Foto: The Krank © 2026
Foto: The Krank © 2026

A Othonoi, l’isola abitata più occidentale della Grecia, il linguaggio visivo preistorico incontra un possibile futuro industriale: L’installazione temporanea di land art «The Hunt» di The Krank affronta il tema delle trivellazioni offshore previste nel Mar Ionio e trasforma lo stesso paesaggio in un luogo di confronto.

Descrizione del progetto: «The Hunt» sull’isola di Othonoi

  • Nome del progetto: The Hunt
  • Artista: The Krank
  • Luogo: Spiaggia di Aspri Ammos, isola di Othonoi, Grecia
  • Contesto del sito: il punto abitato più occidentale della Grecia, nel nord-ovest del Mar Ionio
  • Superficie: 500 metri quadrati
  • Completamento: luglio 2026
  • Materiale: geotessile nero
  • Organizzazione:Ionian Lab Residency di Space52 e Kalogerou1844
  • Distanza dall’area di estrazione offshore prevista: circa 10 chilometri dal confine più vicino del Blocco 2 nel Mar Ionio
  • Tema: rapporto tra paesaggio, produzione energetica e memoria collettiva
  • Progetto: due cacciatori preistorici si trovano di fronte alla sagoma di una piattaforma petrolifera offshore
  • Caratteristiche: intervento temporaneo di land art senza alterazioni permanenti del sito
  • Contesto attuale: il Blocco 2 si trova in una seconda fase di esplorazione dal marzo 2026; una trivellazione esplorativa (Asopos-1) è prevista per febbraio 2027, previa autorizzazione delle autorità

Il paesaggio come teatro di un possibile cambiamento

L’installazione di Land Art The Hunt sposta il dibattito sui progetti energetici offshore previsti dalle mappe, dai documenti tecnici e dagli annunci politici nello spazio paesaggistico concreto. Sulla spiaggia di Aspri Ammos, sull’isola greca di Othonoi, l’artista The Krank colloca un disegno in geotessuto nero di grandi dimensioni che contrappone due cacciatori preistorici a una piattaforma industriale.

L’opera è stata realizzata nell’ambito della residenza Ionian Lab organizzata da Space52 e Kalogerou1844. A differenza delle mostre tradizionali, non utilizza uno spazio interno neutro, ma il luogo reale che potrebbe essere interessato da possibili interventi futuri. Il paesaggio non diventa così solo uno sfondo, ma parte integrante della riflessione artistica.

Tra preistoria e futuro industriale

Il linguaggio visivo di The Hunt si ispira alle pitture rupestri preistoriche e collega le prime forme di sopravvivenza umana alle attuali questioni relative allo sfruttamento delle risorse. Il confronto tra i cacciatori e la piattaforma offshore abbraccia un ampio arco temporale: dalle prime tracce dell’appropriazione dell’ambiente da parte dell’uomo fino alle moderne forme di produzione energetica.

L’installazione rinuncia tuttavia a un intervento architettonico permanente. Il geotessile nero è rimasto sulla spiaggia solo a scopo di documentazione, senza lasciare alterazioni permanenti nel sito. Proprio la transitorietà dell’opera rafforza il riferimento a uno scenario futuro aperto: essa segna un momento in cui il paesaggio è ancora immutato, ma una possibile trasformazione è già visibile.

La Land Art come strumento di riflessione spaziale

Mentre i progetti offshore vengono solitamente presentati attraverso disegni tecnici, materiale cartografico o procedure amministrative, The Hunt opera attraverso un’esperienza spaziale diretta. I visitatori si trovano di fronte al paesaggio in uno stato intermedio – prima di una possibile trasformazione industriale.

L’installazione solleva così questioni rilevanti anche per l’architettura del paesaggio e l’urbanistica: come si integrano gli utilizzi futuri in spazi sensibili? Quali immagini plasmano la nostra percezione dei paesaggi prima che avvengano i cambiamenti? E come si possono rendere visibili i conflitti tra produzione energetica, ecologia e memoria culturale?

Con l’intervento temporaneo a Othonoi, lo spazio paesaggistico stesso diventa il mezzo di un dibattito sulle risorse, sugli interventi umani e sul rapporto a lungo termine tra società e ambiente.

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Costruire una casa in legno: Pianificazione intelligente, design sostenibile, costruzione a prova di futuro

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Scala in legno marrone durante la costruzione di una nuova casa. Foto di Rosemary Media

Oggi costruire una casa in legno è molto più di un viaggio romantico in un eco-paradiso. È un campo per ingegneri, una questione politica, un parco giochi per visionari digitali e un banco di prova per la cultura dell’edilizia sostenibile. Chi pianifica in modo intelligente, progetta in modo sostenibile e costruisce per il futuro può utilizzare il legno per avere un impatto duraturo sul discorso architettonico in Germania, Austria e Svizzera, se è consapevole dei rischi e sfrutta le opportunità.

  • Le costruzioni in legno stanno vivendo una rinascita in Germania, Austria e Svizzera, sotto la spinta degli obiettivi climatici, della digitalizzazione e dei nuovi metodi di costruzione.
  • Innovazioni come la prefabbricazione modulare, il BIM e l’intelligenza artificiale stanno rivoluzionando la progettazione, la produzione e la gestione degli edifici in legno.
  • Le promesse di sostenibilità e le impronte di carbonio non sono più luoghi comuni del marketing, ma moneta corrente della normativa.
  • Una progettazione professionale richiede conoscenze tecniche approfondite in materia di protezione antincendio, isolamento acustico, statica e legislazione edilizia.
  • La scelta dei materiali determina la sostenibilità di un edificio, compresa l’economia circolare.
  • Metodi digitali come il BIM, la parametria e le simulazioni basate sull’intelligenza artificiale gettano le basi per edifici in legno più produttivi, resistenti e rispettosi del clima.
  • Le costruzioni in legno sono polarizzate: Tra eco-kitsch, carenza di legname, giungla di norme e produzione industriale in serie.
  • L’edilizia in legno non è più un fenomeno di nicchia, ma un banco di prova per una nuova concezione dell’architettura.

Le costruzioni in legno nei Paesi di lingua tedesca: tra tradizione e turbo innovazione

L’idea che la casa in legno sia una reliquia della cultura costruttiva rurale è ormai obsoleta in Europa centrale. In Germania, Austria e Svizzera, l’edilizia in legno sta vivendo da anni un’ondata di innovazione che ha poco a che fare con la nostalgia. In Svizzera si stanno costruendo quartieri urbani come il „Suurstoffi“ di Zug, in Austria si stanno innalzando edifici in legno a più piani a Vienna, Graz e nel Vorarlberg, mentre in Germania comuni e investitori si preparano a progettare interi quartieri in legno. I motivi sono molteplici: la politica climatica, la carenza di materiali da costruzione, la pressione normativa e, non ultimo, il fascino di lavorare con un materiale da costruzione rinnovabile e facile da lavorare in digitale.

Ma per quanto l’industria del legno stia festeggiando con euforia, la visione del cantiere è altrettanto sobria. In Germania, la giungla di norme, la legge federale sull’edilizia e la mancanza di progettisti esperti rallentano i lavori. L’Austria e la Svizzera sono spesso un passo avanti: norme legali chiare, un alto livello di accettazione e una forte industria del legno garantiscono velocità e qualità. Tuttavia, anche qui le costruzioni in legno restano una sfida tecnica e organizzativa. Ciò che nei Paesi alpini è considerato vita quotidiana, nelle grandi città tedesche è ancora un esperimento di culto.

La densità di innovazione è enorme. Dalla produzione robotizzata e dalle catene di produzione digitali ai metodi di costruzione ibridi, l’edilizia in legno si sta spingendo in aree che prima erano riservate al cemento armato. La visione: abitare, lavorare e fare ricerca in città con grattacieli in legno, prodotti con risparmio di risorse, monitorati digitalmente e gestiti con poca manutenzione. Tuttavia, la realtà è spesso più complessa: le procedure di approvazione si trascinano, i requisiti di sicurezza antincendio rallentano le cose e la disponibilità dei materiali rimane un fattore di incertezza.

Per progettare e costruire con successo in questo ambiente, non basta avere il pollice verde. Servono competenze digitali, preparazione normativa e, soprattutto, la volontà di continuare a imparare. Le costruzioni in legno non sono più un fenomeno di nicchia, ma il banco di prova del futuro dell’edilizia. Coloro che eccellono qui stabiliscono degli standard e rischiano di diventare dei modelli.

Da un punto di vista globale, l’avanguardia delle costruzioni in legno non si limita all’Europa centrale. Scandinavia, Canada, Giappone e Australia dimostrano come l’architettura in legno su larga scala possa funzionare dal punto di vista economico, ecologico e culturale. Tuttavia, il mondo di lingua tedesca porta in scena una miscela unica di artigianato, produzione industriale e pianificazione digitale, che lo rende un trendsetter nel discorso internazionale sulle costruzioni in legno.

Sostenibilità nelle costruzioni in legno: da promessa a obbligo

Chi progetta o costruisce una casa in legno oggi non può ignorare il tema della sostenibilità. Bilanciamento delle emissioni di CO₂, analisi del ciclo di vita e passaporti dei materiali non sono più optional, ma requisiti normativi. I regolamenti edilizi di Germania, Austria e Svizzera richiedono prove che vanno ben oltre il puro fabbisogno di energia primaria. L’obiettivo è l’economia circolare, la conservazione delle risorse e il rispetto del clima a tutti i livelli. Ma la strada per raggiungere questo obiettivo è irta di ostacoli e le costruzioni in legno sono sottoposte a un esame particolare.

La più grande promessa dell’edilizia in legno è la sua capacità di legare il carbonio a lungo termine. Un metro cubo di legno immagazzina circa una tonnellata di CO₂, un argomento che convince sia gli investitori che le autorità locali. Tuttavia, il calcolo è più complesso: l’origine, il trasporto, il trattamento e il successivo utilizzo del legno determinano se la promessa di sostenibilità viene mantenuta. Certificazioni come FSC o PEFC sono un inizio, ma non possono coprire l’intera catena di approvvigionamento. Sempre più progetti si concentrano quindi sulla regionalità, sulle brevi distanze e sulla trasparenza dei flussi di materiale, anche se questo limita la scelta.

Anche le costruzioni in legno stanno affrontando nuove sfide: La domanda globale di legno è in aumento, la concorrenza per i terreni e il deperimento delle foreste stanno aggravando la carenza di materiali. Chi non si concentra su una silvicoltura sostenibile e su una selezione intelligente dei materiali rischia di non ottenere più permessi di costruzione nel medio termine. I legislatori stanno reagendo: I requisiti di smontabilità, riutilizzabilità e assenza di sostanze nocive stanno alzando la posta in gioco per progettisti e costruttori. La casa in legno di domani non è solo neutrale dal punto di vista delle emissioni di CO₂, ma anche riciclabile, almeno sulla carta.

La digitalizzazione aiuta a gestire questa complessità. I passaporti digitali dei materiali, le analisi del ciclo di vita basate sul BIM e gli scenari supportati dall’intelligenza artificiale rendono la sostenibilità misurabile e pianificabile. Tuttavia, non ci liberano dall’obbligo di rimanere critici: Il greenwashing è un problema costante anche nelle costruzioni in legno e non tutti i componenti „naturali“ sono automaticamente sostenibili. L’architettura ha quindi il compito di agire non solo in modo innovativo, ma anche credibile e comprensibile.

Il discorso della sostenibilità nelle costruzioni in legno è quindi un gioco di equilibri tra aspirazione e realtà. Chi progetta in modo intelligente si affida alla trasparenza, ai dati e a veri e propri concetti di riciclaggio. Se si guarda solo all’etichetta ecologica, la realtà ci raggiungerà, al più tardi alla prossima gara d’appalto o alla prossima ispezione dell’edificio. La sostenibilità non è marketing, ma il banco di prova per la futura redditività dell’intero settore edile.

Trasformazione digitale: BIM, AI e la nuova logica delle costruzioni in legno

L’edilizia in legno è fatta per la rivoluzione digitale – e la rivoluzione digitale è fatta per l’edilizia in legno. Quasi nessun altro materiale da costruzione può essere prefabbricato, modellato parametricamente e controllato digitalmente con la stessa precisione del legno. Il Building Information Modelling (BIM), la produzione assistita da computer, la robotica e l’intelligenza artificiale stanno cambiando radicalmente la progettazione, la produzione e il funzionamento delle case in legno. I Paesi di lingua tedesca stanno beneficiando di un’industria fornitrice altamente innovativa, di piattaforme digitali e di una nuova generazione di progettisti che vedono il legno non solo come un materiale, ma come un prodotto digitale.

Oggi la progettazione digitale non inizia più sul tavolo da disegno, ma nel modello parametrico. La struttura portante, l’involucro, le attrezzature tecniche e persino le opzioni di smontaggio successive vengono simulate, ottimizzate e controllate per verificarne la fattibilità già in fase di progettazione. Il BIM diventa qui il perno: collega architettura, ingegneria, produzione e funzionamento in un modello di dati che riduce al minimo gli errori, chiarisce le interfacce e velocizza i processi. Chi non padroneggia il BIM sarà rapidamente escluso dall’odierno settore delle costruzioni in legno.

L’intelligenza artificiale e le simulazioni basate sui dati fanno un ulteriore passo avanti. Permettono di confrontare le varianti, ottimizzare i flussi di materiale e persino controllare la gestione successiva in tempo reale. I gemelli digitali degli edifici consentono il monitoraggio, la manutenzione e l’ottimizzazione dell’intero ciclo di vita: uno sviluppo che rende le costruzioni in legno più resistenti, economiche e sostenibili. Allo stesso tempo, sorgono nuovi rischi: sovranità dei dati, problemi di interfaccia e il pericolo di perdere la visione d’insieme nella complessità digitale.

Anche la produzione sta cambiando rapidamente. I sistemi di falegnameria controllati da robot, la prefabbricazione modulare e la produzione industriale in serie stanno spostando la creazione di valore dal cantiere alla fabbrica. Il risultato: componenti più precisi, assemblaggio più rapido, meno errori, ma anche maggiori esigenze di pianificazione, logistica e garanzia di qualità. Se non si ha il controllo della catena digitale dall’inizio alla fine, si rischiano ritardi, rilavorazioni ed esplosioni dei costi.

La trasformazione digitale delle costruzioni in legno non è quindi fine a se stessa, ma è la chiave per il futuro. Crea nuove possibilità per l’architettura, accelera i processi e rende la sostenibilità misurabile. Tuttavia, richiede una nuova comprensione della pianificazione, della produzione e della cooperazione da parte di tutti i soggetti coinvolti. Chi lo abbraccia può davvero reinventare l’architettura con il legno: basata sui dati, efficiente e intelligente dal punto di vista climatico.

Sfide tecniche e competenze: cosa devono sapere i professionisti

La costruzione in legno non è una passeggiata, almeno non per i progettisti che vogliono qualcosa di più di una casa standard con un tetto a falde. I requisiti tecnici sono elevati, le fonti di errore varie e gli ostacoli normativi talvolta assurdi. Protezione antincendio, isolamento acustico, gestione dell’umidità, statica, tecnica di connessione, fisica dell’edificio e diritto edilizio: se non avete una solida padronanza di questi aspetti, fallirete al più tardi al momento della gara d’appalto o della domanda di costruzione. Anche in fase di esercizio si nascondono insidie che possono mettere rapidamente a repentaglio il sogno di una casa in legno sostenibile.

La protezione antincendio è ancora lo spettro delle costruzioni in legno. La paura di una casa in legno in fiamme è molto diffusa – e a torto, come dimostrano le costruzioni moderne e i concetti di protezione antincendio. Componenti multistrato, travi incapsulate e sistemi sprinkler intelligenti rendono sicuri anche i grattacieli in legno. Tuttavia, la verifica richiede tempo, la situazione delle autorizzazioni è complessa e i requisiti variano da Stato a Stato. Per essere sempre all’avanguardia, è necessario tenersi al passo con gli ultimi sviluppi e lavorare a stretto contatto con le autorità e gli esperti.

Anche l’isolamento acustico richiede conoscenze specialistiche. Il legno conduce il suono in modo diverso dal cemento e i requisiti aumentano con l’altezza dell’edificio e il suo utilizzo. Simulazioni acustiche, strutture speciali e tecnologie di connessione innovative sono obbligatorie se non si vuole che la casa in legno diventi una cassa armonica. Lo stesso vale per la gestione dell’umidità: il legno non tollera errori di costruzione. Anche piccole perdite o errori di progettazione possono portare a danni irreparabili. La precisione nella progettazione, nell’esecuzione e nella manutenzione non è quindi un’opzione, ma una strategia di sopravvivenza.

La tecnologia di giunzione è un altro campo di specializzazione. I moderni metodi di costruzione in legno combinano legno a strati incrociati, legno lamellare, acciaio, calcestruzzo e dispositivi di fissaggio innovativi per creare sistemi ibridi. La statica è complessa, la standardizzazione è spesso incompleta e i flussi di materiale sono difficili da controllare. Chi non è aggiornato in questo settore perde rapidamente la visione d’insieme e la fiducia di clienti e autorità.

Dopo tutto, la competenza tecnica deve andare di pari passo con la competenza giuridica ed economica. I programmi di finanziamento, i regolamenti edilizi, i certificati di sostenibilità e le regole delle gare d’appalto cambiano rapidamente. I progettisti intelligenti mantengono aggiornate le loro conoscenze, utilizzano strumenti digitali e si relazionano con gli esperti. L’edilizia in legno è uno sport di squadra in cui solo l’interazione tra architettura, ingegneria, artigianato e digitalizzazione può portare all’obiettivo.

Le costruzioni in legno come laboratorio per il futuro: dibattiti, visioni e prospettive globali

Le costruzioni in legno sono da tempo più di un semplice metodo di costruzione: sono diventate il simbolo di una nuova architettura che si muove tra alta tecnologia e artigianato, ecologia ed economia, digitalizzazione e tradizione. Ma con il clamore arrivano anche i dibattiti: Il legno è davvero la soluzione a tutti i problemi climatici o è solo un altro strumento di greenwashing? Possiamo ottenere abbastanza legno in modo sostenibile senza rovinare le foreste? E quanta innovazione può tollerare la cultura edilizia prima di degenerare in architettura industriale?

I critici mettono in guardia da un „boom del legno“ senza sostenibilità. La preoccupazione è che se tutti costruissero come gli scandinavi, le foreste europee potrebbero presto svuotarsi. I sostenitori replicano con la silvicoltura intelligente, l’utilizzo a ciclo chiuso e le nuove piantagioni. Come sempre, la verità sta nel mezzo: Il legno è sostenibile solo se viene usato con saggezza, se viene reperito a livello regionale e se viene riutilizzato alla fine del suo ciclo di vita. Il dibattito rimane aperto e questo è un bene, perché impedisce di pensare in modo pigro e mantiene il settore innovativo.

Gli architetti e gli ingegneri più lungimiranti vedono nelle costruzioni in legno il laboratorio del futuro. Combinano il legno con nuovi materiali, si affidano a sistemi modulari, parametrizzano i progetti e collegano i gemelli digitali con gli edifici reali. Le costruzioni in legno stanno diventando una superficie di proiezione per tutto ciò che potrebbe costituire l’architettura di domani: Flessibilità, resilienza, centralità dell’utente e idoneità al clima. Allo stesso tempo, c’è ancora il rischio che gli standard, le norme e la paura di sbagliare rallentino la spinta all’innovazione.

Nel discorso globale, i Paesi di lingua tedesca si pongono come pionieri, ma anche come ammonitori. Mentre negli Stati Uniti o in Asia gli spettacolari grattacieli in legno servono come strumento di marketing, qui ci si concentra sulla profondità tecnica, sulla sostenibilità e sull’accettazione sociale. È meno spettacolare, ma più efficace a lungo termine. Le costruzioni in legno stanno diventando una pietra di paragone per la credibilità del settore: chi fallisce in questo senso si gioca la fiducia del pubblico e perde nel confronto internazionale.

In conclusione, resta da dire che: L’edilizia in legno non è una panacea, ma è una vera opportunità. Sta costringendo il settore a mettere in discussione le vecchie certezze, a utilizzare nuovi strumenti e ad assumersi responsabilità. Chi è pronto a raccogliere le sfide tecniche, culturali e digitali può utilizzare il legno per progettare non solo case, ma anche la cultura edilizia del futuro.

Conclusione: costruire una casa in legno significa costruire il futuro

L’edilizia in legno è destinata a rimanere, ma non come fenomeno di nicchia romantico, bensì come motore di innovazione, sostenibilità e trasformazione digitale. Chi pianifica con intelligenza, progetta in modo sostenibile e costruisce per il futuro sfrutterà le opportunità offerte da un materiale che è sinonimo di cambiamento come nessun altro. Le sfide sono enormi: esigenze tecniche, pressioni normative, complessità digitale e aspettative sociali. Ma chi le abbraccia può ottenere con il legno molto di più che una buona impronta di carbonio: può ripensare l’architettura, riprogettare i processi e contribuire a plasmare il futuro dell’edilizia. Costruire una casa in legno non è un passo indietro, ma un balzo in avanti. Chi esita ora rimarrà bloccato nel cemento e si perderà l’architettura di domani.

Viaggio nell’edilizia residenziale della Germania settentrionale

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Città di Brema

L’edilizia abitativa e il relativo sviluppo urbano sono attualmente i temi più importanti della politica architettonica ed edilizia. Per questo motivo, sono stati anche oggetto di discussione e di ispezione durante la 13a conferenza dei professori, seguita da un’escursione di diversi giorni organizzata dallo Ziegel-Zentrum Süd. Il tour ha toccato Amburgo, Brema e Lubecca.

Le case plurifamiliari sono il tema del momento. Ma ci sono approcci molto diversi – solo in Germania – e questo è emerso chiaramente durante il tour. La qualità della costruzione non sembra essere un problema: La maggior parte degli immobili che abbiamo visitato erano solidamente monolitici, con mattoni pieni, spesso privi di barriere architettoniche, balconi senza ponti termici, pareti solide e insonorizzate all’interno – niente chichi architettonici. L’unico problema è la pianificazione urbanistica. Quasi nessuno dei progetti ha qualità veramente urbane o rurali. Al contrario, per la maggior parte vengono costruiti complessi residenziali suburbani indifferenziati e non collegati tra loro, file irrilevanti, case sparse e punteggiate senza alcun legame tra loro. Gli architetti possono avere tutta l’inventiva che vogliono: Se la pianificazione urbanistica non specifica una città, nessuna è possibile.

…a Lubecca

Uno dei primi oggetti visitati sono stati i sette „Moislingen“ nel sobborgo di Lubecca-Moisling, alloggi sociali sotto forma di sette blocchi di appartamenti individuali. Sono allineati in modo sfalsato l’uno rispetto all’altro su un terreno lungo e stretto e sostituiscono blocchi di edifici degli anni ’60. Tutti i 93 appartamenti sono sovvenzionati dallo Stato. Tutti i 93 appartamenti sono sovvenzionati dallo Stato. Gli architetti di Kiel Marie-Luise e Peter Zastrow hanno optato per pareti esterne in mattoni spesse 36,5 cm, isolamento di 6 cm e mattoni sottili di 11,5 cm senza ventilazione posteriore.

…ad Amburgo

Il prossimo obiettivo sono stati gli edifici residenziali di Amburgo Waterfront Osterbek di Fink + Jocher. Qui sono stati costruiti tre blocchi di sette piani direttamente sul canale Osterbek, con il lato stretto rivolto verso l’acqua. La vista è attraente e gli architetti la sfruttano con finestre a tutta altezza e logge. Gli edifici sono costruiti in calcestruzzo gettato in opera nella parte inferiore e in muratura in quella superiore, rivestiti con sottili rivestimenti in mattoni appena visibili e privi di ventilazione posteriore.

…a Brema

Anche l’escursione alla Überseestadt di Brema è stata istruttiva: Secondo un piano regolatore del 2000, su questo enorme sito si stanno sviluppando varie destinazioni d’uso, tra cui quella abitativa, ma purtroppo non con la densità richiesta. Molti architetti sono coinvolti – come Dorte Mandrup, Spengler Wiescholek, Fink + Jocher, Springer Architekten – ma per quanto si sforzino di creare una vita urbana, la pianificazione urbanistica non lo permette.

Ma veniamo ora agli esempi positivi, perché esistono anche quelli. Uno è stato evidenziato durante la conferenza: A Zurigo, dove lo spazio abitativo è molto costoso, sul sito di Hunziker si sta costruendo un gruppo di 13 blocchi di appartamenti che formano sottogruppi, vicoli, piazze e vie di accesso più ampie (progetto urbano: Arge Duplex Architekten e Futurafrosch). In uno dei blocchi si stanno sperimentando anche mini-appartamenti con generose aree comuni, come offerta per le famiglie numerose e i single che vogliono vivere privatamente ma sempre insieme. „Il lusso può risiedere anche nel valore aggiunto della comunità“, ha spiegato Anne Kaestle, fondatrice di Duplex Architekten insieme a Dan Schürch.

L’ultima destinazione in programma è stata la HafenCity di Amburgo, dove, dopo tutti questi anni di esperienza con la moderna pianificazione urbana, sembra che finalmente tutto sia stato fatto bene: Qui, tra i portici dell’Elba e un piccolo corridoio verde, è stata creata una vita urbana con l’aiuto di zone al piano terra alte cinque metri per negozi e servizi, parcheggi ridotti, alta densità e diversità con un mix sociale di alloggi privati e sovvenzionati e, ad esempio, studi residenziali per musicisti.

Per saperne di più www.ziegelzentrumsued.de

Foto: Ziegel Zentrum Süd e.V.

I centri abitati abbandonati minacciano le zone rurali dell’Alta Svevia. Il Gruppo d’azione Leader dell’Alta Svevia sta agendo contro questa situazione: Il gruppo ha discusso i posti vacanti con i residenti, ha cercato soluzioni e ha lavorato per garantire che i villaggi siano progettati in modo positivo. Ne è scaturito non solo un rapporto scientifico finale, ma anche un libro illustrato. In „abseits – aside – à l’écart“, il fotografo Claudio Hils ritrae i villaggi dell’Alta Svevia. Un viaggio tra capannoni abbandonati, campi da golf, finestre sbarrate e facciate screpolate.

La prima parte del libro illustrato è un tour fotografico attraverso le aree rurali dell’Alta Svevia. Claudio Hills cattura nelle sue fotografie le diverse sfaccettature della campagna. Oltre ai paesaggi pittoreschi, mostra anche i lati oscuri delle comunità. Si va dalle case semidistrutte ai cumuli di macerie, dalle bandiere tedesche alle antenne paraboliche, fino ai pneumatici sgonfi dei trattori. La serie di immagini trasmette un quadro piuttosto pessimistico di un paesaggio che rischia di scomparire.

„Vivere in una zona morta, essere irraggiungibili, e se,
allora solo: con il gracchiare di un corvo come suoneria“ Walle Sayer

La seconda parte è una raccolta letteraria di racconti di autori come Peter Renz, poesie di Walle Sayer e un commento di Manfred Schmalriede. Tutti i contributi sono stampati anche in traduzione inglese e francese. I contributi scritti accompagnano le fotografie e contestualizzano le immagini. Ciò conferisce loro un significato maggiore e l’atmosfera della zona rurale viene catturata in modo ancora più chiaro. In definitiva, un viaggio nell’Alta Svevia che vale la pena di vedere e leggere, un viaggio tra due copertine di libri.

Dati bibliografici:

Claudio Hils: „Abseits – aside – à l’écart“, 2012, Klöpfer&Meyer

ISBN-10: 3863515005

Cattedrale per l’arte

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È stato inaugurato l'ampliamento della Tate Modern.

È stato inaugurato l’ampliamento della Tate Modern di Herzog & de Meuron a Londra.

Dall’esterno sembra un’aspra catena montuosa di mattoni, ma l’interno è il sogno di un curatore: stanze bianche e lisce di ogni forma e dimensione, che siano armadietti intimi o ampie sale. Inoltre, nello spazioso seminterrato, al livello delle ex cisterne di petrolio, ci sono aree con il fascino grezzo di un rudere industriale – per una varietà di attività come danza, video, spettacoli teatrali e concerti. Scoprite come è nato questo insolito edificio nel numero di agosto di Baumeister.

Foto: Tate Modern

L’installazione Smile

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Cheeeeese! Sorridi per favore!

Per un mese, il denso spazio pubblico di Londra ha potuto sorridere di nuovo: durante il London Design Festival, i passanti hanno ammirato il gigantesco padiglione „The Smile“ dell’architetto canadese Alison Brooks vicino alla Tate Modern.

A forma di bocca sorridente, l’installazione temporanea con facciata perforata misurava 34 metri di lunghezza e le estremità della struttura curva si trovavano a 3 metri sopra la superficie della piazza. Il tubo è stato realizzato in legno di palissandro a strati incrociati. Gli ingegneri di Arup hanno spinto il materiale ai suoi limiti con questo „esperimento dal vivo“.

Guardate voi stessi! Ecco il video della creazione di „The Smile“:

Nella camera funeraria di Neferhotep

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Il restauratore Patrick Jürgens nella camera funeraria di Neferhotep. Vista della camera funeraria con la nicchia in cui si trovano le sculture del defunto e della sua consorte Mertit-Re. Foto: Christina Verbeek

Nella necropoli delle tombe private di Tebe si trova la camera funeraria di Neferhotep, scriba supremo del dio creatore Amon. Si tratta di una delle tombe private più grandi del cimitero. I dipinti nella camera funeraria di Neferhotep erano fortemente sporchi e dal 2000 sono stati oggetto di un accurato restauro e di approfonditi studi. RESTAURO ha incontrato a Colonia le restauratrici responsabili, Susanne Brinkmann e Christina Verbeek dell’Atelier für Restaurierung, al loro ritorno dall’Egitto.

Magnifici ante – camera funeraria spoglia

Neferhotep, il cui nome tradotto significa «Bella è la grazia», visse durante il regno del faraone Eje e morì intorno all’anno 1320 a.C. In qualità di scriba e sorvegliante dei beni del dio creatore Amon, Neferhotep supervisionava il bestiame e i raccolti. La sua alta posizione di funzionario statale gli garantiva probabilmente un buon tenore di vita, consentendogli di permettersi una magnifica camera funeraria. La camera funeraria, contrassegnata dal numero TT 49, nella quale fu sepolta, oltre a Neferhotep, anche sua moglie Merit-Re, si trova ai piedi dei monti tebani, non lontano dalla Valle dei Re. Faraoni e faraone famosi, come la faraona Hatshepsut, vi fecero costruire i propri templi funerari.
La facciata esterna della camera funeraria è orientata verso est, cioè in direzione del sole nascente, e un’iscrizione riporta il nome del defunto, nonché le sue cariche e i suoi titoli. Entrando nella camera funeraria, si trovano al piano terra il vestibolo e la sala delle colonne. Questi due spazi cultuali sono stati ricavati direttamente nel versante roccioso e sono riccamente decorati con pitture murali, rilievi colorati e figure che forniscono informazioni sulla vita di Neferhotep. Una nicchia funge inoltre da luogo di collocazione per le statue del defunto e della sua consorte. La camera funeraria vera e propria si trova sottoterra ed è raggiungibile tramite un corridoio scavato grossolanamente nella roccia. Questo spazio, in cui si trovavano i sarcofagi, è stato realizzato senza alcuna decorazione pittorica.

Una sorpresa storico-artistica

Un progetto, finanziato tra l’altro dalla Fondazione Gerda Henkel dal 2005 al 2007, aveva lo scopo di riportare alla luce i dipinti murali e i rilievi. Le indagini condotte nella camera funeraria dimostrano chiaramente con quanta cura gli artigiani dell’antico Egitto lavorassero le pareti prima che potessero essere applicati i dipinti. La tomba è stata scavata nella roccia e, durante i lavori, si staccavano continuamente frammenti di roccia dalle pareti. Per livellare queste irregolarità, i maestri artigiani applicarono diversi strati di intonaco, sempre più fini. Sull’ultimo e più sottile strato di intonaco sono state poi applicate le pitture a colori. I contorni in tonalità di ocra costituiscono la base delle ricche pitture, che raffigurano scene della raccolta dei datteri, dell’allevamento del bestiame e della produzione vinicola. Inoltre, sono raffigurati il censimento dei prodotti agricoli e l’antico sistema di irrigazione egizio con pozzi a corda. Altri affreschi mostrano il complesso templare di Karnak, all’interno del quale è raffigurata la cerimonia dell’unzione di Neferhotep. Ma viene raffigurato anche il paesaggio circostante il tempio: si riconosce infatti un canale di collegamento con la riva del Nilo, sul quale navigano navi a vela. Altre scene mostrano come Neferhotep e Merit-Re vengano accolti dal faraone Eje e dalla sua consorte.
Nella concezione religiosa degli antichi egizi, la vita nell’aldilà rivestiva un ruolo importante. Per essere accolti favorevolmente in quel mondo, esistevano numerosi riti incentrati sul funerale. Questa concezione si ritrova anche nei dipinti murali. Il funerale di Neferhotep è raffigurato in modo dettagliato: l’esposizione della salma, la processione, i rituali, il lamento funebre, la sepoltura e anche il complesso funerario. Le iscrizioni geroglifiche contengono preghiere per i defunti.
In alcuni punti sono state rinvenute anche raffigurazioni in rilievo, che tuttavia costituiscono piuttosto un’eccezione. Un esame più approfondito delle statue rivela, sorprendentemente, anche aspetti degni di nota dal punto di vista storico-artistico: mentre la figura di Neferhotep è stata realizzata nello stile del «periodo di Amarna», quella di Merit-Re è stata eseguita nello «stile rigoroso». Lo «stile rigoroso», predominante sia prima che dopo il «periodo di Amarna», si contraddistingue per accuratezza e perfezione. Le opere del «periodo di Amarna», invece, presentano una resa più naturalistica e realistica. Così, la postura di Merit-Re è eretta, mentre suo marito assume una posizione più rilassata. Anche la parrucca di Merit-Re è posizionata in modo dritto e preciso sulla sua testa, mentre la figura di Neferhotep presenta un piccolo ventre e anche la parrucca non sembra essere acconciata con la stessa precisione.

Rivalità tra gli egittologi

Tra gli scopritori della camera funeraria figuravano Harry Burton, Jean-François Champollion, Robert Hay, Ippolito Rosellini e John Gardner Wilkinson. Come risulta da una pubblicazione del 1933 del Metropolitan Museum di New York su una spedizione da lui condotta, questi primi egittologi videro la camera funeraria ancora in condizioni relativamente incontaminate. Il rapporto afferma inoltre che l’inquinamento era dovuto all’insediamento degli abitanti del villaggio con il loro bestiame. Da un rapporto di Hay emerge che la camera sotterranea e altre aree del complesso funerario erano piene di «mummie comuni». Champollion accusò gli inglesi di aver bruciato le mummie, rovinando così le pitture. I murales, un tempo ricchi di colori, dovevano quindi essere già gravemente danneggiati all’inizio del XIX secolo. Il rapporto del Metropolitan Museum interpreta la situazione come segue: esisteva una rivalità tra gli egittologi francesi e quelli inglesi, che viaggiavano per conto dei rispettivi mercati nazionali, e quindi l’accusa di Champollion avrebbe perfettamente senso nel tentativo di mettere l’altra parte in cattiva luce.

Il laser contro la fuliggine

Nell’ambito di una ricerca archeologica sulla camera funeraria, sotto la direzione dell’egittologa argentina professoressa Maria Violeta Pereyra, alle restauratrici Susanne Brinkmann, Christina Verbeek e Birte Graue è stato affidato l’incarico di restaurare le superfici decorate. Dal 2000 si recano ripetutamente in Egitto per liberare le opere d’arte dalle tracce di fuliggine e per conservare la camera funeraria. Nel corso dei lavori hanno riscontrato tracce di precedenti tentativi di pulizia che hanno ulteriormente complicato l’opera, poiché in quel modo si è distrutto più di quanto si sia salvato. Come primo passo è stato necessario effettuare delle analisi per individuare metodi che consentissero di pulire i dipinti contaminati e, al contempo, di salvaguardare la roccia e gli strati di intonaco. Durante la pulizia dei dipinti, la difficoltà consisteva nel trovare il metodo giusto. Con solventi e bisturi è stato possibile rimuovere le impurità in alcuni punti, ma sulle superfici dipinte di bianco, che costituiscono lo sfondo dei murales, i vari solventi utilizzati si sono rivelati inefficaci. Si correva il rischio di causare ulteriori danni. Per risolvere questi problemi, le restauratrici hanno deciso di lavorare con un apparecchio laser. La difficoltà, tuttavia, era quella di trovare un apparecchio maneggevole adatto allo scopo. Per individuare il metodo corretto, sono state effettuate analisi dei materiali dall’Istituto di Scienze della Conservazione dell’Università di Scienze Applicate di Colonia e dall’Accademia di Belle Arti di Dresda. Inoltre, è stato necessario esaminare anche i depositi di fuliggine per determinarne con precisione la composizione, costituita da bende funerarie fuse tra loro, oli, grassi e fuliggine. Alla ricerca del laser adatto, le restauratrici hanno infine trovato ciò che cercavano presso l’azienda Clean-Lasersysteme di Herzogenrath, vicino ad Aquisgrana.

In attesa di una nuova concessione

Tornate in Egitto, le restauratrici hanno esaminato la camera in cui si trovavano i sarcofagi, constatando che dal calcare si era dissolto del sale. Legato in cristalli di sale, si era depositato su soffitti e pareti e, in caso di aumento dell’umidità, metteva a rischio gli affreschi presenti nella sala sovrastante. Grazie alle forze capillari, l’acqua può risalire e distruggere così i tesori artistici millenari. Sono stati installati sensori climatici per monitorare la temperatura e l’umidità dell’aria. Inoltre, sono state attuate misure preventive all’esterno per impedire l’infiltrazione incontrollata dell’acqua piovana. Durante l’ulteriore ispezione delle sale affrescate sono state rilevate tracce di una precedente infiltrazione d’acqua, probabilmente causata da forti piogge. Ma anche i microrganismi, i pipistrelli e i nidi di vespe rappresentano un pericolo per le opere d’arte. Inoltre, il lavoro è stato reso più difficile da problemi logistici, ma anche dalle numerose norme imposte dalle autorità e dall’ottenimento dei permessi di lavoro. Le autorità egiziane, infatti, applicano un regolamento molto rigido per i gruppi di ricerca stranieri, che prevede, tra l’altro, la necessità di richiedere continuamente nuovi permessi di lavoro e l’autorizzazione delle autorità di sicurezza. Ma anche aspetti pratici, come lo spazio limitato nella camera funeraria e il conseguente lavoro a turni, rendono la ricerca e il restauro un progetto a lungo termine. Le restauratrici e gli altri membri del gruppo di ricerca devono ora attendere una nuova concessione prima di poter iniziare la fase successiva del progetto. Probabilmente torneranno in Egitto nella primavera del 2025. Il progetto, secondo le stime delle restauratrici, proseguirà ancora per quattro o cinque anni.

Scoperte interessanti

Tra una sessione e l’altra di pulizia con il laser, le restauratrici hanno testato diversi tipi di malta, preparata mescolando materiali disponibili in loco come sabbia e calce. La malta deve corrispondere, per tonalità e struttura, a quella presente nella camera funeraria. Con una malta particolarmente fluida sono state riempite le fessure nel calcare, per stabilizzare lo strato danneggiato. Anche gli strati di intonaco che si sono staccati vengono rinforzati con la malta, per ricollegarli alla roccia. Per impedire lo sfaldamento dei sottili strati di pittura, viene inoltre utilizzato uno speciale legante. Parallelmente, si prosegue con la pulizia dei dipinti: oltre al laser e alla pulizia meccanica, viene impiegato anche un gel solvente che agisce in modo coadiuvante. Anche i soffitti delle stanze sono dipinti. Anche in questo caso non si riscontrano sporcizie particolarmente gravi, per cui le restauratrici lavorano inizialmente con una spugna asciutta prima di ricorrere al laser. Man mano che i lavori procedono, vengono alla luce sempre più dettagli e nuove scoperte. Una scoperta particolarmente interessante è che Neferhotep si è fatto raffigurare come un uomo anziano dai capelli bianchi. Raffigurazioni di questo tipo sono rare nell’arte dell’antico Egitto e costituiscono quindi una particolarità. Allo stesso tempo, si crea così un collegamento con la scultura del defunto nella nicchia, e si ha l’impressione che fosse in pace con se stesso. Anche a oltre 3000 anni dalla morte di Neferhotep, si ha la sensazione di poter gettare uno sguardo sulla sua vita.

Continua a leggere: Rachel Ruysch non era solo una pittrice di straordinario talento, ma anche una pioniera nel mondo dell’arte del XVII secolo, dominato dagli uomini. 

Gelato nero e blu

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Snohetta

1° premio Snohetta

L’hotel „Svart“ di Snøhetta diventerà il primo albergo a soddisfare lo standard di casa passiva nel Circolo Polare Artico. L’obiettivo è ridurre il fabbisogno energetico annuale dell’85%. Per raggiungere questo obiettivo, l’edificio produrrà anche la propria energia – un prerequisito per una costruzione sostenibile nel freddo nord, secondo gli architetti.

Il sito del futuro hotel si trova in Norvegia, ai piedi del ghiacciaio Svartisen. Svart significa „nero“ e „blu“, quindi il nome dell’hotel è un riferimento al ghiaccio scuro del ghiacciaio.

„Costruire in un luogo così prezioso comporta degli obblighi in termini di conservazione della natura. Per noi era quindi importante creare un edificio sostenibile che lasciasse un’impronta ecologica minima“, spiega Kjetil Trædal Thorsen, uno dei soci di Snøhetta.

Questo a partire dalla struttura portante: il progetto prevede una costruzione a palafitta che si trova sotto la superficie dell’acqua. Ciò significa che il paesaggio viene toccato solo in alcuni punti. Anche la struttura portante è un riferimento ai metodi di costruzione locali: Le travi a forma di A derivano dalla cosiddetta „Fiskehjell“, una struttura per l’essiccazione del pesce. „Rorbue“ è la casa del pescatore associata, che, come l’Hotel Svart, si trova su palafitte. Tra la superficie dell’acqua e la struttura su palafitte è stato creato un sentiero panoramico. Gli appassionati di sport acquatici potranno pagaiarvi sotto.

Design energetico

Per soddisfare lo standard energetico, gli architetti hanno raccolto dati sull’andamento del sole nel contesto del paesaggio montano. „Questo studio è stato decisivo per la forma rotonda dell’edificio. Le camere dell’hotel, il ristorante e le terrazze sono posizionate strategicamente per massimizzare la quantità di luce solare disponibile durante tutto l’anno“, spiegano gli architetti. Ci sono anche pannelli solari sul tetto: „Grazie alle lunghe notti estive di questa zona, possiamo ottenere rendimenti elevati“.

Le terrazze incassate servono come protezione dal sole e dalla privacy, in modo da non richiedere un ulteriore raffreddamento in estate. In inverno, il sole più basso funge da fonte di calore naturale.

L’accesso all’hotel sarà possibile solo in barca. Parte del progetto complessivo consiste quindi nell’offrire un servizio di navigazione a energia zero tra l’hotel e la città più vicina, Bodø.

Parametric Landmark – L’emozione costruita

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L'“International Festival of Art & Construction“ ( IFAC ) è sinonimo di progettazione e creazione congiunta di architetture alternative. I partecipanti provenienti da tutto il mondo sviluppano progetti di edilizia sostenibile e li realizzano sulla base delle discipline del design, dell’arte, del paesaggio e dell’architettura. Quest’anno il festival dell’architettura si è svolto nei terreni di un eco-villaggio a Bergen (NL). L'“Eco Village Bergen“ offre un luogo ricco di contrasti, grazie al suo passato di base militare e alla sua trasformazione in eco-villaggio.

Un’idea allettante del team creativo di Amburgo è stata quella di progettare una scultura in legno calpestabile che si integrasse costruttivamente e visivamente nell’ambiente circostante: Parametric Landmark. La progettazione parametrica è stata scelta come strumento formativo. Le costanti necessarie sono state raccolte, discusse, interpretate e selezionate in loco. L’attenzione si è concentrata su parametri emotivi e soggettivi provenienti dall’ambiente circostante il sito del festival. Questi parametri includevano percezioni sensoriali come vedere, sentire, percepire e odorare, nonché connessioni e presenze percepite.

La scultura costruita è stata poi ampliata da una proiezione digitale: parallelamente alla costruzione, i partecipanti al workshop hanno sviluppato un concetto di proiezione. Ciò ha comportato riprese, disegni, scrittura, illustrazioni e animazioni. Il risultato è stato un modello di proiezione digitale costituito dal luogo e dalle emozioni dei partecipanti. Alla fine del festival, la scultura è stata illuminata digitalmente con questa proiezione e ha portato alla conclusione emotiva di un workshop creativo e istruttivo.

Ecco il video del progetto:

Connettore Moynihan, High Line: dalla foresta al bosco

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Alto sulle strade di New York e circondato dal verde: il Moynihan Connector è interessante sia dal punto di vista visivo che funzionale. Foto: Andrew Frasz, per gentile concessione della High Line

Alto sulle strade di New York e circondato dal verde: il Moynihan Connector è interessante sia dal punto di vista visivo che funzionale. Foto: Andrew Frasz, per gentile concessione della High Line

A Mid Town West, a New York, due nuovi ponti offrono un’esperienza speciale ai pedoni. Tutto sul Moynihan Connector qui.

Il Moynihan Connector presso l’High Line Park di New York, recentemente inaugurato, offre un’esperienza pedonale sicura, verde ed eccezionale a Midtown West. Progettato da Skidmore, Owings & Merrill (SOM) e James Corner Field Operations, è ora sotto la gestione dell’Empire State Development, dell’Autorità Portuale di New York e New Jersey, di Brookfield Properties e di Friends of the High Line. Il suo obiettivo è creare un accesso piacevole e sicuro per i pedoni, facilitare l’accesso ai trasporti pubblici e collegare gli spazi aperti pubblici e le strutture comunitarie del quartiere.

I due ponti che compongono il Moynihan Connector servono a questo scopo. Direttamente sopra Dyer Avenue e West 30th Street, consentono un viaggio urbano elevato ed episodico attraverso questa parte speciale di New York. Il Connettore collega la Moynihan Train Hall e la High Line stessa: Un parco a Manhattan su una linea ferroviaria sopraelevata dismessa di 2,3 km risalente agli anni Trenta. In passato, questa linea veniva utilizzata per trasportare prodotti a base di carne nella zona ovest di Manhattan. Poiché il traffico si è spostato sempre più sulla strada, la ferrovia è stata dismessa. Tra il 2006 e il 2019 sono stati eseguiti lavori di costruzione per riportare alla luce nuove sezioni della High Line e trasformarla in un parco, che oggi è un’attrazione popolare per gli abitanti e i turisti. L’High Line Park è particolarmente noto per la sua varietà di piante e per i suoi interessanti punti panoramici.

In risposta alla loro posizione e al loro contesto, i due ponti del Moynihan Connector hanno ciascuno una propria espressione architettonica e strutturale e quindi atmosfere molto diverse.

Ponte di legno

Il Timber Bridge, lungo circa 80 metri, è una capriata in legno lamellare realizzata con legname proveniente da fonti sostenibili. La sua struttura è caratterizzata non solo dall’uso di materiali rinnovabili, ma anche da collegamenti minimi con il terreno, in modo che le strade circostanti rimangano indisturbate. Il ponte crea un invitante spazio aperto tra le travi in legno, fornendo un’ulteriore protezione dal traffico del vicino Lincoln Tunnel.

Ponte di Woodland

Il Woodland Bridge, lungo circa 100 metri, introduce il paesaggio della High Line con aiuole continue integrate nella struttura. I letti di terra sono sostenuti da colonne e sbalzi angolari che cambiano dinamicamente con la profondità del terreno. Questa costruzione sostiene grandi alberi decidui e un paesaggio rigoglioso di piante. Il paesaggio vegetale del Woodland Bridge cambia costantemente in altezza per creare varietà per i visitatori in ogni direzione. Le piante forniscono anche ombra, proteggono dal traffico e diventano un habitat per molti uccelli e insetti autoctoni. „Ispirato al carattere eclettico del West Side e della High Line, il nuovo collegamento offre un diverso tipo di esperienza urbana e di passeggiata per l’area“, ha dichiarato James Corner, RLA, FASLA, fondatore e CEO di Field Operations. „Il progetto crea un percorso sequenziale da un contesto all’altro, combinando sorprendenti elementi e materiali industriali con una rigogliosa vegetazione boschiva e viste mirate sulla città. Questo nuovo e vibrante percorso pedonale collega Midtown alla High Line e al West Side con un senso di drammaticità, spettacolarità e piacere.“

La vegetazione dinamica e variegata crea anche un collegamento visivo tra i due ponti: dietro gli alberi del Woodland Bridge, i pedoni possono vedere sorgere le strutture in legno del Timber Bridge e orientarsi in base ad esse. Dal punto di vista fisico e creativo, i due ponti sono collegati da una tavolozza di materiali caldi, come l’impalcato d’acciaio invecchiato e i corrimano in bronzo. Forse l’aspetto più speciale del Moynihan Connector è l’intersezione dei due ponti: Qui i visitatori possono fermarsi un attimo, orientarsi e godersi il panorama. Poi si può proseguire lungo le strutture, dalla foresta al bosco o viceversa.

Per saperne di più su New York City: La città sta affrontando il doppio problema dell’innalzamento del livello del mare e dello sprofondamento degli edifici. Scoprite qui cosa sta accadendo nella metropoli e come si può fermare lo sprofondamento.

„Unbuilding Walls“ nel padiglione tedesco

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Foto: Jan Bitter.

28 anni dopo la caduta del Muro, un sorprendente allestimento spaziale, unito alla classica documentazione di progetto, mostra la trasformazione dell’ex striscia della morte.

Un impenetrabile muro nero, esteso all’infinito da pareti laterali a specchio, accoglie i visitatori del padiglione tedesco. Genialmente sfalsata in prospettiva, si apre al primo passo dall’asse centrale e si dissolve in singoli elementi che evocano i tipici segmenti di parete a L. Dopo questa apertura quasi teatrale, la passeggiata tra le file di vetri prosegue in uno stile più classico e documentaristico: Il lato posteriore (bianco) degli elementi del Muro è trasformato in stele informative per 28 progetti che mostrano la trasformazione della striscia di confine tedesco-tedesca a partire dal 1990 – da noti progetti su larga scala come Potsdamer Platz (qui con il modello di concorso di Daniel Libeskind) a progetti infrastrutturali a spazi aperti urbani come il Mauerpark, da siti commemorativi a edifici attuali come la sede di Axel Springer di OMA direttamente sull’ex striscia di confine.

Con la loro selezione di progetti, i curatori di GRAFT – Lars Krückeberg, Wolfram Putz, Thomas Willemeit – e Marianne Birthler vogliono mostrare l’eterogeneità degli approcci, il pluralismo degli attori e dei progetti. Il processo di crescita comune sarà reso tangibile anche sulla base dell’interfaccia dell’ex striscia di confine. L’attenzione si concentra su Berlino, anche se sono rappresentati alcuni progetti di altre regioni, come il Museo tedesco-tedesco di Mödlareuth, nella Franconia settentrionale, o i Wüstungen, villaggi rasi al suolo dal governo della DDR; tuttavia, anche questi sono visivamente emarginati, poiché non riescono a tenere il passo con i progetti di grande impatto visivo. Nel complesso, i progetti sono presentati in modo chiaro e sobrio, con foto, testi e planimetrie: un classico tipo di documentazione che ci si aspetta di trovare in una mostra permanente.

Allo stesso tempo, il tema viene ampliato nelle „cabine degli specchi“ laterali con interviste video a residenti di Cipro, Stati Uniti, Messico, Corea del Nord e del Sud che vivono vicino al confine, con dichiarazioni sconfortanti sui rispettivi vicini che suggeriscono che i muri non sono presenti solo fisicamente.