Oggi di Haithabu, descritta da Ibrahim ibn Ahmed At-Tartûschi – cronista arabo, mercante e viaggiatore – come «grande città all’estremità più lontana del mare del mondo», rimane ben poco da vedere. Tra l’VIII e l’XI secolo, tuttavia, la situazione era ben diversa: Haithabu era un centro commerciale dotato di un grande porto ed era protetta dal Danewerk, un complesso sistema di fortificazioni di confine. Dal 2018 il «Complesso archeologico di confine di Haithabu e Danewerk» è patrimonio mondiale dell’UNESCO.
Centro commerciale dell’epoca vichinga
Nel 1900, quasi 800 anni dopo la sua caduta, fu riscoperto uno dei più importanti centri commerciali dell’epoca vichinga. Haithabu, o Hedeby come la chiamano gli studiosi danesi e internazionali, protetto dal possente Danewerk, fu dal IX all’XI secolo il più importante centro di commercio a lunga distanza dell’Europa settentrionale. Merci provenienti dalla Spagna, dall’Italia, dal Regno della Franconia orientale, ma anche da varie località dell’odierna Germania, nonché dalla Polonia, dalla Norvegia, dal Caucaso e persino dalla Cina venivano qui commercializzate e trasbordate, come dimostrano i reperti archeologici. I collegamenti commerciali verso ovest e le importazioni da quella direzione non erano così significativi quanto i rapporti commerciali verso est. Veniva importato sporadicamente piombo dall’Inghilterra, mentre dall’Impero franco orientale giungevano prodotti artigianali e dall’Eifel macine di basalto. Un’ulteriore «fonte di reddito» per i vichinghi erano le loro incursioni, che li portavano soprattutto nelle isole britanniche, dove saccheggiavano ricchi monasteri. I rapporti commerciali con l’Oriente, invece, erano di gran lunga più importanti e si estendevano attraverso i paesi slavi, l’Impero bizantino fino alla Cina e all’India. I viaggi verso est, tuttavia, rappresentavano sempre un’impresa che durava diversi anni. Durante il viaggio verso est, i mercanti acquistavano principalmente schiavi e pellicce, che poi rivendevano sui mercati orientali. Con il ricavato acquistavano seta, spezie, gioielli, profumi, metalli, oggetti in vetro e pietre preziose. Commerciavano anche con i loro vicini settentrionali, la Svezia e la Norvegia, da cui si rifornivano di materie prime, avorio di tricheco, pellicce, ghisa grezza e pietre come l’ardesia.
Bastione difensivo e centro di potere
Protetti dal Danewerk, un sistema di fortificazioni lungo oltre 30 chilometri, i vichinghi potevano qui dedicarsi al commercio, ma anche artigiani altamente specializzati si stabilirono in questa zona. Nel corso dei secoli, il sofisticato sistema di fortificazioni, che si estende lungo il punto più stretto della penisola dello Jutland, fu continuamente ampliato. Il Danewerk servì da fortezza difensiva per circa 750 anni, anche se la città di Haithabu perse nel frattempo importanza, fino a quando non fu definitivamente abbandonata. Il Danewerk, invece, avrebbe continuato a fungere da vallo difensivo anche nel XX secolo. Valli, fossati, palizzate e mura consentivano ai vichinghi di sorvegliare lo stretto passaggio. Tutto era iniziato con un terrapieno alto circa due metri, probabilmente eretto nel IV/V secolo. Intorno al 500 d.C. iniziarono i lavori per il secondo tratto di terrapieno, il cosiddetto «Sodenwall». Non è possibile stabilire chi fossero i costruttori di questo primo tratto. Si presume tuttavia che la sua costruzione sia collegata ai conflitti intra-germanici nella Scandinavia meridionale, avvenuti durante la periodo delle migrazioni dei popoli. Seguì una fase di inattività e di degrado. Nell’VIII secolo la struttura difensiva fu ampliata più volte in rapida successione e, intorno al 750, sorse anche un primo piccolo insediamento sulla cima dell’Haddevyer Noor. Gli interventi furono molto estesi e comprenderono inizialmente delle palizzate, poste a protezione dei terrapieni. Contemporaneamente, la linea difensiva fu estesa verso est; in tale occasione fu eretta, tra l’altro, una barriera lacustre, cosicché le fortificazioni si protendevano fino alla Schlei. A questa fase risale anche la costruzione delle mura nord, curva e est. Non è chiaro, tuttavia, chi fosse responsabile di questo ampliamento. Sul lato terraferma, dopo pochi decenni la palizzata fu sostituita da un massiccio muro in pietra di campo. Gli annali imperiali franchi menzionano Haithabu per la prima volta nell’804. Da essi si evince inoltre che nel 808 il re danese Göttrik promosse la prestigiosa costruzione del muro in pietra di campo; nello stesso anno si riporta anche il trasferimento di commercianti provenienti da Reric/Groß Strömkendorf, sulla baia di Wismar. Gli studiosi ritengono quindi probabile che Göttrik ne sia stato il costruttore. Di conseguenza, Haithabu si trasformò da avamposto commerciale utilizzato stagionalmente a centro commerciale permanentemente abitato, dotato di un grande porto. Un vallo semicircolare, eretto a metà del X secolo, fungeva da fortificazione cittadina per Haithabu. Intorno all’anno 970 viene realizzato un vallo di collegamento che unisce la città al Danewerk. Queste misure risalgono al regno del re danese Harald Dente Blu (circa 910–985/986), il quale in quel periodo sviluppò un piano difensivo su scala imperiale. Per questo periodo esistono anche testimonianze scritte relative a scontri bellici avvenuti presso il Danewerk. La causa di tali scontri furono i conflitti tra il re Harald Dente Blu e l’imperatore romano-germanico Ottone II (955–983). Otto II riuscì addirittura, per un breve periodo, a conquistare la città di Haithabu, prima che il re danese la riconquistasse. Haithabu godeva di una posizione ideale, poiché si trovava al crocevia tra la Scandinavia e il continente e aveva come vicini Sassoni, Franchi, Frisoni e gli Obodriti slavi. Il periodo di massimo splendore della città durò tuttavia solo poco più di 200 anni, fino al 1050, quando la città fu saccheggiata dal re norvegese Harald Hardråde nel corso delle dispute per il trono con il re danese Sven Estridsen. Poco dopo, nel 1066, ebbe luogo un attacco da parte del principe obodrita Blusso. Questi eventi portarono all’abbandono della città, alla cui place subentrò Schleswig.
Ampliamento a barriera anticarro da parte dei nazisti
L’abbandono della città di Haithabu non segnò la fine del Danewerk, che anzi fu oggetto di ulteriori lavori di ampliamento. Nel corso dei secoli, su una lunghezza di oltre 30 chilometri, si sviluppò un sistema difensivo che fu utilizzato da diversi sovrani. Dai primi lavori nel IV e V secolo, passando per l’ampliamento e la fortificazione nell’VIII secolo e poi nuovamente nel X secolo, la sua storia si estende fino al XX secolo. Dopo la fine dell’epoca vichinga, il Danewerk non fu abbandonato, ma fu ulteriormente ampliato alla fine del XII secolo dal re Valdemaro I il Grande (1131–1182). Egli fece erigere un muro di mattoni che originariamente era alto cinque metri, largo due metri e lungo circa quattro chilometri. Di solito i mattoni venivano utilizzati solo per la costruzione di chiese, poiché si trattava di un materiale da costruzione prezioso e costoso. Le fondamenta erano costituite da pietre di campo e raggiungevano un’altezza di un metro e mezzo. Mentre la facciata anteriore e quella posteriore erano state murate con cura, i costruttori non avevano prestato la stessa attenzione alla parte interna. Per garantire l’approvvigionamento dei mattoni necessari, furono costruiti dei forni per la cottura in loco dei mattoni. È quanto si evince dai reperti archeologici. Il muro rappresentava una novità per la regione, simile al muro di pietre di campo che era stato eretto circa 400 anni prima. Gli scavi effettuati tra il 2010 e il 2014 hanno dimostrato che presso la porta del Danewerk furono realizzati importanti lavori di costruzione. Tali lavori sono stati datati intorno al 1200 e interpretati come un’intenzione di un futuro utilizzo. La battaglia di Bornhöved del 1227 vanificò tutto ciò. Il re danese Valdemaro II (1170–1241) fu sconfitto dal conte Adolfo IV d’Holstein (prima del 1205–1261) e perse così anche la sua egemonia nel nord. Il Danewerk perse importanza. A questa perdita di importanza contribuì anche il matrimonio tra Abel, figlio di Valdemaro II, e Mechthild, figlia di Adolfo IV. Secoli dopo, il Danewerk fu riattivato. Nella prima metà del XIX secolo i danesi riscoprirono il Danewerk e lo trasformarono in un simbolo della nazione danese. Nel corso della guerra dello Schleswig-Holstein del 1848–1851 e, ancor più, durante la guerra tedesco-danese del 1864, il Danewerk servì alla parte danese come fortificazione di confine, acquisendo al contempo una carica simbolica nazionale. Nel febbraio 1864 i danesi abbandonarono il Danewerk senza opporre resistenza e persero i ducati di Schleswig e Holstein. Allo stesso tempo, il Danewerk divenne un mito nell’immaginario danese. Un’ultima volta il Danewerk fu potenziato militarmente nel XX secolo. I nazionalsocialisti, che conducevano scavi nella vicina Haithabu, eressero presso il Danewerk una barriera anticarro orientata verso nord.
Pericolo rappresentato dal Teredo navalis
Secondo l’UNESCO, Haithabu e il Danewerk soddisfano due criteri. Da un lato, costituiscono «una testimonianza unica o quantomeno eccezionale di una tradizione culturale o di una cultura esistente o scomparsa» (criterio iii) e, dall’altro, rappresentano «un eccellente esempio di un tipo di edifici, complessi architettonici o tecnologici o paesaggi che simboleggiano uno o più periodi significativi della storia dell’umanità» (criterio iv).
Una particolarità del sito patrimonio mondiale dell’UNESCO Haithabu-Danewerk è sicuramente il fatto che, in quanto sito archeologico, sia visibile in superficie solo in misura minima. L’antica città di Haithabu è stata riportata alla luce per circa il cinque per cento e il Danewerk per il tre per cento. Gli scavi archeologici vengono effettuati solo in risposta a specifiche esigenze di ricerca e al momento non sono in programma. Ciò pone naturalmente sfide particolari alla divulgazione. Per avvicinare i visitatori a Haithabu e al Danewerk, è prevista la costruzione di un nuovo museo, la cui apertura è prevista per il 2026. Accanto al museo si trova già il Parco Archeologico del Danewerk, nel comune di Dannewerk. Anche qui è prevista una riorganizzazione che prevede un nuovo percorso di visita con una piattaforma panoramica sopra la Waldemarsmauer. Oltre ai classici pannelli informativi, sono presenti anche le cosiddette «finestre sul passato». I visitatori hanno qui la possibilità di scoprire, attraverso lastre di vetro stampate, le ricostruzioni di siti archeologici particolari.
Sfide legate alla conservazione
Oltre alla divulgazione, anche la conservazione rappresenta una sfida. Si tratta di un monumento esteso che si estende per oltre 30 chilometri nel paesaggio e che è di proprietà sia privata che pubblica. Ampie parti sono inoltre accessibili al pubblico e sono oggetto sia di un utilizzo turistico che di un’attività agricola intensiva ed estensiva. Si combinano quindi molti fattori influenti quali visitatori, interventi edilizi, infrastrutture, successione naturale, agricoltura, condizioni meteorologiche e clima. Birte Anspach, dell’Ufficio archeologico regionale dello Schleswig-Holstein, ha comunicato che i compiti e le sfide principali consistono, da un lato, nel garantire la salvaguardia a lungo termine dell’area e, dall’altro, nel mantenere un monitoraggio continuo. Per la salvaguardia a lungo termine dell’area è in corso un ricomposizione fondiaria nella zona occidentale del sito, in particolare presso il Krummwall. Nel corso del monitoraggio, che osserva e sorveglia i cambiamenti nel sito del Patrimonio Mondiale, vengono poi definite anche le misure di conservazione del patrimonio. Tra le misure di tutela del patrimonio storico rientrano la riparazione dei danni, ma anche il potenziamento e la manutenzione delle infrastrutture per i visitatori, le misure di sicurezza stradale e gli interventi di tutela del paesaggio. Una particolarità di Haithabu e del Danewerk, prosegue Anspach, è la presenza sia di tracce in superficie che di reperti sotterranei. Molti elementi, come le costruzioni in legno, le formazioni rocciose o anche i reperti di gioielli, utensili e molto altro, sono inoltre particolarmente protetti nel terreno umido. In questo contesto è vantaggioso anche il fatto che il territorio circostante sia un’area protetta. I requisiti della tutela dei monumenti e del paesaggio sono in gran parte coincidenti e in molti ambiti si lavora in collaborazione, ad esempio anche nella divulgazione.
«VICHINGHI» – Una definizione del termine
Contrariamente a quanto comunemente si crede, il termine «vichingo» non indica un popolo, bensì un gruppo di persone del Nord Europa. La parola «vichingo» deriva dal termine «wiking». Questo termine si riferisce al commercio, alle incursioni e alla guerra che si svolgono lontano dalla patria ed è attestato anche nelle pietre runiche e in altre fonti scritte dell’epoca vichinga. I «vichinghi» in senso storico sono navigatori che «partono in spedizione vichinga» (in norreno antico: fara i viking). Oggi con il termine «vichinghi» si intendono tutti i popoli del Nord Europa e coloro che parlavano il norreno, accomunati da una cultura materiale simile risalente all’epoca vichinga, che si estese dall’VIII all’XI secolo.




















