazione non è un fine in sé, ma un mezzo per raggiungere la rilevanza urbana. Mentre molti studi di architettura stanno ancora discutendo i pro e i contro del BIM, Mecky pensa da tempo in termini di ecosistemi digitali. Per lui gli strumenti digitali non sono espedienti, ma catalizzatori di una nuova cultura della progettazione. È particolarmente affascinato dai gemelli digitali urbani, immagini digitali di intere città. Essi aprono la possibilità di comprendere lo sviluppo urbano come un processo continuo e guidato dai dati. Analisi in tempo reale dei flussi di traffico, dei dati climatici, dei flussi energetici: Per Mecky non si tratta di fantascienza, ma di innovazione urbana quotidiana. Egli invita gli architetti e gli urbanisti ad abbandonare il pensiero progettuale statico per abbracciare sistemi dinamici e adattivi.

In Germania, Austria e Svizzera, questi approcci non sono ancora arrivati ovunque. Mentre città come Zurigo e Vienna hanno lanciato progetti pilota iniziali per modelli di città digitali, in molti luoghi prevale lo scetticismo. La protezione dei dati, le responsabilità complesse e la paura di perdere il controllo rallentano lo sviluppo. Tuttavia, Mecky non vede alcun motivo di rassegnazione. Al contrario: vede nella digitalizzazione un’opportunità per superare l’inerzia del sistema. Per lui il futuro è nelle piattaforme aperte, nelle interfacce interoperabili e in una governance trasparente che coinvolga cittadini, amministrazione ed esperti.

Non va dimenticata l’influenza dell’intelligenza artificiale sulla disciplina. Mecky sta sperimentando l’apprendimento automatico per riconoscere i modelli dei flussi di movimento urbano, ottimizzare le simulazioni climatiche e supportare i processi partecipativi. Mette in guardia dalla fiducia cieca nella tecnologia. Per lui, la città digitale rimane una costruzione sociale e gli algoritmi sono validi solo quanto i dati con cui vengono alimentati. È ben consapevole del pericolo della distorsione algoritmica, dell’esagerazione tecnocratica dei modelli urbani. La sua risposta: i sistemi digitali devono rimanere spiegabili e controllabili. Per Mecky la trasparenza non è un’opzione, ma un requisito fondamentale per l’innovazione urbana.

La realizzazione pratica di questa visione è tutt’altro che banale. Gli standard tecnici sono carenti, la formazione degli specialisti è in ritardo e i budget per la trasformazione digitale sono spesso ridicolmente bassi. Mecky chiede quindi un riorientamento radicale: l’architettura deve considerarsi un sistema operativo urbano, un’interfaccia tra tecnologia, società e spazio. Chiunque ignori questo aspetto diventerà una comparsa in un mondo che da tempo è stato plasmato da altre discipline.

Mecky non è quindi un outsider nel discorso globale. Piuttosto, si unisce alla schiera di pensatori all’avanguardia che stanno ridefinendo l’urbanità come progetto digitale, sociale ed ecologico. La sua voce è scomoda, ma necessaria, soprattutto in un ambiente che spesso confonde l’innovazione con il rischio.

Sostenibilità al di là delle frasi vuote: Il realismo radicale di Mecky

Quasi nessun altro termine in architettura è così logoro come sostenibilità, e quasi nessun architetto se ne rende conto in modo così intransigente come Andreas Mecky. Per lui la sostenibilità non è un’etichetta, ma un atteggiamento. Non inizia con la scelta del materiale isolante, ma con la domanda su come le città funzionino come sistemi resilienti e adattivi. Mecky chiede che il ciclo di vita degli edifici e dei quartieri sia inteso come un processo dinamico: Dalla scelta dei materiali e dei flussi energetici all’uso successivo e al metabolismo urbano. Tutto è interconnesso, tutto si influenza a vicenda. L’obiettivo: una città che non solo funziona meno male, ma fondamentalmente meglio.

Soprattutto nei Paesi di lingua tedesca, questo modo di pensare ha i suoi limiti. Sebbene esistano innumerevoli certificati, standard e programmi di finanziamento, l’attuazione si ferma spesso a metà strada. Mecky critica la tendenza al greenwashing, in cui la sostenibilità diventa una foglia di fico per metodi di costruzione tecnicamente superati. Chiede un esame onesto degli obiettivi contrastanti della disciplina: quanto è realistica la conservazione delle risorse? Quali sono le conseguenze sociali dello sviluppo urbano sostenibile? E come può la digitalizzazione aiutare a ottenere guadagni di efficienza reali, invece di produrre solo belle relazioni?

Mecky vede un problema centrale nella mancanza di interdisciplinarità. Per lui, l’architettura sostenibile non è il risultato di decisioni individuali, ma un processo collettivo. Ingegneri, urbanisti, scienziati sociali, esperti di informatica: tutti devono collaborare. Questa cooperazione è spesso carente nella pratica della pianificazione, soprattutto nella regione DACH. Mecky si affida quindi a workshop aperti, piattaforme di collaborazione digitale e nuovi formati di partecipazione per far uscire la disciplina dalla sua zona di comfort.

Tecnicamente, l’approccio richiede molto ai professionisti. Chiunque voglia costruire in modo sostenibile nel senso di Mecky deve avere familiarità con le analisi del ciclo di vita, i passaporti digitali dei materiali, la gestione dell’energia urbana e i processi partecipativi. Le richieste alla professione sono in aumento, e questo è un bene. Per Mecky, il tempo degli specialisti è finito. Servono generalisti di spessore, che abbiano in mente il quadro generale e combinino l’eccellenza operativa con il pensiero visionario.

In definitiva, per Mecky la sostenibilità rimane un’imposizione radicale. Costringe la disciplina a reinventarsi, al di là dei certificati e delle campagne di immagine. Se non vi piace, fareste meglio a cercare un’altra professione. La città del futuro non sarà costruita, ma sviluppata come sintesi ecologica, sociale e tecnologica delle arti.

L’architettura come arte del processo urbano: nuove competenze, nuova etica

Quando Andreas Mecky parla del futuro dell’architettura, sembra che non si tratti tanto di architettura quanto di gestione dei processi urbani. Per lui, l’architetto di domani non è più un progettista solitario, ma un moderatore, un mediatore, un codificatore, uno scienziato sociale e un imprenditore. Considera superata l’idea classica del geniale lupo solitario. Chiede invece una nuova generazione di professionisti che combinino competenze digitali, intelligenza sociale e conoscenze tecniche dettagliate. Sembra un po‘ troppo, ma secondo Mecky si tratta di un’idea attesa da tempo. La realtà urbana è troppo complessa per essere gestita con gli strumenti del XX secolo.

La competenza tecnica è solo metà della battaglia. Chiunque sviluppi città oggi deve anche negoziare questioni culturali ed etiche. Chi possiede il gemello digitale? Chi controlla i dati? Come si può garantire la giustizia algoritmica? Mecky chiede che architetti e urbanisti non diventino solo tecnici, ma anche etici. Devono assumersi la responsabilità delle conseguenze sociali dei loro progetti e dei rischi associati alla digitalizzazione. Ciò richiede coraggio, volontà di imparare e capacità di avventurarsi in un territorio sconosciuto.

In pratica, questo significa un cambio di paradigma. Invece di processi di pianificazione lineari, sono necessari metodi agili, piattaforme aperte e partecipazione iterativa. Mecky si affida al design thinking, ai laboratori urbani e alle simulazioni partecipative per mantenere agile la disciplina. Per alcuni tradizionalisti questo potrebbe essere un aspetto troppo positivo. Ma le esigenze dell’architettura e dello sviluppo urbano stanno crescendo rapidamente e chi non le affronta sarà superato. Mecky non vede questo come una minaccia, ma come una liberazione: la disciplina può finalmente fare ciò per cui è sempre stata pensata: creare spazi che non solo resistono al cambiamento, ma lo modellano.

I critici accusano Mecky di pretendere troppo e di mostrare scarsa considerazione per i vincoli della pratica. Ma è proprio qui che risiede la sua forza. Egli ricorda alla disciplina la sua responsabilità e che la vera innovazione non è mai conveniente. Chiunque si confronti con il pensiero di Mecky conosce l’architettura come arte del processo: aperta, adattabile, imprevedibile e sempre all’avanguardia.

Nel confronto internazionale, questo approccio è da tempo all’avanguardia. Uffici, start-up e amministrazioni cittadine attive a livello globale si affidano a team ibridi, processi decisionali basati sui dati e nuove forme di collaborazione. La regione DACH ha un certo ritardo da recuperare, ma anche un enorme potenziale. Mecky mostra come si può fare. L’unica domanda è se la disciplina sia pronta a seguirne l’esempio.

Critiche e controversie: Mecky nel discorso globale

Nessun visionario è privo di contraddizioni: questo vale anche per Andreas Mecky. Il suo appello all’urbanità radicale, alla trasformazione digitale e alla responsabilità sociale non è accolto con entusiasmo ovunque. Soprattutto in Germania, dove le tradizioni di pianificazione sono profondamente radicate e il cambiamento è spesso visto con sospetto, Mecky è considerato un enfant terrible. Polarizza con le sue teorie, provoca con i suoi progetti e fa uscire gli esperti dal loro guscio. Alcuni lo accusano di mettere a repentaglio il consenso sociale, altri considerano le sue visioni elitarie o irrealistiche. Ma Mecky prende tutto con buon umore. Per lui, ogni controversia è un indicatore di quanto sia urgente rinnovare il discorso.

Un confronto internazionale, in particolare, mostra quanto siano importanti questi impulsi. Mentre città come Singapore, Toronto ed Helsinki lavorano da tempo su modelli di città partecipative e basate sui dati, la regione DACH fatica ad aprirsi. Mecky utilizza il discorso globale come catalizzatore: porta le best practice internazionali nel contesto di lingua tedesca, traduce le tendenze in soluzioni locali e sfida il settore a ripensarsi. I suoi progetti non sono mai copie, ma risposte indipendenti alle domande del nostro tempo.

Il ruolo della digitalizzazione rimane un particolare punto di discussione. Mecky mette in guardia dalla commercializzazione dei modelli urbani, dalla logica della scatola nera degli algoritmi e dal rischio che gli spazi pubblici siano controllati dai fornitori di software. Sostiene la necessità di piattaforme urbane aperte, la sovranità dei dati e il controllo democratico delle infrastrutture digitali. In questo modo, tocca un nervo scoperto, perché la fiducia nei sistemi digitali è ancora spaventosamente bassa nella regione DACH.

Nonostante le critiche, Mecky rimane ottimista. Non vede le polemiche come un ostacolo, ma come un motore. La sua visione: un’architettura che pensa urbano, agisce digitale e si assume la responsabilità sociale. Sembra molto, ma forse è l’unica risposta alle sfide del presente.

Alla fine, non resta che dirlo: Mecky non è un guru, ma una fonte di ispirazione. Sta costringendo la disciplina a posizionarsi – e in tempi di sconvolgimenti globali, questo è forse il compito più importante di tutti.

Conclusione: Mecky e il futuro dell’architettura – l’urbanità come imperativo

Andreas Mecky è il portavoce di un’architettura che non si accontenta più di belle facciate e di piani intelligenti. Egli sfida la disciplina a pensare al quadro generale: urbanità, digitalizzazione, sostenibilità e responsabilità sociale come unità inscindibili. La sua visione è scomoda, il suo approccio radicale – e proprio per questo è indispensabile. Nei Paesi di lingua tedesca, la sua voce è un campanello d’allarme per un settore che rischia di rimanere indietro. Chiunque segua Mecky impara che il futuro dell’architettura non sta nel ripiegamento su singoli edifici, ma nel passaggio all’arte del processo urbano. E chi pensa ancora che questo sia utopico, dovrebbe urgentemente aggiornarsi o riqualificarsi subito.

«Terzo luogo sociale»: l’Espace Ambroise Croizat a Montpellier

Casa-mia
Foto: © Luc Boegly.
Foto: © Luc Boegly.

Tra i quartieri di Arceaux e Figuerolles, TAUTEM Architecture ha trasformato l’ex Centre d’Expérimentations et d’Innovation Sociale (CEIS) in un nuovo “terzo luogo” sociale: l’Espace Ambroise Croizat. Il progetto dimostra come una trasformazione attenta del patrimonio edilizio esistente possa portare a un’architettura all’insegna della solidarietà, dell’inclusione e della resilienza climatica mediterranea, ponendo così un punto di riferimento per lo sviluppo urbano sociale in Francia.

Un nuovo «terzo luogo» sociale per Montpellier

L’Espace Ambroise Croizat è concepito come un «tiers-lieu sociale et numérique» aperto, inclusivo e sereno. Riunisce offerte per l’inclusione sociale, professionale e digitale: spazi di consulenza, un digitale, spazi comuni per l’incontro e lo scambio.

  • «Chez Ambroise»: emporio solidale con prodotti locali a prezzi differenziati, per promuovere la diversità sociale e contrastare la stigmatizzazione.
  • Cucina didattica per laboratori di cucina partecipativi.
  • «Sophie Lagrèze»: orto comunitario come luogo di diversità sociale, alimentazione sostenibile e contatto con la natura.
  • Superficie utile: 1.370 m²; giardino: 1.205 m².
  • Costi di costruzione: 3,6 milioni di euro più IVA.
  • Team di progetto: TAUTEM Architecture (direzione, architettura d’interni, arredamento, segnaletica).archdaily+1
  • Concorso: 2021; Costruzione: Fase 1 (2022) bonifica dall’amianto e demolizione; Fase 2 (2023–2026); Completamento: 2026.
  • Perché questo progetto è importante per la pratica professionale

    L’Espace Ambroise Croizat dimostra come un «terzo luogo» sociale possa conferire dignità attraverso precisi mezzi architettonici: preservando la memoria legata al luogo, utilizzando materiali sostenibili dal punto di vista climatico e creando un ordine spaziale che favorisca l’incontro senza esporre. Per i progettisti, i comuni e gli enti promotori, il progetto rappresenta un caso di riferimento su come sia possibile coniugare la logica del patrimonio esistente, le infrastrutture sociali e gli obiettivi BEPOS in una città mediterranea – senza pathos, ma con un approccio chiaro.

    HOAI 2013: riduzione delle tariffe

    Casa-mia

    I piani di tutela del paesaggio per gli interventi nel paesaggio spesso non sono adeguatamente remunerati ai sensi dell'HOAI 2013.

    Meno anziché più per gli onorari dei piani di tutela del paesaggio: in seguito alla nuova regolamentazione degli onorari dei piani di tutela del paesaggio nell’ambito dell’HOAI 2013, i progettisti si trovano spesso ad affrontare riduzioni significative degli onorari. Gesa Loschwitz ha chiesto a Peter Hermanns quali sono i problemi legati al regolamento sugli onorari e come affrontarli in qualità di parte interessata. Hermanns è socio dello studio Trüper Gondesen Partner Landschaftsarchitekten di Lubecca. È anche capo della commissione di esperti per la pianificazione del paesaggio presso l’AHO (Comitato degli Ordini e delle Camere degli Ingegneri e degli Architetti per la struttura degli onorari).

    La HOAI 2013 contiene per la prima volta una disposizione relativa alle tasse per i piani di tutela del paesaggio (LBP). Tuttavia, la sua applicazione comporta dei problemi. Perché?
    Se il regolamento sulle tariffe viene applicato secondo la HOAI 2013, spesso si verificano perdite di tariffe rispetto alla procedura prevista dalla HOAI 2009. Nella HOAI 2013, infatti, sarebbe stato necessario aumentare significativamente le tariffe per i LBP rispetto alla HOAI 2009.

    Come è nata la nuova tabella delle tariffe della HOAI 2013?
    Quando la HOAI è stata modificata, la necessità di adeguare le tariffe per la LBP è stata dapprima determinata da esperti ed è stata elaborata una tabella tariffaria separata basata sul calcolo delle tariffe in base alle unità di fatturazione. La tabella dei canoni doveva poi essere convertita nel calcolo dei canoni in base alla superficie in ettari. Tuttavia, gli esperti del Ministero federale dell’Economia e dell’Energia (BMWi) si sono occupati di questo passaggio solo molto tardi. C’era ancora molto da discutere tra gli esperti, i rappresentanti dei committenti e degli appaltatori su quale fattore fosse appropriato per il passaggio. La bozza di gabinetto del 25 aprile 2013 conteneva sorprendentemente una versione della tabella dei corrispettivi che differiva di un fattore 4 dalla proposta degli esperti, che si basava su una conversione delle unità di fatturazione in superficie utilizzando un fattore di 1:1.000. I compensi sono stati quindi ridotti del 75% nella bozza del Gabinetto.

    Cosa significa in pratica?
    La nuova tabella degli onorari è quindi al di sotto dell’indiscutibile necessità di adeguamento degli onorari per la LBP, in alcuni casi in misura drastica. In molti casi, l’applicazione di questa tabella comporta addirittura una perdita di onorari rispetto alla HOAI 2009. D’altra parte, l’applicazione della nuova tabella degli onorari comporterà onorari inappropriati ed eccessivi per alcuni progetti.

    La BDLA vi ha commissionato uno studio sulle tariffe per la LBP al fine di determinare con esattezza i problemi. Quali sono stati i risultati?
    In molti casi, una delimitazione appropriata delle aree di pianificazione, basata su questioni rilevanti per la pianificazione, non si traduce in tariffe adeguate. Considerata l’indiscutibile necessità di adeguare gli onorari, ciò comporta perdite di onorari di gran lunga superiori al 40-60%. In questo modo, nella maggior parte dei casi non è possibile determinare compensi adeguati.

    La maggior parte delle LBP per i progetti di costruzione di strade veniva assegnata in precedenza alla zona tariffaria I (livello normale), e anche in questo caso quasi esclusivamente all’aliquota minima. A quanto pare, le caratteristiche e i punti di valutazione per la determinazione della zona e dell’aliquota sono stati completamente ignorati.Il confronto delle tariffe mostra chiaramente che la tabella delle tariffe per la LBP occupa una posizione particolare. Per quanto riguarda i diversi tipi di progetti, si tratta di una tabella „tuttofare“. Il nuovo regolamento per il calcolo delle tariffe non rende giustizia a questo aspetto.

    I risultati dettagliati dello studio di Heike Aust e Peter Hermanns sono disponibili in formato pdf presso la BDLA.

    Secondo lei, cosa dovrebbe essere cambiato e quando potrebbe accadere?
    Una soluzione al problema è possibile solo attraverso una „modifica riparatrice“ dell’articolo 31 HOAI, ma non è prevedibile a breve termine.La Commissione di esperti in pianificazione paesaggistica dell’AHO ritiene che si debba utilizzare la tabella delle tariffe contenuta nella bozza del rapporto BMWi. A differenza del regolamento attuale, questo renderebbe giustizia ai piani di tutela del paesaggio per gli interventi non lineari, ad esempio nel caso dell’estrazione di suolo e dello sviluppo in aree esterne. Se i costi di pianificazione per gli interventi di grande lunghezza sono sproporzionati rispetto alla tassa LBP determinata di conseguenza, una clausola di apertura corrispondente potrebbe anche consentire un accordo di tassa libera, ad esempio per i progetti nella costruzione di strade statali. Il legislatore ha già ritenuto possibile una regolamentazione derogatoria in ambiti analoghi. La Sezione 44 (7), ad esempio, consente un onorario inferiore a quello minimo in casi eccezionali analoghi per le opere di ingegneria civile.

    Come potrebbero procedere ora appaltatori e committenti?
    Può essere deprimente, ma nel „corsetto stretto“ delle attuali disposizioni della Sezione 31 HOAI, non è possibile individuare una soluzione conforme alla HOAI. I committenti e gli appaltatori dovrebbero concordare congiuntamente un calcolo adeguato degli onorari, individualmente o tramite convenzioni delle rispettive amministrazioni contrattuali, al fine di ottenere la remunerazione più adeguata possibile. Ciò include anche chiare specifiche per la categorizzazione nella rispettiva zona di onorario e le relative aliquote nella procedura di aggiudicazione. Ciò può essere determinato oggettivamente in base alle caratteristiche e ai punti di valutazione di cui all’art. 31 (3) e (4) HOAI e non è soggetto alla categorizzazione competitiva dei partecipanti al mercato. Nel definire l’area di pianificazione in base agli aspetti rilevanti per la pianificazione, sarà importante tenere d’occhio anche l’adeguatezza, per non mettere a rischio la necessaria qualità della fornitura di servizi in questo senso.

    Pavillon de la Tunisie. Immagine: 11h45

    Un padiglione tunisino nel Bois de Vincennes è un’eredità dell’Esposizione coloniale di Parigi del 1907. Ora il cimelio coloniale è stato convertito per un’istituzione dedicata allo sviluppo.

    Le mostre coloniali ed etnologiche erano un fenomeno tipico dell’imperialismo europeo. Vi si esponevano manufatti, architetture e prodotti, per lo più provenienti dai rispettivi territori coloniali di uno Stato europeo. Non era raro che i membri dei gruppi etnici colonizzati presentassero al pubblico stralci della propria cultura. Questo tipo di esposizione ci appare oggi strano e offensivo, ma godeva invece di grande popolarità nel periodo precedente la Seconda guerra mondiale.

    Nel 1907, la Société Française de Colonisation organizzò una mostra coloniale di questo tipo nel Bois de Vincennes a Parigi, con un padiglione tunisino. La società aveva già fondato lì il „Giardino dell’agricoltura tropicale“ nel 1899. L’obiettivo della mostra era quello di far conoscere al pubblico la diversità delle colonie francesi. Padiglioni e „villaggi“ erano dedicati alle regioni coloniali più importanti e ne imitavano l’architettura. Attori reclutati dai rispettivi Paesi „animavano“ la scenografia.

    Dopo la fine dell’esposizione, la vita è tornata nei padiglioni. Durante la Prima guerra mondiale, gli edifici servirono da ospedale militare per i soldati francesi delle colonie. Un memoriale nel giardino ricorda ancora oggi i caduti dell’impero coloniale francese. Dopo la chiusura dell’ospedale militare, il giardino cadde gradualmente in un sonno profondo. Gli edifici eretti per l’esposizione coloniale caddero gradualmente in rovina.

    Nel 2003, la città di Parigi ha rilevato il sito dallo Stato francese e ha riaperto al pubblico il padiglione tunisino. A differenza dell’esposizione coloniale, molto più grande, che si tenne dall’altra parte del Bois de Vincennes nel 1931, la maggior parte dei padiglioni si è conservata fino ad oggi. Sono una straordinaria testimonianza del colonialismo europeo. Lo studio di architettura Atelier Aconcept di Évry-Courcouronnes ha ora restaurato e ampliato il padiglione tunisino dell’esposizione coloniale del 1907.

    Il padiglione tunisino è costituito da un edificio centrale originale a pianta quadrata. Ognuno dei quattro lati è adiacente a un’ala dell’edificio. Si tratta di tre ali rettangolari longitudinali e di un breve ampliamento. Quest’ultimo ha una superficie inferiore alla metà di quella degli altri tre annessi. Nell’ambito dei lavori di costruzione è stato ampliato fino a raggiungere le dimensioni delle tre grandi ali.

    L’edificio, ora bianco e splendente, è un ibrido tra l’architettura espositiva europea e le scenografie tunisine. Oltre alle piastrelle ornamentali applicate alla facciata, la piccola cupola finestrata che corona l’edificio centrale è un riferimento alla tradizione architettonica islamica. Al contrario, l’Atelier Aconcept ha chiaramente distinto il progetto del nuovo ampliamento. Ha creato un’intercapedine di vetro tra l’edificio esistente e l’ampliamento. Inoltre, un traliccio di legno sull’ampliamento stesso ombreggia le grandi aperture delle finestre.

    All’interno, il padiglione ospita un nuovo ristorante e uffici, oltre a una sala polivalente e ai necessari locali accessori. Il padiglione tunisino è ora utilizzato dal „Centro internazionale di ricerca agricola per la cooperazione allo sviluppo“, che si trova accanto al Giardino dell’agricoltura tropicale. Questa istituzione, fondata nel 1984, ha l’obiettivo di continuare lo scambio su questioni agricole con il Sud del mondo senza le premesse del colonialismo.

    Sempre in colore chiaro e a Parigi, l’architetto Jean-Christophe Quinton ha costruito un edificio residenziale con una facciata in pietra arenaria dal design elaborato. Per saperne di più su questi appartamenti popolari a Parigi, cliccate qui.

    La concorrenza tra le università australiane è feroce. Si contendono i ricchi studenti stranieri, un’importante fonte di reddito. La Monash University di Melbourne vuole guadagnare punti con i suoi spazi universitari e ha riprogettato il suo campus a Caulfield. L’aspetto interessante è che i progettisti della T.C.L, che hanno sviluppato il campus, si sono messi in gioco.

    Questo perché la T.C.L. riteneva che il progetto dei progettisti attuali non rendesse abbastanza onore allo spazio aperto. L’università si è trovata d’accordo con loro e li ha incaricati di sviluppare un masterplan dello spazio aperto. E così la trasformazione è proseguita:

    Un nuovo territorio di pianificazione

    Con il masterplan, l’università ha aperto un nuovo terreno di pianificazione. Tradizionalmente, in Australia le università possiedono solo gli edifici: i terreni circostanti sono visti come aree esterne associate, il che porta inevitabilmente a spazi aperti pubblici poco attraenti e scollegati. „In qualità di consulenti dell’università, abbiamo raccomandato che ogni nuovo edificio da costruire fosse considerato nel contesto del masterplan, ovvero che fossero gli spazi aperti accessibili al pubblico a determinare la posizione dell’edificio e il suo collegamento con l’area circostante, e non il contrario“, afferma Lethlean, uno dei tre fondatori di T.C.L. Il risultato è stato un campus convincente.

    Il Campus Green, il grande prato al centro, funge da principio organizzatore. L’area è intersecata da due assi pedonali. Nell’ombreggiata sezione settentrionale, i progettisti hanno integrato campi da basket, reti da pallavolo e tavoli da ping pong in un’opera d’arte di grandi dimensioni: scritte bianche su una superficie di plastica blu. TCL l’ha sviluppata insieme all’artista Agatha Gothe-Snape, raccomandata dalla Monash University School of Art Design and Architecture (MADA). L’opera d’arte non solo permette a studenti e docenti di fare attività fisica, ma stimola anche risposte psicologiche grazie a scritte e linee grafiche posizionate in modo mirato. Tuttavia, è praticamente impossibile per una persona in piedi sul pavimento riconoscere i segni come un’opera d’arte. L’opera d’arte può essere meglio compresa se osservata dall’alto, dai grattacieli circostanti.

    È possibile leggere l’articolo completo sul progetto del campus nel numero di dicembre 2017 di Garten + Landschaft.

    BAU 2023 – I nostri punti di forza

    Casa-mia
    Lo stand Solarlux progettato secondo il principio delle "4R", Malik Pahlmann per Solarlux.

    A BAU 2023 tutto ruotava intorno all'edilizia sostenibile e orientata al futuro, come qui allo stand Solarlux. Foto: Malik Pahlmann per Solarlux

    Si è svolta a metà aprile l’edizione di quest’anno di BAU 2023, la fiera leader a livello mondiale per l’architettura, i materiali e i sistemi. In anticipo, abbiamo raccontato qui i temi chiave della fiera, le condizioni generali e l’offerta di BAU. Ora guardiamo indietro all’evento e riveliamo i nostri punti salienti.

    Dopo una pausa di oltre quattro anni dovuta alla pandemia, BAU 2023, la fiera leader mondiale per l’architettura, i materiali e i sistemi, ha aperto i battenti ad aprile. L’evento ha attirato circa 190.000 visitatori nel centro espositivo a est di Monaco. Si tratta di circa il 20% in meno rispetto a BAU 2019 e gli scioperi dei trasporti pubblici potrebbero essere responsabili del fatto che l’ambizioso obiettivo di 200.000 visitatori è stato mancato di poco. Le sfide poste dalla crisi energetica, dalla guerra e dalla catastrofe climatica sono stati argomenti di conversazione onnipresenti nel 2023. Questo dimostra quanto Messe München abbia scelto i temi chiave della fiera BAU 2023, che ruotano attorno alla questione più esplosiva e attuale del nostro tempo: come realizzare un’edilizia rispettosa del clima e orientata al futuro? Per questo è stato ancora più piacevole e importante trovare soluzioni di sostenibilità in quasi tutti gli stand degli espositori. Abbiamo dato un’occhiata in giro e abbiamo riassunto qui i nostri punti salienti.

    Allo stand dello specialista di maniglie per porte FSB, l’attenzione era rivolta al colore. Per essere più precisi: il sistema di colori che Le Corbusier ha sviluppato per la sua architettura a partire dagli anni Trenta. La particolarità è che tutte le 63 tonalità di colore possono essere utilizzate insieme e ogni combinazione risulta armoniosa. Poiché la rete del marchio, che utilizza la tavolozza dei colori „Les Couleurs Le Corbusier“ su licenza, comprende anche aziende come il produttore di interruttori Jung e il produttore di finestre e porte Heroal, le combinazioni possibili nella progettazione degli interni sono ormai innumerevoli.

    Uno stand che si è distinto è stato quello di Südtirol.Stein. L’azienda estrae il granato gneiss della Passiria e l’arenaria del Möltner dalle proprie cave. Ma Südtirol.Stein lavora anche il materiale naturale proveniente da altre cave attive in Alto Adige. E l’attenzione è sempre rivolta a questo materiale. L’unicità, la diversità e la bellezza del colore e della struttura, il fascino della composizione geologica del materiale e quindi anche del nostro ambiente colpiscono l’azienda e risvegliano in noi una passione continua.

    Un’enorme pigna calpestabile adornava lo stand di Fundermax. Mentre all’esterno si poteva ammirare l’ampia gamma di prodotti dell’azienda austriaca, l’interno fungeva da padiglione informativo. Oltre alla grande pigna, era facile non notare un secondo elemento di spicco, anche perché veniva costantemente sollevata dal suo accattivante piedistallo illuminato: In collaborazione con lo studio di architettura Snøhetta, attivo a livello internazionale, Fundermax ha sviluppato delle innovative scatole di presentazione per la linea di prodotti Exterieur 2.3, che sono state ben accolte al Bau.

    Il prossimo BAU si terrà dal 13 al 18 gennaio 2025 a Monaco. Fino ad allora, ci saranno opportunità per scambiare idee e scoprire soluzioni e prodotti digitali nel settore delle costruzioni alla conferenza digitalBAU + networking 2023 (dal 4 al 6 luglio 2023, Monaco di Baviera) e digitalBAU 2024 (dal 20 al 22 febbraio 2024, Colonia).

    Se tutto questo è troppo tecnico per voi, potete leggere qui tutte le informazioni sulla Biennale di Architettura 2023 a Venezia sul tema „Future Lab“.

    La fabbrica di mattoni Hagemeister di Münsterland ha presentato al BAU 23 un nuovo sistema di rivestimento in mattoni. La particolarità: Il sistema funziona senza malta. Ciò significa che la muratura può essere completamente smontata senza essere distrutta. I mattoni utilizzati possono essere riutilizzati senza ulteriori lavorazioni. Per lo sviluppo, Hagemeister ha collaborato con Drystack dei Paesi Bassi, che ha fornito un elemento di collegamento non adesivo in vinile. Gli incavi del mattone si adattano esattamente alle borchie della rete vinilica. In un’ulteriore collaborazione, Hagemeister ha sviluppato ulteriormente il sistema in una „parete di circolazione“. La parete di circolazione è una parete esterna a tutti gli effetti, completamente riciclabile. L’azienda TRIQBRIQ produce una parete portante in legno massiccio, il cui materiale proviene da case smantellate dall’azienda Concular. La muratura fornisce protezione dagli agenti atmosferici all’esterno, mentre l’interno è rivestito con pannelli di argilla.

    I parcheggi che aumentano la densità, i parcheggi verticali o i parcheggi per biciclette sono argomenti che tendono a svolgere un ruolo subordinato e spesso secondario quando si parla di edilizia sostenibile. Almeno tra gli architetti. G+L 2023 dimostra che le cose stanno cambiando sempre di più – e in modo pionieristico – per gli architetti che si occupano di pianificazione urbana con due numeri. Il numero di febbraio si occupa della città ciclabile, mentre il numero di maggio, in uscita in questi giorni, cerca idee per i parcheggi – soprattutto per le auto – in città. Se vogliamo realizzare un’edilizia rispettosa del clima e orientata al futuro, come suggerito da BAU 2023, qualcosa deve cambiare per quanto riguarda i parcheggi. Wöhr, azienda specializzata in sistemi di parcheggio, ha già soluzioni per questo nella sua gamma di prodotti. Wöhr vuole plasmare la „città del futuro“ con i suoi prodotti e concetti – e sta facendo un passo avanti nel processo.

    55 anni fa, Arne Jacobsen progettò i primi rubinetti VOLA – il rubinetto HV1 e il miscelatore 111 – per la Banca Nazionale Danese. La particolarità non è solo il design funzionalista e il fatto che le parti meccaniche del miscelatore modulare potevano essere nascoste nella parete, ma anche il colore. È stata la ciliegina sulla torta del design. E oggi? Questo colore vintage è (ancora/di nuovo) attuale. Allo stand VOLA, l’installazione per l’anniversario era altrettanto affascinante delle versioni colorate e metalliche.

    L’azienda danese bg byggros punta in alto con il suo nuovo prodotto, anche lontano dalla fiera. Green-it Vertical è la facciata verde vivente del futuro – secondo quanto dichiarato. Il nuovo sistema di facciata consiste in un „elemento di crescita“ modellato e appositamente sviluppato in materiali naturali, che può essere interamente o parzialmente piantumato. I singoli elementi sono coordinati tra loro in modo che, da un lato, agiscano come una superficie continua che conduce acqua e sostanze nutritive, consentendo una crescita ottimale delle piante e, dall’altro, rispondendo alle caratteristiche strutturali dell’architettura. All’esterno, un materiale frontale – dove visibile – personalizza il design finale della facciata. L’aspetto rilevante per il futuro, o meglio per il presente, è che questa facciata può essere utilizzata sia per i nuovi edifici che per le aggiunte agli edifici esistenti. bg byggros ha sviluppato il concetto con gli architetti di Henning Larsen, tra gli altri.

    Solarlux di Melle ha presentato al Bau una serie di interessanti innovazioni. Ad esempio, l’azienda ha reinterpretato la tradizionale finestra a cassonetto. Il motivo era un progetto in cui si doveva trovare una soluzione nell’ambito di una ristrutturazione della facciata in cui le vecchie finestre in vetro isolante esistenti dovevano essere mantenute, pur ottenendo miglioramenti termici. La soluzione: una struttura metallica è stata posizionata davanti alla finestra esistente per ospitare una finestra pieghevole in tre parti.

    Lo stand Solarlux è stato entusiasmante almeno quanto i nuovi prodotti. Seguiva completamente il concetto delle „4R“: Riutilizzare, Rifiutare, Ridurre, Riciclare. Gran parte dello stand, interamente in legno, sarà riutilizzato nelle prossime fiere. Si è rinunciato alla moquette e ai rivestimenti per pavimenti non riutilizzabili, così come alle vernici e agli intonaci. Le strutture in legno sono unite tra loro con il minimo di connettori necessari e possono essere ripiegate in modo compatto. Invece di 10 camion come in precedenza, lo stand espositivo può essere trasportato con 3 camion. Parte del legno utilizzato per realizzare lo stand è legno di scarto della produzione. Al contrario, le parti dello stand che non sono più necessarie possono essere reinserite nella produzione.

    Cimitero di Luisenstädt

    Casa-mia

    Un cimitero non è solo un luogo di sepoltura. Molti sono anche spazi per passeggiate contemplative nel contesto di manufatti culturali e di uno specifico scenario naturale ad alto valore ecologico. Poiché oggi molti cimiteri sono sottoposti a una forte pressione economica, ci si chiede se il potenziale di questi usi e qualità „secondari“ possa contribuire a formulare una nuova attrattiva come luogo di sepoltura.

    Nel cimitero Luisenstädtischer Friedhof di Berlino-Kreuzberg, su una superficie totale di 2,6 ettari, ci sono attualmente solo poche tombe in custodia. Negli ultimi anni non c’è stata alcuna richiesta di nuove sepolture. Al contrario, il cimitero è al centro di diversi interessi sociali. Deve essere conservato come monumento-giardino ed è di grande importanza ecologica per la sua ricchezza di strutture. Molti abitanti della zona apprezzano il cimitero come spazio aperto con un’atmosfera speciale caratterizzata da natura, cultura, tranquillità e transitorietà.

    L’obiettivo del progetto di relais Landschaftsarchitekten è formulare il significato urbano del cimitero Luisenstädtischer Friedhof in termini culturali, ecologici e sociali attraverso una valorizzazione creativa. A tal fine, relais ha specificato i motivi esistenti e ha definito un programma di gestione della manutenzione. I siti tombali senza protezione del monumento e senza diritti di utilizzo della tomba sono stati ripuliti. Un obiettivo fondamentale è stato quello di rafforzare la struttura della vegetazione come elemento di organizzazione spaziale. È stata rimossa la vegetazione legnosa per esporre le strutture dei viali e i gruppi di alberi più importanti ed è stata ripristinata la struttura chiusa delle piante dei viali. Oltre alla struttura regolare dei viali principali, è stato creato un sistema di sentieri erbosi e radure falciate in linea con la topografia, riprendendo i precedenti percorsi informali attraverso i quartieri del cimitero. Questa gestione differenziata della manutenzione contribuisce alla conservazione e allo sviluppo delle aree prative ricche di specie.

    Rafforzare il cimitero come spazio aperto

    Questi prati definiscono anche aree ricreative all’aperto. Le offerte differenziate sono costituite da posti a sedere liberi, che possono essere utilizzati per la ricreazione, le funzioni funebri all’aperto e gli eventi. Per intensificare l’atmosfera, relais ha installato un bacino per l’acqua piovana in uno degli spazi del prato. Il bacino mette in scena i processi atmosferici, offre prospettive visivamente attraenti con la sua superficie riflettente e ha un effetto favorevole sul microclima. Queste misure progettuali sono considerate un quadro di riferimento per varie forme di nuove opzioni di sepoltura.

    In questo modo si rafforza il profilo del cimitero come spazio aperto. Ciò può contribuire alla continuazione dell’uso del cimitero o fornire un impulso iniziale per futuri processi di conversione.

    Committente: Associazione cimiteriale evangelica del centro di Berlino
    Architetto paesaggista: relais Landschaftsarchitekten
    Pianificazione: fase di servizio 1-9 secondo il § 39 HOAI
    Completamento: 2019
    Superficie: 26.000 metri quadrati

    Maggiori informazioni sulla progettazione dei cimiteri in G+L 03/2020.

    Londra vuole migliorare la qualità dell'aria e della vita in città con l'aiuto della Low Emission Zone e della Congestion Charge. Foto: David Hawgood, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia

    Londra vuole migliorare la qualità dell'aria e della vita in città con l'aiuto della Low Emission Zone e della Congestion Charge. Foto: David Hawgood, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia

    La capitale britannica ha esteso la sua Ultra Low Emission Zone a tutti i distretti. Ciò significa che in futuro quasi 700.000 veicoli che attualmente viaggiano a Londra non potranno più entrare in città se non rispettano rigorosi standard ambientali. Per saperne di più sull’estensione della zona e sulle critiche ad essa associate.

    Dal 28 agosto 2023, l’intera città di Londra è una zona a bassissime emissioni (ULEZ). Ciò significa che solo i veicoli che soddisfano determinati standard di emissione possono entrare gratuitamente nella capitale. Circa 690.000 veicoli che circolano regolarmente sulle strade di Londra non soddisfano questi requisiti e devono pagare 12,5 sterline al giorno (circa 14,5 euro). La multa ammonta a 180 sterline. Queste regole si applicano anche ai turisti, ed è per questo che è importante utilizzare il verificatore ULEZ online quando ci si reca a Londra.

    Quando Londra ha introdotto la sua Ultra Low Emission Zone nel 2019, è stata la prima città a farlo. Inizialmente, la zona copriva circa 21 chilometri quadrati nel centro di Londra. Nell’ottobre 2021 è stata ampliata a quasi 400 chilometri quadrati e ora copre l’intera Greater London. L’obiettivo principale della ULEZ è quello di ridurre le emissioni prodotte dal trasporto privato motorizzato, come le automobili. Con questa misura, il sindaco di Londra spera di incentivare le persone a passare ad auto meno inquinanti e ad altre modalità di trasporto.

    Sono esenti dalla tassa ULEZ le auto che rimangono parcheggiate per tutto il giorno, i veicoli a emissioni zero, i veicoli elettrici e ibridi, alcuni veicoli storici e speciali e i londinesi disabili.

    In risposta alle critiche sull’espansione dell’ULEZ, il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dichiarato che tutti i londinesi hanno diritto all’aria pulita, non solo quelli che vivono nei centri urbani. Il sindaco è un membro del partito socialdemocratico laburista. In un’intervista alla BBC, Khan ha spiegato che la ULEZ non è una politica anti-auto. Secondo Khan, circa il 90% di tutti i veicoli a Londra sono già conformi alle normative sulle emissioni, il che significa che possono circolare gratuitamente sulle strade della città. Ha anche promesso di mettere a disposizione 160 milioni di sterline per l’adeguamento delle auto.

    Numerosi studi hanno dimostrato gli effetti positivi e l’efficacia delle zone a basse emissioni. Queste zone riducono l’inquinamento da biossido di azoto e particolato nell’aria. Hanno anche il potenziale di ridurre la congestione del traffico e le emissioni complessive dei trasporti, incoraggiando al contempo il passaggio a modalità di trasporto pubbliche e attive, come gli spostamenti a piedi e in bicicletta.

    I dati del governo mostrano che l’inquinamento atmosferico causa ogni anno fino a 36.000 morti premature nel Regno Unito, di cui circa 4.000 a Londra. Le zone a traffico limitato (Clean Air Zones) sono uno degli strumenti più efficaci per combattere l’inquinamento atmosferico. L’ULEZ ha già migliorato in modo significativo la qualità dell’aria nella sua area: secondo un rapporto, finora ha ridotto di quasi la metà l’inquinamento atmosferico tossico nel centro di Londra.

    Il ministro dei Trasporti Mark Harper del partito conservatore Tory ha accusato Khan di usare l’ULEZ per fare soldi per affrontare il consistente debito di Londra. Altri membri del partito conservatore hanno criticato l’impatto finanziario del programma sugli automobilisti, soprattutto alla luce della crisi del costo della vita.

    Tuttavia, la Low Emission Zone è stata un’idea dell’ex sindaco conservatore di Londra Boris Johnson. È stato lui a decidere di introdurre la ULEZ. Quando Khan è diventato sindaco nel 2016, ha iniziato a implementare la zona. Gli osservatori ipotizzano che i conservatori stiano criticando l’espansione della ULEZ come parte della loro strategia per ottenere i voti degli automobilisti per le prossime elezioni generali, previste per il 2024. Secondo recenti sondaggi, i laburisti sono in vantaggio nei sondaggi.

    Finora, i residenti locali hanno ripetutamente protestato contro l’espansione della ULEZ. Negli ultimi mesi sono state vandalizzate o rubate circa 300 telecamere. „È chiaro che l’ossessione dei conservatori per l’ULEZ di Londra non ha nulla a che fare con i meriti o i demeriti del sistema, ma con i loro disperati tentativi di aggrapparsi al potere cercando di strumentalizzare le questioni ecologiche“, ha dichiarato Khan al Guardian.

    Si stima che circa cinque milioni di londinesi respireranno aria più pulita. Inoltre, la ULEZ contribuirà a contrastare i cambiamenti climatici e la congestione del traffico. Londra è anche una delle città con i migliori trasporti pubblici d’Europa. Tuttavia, la città lotta anche contro la congestione del traffico, come mostra la Global Traffic Scorecard. Sadiq Khan spera che la ULEZ, in combinazione con la Congestion Charge (15 sterline al giorno per viaggiare in determinate zone durante le ore di punta), possa alleviare questi problemi.

    Le zone a basse emissioni stanno diventando sempre più popolari. Entro il 2025, potrebbero esserci più di 500 zone di questo tipo in Europa, dato che sempre più città si impegnano a raggiungere le emissioni nette zero e a migliorare la qualità dell’aria. Attualmente esistono almeno 320 zone a basse emissioni, più della metà delle quali in Italia. Anche la Germania ha un gran numero di zone di questo tipo, mentre Spagna e Francia non sono ancora pronte ma hanno piani ambiziosi per introdurle entro il 2025.

    Il rigore delle zone a basse emissioni varia, ma l’esperienza dimostra che funzionano. Le zone sono particolarmente efficaci nel ridurre il particolato PM2,5, dannoso per i polmoni. Città in Francia, Danimarca, Norvegia e Paesi Bassi si sono impegnate a istituire zone a emissioni zero nei prossimi anni e anche Londra sta flirtando con l’idea.

    Per saperne di più: Londra è nota, tra le altre cose, per l’ottimo trasporto pubblico: la Oystercard ha ormai 20 anni.