Robot collaborativi nello studio di architettura

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bottiglie di plastica diverse nel negozio di alimentari-cu1vF_AcQUs
Foto di varie bottiglie di plastica nel supermercato, scattata dalla robotica Syntech

Robot collaborativi negli studi di architettura? Sembra un’illazione, come una start-up della Silicon Valley con troppo capitale di rischio e troppo poco senso della realtà. Ma se si guarda più da vicino, ci si rende conto che il futuro è già qui – e sta avvitando, stampando, scannerizzando e progettando alla porta accanto da molto tempo. L’automazione si sta inserendo tra Archicad e la macchinetta del caffè e la questione non è più se i robot collaborativi (cobot) cambieranno lo studio di architettura, ma solo quanto radicalmente e quanto velocemente ciò avverrà.

  • I robot collaborativi stanno attualmente rivoluzionando il lavoro negli studi di architettura, dalla progettazione alla produzione.
  • Germania, Austria e Svizzera si muovono tra cautela e spirito pionieristico, con progetti pilota iniziali e un uso diffuso esitante.
  • La trasformazione digitale, il BIM e l’IA stanno guidando in modo massiccio l’integrazione dei cobot.
  • La sostenibilità vince grazie all’automazione intelligente e ai processi di risparmio delle risorse.
  • Le competenze tecniche sono obbligatorie: programmazione dei robot, gestione dei dati, scienza dei materiali e integrazione dei processi.
  • La robotica collaborativa solleva questioni fondamentali sul ruolo dell’architetto e sul futuro del lavoro creativo.
  • I dibattiti sul controllo, la responsabilità e l’autonomia creativa si stanno accendendo nella scena professionale.
  • I discorsi sull’architettura a livello globale stanno dando esempi: In Giappone, negli Stati Uniti e nei Paesi Bassi, la collaborazione uomo-macchina fa da tempo parte della vita quotidiana.
  • Le opportunità e i rischi sono vicini: efficienza, innovazione, ma anche rischio di alienazione e standardizzazione.

Dal blocco di schizzi al braccio robotico: lo status quo tra esperimento e vita quotidiana

L’idea di un braccio robotico che stampa prototipi dettagliati in uno studio di architettura, che testa le controventature delle pareti o che solleva moduli di facciata parametrici da una stampante 3D è passata da tempo dalla fantascienza alla realtà. Ciò che fino a pochi anni fa veniva ammirato come tecnologia da esposizione nelle fiere, oggi fa parte di studi sperimentali e uffici di progettazione ambiziosi. Tuttavia, in Germania, Austria e Svizzera, l’integrazione diffusa dei cobot è rimasta finora un’eccezione piuttosto che la regola. Mentre alcune università, istituti di ricerca e laboratori di innovazione stanno portando avanti progetti pilota, negli uffici tradizionali c’è ancora scetticismo. Spesso mancano le competenze, la volontà di investire e l’immaginazione su ciò che è realmente possibile fare con la robotica al di là delle linee di produzione dell’ingegneria automobilistica.

A Zurigo, ad esempio, studi di architettura come Gramazio Kohler Research sperimentano da anni la costruzione assistita da robot, dimostrando che i dati di progettazione digitale e la realizzazione meccanica non sono opposti, ma possono essere partner produttivi. Monaco e Vienna stanno seguendo l’esempio: Qui stanno nascendo le prime „officine robotiche“ come interfaccia tra progettazione, prototipazione e produzione. Tuttavia, il percorso dalla sperimentazione universitaria all’applicazione pratica è difficile. Molti uffici sono alle prese con le interfacce, la protezione dei dati e la paura di perdere il controllo sul processo creativo. Tuttavia, l’attuale generazione emergente è molto più aperta all’automazione e non vede i cobot come la fine, ma piuttosto come la continuazione della pratica creativa con nuovi mezzi.

La scena dell’architettura si trova quindi a un punto di svolta. Le grandi domande sono: I cobot diventeranno il nuovo strumento standard? Rimarranno giocattoli per appassionati di tecnologia? O cambieranno radicalmente il volto della professione? Gli scettici avvertono che le macchine appiattiranno il processo creativo, mentre gli ottimisti parlano di democratizzazione e di maggiore efficienza. Una cosa è certa: la pressione per l’utilizzo della robotica sta aumentando e chi aspetta troppo sarà sopraffatto dalle opportunità offerte dalla concorrenza.

La digitalizzazione non si ferma al processo di costruzione. Mentre il BIM e la progettazione parametrica stanno rivoluzionando il mondo della progettazione, i robot collaborativi stanno fornendo l’anello mancante alla materializzazione fisica. Il divario tra la progettazione digitale e la realizzazione effettiva si sta riducendo. Chiunque creda ancora che la creatività non possa essere automatizzata dovrebbe dare un’occhiata agli ultimi progetti a Rotterdam o a Boston: I cobot stanno progettando, testando e costruendo lì da molto tempo e stanno cambiando la descrizione del lavoro passo dopo passo.

In sintesi: la robotica collaborativa non è una moda, ma una fase di sviluppo inevitabile. La questione non è se, ma come noi come industria daremo forma a questo cambiamento e se siamo pronti a rinegoziare i confini tra uomo e macchina.

Innovazioni, tendenze e ruolo dell’IA: come i cobot stanno trasformando il settore

Chiunque parli di robot collaborativi negli studi di architettura oggi non può evitare due megatendenze: l’intelligenza artificiale e la progettazione guidata dai dati. I cobot non sono più lupi solitari programmati, ma assistenti intelligenti che collaborano con i sistemi di intelligenza artificiale per analizzare e ottimizzare i progetti e tradurli direttamente in modelli fisici. Ciò significa che il flusso di lavoro tradizionale, dal foglio di schizzi al disegno di costruzione fino all’officina, si sta interrompendo. Sta invece emergendo un nuovo panorama di processi in cui progettazione, simulazione e prototipazione si fondono.

Le innovazioni attuali vanno dalla stampa 3D assistita da robot e dai processi di assemblaggio automatizzati ai sistemi di sensori intelligenti che monitorano i flussi di materiali e i parametri di produzione in tempo reale. In Germania, l’Istituto Fraunhofer è all’avanguardia con progetti per la produzione robotizzata adattiva, mentre a Zurigo si stanno creando strutture parametriche in muratura e casseforme complesse utilizzando i cobot. Vienna e Graz stanno investendo in laboratori di produzione digitale che promuovono sistematicamente il collegamento tra architettura e robotica.

L’intelligenza artificiale svolge un ruolo fondamentale: analizza i dati di progettazione, riconosce i modelli, suggerisce ottimizzazioni dei materiali e controlla i movimenti dei robot in modo così preciso da consentire la produzione economica di geometrie complesse. Questo apre una nuova libertà creativa, ma allo stesso tempo solleva la questione della paternità. Chi decide cosa costruire: l’algoritmo, l’architetto o il robot? Questo dibattito non è affatto accademico, ma tocca l’immagine di sé dell’intera disciplina.

Un altro tema di tendenza è l’integrazione dei cobot nella vita quotidiana dell’ufficio. Non si tratta più solo di prototipazione, ma di automazione di attività di routine: tracciare piani, realizzare campioni di materiale, analizzare dati, archiviare modelli. In Svizzera, i primi uffici stanno utilizzando i cobot come „colleghi digitali“ per assumere compiti monotoni e liberare risorse umane per attività creative. La speranza è di avere più tempo per l’innovazione, meno burocrazia e meno fonti di errore.

Tuttavia, con l’aumento del progresso tecnologico aumenta anche l’incertezza: come può il settore evitare che la standardizzazione e l’automazione diventino un’architettura unica? Come possono le persone rimanere al centro del processo creativo? Le risposte a queste domande daranno forma all’architettura dei prossimi decenni e decideranno se il settore rimarrà un pioniere o un motore del cambiamento tecnologico.

Sostenibilità e competenza tecnica: le opportunità e le sfide dell’automazione

I robot collaborativi non promettono solo efficienza e precisione, ma anche un salto di qualità in termini di sostenibilità. Chiunque voglia costruire in modo da risparmiare risorse, oggi non può fare a meno di soluzioni di automazione intelligenti. I cobot possono ridurre al minimo gli sprechi di materiale, ottimizzare i processi e ridurre drasticamente le fonti di errore. In Svizzera, progetti pilota dimostrano che la produzione assistita da robot utilizza fino al 30% di materiale in meno rispetto ai metodi convenzionali. Nuove prospettive si aprono anche nello smontaggio e nel riciclaggio: i cobot possono selezionare e riutilizzare i componenti, rafforzando così l’economia circolare.

Ma la sostenibilità non è un successo sicuro. L’automazione comporta anche il rischio che il consumo di energia e di risorse nella produzione si sposti o addirittura aumenti a causa del maggiore uso della tecnologia. Gli architetti e gli ingegneri devono essere all’avanguardia non solo in termini di progettazione, ma anche di tecnologia. Chiunque lavori con i cobot deve essere consapevole del loro ciclo di vita, dei requisiti energetici e dei costi di manutenzione e integrarli nella progettazione. I tempi in cui „architettura verde“ significava facciate in legno ecologico e tetti verdi sono definitivamente finiti.

La competenza tecnica è diventata un requisito fondamentale. Per utilizzare efficacemente i cobot, è necessario conoscere la programmazione, la gestione dei dati, la scienza dei materiali e l’integrazione dei processi. La formazione tradizionale non è più sufficiente. Le università tedesche, austriache e svizzere stanno reagendo lentamente: nuovi corsi di laurea, formazione continua e progetti interdisciplinari intendono colmare il divario. Tuttavia, il fabbisogno di qualifiche è enorme e molti uffici sono in ritardo perché sottovalutano il cambiamento tecnologico.

Inoltre: La sostenibilità non è solo una questione di tecnologia, ma anche di atteggiamento. I cobot possono contribuire a rendere i processi trasparenti e comprensibili. Tuttavia, possono anche portare a scaricare sulle macchine la responsabilità di sviluppi indesiderati. Chiunque automatizzi deve quindi assumersi anche una responsabilità etica e sociale, a partire dalla domanda su quali obiettivi si perseguono con la tecnologia e su come se ne valutano le conseguenze.

La grande opportunità sta nell’intendere l’automazione come uno strumento per realizzare una cultura edilizia sostenibile, e non come una panacea o un fine in sé. Questo è l’unico modo per evitare che gli edifici „intelligenti“ finiscano per essere una cosa al di sopra di tutte le altre: Uno spreco di risorse in un nuovo design.

Architetto e macchina: dibattiti, visioni e contesto globale

L’integrazione di robot collaborativi sta suscitando polemiche che vanno ben oltre le questioni tecniche. Nelle pagine dedicate all’arte, viene spesso invocato il timore di un appiattimento creativo: Se le macchine progettano e costruiscono, cosa resta all’architetto? Il timore dell’incapacità è profondo, ma non è sufficiente. La verità è che la robotica sta costringendo il settore a reinventarsi radicalmente. Chiunque creda che la creatività risieda nel resistere alla tecnologia, si è perso gli sviluppi degli ultimi decenni. La creatività nasce nel dialogo con gli strumenti, e i cobot sono gli strumenti di una nuova era.

Voci visionarie chiedono di sfruttare radicalmente il potenziale della collaborazione uomo-macchina. In Giappone e nei Paesi Bassi, i processi di progettazione e costruzione assistiti da robot fanno da tempo parte della vita quotidiana. Lì i cobot non sono visti come una minaccia, ma come partner che aprono nuovi orizzonti progettuali. L’architetto diventa il regista di una complessa interazione di dati, algoritmi e flussi di materiali. La descrizione del lavoro sta cambiando: dal combattente solitario al giocatore di squadra nella rete di uomini e macchine.

Ma il dibattito ha anche un lato oscuro. Chi controlla i robot? Chi è responsabile di errori o sviluppi indesiderati? Come si può evitare che i processi meccanici portino alla mediocrità automatizzata? In Germania, Austria e Svizzera questo dibattito è condotto con passione e spesso con scetticismo. Il timore di una perdita di controllo, di zone d’ombra legali e di una perdita di importanza per la propria professione è grande. Allo stesso tempo, le aspettative crescono: I cobot non devono essere solo efficienti, ma anche trasparenti, comprensibili ed eticamente controllati. Si tratta di un gioco di equilibri che l’industria deve ancora praticare.

A livello internazionale, si sta diffondendo la consapevolezza che la collaborazione è la chiave dell’innovazione, non solo tra esseri umani, ma anche tra esseri umani e macchine. I pionieri mondiali stanno dimostrando che i cobot possono essere utilizzati per risolvere compiti edilizi complessi che in precedenza non riuscivano per motivi di costo, tempo o precisione. Il discorso architettonico globale è caratterizzato da una nuova apertura verso la tecnologia e dalla ricerca di modi per conciliare l’automazione e la cultura edilizia individuale.

Se si vuole essere architetti sulla scena internazionale, bisogna confrontarsi con i cobot – tecnicamente, creativamente ed eticamente. Il futuro appartiene a chi accetta il dibattito, lo plasma e ridefinisce il proprio ruolo nell’interazione con la macchina. Coloro che si rifiutano di farlo non solo saranno lasciati indietro dalla tecnologia, ma anche dalla concorrenza globale.

Conclusione: robot collaborativi – rivoluzione o regressione?

I robot collaborativi sono qui per restare. Stanno cambiando radicalmente lo studio di architettura, la cultura edilizia e la professione. Offrono enormi opportunità di efficienza, innovazione e sostenibilità, ma pongono al settore nuove sfide e problemi irrisolti. La chiave del successo non sta nella difesa, ma nel dare attivamente forma al cambiamento. Coloro che sono disposti ad assumersi responsabilità, ad ampliare le proprie competenze e a considerare la collaborazione uomo-macchina come un’opportunità saranno tra i vincitori del nuovo mondo dell’architettura. Il futuro non è digitale o analogico: è ibrido. E inizia proprio ora, nello studio di architettura, tra rullo da disegno, monitor e cobot.

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Trave di appoggio: significato, struttura ed esempi

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Un dettaglio architettonico esemplificativo sul tema “architrave portante”
Architettura in cemento vista dall’alto – un edificio suggestivo sotto i riflettori. Foto: Florian Krumm / Unsplash

Un architrave è più di una semplice trave di cemento sopra una porta. È l’elemento portante che rende possibile la realizzazione di un’apertura nella muratura senza compromettere la sicurezza della struttura sovrastante. Che si tratti di finestre, porte o portoni: ovunque la muratura venga interrotta, il carico proveniente da solai, pareti e struttura del tetto deve essere deviato in modo sicuro attorno all’apertura. Un elemento strutturale progettato come architrave portante svolge proprio questo compito, e il suo corretto dimensionamento, collegamento e realizzazione determinano se un edificio rimarrà stabile nel tempo o se, col passare degli anni, si verificheranno crepe, cedimenti e danni.

  • Che cos’è un architrave portante e in cosa si differenzia da un architrave non portante
  • Quali materiali e forme costruttive vengono utilizzati per gli architravi portanti
  • Come funzionano la trasmissione del carico e la lunghezza di appoggio e perché sono determinanti
  • Quali norme e verifiche sono rilevanti per gli architravi portanti
  • Come vengono installati i travetti in diverse strutture murarie e tipi di muratura
  • Qual è il ruolo dei ponti termici e dei requisiti di fisica delle costruzioni nel caso degli architravi
  • Quali errori tipici si verificano durante l’installazione degli architravi portanti e come si manifestano
  • Come vengono valutati e rinforzati gli architravi portanti in caso di ristrutturazioni e trasformazioni

Che cos’è un architrave portante? Definizione e delimitazione

Nel settore edile, il termine «architrave» indica un elemento strutturale orizzontale che copre un’apertura in una parete o in una struttura in muratura e sostiene i carichi sovrastanti. Il termine deriva dal medio alto tedesco, in cui «Sturz» indicava la volta o la copertura di un’apertura. Oggi si distingue tra architravi portanti e non portanti, e tale distinzione è di fondamentale importanza per la progettazione, l’esecuzione e le successive modifiche strutturali.

Un elemento strutturale progettato come architrave portante svolge funzioni statiche: trasferisce in modo sicuro i carichi provenienti dalla muratura sopra l’apertura, dai solai, dalle travi o da altri elementi strutturali sovrastanti, verso le zone laterali della parete che fungono da appoggio. Un architrave non portante, invece, si limita a chiudere l’apertura dal punto di vista estetico o strutturale, senza sostenere carichi significativi. Ciò si verifica quando sopra l’apertura è presente un arco di scarico, una trave ad anello o un’altra struttura di trasferimento del carico che devia i carichi prima che raggiungano l’architrave. Nella pratica, la distinzione non è sempre riconoscibile a prima vista, il che può portare a pericolose valutazioni errate in caso di ristrutturazioni.

La capacità portante di un architrave dipende da diversi fattori: la campata dell’apertura, l’entità e la natura dei carichi applicati, il materiale utilizzato e la geometria della sua sezione trasversale, nonché il suo collegamento con la muratura circostante. Tutti questi parametri devono essere coordinati tra loro affinché il sistema funzioni in modo sicuro. Se manca anche solo uno di questi presupposti, l’architrave può cedere, il che si manifesta con la formazione di crepe, la flessione o, nel peggiore dei casi, il crollo.

Materiali e forme costruttive: dalle travi in legno agli elementi prefabbricati in cemento armato

Nel corso della storia dell’edilizia, gli architravi portanti sono stati realizzati con i materiali disponibili e idonei del momento. La forma più antica è la trave in pietra naturale, che veniva posata sopra le aperture delle porte negli edifici antichi e medievali. Tali travi monolitiche in pietra, note anche come architravi piatti in pietra naturale, hanno una bassa resistenza alla flessione, poiché la pietra naturale si rompe facilmente sotto sollecitazioni di trazione. Per questo motivo, già in epoca antica venivano posizionati sopra di esse archi di scarico in muratura di mattoni o pietra da costruzione, che trasferivano la maggior parte del carico ai pilastri di appoggio, mentre l’architrave piatto sosteneva solo il proprio peso e carichi minimi.

Le travi di legno utilizzate come architravi sono state ampiamente impiegate per secoli sia nelle costruzioni a graticcio che in quelle massicce. Presentano una buona resistenza alla flessione, ma tendono a deformarsi sotto carico permanente (scorrimento) e sono sensibili all’umidità e agli attacchi biologici. Negli edifici storici le travi di architrave in legno si trovano spesso in uno stato che richiede un’attenta valutazione in caso di ristrutturazioni. Le moderne travi di architrave in legno lamellare (BSH) o in legno lamellare impiallacciato (LVL) offrono caratteristiche nettamente migliorate e vengono utilizzate nelle costruzioni in legno contemporanee.

L’architrave prefabbricato in cemento armato è oggi la soluzione più diffusa nell’edilizia massiccia. È costituito da calcestruzzo con armatura in acciaio incorporata, che assorbe le sollecitazioni di trazione nel carico di flessione, mentre il calcestruzzo sopporta le forze di compressione. Gli architravi prefabbricati sono disponibili in dimensioni e classi di portata standardizzate, il che semplifica la progettazione e l’installazione. Per campate più ampie o casi di carico particolari vengono realizzati architravi in calcestruzzo gettato in opera, che vengono colati direttamente in cantiere all’interno di casseforme. Gli architravi in acciaio realizzati con profilati laminati (ad esempio travi a I o profilati a U) vengono utilizzati soprattutto in caso di grandi campate, negli edifici industriali o laddove è richiesta un’altezza ridotta con elevata capacità portante.

Una forma speciale è rappresentata dai cosiddetti architravi a guscio a U o architravi in mattoni, costituiti da mattoni cavi appositamente sagomati, nei quali viene inserito l’acciaio di armatura e successivamente riempiti con calcestruzzo. Offrono il vantaggio che la superficie esterna dell’architrave è costituita dallo stesso materiale della muratura circostante, il che riduce i ponti termici e consente di ottenere una superficie muraria visivamente omogenea. Questa forma costruttiva è particolarmente diffusa nell’edilizia unifamiliare con muratura monolitica in mattoni.

Trasferimento dei carichi, lunghezza di appoggio e principi statici

Il principio statico di base di un architrave portante è quello della trave flessa: esso poggia su due appoggi, costituiti dalle zone laterali della parete adiacenti all’apertura, ed è sottoposto a sollecitazioni di flessione a causa dei carichi sovrastanti. Nella sezione trasversale si generano così sollecitazioni di compressione nella zona superiore e sollecitazioni di trazione in quella inferiore. Il calcestruzzo e la muratura sono in grado di assorbire bene le forze di compressione, ma cedono sotto sollecitazioni di trazione. Per questo motivo la zona di trazione deve essere armata con l’acciaio, il che spiega il principio fondamentale del cemento armato.

La lunghezza di appoggio, ovvero la lunghezza con cui l’architrave poggia sulla muratura, è un parametro critico. Essa determina su quale superficie viene trasmessa la reazione di appoggio alla muratura. Se la lunghezza di appoggio è troppo ridotta, le sollecitazioni di compressione locali nella muratura superano la sua resistenza alla compressione, causando sfaldamenti o crepe nella zona di appoggio. Le lunghezze minime di appoggio usuali per gli architravi prefabbricati in cemento armato nelle costruzioni in muratura sono, a seconda della norma e del caso di carico, dell’ordine di grandezza compreso tra dieci e venti centimetri su ciascun lato, mentre per campate più ampie e carichi più elevati sono necessarie lunghezze di appoggio proporzionalmente maggiori. I requisiti precisi sono riportati nelle rispettive schede tecniche dei prodotti e nel calcolo statico.

Il calcolo del carico per un architrave portante segue le regole della statica e le disposizioni delle norme pertinenti. Sono rilevanti i carichi propri derivanti dalla muratura, dai solai e dalla struttura del tetto, i carichi variabili derivanti dall’uso e dalla neve, nonché, se del caso, i carichi del vento. In un’analisi semplificata per l’edilizia civile tradizionale, si calcola spesso un carico triangolare derivante dal cosiddetto effetto a volta della muratura: in condizioni favorevoli, la muratura sopra un architrave forma un arco di pressione naturale che devia una parte del carico attorno all’apertura verso le zone di appoggio. Tale effetto presuppone tuttavia che la muratura sopra l’architrave abbia un’altezza sufficiente e che nessuna apertura o indebolimento interrompa l’effetto portante dell’arco. Se non è possibile applicare l’effetto a volta, l’architrave deve essere dimensionato per il carico superficiale totale.

Per il dimensionamento degli architravi portanti, in Germania fanno da riferimento le norme della serie DIN EN 1992 (Eurocodice 2) per gli elementi in cemento armato e DIN EN 1996 (Eurocodice 6) per la muratura, integrate dai rispettivi documenti applicativi nazionali. Gli architravi prefabbricati sono inoltre disciplinati da omologazioni o dichiarazioni di prestazione dei produttori, che contengono tabelle di portata per campate e casi di carico definiti. Per il progettista ciò significa che un architrave portante deve essere verificato matematicamente oppure essere sostituito da un elemento prefabbricato idoneo e omologato con portata sufficiente.

Installazione in diverse strutture murarie e requisiti di fisica delle costruzioni

Gli architravi portanti vengono installati in strutture murarie molto diverse tra loro e ciascuna di esse pone requisiti specifici per la realizzazione dell’architrave. Nella muratura a strato singolo in mattoni pieni, blocchi di calcare-sabbia o blocchi di calcestruzzo cellulare, l’architrave si estende per l’intero spessore del muro. In questo caso il ponte termico è un tema centrale: una trave massiccia in cemento armato presenta una conducibilità termica nettamente superiore rispetto alla muratura circostante, il che comporta un raffreddamento locale della superficie interna della parete nella zona dell’architrave. In questo punto la temperatura superficiale può scendere al di sotto della temperatura di rugiada dell’aria interna, favorendo la formazione di condensa e, di conseguenza, la formazione di muffa.

Per ridurre al minimo questo ponte termico, nella pratica edilizia moderna vengono impiegate diverse soluzioni. Nel caso del suddetto architrave a guscio a U realizzato con mattoni cavi, la conducibilità termica dell’architrave viene notevolmente ridotta grazie alla struttura a camera cava del mattone. In alternativa, sono disponibili architravi prefabbricati con strato isolante integrato, in cui un’anima isolante in lana minerale o polistirolo interrompe il passaggio del calore. Nelle pareti esterne a doppio strato con isolamento centrale o facciata sospesa, l’architrave deve essere progettato in modo tale da non interrompere lo strato isolante o, quantomeno, da garantire un isolamento equivalente nella zona dell’architrave.

Nelle costruzioni con struttura in legno e in pannelli di legno, le travi in legno, le travi doppie o le travi composte assumono la funzione di architrave portante. Il dimensionamento dipende dai carichi applicati e dalla campata; dal punto di vista della fisica delle costruzioni, la minore conducibilità termica del legno rispetto al calcestruzzo e all’acciaio rappresenta un vantaggio. Tuttavia, è necessario prestare attenzione a sezioni trasversali sufficienti, poiché il legno, sottoposto a sollecitazioni permanenti, è soggetto a scorrimento, ovvero si deforma nel corso del tempo, il che può portare a flessioni visibili nel caso di architravi dimensionati in modo troppo esiguo.

Nel caso delle travi in acciaio, utilizzate soprattutto per grandi campate o in combinazione con pilastri in cemento armato, il problema dei ponti termici è particolarmente marcato. L’acciaio conduce molto bene il calore, motivo per cui una trave continua in acciaio nella parete esterna costituisce un notevole ponte termico. In questi casi sono necessarie misure costruttive quali supporti a separazione termica, gusci isolanti attorno alla trave o lo spostamento della trave nel piano isolante, al fine di soddisfare i requisiti di isolamento termico.

Errori frequenti nell’installazione di architravi portanti e loro conseguenze

Gli errori nell’esecuzione delle travi portanti sono tra le cause più frequenti di danni nelle costruzioni in muratura. Un errore classico è la lunghezza di appoggio insufficiente: se l’architrave poggia sulla muratura per una lunghezza insufficiente, le pressioni di appoggio si concentrano su un’area troppo piccola, la muratura viene sottoposta a sollecitazioni eccessive a livello locale e si formano crepe da compressione nella zona di appoggio, che possono estendersi obliquamente attraverso la muratura. Queste fessure si estendono tipicamente con un angolo di circa quarantacinque gradi dagli angoli dell’architrave verso l’alto e verso l’esterno e sono un chiaro segno di sovraccarico della zona di appoggio.

Un altro errore comune è l’utilizzo di un architrave con una portata insufficiente per la campata e il carico in questione. Ciò accade spesso quando, in occasione di ristrutturazioni o ampliamenti, vengono praticate nuove aperture nelle pareti esistenti senza analizzare attentamente le condizioni di carico. La situazione è particolarmente critica quando sopra l’apertura prevista poggiano travi del soffitto o travetti che trasmettono un carico puntuale all’architrave. Un architrave prefabbricato progettato per un carico lineare uniforme può cedere sotto un tale carico puntuale, anche se la sua tabella di portata sembra sufficiente per la campata.

Anche un posizionamento errato è un difetto che si riscontra spesso. Gli architravi prefabbricati in cemento armato sono di norma armati in modo asimmetrico: l’armatura principale si trova nella zona di trazione, ovvero sul bordo inferiore dell’architrave. Se l’architrave viene posato per errore al contrario, cioè con l’armatura rivolta verso l’alto, l’armatura in acciaio si trova nella zona di compressione, dove è poco efficace, mentre la zona di calcestruzzo non armata nella parte inferiore dovrebbe assorbire le forze di trazione, cosa che non è in grado di fare. Gli architravi prefabbricati sono quindi provvisti di un contrassegno che indica la posizione di posa; tale contrassegno deve essere verificato prima della posa.

Infine, la rimozione prematura dei ponteggi o dei puntelli comporta problemi se la malta nella zona di appoggio non si è ancora indurita a sufficienza. Nei primi giorni, la malta fresca raggiunge solo una frazione della sua resistenza finale. Se l’architrave viene sottoposto a carico troppo presto, la malta nella zona di appoggio può cedere, causando un disallineamento o la formazione di crepe. Le norme e le indicazioni del produttore prescrivono pertanto tempi di attesa che devono essere rispettati.

Architravi portanti in caso di ristrutturazioni e trasformazioni: valutazione e messa a norma

Nel risanamento e nella ristrutturazione di edifici esistenti, gli architravi portanti rappresentano un aspetto particolarmente delicato. Chi desidera ampliare un’apertura, realizzare una nuova porta o abbattere una parete portante in un edificio esistente deve innanzitutto chiarire se e quali carichi siano presenti sopra l’intervento previsto. Tale valutazione presuppone un’analisi dello stato attuale della struttura portante, che in molti casi può essere effettuata in modo affidabile solo da un ingegnere strutturale.

Gli edifici storici presentano spesso architravi che, secondo gli standard odierni, sembrano sottodimensionati, ma che hanno funzionato per decenni o secoli senza subire danni. Ciò è spesso dovuto al fatto che nella muratura si è formato un arco di compressione stabile che devia i carichi attorno all’apertura senza sollecitare in modo significativo l’architrave. Tale condizione, tuttavia, non è scontata e può essere compromessa da interventi di ristrutturazione, ad esempio quando la muratura sopra l’architrave viene rimossa o indebolita dalla creazione di nuove aperture.

Per il rafforzamento di architravi insufficienti sono disponibili diversi metodi. Una soluzione comunemente adottata consiste nell’installazione di una nuova trave in acciaio o di una trave in cemento armato, che alleggerisca o sostituisca l’architrave esistente. In questo caso, durante i lavori la muratura deve essere messa in sicurezza mediante ponteggi o cavalletti di sostegno, per impedire uno scarico incontrollato dei carichi. In alcuni casi è possibile utilizzare anche tessuti in carbonio o piastre in acciaio incollate per rinforzare una trave in cemento armato esistente, qualora la sua sezione trasversale sia sostanzialmente sufficiente, ma l’armatura sia corrosa o la capacità portante sia ridotta a causa di crepe.

Nella riqualificazione energetica degli edifici esistenti, la problematica dei ponti termici nella zona dell’architrave assume particolare rilevanza. Quando una parete esterna viene isolata a posteriori, sia dall’interno che dall’esterno, la zona dell’architrave deve essere inclusa nel progetto di isolamento. Un architrave in cemento armato non coibentato, che dopo un intervento di coibentazione esterna rimane l’unico ponte termico nella parete, può ridurre notevolmente l’efficacia complessiva dell’intervento di coibentazione e costituisce un rischio di condensa. I progettisti specializzati che sviluppano progetti di risanamento devono quindi includere esplicitamente la zona dell’architrave nel calcolo dei ponti termici.

L’architrave portante come elemento strutturale e di design

Al di là della sua funzione puramente statica, l’architrave portante è anche un elemento progettuale che caratterizza l’aspetto delle facciate e degli interni. Nella storia dell’architettura, gli architravi sono stati progettati in modo consapevole: i templi antichi presentano imponenti travi in pietra come epistilio, che sovrastano la fila di colonne e sostengono la travatura. I portali delle chiese romaniche combinano l’architrave piatto e il timpano in un’unità riccamente scolpita. Il gotico ha in gran parte sostituito l’architrave con l’arco ogivale, che distribuisce i carichi in modo più efficiente. Nel Modernismo, l’architrave è stato spesso volutamente ridimensionato o nascosto dietro una facciata liscia, per sottolineare la continuità della superficie muraria.

Nell’architettura contemporanea l’architrave offre possibilità progettuali che vanno oltre la mera funzione strutturale. Gli architravi in calcestruzzo a vista, con casseforme e texture accuratamente progettate, possono essere utilizzati come elemento di design. Nelle facciate in mattoni, gli strati a rotolo, ovvero mattoni disposti in verticale sopra un’apertura, costituiscono una forma tradizionale ed esteticamente efficace di architrave, che tuttavia può fare a meno di un’armatura aggiuntiva in acciaio solo in presenza di carichi ridotti e campate brevi. Gli architravi in acciaio realizzati con profili laminati a vista conferiscono un’espressione caratteristica agli edifici industriali e alle ristrutturazioni in stile loft.

La scelta del materiale dell’architrave e della sua superficie non è quindi solo una decisione tecnica, ma anche architettonica. Dovrebbe essere presa nelle prime fasi del processo di progettazione, poiché ha conseguenze sulla statica, sulla fisica delle costruzioni e sull’elaborazione dei dettagli. Un architrave che deve essere integrato solo in un secondo momento in una struttura muraria già progettata comporta spesso compromessi che non sono soddisfacenti né dal punto di vista statico né da quello progettuale.

Conclusione: perché l’architrave portante merita maggiore attenzione

L’architrave portante è uno di quegli elementi costruttivi che nell’edificio finito risulta invisibile e che, per questo motivo, viene spesso sottovalutato. Eppure è un elemento chiave della struttura portante: senza di esso, ogni apertura in un muro portante rappresenterebbe un rischio incontrollato. Il suo corretto dimensionamento, la scelta dei materiali, l’integrazione nella muratura e la realizzazione dal punto di vista della fisica delle costruzioni non sono dati per scontati, ma sono il risultato di un’attenta progettazione e di un’accurata esecuzione artigianale.

Per architetti e ingegneri strutturali ciò significa che l’architrave deve essere concepito fin dall’inizio come parte integrante del progetto, non come un dettaglio aggiunto in un secondo momento. La scelta tra elementi prefabbricati e calcestruzzo gettato in opera, tra acciaio e legno, tra versione con isolamento termico e versione convenzionale ha conseguenze di vasta portata per la statica, l’efficienza energetica e la durabilità. Chi prende queste decisioni in modo consapevole e informato evita danni, risparmia sui costi di risanamento e realizza elementi costruttivi che svolgono la loro funzione in modo affidabile per tutta la durata di vita dell’edificio.

Per tutti coloro che lavorano su edifici esistenti, che si tratti di conservazione dei beni culturali, riqualificazione energetica o ristrutturazione, vale la regola: il primo passo prima di qualsiasi intervento su una parete portante è la valutazione degli architravi esistenti. Un elemento strutturale progettato per sostenere l’architrave, che ha funzionato per decenni, merita rispetto e un’attenta analisi prima di essere modificato o sottoposto a sollecitazioni. E un architrave che non è più in grado di svolgere la propria funzione deve essere individuato, valutato e rinforzato prima che si verifichino danni. Non è una questione di impegno, ma di responsabilità nei confronti dell’edificio e dei suoi utenti.

Il „Dehio“ viene digitalizzato

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qui Manuale dei monumenti artistici tedeschi Germania centrale

qui Manuale dei monumenti artistici tedeschi Germania centrale

Il „Manuale dei monumenti artistici tedeschi“ di Georg Dehio viene ora digitalizzato e ampliato grazie ai fondi del bilancio federale per la cultura

Il Ministro della Cultura Monika Grütters finanzia la digitalizzazione dell'“Handbuch der deutschen Kunstdenkmäler“ di Georg Dehio con 750.000 euro nei prossimi tre anni. Il progetto è stato lanciato nel gennaio 2020 ed è gestito e attuato congiuntamente dalla „Wissenschaftliche Vereinigung zur Fortführung des kunsttopographischen Werkes von Georg Dehio e.V.“ e dal Centro tedesco di documentazione per la storia dell’arte – Archivio immagini di Marburgo. Anche l’Università e la Biblioteca di Stato della Turingia e il digiCult-Verbund eG sono coinvolti nella digitalizzazione di 100.000 opere d’arte descritte e di 200.000 oggetti d’arredamento su circa 24.000 pagine.

„In questo modo, in collaborazione con istituzioni culturali e infrastrutturali di alto livello, si sta creando un nuovo portale online che consente di effettuare ricerche qualificate di edifici e opere d’arte e delle loro descrizioni in tutti i volumi del manuale DEHIO, conservando il testo descrittivo continuo“, afferma l’Associazione Dehio. L’associazione è stata fondata nel 1941 con lo scopo di „pubblicare il manuale Dehio“ ed è composta da esperti delle autorità monumentali tedesche e austriache, docenti universitari e conservatori statali, che insieme formano i comitati editoriali per i volumi editi.

Il DEHIO digitale è destinato a consentire ricerche combinate con un vocabolario internazionale. L’obiettivo della digitalizzazione è – oltre a un generale aumento delle conoscenze e a nuove possibilità di collegamento in rete con altri database e di comunicazione contemporanea del patrimonio culturale tedesco – quello di „evidenziare le connessioni culturali transnazionali“ attraverso il „collegamento con i dati di immagini e oggetti dei Paesi vicini“, secondo quanto dichiarato dall’associazione DEHIO sul sito web www.dehio.org.

Le edizioni dei libri continueranno a essere pubblicate dalla Deutscher Kunstverlag. Il Ministro della Cultura ha giustificato così l’accesso gratuito online ai contenuti dei manuali: „Il nostro ricco patrimonio architettonico crea il futuro. Come parte della nostra offensiva di digitalizzazione nel settore culturale, siamo impegnati a rendere il grande tesoro dei monumenti artistici tedeschi più visibile e liberamente accessibile online.“ (…) L’innovativo progetto digitale DEHIO sta dando un importante impulso al cambiamento tecnologico nel settore culturale. Contribuirà a trasmettere i contenuti culturali in modo contemporaneo e attraente, stimolando così l’appetito per l’originale“.

Fantastico, e ora? Collettivo Super Future

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l futuro collettivo è composto da: F. Thiele

Il collettivo del super futuro è composto da: F. Thiele

Avete appena terminato gli studi – o siete nella fase finale – e davvero. no. piano. cosa fare dopo? Ci siamo passati tutti. Abituati ad avere sempre un obiettivo in mente, ora c’è un grande punto interrogativo. Addio università, ciao paure per il futuro. Abbiamo l’antidoto: giovani uffici e dipendenti che vanno per la loro strada. Abbiamo chiesto loro quali sono le loro più grandi paure, ispirazioni e successi. Oggi vi presentiamo: Super Future Collective di Norimberga.

I cinque architetti lavoravano già insieme durante i loro studi a Norimberga. Quando nell’estate 2017 hanno ricevuto l’incarico di realizzare uno studio, il progetto di fondare un collettivo si è concretizzato. Ma mancava ancora un nome. Hanno deciso di non mettere una persona in primo piano. Il „super futuro“ è un segno della loro visione positiva dell’ignoto e il collettivo sta per la struttura flessibile del loro gruppo di lavoro.

Cosa vi ha caratterizzato durante la vostra formazione?
La situazione del nostro posto di lavoro durante il corso di laurea. La Facoltà di Architettura aveva affittato due piani in un edificio della Postbank. Gli spazi di lavoro potevano essere organizzati in modo relativamente libero e venivano sempre passati dagli studenti più anziani ai loro successori. A volte ci si sentiva come nel proprio ufficio.

Cosa le piace di più?
Oltre a lavorare in un ufficio condiviso, essere buoni amici allo stesso tempo.
Le serate insieme e le occasionali gite fuori porta, per esempio alla Biennale, sono ovviamente ancora meglio. Siamo molto fortunati perché attualmente siamo in grado di lavorare su molti progetti diversi, con scale e programmi differenti. Non è una cosa scontata per i giovani professionisti.

Quale edificio vi ha lasciato a bocca aperta di recente?
Non è una domanda facile. In generale, ci affascinano gli edifici il cui concetto si percepisce direttamente quando li si visita o i progetti nati dal coraggio di utilizzare processi non convenzionali (questo coraggio può essere da parte del committente o dell’architetto). Ne sono un esempio OMA, Lacaton Vassal, Vector Architects, Office KGDVS, solo per citarne alcuni.

Cosa ha causato l’ultima grande controversia?
Fortunatamente, finora non abbiamo avuto controversie importanti.
Certo, non siamo sempre d’accordo. Un po‘ di attrito è inevitabile con cinque persone.

Che cosa ti spezza il cuore?
Il fatto che non esiste una buona difesa contro l’architettura degli investitori non ispirata.

Cosa non funziona affatto in architettura?
Gli architetti che si prendono troppo sul serio e con troppa serietà.

Cosa non si può fare in architettura?
L’architettura non deve dominare un luogo né esserne indifferente. Dovrebbe riconoscere le sue qualità e rafforzarle.

Siamo onesti: quanti turni di notte fate al mese?
Noi cerchiamo di non farne. Ma come sapete, una competizione non finisce mai senza uno o due turni di notte.

Cosa ci aspetta?
Spero in un futuro super.

L‘Accademia Baumeister è un progetto di stage della rivista di architettura Baumeister ed è sostenuto da GRAPHISOFT e BAU 2019.

Le vasche di rame sono utilizzate per la coltivazione di piante utili e ornamentali. | Foto: Michael Heinrich

Una struttura aperta, un senso di comunità e un tetto come elemento di connessione: nel suo progetto wagnisART, la cooperativa edilizia wagnis ha creato un complesso di edifici le cui sezioni sono collegate tra loro da ponti. Questa struttura concettuale ha un effetto sull’interazione e sul rapporto di vicinato tra i residenti. ARGE Bogevischs Buero e SHAG Schindler Hable Architekten sono stati responsabili della costruzione.

Il complesso residenziale, che dispone di oltre 9.500 metri quadrati di spazio abitativo ed è il progetto vincitore del Premio DAM 2018, è composto da cinque case passive con 138 appartamenti per vivere e lavorare in comune a Monaco. Oltre agli appartamenti, il complesso dispone di una sala per eventi, un ristorante, studi, laboratori, uffici, appartamenti per gli ospiti e un caffè-lavanderia con una sala per il cucito – spazi per uso pubblico e comune.

Il carattere unificante dell’architettura si estende dal piano terra all’ultimo piano: dal terzo e quarto piano dell’edificio di cinque piani, le facciate sono arretrate. In questo modo si creano spazi per le terrazze, collegate tra loro da ponti realizzati con elementi prefabbricati in cemento armato. La rete di strutture forma un paesaggio residenziale che ha un effetto armonioso, soprattutto nel suo aspetto comune.
In questo senso, le costruzioni a ponte soddisfano e rafforzano l’idea e il desiderio di coesione tra vicini in modo quasi allegorico. I collegamenti non appaiono invadenti, ma piuttosto come un invito amichevole a riunirsi. Rut-Maria Gollan, membro del consiglio di amministrazione di wagnis eG, afferma: „L’architettura non è attiva nel senso che crea comunità o quartieri. Ma può costituire la cornice che favorisce o facilita fortemente il percorso verso questo“.

Il tetto come spazio comune

In termini di utilizzo del tetto, il progetto segue l’attuale tendenza dei tetti verdi. La quinta facciata è quindi destinata a non essere solo la parte superiore dell’edificio, dove trovano spazio le unità di condizionamento e le grondaie. Il tetto è invece un luogo di incontro, un’oasi verde di benessere e uno spazio utilizzabile in modo sostenibile. Sia il giardino pensile, con le sue aiuole incassate nel terreno, sia le mangiatoie in rame sono utilizzati per coltivare piante ornamentali e utili. Gli spazi aperti sono particolarmente apprezzati dai residenti, che possono aiutare a curare le aiuole, seminare e raccogliere. L’unico requisito è che vengano tenuti in ordine alla fine.

I futuri residenti hanno avuto voce in capitolo nella pianificazione e nella progettazione. Da quando è stato istituito il gruppo di costruzione, sono state discusse questioni fondamentali sull’abitare, come la formazione dei confini spaziali o la vicinanza e la distanza dai vicini.

Oltre all’approccio partecipativo, il progetto dimostra anche come i tetti possano essere utilizzati in vari modi al giorno d’oggi. Questo spazio, un tempo trascurato e spesso utilizzato in modo antieconomico, racchiude un grande potenziale per il futuro: crea nuove possibilità di spazio e offre valore estetico ed ecologico. In ogni caso, i residenti del complesso di edifici wagnisART possono già guardare all’estate – circondati da fiori, piante e vicini, con una vista panoramica sulla città.

Vivere nella casa sul patio

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Vivere in un cortile quasi privo di finestre e circondato da muri non sembra molto attraente. Vivere in ambienti luminosi e fluidi, invece, sì. jäck molina & dastouri architekten sono riusciti a trovare un equilibrio tra questi due aspetti con la loro „Patiohaus“ su Ubierring, nel quartiere Südstadt di Colonia. Qui hanno trasformato un’estensione dell’appartamento precedentemente utilizzato come magazzino in un appartamento per anziani di circa 215 metri quadrati.

A differenza delle case a patio tradizionali, questa non è illuminata da un cortile interno centrale, ma da diversi patii indipendenti. Grazie a questi atri, di dimensioni e materiali diversi, e ai singoli elementi scorrevoli, non c’è bisogno di pareti per dividere gli ambienti. In questo modo si creano relazioni visive in tutto l’ambiente, insolitamente luminoso e spazioso. I patii offrono una vista sul cielo e creano un’atmosfera rilassata. Atrii e spazi abitativi si armonizzano tra loro. Il concetto olistico degli architetti è completato dall’arredamento, in gran parte progettato da loro stessi. All’appartamento si accede attraverso l’edificio anteriore o direttamente dal parcheggio sotterraneo. La vita qui è quindi distaccata dalla frenesia della città. Il risultato è un luogo di tranquillità e isolamento, in qualche modo allettante.

Il pesce nell’arte

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Il pesce è un simbolo comune nell'arte. Foto: Georg Flegel, Pubblico dominio, via: Wikimedia Commons
Il pesce è un simbolo comune nell'arte. Foto: Georg Flegel, Pubblico dominio, via: Wikimedia Commons

Il pesce è molto più di un semplice animale acquatico: nell’arte racconta storie di fede, vita e caducità. Dalle catacombe paleocristiane alle sfarzose nature morte barocche, è stato un simbolo nei secoli della pittura. Gli artisti di tutte le epoche lo hanno utilizzato come metafora, motivo e fonte di ispirazione in vari modi.

Il pesce ha una lunga e variegata tradizione nell’arte. È un simbolo dell’acqua e simboleggia la vita e la fertilità. È anche un simbolo di buona fortuna; in molte culture, ad esempio, esistono leggende in cui un pesce riporta indietro un anello perduto. Per questo motivo i pesci sono spesso utilizzati come talismani. Come simbolo, quindi, non è presente solo nell’iconografia religiosa, ma trova spazio anche nella pittura profana, nelle nature morte e nelle interpretazioni moderne.

Arte e simbolismo paleocristiano

Nell’arte paleocristiana, il pesce è considerato uno dei simboli più antichi del cristianesimo. Già nel II e III secolo d.C., i cristiani lo usavano per segnalare la loro fedeltà alla fede, soprattutto in tempi di persecuzione. La parola greca „Ichthys“ (ἰχθύς) significa pesce e funge anche da acrostico per „Jesus Christos Theou Hyios Soter / Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore / Redentore“. Nell’arte paleocristiana i pesci compaiono nelle pitture delle catacombe, nei mosaici e nelle fonti battesimali. Il pesce simboleggiava non solo la fede, ma anche la sopravvivenza, il cibo e il battesimo – la „nuova vita“ in senso cristiano. Fino al IV secolo è stato uno dei simboli cristiani più importanti.
Il pesce svolge un ruolo importante in numerosi racconti dell’Antico Testamento. Il Libro di Tobit riferisce che il fiele di un pesce guarì il padre di Tobia dalla cecità. Un’altra storia racconta di Giona che viene inghiottito da un grosso pesce (balena) e dopo tre giorni ne esce indenne. Nel Nuovo Testamento, questa storia è tipologicamente legata alla resurrezione di Cristo.

Arte medievale e rinascimentale

Nel Medioevo, il pesce rimase un simbolo religioso, spesso associato agli apostoli e alla storia della moltiplicazione dei pani. Il pesce compare spesso nelle rappresentazioni dei miracoli di Gesù, come cibo o come parte di un contesto simbolico. Durante il Rinascimento, l’attenzione si spostò maggiormente verso le rappresentazioni naturalistiche. Artisti come Albrecht Dürer integrarono i pesci nei loro studi sulla natura e sull’anatomia. Le xilografie e i disegni di Dürer mostrano i pesci in modo molto dettagliato, con una rappresentazione naturalistica che riflette la curiosità scientifica dell’epoca. Il pesce era ora apprezzato non solo come simbolo religioso, ma anche come motivo di maestria artistica.

Il Barocco e la pittura di natura morta

Nel periodo barocco, il pesce assume una nuova dimensione: diventa un elemento centrale della pittura di natura morta. Il pesce era un motivo particolarmente popolare nei Paesi Bassi nel XVII secolo, spesso insieme ad altri alimenti su tavole decorate in modo sfarzoso. Artisti famosi come Willem Claesz Heda e Jan Davidsz. de Heem raffiguravano i pesci in modo perfettamente dettagliato: squame lucenti, acqua riflettente e disposizione su piatti d’argento. Queste nature morte non avevano solo un carattere decorativo, ma trasmettevano anche messaggi simbolici: la transitorietà, la ricchezza e la bellezza del quotidiano.

Il pesce nell’arte moderna

Anche nell’arte moderna, il pesce rimane un motivo emozionante. Artisti come Salvador Dalí e Pablo Picasso hanno interpretato il pesce in modo astratto e surrealista. Picasso ha integrato il pesce nelle sue linoleografie e nei suoi dipinti, spesso come metafora della vita, della libertà e della creatività. Dalí ha usato il pesce come simbolo dell’inconscio e dei sogni, spesso in combinazione con altri elementi surrealisti. Il pesce si trova anche in installazioni, sculture e street art contemporanee. In particolare negli spazi urbani, simboleggia la natura, l’acqua e la consapevolezza ambientale.

Storie famose e significato culturale

In molte culture il pesce è strettamente associato a storie, miti e leggende. Alcuni esempi sono:

  • L’alimentazione dei cinquemila: nel Nuovo Testamento si racconta di un pesce come miracolo insieme al pane.
  • Giona e la balena: il pesce come strumento di salvezza e di prova nella Bibbia mostra la potenza di Dio e la possibilità di salvezza.
  • Il pesce come simbolo di fortuna: Nella cultura cinese, la koi è considerata un simbolo di perseveranza, successo e prosperità.

Nell’arte, queste storie servono da ispirazione per dipinti, sculture e opere in vetro. Gli artisti attingono al potere narrativo del pesce per trasmettere messaggi religiosi, morali o filosofici.

Il pesce come simbolo universale

Il pesce è un simbolo universale che attraversa la storia dell’arte, dal simbolismo paleocristiano alle dettagliate nature morte del periodo barocco e alle interpretazioni moderne. Unisce spiritualità, osservazione della natura, bellezza estetica e significato culturale. Che si tratti di un motivo di natura morta, di un simbolo religioso o di un oggetto d’arte contemporanea, il pesce rimane un soggetto affascinante che ha ispirato artisti di tutte le epoche. La sua complessità dimostra come un animale apparentemente semplice possa veicolare significati più profondi e sviluppare l’espressività artistica.

Per saperne di più: Poseidone – il dominatore delle acque

È considerata la più importante esposizione internazionale di arte contemporanea e si tiene ogni due anni dal 1895: La Biennale d’Arte di Venezia. La famosa mostra inizia sabato

Quest’anno la 58a Biennale d’Arte di Venezia è organizzata sotto l’etichetta „May You Live in Interesting Times“. Il claim fa riferimento a una presunta maledizione cinese, che utilizza „tempi interessanti“ per indicare un periodo di incertezza, crisi e agitazione. In un momento in cui la proliferazione digitale di fake news e „fatti alternativi“ sta erodendo il discorso politico e la fiducia su cui si basa, è importante fermarsi per ripensare i nostri quadri di riferimento“, spiega Ralph Rugoff. Il newyorkese, dal 2006 direttore della rinomata Hayward Gallery sul Southbank di Londra, è quest’anno il curatore dell’Esposizione Internazionale d’Arte, che costituisce il programma quadro dei padiglioni dei Giardini e delle sale dell’ex cantiere navale (Arsenale). Rugof ha invitato 79 artisti internazionali per la sua mostra contemporanea, un numero significativamente inferiore rispetto al 2017, con gli artisti più affermati tra cui Rosemarie Trockel, Christian Marclay, Hito Steyerl (Padiglione tedesco 2015), Jimmie Durham, Otobong Nkanga, Danh Vo, Shilpa Gupta e Tomás Saraceno.

La sede principale della Biennale sono i Giardini, nel quartiere Castello, dove 28 Paesi presentano i loro padiglioni nazionali. Il Padiglione tedesco di quest’anno è stato progettato dalla storica dell’arte ungherese e direttrice della Galleria d’Arte Contemporanea di Leizpig (GfZK) Franciska Zólyom. La scultrice, artista concettuale e mediatica tedesco-iraniana Natascha Sadr Haghighian, docente di scultura a Brema dal 2014, è responsabile della mostra. Per il 2019 sono stati annunciati quasi 90 contributi nazionali. Per la prima volta partecipano mostre provenienti da Ghana, Madagascar, Malesia e Pakistan. Anche la Repubblica Dominicana sarà rappresentata per la prima volta con un proprio padiglione nazionale.

Oltre alla mostra centrale e alle mostre nazionali, quest’anno la Biennale di Venezia ha in programma 21 eventi collaterali. Sono sparsi in tutta la città lagunare. Il simposio BNKR SPACE IS THE PLACE (3/4) si svolgerà durante le giornate di anteprima (10 maggio 2019, ore 11, Centro Culturale Don Orione Artigianelli): Insieme alla curatrice e teorica dell’architettura Beatriz Colomina, agli artisti Olafur Eliasson e Julius von Bismarck e all’architetto Sam Chermayeff, il curatore Lukas Feireiss esplora l’esperienza, la progettazione, la riflessione e l’immaginazione dello spazio. Ciò che le posizioni tematiche hanno in comune è un approccio multistrato allo spazio, che fa appello, esamina e sfida i sensi e le sensibilità in modi molto diversi. Stefan F. Höglmaier (Euroboden GmbH, Monaco) ha fondato BNKR nel 2014 come piattaforma multidisciplinare per l’arte e l’architettura contemporanea.

La 58a Biennale si svolgerà dall’11 maggio al 24 novembre 2019. Insieme alla Documenta di Kassel, è considerata una delle mostre d’arte più importanti al mondo.

Foto: Chuttersnap/Unsplash

Foto: Chuttersnap/Unsplash

I tetti verdi sono belli da vedere e garantiscono un clima migliore sia all’interno che all’esterno. Tuttavia, non tutti i tetti sono adatti al verde. Continuate a leggere per scoprire cosa c’è da sapere sui tetti verdi e come installarli.

I primi tetti verdi di cui si parla nella storia sono probabilmente i „Giardini Pensili di Babilonia“, creati prima dell’inizio della nostra era. Già allora i cittadini apprezzavano i benefici del verde sui tetti, soprattutto per il miglioramento visivo del paesaggio urbano. Ma anche il clima degli ambienti sotto i tetti verdi migliora: in estate, il tetto verde si raffredda grazie all’assorbimento della luce, alla riflessione della luce e all’evaporazione dell’acqua. In inverno, invece, il tetto verde funge da strato isolante contro il freddo.

Il principale svantaggio di un tetto verde, tuttavia, è rappresentato dai costi di acquisto più elevati rispetto a un tetto normalmente coperto. Il costo dell’impermeabilizzazione contro l’umidità che penetra e le radici che crescono può quindi raddoppiare il costo di un tetto verde rispetto a un tetto normale. A seconda del tipo di tetto verde, anche i costi di manutenzione possono essere più elevati rispetto a un tetto non verde. Inoltre, è necessario verificare la capacità di carico della struttura del tetto. I tetti verdi possono anche causare notevoli carichi superficiali aggiuntivi e molti tetti sono quindi strutturalmente inadatti. A partire da un’inclinazione del tetto di dieci gradi, può anche essere necessario assicurare il tetto verde contro lo scivolamento.

Tetti verdi: tipi

Namba Parks Osaka – Giappone

Il paesaggio del giardino pensile si estende su otto piani del complesso di uffici e negozi „Namba Parks“ e funge da oasi in città.

Lo stadio di Osaka era originariamente destinato al baseball: l’architetto giapponese Sakakra Junzō lo progettò a questo scopo negli anni Quaranta. Quando fu definitivamente chiuso nel 1998, cominciò a cadere in rovina. È stato demolito solo nel 2000. Il sito appartiene alla compagnia ferroviaria Nankai Electric Railway e si trova proprio accanto alla stazione di Namba. Sapendo che gli arrivi da Osaka sarebbero stati i primi a vedere l’edificio in questo sito, il proprietario Nankai Electric Airway ha incaricato i progettisti di Jerde Partnership. A loro è stato affidato il compito di progettare una porta di accesso alla città che ridefinisse l’identità di Osaka.

Osaka è una città densa – Jerde descrive l’ambiente circostante come aspro. Per questo motivo, i progettisti hanno risposto con un’esperienza nella natura. Il loro obiettivo era quello di celebrare la natura e la ricreazione, per unire persone e culture. A tal fine, i progettisti di Jerde hanno progettato una torre per uffici di 30 piani e un centro commerciale. Questo ospita anche il fulcro del progetto: il parco di Namba. I visitatori salgono per otto piani fino al tetto del centro commerciale. Il tetto è interamente ricoperto di verde: si sale attraverso la natura. Quasi come scalare la vetta di una montagna.

Un percorso tortuoso, che assomiglia a un canyon, divide il livello del parco. Tra gli alberi e i giochi d’acqua, ci sono terrazze e ampi spazi verdi che i visitatori possono utilizzare come aree ricreative. C’è anche un anfiteatro e aree per orti comunitari e negozi di carretti, stagni e cespugli. Il tutto sarà irrigato utilizzando le acque reflue trattate dei ristoranti del centro commerciale.

Il progetto nel centro del quartiere commerciale di Osaka è intelligente, sostenibile e allo stesso tempo orientato al traffico. La Jerde Partnership è stata in grado di conciliare i vantaggi economici con un progetto rispettoso dell’ambiente.

Kö-Bogen Düsseldorf – Germania

Il Kö-Bogen II di Düsseldorf si distingue immediatamente. Questo grazie alla sua facciata verde, mai vista prima in Germania. Gli architetti dello studio Christoph Ingenhoven Architects hanno fatto piantare un totale di 30.000 piante lungo tre dei cinque lati dell’edificio. Compreso il tetto.

Christoph Ingenhoven vuole restituire alla città quanto più spazio verde possibile. Le siepi di carpino sul Kö-Bogen II (una specie vegetale autoctona) non sono accessibili al pubblico. Tuttavia, i benefici delle piante possono essere percepiti. In estate, ad esempio, le piante schermano i raggi solari e riducono l’effetto del calore nel centro città. Allo stesso tempo, legano l’anidride carbonica, assorbono l’umidità e attutiscono il rumore. Un altro vantaggio: promuovono la biodiversità.

Gli effetti ecologici positivi delle 30.000 siepi di carpino possono essere convertiti: Secondo lo studio Ingenhoven Architects, esse creano il beneficio ecologico di circa 80 alberi decidui maturi. Come hanno fatto i progettisti a saperlo con tanta precisione? Ingenhoven Architects ha fatto monitorare scientificamente la facciata. Questo li ha portati a scegliere le siepi di carpino.

Questa pianta è molto resistente, anche in città, e non ha bisogno di acqua in inverno. Questo perché non ha un fogliame attivo nei mesi freddi. Al contrario, le foglie diventano marroni e rimangono attaccate al fusto. Cadono solo in primavera, poco prima che spuntino i germogli verdi. Inoltre, le siepi di carpino sono difficili da incendiare: un aspetto importante per la sicurezza.

Si distingue tra tetti verdi estensivi, intensivi e semi-intensivi. Leggete qui di seguito per scoprire come distinguerli.

Estensivo

Per la manutenzione delle siepi di carpino è stata ingaggiata una ditta specializzata. I progettisti hanno anche installato passerelle tra le siepi e fornito strutture di accesso nelle aree verticali.

Maggiori informazioni sul progetto e sul concetto di Ingenhoven in G+L 11/21.

Da leggere anche: il Ministero dell’Ambiente e dell’Energia di Amburgo ha pubblicato una guida completa sui tetti verdi nel 2019. Fornisce conoscenze specialistiche e informazioni pratiche per la pianificazione e la realizzazione di tetti verdi.

Intensivo

Semi-intensivo

Volete inverdire un tetto o più tetti? Allora dovreste considerare i seguenti punti.

Tetti verdi: la città di Monaco guida il confronto a livello nazionale

Con il BUGG Building Greenery Market Report 2020, il Bundesverband GebäudeGrün e.V. (BuGG) ha pubblicato per la prima volta una panoramica dei principali dati attuali su tetti verdi, inverdimento delle facciate e inverdimento degli interni in Germania. Il rapporto chiarisce che l’inverdimento degli edifici non è più solo un prodotto di nicchia. Secondo il rapporto ufficiale, il mercato dell’inverdimento degli edifici è in crescita e ciò si riflette, tra l’altro, nel gran numero di progetti di tetti verdi.

Inoltre, nel 2019 si prevede un totale di oltre sette milioni di metri quadrati di superficie dei tetti rinverditi. In Germania, la superficie totale dei tetti verdi è quindi dell’ordine di 120 milioni di metri quadrati. Inoltre, nel 2019 sono stati rinverditi 90.000 metri quadrati di facciate. Con oltre tre milioni di metri quadrati di tetti verdi, la capitale dello Stato, Monaco, è anche la pioniera dei tetti verdi. Tuttavia, Stoccarda è in testa con ben quattro metri quadrati di tetto verde per abitante. Secondo il BuGG, l’indice medio dei tetti verdi (cioè i metri quadrati di tetto verde per abitante) è pari a 1,2.

Negli ultimi anni, in primo luogo, sono stati realizzati più progetti di tetti verdi in generale e, in secondo luogo, i nomi degli uffici incaricati stanno diventando sempre più grandi. Ad esempio, il Bjarke Ingels Group (BIG) e Heatherwick Architects stanno attualmente lavorando al progetto di un faro a tetto verde per la sede di Google a Londra. Anche Herzog & de Meuron realizzerà nei prossimi anni un grande progetto di giardino pensile nella zona sud di Basilea. Abbiamo raccolto qui una selezione dei più grandi e importanti progetti di tetti verdi degli ultimi anni.

Municipio di Chicago – USA

Il tetto verde del municipio di Chicago è uno degli esempi più famosi di tetto verde. Nel 2001 è stato dotato di un totale di 3.600 metri quadrati di spazio verde. Oltre 20.000 piante di 150 specie diverse forniscono, tra l’altro, circa 90 kg di miele all’anno, prodotto dalle colonie di api che vivono sul tetto.

Il sindaco Richard M. Daley voleva utilizzare il giardino pensile del municipio per combattere le isole di calore urbane e migliorare la qualità dell’aria della città. Il Dipartimento dell’Ambiente locale ha incaricato del progetto un team di architetti paesaggisti, architetti, ingegneri civili ed ecologisti. Il progetto ha vinto il Professional Merit Award dell’American Society of Landscape Architects nel 2002.

Edifici di grande impatto e con valore di riconoscimento devono essere costruiti in luoghi strategicamente importanti delle Dolomiti Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Questo è il concetto dell’amministrazione del parco naturale. E così Pedevilla Architects e willeit architektur lo hanno realizzato nel loro scintillante edificio di servizio del Kreuzbergpass.

Tutte le foto: Gustav Willeit

Non ne avete abbastanza di tetti inclinati nei paesaggi di montagna? Date un’occhiata al rifugio Wolf di Bernardo Bader Architekten.

Un tetto a sella appuntito con lunghe tettoie sporgenti alla gronda, i lati anteriori chiusi, i lati lunghi con le porte scorrevoli in legno di larice, per il resto tutto in calcestruzzo – semplice e conciso – è il nuovo edificio di servizio del Kreuzbergpass di Pedevilla Architects e willeit architektur. Dalla fine del 2020 si trova sul Passo Kreuzberg, vicino a Sesto, in Alto Adige, a 1.636 metri sul livello del mare.

Lo scopo dell’edificio è quello di creare un punto di riferimento per le escursioni e le altre attività del tempo libero, di proteggere dal vento e dalle intemperie e di ospitare funzioni di servizio, come la fornitura di informazioni sulla rete di sentieri escursionistici, sui rifugi, sulla natura e sul patrimonio mondiale dell’UNESCO. Con il loro progetto, gli architetti fanno riferimento direttamente al paesaggio circostante, alle cime delle montagne, ai pinnacoli e alla „meridiana di Sesto“.

Il punto forte dell’architettura in due sensi è un altro dettaglio: elementi triangolari di vetro color ambra scintillano sul lato della strada nel frontone dell’edificio e permettono alla luce di inondare l’interno, conferendogli un’atmosfera quasi sacra. Gli elementi in vetro, disegnati come cristalli di rocca grezzi, si trovano anche in altre parti dell’edificio di servizio Kreuzbergpass: gli elementi in vetro massiccio ornano ogni modanatura in legno sul lato lungo in tre file. I pomelli delle quattro porte scorrevoli sono costituiti ciascuno da un elemento in vetro di formato notevolmente più grande.

L’interno riprende il linguaggio cromatico e materico dell’esterno: legno di larice tagliato a mano e cemento bianco a vista con pietra dolomitica locale come farina. Due passaggi attraversano l’edificio, ognuno dei quali può essere chiuso su entrambi i lati lunghi da una porta scorrevole. Mentre un passaggio conduce all’area espositiva e al centro informazioni turistiche, il secondo, più piccolo, dà accesso ai servizi igienici e ai locali accessori.

Rubens: preparativi per la grande mostra del 2017

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Foto: Kunsthistorisches Museum con MVK e ÖTM w.A.ö.R.

Elke Oberthaler è a capo del laboratorio di restauro della Pinacoteca del Kunsthistorisches Museum di Vienna (KHM) e attualmente gestisce fino a 15 scienziati internazionali. Tutti lavorano a vari progetti di ricerca e restauro per la grande mostra su Rubens del 2017. Perché al KHM sono ammessi gli spinelli.

Cinque opere sono attualmente in fase di analisi in vista della mostra: Due dipinti di Otto van Veen (1556-1629) e tre dipinti, due dei quali su tavola, di Peter Paul Rubens (1577-1640). „Paesaggio tempestoso con Giove, Mercurio, Filemone e Baucis“ è stato incluso nella Panel Paintings Initiative del Getty Institute. Come è nata questa collaborazione?
Elke Oberthaler: I nostri colleghi della Getty Panel Paintings Initiative (PPI) ci hanno contattato e viceversa. Insieme abbiamo deciso di realizzare due dipinti su pannello molto difficili: Il già citato dipinto di paesaggio e un’opera di Caravaggio.

Qual è la sfida del „Paesaggio tempestoso“?
Oberthaler: Il dipinto ha avuto problemi di conservazione per molto tempo. Tuttavia, abbiamo esitato a intervenire per molte ragioni. La collaborazione con la Getty Panel Paintings Initiative ci ha dato l’opportunità di coinvolgere un gruppo internazionale di esperti e quindi di ottenere il supporto dei maggiori esperti di pittura su tavola, cosa che riteniamo necessaria per un progetto difficile come questo.

In che condizioni si trova attualmente il dipinto?
Oberthaler: Il lavoro sul supporto è stato in gran parte completato. Il pannello è una composizione complicata, composta da 14 tavole di quercia orizzontali e 3 verticali. Tuttavia, il pannello è stato successivamente ingrandito dall’artista. Ciò è stato ripetutamente osservato nelle opere che Rubens dipinse per se stesso, tra cui il „Paesaggio tempestoso“. È probabile che questa costruzione abbia comportato problemi di conservazione, tanto che nel XIX secolo il retro è stato pesantemente assottigliato e parchettato. Ciò ha limitato il movimento del supporto del quadro, causando molte crepe e lacerazioni nel supporto stesso e danni allo strato pittorico.

Esistono fotografie storiche che testimoniano questo deterioramento?
Oberthaler: La prima fotografia conosciuta risale al 1905 e mostra già crepe e fessure. Negli anni successivi il dipinto è stato fotografato più volte. Dal confronto risulta subito evidente che le crepe sono aumentate notevolmente. Eravamo consapevoli da tempo di questa condizione problematica, ma a causa dei molti rischi che comportava, ci siamo astenuti da qualsiasi intervento. Le soluzioni pubblicate in casi simili non ci convincevano, sembravano troppo invasive. Abbiamo aspettato che tutti i parametri fossero giusti, per così dire.

Come avete affrontato il parquet?
Oberthaler: Il parquet è stato la causa principale del danno, poiché le tavole orizzontali centrali erano bloccate e collegate alle tavole verticali laterali dal parquet. Di conseguenza, le tavole al centro erano praticamente divelte. Le crepe sono state causate dal parquet. Dal punto di vista della conservazione, non era più giustificabile lasciare il parquet al suo posto. Per prima cosa abbiamo discusso a lungo sulla possibilità di progettare una struttura di sostegno che fosse davvero migliore. L’intervento era così difficile anche perché il supporto del dipinto ha uno spessore di soli quattro-sette millimetri.

E ci siete riusciti?
Oberthaler: Pensiamo di sì. Abbiamo unito i gruppi di tavole orizzontali e verticali in modo che fossero uno accanto all’altro. Non sono incollate o fissate insieme. La nuova costruzione li unisce soltanto. Ogni gruppo di tavole ha il proprio spazio di manovra. Di conseguenza, si possono vedere anche due sottili giunzioni verticali che abbiamo volutamente lasciato aperte.

E il curatore è d’accordo?
Oberthaler: Il curatore è pienamente d’accordo. Gli scienziati coinvolti nei vari musei ci hanno dato l’impressione che sarebbe stata auspicabile un’immagine più chiusa, cioè che la visibilità delle articolazioni fosse considerata in modo critico. Tuttavia, questo non è un problema per noi, poiché la sicurezza della conservazione è la nostra priorità. Il curatore ci sostiene molto. È davvero una bella collaborazione.

Come l’avete gestita?
Oberthaler: Abbiamo spiegato molto chiaramente fin dall’inizio quali sarebbero stati i rischi se avessimo rimosso il parquet. Ma anche cosa sarebbe successo se non avessimo fatto nulla.

Sono stati eseguiti anche dei test sulla tecnologia dei materiali?
Oberthaler: La rimozione del parquet ci ha dato l’opportunità unica di analizzare il retro in dettaglio, il che è stato molto utile per capire il processo di creazione e i successivi ingrandimenti del pannello. È stato inoltre effettuato un esame dendrocronologico delle aree di legno anteriore delle tavole centrali, ora accessibili. Qui abbiamo collaborato con il dendrocronologo del KIK-IRPA, che ha già analizzato molti pannelli di Ruben. Siamo in attesa dei risultati, perché è la prima volta che l’analisi viene effettuata su un dipinto di Rubens con una composizione così complessa.

C’è poi un’altra opera: la „Venere Frigida“ del Museo Reale di Belle Arti di Anversa, attualmente nel suo studio. Come si è arrivati a questo?
Oberthaler: Il museo è chiuso fino al 2019 ed è in fase di ristrutturazione e ampliamento. Nel corso di questo grande progetto, che prevede anche numerose attività di restauro, è nata l’idea di realizzare il restauro a Vienna. Lizet Klaassen, responsabile dei laboratori di restauro, e il curatore responsabile, Nico van Hout di Anversa, vengono regolarmente a trovarci per supervisionare i lavori. Siamo in stretto contatto con loro e ci consultiamo con loro su tutte le questioni.

Molti colleghi sono coinvolti nei progetti. Come riuscite a gestire questa situazione logistica?
Oberthaler: Prima di tutto, ho stabilito i principi della comunicazione: Non inondare di informazioni, ma piuttosto, se possibile, raggruppare l’essenziale e nominare le fasi importanti in cui si devono prendere le decisioni. In questi momenti tutto viene discusso a fondo.

Alcuni dei vostri risultati saranno presentati anche nella mostra?
Oberthaler: Vogliamo presentare anche risultati importanti nella mostra, ma la forma in cui farlo fa ancora parte del processo di concettualizzazione.

Siamo impazienti di vedere la prossima mostra, che sarà allestita al Kunsthistorisches Museum di Vienna dal 17 ottobre 2017 al 21 gennaio 2018.